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SI È DISCUSSO DI POLTRONE DA OCCUPARE SENZA MAI DISCUTERE NEL MERITO SE I CAPI AZIENDA DA SOSTITUIRE O DA CONFERMARE ABBIANO OPERATO BENE O MALE DURANTE I LORO MANDATI

Aprile 13th, 2023 Riccardo Fucile

SE SCELTE ANCHE VALIDE VENGONO CONTROBILANCIATE DA PATTEGGIAMENTI SU ALTRE, SI RISCHIA DI ALLARMARE GLI INVESTITORI PRIVATI DAI QUALI PROVIENE UNA FETTA CONSISTENTE DEL CAPITALE AZIONARIO

Un leader che vuole durare deve tentare di guardare più in là dei partiti che lo sostengono; deve almeno far mostra di sottrarsi a patteggiamenti di potere quando si tratta di aziende che hanno un peso importante nell’economia del Paese. Giorgia Meloni ha intrapreso questa sfida con ambizione ma deve accettare compromessi.
Comunque vada, dopo un accordo frutto di vari do ut des, le nuove dirigenze societarie che usciranno da questa prova saranno meno forti. Non va bene, proprio in una fase in cui nuovi importanti investimenti, quelli legati al Pnrr, richiederanno anzi maggiore incisività ed efficienza, specie da parte di chi si occupa di energia.
Si è discusso di poltrone da occupare senza mai discutere nel merito se i capi azienda da sostituire o da confermare abbiano operato bene o male durante i loro mandati; se alcune scelte fossero buone o cattive, o se semplicemente, dopo anni che la stessa persona è alla guida, si ritiene preferibile un ricambio.
Le questioni di sostanza restano eluse. L’Eni ha saputo realizzare in poco più di un anno prima sotto il governo Draghi poi sotto l’attuale, una conversione rapida delle forniture per svincolarsi da Mosca. Però non si è mai chiarito se le alternative ora sfruttate, come l’Algeria, fossero state disponibili già da prima e perché fossero state scartate. Se scelte anche valide vengono controbilanciate da patteggiamenti su altre, si rischia di allarmare gli investitori privati dai quali proviene una fetta consistente del capitale azionario. Sarà lecito domandarsi se d’ora in poi le mosse aziendali saranno sottoposte a maggiore influenza politica.
Negli anni ’80, furono queste pratiche perverse – compresa la «lottizzazione» degli incarichi di dirigente fino ai livelli intermedi – a completare il dissesto di aziende già deformate dal loro asservimento a scopi di consenso politico. Alcune furono chiuse, altre vendute; negli anni ’90 nuovi manager capaci dovettero faticare molto per ritrovare l’efficienza, ma per fortuna ci riuscirono. Quei tempi non possono ritornare. Mercati aperti e concorrenziali e azionisti di minoranza attenti non lo permettono.
Ai manager poco disposti a sottomettersi è più facile sbattere la porta. Però in un Paese dall’amministrazione inefficiente e dalla politica sempre assai permeata dalla corruzione le grandi partecipate di Stato svolgono un ruolo cruciale. Tanto più occorre chiarezza se l’attuale maggioranza oscilla tra affermazioni di principio che esaltano l’economia di mercato e comportamenti di fatto che sono invece dirigisti: perché alle libere scelte delle imprese si cercano di sovrapporre fini descritti come strategici (benché spesso vadano a beneficio più di ristrette corporazioni che della nazione intera).
Si apre una fase in cui gli investimenti pubblici saranno molto importanti, a causa del Pnrr e non solo. Per esempio, ci sono campi in cui aziende pubbliche potrebbero rimediare all’incapacità progettuale degli enti locali?
(da La Stampa)

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LE PARTECIPATE DI STATO, IL GRAN PARCHEGGIO DEI TROMBATI, NEI CDA DELLE GRANDI AZIENDE PUBBLICHE LA CARICA DEI RICICLATI (CON RENZI E BERLUSCONI CHE RIESCONO PIAZZANO I LORO)

Aprile 13th, 2023 Riccardo Fucile

UN’APPLICAZIONE PUNTUALE DEL MANUALE CENCELLI. LE 18 POLTRONE DI CONSIGLIERI DI AMMINISTRAZIONE SENZA DELEGHE DI ENEL, ENI, LEONARDO E POSTE SONO STATE RIPARTITE CON IL BILANCINO TRA FDI, LEGA E FORZA ITALIA, CON UN OCCHIO PERÒ ANCHE A ITALIA VIVA DI MATTEO RENZI

