Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile
“LA PREMIER VIENE IN SARDEGNA SOLO PER UNA PASSERELLA”… “UN VOTO A SORU E’ UN VOTO A TRUZZU CHE E’ IDENTICO A SOLINAS, E’ L’ORA DELLA RISCOSSA”
Novanta comizi dopo la lunga corsa di Alessandra Todde,
cominciata lo scorso 3 dicembre con la sua candidatura alla guida della Regione per Pd, M5S e sinistra, è quasi terminata, visto che in Sardegna si vota domenica. Sull’isola per il centrodestra oggi arriva direttamente Giorgia Meloni, e qui Todde si spazientisce subito: «È una passerella elettorale. Da Palazzo Chigi cos’ha fatto finora per i sardi?».
Alcuni sondaggi elettorali la danno avanti, sarebbe quasi un miracolo. Lei che sensazioni ha?
«No guardi, niente sondaggi, ho sempre preferito lasciarli stare. Sento entusiasmo, affetto, voglia di riscatto. La Sardegna è stanca di essere mal governata da giunte incompetenti, inaffidabili, disoneste. Siamo stufi dei soliti volti che antepongono gli interessi di pochissimi a discapito dei tanti. Noi vogliamo cambiare tutto rimettendo le persone al centro dell’agenda politica. Invece Truzzu (il candidato del centrodestra, sindaco di Cagliari, ndr) cerca solo una poltrona da occupare dopo aver messo in ginocchio Cagliari per cinque anni. Non glielo permetteremo».
Lei però ha due avversari: Truzzu ma anche Renato Soru, candidato che pesca anche lui nel centrosinistra. Quali sono i voti da strappare in queste ultime ore?
«Il nostro avversario è il centrodestra. Non basta cambiare nome per nascondere i fallimenti di una giunta incompetente che non è stata in grado di governare la Sardegna, cioè quella di Christian Solinas. Siamo in ritardo su tutto e hanno la faccia tosta di parlare di continuità. Truzzu ripete nei suoi comizi che farà, andrà, gestirà. Ma in questi cinque anni cosa hanno fatto? Lui e Solinas sono identici».
Però le liste di Soru, che vanno da Azione e +Europa a Rifondazione, rischiano di portarvi via voti decisivi.
«Infatti un voto a Soru è un voto a Truzzu. Si sta assumendo una gravissima responsabilità, rischiando di far rimanere al governo quelli che hanno distrutto la regione. Lui sa bene di non essere competitivo, per di più con un sistema elettorale che premia solo i due più votati».
Ma a lei sarebbe piaciuto un comizio congiunto in suo sostegno di Elly Schlein e Giuseppe Conte?
«Abbiamo deciso di chiudere il 23 a Cagliari, dando voce ai rappresentanti della coalizione che mi hanno sostenuta, perché questa è una battaglia dei sardi. La destra chiude con i leader nazionali, noi invece rispondiamo a chi vive qui. Le passerelle lasciamole a Meloni, che tra l’altro da capo del governo ha fatto nulla per questa terra».
Si dice abbia fatto un po’ arrabbiare Schlein-Conte con la sua ripromessa di una chiusura di campagna tutta alla sarda…
«Ma no. Giuseppe è stato con noi tre giorni, Elly anche. Pierluigi Bersani chiude domani a Nuoro. Siamo orgogliosi del lavoro che è stato fatto con tutte e tutti».
Lei ha accusato il governo di essere fascista: esagerazioni da campagna elettorale?
«No, ho detto che alcuni comportamenti ripetuti e tollerati, censori in alcuni casi, nostalgici in altri, sono per me inaccettabili. E che sarebbe bello che dalla Sardegna partisse un messaggio di riscossa e risposta a tutto questo».
Mettiamo che lunedì lei diventi presidente: a quel punto l’alleanza Pd-5 Stelle e sinistra diventerà strutturale?
«Per fermare la destra non vedo altra strada che una coalizione, nella quale non ci siano partiti subordinati ad altri. Abbiamo le nostre differenze, ma anche tanti valori comuni».
