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LA SPIAGGIA FREQUENTATA DA CHIARA FERRAGNI A FORTE DEI MARMI PAGA ALLO STATO 1.500 EURO D’AFFITTO E INCASSA 12 MILIONI

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

ECCO COME IL GOVERNO PERDE MIGLIAIA DI EURO AL GIORNO REGALANDOLI ALLA LOBBY DEI BALNEARI

Prendete l’Augustus Beach Club, la celebre spiaggia di Forte dei Marmi in Toscana. Chiara Ferragni, 36 anni, come sempre ci è andata a giugno. Accompagnata dalla mamma, la scrittrice Marina Di Guardo, 61 anni. Giornate felici con le immancabili foto social della famiglia al completo: la nonna, l’influencer, Fedez e i bambini.
Non tutti i proprietari di stabilimenti balneari possono però permettersi tanta popolarità: quanto dareste del vostro regno per avere i Ferragnez o Matteo Salvini come clienti e il loro inevitabile indotto pubblicitario?
A questa domanda, comunque, ne segue un’altra: quanto pagate allo Stato per poter occupare da anni, per discendenza acquisita, il nostro appezzamento di sabbia in riva al mare?
Nostro perché, essendo un bene demaniale, dovrebbe appartenere a tutti ed eventualmente essere concesso a canoni di mercato. Ce lo chiede da anni l’Unione Europea.
La risposta ve la diamo qui, grazie al confronto tra i dati pubblicati dal ministero delle Infrastrutture nel suo Portale del mare e i bilanci custoditi dalle camere di commercio.
Scopriamo così la differenza tra quanto pagano allo Stato e quanto fatturano i gestori delle spiagge simbolo dell’estate italiana: ecco cosa abbiamo visto nel nostro viaggio-inchiesta da nord a sud. Ora che è arrivato Ferragosto, si può già trarre un bilancio delle abbondanti risorse che, ancora una volta, il governo ha rinunciato a incassare.
Che cosa fanno le lobby del mare
Va detto che tutto quanto raccontiamo è assolutamente legale. Le società di gestione degli stabilimenti balneari si limitano ad applicare norme e canoni stabiliti dalla legge. Una questione che ha visto sempre allineate maggioranze di destra e di sinistra molto attente, lungo i 7.500 chilometri di coste italiane, a non inimicarsi le lobby del mare.
Partiamo proprio dalla siepe che protegge da sguardi indiscreti l’Augustus Beach Club, in viale della Repubblica a Forte dei Marmi. Prima della guerra in Ucraina capitava di vedere, qui davanti, scintillanti Rolls-Royce targate Mosca. I magnati le facevano recapitare via camion, per trovarle già pronte nei garage delle loro ville sotto la pineta. Oggi, per schivare le sanzioni internazionali, dalla ricca località di vacanza sono scomparse le auto russe. E i loro proprietari preferiscono rimanere nascosti nella riservatezza delle dimore prese in affitto. Così sulle pagine social dello stabilimento balneare che dà ulteriore lustro all’omonimo hotel Augustus, quest’anno si leggono soltanto nomi italiani. Chiara Ferragni e parenti appaiono ben tre volte: il 5, poi il 14 e il 19 giugno. Un lancio importante per la stagione appena cominciata.
La società che gestisce la spiaggia e l’albergo di lusso, di proprietà della famiglia Maschietto, ha dichiarato lo scorso anno un fatturato di 12 milioni, con utili di oltre un milione. Ovviamente il valore si basa anche sui servizi garantiti e l’eleganza esclusiva delle ville-hotel immerse nel parco, tra le quali la residenza estiva appartenuta ad Edoardo Agnelli.
Ma in un resort a cinque stelle è ovviamente fondamentale lo sbocco alla spiaggia privata. E questa offre una piscina, aperitivi in riva al mare, musica dal vivo, le cabine anni Sessanta, il beach lounge bar e il ristorante Bambaissa, ispirato all’oasi descritta da Walt Disney nella storia “Paperino e la clessidra magica”.
L’ombra dei gazebo e i comodi letti allineati sulla sabbia sono compresi nel costo: “Bagno particolare e raffinato, frequentato anche da qualche nome noto. Le tende sono attrezzate perfino di cassaforte, manca solo il punto luce per la ricarica del cellulare. Naturalmente i prezzi sono alti tendenti al caro, ma i servizi offerti sono notevoli”, scrive su Tripadvisor un cliente soddisfatto.
Se volete sdraiarvi sulla sabbia calpestata da Jimi Hendrix, Charlton Heston e Vittorio Gassman, non chiedete sdraio e ombrelloni, perché sono arnesi da vacanze popolari. Eppure alla società titolare dell’Augustus Beach Club, lo Stato quest’anno ha concesso la superficie di spiaggia, da viale della Repubblica giù fino al mare, a un canone annuale da appartamento di periferia: 18 mila euro, l’equivalente di millecinquecento euro al mese. E gli stabilimenti accanto hanno pagato anche di meno. Così un concorrente che volesse oggi aprire un ristorante sulla spiaggia di Forte dei Marmi, con costi altrettanto vantaggiosi e servizi annessi, non potrebbe. Le concessioni vengono rinnovate in tutta Italia direttamente a chi già le possiede. Senza alcuna gara pubblica: sulle spiagge italiane la libera concorrenza è infatti impedita dallo Stato.
Per aprire un nuovo ristorante bisogna quindi cercare all’interno del paese e affidarsi al mercato.
