Agosto 28th, 2023 Riccardo Fucile
ORA SI PRODIGA IN SPERTICATI ELOGI NEI CONFRONTI DELLA MELONI… RETRIBUITO PER PRESIEDERE LA FONDAZIONE DELLA PRINCIPALE AZIENDA DI ARMI
L’indefesso compagno Marco Minniti, che un tempo si candidò perfino alla guida del Pd, dacché gli equilibri del potere pendono a destra non fa che prodigarsi in sperticati elogi all’indirizzo di Giorgia Meloni: “Può avere il ruolo della Merkel per spezzare lo stallo africano”, profetizzò argutamente su Libero, proprio alla vigilia del colpo di stato in Niger; dall’alto della sua esperienza ha benedetto la politica estera della premier in materia di governo dell’immigrazione.
Ansioso di presentarsi come statista al di sopra delle parti, retribuito per guidare una delle fondazioni della principale azienda produttrice di armi, ieri sul Corriere della Sera il nostro ha voluto rassicurarci: sul trattamento dei migranti, “la visione del presidente Mattarella e quella di Giorgia Meloni non sono in conflitto strategico”. Insomma chi avesse riscontrato dissonanze fra il discorso di Rimini del capo dello Stato e il decreto Cutro del ministro Piantedosi, è vittima di un abbaglio.
Talmente univoca è la visione del rapporto da costruire con la sponda Sud del Mediterraneo, da comprendervi tutti quanti. Perché no? Anche Elly Schlein, purché la smetta di accusare di disumanità il governo che ha introdotto quello che lei chiama “reato di solidarietà”. Ispirate dallo spirito bipartisan di Minniti, maggioranza e opposizione dovrebbero insieme varare un nuovo piano per l’Africa. Eh sì perché l’esperto Minniti se n’è accorto: “L’Europa sta per perdere l’Africa e sarebbe un disastro per lo squilibrio demografico e per la sicurezza del pianeta”. Cotanta lungimiranza gli ha fatto scoprire, beato lui, “uno spiraglio importante” per assumere una “responsabilità condivisa”, con un dibattito “magari aspro” in Parlamento. Gli daremmo retta più volentieri se nella fretta non si fosse dimenticato di spendere almeno una parola sul fiasco del “modello Minniti” con cui stiamo facendo i conti.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 28th, 2023 Riccardo Fucile
“FARE PRESTO O TUTTE LE PROCEDURE SI BLOCCHERANNO”
Il mercato degli appalti corre anche a luglio, a sorpresa, con gare
pubblicate per un importo di almeno 9,97 miliardi: non c’è stato il blocco dei lavori e delle forniture che tutti gli osservatori prevedevano per l’entrata in vigore del nuovo codice degli appalti (riforma-pilastro del Pnrr). Ma il paradosso è che una fortissima spinta nei primi sette mesi dell’anno è arrivata proprio dagli interventi comunali che ora il governo vuole stralciare dal Pnrr. Ad opera dei comuni sono stati pubblicati infatti 7.726 bandi di gara, il 45% del numero totale, per un importo di quasi 7,9 miliardi. Rispetto a gennaio-luglio 2022 la crescita degli appalti comunali, spinta dai progetti Pnrr, è stata del 167,5%. Una crescita che rischia di finire nel vuoto.
Questi primi numeri parziali sul mese di luglio sono contenuti in unanota dell’Associazione nazionale dei costruttori edili (Ance) basata sul monitoraggio di Infoplus e riportata stamattina in dettaglio nel “Diario dei nuovi appalti”, sito dedicato alla riforma del settore (diarionuoviappalti.it). Il dato totale mensile di luglio 2023 rilevato dalla rete Ance-Infoplus, pari a 53,5 miliardi, è superiore dell’80% per importo rispetto al dato del luglio 2022 ricavato sulla stessa rete. Non si tratta di un indicatore esaustivo delle tendenze del mercato, ma rappresenta un segnale qualificato e importante.
D’altra parte, non sono stati soltanto i comuni a spingere nei primi sette mesi dell’anno, ma anche altri soggetti coinvolti direttamente nel Pnrr, a partire dalle Ferrovie, che hanno registrato un boom di grandi opere (12,4 miliardi con 263 interventi e un importo medio di 47,1 milioni di euro). La crescita registrata dal gruppo Ferrovie (spinta soprattutto dal polo infrastrutture guidato da Rete ferroviaria italiana) è del 262,3% rispetto ai livelli, pure elevati, di un anno fa. Forte crescita anche per i bandi delle Regioni (2,9 miliardi), dalle Province (3,3 miliardi) e delle società di servizi pubblici locali come l’acqua, i rifiuti, l’ambiente e l’energia (7,7 miliardi).
La circolare di Salvini
Nella mancata frattura di luglio ha pesato positivamente la scelta fatta con la circolare del ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, del 13 luglio scorso che ha escluso dall’applicazione delle nuove regole tutti i progetti ricompresi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza e nel collegato Piano nazionale complementare (Pnc), anche se di competenza di comuni non capoluogo di provincia. Questo ha consentito alle amministrazioni impegnate sul Pnrr di continuare con progetti e procedure già avviate senza dover cambiare in corso la disciplina di riferimento.
