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CAMBIANO GLI EQUILIBRI NEL CARROCCIO, FEDRIGA CON LA SUA LISTA (17,7%) HA PRESO QUASI GLI STESSI VOTI DELLA LEGA (19%)

Aprile 4th, 2023 Riccardo Fucile

SALVINI E’ UN SEGRETARIO COMMISSARIATO DA ZAIA E FEDRIGA. È GRAZIE A LORO SE IL PARTITO NON È SPROFONDATO ANCHE AL NORD

Matteo Salvini ha ben poco da esultare, perché il suo destino da leader del partito sembra vacillare: nella migliore delle ipotesi da oggi è un segretario commissariato proprio da Fedriga e dell’altro governatore forte, Luca Zaia. Sono loro i riferimenti, non solo politici ma anche elettorali, della nuova Lega. È grazie a loro se il partito non è sprofondato anche al Nord e con le loro liste personali, scoraggiate da Salvini fino all’ultimo, consentono alla Lega di tenere alta la bandiera in questo pezzo del Paese.
Il grande lancio del partito nazionale di Salvini, che aveva tolto la parola “Nord” anche dal simbolo, è naufragato. Il partito ormai guarda solo alla Lombardia e poco più. Lombardi sono quasi tutti i nomi della Lega sul tavolo delle nomine a Palazzo Chigi per le aziende di Stato, per dire.
Tutti si rendono conto che il partito della nazione non c’è più. Zaia e Fedriga nei loro territori di competenza si sono presi tutto. Il governatore appena rieletto in Friuli Venezia Giulia con la lista personale ha eguagliato i voti della Lega. Zaia in Veneto con la sua lista ha raccolto quasi un milione di voti arrivando al 44 per cento mentre, la Lega si era fermata a 347 mila voti, il 16,9.
In Lombardia Zaia e Fedriga non c’erano, la Lega è finita nove punti indietro a Fratelli d’Italia. Nel Lazio si è fermato all’otto per cento, alle ultime regionali in Sicilia si è fermato al 6 per cento e nemmeno Lega si chiamava la lista nell’isola, ma “Prima l’Italia — Salvini premier”. [
Dopo gli ultimi risultati alle regionali Zaia e Fedriga sono davvero pronti a commissariarlo: lasciandogli ancora per un po’ il ruolo di uomo immagine che parla di autonomia differenziata e Ponte sullo Stretto (che al Nord non interessa).
Le decisioni importanti, a partire da quelle sulle candidature alle prossime europee, verranno prese collegialmente. E il primo a saltare potrebbe essere proprio un fedelissimo del capo, quel “mister Papeete” Massimo Casanova che nel 2019 l’allora potente Salvini aveva imposto da capolista in Puglia. Adesso difficilmente riuscirà a farlo rieleggere
(da La Repubblica)

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IL SOCIOLOGO MARCO REVELLI: “PER IL GOVERNO L’ASCENSORE SOCIALE DEVE SERVIRE SOLO A FARTI SPROFONDARE”

Aprile 4th, 2023 Riccardo Fucile

“IGNORANTI E CLASSISTI, SULLA SCUOLA HANNO IDEE DI 50 ANNI FA”

Professor Marco Revelli, siamo alla sostituzione etnica capovolta. I nuovi italiani disoccupati dovrebbero andare nei campi e far fuori gli africani che negli anni hanno sostituito i vecchi italiani.
Sostituzione etnica autoctona della sostituzione etnica. Materiale umano di scarto da mandare nei campi anziché pagargli il divano letto, l’ozio da Reddito di cittadinanza. Questo mi pare il messaggio del ministro alla faciloneria e alla contraffazione dell’intelligenza. Doveva trovare un modo per attaccare quella misura mica dare un senso e una soluzione ai problemi del suo ministero…
Lei di Lollobrigida non ha grande stima
Ho scorso il suo curriculum, ho letto che si è laureato all’università telematica Cusano (te-le-ma-ti-ca e ho detto tutto). Nelle sue fatiche giovanili, purtroppo, neanche mezzoretta con la zappa o con altri strumenti manuali e nemmeno impegni intellettuali, ancorché modesti. Zero carbonella. Un patriota sfaccendato, diciamo così.
Eppure non pensa che la proposta così banalizzata – e cioè meglio il lavoro nei campi ai giovani disoccupati che farli stare a casa a percepire il Rdc che tutti noi paghiamo – faccia presa, produca sostenitori?
Temo di sì. In una società dove una quantità di gente vive in sofferenza ed è piegata dal rancore per un’esistenza così poco apprezzabile e gratificante, questa proposta indiscutibilmente classista, culturalmente regressiva farà strada.
Perché regressiva?
Perché divide la società in classi senza possibilità che gli ultimi possano mutare il loro destino di ultimi. Una umanità di scarto, con l’handicap di una situazione familiare difficile o economicamente fragile, ha la prospettiva di una vita di basso livello destinata alla fatica delle nude braccia. Solo chi non conosce nulla di ciò che ritiene di dominare potrebbe immaginare tra l’altro che in agricoltura si vada così, alla cieca. Sono mansioni che devono essere sostenute da una capacità, una formazione, una dedizione. Per dire: gli albanesi costruiscono, per tradizione, meravigliosi muretti a secco; i macedoni sono bravissimi a coltivare i vitigni. E sono tutti lasciti antichi, nutrimenti familiari. Sono preziose tessiture ereditate dai padri e dai nonni.
La premier parla di un liceo del made in Italy, una sorta di mega istituto agrario.
Ai miei tempi, dopo le elementari, c’erano le medie per i ricchi e l’avviamento professionale per i meno abbienti. A dieci anni alcuni miei compagni, i cui genitori erano poveri, sono stati destinati all’avviamento, a prendere in mano la lima anziché studiare il latino. Una vita decisa ancor prima di conoscere la vita, un ascensore sociale che ti fa sprofondare anziché portarti ai piani alti.
Così le appare questo mega istituto agrario?
Naturalmente so bene che gli istituti tecnici sono davvero preziosi.
L’istituto alberghiero ha fatto ancora più grande e ricca la cucina italiana e tutta la filiera dell’ospitalità.
Non c’è alcun dubbio. Quel che contesto è il denso residuato classista che anima questa idea.
La destra è connessa con la società?
Non la capisce proprio. È un fronte della faciloneria con la testa ripiegata all’indietro, ma la destra gode di una specie di rendita vitalizia.
Rendita vitalizia?
Il disordine sociale, questo paradosso di così tanti in cerca di occupazione e così tante difficoltà per gli imprenditori di trovare lavoratori è figlio di una nuova cultura della vita e del lavoro. I giovani rifiutano di fare i salariati a vita, scelgono moduli di occupazione a noi anziani sconosciuti. Sono multitasking, fanno tante cose in una giornata, accettano di vivere con poco. Sono lontani dai nostri traguardi. E nella società il ceto che resta maggioritario, che nelle urne decide chi governa, che non capisce e non si adegua al nuovo, alimenta risposte ideologiche retrive come questa della manodopera di scarto. Vota a destra.
Se la destra è sconnessa alla società, la sinistra sembra totalmente fuori gioco.
Internet è un’enorme caldana che brucia le vecchie forme di vita e di lavoro e costruisce nuovi modelli che spesso sono provvisori, limitati, approssimativi. La precarietà è la pertica intorno a cui tutto gira. Ma ancora siamo al tempo della sperimentazione, e la sinistra non ha parole né idee di questo tempo nuovo.
(da Il Fatto Quotidiano)