Seguiteci e vedrete quanto costa. Una posizione prestigiosa come il lungomare potrebbe essere piazza Garibaldi. E proprio in questi giorni a Forte dei Marmi circola l’annuncio di un locale commerciale per uso ristorante in questa zona centrale. Sono duecento metri quadri da ristrutturare. Richiesta per l’affitto: 12 mila 500 euro al mese. Ma senza spiaggia intorno, né aperitivi in riva al mare, vista sul sole che affonda al tramonto. Nemmeno lo champagne da bere sdraiati sotto la tenda, tra la cassaforte e il punto luce per ricaricare lo smartphone. E chissà se Chiara Ferragni verrebbe mai a farsi un selfie davanti a un drink in piazza Garibaldi.
Se all’affitto a prezzi di mercato sottraiamo il canone mensile della concessione, otteniamo grossomodo quanto lo Stato rinuncia a incassare per ogni stabilimento balneare di Forte dei Marmi: undicimila euro al mese. È vero che la stagione in spiaggia dura poco. Ma questo vale anche per gli operatori che hanno attività all’interno del paese. E devono pagare cifre otto volte più care: 12 mila 500 euro contro millecinquecento. È la disparità di trattamento tra un imprenditore che può soltanto rivolgersi al mercato degli affitti e un suo collega benedetto dalle concessioni statali.
Flavio Briatore si autoaccusa al Twiga
Secondo gli ultimi dati della Corte dei conti, nel 2020 lo Stato ha incassato appena 92,5 milioni da 12.166 concessioni a “uso turistico”: una media annuale di 7.603 euro a canone, 633 euro al mese, valori da appartamento popolare. Non tutte le concessioni riguardano ovviamente spiagge in posizioni esclusive o frequentate da ricchi clienti. Ma ovunque ci sarebbero motivi per mettere, secondo l’Unione Europea, quasi tutti gli ultimi governi italiani sul banco degli imputati. La Commissione di Bruxelles aveva infatti avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per il mancato recepimento della direttiva Bolkenstein sulla gestione dei beni pubblici. Secondo la legge comunitaria, le spiagge andrebbero assegnate attraverso una gara “aperta, pubblica e basata su criteri non discriminatori”, ma trasparenti e oggettivi, nel caso in cui “il numero di autorizzazioni disponibili per una determinata attività sia limitato per via della scarsità di risorse naturali”.
Appena trecento metri dopo la spiaggia frequentata da Chiara Ferragni, si entra nel regno di Flavio Briatore, 73 anni, proprietario del 56 per cento delle quote del Twiga Beach Club di Marina di Pietrasanta. Tra i soci c’era anche la ministra del Turismo, Daniela Santanchè, 62 anni. Ma per la nomina nel governo ha ceduto il suo 11 per cento circa a Briatore e al presidente del consiglio di amministrazione, Dimitri Kunz D’Asburgo Lorena, 54 anni, cittadino della Repubblica di San Marino e compagno di Daniela Santanchè. In questo modo la ministra, il governo e lo Stato ritengono risolto ogni possibile conflitto d’interesse tra il ministero del Turismo e l’attività turistica che tuttora beneficia di concessioni ministeriali. Scusate il conflitto di parole.
Il Twiga nel 2023, secondo i dati catastali estratti dal portale del ministero delle Infrastrutture, ha pagato allo Stato 23.984 euro di canone di concessione demaniale: fanno poco meno di duemila euro al mese. Ma al 31 dicembre 2022 ha dichiarato un fatturato annuale di 8,2 milioni, con 636 mila euro di utile. Che sia un canone regalato lo ha detto lo stesso Briatore: “Parlo anche per me: per il Twiga, di concessione, dovrei pagare circa centomila euro”. Almeno quattro volte di più: l’ex socio della ministra Santanchè lo ha affermato durante un’intervista al Corriere della sera il 15 marzo 2019. Nel frattempo, sono passati più di quattro anni e una pandemia.
Matteo Salvini, ministro del Papeete
Scavalcato l’Appennino, si scende sull’Adriatico. A duecentocinquanta chilometri dal Twiga di Briatore ecco il Papeete Beach di Milano Marittima, nel cuore della Riviera romagnola. Lo conoscevano soprattutto i tiratardi della zona. Fino a quando, nell’agosto 2019, ha raggiunto la popolarità grazie all’inno nazionale ballato da cubiste molto scosciate davanti al ministro dell’Interno a torso nudo, che allora era Matteo Salvini.
Il Papeete, oltre a spiaggia, ristorante, bar e varie attività, ospita anche una discoteca. Il proprietario è il parlamentare europeo della Lega, Massimo Casanova, 53 anni, che a Strasburgo è membro della commissione Trasporti e turismo.
Dai dati catastali raccolti dal ministero delle Infrastrutture, affidato oggi proprio a Salvini, scopriamo che il Papeete Beach ha pagato poco più di diecimila euro di canone, come risulta da due diverse concessioni: una da 6.684 euro e l’altra, per lo specchio d’acqua di fronte alla spiaggia, da 3.377 euro, il minimo per una concessione demaniale, secondo l’ultimo aggiornamento pubblicato dalla Gazzetta ufficiale.
Stando ai bilanci del 2022, l’attività dell’eurodeputato Massimo Casanova rende ancora bene: tre milioni di fatturato con utili di circa 43 mila euro. Spalmati su tutto l’anno, sono 250 mila euro al mese. Contro un costo mensile di concessione di 838 euro: l’equivalente di quanto si paga in città per un loculo di venti metri quadri per studenti.