Viceversa, è una grana ancora irrisolta per il governo il boom di bandi comunali di opere legate al Pnrr che rischiano di restare senza finanziamenti e quindi di essere bloccate in corsa. Nessuna risposta soddisfacente hanno ancora avuto i sindaci sulle risorse alternative e immediate, europee o nazionali, che dovrebbero consentire di realizzare comunque gli interventi inseriti nel Pnrr, senza fermarli, come ha promesso fin da luglio il ministro per le Politiche europee e il Pnrr, Raffaele Fitto. Senza contare che proprio l’Ance aveva messo in guardia dal rischio che, pur in presenza di finanziamenti certi, non si sarebbe potuta garantire una continuità di iter fra fondi e finanziamenti che rispondono a criteri e regole differenti. «Sappiamo tutti bene – aveva detto la presidente Federica Brancaccio – che i fondi tagliati al mattino dal Pnrr non tornano al pomeriggio con il Fondo di sviluppo e coesione. Il rischio che si blocchino le procedure in corso è altissimo».
Il primo via libera dell’Ue
Il governo ha incassato dalla commissione Ue il 28 luglio il primo via libera alla modifica della quarta rata di finanziamento con l’aggiustamento o il rinvio di una decina di “target” e “milestone”, ma non ha ancora formalizzato a Bruxelles la proposta di modifica generale del piano, annunciata il 27 luglio e attesa per fine agosto, con uno stralcio di opere per 16 miliardi, di cui 12 relative proprio ai progetti di rigenerazione urbana comunale. Il presidente dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci), Antonio Decaro, ha parlato dal Meeting di Rimini di 55mila progetti comunali a rischio di definanziamento. D’altronde, i dati degli appalti dei primi sette mesi confermano quanto l’Anci sostiene da tempo, che i progetti comunali del Pnrr sono andati avanti e sono in uno stadio avanzato, più di altri capitoli del Piano (i 3 miliardi per il dissesto idrogeologico, pure stralciati dal governo, per esempio, sono ancora alla fase di distribuzione delle risorse).
Il dato di luglio degli appalti racconta anche altro. Segna un calo, scontato, rispetto al dato straordinario di giugno 2023, quando le amministrazioni pubbliche avevano fatto una corsa a pubblicare le gare proprio per evitare la tagliola dell’applicazione delle nuove regole. Quello di luglio è comunque il secondo dato mensile dell’anno.
I primi sei mesi dell’anno avevano polverizzato ogni record per il mercato degli appalti. I dati del Cresme, istituto di ricerca che vanta una rete di rilevazione dei bandi di gara più capillare sul territorio e quindi raccoglie molte iniziative oltre a quelle pubblicate sulle Gazzette ufficiali, indicavano già nel primo semestre un mercato di 55 miliardi, con una crescita del 118% rispetto all’anno 2022 che pure aveva segnato il record storico. Si tratta di numeri che risentono delle riforme e degli investimenti Pnrr, ma che comunque smentiscono chi in questi anni ha parlato di fallimento del vecchio codice del 2016. Bisognerà attendere il dato Cresme di luglio e poi di agosto per fare un bilancio definitivo e un’analisi più ampia, ma i primi segnali sul mancato blocco del mercato sono inequivocabili.
Tra i bandi più rilevanti pubblicati nel mese di luglio ci sono i lavori della Torino-Lione per circa 3 miliardi e il potenziamento della linea ferroviaria Rho-Arona per la tratta Rho-Gallarate, pubblicato da Rete ferroviaria italiana (Fs) per 259 milioni. Anche gli appalti stradali deĺl’Anas risultano in ripresa con 4,6 miliardi.
(da La Stampa)
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Agosto 28th, 2023 Riccardo Fucile
VESTITO IN ASSETTO DA GUERRA E ARMATO CON UN FUCILE D’ASSALTO E UNA PISTOLA SU CUI ERA DISEGNATA UNA SVASTICA, SI È SUICIDATO DOPO AVER COMPIUTO LA STRAGE… NEL SUO COMPUTER I MANIFESTI RAZZISTI DOVE DICHIARAVA DI “ODIARE I NERI E DI VOLERLI UCCIDERE”
Il ragazzo che ha ucciso tre persone sabato a Jacksonville, in Florida, è un suprematista bianco che ha agito spinto dall’odio razziale. L’ultima sparatoria di massa negli Usa è avvenuta intorno alle 13 di sabato in un discount della catena Dollar General.
Il killer – Ryan Christopher Palmeter, 21 anni -, vestito in assetto da guerra e armato con un fucile d’assalto e una pistola su cui era disegnata una svastica bianca, è entrato in azione nel giorno del quinto anniversario di un’altra strage nella città, e nel giorno in cui migliaia di persone sono scese per le strade di Washington per celebrare i 60 anni del celebre discorso «I have a dream», pronunciato da Martin Luther King
L’assassino ha ucciso tre afroamericani (due uomini e una donna) e poi si è tolto la vita. […] era stato segnalato per violenza domestica nel 2016 e l’anno dopo era stato ricoverato in una struttura psichiatrica.
Secondo quanto rivelato dallo sceriffo, l’assassino viveva nella Clay County, a sud di Jacksonville, con i suoi genitori, ed è stato proprio il padre ad allertare le autorità. Prima di entrare in azione, infatti, il ventenne gli ha inviato un messaggino chiedendo di «controllare il suo computer», e così il padre ha scoperto i manifesti razzisti dove dichiarava di «odiare i neri e di volerli uccidere». Manifesti che, ha precisato lo sceriffo, «descrivevano nel dettaglio la sua disgustosa ideologia di odio».