Mettiamo che invece lei perda. Resterà consigliera in Sardegna?
«Ho già chiarito questa faccenda, sono sarda e il mio impegno è per questa terra, ma il problema non esiste perché noi vinceremo».
Quali sono le cose più belle e più brutte che si è sentita dire in questa campagna elettorale?
«Pochi giorni fa una mamma di due bambini, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Sei una speranza, aiutaci a cambiare”. Mi ha lasciato senza parole. L’ho abbracciata. Invece mentre facevo la spesa al mercato di San Benedetto a Cagliari una signora mi ha fermato per dirmi che siamo tutti uguali. Le ho chiesto se votasse. Mi ha risposto che non vota da anni. Le ho detto che allora non può lamentarsi, che solo votando possiamo incidere. E che sono orgogliosamente diversa dagli altri sia per valori che per storia personale».
(da repubblica.it)
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Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile
“NELLA SUA VITA HA SEMPRE COSTRUITO COMUNITÀ. PER QUESTO HO TROVATO VERGOGNOSE LE PAROLE SU DI LEI, DEFINITA ‘TOTALITARIA’. NON SI PERMETTA DI UTILIZZARE QUESTE PAROLE PER UNA DONNA STRAORDINARIA”
Elly Schlein si commuove ricordando la figura di Michela Murgia. “Faccio un po’ fatica a parlarne… Lo ammetto… Scusate…”. Evocare la forza e l’impegno fino all’ultimo di Michela Murgia, sul palco del Teatro Massimo di Cagliari, dove chiude la campagna elettorale con Alessandra Todde, colpisce Elly Schlein. È l’unico momento della serata in cui la segretaria Pd deve interrompersi per arginare l’emozione e riprendere il filo del discorso, mentre un applauso della platea rende omaggio alla scrittrice sarda scomparsa l’estate scorsa.
Passato l’impatto emotivo, Schlein sottolinea che Michela Murgia “mi ha insegnato cosa è l’amore dentro all’amicizia” e che “nella sua vita ha sempre costruito comunità”. “Per questo – e qui la segretaria dem cambia tono – ho trovato vergognose, da chi si tatua ‘Trux’ sul braccio e non si definisce antifascista, le parole su di lei”.
Parole riferite al candidato del centrodestra, Paolo Truzzu, che aveva definito “totalitaria” la scrittrice, come la stessa Schlein ha esplicitato nell’intervista andata in onda sempre stasera a diMartedi’ su La7. “Non si permetta di utilizzare queste parole per una donna straordinaria, sarda e antifascista”, ha ribadito la leader dem che poi – chiosando che “devo una risposta, sennò davvero Michela si sarebbe incazzata” – è tornata dal palco del Massimo di Cagliari sul tema del fine vita ribadendo che “dobbiamo fare una battaglia per un fine vita dignitoso, perché è un diritto e non può essere la giustizia ad arrivare prima della politica quando si tratta di diritti”.
(da repubblica.it)
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Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile
GALEOTTO L’INCONTRO ALL’HOTEL METROPOL DI MOSCA NEL 2018 TRA IL POLITICO LEGHISTA E DEI BROKER RUSSI … SAVOINI NON HA MAI NEGATO I LEGAMI CON MOSCA E L’ESTREMA DESTRA
Galeotto fu un albergo, nel cuore di Mosca. Ha un nome da spy
story, una location perfetta per James Bond, Metropol. In Italia l’abbiamo conosciuto grazie all’inchiesta giornalistica dell’Espresso, che nel 2018 ha raccontato dell’incontro tra un politico leghista e un gruppo di broker russi nella lussuosa hall dell’hotel. Si parlava di affari, tra un caffè . Un caso chiuso per i magistrati di Milano, che avevano aperto un’indagine ipotizzando la corruzione internazionale.
Nulla di rilevante dal punto di vista penale, ha stabilito il Gip, accogliendo la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura. Il caso politico, però, rimane un dossier aperto. Ed è un filo ancora oggi visibile tra il mondo della Lega e la sfera della politica russa. Tutto nel nome dl tradizionalismo, dell’ultranazionalismo, dei dogma antidemocratici alla base dell’estrema destra, divenuta da tempo un network internazionale.
