Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
IL VIAGGIO DEI DISPERATI LUNGO OLTRE 1.500 CHILOMETRI, CON QUALSIASI MEZZO… I CENTRI DI ACCOGLIENZA DEL NORD-EST SMANTELLATI DA SALVINI SONO AL COLLASSO
Già nell’agosto dello scorso anno il Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) a Gradisca d’Isonzo (Udine) registrava un sovraffollamento di 600 persone rispetto alle 200 previste, in una struttura che ospita anche il Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr).
Dodici mesi dopo, come riportano anche le associazioni umanitarie […] si è ripresentato lo stesso scenario, ma con un’emergenza sbarchi sulle coste siciliane senza precedenti che ha, di riflesso, paralizzato il turn over al Cara. Niente ricambi, quindi, almeno per ora, soprattutto per l’intasamento dei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) in tutta Italia dove vengono accompagnati in via prioritaria i profughi dal Mediterraneo.
Problemi che si ripetono, ma questa volta con molti più migranti accampati a Trieste e le reiterate proteste del sindaco Roberto Dipiazza. Profughi «diversi» L’attuale responsabile del Viminale Matteo Piantedosi, che già nei mesi scorsi aveva lanciato l’allarme sull’aumento di arrivi dai Balcani ordinando un potenziamento di controlli anche con le autorità slovene nelle province di Trieste e Gorizia e, oltre confine, di Koper e Nova Gorica (in base all’accordo del 2019) ha ordinato l’immediato trasferimento di 200 profughi proprio nei Cas.
Un provvedimento che potrebbe cominciare a mettere la rotta balcanica sullo stesso piano di quella mediterranea sul fronte dell’accoglienza. Anche perché il viaggio dei disperati (oltre 128 mila passaggi nel 2022) di oltre 1.500 chilometri, con qualsiasi mezzo, a rischio della vita fra violenze, malattie e hotspot finiti al centro di polemiche per maltrattamenti e precarie condizioni igienico-sanitarie, è un nuovo motivo di tensione.
D’altra parte dall’inizio del 2023, secondo il Viminale, sono già oltre 5.500 i migranti arrivati in Italia dopo essere passati per Turchia e Grecia, Albania, Montenegro, Kosovo, Serbia e Bosnia Erzegovina, anche se i numeri potrebbero essere più alti: i clandestini attraversano a piedi le montagne del Carso, seguendo passaggi come quello di Razgledišce Kroglje (Vedetta di Crogole), questa volta per arrivare a Trieste. Per individuare sia loro sia i trafficanti sono state piazzate anche telecamere nei boschi.
Insomma, così come sta avvenendo per la rotta mediterranea, che ieri ha superato quota 113 mila arrivi nel 2023 rispetto ai 105.127 di tutto il 2022, anche su quella dai Balcani si annuncia un trend in sensibile aumento, dato che l’anno scorso le persone identificate dopo il loro arrivo in Friuli-Venezia Giulia sono state 9.476 arrivi (nel 2021 furono 5.736).
Si tratta della quota più ampia di migranti rintracciati alle frontiere nazionali terrestri che al momento sono oltre 12 mila, con circa 4 mila uscite verso la Svizzera. Addirittura peggiore lo scenario sugli arrivi dei Balcani frutto del monitoraggio svolto da gennaio a luglio scorsi da alcune associazioni e mediatori culturali (Comunità san Martino al campo, Diaconia valdese, International rescue committee e altre): i migranti intervistati sono stati 7.890 rispetto ai 3.191 dell’anno scorso.
Quasi tutti uomini (92%), il 16% minorenni. Sette su dieci afghani, poi pachistani, bengalesi, nepalesi, curdi. Il 72% ha dichiarato di non voler rimanere in Italia, ma di essere solo di passaggio. Ma se fossero inseriti nelle quote dei flussi le loro intenzioni potrebbero cambiare.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
IL CONDUCENTE HA SPENNATO GLI INGENUI VACANZIERI CHE NON SAPEVANO DELL’ESISTENZA DI UNA TARIFFA FISSA, POCO MENO DI 20 EURO, PER LA TRATTA DI 7 CHILOMETRI… MA ANCHE QUESTA ENNESIMA TRUFFA FINIRÀ NEL NULLA: I TASSINARI SANNO DI POTER FARE IL LORO PORCO COMODO, E RIMANERE SEMPRE IMPUNITI
Una corsa notturna in taxi dall’aeroporto di Capodichino a via
Galileo Ferraris, lungo un percorso di sette chilometri, è costata 100 euro a quattro turisti americani. Lo racconta, pubblicando la foto della ricevuta, il deputato di Alleanza Verdi Sinistra Francesco Emilio Borrelli, al quale il caso è stato segnalato dal dipendente dell’albergo presso cui hanno alloggiato i turisti.