La strage è stata probabilmente preparata da mesi nei minimi dettagli, che ora spetterà all’Fbi analizzare per capire come e quando il killer si sia radicalizzato. Dai suoi scritti, peraltro, è emerso che era a conoscenza della sparatoria di massa avvenuta a Jacksonville esattamente cinque anni prima, e questo rafforza l’ipotesi che possa aver scelto la data del suo attacco in coincidenza con quell’anniversario.
Sparatorie nei centri commerciali, nelle scuole, al cinema o per strada, lo spargimento di sangue negli Usa sembra non essersi mai fermato nella prima metà del 2023 con un bilancio delle vittime che è aumentato quasi ogni settimana.
Quello di Jacksonville è solo l’ultimo atto di violenza causato dalle armi da fuoco negli ultimi giorni: all’inizio della giornata di ieri almeno sette persone sono state ricoverate in ospedale dopo una sparatoria di massa avvenuta durante un festival caraibico vicino a Boston, mentre venerdì sera due donne sono state uccise durante una partita di baseball a Chicago.
Solo un mese fa, nel weekend del 4 luglio, ci sono state 22 stragi, 20 morti e 126 feriti. Nonostante i continui appelli di Joe Biden al Congresso per vietare la vendita almeno delle “armi da guerra” come gli Ar-15, in un Paese in cui ne circolano 390 milioni e un abitante su dieci dichiara di possederne una, le leggi non riescono a passare.
Troppo forte l’opposizione dei sostenitori, soprattutto repubblicani, del secondo emendamento della Costituzione Usa e di quei politici foraggiati dalla potentissima lobby della Nra, inclusi Donald Trump e tutti gli altri candidati alla presidenza per il Grand old party nel 2024.
Pur condannando la strage di Jacksonville, il governatore della Florida, Ron DeSantis, non ha voluto ammettere che il problema sono le armi bensì ha indicato nella malattia mentale la causa di questa piaga tutta americana
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2023 Riccardo Fucile
ALCUNE CENTINAIA DI PARTECIPANTI HANNO SFONDATO IL CORDONE DI SICUREZZA E BLOCCATO GLI SVINCOLI AUTOSTRADALI DI VIA MARINA… ALTA TENSIONE IN CITTA’, SLOGAN CONTRO LA MELONI
Momenti di tensione a Napoli durante la manifestazione per il
reddito di cittadinanza. I partecipanti al corteo sono riusciti a scavalcare il muretto che dalla strada porta alle rampe autostradali di via Marina. L’accesso e’ stato aperto da un gruppo di donne durante uno scontro con la polizia che bloccava l’accesso alla rampa.
Durante il momento di tensione, con colpi di manganello ad alcuni manifestanti, un altro gruppo è riuscito a scavalcare il guardrail aprendo l’accesso del corteo alla rampa autostradale.
Sta provocando ripercussioni sul traffico automobilistico la manifestazione che vede sfilare a Napoli alcune centinaia di persone a difesa del reddito di cittadinanza. Il corteo, partito da piazza Garibaldi, si è mosso lungo la carreggiata di via Marina che risulta impercorribile ai veicoli. Attualmente i manifestanti sono fermi nei pressi dell’entrata agli svincoli autostradali, bloccata da un cordone delle forze di polizia
I manifestanti a favore del reddito di cittadinanza che, dopo momenti di tensione, erano riusciti a sfondare il cordone di polizia stanno lasciando la rampa di accesso alle autostrade di via Marina a Napoli, occupata per circa mezz’ora. Sotto una pioggia battente è ripreso il corteo in strada, seguito da un ingente spiegamento di forze dell’ordine in assetto antisommossa.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2023 Riccardo Fucile
“INVOCARE LA LIBERTÀ DI OPINIONE È UNA BUFALA. LA COSTITUZIONE AMMETTE CHE PER I MILITARI CI POSSA ESSERE QUALCHE LIMITAZIONE ALL’ESERCIZIO DI ALCUNI DIRITTI”
Quando un generale dell’esercito arriva a commentare con
nonchalance le parole del Capo dello Stato, come se fosse normale discuterne sui giornali, allora un ex capo di Stato maggiore quale Vincenzo Camporini sobbalza. «Mi pare che il messaggio inviato dal generale Roberto Vannacci sia devastante. Non è che un ufficiale, siccome si considera il più intelligente e il più bravo, allora rovescia i fondamentali».
Ecco, generale, ricordiamoli questi fondamentali.
«Chi strilla che sarebbe stato violato l’articolo 21 della Costituzione, si dimentica che la Costituzione è fatta non solo dall’articolo 21. C’è un articolo 98, dove è scritto che per alcune categorie, tra cui i magistrati e i militari in servizio, si possono per legge limitare i diritti politici. La Costituzione ammette che per i militari ci possa essere qualche limitazione all’esercizio di alcuni diritti. Da questo punto di vista, il discorso sulla costituzionalità o meno, la legalità o meno, dell’intervento del ministro Crosetto è una bufala».
Questo per le forme. Nella sostanza?
«Nella sostanza, qualunque esponente delle forze armate, ma soprattutto se è un grado apicale, è parte di un’istituzione che detiene del “privilegio” dell’uso legittimo della forza. Ora già solo questo dovrebbe bastare per indicare a chi gode di questo privilegio, la necessità di apparire non soltanto di essere assolutamente al di fuori di qualsiasi diatriba politica. Ora, a prescindere dai contenuti del libro di Vannacci, anche se avesse scritto il contrario di quello che ha scritto, comunque sarebbe stato inopportuno perché in qualche modo viene fuori l’immagine di forze armate che non sono più uno strumento pulito dello Stato ma un qualche cosa di orientato. E non va bene».