A riproporre oggi quel legame è il protagonista del caso Metropol, Gianluca Savoini, l’uomo di collegamento tra Matteo Salvini e la corte di Vladimir Putin. Alla fine del 2023 ha pubblicato una sorta di libro di memorie politiche, “Da Pontida al Metropol”. Sottotitolo “La lunga guerra dei poteri forti internazionali contro la Lega”. I legami con la Russia? Mai rinnegati, anzi, riaffermati con forza e convinzione. Con qualche piccola novità, passata inosservata: l’antico legame con Mosca ha un nome ben preciso, quello di Aleksandr Dugin, il politologo russo guru del pensiero tradizionalista, con tinte che spesso sfiorano le ideologie nazional socialiste e neofasciste, traduttore dei libri di Julius Evola e René Guenon.
Non è un personaggio qualunque, è probabilmente uno dei link più importanti tra il mondo dell’estrema destra mondiale – dall’Europa all’America Latina – e il milieu culturale cresciuto attorno agli oligarchi di peso, come Konstantin Malofeev. I rapporti di Savoini con questo mondo probabilmente risalgono all’epoca della sua frequentazione della rivista della destra radicale italiana Orion, sulle cui pagine negli anni ’90 uscivano i primi articoli sul nazionalismo oltranzista russo. In quegli stessi numeri era possibile leggere anche i saggi dedicati al negazionismo della Shoah e all’esaltazione del regime iraniano. Una officina di un pensiero a tinte scure, da dove sono poi emersi gli esponenti della destra identitaria legata oggi a doppio filo con la Russia. Come Maurizio Murelli, fondatore di Orion e oggi editore italiano di Aleksandr Dugin.
Per Gianluca Savoini la pubblicazione del libro è stata l’occasione d’oro per riprendere a tessere antichi rapporti politici. Sempre guardano all’estrema destra. Nei mesi scorsi fa si è fatto fotografare insieme a Rainaldo Graziani, figlio del fondatore di Ordine nuovo Clemente, punto di riferimento di Dugin in Italia da almeno cinque anni. Rainaldo Graziani – che in un’altra foto posa con in mano un calendario russo, con foto osé di donne ed armi pesanti – all’inizio di febbraio è stato uno dei protagonisti di uno spettacolo dedicato alla figlia di Dugin Daria, uccisa in un attentato a Mosca un anno fa, all’interno dell’ambasciata russa a Roma.
Il legame stretto di Savoini con il mondo neofascista è poi suggellato dall’editore del libro dedicato al caso Metropol, il milanese Marco Carucci. Amico da decenni di Matteo Salvini – sono stati compagni di classe al liceo – Carucci è stato fino a qualche anno fa dirigente nazionale di Forza Nuova ed oggi è attivo nell’editoria dell’area della destra radicale: «Conosco Gianluca da almeno 25 anni – racconta a La Stampa – in tanti anni di battaglie politiche ci si è spesso trovati sullo stesso fronte intellettuale di riflessione e elaborazione culturale. Poi ciascuno di noi ha provato a far germogliare idee consonanti nel rispettivo gruppo politico». Savoini nella Lega, l’editore Carucci in Forza Nuova
Il libro che rivendica i rapporti tra la Lega e la Russia sta facendo il giro del nord Italia in questi mesi, con presentazioni che diventano occasioni d’oro per rafforzare la rete dei rapporti all’interno dell’area della destra italiana, con la presenza ingombrante di Mosca. Non solo la Lega, ma anche Fratelli d’Italia.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile
LO SCRIVE IL “TIMES” CITANDO VLADIMIR OSECHKIN, FONDATORE DEL GRUPPO PER I DIRITTI UMANI GULAGU.NET
Un tribunale dell’estremo nord russo esaminerà il mese prossimo una denuncia presentata dalla madre dell’ex opposizione Alexei Navalny, alla quale viene impedito di vedere il corpo del figlio: lo hanno reso noto oggi i suoi collaboratori. Lyudmila Navalnaya si è recata nella remota prigione IK-3 dove suo figlio è morto, ma da sabato, quando è arrivata, le è stato impedito di vedere la salma. Secondo l’agenzia di stampa Tass, la corte ha ricevuto una denuncia per “atti illegali” e l’udienza si svolgerà a porte chiuse. Il tribunale della città artica di Salekhard esaminerà il caso il 4 marzo, riferiscono i collaboratori.