Giusto per un confronto, la scorsa primavera a Milano Marittima è stata messa in affitto una discoteca coperta, senza vista sul mare e nemmeno la pubblicità indiretta dell’inno nazionale con le cubiste e il ministro Salvini. Prezzo annuale richiesto: 350 mila euro, quasi 30 mila euro al mese.
A Capalbio il canone è di sinistra
Anche la sinistra nazionale ha i suoi feudi in costume da bagno, che però non hanno raggiunto la popolarità edonista di Augustus, Twiga e Papeete. Capalbio, centotrenta chilometri dal Parlamento, è il borgo della provincia di Grosseto più famoso. I canoni per l’occupazione esclusiva della spiaggia oscillano tra i 6 mila e i 15 mila euro l’anno. Insomma, si parte da 500 euro al mese. Con fatturati, però, che variano da mezzo milione a
un milione e mezzo. Ma utili dichiarati che non superano i 40 mila euro.Risalendo la penisola per altre due ore e mezzo di strada, ci si può sdraiare al sole sulla spiaggia frequentata dalla famiglia di Matteo Renzi, 48 anni. Lo stabilimento Bagni Genova è a Viareggio. Anche se l’ex premier oggi si fa vedere molto di meno. La società di gestione paga 16.588 euro all’anno per la concessione demaniale, equivalente a 1.382 euro al mese. Ci sono la piscina illuminata con vista sul tramonto, il ristorante, le serate musicali, i gazebo bianchi, qualche ombrellone. E ovviamente il mare della Versilia. Tutto questo nel 2022 ha garantito un fatturato di 469 mila euro, con 25 mila euro di utili.
Una delle regioni italiane con la percentuale più alta di costa occupata da stabilimenti balneari, come segnala il “Rapporto spiagge 2023” di Legambiente, è invece la Liguria. Nella piccola Zoagli, scelta anni fa dalla futura premier Giorgia Meloni per le sue vacanze, le concessioni annue pagate nel 2023 si fermano al minimo di 3.377 euro, 281 euro al mese. Ma il confronto con le altre località di vacanza è impossibile, per i pochi metri di scogliera disponibili tra il mare e la montagna.
La battaglia in Liguria del Baba Beach
Due ore di autostrada verso Ventimiglia ed ecco il Baba Beach di Alassio, in provincia di Savona. Lo stabilimento balneare tra i più eleganti della zona ha fatto della trasparenza lo strumento per difendersi dal rischio di perdere la concessione. “La Bolkenstein non mi spaventa – dichiara Andrea Della Valle, il titolare, alla rivista Mondobalneare –. Il mio stabilimento fattura un milione di euro all’anno e ha tre milioni di investimenti non ammortizzati: se arriverà un nuovo concessionario, dovrà riconoscermi tutto quanto”.
Nel 2023 il Baba Beach ha pagato poco meno di 5 mila euro di concessione, rispetto a un fatturato nel 2022 di 868 mila euro e utili per 67 mila. Ma molti bagni sul lungomare di Alassio pagano soltanto il canone minimo: 3.377 euro. Così come vicino a Portofino, nella Baia di Paraggi, dove gli stabilimenti sono griffati dai marchi della moda e del design: anche lì tre locali su quattro pagano il canone minimo.
Stesso valore versato allo Stato per la spiaggia “Le cinque vele beach club”, sul tratto di costa tra Torre Pali e Torre Vado. Siamo a sud, nel Salento, tra gli stabilimenti di alta fascia: l’hotel è circondato dal verde, con ristorante, Spa e spiaggia. Secondo i dati confrontati da Today.it i 3.377 euro di concessione, 281 euro e 40 centesimi al mese per essere precisi, hanno contribuito nel 2021 a un fatturato di 1,2 milioni con 53 mila euro di utili.
Mostra del cinema: solo a Venezia si paga di più
L’Hotel Ramazzino è l’equivalente dello stabilimento salentino in Costa Smeralda. Siamo ad Arzachena, provincia di Sassari, e per una sdraio e un ombrellone nella spiaggia della struttura a cinque stelle bisogna spendere 200 euro a persona. La società che gestisce tutto questo dichiara nel bilancio 2022 oltre 10 milioni di fatturato e 5 milioni di utile. La concessione demaniale versata allo Stato si è comunque fermata al minimo previsto: sempre 3.377 euro, i soliti 281 euro e 40 centesimi al mese. E in vista dell’imminente Mostra del cinema, non bisogna dimenticare Venezia.
Al Lido si pagano i canoni più cari d’Italia. Come nel caso dell’Hotel Excelsior: 105 mila euro nel 2023, ma per un’area parecchio estesa. La società titolare, la Hlu gestioni srl, nell’ultimo bilancio disponibile del 2021 dichiara un fatturato di 14,7 milioni e utili per 192 mila euro. A Venezia Lido i canoni sono comunque costosi per tutti. Variano da 50 mila e 240 mila euro l’anno. Di conseguenza anche i prezzi per i turisti non scherzano: una “capanna”, cioè una cabina con la tenda e una piccola veranda, può superare i 500 euro al giorno.
Gli stabilimenti balneari mantengono pulite le spiagge, offrono servizi per l’ospitalità dei turisti, garantiscono i bagnini per il salvataggio. Ma sulle concessioni, il braccio di ferro tra Europa e Italia entra nel vivo. Secondo il governo i permessi scadranno il 31 dicembre 2024. Secondo i giudici del Consiglio di Stato scadono il 31 dicembre 2023. Bruxelles intanto ci osserva: in caso di infrazione la multa non la pagheranno i gestori, ma tutti noi attraverso le tasse. Anche se in vacanza preferiamo la quiete della montagna.
(da today.it)