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LA MELONI PUNTA ALLA SCUOLA AUTARCHICA

Aprile 4th, 2023 Riccardo Fucile

LA FUGA DI GAGS DEI FRATELLI D’ITALIA

La scuola italiana, per Giorgia Meloni, è come la Comune di Parigi o la Moneda di Allende: nelle sue aule si è arroccato il potere sindacale e ogni insegnante è un Gramsci straccione. Ha dunque inventato il “liceo del made in Italy” e sarà la Nazione che, contro il cogito cartesiano, si riappropria del parmigiano, e alla fenomenologia oppone la mozzarella di Battipaglia (ma anche di Bojano) e all’idealismo hegeliano il caciocavallo di don Benedetto di cui va ghiotto, ça va sans dire, il ministro Sangiuliano.
E, a proposito, va segnalato, quanto meno all’Accademica dei Lincei, che il principale consulente del ministro non è il troppo libero Sgarbi ma quel Francesco Giubilei che a Nazione Futura, blog neo marinettiano, aveva messo a punto il restyling (ops, pago la multa all’italianista Rampelli), del famoso “Trattato dei pantaloni a cacarella” di Bagnacavallo.
Oggi ci tocca dunque “il liceo del made in Italy”, che sarebbe la scuola autarchica, l’orticello di casa, non inventato da uno dei soliti svalvolati, Donzelli, Fazzolari, Rampelli, La Russa o Sangiuliano…, ma da Meloni medesima, ospite d’onore al Vinitaly, in carne ossa e bollicine (italiane). E, come si dice a Roma, “ma de che voi parlà” al Vinitaly se non inventarti “il liceo del made in Italy”, con l’applauso di tutti quei ministri che davvero a Verona erano più numerosi che in Consiglio dei ministri?
Cos’è il liceo del Made in Italy? Meglio lasciar perdere per non finire nello stupidario del derby tra l’istituto professionale che, secondo Giorgia, appartiene alla destra, vale a dire alla saggezza d’er popolo di Trilussa, e il liceo classico, che sarebbe di sinistra, l’élite dei radical-chic nei loro “famosi momenti di consapevolezza ultraterrena” diceva Umberto Eco.
Del resto, tavevamo già vissuto la fatwa contro i diabolici telefonini, l’uso delle armi in classe e il dovere di punire lo scolaro. E meno male che non si sono (ancora) ricordati che vent’anni fa nacque in Francia, a Rouen, il “Movimento in difesa del calcio nel sedere” per solidarizzare con la pedata che un prof esasperato aveva rifilato a uno studente.
Comunque sia, giganteggia già, nell’iconografia di questo Vinitaly, la foto di gruppo, che è la memoria di ogni festa. E vedrete che diventerà epica, come quella dei Bersaglieri con i fucili puntati sulla Breccia di Porta Pia, questa foto dei “Giorgiaglieri” con i bicchieri puntati, tutti felici col prosecco, al punto che persino Antonio Tajani, per la prima volta, non ha l’aria del salsiccio ingrugnito e ha assunto anche lui quella bibens dei giovanotti de ‘sta Roma bella: “è mejo er vino de li Castelli che questa zozza società”.
Il nostro ministro degli Esteri era soddisfatto perché si era appena cointestato con il ministro-cognato la battaglia “fermiamo l’ondata neo-proibizionista contro il vino”.
Ma dov’è quest’ondata? Si capisce solo che ce l’hanno con la sinistra che, secondo loro, ha maltrattato il vino come “ha distrutto gli istituti tecnici” hanno denunciato ieri Giorgia Meloni e la sua ministra Santanché che si sono consegnate insieme alla satira dell’estro e dell’allegria.
Ed è un peccato che nessun professore di liceo abbia loro raccontato le vite di Marx, che senza vino non sarebbe riuscito a scrivere il Capitale, e di Engels, che conosceva i vini meglio di Angelo Gaja, e il cui ultimo acquisto, prima di morire, fu la fornitura di 156 bottiglie di Champagne, pagate e non ritirate.