Il responsabile della fondazione anti-corruzione di Navalny, Ivan Zhdanov, aveva fatto sapere ieri che Lyudmila Navalnaya aveva presentato la denuncia accusando il Comitato investigativo russo di inazione nel consegnare la salma del dissidente. Navalny era il principale avversario politico di Putin ed è morto il 16 febbraio in un carcere nell’Artico dove era rinchiuso per motivi politici e dopo aver denunciato per tre anni di essere vittima di gravi soprusi dietro le sbarre.
Il leader dell’opposizione russa Alexei Navalny è stato ucciso con un pugno al cuore, una tecnica degli agenti delle forze speciali dell’ex Kgb, dopo essere stato esposto a condizioni di congelamento per diverse ore. Lo scrive il Times citando Vladimir Osechkin, fondatore del gruppo per i diritti umani Gulagu.net,
Secondo Osechkin, che ha citato una fonte che lavora nella colonia penale artica dove Navalny è morto venerdì, i lividi trovati sul corpo dell’oppositore sono compatibili con la tecnica del “pugno unico”. Prima della sua morte, Navalny, 47 anni, era stato costretto a trascorrere più di due ore e mezza all’aperto in uno spazio di isolamento all’aperto dove la temperatura poteva scendere fino a -27 gradi, ha detto Osechkin. Di norma i detenuti non vengono tenuti all’aperto per più di un’ora.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile
IL MEDICO LEGALE INTRONA: “IN 14 GIORNI E’ POSSIBILE FAR SPARIRE LE TRACCE”
Una morte per crisi cardiaca improvvisa? Una cosa che ci si
aspetta da un 80enne. Il Novichok di cui si parla a proposito dell’avvelenamento di Alexei Navalny? Più passa il tempo e più è probabile che alcune sostanze siano difficili da trovare. Lo spiega oggi il medico legale Francesco Introna in un’intervista rilasciata al Quotidiano Nazionale. Introna, che ha eseguito le autopsie dei casi Claps, Kerchner e Rea, spiega che in 14 giorni è possibile far sparire le tracce del veleno: «Dipende dalla sostanza usata, dalla quantità e dall’efficienza dei laboratori. Se si usano veleni biologici potenzialmente fatali, come l’insulina, tracce non se ne troveranno. Anche in caso di sostanze vegetali esogene c’è la possibilità di non trovarle, se il corpo è in decomposizione».
Veleni chimici
Introna è comunque possibilista: «Se, invece,si tratta di veleni chimici, ci sono depositi anche nelle ossa, oltre che nei luoghi più tradizionali come la colicisti». Per questo, ragiona Introna, «dare il corpo dopo 14 giorni è una follia. Se Mosca ha deciso di fare così, evidentemente ha calcolato che è il tempo necessario per fare sparire gli indizi. I laboratori russi sono espertissimi in questo ambito ed è verosimile che le sostanze somministrate non si troveranno più. Basti pensare che la salma di Lenin è stata mummificata con delle componenti che nessuno conosce». Introna spiega anche che «il Novichock, di cui si parla per Navalny, è una sostanza sintetica sconosciuta e della quale esistono tantissime varianti. Per trovarla nell’organismo serve comunque avere la sostanza di riferimento che in Italia e penso in Europa nessuno ha».