Si è sempre detto: le forze armate italiane sono e devono restare apolitiche.
«È la nostra tradizione lodevolissima.Anche De Lorenzo, alla fine lo seguivano il suo segretario e quattro picciotti, non il grosso della istituzione».
Nelle tante interviste, il generale Vannacci ha detto anche che lui è «disponibile» a spiegare le sue ragioni al ministro della Difesa.
«E qui mi viene da ridere. Questo ufficiale evidentemente non ha interiorizzato la disciplina: un militare, se vuole avere la possibilità di parlare con la catena gerarchica, fa la sua richiesta di essere messo a rapporto, e se questa richiesta viene accettata allora il superiore lungo la catena di comando avrà la bontà di ascoltarlo. Non è il contrario».
E se non è soddisfatto?
«Può chiedere di andare a rapporto al livello superiore. Diciamo che nel suo caso può chiederlo al capo di Stato maggiore dell’Esercito. È tutta una catena gerarchica. E non è che uno salta la catena perché è bello, intelligente e sa parlare».
È arrivato a commentare in modo tranciante le parole del Capo dello Stato.
«Scherziamo? Non è proibito, certo. Non c’è nessuna legge che lo vieta. Non è un reato. Ma semplicemente non si fa».
Scusi, generale, da ex capo di Stato maggiore che ha guidato le nostre forze armate, alla fine che messaggio arriva da tutta questa storia?
«Devastante. All’interno, questo generale sta mandando il messaggio che quelli che si ritengono i più bravi, i più belli, i più capaci, possono fare tutto e possono prendere posizioni e orientamenti che invece dovrebbero essere estranei alla funzione delle forze armate. All’esterno, fin troppi si sentiranno autorizzati a pensare e scrivere sui social le loro stupidaggini».
(da La Stampa)
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Agosto 28th, 2023 Riccardo Fucile
I LAVORI DELLA FONDAZIONE ARENA DI VERONA A IMPRESE COLLEGATE ALLE COSCHE: “SPINTE DALLA POLITICA”… IMPRENDITORI LEGATI AI SOVRANISTI SI SERVONO DEL CLAN
Una Fiat Panda gialla sfreccia nella notte, a bordo c’è un uomo
armato, assoldato da un industriale nonché ex senatore per intimidire un giornalista. Quel 16 luglio 2018 cinque colpi di pistola scuotono la tranquilla cittadina dal torpore.
La spedizione è stata organizzata per recapitare un messaggio inequivocabile. Pochi anni prima un noto imprenditore ben inserito nei circuiti politici ingaggia una gruppo di mafiosi per proibire, con minacce e violenza fisica, l’attività sindacale tra i lavoratori della sua cooperativa. A a partire dallo stesso periodo la stessa cosca dominante sul territorio aveva iniziato a beneficiare di denaro proveniente da una fondazione pubblica che gestisce uno dei monumenti più noti al mondo. E quasi sotto silenzio è passata la condanna di un manager e fedelissimo dell’ex sindaco di destra per una mazzetta nell’ambito di un’indagine sulla ‘ndrangheta.
Sul cartello che accoglie chi arriva in questi luoghi non c’è scritto Tijuana o Guadalajara, ma Verona, Padova, Vicenza e Venezia. È il nord est che traina l’economia italiana, un territorio di conquista della ‘ndrangheta, l’organizzazione mafiosa calabrese che meglio di altre ha saputo radicarsi fuori dai territori di origine. È un Veneto sconosciuto quello raccontato in migliaia di pagine di atti giudiziari lette da Domani. Il feudo della Lega e di Fratelli d’Italia, dove il colore predominante è il grigio delle relazioni tra boss, industriali, politici e manager pubblici.
La ‘ndrangheta ha sfruttato il silenzio della classe dirigente del territorio, a volte scesa a compromessi senza batter ciglio, e il ritardo delle procure, solo nell’ultimo periodo in grado di svelare meccanismi che in altre regioni del nord erano emerse a partire dal 2010 con inchieste che hanno segnato la storia dell’antimafia.
UOMINI D’AFFARI
«Per decenni si è preferito negare, voltarsi dall’altra parte», dice Pierpaolo Romani, padovano e coordinatore dell’associazione Avviso Pubblico, realtà che connette gli enti locali contro mafie e corruzione. Romani è profondo conoscitore delle logiche usate dalle famiglie criminali nel nord est: «I mafiosi in Veneto indossano la maschera di rispettabili uomini d’affari, usano la corruzione, procurano voti. Ma i veneti devono ricordare una cosa, pur di accumulare ricchezze e potere e di controllare i pezzi di mercato i mafiosi, se serve, utilizzeranno anche la violenza».
L’analisi di Romani ha trovato conferme recenti in una serie di indagini della procura antimafia di Venezia, competente su tutta la regione per i reati collegati alle mafie. Nell’ufficio giudiziario in cui ha lavorato come procuratore aggiunto l’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio, per molto tempo la mafia non era una priorità.
Da qualche anno, invece, la musica è cambiata radicalmente: arresti e sequestri di beni hanno permesso di quantificare una presenza fino ad allora sfuggente. A questo nuovo corso si è aggiunto il lavoro certosino di alcuni prefetti che una volta arrivati sul territorio hanno usato gli strumenti delle interdittive antimafia per arginare le infiltrazioni nei lavori pubblici. Metodo che ha funzionato in Emilia Romagna e che sembra funzionare anche qui, dove peraltro i magistrati e gli investigatori sono alle prese con le medesime cosche che hanno trasformato l’Emilia in «terra di mafia» (come è stata definita durante l’apertura di un anno giudiziario).