A Napoli esiste una tariffa predeterminata per gli spostamenti dall’aeroporto verso la zona della stazione ferroviaria, che prevede il pagamento di 19,50 euro per un massimo di quattro persone.
“Si tratta di un episodio inaccettabile – ha commentato Borrelli – per il quale ho chiesto subito chiarimenti ai Consorzi dei tassisti sulla regolarità della tariffa applicata. Gli stessi hanno confermato che la tariffa di 19,50 euro è a tratta e non per ciascun passeggero e verificheranno se lo stesso collega abbia rilasciato nella fattura il corretto codice identificativo, in modo da procedere alle sanzioni.
(da agenzie)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
PIU’ DELLA META’ SONO AL SUD… E BEN 1,3 MILIONI DI FAMIGLIE SPENDONO OGNI MESE GRAN PARTE DEI LORO SOILDI PER CURARSI PRIVATAMENTE PERCHE’ LA SANITA’ PUBBLICA HA DEI TEMPI DI ATTESA LUNGHISSIMI
Un milione e 348mila famiglie in Italia devono spendere più di un quinto dei propri guadagni “non essenziali” (cioè escludendo quelli che vanno in alimentari) per le spese mediche. È il 5,17% di tutte le famiglie del Paese. Il dato è emerso da uno studio presentato da Antonello Maruotti, docente di Statistica all’università Lumsa di Roma, su Avvenire. La costante scarsità di fondi alla sanità pubblica, unito alla pandemia da Covid-19 che peggiorato molte situazioni preesistenti, fa sì che oggi moltissime famiglie debbano spendere una parte significativa dei propri soldi per accelerare i tempi ed evitare liste d’attesa lunghissime. Per qualcuno (378mila famiglie, di cui circa 210mila residenti al Sud) questo significa scendere sotto la soglia di povertà relativa.
Il numero preciso è di 1.348.473 famiglie in tutta Italia. Queste famiglie ogni mese, messi da parte i soldi per i consumi alimentari, devono spendere il 20% di quanto gli resta per fare fronte alle spese mediche. Questo può includere assistenza medica, visite specialistiche, farmaci e tutti gli altri tipi di beni e servizi medici. La loro alternativa sarebbe di rivolgersi al Servizio sanitario nazionale, che però è spesso sovraccarico e incapace di rispondere a tutti allo stesso modo. Come detto, ci sono anche 378.629 famiglie che se non dovessero affrontare queste spese ogni mese sarebbero al di sopra della soglia di povertà relativa, mentre invece si ritrovano al di sotto. Famiglie che a tutti gli effetti diventano povere per potersi curare.
Il motivo è che la spesa per le necessità mediche ricade sempre più spesso sulle famiglie. D’altra parte, lo stesso studio ha riportato che tre famiglie su quattro (il 74,8%) hanno un qualche tipo di spesa medica da affrontare mensilmente. E non è un problema che colpisce tutti ugualmente: a essere più penalizzate sono le famiglie fragili. Si parla di nuclei familiari con dei minorenni, oppure con un over 75 a carico. Ma anche di chi ha un reddito basso, come quando capofamiglia ha un titolo di studio basso e un lavoro modesto.
Le differenze, poi, spiccano anche a livello territoriale. Ad esempio, in Toscana solo il 3% delle famiglie si trova a spendere più del 20% dei propri guadagni “non essenziali” per le spese mediche. La cifra resta piuttosto bassa in tutto il Nord, con il Piemonte al 4,9%, l’Emilia-Romagna al 4%, il Veneto al 6%. La Regione Lombardia fa registrare il 5,6% (anche se bisogna tenere a mente che vista la popolazione lombarda si parla comunque di 252mila famiglie). Le cifre sono ben più alte, in media, al Sud. Il 6,7% in Sicilia, il 7,2% in Basilicata, l’apice è al 9,1% in Calabria, una Regione in cui la sanità è commissariata da 13 anni.
La stessa disuguaglianza si vede nei numeri delle famiglie che entrano in povertà per pagare le spese mediche. Nelle Regioni settentrionali per la maggior parte questo avviene a meno dell’1% dei nuclei familiari. Scendendo nella penisola la media cresce, e nel Centro Italia si trovano ad esempio il Lazio e l’Umbria con l’1,5%. La percentuale si alza decisamente nel Mezzogiorno: dal 2,8% della Campania al 3,9% della Basilicata, fino al 4,3% della Calabria.