Tutto il governo ci ha spiegato che il vino “fa bene, ma con moderazione”, e via con il latinorum nazionale: cum grano salis, festìna lente per Svetonio e cum judicio per Manzoni, e, pissi pissi bau bau. Erano soprattutto il governatore del Veneto, Luca Zaia, e il cognato Francesco Lollobrigida a insistere, esponendo persino i quadri di Caravaggio e di Guido Reni e citando Mario Soldati. “Siamo contro gli ubriachi” ribadivano ad ogni sorso. E vorrei vedere: gli ubriachi, secondo loro, sono solo a sinistra. E quando, per errore di natura, sono italiani, di sicuro gli ubriachi non sono patrioti.
Abbiamo appreso al Vinitaly che tra i pensieri spettinati della destra nazionale non ci sono né i paradisi artificiali dei francesi, né le sbornie tristi dei nordici che s’attaccano alla bottiglia anche per strada e finiscono a dormire per terra, stesi sul proprio vomito. Lo straniero, infatti, succhia, aspira, tracanna, gargarizza, liba, lappa, sorbisce, ingolla, alza il gomito, s’inebria, ingurgita, scola, vuota, si ubriaca, pinta, pompa, si imbiba e rutta, mentre l’italiano, si sa, sorseggia, centellina, assorbe, si disseta, sorbisce, bevucchia, sbevicchia, assapora, assaggia, assume, gusta, degusta, schiocca e scioglie la lingua, spilla, distilla e scintilla. Solo Nietzsche, che è di destra nonostante Cacciari, aveva capito che l’Homo Bibens, il famoso Zaratustra, è il ponte verso il Superuomo, liquido e italiano.
Ma torniamo ai meriti di Giorgia Meloni, il presidente che i retroscenisti, con finta impertinenza, ci raccontano arrabbiata e sopraffatta da tutte queste fascio-fesserie (fascisterie) da circo. Ecco: non è vero. C’è sempre lei a dirigere la masnada, e va bene che va a lezione da Mattarella che sul Pnrr l’ha affidata a due insegnanti di sostegno d’eccellenza, Mario Draghi e Paolo Gentiloni, ma poi, quando se ne presenta l’occasione, anche Giorgia non resiste e si concede al revanscismo, alla voglia di rifare l’Italia, come gli sconfitti avevano sempre sognato. E perciò ogni volta che può si misura con la vendetta creativa, nazionalista, sovranista ma, purtroppo per tutti noi, anche ridicola.
Di sicuro, il liceo del Made in Italy di Meloni è più fantasioso della guerra alle parole che Rampelli ha battezzato “forestiere” e che Mussolini chiamava “ostrogote”, ma viene surclassato dalla messa fuorilegge della carne sintetica, che vieta un cibo di laboratorio che non è in commercio e che nessuno sa quando e quanto davvero influirà sull’alimentazione, visto che gli scienziati ci stanno ancora lavorando. Certo, fa sempre piacere a un reazionario fermare la scienza, ma la destra italiana non odia la bistecca senza spargimento di sangue perché potrebbe un giorno fare concorrenza ai mattatoi e dare gentilezza ai macellai pure in metafora, ma perché stravolge la tradizione del suo mondo immaginario, da quello di Ettore Petrolini, “ho comprato i salamini e me ne vanto”, a quello del geniale Benito Jacovitti che gli uomini li faceva a forma di salame e li tagliava pure a fette.
Alla fine, dunque, quel che ci resta del Vinitaly, insieme all’epica foto d’epoca, è la conferma che sotto il tendone da circo di Ignazio La Russa c’è lei, nel doppio ruolo dell’impresario e del regista.
Una volta al giorno fuoriescono dal sottosuolo, che non è quello di Dostoevskij sulla Prospettiva Nevski, ma è quello di Rampelli sul Colle Oppio, sfoghi e soffioni di gas, fascista forse, esilarante sicuro: fughe di gags.
(da La Repubblica)

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FORZA ITALIA E’ PIENA DI MOROSI, PAGANO BERLUSCONI E FAMIGLIA: “MELONI CI AIUTI”