Stessi nomi, identici casati, analoga area di provenienza dalla Calabria: provincia di Crotone, dai paesi di Isola Capo Rizzuto e Cutro. I cognomi che danno il marchio alla cosca sono Arena, Nicoscia, Grande Aracri, il cui capo stipite è considerato uno dei più potenti boss dell’organizzazione calabrese ed emiliana. Un padrino legato alle vecchie tradizioni ma abile nel accumulare un capitale di relazioni fatto di massoni, professionisti, politici, imprenditori e sponde in Vaticano. Ora tutto questo rischia in qualche modo di essere scalfito, soprattutto per quel che riguarda la roccaforte veneta: due collaboratori di giustizia della ‘ndrangheta veneta hanno offerto ai magistrati materiale sul quale lavorare mentre uno già al centro delle inchieste emiliane aveva dato impulso ad altre verifiche che sono sfociate di recente in un’operazione che ha messo nel mirino alcuni appalti pubblici con la fondazione Arena di Verona, nel cui board troviamo il Comune, la regione Veneto, la camera di commercio, il ministero della Cultura.
ARENA CONNECTION
Questa è una storia che ha molti capitoli, dunque, intrecciati tra loro. E i protagonisti si ripetono come in un trama ordinata. Gli incipit potrebbero essere molti. Il più utile per capire gli ingredienti di questo impasto criminale è però un verbale, finora inedito, del 31 maggio 2016 del pentito Giuseppe Giglio, imprenditore della ‘ndrangheta emiliana.
«Questo Domenico dimora in Verona, dove è dedito all’emissione di fatturazioni per operazioni inesistenti in favore di una impresa che allestisce impalcature all’Arena di Verona. Questa impresa paga le fatturazioni per operazioni inesistenti, oltre all’Iva, un ulteriore dieci per cento. Questa impresa è vicina ad alcuni politici veronesi, che le assicurano importanti commesse pubbliche». Poche righe per descrivere il sistema messo in piedi dalle cosche in Veneto. Il «Domenico» citato da Giglio di cognome fa Mercurio, oggi è pure lui un pentito, uno dei due che sta facendo tremare clan e potenti, industriali e politici del nord est.
Mercurio è una figura che lega varie vicende accadute negli ultimi anni tra Verona, Vicenza e Padova. è un imprenditore, «un fatturista» per l’organizzazione, cioè ha messo le sue aziende a disposizione dei capi bastone per lucrare e riciclare con le fatturazioni per operazioni inesistenti: lo schema di business di cui la ‘ndrangheta padana è maestra, come hanno dimostrato le indagini in Emilia, Lombardia e Veneto. Giglio oltre a indicare in Mercurio l’anello di congiunzione tra imprese venete e ‘ndrangheta, aggancia questo connubio alla politica. Sostiene, infatti, che dietro gli appalti vinti dalla società collusa con Mercurio ci sia la manina di alcuni politici della giunta di allora, quella di Flavio Tosi, che dal 2007 al 2017 ha governato la città.
Tosi è stato un leghista duro e puro, poi silurato da Matteo Salvini per contrasti interni. Nella sua giunta c’era anche Federico Sboarina (Fratelli d’Italia), a sua volta successore di Tosi. Dal giugno 2022 il sindaco è l’ex calciatore Damiano Tommasi, che ha portato il centro sinistra alla vittoria, clamorosa, nella città dal cuore nero.
Il racconto di Giglio riguarda il periodo Tosi, tanto che il pentito in un altro interrogatorio sempre sull’argomento appalti della fondazione Arena di Verona ha aggiunto: «Queste vicende sono legate alle dimissioni dell’assessore leghista della giunta comunale di Verona nel 2014». In quell’anno in effetti si era dimesso l’assessore allo Sport Marco Giorlo: la trasmissione Report aveva indagato sui rapporti di Giorlo e la famiglia Giardino, costruttori di origine calabrese, ma di casa nel veronese, e legati alle cosche Arena – Nicoscia.
L’ex assessore non è stato però coinvolto in inchieste o processi sui rapporti con i Giardino. Ma secondo il pentito Giglio l’uscita di Giorlo sarebbe legata anche agli appalti della fondazione Arena di Verona. Tutto da verificare, naturalmente. Di certo i verbali di Giglio in cui racconta delle società collegate ai clan in affari con la fondazione sono in possesso della procura antimafia di Venezia, che ha già di recente fatto un passo in avanti sulla vicenda con un’indagine che ha coinvolto Mercurio, l’imprenditore veneto Giorgio Chiavegato e una pletora di “fatturisti”.
Chiavegato è il titolare dell’azienda che otteneva i lavori dalla fondazione, una volta fatturati ( i pm sospettano fosse tutto sovrafatturato con un danno anche per la fondazione pubblica) il denaro si disperdeva in una girandola di fatture per operazioni inesistenti fino a finire nelle casse di aziende della cosca di ‘ndrangheta. Il meccanismo lo ha confermato ai pm lo stesso Mercurio, che ha deciso di collaborare con i magistrati: «Ho partecipato alla ‘ndrangheta e favorito l’arricchimento del loro patrimonio economico», ha ammesso, per poi spiegare che «Chiavegato con le sue società fatturava un importo maggiorato di lavori alla fondazione Arena per almeno 150mila euro al mese».