(da Fanpage)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
A TUTTO QUESTO SI AGGIUNGE LA PROSSIMA CHIUSURA PER LAVORI DEL TRAFORO DEL MONTE BIANCO, PREVISTA PER METÀ SETTEMBRE
Italia a rischio isolamento da Est a Ovest, con il Frejus chiuso al
traffico pesante dopo una maxi frana in Savoia avvenuta nel pomeriggio di domenica 27 agosto e con la linea ferroviaria del Brennero chiusa da ieri in Austria, nei pressi del confine di stato, sempre per colpa di una colata di terra e sassi.
Anche la ferrovia internazionale tra Italia e Francia è chiusa a seguito dello smottamento nella regione della Maurienne: tutto questo a meno di una settimana dalla chiusura del tunnel del Monte Bianco, per 15 settimane di fila, a partire dal 4 settembre prossimo.
Si aggrava così l’emergenza ai valichi alpini, dopo che a cavallo di Ferragosto sono andati in tilt i collegamenti ferroviari lungo il corridoio svizzero del Gottardo per il deragliamento di un treno merci diretto in Germania all’interno della galleria di base e mentre l’Austria, incurante delle proteste di Italia e Germania, ha già comunicato il calendario dei divieti di transito per i Tir lungo l’asse autostradale del Brennero relativi al primo semestre del 2024.
La frana che ha interessato l’autostrada A43 su territorio francese, appena al di là del confine italiano, e la tratta ferroviaria internazionale, si è staccata dal costone della montagna a Freney, riversando a valle 700 metri cubi di roccia e detriti. La A43 e la route dipartimentale 1006 sono chiuse tra Saint-Michel-de-Maurienne e Modane mentre la ferrovia è bloccata tra Modane e Chambery.
Il traffico è stato deviato su un’altra arteria stradale dove però non possono circolare i mezzi pesanti, a cui è dunque interdetto l’accesso al Tunnel del Frejus, dove possono circolare soltanto i veicoli sotto le 3,5 tonnellate di peso. Il consiglio delle Autorità è di raggiungere Milano e Torino attraverso il Monte Bianco che, tra le altre cose, chiuderà lunedì prossimo.
Sommando i mezzi pesanti che attraversano Frejus e Monte Bianco si supera il milione e 400mila unità. Il destino dei due valichi del Nord Ovest torna ad intrecciarsi come nel 2009, dopo l’incendio del tunnel del Monte Bianco e la chiusura, per due anni, del valico valdostano. Il raddoppio del tunnel autostradale del Frejus sarà operativo tra fine 2023 e inizio 2024 e dovrà assorbire la stragrande maggioranza dei traffici del Monte Bianco – circa 600mila tir all’anno, in media 50mila al mese – con un aggravio atteso dell’impatto di traffico ad esempio sulla tangenziale di Torino.
L’attraversamento dell’arco alpino è dunque cruciale per il benessere e la competitività dell’economia italiana, soprattutto delle nostre esportazioni, ed è un’emergenza ancora poco percepita dall’opinione pubblica. L’Italia è un Paese privo di materie prime. Le importa per trasformarle e produrre beni finali, che viaggiano verso i mercati esteri. Con l’esclusione dei prodotti petroliferi, di tutto l’import/export dell’Italia con il resto del mondo, pari a 266 milioni di tonnellate, il 60% (oltre 170 milioni di tonnellate) si svolge con i Paesi europei e deve passare per l’arco alpino.
Come accennato, a seconda del valico utilizzato, le merci possono raggiungere la Francia, la Svizzera o l’Austria e continuare poi il viaggio verso altre destinazioni in tutta Europa. Pensiamo alla Spagna, alla Gran Bretagna, al Benelux, alla Polonia, alla Germania. Oggi il 66% del volume complessivo d’import-export dell’Italia con i Paesi europei viaggia su strada, il 34% su ferrovia.
Il Brennero, con 49,4 milioni di tonnellate di merce l’anno in import- export (35,6 milioni su strada e 13,8 via treno), è in assoluto il principale tra i valichi alpini: precede Tarvisio con 27,8 milioni (19,6 su strada e 8,2 su ferrovia), Ventimiglia con 20,2 milioni (19,5 su strada) e il Frejus con 13,8 milioni (11,1 su strada e 2,7 su ferrovia). Dal Monte Bianco transitano invece 9,7 milioni di merci l’anno, tutte su strada.