Aprile 4th, 2023 Riccardo Fucile

MOLTI PARLAMENTARI E CONSIGLIERI REGIONALI NON PAGANO LA QUOTA

“Le prospettive sono pessime, anche i dipendenti sono molto preoccupati”. A 87 anni Alfredo Messina – per una vita in Fininvest e poi in Forza Italia, di cui è tesoriere – ha ancora le sue belle grane nello star dietro ai morosi del partito. “Soprattutto i consiglieri regionali – ci dice durante una delle sue trasferte milanesi del lunedì – Bisogna che il governo faccia qualcosa per il finanziamento pubblico ai partiti. E non capisco neanche il tetto massimo di 100 mila euro all’anno per ogni finanziatore privato”.
La lista della spesa per Giorgia Meloni è esplicita, insomma. Anche perché Forza Italia costringe agli straordinari il portafoglio di famiglia dei Berlusconi: come negli anni passati, anche nel 2023 gli affetti più cari dell’ex Cavaliere hanno garantito alle casse di FI il massimo che la legge Spazzacorrotti consente.
Centomila euro ciascuno, già donati tra la fine di febbraio e marzo dal fratello di Silvio, Paolo Berlusconi, e dai figli Marina, Luigi ed Eleonora. Con i 100 mila euro bonificati invece attraverso la Fininvest, il tesoretto sale a mezzo milione, in attesa che si aggiungano le offerte degli altri due figli dell’ex premier.
Ma non è abbastanza: “Le prospettive sono negative, considerando il calo degli eletti e la perdita di adesioni. Siamo passati da 70 dipendenti a 12, ma ridurre i costi più di così è impossibile”. Messina è alle prese con gli imboscati, ovvero parlamentari o consiglieri regionali che dovrebbero versare ogni mese almeno 900 euro, ma preferiscono tenersi lo stipendio per intero.
A ridosso dello scioglimento anticipato delle Camere, qualcuno si è messo in regola anche per guadagnare punti nella spietata corsa alla rielezione (vedi Maria Elisabetta Alberti Casellati, che l’estate scorsa ha versato quasi 28 mila euro). Chi però non si è assicurato un posto al sole e aveva arretrati da decine di migliaia di euro al momento della composizione delle liste – per esempio Dario Bond, Domenico De Siano e Antonio Ruggieri – ha lasciato Parlamento (e talvolta partito) senza preoccuparsi di saldare. E poi ci sono gli attuali parlamentari, un po’ anarchici sulle restituzioni: persino il neo-capogruppo Paolo Barelli nella nuova legislatura non ha ancora scucito assegni, anche se – come accaduto in passato – potrebbe poi accorpare le quote in uno o due versamenti annuali. Idem Paolo Emilio Russo, tra i più vicini all’ex Cavaliere, ma ancora senza donazioni.
Il vero buco nero però, dice Messina, è nelle Regioni: “Noi mandiamo solleciti, ma è complicato rintracciarli tutti, perché spesso ci dicono di aver donato alle federazioni locali”.
A Roma la situazione è critica e ci si appella al governo: “Sul finanziamento pubblico ho proposto il modello tedesco, con rimborsi rigorosi in base a quanto un partito spende. Qualcosa bisogna fare”.
E se non arrivano i soldi dei contribuenti, si dia almeno il “liberi tutti” ai donatori privati: “Non capisco perché sia stato messo il limite dei 100 mila euro all’anno. Nel momento in cui è tutto registrato e trasparente, perché inserire questo tetto?”. A Meloni e ai suoi, ora, la responsabilità di mettersi una mano sul cuore.
(da Il Fatto Quotidiano)

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FORMAZIONE AL SERVIZIO DELLE IMPRESE: IL LICEO DELLA MELONI E’ MADE IN CONFINDUSTRIA