È la carica degli sconosciuti, tra trombati alle elezioni, ex assessori regionali ed ex sindaci, lobbisti, qualche docente universitario, commercialisti e avvocati. La spartizione delle poltrone dei candidati ai cda delle grandi Spa pubbliche è stata fatta con un’applicazione puntuale del manuale Cencelli. Le 18 poltrone di consiglieri di amministrazione senza deleghe di Enel, Eni, Leonardo e Poste sono state ripartite con il bilancino tra FdI, Lega e Forza Italia, con un occhio però anche a Italia Viva di Matteo Renzi. In tre cda c’è anche un dirigente del ministero dell’Economia.
La lista dei sei candidati del Mef per il cda di Enel, partecipata con il 23,59% del capitale, comprende quattro consiglieri senza deleghe: Alessandro Zehenter è stato candidato per Forza Italia alle elezioni alla Camera nel 2018, per gli italiani residenti all’estero […] Segue Johanna Arbib Perugia, esponente della comunità ebraica a Roma. Quindi Fiammetta Salmoni, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università Guglielmo Marconi di Roma, con attività imprenditoriali nelle forniture aeronautiche, vicina a Italia Viva. Chiude l’elenco Olga Cuccurullo, dirigente del Mef.
Sei candidati del Mef anche per il nuovo cda dell’Eni, di cui il ministero possiede direttamente il 4,34% e, attraverso Cassa depositi e prestiti un ulteriore 25,76%. Apre la lista dei consiglieri semplici Cristina Sgubin, avvocato, figlia di un ufficiale dell’Esercito, segretario generale di Italo fino al 2016, poi a Leonardo, è stata capo dello staff dell’ad Alessandro Profumo, dal 2021 è segretario generale di Telespazio.
Poi in lista c’è Elisa Baroncini, professore ordinario di Diritto internazionale all’Università di Bologna. È targata Lega Federica Seganti, triestina, presidente della finanziaria regionale Friulia dal 2019, ex assessore regionale, professoressa di Tecnica delle operazioni bancarie all’Università di Udine, siede nel cda della municipalizzata “rossa” bolognese Hera. Infine Roberto Ciciani, dirigente generale del Mef.
Per il cda di Leonardo, controllata con il 30,2%, il Mef ha presentato una lista di 8 candidati. Oltre a presidente e Ad ci sono sei consiglieri semplici, senza deleghe. La prima dell’elenco, Elena Vasco, è segretario generale della Camera di commercio di Milano dal 2015, nominata dal ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi nel governo Renzi, è inoltre nel cda di Fiera di Milano, vicina a Italia Viva.
Quindi Enrica Giorgetti, moglie dell’ex ministro socialista Maurizio Sacconi, lobbista di Farmindustria di cui è dg, vicina a Forza Italia, è stata dal 2004 al 2005 direttore rapporti istituzionali e comunicazione di Autostrade, all’epoca controllata dalla famiglia Benetton. È in quota FdI Francesco Macrì, fresco di assoluzione ad Arezzo dall’accusa di abuso d’ufficio nel processo Coingas, decaduto a novembre 2021 da presidente della holding dell’energia Estra per decisione dell’Autorità anticorruzione.
La Lega ha inserito nel cda di Leonardo il pugliese Trifone Altieri. Quindi Cristina Manara, il cv dice che è manager per la pianificazione territoriale in Confindustria Piemonte. Chiude la lista il dirigente del Mef Marcello Sala.Per il cda di Poste, di cui il Mef possiede il 29,26% e Cdp il 35%, il Mef ha presentato 6 candidati. I quattro consiglieri senza deleghe sono la triestina Wanda Ternau, alle spalle vari mandati nel cda di Ferrovie, sponda Lega, dal 2021 al 2022 presidente di Trieste Trasporti. Il partito di Matteo Salvini ha ottenuto un altro seggio con Paolo Marchioni, ex sindaco di Omegna (Verbano-Cusio-Ossola) dal 2017 al 2022, non rieletto l’anno scorso.
Quindi Matteo Petrella, commercialista, nel cda di Roma servizi mobilità dal marzo 2022. Infine Valentina Gemignani, ex dirigente di Laziodisu (ente per il diritto allo studio), un pallino del ministro Giancarlo Giorgetti e fedelissima di Roberto Garofoli, ex sottosegretario con Mario Draghi. È vicecapo di gabinetto del Mef, ma ha fatto causa al ministero perché non l’aveva promossa a capo dipartimento.
(da Il Fatto Quotidiano)