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SI PUO’ PORTARE IL CIBO DA CASA ALLO STABILIMENTO BALNEARE? LA RISPOSTA E’ SI’

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

L’AVVOCATO RISPONDE: “OCCORRE SOLO QUALCHE ACCORGIMENTO”, ECCO QUALI SONO LE REGOLE

Le spiagge si affollano con il picco della stagione estiva e assieme ai bagnanti spuntano come ogni anno divieti che regolano come e quali cibi possono essere portati nei lidi attrezzati.
L’ultimo caso è quello degli stabilimenti balneari pugliesi, alcuni dei quali proibiscono categoricamente di entrare armati di vettovaglie, sperando così di indurre i bagnanti ad acquistare i propri alimenti presso i chioschi da loro gestiti. Insomma, in molte spiagge attrezzate pare non ci si possa portare da mangiare.
Ma come stanno veramente le cose? Sulla questione si è espressa l’Associazione Nazionale consumatori e la risposta è chiara: si può portare il cibo in spiaggia, basta solo stare attenti a tenere un comportamento civile e rispettoso del luogo in cui ci si trova.
Le concessioni balneari
Si ricorda che, come stabilito dal codice civile italiano, gli arenili e le aree antistanti al mare appartengono allo Stato e non possono essere venduti. Semmai forniti in concessione a privati.
All’articolo 822 si legge infatti: «Appartengono allo Stato e fanno parte del demanio pubblico il lido del mare, la spiaggia, le rade e i porti; i fiumi, i torrenti, i laghi e le altre acque definite pubbliche dalle leggi in materia; le opere destinate alla difesa nazionale».
La concessione non può essere caduta gratuitamente ma solo in cambio del pagamento di un canone che consente ai privati di installare strutture come chioschi e ombrelloni sulle spiagge. I dettagli di queste concessioni vengono definiti dai comuni.
La risposta
A dare una risposta, è l’avvocato e divulgatore Massimiliano Dona, presidente dell’Associazione Nazionale consumatori. Sarà possibile portare il proprio cibo all’interno dello stabilimento balneare? Sì, si può!. L’avvocato poi illustra la ragione:« Il fatto è che (giuridicamente) la concessione demaniale riguarda i “servizi spiaggia” (lettini e ombrelloni) e non la ristorazione, dunque non possiamo essere obbligati ad utilizzare il bar/ristorante del lido. A condizione di rispettare però il decoro del luogo, quindi una enorme borsa frigo potrebbe essere un problema».
La questione era emersa anche nel 2022, quando alcuni bagnanti erano stati perquisiti in cerca di cibo all’entrata di un lido di Bacoli (Napoli).
(da Open)

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LANDINI CONTRO MELONI SUL SALARIO MINIMO: “IL GOVERNO ESCA DAI RESORT, C’E’ CHI NON PUO’ ANDARE IN VACANZA”

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

IL SINDACALISTA: “LA PIAZZA DEL 7 OTTOBRE SARA’ STRAPIENA”

«Se il governo, anziché chiudersi nei resort, ascoltasse le persone che non possono andare in vacanza capirebbe perché la piazza del 7 ottobre a Roma sarà strapiena».
Maurizio Landini attacca frontalmente Giorgia Meloni. Che è proprio in vacanza in un resort in Puglia.
In un’intervista a La Stampa il leader della Cgil va all’attacco: «In questo anno di governo non ci sono state risposte alle nostre piattaforme, solo incontri finti e le diseguaglianze sono aumentate». Il segretario della Cgil vede «salari e pensioni in calo, profitti in crescita, prezzi e tariffe senza controllo, tagli alla sanità e all’istruzione, nulla sulle pensioni, precarietà e povertà che crescono, sino al taglio degli investimenti del Pnrr».
Salari e pensioni in calo
In tutto ciò, aggiunge nel colloquio con Marco Zatterin, «il governo vuole stravolgere anche la Costituzione con l’autonomia differenziata, il presidenzialismo e l’attacco all’autonomia della magistratura». E a Meloni che lo accusava di non parlare delle vere questioni, replica: «E se non è merito questo, non saprei che dire». La prima battaglia è sul salario minimo: «Chi lavora per vivere sa bene che con 5 o 6 euro l’ora si fa la fame. Per questo bisogna fissare un salario minimo orario sotto il quale nessuno può essere pagato. Insieme a una legge sulla rappresentanza che dia valore generale ai contratti, cancellando quelli pirata». L’esecutivo invece «ha allargato il part time involontario e la precarietà reintroducendo i voucher, liberalizzando i contratti a termine e il subappalto a cascata, tagliando il Reddito di cittadinanza e il fondo affitti e non intervenendo con il sistema bancario sull’aumento dei mutui».
La manifestazione
Landini il 7 ottobre si aspetta «una grande manifestazione intergenerazionale che apra un processo diffuso di partecipazione attiva, nei luoghi di lavoro e sul territorio. Il momento in cui le persone diventano protagonista del cambiamento, attuando la Costituzione, nell’indisponibilità ad accettare l’attuale livello di ingiustizia sociale. Chiederemo di vivere lavorando dignitosamente, mettendo al centro la questione della pace per fermare questa guerra assurda». Per il sindacalista, infine, «sulla precarietà, se non cambiano le leggi sui voucher e il tempo determinato, dobbiamo essere noi a cancellare gli strumenti che bruciano il futuro dei lavoratori». Come? «Valuteremo tutti gli strumenti, anche il referendum. Non escludo nulla».
(da agenzie)

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FUGA DALLA LEGA, È SPARITA LA BASE DEI MILITANTI (E UNA MAREA DI SOLDI): LO SCORSO ANNO IL CARROCCIO HA PERSO UN ISCRITTO SU TRE

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

LA PERDITA PIÙ PESANTE, E SIGNIFICATIVA, IN LOMBARDIA: -44%… E COSÌ GLI INTROITI DEL PARTITO SONO SCESI A 741MILA EURO RISPETTO AL MILIONE DEL 2021, IN SICILIA LE ENTRATE SONO RIDOTTE AD APPENA 7.600 EURO E GLI ANTI-SALVINIANI TORNANO A FARSI SENTIRE