Aprile 4th, 2023 Riccardo Fucile

“NON PIU’ SOLO SANTI, POETI E NAVIGATORI”, MA ANCHE AGRICOLTORI

Non più solo “santi, poeti e navigatori”, ma anche agricoltori. L’orizzonte del governo Meloni per l’Italia è piuttosto rurale a giudicare dalla quantità di retorica, e ministri (ben sei) piovuti ieri sulla fiera Vinitaly, a Verona, con il compito di coccolare la filiera agroalimentare.
Che Giorgia Meloni abbia a cuore questo settore si era capito già dalla sua prima uscita pubblica, fresca vincitrice alle elezioni di settembre, quando andò all’assemblea di Coldiretti accolta come una santa. Ma è stato chiaro anche dalla nomina del cognato, il ministro Francesco Lollobrigida, a capo del ministero dell’Agricoltura, ormai Masaf: dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste.
Ma che liceo
Ieri la presidente del Consiglio ha voluto rinvigorire questo afflato insistendo sulla bontà e superiorità dell’Istituto tecnico agrario, inviando così un altro messaggio prediletto: “In un mondo in cui è stato detto che se avessi scelto il liceo avresti avuto un grande sbocco nella tua vita, e se invece avessi scelto un istituto tecnico avresti avuto opportunità minori – ha spiegato – dimentichiamo che in questi istituti, l’agrario ad esempio , c’è una capacità di sbocco nel mondo del lavoro più alto di quelli che danno altri percorsi di formazione. Per come la vedo io, questo è il liceo!”.
Con buona pace delle radici classiche della cultura italiana accantonate momentaneamente per far posto alla vanga. La cultura classica, del resto, da qualche decennio è sinonimo di perdita di tempo e parassitismo. E sembra quell’impostazione che faceva dire allo stesso Lollobrigida, domenica, e poi di nuovo ieri a Meloni, che chi percepisce il Reddito di cittadinanza grava sulle spalle degli altri invece di mettersi utilmente a lavorare nell’agricoltura. Una fissazione che il ministro-cognato ieri ha provato a rettificare, ma che non cambia la sostanza.
Da qui la proposta avanzata di nuovo ieri dalla presidente del Consiglio, di un “liceo del Made in Italy” per il lavoro agricolo, che dovrebbe valorizzare il settore: “C’è una storia, una letteratura, una filosofia del vino”. In questo vino studierai, potrebbe essere il motto d’ordinanza.
Ma al di là della retorica, l’espediente serve soprattutto a riproporre gli istituti tecnici come motore dell’attività formativa. Lo fa capire la ministra al Turismo, Daniela Santanchè, quando dice che è finita la pacchia dei licei, professata dalla “sinistra” ed è ora di mettere in primo piano la formazione tecnica. Al di là di un provincialismo retrogrado e di una visione sfuocata dei giovani italiani fortemente orientati a una visione globale, almeno a giudicare da quanti lasciano il Paese, l’insistenza del governo serve ad alzare la palla a un progetto che sta a cuore a Confindustria e che costituisce la vera “missione” del ministero guidato da Giuseppe Valditara: garantire il flusso diretto e ininterrotto tra scuola e azienda.
Si tratta di una delle maggiori continuità con il governo Draghi che nella riforma degli istituti tecnici, organizzata all’interno del Pnrr, puntava a orientare la formazione superiore alle discipline del piano “Industria 4.0”, “per connettersi al tessuto socioeconomico e valorizzare la didattica per competenze” e a realizzare “Patti educativi 4.0”, affinché “istituti, imprese, enti di formazione, Its Academy, università e centri di ricerca condividano risorse professionali, logistiche e strumentali”. E così via.
Studiare per l’impresa
Come sottolineava recentemente in un’intervista il vicepresidente di Confindustria, Giovanni Bugnoli, “occorre rilanciare gli istituti tecnici in chiave di maggiore digitalizzazione 4.0 e legame con il territorio. L’industria sta cambiando a una velocità impressionante e se gli studenti vogliono vedere un macchinario di ultima generazione lo possono vedere solo in un’azienda”.
Notando poi che negli Its Academy (gli istituti tecnologici superiori post-diploma, ndr) “il 60% della docenza proviene dal mondo del lavoro”, Bugnoli si chiedeva: “Perché non far entrare docenti provenienti dalle aziende anche negli istituti tecnici?”. Un bel pacchetto integrato, che ovviamente sfrutta il bisogno di avere prospettive lavorative certe per i giovani, ma che struttura un sistema formativo impresa-centrico, gettando a mare migliaia di studi e teorie sul valore formativo della cultura generale e sugli aspetti critici dell’istruzione.
Il Pnrr, del resto, stanzia oltre 30 miliardi per la “missione 4” dedicata a Istruzione e Ricerca e i temi finora evidenziati occupano una parte importante del piano: la riforma degli istituti tecnici, infatti, “mira ad allineare i curricula degli istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese”. E così anche per gli Its che vanno inseriti “nel sistema ordinamentale dell’Istruzione terziaria professionalizzante, rafforzandone la presenza attiva nel tessuto imprenditoriale dei singoli territori”. Il Pnrr, a riprova della trasversalità di questa impostazione, cita come riferimento il “modello Emilia-Romagna” dove “collaborano scuole, università e imprese”.
Dietro “l’amor di Patria” e l’esaltazione del vino, dunque, si nasconde neanche poi tanto, un progetto di ridisegno del futuro del Paese che è fortemente in sintonia con il mondo dell’impresa e della filiera agroalimentare, non a caso Coldiretti ha salutato subito l’idea del liceo Made in Italy come proposta di “grande valenza per l’agroindustria”
Lavoro a perdere
A parte l’idea non certo avveniristica di immaginare il futuro italiano centrato sulla “vigna” e poi sulla ristorazione e il turismo, non va sottovalutato come questi siano i settori a più alta intensità di sfruttamento e precarietà. Secondo la Filcams-Cgil nel turismo è precario “il 41% dei lavoratori rispetto al 22% del totale dell’economia nazionale”; più del 55% dei lavoratori è a chiamata.
Risuona ancora la realtà di un servizio realizzato da Report nel settore della ristorazione, che mostrava irregolarità anche del 90%. Quanto all’agricoltura è il segretario della Flai-Cgil, Giovanni Mininni, che, intervistato dal fattoquotidiano.it, invita i giovani a fare attenzione perché il settore è stato regolamentato al ribasso dal governo: oltre al voucher reintrodotto nella legge di Stabilità, infatti, il governo ha inserito anche “il contratto di lavoro a tempo determinato occasionale” che può “impiegare cassintegrati, giovani, studenti, pensionati, anche i detenuti per un massimo di 45 giorni l’anno”. Giornate cumulate e con una busta paga che arriva “solo alla fine del rapporto di lavoro”: “Inutile dire quanto tutto ciò renda i lavoratori agricoli ancora più precari e ricattabili, possibilmente alla mercé di caporali e sfruttatori che grazie a uno strumento simile possono fare quello che vogliono”. Braccia consegnate all’agricoltura, quindi, ma senza garanzie.
(da Il Fatto Quotidfiano)

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LA DONNA ARRESTATA PER L’ATTENTATO A VLADLEV TATARSKY, A SAN PIETROBURGO, È IL CAPRO ESPIATORIO PERFETTO PER IL CREMLINO. TALMENTE PERFETTO DA SEMBRARE COSTRUITO AD ARTE

Aprile 4th, 2023 Riccardo Fucile

LE COSE CHE NON TORNANO SONO MOLTE, A PARTIRE DAL VIDEO DOPO L’ARRESTO, E DALL’INTERROGATORIO, CHE SEMBRAVA MOLTO BEN “SCENEGGIATO”