Ciò che accade al valico del Brennero ormai da anni, con l’applicazione delle limitazioni al transito stradale dei mezzi pesanti imposte in modo unilaterale dal Tirolo (si veda altro articolo in pagina), testimonia proprio l’esigenza di un intervento risolutivo della Commissione europea per il ripristino della libera circolazione delle merci lungo il Corridoio Scan-Med ossia lungo un asse di trasporto strategico per l’economia della Ue. Intanto in Svizzera la galleria di base del Gottardo è stata parzialmente riaperta dopo l’incidente dello scorso 10 agosto.
(da il Sole 24 Ore)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
L’ACCORDO CON LA TUNISIA, MA È UNA “SÒLA” CLAMOROSA, GLI ARRIVI AUMENTATI DEL 500%…: KAIS SAIED CHIEDE LO SBLOCCO DI 1,9 MILIARDI DAL FMI, CHE NON VUOLE ASSECONDARE IL DITTATORE DI TUNISI. IL QUALE SI VENDICA
Gli accordi sbandierati con la Tunisia sono un flop certificato dai numeri: oltre 70mila arrivi dal piccolo Paese arabo rispetto ai circa 13.500 dello scorso anno, più del 500%.
E nonostante ciò i ministri continuano a parlare di “trend positivo” e di “apprezzamento per gli sforzi” di Tunisi, che aveva promesso di limitare le partenze verso il nostro Paese.
Così la premier Giorgia Meloni, che su quell’accordo ha messo la faccia, ieri ha deciso di commissariare – di fatto – il dossier migranti, sfilandolo dalle dirette competenze dei due ministri principali, il titolare dell’Interno, Matteo Piantedosi, e quello degli Esteri, Antonio Tajani e mandando un segnale politico chiaro a Matteo Salvini, che sull’immigrazione ha costruito una carriera.
Ora se ne occuperà il Cisr, il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, presieduto dal sottosegretario Alfredo Mantovano, che è anche il punto di riferimento delle intelligence: la prima riunione si è tenuta ieri a Palazzo Chigi dopo il Consiglio dei Ministri.
La Tunisia al momento è però un colabrodo. Dalle sue coste da gennaio sono partiti il doppio dei migranti salpati da Libia, Turchia e Algeria messe insieme. E tutto ciò nonostante il blitz di Meloni del 16 luglio a Tunisi insieme alla presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen.
In quell’occasione la premier aveva annunciato 100 milioni al governo del presidente Kais Saied per le operazioni “Search and Rescue”, che sarebbe il blocco delle partenze verso il nostro Paese.
Il problema è che Tunisi si aspetta anche lo sblocco degli 1,9 miliardi promessi dal Fondo monetario internazionale e garantiti da Meloni e Von der Leyen, su cui il Fmi – riferiscono fonti informali della Farnesina – ha però più di una riserva perché non vede di buon occhio il regime di Saied. E visto che i soldi del Fmi ancora non arrivano, Tunisi sta per tornare a battere cassa all’Italia e all’Ue. Pagare (più) moneta, vedere cammello, recitava un vecchio adagio.
L’accordo con Tunisi più che da Tajani – che avrebbe preferito soluzioni più “soft” – è stato voluto proprio da Meloni. Anche se ieri la premier ha scelto di scaricare, di fatto, la responsabilità sui ministri, accusandoli di non comunicare tra loro: “È essenziale – ha detto – che ciascun ministro sia al corrente sul lavoro che svolge il suo collega per evitare duplicazioni, dispersione di risorse, ma anche che il nostro interlocutore di turno (la Tunisia? ndr) si rivolga a più d’uno di noi, sollecitando i medesimi interventi, senza poi dare conto dell’utilizzo degli aiuti che riceve”.
Tradotto: basta litigare, qui comando io. Non è un caso che in conferenza stampa Mantovano abbia preceduto Piantedosi nel difendere a spada tratta l’accordo con Tunisi. “È un dato innegabile l’incremento degli arrivi – ha detto il sottosegretario – ma i numeri, oggettivamente preoccupanti, vanno letti e sottolineano che il lavoro comincia a ottenere i primi risultati”.