A leggere le carte resta il forte sospetto che l’inchiesta non si sia esaurita in questa prima tranche di provvedimenti. Negli atti sono vari i riferimenti a dipendenti e consulenti della fondazione che avrebbero avuto un ruolo nel favorire Chiavegato e quindi i suoi amici della ‘ndrangheta. Una delle piste seguite da chi indaga è capire se chi doveva controllare è stato solo un distratto amministratore oppure la collusione riguardava in profondità l’ente. Sulla fondazione peraltro si è innescata la prima battaglia del nuovo sindaco Tommasi: il comune aveva proposto una nuova dirigente, Lyon Terracini, ma la maggioranza dei “soci” (regione, camera di commercio in primis) ha scelto per la riconferma di Cecilia Gasdia per l’incarico di Sovrintendente dell’Ente Lirico.
La stessa che non si è accorta di quanto stava accadendo nel settore appalti e manutenzione, con i soldi che fuoriuscivano per arricchire anche la ‘ndrangheta. L’inchiesta non è ancora chiusa, a ottobre 2022 c’erano stati alcuni arresti, grazie anche alle dichiarazioni del pentito Mercurio, coinvolto anche nel processo madre sulla ‘ndrangheta in Veneto: Isola Scaligera, questo il nome dato all’operazione che ha messo alla sbarra decine di ‘ndranghetisti e complici, tra questi anche figure molto legate all’ex sindaco Tosi.
TERRA PROMESSA
Nel processo Isola Scaligera i capi cosca sono stati condannati in primo grado il 4 marzo 2023 per associazione mafiosa in Veneto. Sentenza storica. A maggio, in secondo grado è stato condannato uno degli uomini più fedeli a Tosi, poi passato a Fratelli d’Italia fino all’allontanamento post verdetto: si tratta di Andrea Miglioranzi, esponente del neofascismo cittadino, passato con l’allora sindaco leghista, il quale lo aveva nominato presidente di Amia, l’azienda pubblica Amia che si occupa di raccolta rifiuti. Un posto prestigioso, origine dei guai giudiziari di Miglioranzi: indagato e poi condannato per aver intascato una mazzetta da 3mila euro per favorire «gare indette o da indire ad hoc da Amia a favore della scuola» gestita da un dirigente della cosca, per organizzare «corsi aggiornamento e qualificazione professionale anche parzialmente fittizi».
Nella stessa inchiesta erano emersi i collegamenti con la massoneria di uno degli affiliati, che intercettato rivelava l’affiliazione alla loggia di Verona persino di un carabiniere: «Ha l’incarico di guardiano del tempio! dove controlla gli accessi … ma è da anni che lui è dentro nella loggia di Verona!». Il sodale del clan, invece, si è iscritto «per fare soldi e affari», diceva. Anche con il business dei fondi europei, da intercettare grazie ad amicizie ventennali dentro ai ministeri a Roma: «Allora la situazione dei fondi europei…è sempre la stessa persona che mi dà gli appalti, mangiano quel giusto, non hanno mai mangiato troppo!», si vantava il massone affiliato al clan.
I segnali di una presenza mafiosa in Veneto con epicentro Verona erano visibili da tempo. Se solo la classe dirigente della destra che ha governato da sempre in città li avesse voluti cogliere. Invece sono stati sempre più forti i sospetti che hanno pesato sulle amministrazioni Tosi: l’ex sindaco era stato fotografato in campagna elettorale con uno dei Giardino e nell’inchiesta emiliana era emerso dalle intercettazioni un pranzo nel veronese cui avrebbe partecipato Tosi con un industriale e il braccio destro del boss Grande Aracri. Tosi quest’ultima circostanza l’ha sempre smentita, a dirlo è stato l’uomo del clan intercettato.
Dicevamo dei segnali. Come i cinque colpi di pistola sparati a Padova per intimidire Ario Gervasutti, ex direttore del giornale di Vicenza, poi passato al Gazzettino: secondo il pentito Mercurio a ordinare la spedizione sarebbe stato l’industriale e ex senatore della Lega Nord Alberto Filippi (vedi articolo a fianco), l’esecutore sarebbe stato invece Santino Mercurio, parente del pentito. Metodo violento che al nord la ‘ndrangheta usa con parsimonia, quando serve. Per esempio per recuperare crediti per conto di clienti veneti.
O per impedire ai sindacalisti di fare il proprio mestiere in cooperative di noti imprenditori veronesi: è il caso di una grossa cooperativa che ha avuto anche commesse con il Comune di Verona e che avrebbe usato gli uomini della cosca per zittire un sindacalista. In pratica la cosca opera come una sorta di società di servizi alle imprese: dalla violenza alla fatturazione. La ‘ndrangheta nel feudo della Lega e di Fratelli d’Italia lavora così.
(editorialedomani.it)
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Agosto 28th, 2023 Riccardo Fucile
CONFINDUSTRIA STIMA: “ADDIO AL 10% DEL PIL”
Alle 17 del 4 settembre l’ultimo mezzo attraverserà il traforo del Monte Bianco. Poi il tunnel rimarrà chiuso al traffico fino al 18 dicembre. Uno stop di quindici settimane continuative – quasi quattro mesi – per consentire il rifacimento di due porzioni di volta di trecento metri ciascuna, una sul lato italiano e una sul francese. “Lavori – spiegano dalla società di gestione – che, a 60 anni dalla realizzazione, rendono il Bianco tra i primi grandi tunnel europei a intraprendere opere di risanamento profondo della struttura”. Un cantiere-test che verrà replicato nel 2024 e che servirà anche a valutare l’efficacia dei metodi di bonifica. Costo complessivo: 50 milioni di euro. Poi, individuata la strategia migliore, si sceglierà come procedere: tra le ipotesi più accreditate vi è quella di una chiusura autunnale per i prossimi 18 anni.