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LA NOMINA DI ROBERTO CINGOLANI A LEONARDO È “INCOMPATIBILE”: LO DICE LA LEGGE NUMERO 60 DEL 1953, SECONDO CUI GLI EX MINISTRI NON POSSONO RICOPRIRE CARICHE DI NOMINA GOVERNATIVA PER ALMENO UN ANNO

Aprile 13th, 2023 Riccardo Fucile

CINGOLANI SAREBBE INCOMPATIBILE FINO A FINE OTTOBRE 2023, MA ALLA FINE VEDRETE CHE SI TROVERÀ UN CAVILLO, E L’ANTITRUST, CHE SI DOVREBBE OCCUPARE DEL CASO, CHIUDERÀ UN OCCHIO

Alla fine si troverà un cavillo o si farà semplicemente finta di niente, resta però che, secondo la legge, Roberto Cingolani sarebbe incompatibile col suo nuovo altissimo incarico in Leonardo almeno fino a fine ottobre.
La legge è la numero 60 del 1953, che si occupa delle incompatibilità parlamentari e, incidentalmente, le estende ai ministri per la durata di un anno dalla cessazione dell’incarico
La sostanza – siamo all’articolo 1 – è questa: “I membri del Parlamento non possono ricoprire cariche o uffici di qualsiasi specie in enti pubblici o privati, per nomina o designazione del governo ”.
E qui veniamo a Cingolani, della cui situazione si occupa l’articolo 6: “Chi abbia rivestito funzioni di Governo non può assumere le cariche o le funzioni nelle società, enti o istituti indicati negli articoli 1, 2 e 3 se non sia decorso almeno un anno dalla cessazione delle funzioni governative”.
Tradotto: un ministro è incompatibile per un anno da quando lascia il governo con un incarico in società la cui nomina sia appannaggio del governo. Nel caso di scuola, significa che Cingolani è incompatibile fino a fine ottobre 2023, cioè un anno dopo l’entrata in carica del governo Meloni. Della cosa dovrebbe occuparsi l’Antitrust: difficile decida di mettere i bastoni tra le ruote a Meloni e soci.
(da il Fatto quotidiano)

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CEDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE: IL PASSO INDIETRO DI GIORGIA MELONI SULLE NOMINE E’ FRUTTO DI UN ACCERCHIAMENTO DI COMPAGNI DI PARTITO E ALLEATI

Aprile 13th, 2023 Riccardo Fucile

I SUOI FEDELISSIMI LE HANNO FATTO CAPIRE CHE SULLE NOMINE DI STATO LEGA E FORZA ITALIA ERANO PRONTI A FAR DEFLAGRARE LA COALIZIONE – L’HA CHIAMATA ANCHE IGNAZIO LA RUSSA, UNO DEI TANTI SPONSOR DI CATTANEO