Nel video che inchioderebbe Daria Trepova come responsabile della bomba al «cafè Prigozhin» di Pietroburgo non tutto torna.
La prima cosa palese è che la ragazza appare sotto costrizione. Sembra quasi leggere. La seconda è che un video del genere non potrebbe essere registrato senza un avvocato (e Trepova non ha visto avvocato).
La terza è che nel video la giovane ha i capelli corti, mentre nelle immagini diffuse del caffè li ha notevolmente più lunghi. Naturalmente possono averglieli tagliati nella mattinata in cui è stata detenuta. Buon taglio.
C’è però un’altra ragione che suona del tutto implausibile. La conversazione del video avviene così: «Capisci perché sei stata arrestata?». «Capisco». «Per quello?». «Per… direi per esser stata sulla scena dell’omicidio di Vladen Tatarsky». «Cos’hai fatto?». «Ho portato lì una statuetta, che è esplosa». Ma qui interviene un twist molto strano: «Chi te l’ha data?». Daria risponde: «Posso dirvelo più tardi?». Proprio come se fosse una sceneggiatura. La sceneggiatura del Fsb, che si riserva di indicare altri colpevoli e complici.
Tutto questo stride con l’enorme rapidità con cui questa presunta attivista no war è stata offerta in pasto a tutti i media russi, con le sue foto, i suoi profili social, il suo marito. Secondo il canale «Shot», la prima cosa che la ragazza ha detto mentre l’arrestavano è stata appunto gridare: «Sono stata incastrata! Mi stavano solo usando!».
Naturalmente, Fsb e Ministero dell’Interno russi puntano ad altro; e accusano gli ucraini. Ed è ovvio che a Kiev neghino il coinvolgimento nell’esplosione, il fatto è che il governo ucraino viene assolto anche da Evgheny Prigozhin, il capo di Wagner, che ieri ha spiegato: «Per quanto riguarda la morte di Daria Dugina, sì, tutto è simile. Ma non incolperei il regime di Kiev per queste azioni. Penso che ci sia un gruppo di radicali che è poco legato al governo. Ecco come lo chiamerei».
Prigozhin si è astenuto dallo specificare se questi «radicali» fossero ucraini. Sa bene […] che l’assassinio di Tatarsky suona anche come un altro colpo ai deliri di potere del capo di Wagner. Un colpo targato direttamente Fsb?
(da agenzie)

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CHI HA UCCISO VERAMENTE TATARSKY? L’ACCUSA A DARYA TREPOVA, LA PISTA UCRAINA E QUELLA DEI PARTIGIANI RUSSI