“In questa fase demoliremo e ricostruiremo completamente la volta in due tratti differenti”, spiega Riccardo Rigacci, direttore gerente del gruppo Geie-Tmb, che gestisce il traforo. Una rimozione da 25 a 40 centimetri di copertura, per realizzare un nuovo sistema di drenaggio delle acque e rifare la volta con elementi prefabbricati resistenti al fuoco e con vita utile di cento anni. Due le criticità attuali: l’umidità e la presenza di amianto utilizzato sessant’anni fa per la costruzione di alcune canalette. Presenza che, spiega il direttore “impatta sulle tempistiche del cantiere e sulle misure di protezione per gli operai”. L’obiettivo, comunque, “resta quello di garantire lunga vita al tunnel”. “Realizzeremo il maggior numero di lavori possibili – continua – dalla sostituzione dell’illuminazione con luci a led al ricambio dei 74 ventilatori appesi in galleria”. Oggi il gruppo, in collaborazione con il Politecnico di Torino, sta approfondendo lo studio geologico dell’area. “Una decisione definitiva e formale sul futuro ancora non c’è”, conclude Rigacci, ma in Valle D’Aosta la preoccupazione è tanta e a fare il conto si fa presto: 11,6 chilometri per seicento metri di intervento all’anno significano almeno 18 anni di chiusure autunnali.
A lanciare l’allarme è Confindustria VdA: “Stiamo parlando di 72 mesi complessivi: l’equivalente di 6 anni di chiusura spalmati su 18”. Un fermo che, si stima, andrebbe a incidere negativamente sul Pil della regione, che registrerebbe un meno 9,8%. Secondo il rapporto dell’Osservatorio territoriale delle infrastrutture. Ma a risentirne sarebbe tutto il Nord Ovest, con un meno 5,4% del Pil e un impatto negativo sul sistema logistico e sul turismo. A condividere le preoccupazioni sono infatti Federalberghi e Confcommercio: “Tutte le attività da Aosta a Courmayeur sono direttamente colpite – spiega Luigi Fosson, presidente di Federalberghi – parliamo del 30-40% del sistema ricettivo valdostano. Qui in molti hanno deciso di chiudere in questo periodo, perché senza il traforo tenere aperto vorrebbe dire non pagarsi le spese”. C’è il danno immediato: la “perdita” di Sant’Ambrogio e del ponte dell’Immacolata. Ma c’è soprattutto la prospettiva: “Da anni lavoriamo per valorizzare l’autunno con le spa delle strutture – conclude Fosson – La prospettiva di una chiusura per 18 anni è una cosa che psicologicamente ci ammazza”. E per Confindustria, che già prevede almeno 200 persone in cassa integrazione soltanto come ricaduta diretta, c’è pure il rischio di una beffa, e cioè che entro il 2040, data ipotetica di fine lavori, l’Unione Europea potrebbe vietare il transito dei mezzi pesanti nei trafori a canna unica.
Il presidente della Regione, Renzo Testolin, ha coinvolto l’Università della Valle D’Aosta, l’Arpa e l’omologa francese per valutare le ricadute economiche, socio-culturali e ambientali della chiusura. “Monitoriamo gli effetti di questo primo periodo per avere elementi utili ad orientare le scelte future”, garantisce.
Per gli industriali, tuttavia, la soluzione può essere soltanto una: il raddoppio della canna con una parallela all’esistente. “Si potrebbe realizzare in 5 o 6 anni – afferma il presidente Francesco Turcato -, mantenendo aperta quella esistente e garantendo gli spostamenti di mezzi e materiali”. I costi? Per Turcato si stimano intorno al miliardo e 100 milioni, “ma non dobbiamo dimenticare che sono già stati in gran parte accantonati dal ‘99, quando, dopo l’incendio in cui morirono 39 persone, si voleva riaprire e raddoppiare. All’epoca lo volevano tutti”. Secondo il sondaggio portato avanti dall’Ente, il raddoppio vedrebbe oggi l’accordo dell’80% dei valdostani. L’alternativa del trasporto su rotaia qui, ad ora, non sembra percorribile: “È a binario unico e ancora da elettrificare, i lavori cominceranno a breve”, commenta Confindustria, che lamenta una mancanza di scelta politica a livelli nazionali e internazionali: “Non avremmo mai pensato di arrivare a fine agosto senza una soluzione. Il problema, qui, è che nessuno si è mosso”.
(da La Repubblica)
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Agosto 28th, 2023 Riccardo Fucile
BOOM DI MIGRANTI E FLOP SUI RIMPATRI: IL FALLIMENTO DEI SOVRANISTI
Risultati “significativi ma non soddisfacenti”. Da giorni Matteo
Piantedosi va ripetendo questo concetto.
Ai suoi, ai colleghi del governo, a Matteo Salvini, che nella maggioranza è il suo punto di riferimento. Il titolare del Viminale legge i dati degli sbarchi, triplicati rispetto al 2022 e scuote la testa: Tunisia e Libia non stanno facendo abbastanza per bloccare le partenze. Nonostante il viavai di Antonio Tajani dai primi giorni dell’insediamento, nonostante il viaggio di Giorgia Meloni del 16 luglio scorso presentato in pompa magna come la panacea per il problema dell’immigrazione.