L’autopsia
Il presidente della Simla (Società italiana di medicina legale ed assicurazioni) dice che l’autopsia dovrebbe essere fatta «nella stessa maniera, totale e includendo organi e strutture di difficile esame come il midollo spinale. Farei in primis una risonanza magnetica total body e starei molto attento a minime lesioni esterne. Il Novichock è una so stanza che non sappiamo dove si accumuli e pertanto farei prelievi mirati di tutti i liquidi biologici e dei principali organi di accumulo. Comunque, in assenza del campione analitico di riferimento, si rischia che le indagini tossicologiche siano negative: un avvelenamento senza veleno». Anche perché «più passa il tempo e più è probabile che molte sostanze siano difficili da trovare. Anche una mummia, comunque, può dare informazioni»
I sospett
Infine, conclude Introna, «quando ci sono autopsie negative sorgono sospetti: così ci affidiamo alla bravura dei tossicologi e chiediamo a loro di fare esami approfonditi. I segni da assunzione di sostanze caustiche si vedono, mentre l’avvelenamento da sostanze ottenute da piante dà segni aspecifici».
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile
SALVINI NEANCHE SE NE ACCORGE ED ELOGIA IL FILMATO “CHE HA VOLUTO LUI”
Due scenari. Uno in cui viene fatta la scelta sbagliata e uno in cui viene fatta quella giusta. Ma in entrambi senza cinture di sicurezza.
«Fai l’unica scelta possibile» invita Elisabetta Gregoraci in uno dei tre video lanciati dal ministero dei Trasporti per sensibilizzare i giovani sulla sicurezza stradale.
Prima della comparsa a schermo della conduttrice, gli spettatori si trovano di fronte a un filmato girato a mo’ di diretta social, in cui quattro ragazze viaggiano in auto in direzione di una festa. I vestiti luccicano di paillettes, l’atmosfera è elettrica, il mood è «aggressive» mentre le luci della città scorrono sfocate fuori dall’abitacolo.
A un certo punto la scena si sdoppia, nel momento in cui la ragazza seduta sul sedile del passeggero mostra la foto di un ragazzo alla conducente. Intanto, le due ragazze sedute dietro si scattano i proverbiali selfie preserata.
Nello scenario Scelta 1, la conducente si gira a guardare gli addominali scolpiti del ragazzo nella foto, si distrae e l’auto si schianta contro un ostacolo.
Nello scenario Scelta 2, la ragazza alla guida declina l’offerta della passeggera: «Guardo dopo, lasciami guidare». Senza nessun fastidio, la ragazza sul sedile del passeggero gira il telefono verso le due sedute dietro. «Non è possibile, è un fake» risponde una delle due alla vista dei muscoli.
Ma ad attirare l’attenzione è un altro aspetto. Nonostante si tratti dello scenario in cui viene fatta «l’unica scelta possibile», nessuna delle due giovani sui sedili posteriori indossa la cintura di sicurezza, che però è obbligatoria, secondo l’articolo 172 del codice della strada, salvo alcune eccezioni che non sembrano presentarsi nel video, come nel caso di una gravidanza o di altre patologie che potrebbero essere aggravate dal dispositivo di sicurezza.
Lo spot condiviso da Salvini
La campagna recentemente lanciata si compone di tre video – ma ne arriveranno altri – con la partecipazione di Elisabetta Gregoraci (conduttrice TV), Giancarlo Fisichella (ex pilota di Formula 1) e Luca Campolunghi (creator).
In uno degli altri due, dei ragazzi si preparano a una gara di velocità, ma poi si pentono e decidono di andare a mangiare anziché rischiare la vita. L’altro verte attorno al consumo di cannabis, con uno scenario in cui il conducente decide di fumare e l’altro in cui invece rifiuta.
Nel comunicato del MIT si legge che gli spot sono stati voluti dal ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Matteo Salvini, «che ha messo la sicurezza stradale tra le priorità del suo dicastero con il ddl sulle nuove norme del Codice della Strada che devono essere discusse in Parlamento». Nella giornata di ieri, il segretario della lega, ha condiviso il video delle ragazze che viaggiano senza cintura sul proprio profilo X. Contattato da Open, il ministero dei Trasporti si è rifiutato di commentare.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile
L’ACCORDO TRA LEGA E PUTIN MAI SCIOLTO
«Capisco Yulia Navalny, ma sulla morte di Alexei la chiarezza la
faranno i medici, i giudici. Non noi». Bastano queste poche parole a Matteo Salvini per finire nella bufera. E a far tornare a parlare dei rapporti tra la Lega e Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. Complice anche un libro: quello del suo ex portavoce Gianluca Savoini. Che dopo l’archiviazione dell’inchiesta sul Metropol ha pubblicato le sue memorie con un titolo evocativo e un sottotitolo ancora più esplicito: “Da Pontida al Metropol. La lunga guerra dei poteri forti internazionali contro la Lega“. Ma nel dibattito politico oggi si parla più del patto stipulato con Russia Unita nel 2017. E che secondo alcuni nel Carroccio non sarebbe mai entrato in vigore. Mentre c’è chi dice che è stato persino rinnovato.