La lettura di Mantovano si basa sul picco degli arrivi di maggio, +1008% , ma ignora il nuovo record di sbarchi nelle 24 ore registrato sabato a Lampedusa, con oltre 3mila approdi.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
ESTROMESSO ANCHE DAGLI AFFARI IN SIRIA E AFRICA, L’EX “CUOCO” ERA VOLATO IN MALI PER CERCARE SOSTEGNO, POI LA “TRAPPOLA” DELLA CONVOCAZIONE IN RUSSIA, PER DISCUTERE CON “ALTI FUNZIONARI”, E IL MISTERO DELL’AEREO ABBATTUTO
Due mesi esatti corrono dalla fallita rivolta di Wagner fino alla
morte, adesso ufficiale, di Evgenij Prigozhin nello schianto del suo aereo privato. Due mesi all’apparenza di pressoché totale e insolito silenzio per un uomo che lanciava quotidiane invettive sui social, ma in realtà di intrecci e trame segrete.
Un lungo colloquio col dittatore bielorusso Aleksandr Lukashenko; non uno, ma due incontri al Cremlino con il presidente russo Vladimir Putin; voli San Pietroburgo- Minsk del jet Embraer poi precipitato, ma anche missioni del ministero della Difesa russo deciso a rimpiazzare Wagner non solo in Ucraina, ma anche all’estero.
Il 23 giugno Prigozhin, ubriaco del successo a Bakhmut e deciso a non firmare il contratto che dovrebbe assoggettare Wagner alla Difesa, lancia l’estrema sfida. Muove i suoi mercenari contro la capitale in una folle marcia per la “giustizia”. Il giorno dopo, ordina la ritirata. C’è un accordo mediato da Lukashenko che garantisce al “traditore”, come lo ha chiamato Putin, e agli altri ribelli l’immunità in cambio dell’esilio in Bielorussia. Ma in molti non hanno dubbi: il destino dell’ex “cuoco” è segnato.
Sul ribelle di colpo cala il silenzio. Neppure l’audio di 11 minuti diffuso il 26 giugno in cui prova a giustificare la sua insurrezione fornisce indizi su dove si trovi. La mattina seguente, il suo aereo vola da Rostov-sul-Don a Machulishchi in Bielorussia.
Lukashenko conferma l’arrivo del capo di Wagner. Quel che non dice è che quel giorno, il 27 giugno, lo riceve per ben cinque ore in una residenza sul cosiddetto “mare di Minsk” prima che Prigozhin riparta per San Pietroburgo.
La società mediatica Patriot, paravento anche della “fabbrica di troll”, chiude e Wagner annuncia lo stop a nuovi reclutamenti. Prigozhin perde le sue fonti economiche.
Il 29 giugno il portavoce di Putin Dmitrij Peskov nega per l’ennesima volta di sapere dove si trovi Prigozhin. Il mercenario ribelle, invece, è proprio al Cremlino
Dopo la successiva ammissione di Peskov, è lo stesso Putin a raccontarlo. Dice di aver discusso per tre ore «possibili soluzioni » affinché Wagner continui a combattere, ma sotto il comando di Andrej Troshev. «Molti hanno annuito quando l’ho detto», ricorda Putin. «Ma Prigozhin, che era seduto davanti, non l’ha visto e dopo aver ascoltato ha detto: “No, i ragazzi non sono d’accordo”».
Durante quell’incontro Putin urla contro Prigozhin per tutto il tempo, si viene a sapere giorni fa, ma poi lo lascia andare. È a quel punto che Prigozhin si sarebbe convinto di averla fatta franca. «Zhenja (Prigozhin, ndr) ha creduto che Putin si fosse sfogato. “Non ci ha uccisi subito, quindi non ci ucciderà”, ha pensato. Si credeva indistruttibile, si è convinto di essere immortale», ha raccontato una fonte di Wagner a Meduza.
Avviene poi un secondo incontro con Putin, rimasto finora segreto. Stando al giornalista investigativo russo Andrej Zakharov, il leader del Cremlino gli concede di poter continuare a trattare con i “Paesi lontani”, a patto di restare fuori dall’Ucraina e dagli affari interni.
Prigozhin resta defilato tanto da lasciar pensare che il suo basso profilo pubblico faccia parte del suo accordo col Cremlino. Fa la spola tra San Pietroburgo e la Bielorussia dove si sono trasferiti i mercenari sfollati dall’Est Ucraina.
Stando al tracciato del suo aereo Embraer Legacy 600, vola a Minsk almeno 4 volte, 6 se si includono i voli di un altro suo jet. L’11 luglio trapela una sua foto in mutande dall’accampamento di Tsel dove trascorre la notte e il 18 luglio un video sfocato mostra la sagoma di un uomo che gli somiglia che dice a uomini in mimetica: «Benvenuti in terra bielorussa! Prepariamoci a un nuovo viaggio in Africa».