Lombardia: perdita secca del 44 per cento. Veneto: 26 per cento. Piemonte: 28 per cento. Emilia: 43 per cento. Carta canta e la matematica lascia poco spazio alla propaganda del “va tutto bene”. Eccoli qui i numeri del tesseramento della Lega, messi nero su bianco nei 23 bilanci del 2022 delle varie ramificazioni territoriali del partito
Sommando i vari introiti e confrontandoli con quelli del 2021 viene fuori un -32 per cento. Da 1,078 milioni a 741 mila euro. Per un partito che ha sempre fatto della militanza e del radicamento sul territorio il proprio punto di forza, sono numeri che dovrebbero suonare come un pericoloso campanello d’allarme, specie perché l’emorragia è maggiore proprio laddove il Carroccio era nato e ha il suo fortino, per l’appunto in Lombardia.
In media ogni iscritto al partito – ci sono vari tipi di iscrizione, a seconda dell’anzianità – versa 25 euro alle casse locali. La divisione, a spanne, è presto fatta e quindi ad esempio i 14 mila militanti lumbard sono diventati 8 mila.
Ci sono regioni dove le cose vanno particolarmente male, tipo la Sicilia, passata da 36 mila euro di incasso a 7.600. Oppure la Basilicata, dove la Lega sembra ridotta ad una bocciofila: da 1.390 euro a 825 euro, qualcosa come una trentina di tessere.
E pensare che il Carroccio è alla guida della Regione con il centrodestra e nel 2019 prese il 19 per cento, secondo partito dietro il M5S. Sono solo quattro le regioni dove non c’è stato un calo ma un leggero aumento: Friuli Venezia-Giulia, Calabria, Liguria, Alto Adige (separato dal Trentino), numeri bassi però per recuperare le perdite del resto d’Italia.
All’orizzonte non c’è alcun congresso nazionale dove si potrebbe affrontare pubblicamente il tema, nonostante lo Statuto della ‘Lega per Salvini premier’ varato nel 2019 ne prevedesse la convocazione ogni tre anni. “Questione che meriterebbe un esposto in Procura”, ci si lamenta tra i non salviniani. E non è detto che questo non avvenga.
(da La Repubblica)

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L’AFFITTO COSTA TROPPO PER LO STIPENDIO DA INSEGNANTE

Agosto 15th, 2023 Riccardo Fucile

IN 80 RINUNCIANO A TRASFERIRSI PER UN POSTO FISSO A MODENA… MEGLIO PRECARI A CASA PROPRIA

Meglio restare precari nella propria città, piuttosto che accettare un posto da docente che in breve si sarebbe trasformato in ruolo con un contratto a tempo indeterminato, ma dovendo affrontare le spese da fuorisede.
È la scelta fatta da 80 insegnati che hanno rifiutato l’offerta per un posto da insegnante di sostegno nelle scuole primarie della provincia di Modena, dopo la chiamata diretta per le immissioni in ruolo degli insegnati residenti in province diverse da quella modenese.
Come riporta la Gazzetta di Modena, è l’esito emerso dalla chiusura di venerdì scorso della procedura per la «mini call veloce», che per la prima volta quest’anno a livello nazionale ha riguardato gli insegnanti specializzati nel sostegno.
L’obiettivo della chiamata veloce a circa un mese dall’inizio dell’anno scolastico era quello di coprire in tutto 232 posti nel Modenese, di cui 20 per le scuole di infanzia, 121 per le primarie e 91 per le medie, mentre per le superiori non c’erano posti disponibili.
Chi accetta il trasferimento entra in ruolo all’inizio con un contratto a tempo determinato e dopo un periodo di prova passa all’indeterminato. Per le scuole dell’infanzia e le superiori di primo grado sono stati coperti tutti i 111 posti a disposizione. Ma per le scuole elementari 80 posti sono rimasti scoperti, lasciando spazio ora alla disponibilità eventuale dei precari in graduatoria in provincia di Modena.
Sui forum e le chat del mondo della scuola le discussioni hanno fatto man mano emergere i motivi dietro il rifiuto dei trasferimenti, secondo quanto raccolto dalla Gazzetta di Modena. L’ostacolo più importante per la maggior parte degli insegnati residenti fuori dalla provincia di Modena sarebbe stato il costo dell’affitto, in rapporto con lo stipendio che avrebbero percepito.
Complicato prendere una casa in affitto considerando lo stipendio medio inferiore a 1.400 euro per chi è appena entrato in ruolo. Perciò in tanti hanno preferito restare precari, ma a casa propria, prevalentemente al Sud, dove vive buona parte dei rinunciatari, spaventati dal costo della vita nella città emiliana.
(da agenzie)

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LA MELONI SCODELLA L’”INTERVISTA COLLETTIVA”. DOMANDE & RISPOSTE IN FOTOCOPIA PER REPUBBLICA, CORRIERE DELLA SERA E LA STAMPA. OVVERO, LA NEGAZIONE DEL GIORNALISMO, L’UMILIAZIONE DELL’INFORMAZIONE

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

UN PERONISMO MEDIATICO TRA IL RIDICOLO E IL GROTTESCO: SENZA IL MINIMO SINDACALE DI UN CONTRADDITTORIO… SOTTO DETTATURA DELLA CAPATAZ IN GONNELLA DI PALAZZO CHIGI, LA FREGNACCIA PIÙ DIVERTENTE RIGUARDA LA FAMIGERATA TASSA AGLI EXTRAPROFITTI DELLE BANCHE