Non è finita qui. L’esclusione a sorpresa, e all’ultimo secondo, di Stefano Donnarumma da Enel, per far posto a Flavio Cattaneo, sembrava il semplice risultato di un compromesso quasi dovuto. Una concessione agli alleati che chiedevano a Giorgia Meloni di non stravincere, di non imporsi sulle grandi partecipate per dimostrare la propria forza politica.
E invece è un cedimento che la premier ha vissuto come uno strappo.
Donnarumma era stato uno dei primi manager a legarsi a Meloni. era stato rassicurato personalmente che avrebbe traslocato da Terna a Enel. Meloni è furiosa. Tanto che ieri fonti ai vertici di FdI davano già per pronta la controffensiva tattica della premier. Per Donnarumma ci sono due possibili destinazioni. La prima in Cassa depositi e prestiti, pare a Cdp Ventures. La seconda, a Rfi. Quest’ultima sa di vendetta ed è un’idea che sta coccolando Meloni per rispondere a Matteo Salvini, e ribilanciare a proprio favore le nomine.
Sulla controllata del Gruppo Fs che gestisce la rete ferroviaria nazionale si deciderà a giorni e il leader leghista da settimane lavora con la certezza di avere lui l’ultima parola sul futuro manager che avrà in mano 24 miliardi del Pnrr. Il prossimo scontro, c’è da scommettere, sarà su questa società.
Meloni vuole dare una promozione a Donnarumma, il manager che è stato abile ad affrancarsi dai 5 Stelle che lo avevano piazzato prima ad Acea e poi a Terna, per orientarsi verso Meloni quando era all’opposizione ma i consensi cominciavano già a gonfiarsi (ad aprigli le porte di FdI pare sia stato Giuseppe Del Villano, dirigente vicino alla destra romana dell’ex sindaco Gianni Alemanno, che Donnarumma si portò da Acea a Terna).
Troppe pretese, troppi veti, secondo i leghisti e i berlusconiani. Gli amici di partito, i fedelissimi di una vita, chi, in fondo, aveva capito che sulle nomine di Stato gli altri soci del centrodestra sono pronti davvero a far deflagrare la coalizione, consigliano alla premier di non irrigidirsi ulteriormente: «Qualcosa dobbiamo lasciare».
La chiamano in tanti. Anche Ignazio La Russa, il presidente del Senato, uno dei tanti sponsor di Cattaneo. Gianni Letta, il mediatore di Berlusconi, demiurgo del potere romano, prova a dissuaderla.
Poi, di fronte al muro di Palazzo Chigi, alla vigilia del giorno decisivo – martedì – Salvini fa parlare il suo capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari: «Bizzarro se a scegliere fosse un solo partito». Messaggio chiaro, chiarissimo, che il segretario del Carroccio ribadisce anche privatamente. «Giorgia deve capire che non si può governare così».
La richiesta è semplice: Salvini vuole che non sia lei a scegliere almeno un ad. E se Meloni insiste sulla priorità di avere una donna a capo di una partecipata, l’unico sacrificabile, a cascata, resta Donnarumma. Su queste premesse nasce l’offensiva su Cattaneo, sostenuto dall’asse Lega-FI.
(da La Stampa)

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PARTITA DELLE NOMINE, GIORGIA MELONI HA FATTO IMBUFALIRE CROSETTO: LUI VOLEVA LORENZO MARIANI COME AD DI LEONARDO, ED È FURIOSO PER CINGOLANI

Aprile 13th, 2023 Riccardo Fucile

COME AD DI LEONARDO, ED È FURIOSO PER CINGOLANI
DA TITOLARE DELLA DIFESA, SPERAVA DI AVERE L’ULTIMA PAROLA… LA “VENDETTA” DI IGNAZIO LA RUSSA, CHE HA DATO IL SUO IMPRIMATUR PER L’AMICO FLAVIO CATTANEO

A tarda sera, Matteo Salvini è molto soddisfatto. “Siamo davvero contenti”, è la frase che ripete il suo staff. Non c’è solo un senso di rivalsa sulla premier Giorgia Meloni . C’è anche un principio che il vicepremier leghista ha voluto stabilire prima nella riunione a Palazzo Chigi durata fino alle 3 di notte e poi ancora ieri mattina, quando è stato il momento di chiudere la trattativa sulle nomine: “Governare richiede equilibrio e condivisione, anche perché da sola non hai i numeri” è stato il ragionamento fatto da Salvini a Meloni.
Un avviso preciso, che non riguarda solo la guida delle partecipate, ma anche il futuro del governo. Il leghista, d’altronde, vuole far capire alla premier che neutralizzare Forza Italia non le consente di decidere su tutto da sola. Per la prima volta si è materializzato l’asse tra la Lega e la parte ronzulliana di Forza Italia, decisiva al Senato, che tanto preoccupa la premier.
Tra gli azzurri si imputa a Tajani di essersi piegato a Meloni e il leghista viene eletto quasi come loro nuovo leader: “Salvini è stato bravo, il king della partita – commentano i forzisti – Alleati sì, ma non supini, basta governare con la forza”. E così Meloni ha dovuto cedere, furente. Ma in pubblico dissimula: “Nomine basate su competenza e non appartenenza, grande lavoro di squadra”.
Salvini e Letta si sono impuntati. Perché la nomina di Scaroni era diventata una questione di principio per i due alleati. Ma la vera mossa con cui la Lega ha messo alle strette Meloni è stata quella sull’ad di Enel. Perché Salvini si è imposto sponsorizzando Flavio Cattaneo, presidente di Italo che era andato anche al suo 50esimo compleanno. L’operazione è riuscita anche grazie a un asse inedito tra Salvini e una parte di FdI, quella che fa riferimento a Ignazio La Russa, grande sponsor di Cattaneo.
Dicono che il presidente del Senato si sia speso molto per portarlo in Enel. Una mossa che i meloniani leggono come una vendetta di La Russa nei confronti della premier per averlo richiamato sullo scivolone su via Rasella. Fatto sta che alla fine Donnarumma resta fuori da tutto.
E qui viene l’altro tema delicato per Meloni. Che nella partita delle nomine ha dovuto fare i conti con un avversario in più: una parte del suo partito per la prima volta le si è rivoltata contro. Non solo La Russa, ma anche Guido Crosetto che avrebbe voluto Lorenzo Mariani a Leonardo al posto di Roberto Cingolani, sponsorizzato da Mario Draghi e dallo stesso Descalzi.
Ma, una volta capita la malaparata, il ministro della Difesa è riuscito comunque a piazzare il presidente, cioè l’ambasciatore Stefano Pontecorvo pur senza deleghe. Ieri sera Crosetto era furioso con Meloni. Un nemico in più. A cui si aggiunge il ruolo dimezzato dei “governisti” in Lega e FI: Salvini e i berlusconiani accusano Giorgetti e Tajani di aver lasciato troppa strada libera in partenza alla premier.
(da Il Fatto Quotidiano)