A dispetto delle promesse di Putin, però, il ministero della Difesa sta tagliando fuori Wagner anche dalle operazioni all’estero. Il viceministro Junus-Bek Evkurov va in Siria dove Wagner opera dal 2015. Una volta partito, Damasco dà a Prigozhin un ultimatum: lasciare la Siria entro la fine di settembre. Alla vigilia del fatale schianto aereo, Evkurov incontra Khalifa Haftar in Libia. «Vuole allontanare Prigozhin », scrive il nazionalista Igor Semenov.
Intanto il numero due dell’intelligence militare Gru, Andrej Averjanov, elabora un piano per sostituire Wagner in Africa con un corpo di oltre 20mila soldati regolari. Prigozhin vola in Mali proprio per cercare di arginarlo. Stando al Wall Street Journal, il 18 agosto incontra il presidente della Repubblica Centrafricana. Il 21 agosto un video su Telegram lo mostra armato di fucile sullo sfondo di una pianura polverosa mentre proclama che Wagner «sta rendendo la Russia ancora più grande in tutti i continenti e l’Africa ancora più libera».
Il 23 agosto, al suo ritorno a Mosca, incontra un membro del Consiglio di sicurezza, sostiene Zakharov. Chi? Il segretario Nikolaj Patrushev, il suo vice Dmitrij Medvedev? Non si sa. Ma lo stesso Putin, nel porgere le sue condoglianze, allude a un colloquio con «funzionari». Una trappola, probabilmente.
Al termine dell’incontro, Prigozhin si rimette a bordo del suo jet alla volta di San Pietroburgo. L’ultimo fatale volo su cui si moltiplicano le ipotesi: una bomba nel vano carrello, in una cassa di vino o nel condizionatore o un missile terra- aria. Evkurov, intanto, sta continuando il suo tour. È tornato in Siria e presto andrà nuovamente in Africa. L’obiettivo è chiaro. L’uscita di scena di Prigozhin non basta. «Wagner delenda est». Wagner dev’essere distrutta.
(da La Repubblica)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
MANTOVANO “LO ESCLUDO”… MA LA NOTIZIA E’ ARRIVATA INFORMALMENTE DA FONTE ATTENDIBILE AL DIRETTO INTERESSATO… INTERROGAZIONI DI + EUROPA E AZIONE
Una notizia arrivata informalmente al diretto interessato, Marco Cappato, il quale ha deciso di renderla pubblica e di chiederne chiarimenti a Giorgia Meloni. Secondo una fonte anonima, il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni sarebbe intercettato dai Servizi segreti, attraverso un trojan inserito nel suo cellulare e microcimici nascoste negli ambienti che frequenta abitualmente.
«Chiedo formalmente alla presidente del Consiglio di verificare se corrisponda al vero l’informazione a me giunta anonimamente che, dal febbraio 2023 sarei sottoposto a “captazione informatica” del telefono – un’intercettazione permanente e totale – con trojan di Stato e che siano in corso intercettazioni con microcimici nelle miei sedi abituali di lavoro e di vita dal marzo di quest’anno».
Nella nota diffusa alla stampa, Coscioni ha chiamato in causa direttamente l’Aisi, l’Agenzia di informazione e sicurezza, e il Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Repubblica, rispettivamente braccio operativo e mandante della presunta operazione di spionaggio.
L’ipotesi di reato principale che avrebbe portato a intercettare Cappato sarebbe quella di associazione sovversiva. L’ex europarlamentare, nel comunicato, ha chiosato: «Nel caso tale informazione, che potrebbe anche riguardare le persone con cui collaboro da anni, dovesse essere in tutto o in parte corrispondente al vero, chiedo alla presidente del Consiglio di interrompere immediatamente tale attività perché in palese contrasto con il libero esercizio di diritti civili e politici fondamentali previsto dalla nostra Costituzione che la Repubblica italiana ha l’obbligo di rispettare, in virtù dell’aver ratificato tutti gli strumenti internazionali dei diritti umani».
Si è fatta attendere qualche ora la replica di Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi. «Escludo nel modo più assoluto che vi sia o vi sia stata attività di intercettazione nei confronti dell’onorevole Cappato».
Intanto, però, diversi esponenti dell’opposizione avevano già annunciato azioni parlamentari per ascoltare la versione del governo Meloni sulla vicenda. Enrico Costa, deputato di Azione, ha scritto su Twitter: «Presenterò interrogazione urgente a Meloni perché confermi o smentisca le affermazioni di Cappato sul trojan di Stato nel suo telefono. Se vere, sarebbero fatti di gravità inaudita».