L’accordo
«C’era stato un incontro in cui avevamo firmato un memorandum valoriale, ma gli accordi sono un’altra cosa», ha detto ieri il vicesegretario della Lega Andrea Crippa cercando di minimizzare. Del patto tra la Lega e Russia Unita si è cominciato a parlare lunedì, durante la fiaccolata in Campidoglio per Navalny. Massimiliano Romeo, capogruppo leghista al Senato, nelle more della contestazione subita in piazza aveva detto che l’accordo era decaduto. Il patto è stato firmato il 6 marzo del 2017 tra il segretario della Lega Salvini e i vice Segretario per le Relazioni Internazionali di Russia Unita Zhelezniak. E al punto 8 prevedeva invece un rinnovo tacito per altri cinque anni: «Il presente accordo entra in vigore all’atto della firma dei rappresentanti autorizzati delle Parti e ha una validità di 5 anni. L’accordo è automaticamente prorogato per successivi periodi di cinque anni, a meno che una delle Parti notifichi all’altra Parte entro e non oltre 6 mesi prima della scadenza dell’accordo la sua intenzione alla cessazione dello stesso».ù
Il rinnovo
Il Foglio ha scritto nei giorni scorsi che il patto non è mai stato sciolto. Anche perché per farlo serviva una notifica di una delle due parti all’altra. Per questo ieri Carlo Calenda durante Porta a Porta è andato all’attacco: «Andate a vedere sui social la fanfara con cui Salvini ha siglato quell’accordo. Facciano vedere una lettera in cui lo hanno disdetto, se lo hanno fatto. Che ci vuole? L’accordo non è che non c’è mai stato, c’è il testo e anche la data di rinnovo automatico. Su questo Crippa sta mentendo. La Lega ha detto che mi querelerà, lo facciano». Il leader di Azione ha anche minacciato una mozione di sfiducia individuale nei confronti del vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti: «Salvini è al governo, è al corrente di tutte le informazioni di sicurezza e non può essere alleato formale di Putin, che mette l’Europa a ferro e fuoco».
Gianluca Savoini
E poi c’è Savoini. Ha incassato l’archiviazione per il caso dei presunti fondi della Russia alla Lega. Scoppiato dopo la diffusione della registrazione dell’hotel Metropol di Mosca. Ma l’ex portavoce di Salvini nel suo libro li rivendica. E sta facendo il giro del Nord per presentare il volume, anche con Fratelli d’Italia: La Stampa racconta che l’ultima presentazione è stata fatta ad Alessandria ed organizzata da Fabrizio Priano, responsabile della Scuola Regionale di Formazione Politica del partito di Giorgia Meloni. Mentre sul canale Telegram “Italia Unita” il libro viene presentato come una lettura consigliata. Anche il Tg1 lo ha recensito come il libro giusto per fare «chiarezza sui rapporti tra Lega e Russia». Intanto il Capitano è in silenzio. Dopo le dichiarazioni di ieri a Rtl 102.5 ha preferito farsi difendere dai suoi. E di glissare sul patto. Durerà?