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“LA NOMINA DI CATTANEO È LA MENO ADATTA”: GLI ANALISTI SPIEGANO PERCHÉ IL TITOLO DI ENEL QUESTA MATTINA È CROLLATO IN BORSA

Aprile 13th, 2023 Riccardo Fucile

TROPPA POCA ESPERIENZA NEL SETTORE ENERGETICO. E COSÌ GLI INVESTITORI SI SONO PRECIPITATI A VENDERE

L’avvicendamento ai vertici pesa questa mattina sul titolo Enel.
Dopo la prima ora di contrattazioni, le azioni della società perdono quasi cinque punti percentuali (-4,37%) e mostrano la peggior performance a Piazza Affari. Il titolo ha un peso relativamente ampio sul listino milanese, FtseMib, che soffre la debacle di Enel e si muove intorno alla parità.
Il colosso dell’elettricità è l’unica partecipata ad aver reagito con forti ribassi dopo le nomine decise dal governo. Per il gruppo dell’energia il Mef ha indicato Flavio Cattaneo come nuovo amministratore delegato al posto di Francesco Starace, con Paolo Scaroni alla presidenza. Tra i nomi circolati nelle ultime settimane Cattaneo è quello con meno esperienza nel settore energetico, nonostante gli anni in Terna, commenta un analista.
«Se un’uscita di Francesco Starace era stata ampiamente anticipata negli ultimi mesi e la sua sostituzione alla carica di ad era già scontata dal titolo, crediamo che la nomina di Flavio Cattaneo sia la meno adatta tra i nomi circolati sulla stampa nelle ultime settimane principalmente in termini di background di settore» è il commento degli analisti di Intesa Sanpaolo.
La nomina di Cattaneo ha dunque colto di sorpresa la Borsa con gli investitori, in particolare quelli istituzionali, che si sono precipitati a vendere. Per gli analisti di Equita Sim ora gli operatori punteranno l’attenzione sulla strategia che il top manager adotterà sia sul fronte dismissioni, sia sugli investimenti per la transizione energetica in Italia.
All’opposto Eni, altro colosso partecipato dallo stato e sempre del settore energia, si sta muovendo positivamente e sale invece di quasi mezzo punto percentuale (+0,39%). Per gli analisti di Intesa Sanpaolo la conferma di Claudio Descalzi quale ad del gruppo è positiva. Poco mossa Terna (-0,6%) in attesa delle indicazioni sulle nomine per le sue più alte cariche
(da agenzie)

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TORNA SCARONI E PUTIN RINGRAZIA