Riccardo Magi, segretario di +Europa, e il suo predecessore, Benedetto Della Vedova, hanno già provveduto a depositare un’interrogazione urgente rivolta al Guardasigilli Carlo Nordio e alla presidenza del Consiglio.
Sui profili social del segretario del partito, si legge: «Se confermato, quanto denunciato stamattina da Cappato è di una gravità inaudita. Va immediatamente chiarito se vi sia stata davvero questa attività di intercettazione, da chi sia stata disposta e per quali ragioni. Per questo con Benedetto Della Vedova abbiamo già depositato un’interrogazione urgente al ministro della Giustizia e alla presidenza del Consiglio».
(da agenzie)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
E QUESTO NONOSTANTE IL SERVIZIO MILITARE NELL’ARMATA ROSSA SIA DIVENTATO SEMPRE PIU’ REDDITIZIO DALL’INIZIO DELLA GUERRA IN UCRAINA – OGGI UN SOLDATO SEMPLICE INTASCA OLTRE 200 MILA RUBLI AL MESE, QUASI TRE VOLTE IL SALARIO MEDIO NAZIONALE. MA QUESTO NON BASTA A CONVINCERE I RUSSI AD ANDARE AL FRONTE
Benche’ il servizio militare nelle Forze armate russe sia diventato
sempre piu’ redditizio dall’inizio della guerra in Ucraina, “e’ improbabile che la Russia riesca a raggiungere i suoi obiettivi di reclutamento di volontari nei ranghi”. A sostenerlo e’ l’ultimo bollettino dell’intelligence britannica diffuso sul canale X (ex Twitter) del ministero britannico della Difesa.
“Molti gradi inferiori in servizio in Ucraina percepiscono oggi oltre 200 mila rubli al mese, si tratta di oltre 2,7 volte il salario medio nazionale russo, pari a 72.851 rubli”, riporta il bollettino citando, “a titolo di paragone”, il fatto che “2,7 volte il salario medio in Gran Bretagna equivarrebbe a oltre 90 mila sterline all’anno”.
Secondo gli analisti, “e’ molto probabile che lo stipendio e i benefici aggiuntivi siano un forte incentivo ad arruolarsi, soprattutto per chi proviene dalle aree piu’ povere della Russia”. Tuttavia, puntualizzano, “e’ improbabile” che Mosca riesca a raggiungere i suoi target di reclutamento.
(da agenzie)
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Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
PER FARE CASSA PENSA A UNA RIFORMA DELLE AGEVOLAZIONI FISCALI CHE VALGONO 125 MILIARDI, FAVORENDO LA PROPRIA BASE ELETTORALE
È come il dibattito sulle tasse ai balneari, le licenze dei tassisti o l’aggiornamento dei valori catastali. Anche il taglio delle cosiddette spese fiscali (tax expenditures in gergo tecnico) riaffiora ciclicamente nel dibattito politico. Se ne fa un gran parlare per qualche tempo, fino a quando l’argomento torna nel lungo elenco delle riforme alla voce «anche quest’anno ne riparliamo l’anno prossimo».
Il copione è stato rispettato alla lettera anche in questi giorni di gran polverone sui contenuti della prossima manovra finanziaria, un bla bla che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha liquidato come «chiacchiere agostane di calciomercato». Con il governo che arranca come non mai per far quadrare i numeri del bilancio dello stato, i tecnici della maggioranza stanno passando in rassegna la lunga lista delle entrate e delle uscite.
Tra promesse elettorali, misure improrogabili e vincoli europei i margini di intervento appaiono davvero ristretti. Ed ecco, allora, che rispunta un evergreen, un ritornello che non passa mai di moda e da anni puntualmente accompagna il dibattito autunnale sulla legge finanziaria. Mancano all’appello una manciata di miliardi? Servono risorse extra per chiudere il cerchio dei conti pubblici?
Niente paura, c’è il calderone delle spese fiscali, una riserva pronta all’uso a cui attingere in caso di necessità. L’esecutivo di Giorgia Meloni, al pari di tutti quelli che l’hanno preceduto, starebbe quindi pensando di metter mano a un gigantesco magazzino che comprende centinaia di sussidi e agevolazioni d’imposta. Facile a dirsi, perché questo ginepraio di norme consente ogni anno a milioni di italiani di dare un taglio alle tasse da pagare.