E la Sora Giorgia scodellò la “casalinata”. Ovvero, la negazione del giornalismo, l’umiliazione dell’informazione, confermando il sarcasmo di Karl Kraus sulla stampa: “Non basta non saper pensare: bisogna anche saper esprimere l’assenza del pensiero”.
Tre giornali e un’intervista fotocopia per Repubblica, Corriere della Sera e La Stampa. Un peronismo mediatico tra il ridicolo e il grottesco: senza il minimo sindacale di un contraddittorio, senza uno straccio di foto, in compenso stesse domande e risposte per tutti e tre. Risultato: la super-velina dell’estate. Così parlò la Ducetta. Eia Eia alalà!
Vi ricordate? Quando l’allora premier (per mancanza di prove) Giuseppe Conte incappava, soprattutto all’estero, in qualche battuta d’arresto, ecco che interveniva il suo solerte portavoce Rocco Casilino pronto ad apparecchiare una bella ‘’intervista collettiva” con i giornaloni d’Italia al fine di evitare una narrazione di sconfitta per il suo Peppiniello Appulo.
Alle proteste dei giornalisti (“Ma che stamo a fa’, l’Agenzia Stefani? Domande identiche e risposte uguali, e col divieto di fare contro-domande? Conte mica è il Papa in viaggio!’’), lo scaltro “Tarocco” arricciava il labbro liposuzionato e sibilava: “Vabbe’, vuol dire che l’intervista a Conte uscirà solo sul “Corriere’’…”. A quel punto “Repubblica” e “Stampa”, invece di mandarlo a quel paese, squadernavano i taccuini agli ordini di Casalino per evitare di prendere un ‘’buco’’ (ma quale “buco”, Conte non diceva un cazzo!).
E’ quello che è successo, con beneficio di inventario, ai tre giornalisti davanti ai cancelli della Masseria Beneficio, tra gli ulivi di Ceglie Messapica, provincia di Brindisi, dove svacanzano Meloni e i suoi cari. I tre giornaloni si guardano bene dal dirci come e dove è stata fatta l’intervista, né tantomeno come hanno deciso di dividersi le domande da fare, magari i bravi cronisti si sono messi d’accordo prima tra di loro oppure ha fatto tutto Giorgia con l’onnipotente Patrizia Scurti, onnipresente anche in masseria (il marito è capo scorta della premier) per la gioia di Sister Arianna.
Di più: essendo stata fatta ieri l’’’intervista collettiva’’ alla Sora Giorgia c’è pure l’aggravante per Repubblica, Corriere della Sera e La Stampa di non avere in prima pagina la vera notizia del giorno, che stamattina è stata battuta da tutti i siti: il Ferragosto della Meloni Family in Albania.
Essì: in barba al fuoco di Puglia del cognato Lollo contro il premier albanese Edy Rama (“La qualità si paga”), il melonismo senza limitismo se ne frega del turismo mezzo azzoppato dal caro-vita della ‘’Nazione’’ (come la chiamano i fratellini d’Italia) e, armati di secchiello e manganello, si trasferiscono sulle spiagge low cost di Tirana, le Maldive del “vorrei ma non posso”.
Sotto dettatura della capataz in gonnella di Palazzo Chigi, la fregnaccia più divertente riportata dai tre giornaloni riguarda la famigerata tassa agli extraprofitti delle banche, che ha costretto il presidente di Forza Italia, detto il “cameriere di Giorgia’’, tale Tajani Antonio, a ritrovare un filo di coraggio per smarcarsi dalla “padrona”. Te credo: la tassa va anche a svuotare una parte dei dividendi che i Berluscones intascano da Mediolanum, di cui hanno il 30%.
“Sulle banche ho deciso io”, digrigna la meloniana mascella. In realtà, il semaforo verde si è acceso durante la cena Salvini-Meloni a Bolgheri, esattamente il giorno prima dell’extra-blitz forsennatamente suggerito e spinto da Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza di Palazzo Chigi, un tipino che ama pistole e poligono ed è sempre rimasto fedele ai principi contrari al “potere delle banche”, a partire dalla Banca d’Italia di Ignazio Visco.
“Il patto della fiorentina” scodellato a Bolgheri tra Matteo e Giorgia viene imposto al ministro dell’Economia di Giancarlo Giorgetti, talmente contrario che, pur avendo una spina dorsale di pasta frolla, farà in modo di non presentarsi in conferenza stampa per illustrare l’intervento. Fatto gravissimo, mai successo nella folkloristica storia della Repubblica italica per una misura così importante, per di più finita in decreto legge omnibus, una “salsiccia” comprensiva di una pletora di provvedimenti tra i più svariati, compresi i granchi blu.
Se Fazzolari gongola (“Questo è l’unico governo che ha la forza di tassare le banche perché non ha rapporti privilegiati col sistema bancario”), Tajani s’incazza: pur ricoprendo la carica di vice presidente del Consiglio, nessuno l’aveva messo al corrente dell’operazione sbancabanche. Il povero erede di Silvio Berlusconi si ritrova a leggerlo sulle agenzie al pari dei vertici di Bankitalia ed istituti di credito.
“Mi auguro che in consiglio dei ministri una cosa come quella avvenuta con la norma sugli extraprofitti delle banche non accada più”, ha pigolato Tajani. Ovviamente il duplex Meloni-Salvini sapeva benissimo che un intervento “degenere” sarebbe stato considerato un mero “esproprio” da parte dell’alleato di governo, e per evitare che nel consiglio dei ministri Forza Italia si mettesse di traverso, i novelli eroi del populismo/statalismo hanno approfittato del clima ferragostano per fargliela sotto il naso.
Nell’intervista collettiva, la messa in soffitta di Tajani viene confermata dalla stessa Meloni: “Ho coinvolto in minor misura la maggioranza perché la questione, diciamo così, non doveva girare troppo. Questa è una materia molto particolare e delicata su cui mi sono assunta la responsabilità di intervenire”. E salutame Arcore!
La tassa sugli extraprofitti alle banche, che è stata bastonata come ‘’capitalismo parrocchiale” da Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore di Strategia e Imprenditorialità alla Sda Bocconi, è soprattutto una mossa populistica acchiappa-consensi (nove italiani su dieci sono favorevoli alla tassa).
Ma nello stesso tempo anche un segno di massima debolezza della Regina di Colle Oppio. Che sa bene che il momento della verità arriverà a settembre quando dovrà mettere mano alla finanziaria. E in cassa mancano più di venti miliardi. Altro che taglio del cuneo, qui si rischia il culo a fette.
(da Dagoreport)