Aprile 13th, 2023 Riccardo Fucile

HA AUMENTATO LA DIPENDENZA ITALIANA DAL GAS RUSSO, E’ STATO PREMIATO

Chi ha vinto e chi ha perso tra la Meloni e i suoi alleati è lampante.All’Enel la premier voleva aria nuova col manager di Terna, Donnarumma, ma si è arresa a Berlusconi e Salvini, che hanno riesumato nientedimeno che Paolo Scaroni e Flavio Cattaneo, non proprio due matricole.
Il primo, già passato dallo stesso gruppo e poi dall’Eni, ha aumentato come mai prima la dipendenza italiana dal gas russo. In un Paese normale gli tirerebbero le pietre, ma qui lo promuovono.
Pure Cattaneo ha lasciato il segno nelle aziende di Stato presenti e passate, dalla Rai a Tim, da dove se ne andò con una buonuscita per cui ancora piange il telefono.
Confermati i capo azienda di Eni e Poste Italiane, Descalzi e Del Fante, per i risultati record raggiunti (il primo con gli extra profitti), vedremo oggi se Donna Giorgia perderà la faccia con Donnarumma, che invece di essere promosso potrebbe pagare il gran lavoro in Terna lasciando la poltrona a Giuseppina Di Foggia, che si è occupata tanto di telefoni ma mai di tralicci elettrici, anche se questo conta poco quando si è amici della sorella della premier.
In ogni caso, il più sconfitto di tutti è Beppe Grillo, che portò i 5S nel governo Draghi in cambio del ministero della Fregatura ecologica, dove approdò il renziano Cingolani, che ora è spedito da Fratelli d’Italia alla guida di Leonardo. Più che di Green, questo sì che ne capisce di transizione partitica.
(da La Notizia)

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“A DECAPITARE I SOLDATI UCRAINI SONO STATI I MERCENARI DEL GRUPPO WAGNER”

Aprile 13th, 2023 Riccardo Fucile

L’ ACCUSA DELL’ATTIVISTA RUSSO CHE HA RICONOSCIUTO NELLE IMMAGINI I DETTAGLI DEI CRIMINALI

La decapitazione dei soldati ucraini prigionieri mostrata in un video sarebbe opera del Gruppo Wagner, secondo l’attivista per i diritti umani Vladimir Osechkin.
Come riporta il sito russo indipendente Meduza, Osechkin ha raccontato in una diretta sul canale YouTube Khodorkovsky Live di aver discusso quella scena in cui apparentemente soldati russi decapitano un ucraino con Andrey Medvedev.
Si tratta dell’ex combattente del gruppo fondato da Yevgeny Prigozhin, scappato dalla Russia in Norvegia e finito in stato di arresto per un caso controverso in Svezia.
Osechkin, fondatore del progetto Gulagu.net che si batte contro tortura e corruzione in Russia, ha raccolto le impressioni di Medvedev, secondo il quale gli uomini che commettono la decapitazione sono inequivocabilmente mercenari del gruppo Wagner.
Osechkin ha aggiunto che Medvedev: «Ha riconosciuto i suoi colleghi in base ai loro soprannomi, al modo in cui parlano e al modo in cui parlano alla radio».
L’attivista russo ha ricordato di un precedente che darebbe ragione all’ex mercenario scappato in Norvegia. Nel 2017 era emerso un filmato che mostrava l’esecuzione violenta di un prigionieri di guerra siriano da parte dei mercenari del gruppo Wagner e che, secondo lui, aveva diversi elementi in comune con quello di oggi in Ucraina.
Osechkin ha anche promesso un premio di 3mila euro per chi riuscisse a fornirgli informazioni utili per riuscire a riconoscere i soldati apparsi nel filmato.
Dopo la diffusione del video, il fondatore del gruppo Wagner Prigozhin aveva smentito ogni tipo di coinvolgimento da parte dei suoi uomini in quella esecuzione
(da agenzie)

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GIANFRANCO FINI SULLA FIGLIA GIULIANA: “NON ANDRA’ IN REGIONE CON ROCCA, RESTA ALLA CROCE ROSSA”

Aprile 13th, 2023 Riccardo Fucile

“PER SUA FORTUNA E’ PRIVA DI ESPERIENZA POLITICA”

Giuliana Fini, figlia di Gianfranco, non andrà a lavorare in Regione Lazio con il presidente Francesco Rocca.
A farlo sapere è direttamente il padre a Repubblica. Il nome di Giuliana Fini era tra i 23 collaboratori assunti dal neogovernatore.
«Rocca aveva chiesto a mia figlia di seguirlo in Regione, lei ci ha pensato, ma ha poi preferito rimanere alla Croce Rossa», dice Fini.
Rocca ha conosciuto Giuliana Fini proprio nella Cri di cui è stato presidente fino al giorno in cui ha annunciato la sua candidatura.
La figlia dell’ex presidente della Camera resterà alla guida dell’unità operativa merchandising dell’organizzazione di volontariato.
«In molti mi dicono che mia figlia sia brava», specifica l’ex leader di An. «Ma preferisce restare in Croce Rossa, essendo anche legata a quel mondo dove ha fatto volontariato. Lei, e per sua fortuna, è del tutto priva di esperienza politica».
(da Open)

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