È il caso, giusto per fare un paio di esempi, delle detrazioni Irpef di oneri come le spese sanitarie oppure gli interessi sui mutui per l’acquisto della prima casa. La lista delle voci che vengono genericamente classificate nella categoria delle tax expenditures è in realtà lunghissima. L’ultimo rapporto redatto da un’apposita commissione istituita in seno al Mef ne ha censite ben 626.
La torta lievita di anno in anno e a conti fatti, nel 2023, gli oneri per l’erario di questi provvedimenti ammonteranno a circa 125 miliardi, di cui 82 miliardi a carico dell’amministrazione centrale dello stato, mentre i restanti 43 miliardi pesano sul bilancio degli enti locali (regioni, comuni). Passando in rassegna questo interminabile elenco è facile arrivare alla conclusione che metter mano alla materia è politicamente molto rischioso.
Misure come quelle che riguardano i mutui prima casa o le spese mediche rappresentano un paracadute importante per milioni di famiglie: toccarle costerebbe milioni di voti. Poi ci sono molte altre agevolazioni che invece riguardano lobby potenti o grandi comprati industriali. Gli autotrasportatori, per dire, beneficiano di uno sconto sostanzioso che riguarda le accise sul gasolio. Lo stesso vale per il carburante destinato ai mezzi agricoli. Il costo complessivo di queste due misure supera i 2 miliardi.
Poi c’è il cosiddetto patent box, che sarebbe la tassazione agevolata per i redditi prodotti grazie a brevetti industriali, software protetto da copyright. In questo caso il minor gettito per le casse dello stato si aggira intorno ai 700 milioni di euro all’anno. Porta grandi benefici alle imprese anche il credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi. Secondo l’ultimo rapporto sulle spese fiscale, questo singolo provvedimento assorbe 1,3 miliardi.
Gli armatori invece godono di un’agevolazione calcolata in base alle trattenute Irpef sugli stipendi del personale di bordo. Una voce che vale oltre 200 milioni l’anno di minori incassi per lo stato. Basta questo breve elenco per comprendere che difficilmente il governo tenterà di dare un taglio a sussidi che vanno a diretto beneficio di gruppi di interesse che, se non altro, possono disporre di decine di parlamentari sensibili alle loro ragioni.
E allora, che cosa resta? In teoria l’elenco dei sussidi da rivedere, e magari eliminare, sarebbe ancora lunghissimo. Il problema, però, è che una fetta rilevante della torta complessiva delle spese fiscali finisce per alimentare decine e decine di provvedimenti in formato extra small. Sono addirittura 250 le misure che valgono ciascuna meno di 50 milioni.
Provvedimenti che assomigliano molto a mance e mancette destinate a premiare singole clientele elettorali. Non per niente nell’ultimo rapporto sule tax expenditures, pubblicato nell’autunno scorso, la commissione di esperti segnala il «prevalente utilizzo» di gran parte di questi sussidi «per finalità politiche e di scambio con i vari gruppi di interesse». Anche in questo caso l’elenco è sterminato.
Si va dalle esenzioni d’imposta per le mance ai croupier dei casinò, all’applicazione dell’Iva ridotta al cinque per cento sui tartufi freschi o refrigerati, la «detassazione ai fini Irpef degli emolumenti percepiti da docenti e ricercatori che rientrano in Italia per svolgere la loro attività lavorativa», l’esclusione, sempre ai fini Irpef, dei proventi dell’apicoltura «condotta da apicoltori con meno di 20 alveari in comuni classificati come montani». Godono di un trattamento di favore anche «i dipendenti italiani di enti o società controllate dal Vaticano», che non pagano l’Irpef.
Va da sé che rivedere uno per uno decine di agevolazioni di questo tipo è un lavoro che richiederebbe mesi. E mal si adatta alle esigenze di un governo che deve fare cassa in fretta. D’altra parte, la maggioranza di centrodestra si è mossa finora in direzione esattamente opposta alla riduzione delle spese fiscali.
In questa categoria è compresa per esempio anche l’estensione della flat tax per i lavoratori autonomi fino a 85 mila euro di reddito dichiarato, che l’anno prossimo potrebbe portare a un minor gettito fino a 900 milioni. A questa somma a cui vanno aggiunti altri 900 milioni per effetto dell’introduzione della cosiddetta flat tax incrementale. Si conferma così una vecchia regola: i favori fiscali sono costi da tagliare fino a quando non danno una mano alla tua base elettorale.
(da editorialedomani.it)
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