Aprile 4th, 2023 Riccardo Fucile

MA C’E’ CHI PARLA DI DISSENSO INTERNO E DICE CHE IL VERO OBIETTIVO E’ PUTIN

Chi ha ucciso Vladlen Tatarsky? Il blogger Maksim Fomin è morto in un attentato a San Pietroburgo nel Patriot Bar dove si riuniva il Kiberfront-Z, un’organizzazione patriottica. Il locale sarebbe di proprietà di Yevgeny Prigozhin, capo del gruppo Wagner.
La polizia russa ha arrestato ieri quella che considera l’esecutrice dell’attentato. Ovvero Darya Trepova. Accusata di aver portato la statuetta che doveva ricevere come premio Tatarsky e che invece era imbottita di dinamite. Lei invece dice di essere stata incastrata. E suo marito sta con lei.
Intanto Mosca ha le idee chiare sull’attentato: accusa l’Ucraina e i sostenitori di Navalny. «Il regime di Kiev è dietro l’assassinio sia di Darya Dugina (figlia 30enne del filosofo ultranazionalista russo Alexander Dugin, ndr) e molto probabilmente dietro l’assassinio di Fomin», ha concluso il funzionario russo, ha detto ieri Dmitry Peskov.
L’omicidio di Fomin e quello di Dugina
Di certo, spiega oggi il Corriere della Sera, tra l’omicidio di Fomin e quello di Dugina ci sono molte analogie. L’indagine delle autorità si basa su testimonianze e immagini delle telecamere di sicurezza. Nelle quali si vede Trepova che si presenta con il regalo per Tatarsky. Alla porta l’avevano respinta ma è stato proprio il blogger a invitarla a entrare. Nei mesi scorsi aveva ricevuto minacce. Nel video si vede che la statuetta viene passata da un uomo. Poi la deflagrazione. L’accusa all’Ucraina, spiega il quotidiano, è credibile se non altro perché ci sono precedenti. Prigozhin invece, in maniera piuttosto criptica, ha chiamato in causa altri ambienti, quelli radicali, per l’organizzazione dell’omicidio. Poi si è attribuito la presa di Bakhmut con dedica a Tatarsky, circostanza smentita da Kiev ma che fa capire che si giocano due partite: quella dell’indagine e quella della propaganda.
La colpevole perfetta
D’altro canto Darya Trepova è la colpevole perfetta. Nata nel 1997, frequenta circoli di femministe nella città e fa attivismo politico. Usa come pseudonimo quello di Dasha Tykovka, che significa “Piccola zucca”. Ha lavorato come commessa in un negozio di abiti vintage, ha frequentato la facoltà di medicina, si è trasferita qualche mese fa a Mosca. È tornata a San Pietroburgo solo in occasione dell’attentato. Il 2 aprile doveva andarsene dalla Russia. Lei e suo marito Dmitrj Rylov sono stati fermati il 24 febbraio 2022 durante un comizio contro la guerra in Ucraina. Lei si è presa dieci giorni di arresto amministrativo. Il marito fa parte del Partito Libertario e ha fatto sapere di non avere nulla a che fare con l’accaduto. Secondo le amiche di lei il matrimonio è stato una formalità. «Lei pensava che nel busto fosse nascosto un congegno di ascolto», ha detto lui per scagionarla.
L’accusa e la difesa
Lo scorso 9 marzo Darya Trepova si era infatti iscritta al Registro statale dei liberi professionisti elencando le sue attività: produzione di abbigliamento e accessori. Questo un po’ stona con il ritratto di una dissidente pronta a uccidere. Un suo amico è stato arrestato. «Sono sicuro che lei non avesse idea di cosa stava per portare in quel bar. Ho parlato con lei dopo l’esplosione, ma dal nostro colloquio era chiaro come fosse certa che dentro il regalo era stato messo un dispositivo d’ascolto. Ma sicuramente non doveva essere una bomba», ha specificato ancora il marito. «Potrei essere morta lì. Vorrei essere morta lì. Sono stata incastrata», avrebbe scritto invece lei in un messaggio a un’amica poi cancellato.
La Repubblica invece racconta che Trepova aveva detto ai suoi amici di aver trovato lavoro per alcuni giornalisti ucraini. I suoi incarichi prevedevano la consegna di pacchi, inclusa la statuetta per Tatarsky. Secondo alcuni testimoni lo conosceva già. Aveva scambiato messaggi con lui e il 28 marzo aveva seguito una sua conferenza all’Università nuova di Mosca.
I partigiani russi
Ilya Ponomarev, politico russo in esilio in Ucraina, ha detto invece ieri all’AdnKronos che «ovviamente il governo ucraino non ha niente a che fare» con l’attentato. «Sono stati i partigiani russi», per la precisione «un gruppo locale di San Pietroburgo. Conosco le persone che sono dietro l’attacco, ma non posso rivelare nulla. Sono loro che devono fare una dichiarazione pubblica e non voglio fare niente contro la loro volontà», ha sostenuto l’ex deputato della Duma, precisando di non aver mai sentito il nome di Darya Trepova. «Non ho mai sentito il suo nome prima. Non ci conosciamo, quindi non posso dire nulla al riguardo», ha detto. E non ritiene l’attentato un segnale alla Wagner: «È stato un segnale in generale per le élite russe che Putin non è in grado di proteggere nessuno, che tutti sono in pericolo e che se si sostiene la guerra è meglio stare attenti».
Un paese in guerra
Per il politico in esilio la Russia è «un paese in guerra e un paese in guerra, per definizione, non può essere un luogo sicuro». Secondo il dissidente questi sono i segnali che indicano «un aumento continuo dell’instabilità interna in Russia» e che «a resistenza c’è e crescerà. E ovviamente continuerà a fare pressione sui circoli pro-guerra. Non si tratta di un qualcosa di cui i civili devono aver paura, ma comunque la guerra sta arrivando in Russia».
Ponomarev ritiene infine che Putin stia perdendo forza, non sia più lucido né in grado di guidare la Russia. «Sta diventando sempre più debole, agisce di impulso su molte questioni e non sembra una persona che abbia una strategia politica o militare coerente. E mentre sul campo di battaglia l’esercito russo non può ottenere alcun risultato, all’interno della Russia sempre più persone iniziano a considerare Putin come un’anatra zoppa, come una persona incapace di guidare il paese».
(da Open)

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CASO COSPITO: “E’ CONDANNATO PER TENTATA STRAGE MA LE BOMBE NON POTEVANO UCCIDERE”

Aprile 4th, 2023 Riccardo Fucile

IL VIDEO DI REPORT MOSTRA GLI EFFETTI LIMITATI DELL’ESPLOSIONE: “NON POTEVA CAUSARE UNA STRAGE”… E IL TIMER ERA COLLOCATO PER L’ESPLOSIONE ALLE 3 DI NOTTE