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OGNI PROMESSA, È DEBITO: IL TAGLIO AL CUNEO FISCALE, LA SANITÀ ALLO SBANDO, L’INGRESSO NELLO STATO IN TIM: I DOSSIER CHE AGITANO LE CASSE DELLO STATO SONO INNUMEREVOLI

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

GIORGIA MELONI LI HA RINVIATI TUTTI ALL’AUTUNNO, MA PRIMA O POI DOVRÀ PRENDERE UNA DECISIONE. A PARTIRE DAL MES: FDI È CONTRARIA, MA FORZA ITALIA CHIEDE DI UTILIZZARLO. LA LEGA INVECE PRESTO CHIEDERÀ IL CONTO SULLA CARISSIMA AUTONOMIA

Il ritorno dalle vacanze per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si annuncia in salita da subito. Sul tavolo si troverà dossier che intrecciano politica ed economia e dovrà dare risposte dopo aver creato molte attese su alcuni argomenti popolari anche per il suo elettorato: come il salario minimo, il taglio al cuneo fiscale, la sanità. Temi che richiedono anche soldi, e tanti.
Sulla sanità la situazione è molto delicata. Il ministro Orazio Schillaci stima in almeno 4 miliardi il fabbisogno aggiuntivo per tenere in piedi un comparto che sta franando. E l’argomento si porta dietro un’altra scelta rinviata all’autunno da questo governo: la ratifica del Mes
FdI è da sempre contraria. Pezzi della maggioranza, a partire da Forza Italia, chiedono non solo di approvarlo ma anche di utilizzarlo proprio per aiutare gli investimenti nella sanità. Un tema che sarà cavalcato dall’opposizione al pari del salario minimo a 9 euro.
Quello dei salari bassi è un altro dossier che Meloni non potrà accantonare: anche perché accogliendo le richieste di confronto dell’opposizione, comunque il governo dovrà portare qualche proposta in Parlamento. La premier ha affidato per ora la pratica al presidente del Cnel Renato Brunetta, ma qualsiasi proposta richiederà una copertura economica. E quindi soldi da trovare in un bilancio con pochi spazi di manovra: al momento, come anticipato ieri da Repubblica, solo per confermare le spese dello scorso anno mancano 20 miliardi di euro.
Altro dossier chiave è quello della riforma fiscale: cavallo di battaglia elettorale di FdI, Lega e Forza Italia. Di risorse ne servono tante per mantenere le promesse: 8-10 miliardi solo per la riduzione del cuneo fiscale, altri 4 miliardi di euro per la rimodulazione dell’Irpef. A queste cifre vanno aggiunte alcune voci di spesa per coprire promesse fatte dal governo: come quella di confermare quota 100 per andare in pensione prima dell’età prevista dalla riforma Fornero.
Ogni dossier, prevede una spesa. E un’altra promessa fatta dal governo e che in autunno richiederà pure una copertura è quella dell’investimento del ministero dell’Economia con il fondo americano Kkr nella rete unica Tim. Si parla di una cifra che lo Stato dovrebbe investire in questo asset pari a 2,5 miliardi. E qui i soldi vanno trovati, per evitare di aprire un fronte diplomatico con gli Usa.
In realtà delle risorse potrebbero arrivare da altre due azioni avviate dal governo. La tassa sugli extra profitti delle banche e la riduzione della platea di beneficiari del Reddito di cittadinanza. Ma il primo argomento rischia di spaccare la maggioranza, il secondo invece di creare un’ondata d’impopolarità per Palazzo Chigi.
Sul fronte banche la tassa sugli extraprofitti non piace a FI e Tajani chiede di cambiare il provvedimento. Non è un mistero che la tassa colpisce uno degli introiti principali della famiglia Berlusconi: i dividendi che ha garantito in questi anni banca Mediolanum.
Un’altra grana è l’autonomia, argomento caro invece alla Lega. Per andare avanti occorre approvare i Lep, livelli essenziali delle prestazioni: e qui di soldi ne servono davvero tanti. Basti pensare che solo per il tempo pieno nelle scuole il governo Draghi aveva stimato in 4 miliardi di euro l’investimento aggiuntivo dello Stato.Insomma, le promesse sono tante. I soldi meno. E l’autunno non è lontano.
(da Repubblica)

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ALLE SUPPLETIVE PER IL SEGGIO SENATORIALE DI MONZA LIBERATO DA B., IL CENTRODESTRA CANDIDA GALLIANI, GIÀ SOCIO DI B., PRESIDENTE DELLE SOCIETÀ IMMOBILIARI FININVEST, PRESIDENTE DI MEDIASET PREMIUM, CONSIGLIERE DI FININVEST, AD E VICEPRESIDENTE VICARIO DEL MONZA. COME SE UNO SPICCHIO DI SENATO FOSSE STATO PRIVATIZZATO

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

NON SAREBBE NEPPURE IMMAGINABILE IN UN’ALTRA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE, PERCHÉ LO VIETEREBBE ANCHE LA PIÙ SCADENTE DELLE LEGGI CONTRO I CONFLITTI D’INTERESSE