D’altronde anche la situazione di ieri mattina a Lampedusa era oltre l’emergenza: 4.267 ospiti, dieci volte oltre la capienza massima dell’hotspot. Lo ha dovuto ammettere anche un altro ministro, Adolfo Urso, che ieri in visita nell’isola siciliana a innescato ufficialmente la miccia: “La situazione qui è insostenibile”, provando poi a lanciare la palla in tribuna con un più ecumenico “l’Unione europea ci aiuti”. Eppure, solo mercoledì scorso il suo collega Giovanni Donzelli nascondeva la polvere sotto al tappeto: “il tanto criticato ‘blocco navale’ in accordo con la Tunisia sta funzionando: grazie al Governo Meloni abbiamo evitato che gli sbarchi fossero molti, molti di più”.
I numeri sulla scrivania di Piantedosi però sono chiari: nonostante l’andirivieni da Tunisi, nel 2023 da quelle coste sono partite ben 69.913 persone approdate in Italia, più altri 32.651 su natanti salpati dalle coste libiche. Lo scorso anno – nello stesso periodo gennaio-agosto – dalla Tunisia erano arrivati in 13.348 e dalla Libia 29.560. Un disastro cui si aggiunge il fatto che secondo il Viminale la Tunisia è riuscita a trattenere, da gennaio, appena 40 mila persone, più altre 15 mila bloccate in Libia. Insomma: il cosiddetto “blocco navale” ferma “solo” un terzo dei migranti.
E alla “situazione insostenibile” evocata da Urso ed ai risultati “non soddisfacenti” di Piantedosi, come reagisce Matteo Salvini? Con l’annuncio di un “decreto sicurezza” urgente. Ancora una volta la palla in tribuna. Il “pacchetto”, già concordato in linea generale tra Piantedosi e la premier Meloni, però non arriverà in Consiglio dei Ministri prima di settembre. E, a quanto apprende Il Fatto, contiene repliche di norme già esistenti.
Al primo punto ci sono i “rimpatri”. Il governo vorrebbe rendere più “facili e veloci” quelli dei migranti irregolari che si siano macchiati di reati o comportamenti “violenti e pericolosi”.
Peccato che il problema stia negli accordi bilaterali tra l’Italia e i Paesi di provenienza, che non li firmano o non vogliono aumentare le quote.
E nel fatto che nel 2023 i rimpatri sono stati fin qui solo 2.500, contro i circa 6.500 degli anni 2018 e 2019.
Le altre misure? Inasprimento delle sanzioni per gli oltraggi e le violenze nei confronti delle forze dell’ordine (ma le aggravanti già esistono) e un ancora poco chiaro provvedimento che riguarda baby-gang e violenza urbana. I testi pare siano ancora tutti da scrivere.
Nell’attesa, c’è da risolvere la “situazione insostenibile” di Lampedusa, dove la Prefettura di Agrigento ha disposto il trasferimento da Lampedusa di 690 persone: 550 con traghetto di linea diretto a Porto Empedocle, altri 140 migranti a Pratica di Mare (Roma) e a Pisa. Accordi difficoltosi con le altre strutture, mentre nella giornata di sabato l’isola ha registrato il record di sbarchi in 24 ore: 1.824. La soluzione? I decreti sicurezza di Salvini e Piantedosi, ovviamente.
(da il Fatto Quotidiano)
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Agosto 28th, 2023 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA AL “CORRIERE” DEL SENATORE CHE HA FONDATO AZIONE
Carlo Calenda, senatore, fondatore di Azione, ex ministro dello Sviluppo economico parla al Corriere della Sera. Spiega che Azione, tra poco, entrerà in una nuova fase. «Sì a un nuovo Partito della Repubblica fondato sui valori della prima parte della Carta. A ottobre Azione lancerà una costituente: porte aperte a liberali, popolari e riformisti». E «no ai “centrini” che si alleano con il M5S se vince il M5S e con la destra se vince la destra, pur di occupare uno strapuntino». Il riferimento è a Matteo Renzi.
«Renzi ha preso in giro gli elettori»
Obiettivo primario è portare a casa con Pd e M5S il salario minimo. «Bisognerà includere – aggiunge – anche badanti e verificare bene le coperture del fondo che dovrà aiutare, temporaneamente, i settori che dovranno aumentare di più gli stipendi. Ma siamo anche favorevoli ad alcune proposte del governo: dagli incentivi per favorire i rinnovi contrattuali, alla detassazione del salario di produttività». A settembre il partito dovrebbe staccarsi da Italia Viva. «C’è grande delusione per il comportamento di Italia Viva.
Renzi ha preso in giro gli elettori promettendo che avrebbe fatto un passo indietro e favorito la nascita di un grande partito liberal-democratico. E invece una volta rientrato in parlamento ha fatto saltare tutto per tenersi le mani libere e provare a entrare nel governo. Ma la responsabilità è mia che mi sono fidato, ora si volta pagina». Se Renzi rilancia una nuova creatura, «Il Centro», Calenda lancia un processo costituente «per riunire riformisti, liberali e popolari. Inviteremo anche le persone di Italia Viva che si sono spese con passione per il Terzo polo. A partire da Elena Bonetti con cui abbiamo lavorato benissimo».
(da agenzie)
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