Nella puntata in onda ieri, 3 aprile 2023, il programma d’inchiesta Report ha mostrato alcuni documenti esclusivi sul caso di Alfredo Cospito, anarchico che si trova in carcere in regime di 41 bis e che porta avanti uno sciopero della fame da oltre cinque mesi per protestare contro le condizioni in cui è detenuto.
Cospito è condannato per due reati: il primo è l’aggressione a Roberto Adinolfi, amministratore delegato di Ansaldo, per il quale l’anarchico ha ricevuto una condanna a dieci anni di carcere.
Ma la condanna all’ergastolo è arrivata per attentato alla sicurezza dello Stato, un reato introdotto in Italia durante il fascismo che – come sottolineato da Report- non è mai stato applicato in casi più noti come le stragi di piazza Fontana, stazione di Bologna e Capaci.
Cospito, invece, è stato condannato per aver piazzato due ordigni esplosivi al di fuori della caserma di Fossano, in provincia di Cuneo. Un reato del quale si è sempre professato innocente.
I dubbi sulla condanna di Cospito: gli ordigni erano potenti “come fuochi d’artificio
Secondo il tribunale di Torino, le esplosioni – che non hanno causato morti né feriti – avrebbero potuto provocare una strage. In più, lo Stato è stato messo in pericolo “per la rivendicazione del gesto”.
Secondo i documenti mostrati da Report, però, quegli ordigni non avevano il potenziale di uccidere. Si trattava, infatti, di due cariche da circa 500 grammi di polvere pirica piazzate in due bidoni dell’immondizia. Nelle parole dell’avvocato di Cospito, Flavio Rossi Albertini: “Stiamo parlando di fuochi d’artificio di capodanno per intenderci, non stiamo parlando di tritolo o di esplosivo ad alto potenziale”.
Un filmato girato il giorno dopo le esplosioni ha mostrato la scena: i due cassonetti a fianco di quello che conteneva l’ordigno sono rimasti intatti. Secondo la ricostruzione di Report, quindi, è difficile credere che con una potenza del genere si sarebbe potuta verificare una strage. Anche se all’interno, oltre alla polvere esplosiva, c’erano delle biglie e sfere di metallo: “Esattamente come in altri analoghi episodi”, ha spiegato Albertini, “dove è stato dimostrato l’assoluta assenza di volontà degli autori di ledere o colpire qualcuno. In realtà sono meramente intimidatori”.
Un altro elemento sugli esplosivi per i quali Cospito è stato condannato è l’orario della detonazione: le 3 di notte. Mentre l’accusa ha sostenuto che questo fosse stato il frutto di un errore, l’avvocato dell’anarchico ha affermato: “C’era un temporizzatore, per cui la volontà degli attentatori era che scoppiassero a quell’orario. Quando non c’era nessuno”.
L’avvocato ha anche sostenuto che il contatto di Cospito con alcuni boss mafiosi in carcere sia stato intenzionale: quando il suo era diventato un caso, infatti, il direttore del carcere di Sassari ha scelto di cambiare i vicini di cella e i compagni di ora d’aria dell’anarchico.
La spiegazione ufficiale è stata che lo spostamento si è reso necessario dopo un nuovo ingresso nella struttura, per non mettere insieme nella stessa zona del carcere due persone condannate che facevano riferimento alla stessa area criminale.
(da agenzie)

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LA TRUFFA DEI BONUS EDILIZI A MONZA: 90 MILIONI DI EURO SEQUESTRATI

Aprile 4th, 2023 Riccardo Fucile

CONTESTATO IL REATO DI TRUFFA AGGRAVATA A 48 AZIENDE DEL SETTORE

Truffa aggravata, autoriciclaggio e indebite compensazioni di crediti fittizi. Questi i reati contestati a 48 soggetti economici tra ditte individuali e società dalla Guardia di Finanza di Monza.
La procura di Monza ha effettuato il sequestro preventivo di 90 milioni di euro. L’indagine è partita da segnalazioni antiriciclaggio e alert di rischio emersi nei confronti di un soggetto di origine calabrese residente in provincia di Monza e della Brianza, commercialista e revisore legale dei conti.
Il professionista avrebbe effettuato operazioni di acquisto di crediti per un valore di 13 milioni di euro da un’amplia platea di persone fisiche (riguardanti interventi edilizi della tipologia “Bonus facciata 90%” ed “Eco-bonus 65%”). A loro volta seguite da cessioni a catena dei medesimi crediti, per lo più lo stesso giorno, per poi essere infine monetizzati presso Poste Italiane.
L’indagine
L’indagine della Procura di Monza ha consentito di acquisire numerosi indizi su un vasto e ripetuto sistema fraudolento gestito da più persone fisiche. Ma anche la costituzione di 48 soggetti economici tra ditte individuali e società (con domicilio fiscale in tredici regioni italiane). Che servivano per la circolazione di crediti d’imposta inesistenti e per ottenere ingenti quantitativi di liquidità.
Attraverso l’utilizzo illecito della cessione dei crediti fiscali tra il 2020 e il novembre 2021. Sono state approfondite circa 700 posizioni di persone fisiche che per prime avrebbero ceduto i crediti per l’esecuzione di presunti interventi edilizi.
Gli inquirenti hanno riscontrato una serie di elementi indiziari convergenti che hanno denotato la natura fittizia dei crediti. Tra queste l’assenza (per quasi metà delle posizioni) di unità immobiliari intestate ai richiedenti, la mancanza dei cosiddetti bonifici parlanti, la duplicazione delle cessioni di credito a più soggetti per lo stesso importo, ma con codici tributo differenti, persone con redditi esigui o percettori di reddito di cittadinanza.
Le denunce
Alla fine 48 persone fisiche sono state denunciate per i reati di truffa aggravata, autoriciclaggio e indebite compensazioni. E sono state anche oggetto di sequestro impeditivo e quello preventivo finalizzato alla confisca, per circa 90 milioni di euro. Di questi: 38 milioni di euro di crediti d’imposta ancora giacenti nei cassetti fiscali degli operatori economici coinvolti ovvero di Poste Italiane, quest’ultima estranea alla realizzazione della frode e parte offesa del reato. 51 milioni di euro tra disponibilità finanziarie, quote sociali e beni (30 unità immobiliari, tra cui 3 ville a Venezia e Massa, una Porsche) nei confronti dei soggetti economici e delle persone fisiche indagate che hanno ottenuto, una volta liquidati i crediti fittizi, profitti illeciti trasferiti in parte anche verso conti esteri. Infine, circa 200 mila euro nei confronti di due soggetti che avevano proceduto a compensare illecitamente i crediti di imposta.
(da Open)

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