Per misurare lo stato della politica e dell’informazione, che in Italia si peggiorano a vicenda, basta leggere le cronache su quel che resta di Forza Italia dopo la dipartita di B.. La primogenita Marina lancia moniti al governo e i giornali si preoccupano dei rapporti fra la premier Meloni e la presidente Fininvest e Mondadori, mai eletta neppure amministratore di condominio.
Il secondogenito Pier Silvio, del quale pure si ignorano le idee [viene dato dai sondaggisti come il leader ideale di FI in quanto più popolare di Tajani (bella forza)
Del resto, si osserva, la famiglia B. continua a essere di fatto la proprietaria di FI, che finanzia garantendone i debiti con mega-fidejussioni. Tant’è che, alle suppletive per il seggio senatoriale di Monza liberato da B., il centrodestra candida Adriano Galliani, già socio di B., ultimamente nominato presidente delle società immobiliari Fininvest, presidente di Mediaset Premium, consigliere d’amministrazione di Fininvest, ad e vicepresidente vicario del Monza.
Il tutto – garantisce Tajani – previa intesa con la famiglia B.: come se uno spicchio di Senato fosse stato privatizzato e facesse parte dell’eredità, per usucapione. Nel discutere di questo bel quadretto, nessuno fa notare che non sarebbe neppure immaginabile in un’altra democrazia occidentale, perché lo vieterebbe anche la più scadente delle leggi contro i conflitti d’interesse. Ecco perché la cara salma è stata santificata sia da amici e alleati, sia da quasi tutti i sedicenti oppositori: perché il suo monumentale conflitto d’interessi, una volta sdoganato, legittima tutti quelli degli altri
Marco Travaglio
(da il “Fatto quotidiano”)

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PUGLIA, BALNEARI CONTRO LA LEGGE: VIETANO IL PRANZO AL SACCO

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

VIETATO PORTARSI IL CIBO DA CASA IN MOLTI STABILIMENTI IN MODO DA IMPORRE I LORO PREZZI GONFIATI… LA SOLUZIONE, SE CI FOSSE UN GOVERNO NORMALE E’ SEMPLICE: SIGILLI ALLO STABILIMENTO PER UN ANNO

Il cliché della parmigiana in spiaggia nei litorali meridionali potrebbe presto diventare un lontano ricordo: questo almeno è il quadro che emerge dalle cronache pugliesi, dove gli spazi liberi cedono sempre di più il posto ai lidi con pretese lussuose. Molti stabilimenti, scrive Repubblica, proibiscono categoricamente di entrare armati di vettovaglie. Una severità giustificata dalla speranza di indurre così gli avventori ad acquistare i pasti da loro preparati, a prezzi non proprio economici. Così come non sono economici gli altri servizi messi a disposizione dai lidi: le tariffe oscillano da un minimo di 30 euro nel Mar Village di Giovinazzo ai 100 euro in prima fila a Lido Santo Stefano a Monopoli, dai 418 euro di abbonamento quindicinale a Lido Calarena a Mola ai 180 euro mensili di Lido Nettuno a Molfetta.
«Alla fine, però – spiega Dario Durso, avvocato e attivista del Codacons a Bari – una semplice domenica al mare per una famiglia barese costa intorno ai 250-300 euro. E questo perché non si sono posti limiti ai privati, che ti fanno pagare fino a 25 euro un’insalata e lasciano sempre meno spazio alle spiagge libere, nonostante paghino canoni concessori esigui. Se poi si mettono anche a vietare di portare da mangiare ai bagnanti, davvero si supera ogni limite».
Durso è furioso anche contro i limiti al cibo in spiaggia: «Semplicemente non lo possono fare. Non ne hanno l’autorità.E se per questa stagione ormai è tardi, perché i tempi della burocrazia non ci consentirebbero di intervenire in tempo utile, dall’anno prossimo diffideremo chiunque si azzardi a proibire ai bagnanti di accedere al demanio con il proprio cibo».
La versione dei lidi
Ma c’è chi prova a difendersi: «I frigoriferi rigidi non li consentiamo per le riunioni di gruppo – spiega Michele Colella, direttore del Lido Calarena – se capita qualcuno che ce l’ha, lo preghiamo di lasciarlo in direzione. Picnic e tavolate non sono possibili, qui da noi. Però se uno si porta il cibo porzionato, la piccola borsa frigo o la bibita chiudiamo un occhio».
Fa eco Resi Tassiello, dal raffinato Maredentro di Bari: «Vetro e lattine da noi non entrano, e nemmeno le teglie. Ma questo mi sembra scontato e non stiamo neanche a sottolinearlo o tanto meno facciamo i controlli. Contiamo sul pubblico educato che frequenta la nostra struttura».
Ma c’è chi è più rigido, come il Lido Ottagono di Savelletri, dove è «severamente vietato introdurre cibi e bevande dall’esterno». Così come al Lido Spiaggia Verde di Barletta (dove un ombrellone con quattro lettini e parcheggio incluso costa 70 euro), che spiega a chiare lettere che «all’interno dello stabilimento non è consentito introdurre cibi, bevande e borse frigo di alcun genere».
Torna utile, a questo proposito, ricordare dunque quanto precisato dall’assessorato al Demanio della Regione Puglia nell’ordinanza balneare 2023: «è sempre consentito, sulle spiagge e sulle aree demaniali, introdurre alimenti specifici e/o dispositivi medici di emergenza negli opportuni contenitori (es. borse termiche) nonché consumare alimenti/bevande, anche se non acquistati in loco».
Ad essere vietato, invece, è «accendere fuochi o fare uso di fornelli ed allestire pic-nic con tavolini e sedie in aree non allo scopo riservate».
(da La Repubblica)

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