(da Open)
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Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile
SI SA CHE IN RUSSIA PER CHI NON E’ PIU’ UTILE AL REGIME LE CADUTE ROVINOSE E ACCIDENTALI DA UNA FINESTRA SONO FREQUENTI
Non è vero che Matteo Salvini non lavora: è stato visto nell’emporio dell’aeroporto di Cagliari mentre con il cellulare fotografava bottiglie di vino locale “per una delle sue storie social enogastronomiche” (Repubblica). Esaurita la sua occupazione principale, di ritorno a Roma ha rilasciato una dichiarazione, come al solito spensierata: “Capisco la moglie di Navalny, ma chiarezza la fanno i giudici”. Parole che al Cremlino possono avere suscitato qualche perplessità, perché solo l’idea che nella Russia di Putin ci siano dei giudici che non rispondono al sistema criminale che neutralizza gli oppositori è apparsa un tantinello eversiva.
Forse, però, il legagastronomo intendeva dire che i giudici chiariranno che Navalny è in realtà morto di raffreddore, a causa della sconsiderata abitudine delle passeggiatine nell’alba siberiana con 50 gradi sotto zero.
Nello sforzo di dare un senso al meraviglioso mondo di Salvini, ci accompagna la preoccupazione che una qualche improvvida manovra di palazzo possa prematuramente sottrarcelo.
Vero è che sono ormai undici anni che egli nutre generosamente gli angoli del buonumore della pubblicistica italiana, e non solo, ma come tutte le cose belle vorremmo non finissero mai. Purtroppo si mormora che in caso di una nuova, rovinosa sconfitta alle elezioni europee di giugno, i vari Zaia, Fedriga, Giorgetti e gli altri proconsoli del Carroccio procederebbero alla sua defenestrazione (espressione che qualcuno vorrebbe prendere alla lettera).
Poiché le disgrazie non vengono mai sole, con la cacciata di Salvini rischiamo di perdere anche il vicesegretario Andrea Crippa, suo ventriloquo ufficiale e miele per i giornalisti a caccia di puttanate (lui mette il turbo a quelle di Matteo).
E come potremo fare a meno di un’altra promessa mantenuta della scuola comica di via Bellerio, quell’Alessandro Morelli promotore di un “daspo per i cantanti che fanno politica”?
Non resta che affidarsi allo zio Vlad perché faccia qualcosa, fiduciosi nel suo spiccato senso dell’umorismo, tra un delitto e l’altro.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI NON DIMENTICANO CHI SOSTENNE CHE AVREBBE SOSTITUITO VOLENTIERI MATTARELLA CON PUTIN
Che a fare chiarezza sulla morte di Navalny possano essere i
giudici russi è una battuta quasi spiritosa — anche se del genere macabro. Ne è autore il Salvini, il quale sicuramente si sarà domandato come mai, nella Russia putinista, la condizione di oppositore e quella di morto siano così spesso coincidenti.
Ma si sarà risposto, sempre spiritosamente, che la cagionevole salute degli oppositori va considerata un problema sanitario, non politico.
Resta il fatto che il Salvini è vicepremier, il numero due del governo italiano. E per quanto prodigiosa sia la capacità del centrodestra di sorvolare su qualunque differenza di ordine ideale (le idee, in fondo, sono solo una gran perdita di tempo: liberalismo, fascismo, democrazia, populismo, ma perché incaponirsi sulle parole?), forse questa volta non sarà così semplice fare finta che non sia successo niente.
Il Salvini è colui che dichiarò che avrebbe volentieri sostituito Mattarella con Putin. Un paio d’anni fa mandò saluti dalla Piazza Rossa con l’entusiasmo di un comunista degli anni Cinquanta, e non dei più svegli. Durante una recente gita in Polonia un sindaco locale gli rinfacciò la sua t-shirt con l’effigie di Putin.
Nessun margine di ambiguità, nel suo putinismo: è schietto, di lungo corso e coerente, una presa di posizione militante contro l’Europa ladrona e la democrazia debosciata.
E dunque, se la politica fosse ancora il luogo dove si crede almeno un poco in quello che si dice, come accidenti possono convivere nello stesso governo il Tajani ultimo modello, che sembra il nuovo portaborse di Emma Bonino, e un signore che aspetta il parere della magistratura russa piuttosto che spendere mezza parola su un oppositore perseguitato, avvelenato, incarcerato, infine eliminato?
(da repubblica.it)
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