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IL CAPITANO GARANTISTA SOLO CON VLAD

Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile

DAVANTI AL REGIME PUTINIANO VIENE MENO IL GIUSTIZIALISMO CHE SALVINI RISERVA A IMMIGRATI, MAGISTRATI E SCIENZIATI

C’è un solo personaggio che suscita in Matteo Salvini riflessi garantisti: Vladimir Putin. C’è solo un tipo di magistrati che ha la sua fiducia a prescindere: gli inquirenti nominati da Putin. C’è solo un tipo di scienziati che giudica incontestabili: i medici che Putin incaricherà dell’autopsia su Alexei Navalny.
Davanti all’autocrazia di Mosca i capisaldi del pensiero salviniano cambiano di segno. Cade il giustizialismo del “buttate le chiavi” utilizzato in ogni vicenda di cronaca, cade la diffidenza verso i magistrati engagé, cade il pregiudizio complottista sulla scienza che portò ripetutamente in piazza la Lega contro chi spiegava la necessità di vaccinarsi
Le dichiarazioni del vicepremier sulla morte del più celebre dissidente russo – «Bisogna fare chiarezza, ma la chiarezza la fanno giudici e medici, non la facciamo noi» – hanno un significato molto chiaro: Salvini rifiuta di prendere posizione su un delitto che ha scosso l’intero mondo libero e delega ogni giudizio alle autorità del Cremlino, che evidentemente ritiene assolutamente credibili. Lo fa platealmente, il giorno dopo la fiaccolata romana per Navalny alla quale i suoi hanno partecipato, con la chiara intenzione di minimizzare quell’adesione e ribadire la sua fiducia nel regime di Mosca.
Le contraddizioni del leader leghista, le distanze tra il suo abituale giustizialismo e questo inchino ai diritti dell’ “accusato Putin”, sarebbero solo uno dei soliti corto-circuiti italiani, uno dei tanti esempi del doppio binario della nostra politica – severa con gli avversari, generosissima con gli amici – se non chiamassero in causa questioni enormi. Al momento Salvini è il solo esponente di governo in tutta Europa a sposare la linea russa della “morte senza un perché”.
Persino Viktor Orban non se l’è sentita e ha lasciato cadere il veto ungherese al tredicesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Persino l’onnipotente Elon Musk ha dovuto inchinarsi all’indignazione del mondo riattivando l’account X della vedova Navalny, con il suo atto d’accusa contro Putin, pochi minuti dopo averlo oscurato. L’unicità della posizione del nostro vice-premier rischia di ricordare a tutti l’unicità italiana: siamo i soli, tra i grandi Paesi d’Europa, ad avere al governo un partito e un leader incapaci di riconoscere il rischio russo, sia sotto il profilo geopolitico sia come minaccia ai diritti consolidati dalle democrazie: la libertà di pensiero, di espressione, di manifestazione, di dissenso.
Le stesse libertà che sono costate a Navalny una persecuzione costante, un tentativo di avvelenamento, una detenzione crudele, e infine la morte. No, l’ultimo caso Salvini non è solo una piccola questione di doppiopesismo. Il capo della Lega marca una posizione ideologica precisa, in linea con la sua vecchia simpatia per il padrone del Cremlino, con le t-shirt putiniane di una volta, con i video da Mosca «città pulita, dove non c’è un mendicante, non c’è un lavavetri, non c’è un rom, non c’è un rompiscatole». Ed è immaginabile che, nella visione salviniana, Alexei Navalny, appartenga a quest’ultima categoria: i “rompiscatole” che insidiano con le loro proteste e rivendicazioni il perfetto equilibrio della Casa Russia, mettendo a rischio la continuità presidenziale che l’ha resa grande. Loro sì che meritano il “buttate le chiavi” di buona memoria, e poco importa se si realizza nel modo più spietato, in un gulag oltre il circolo polare artico, senza testimoni né spiegazioni, senza nemmeno un corpo su cui le madri e le mogli possano piangere.
(da lastampa.it)

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RIDACCHIARE SUI LEGHISTI, SOLO SE NON SI TRATTA DELLA BONGIORNO

Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile

LA SUA FONDAZIONE PIU’ MARKETING CHE AIUTO CONCRETO ALLE DONNE, MA I MEDIA FANNO FINTA DI NULLA

Il fenomeno è interessante. La settimana scorsa il Fatto Quotidiano ha pubblicato una notizia sulla senatrice leghista Giulia Bongiorno, ovvero che la sua fondazione Doppia difesa a supporto delle donne vittime di violenza, dal 2007 (anno della sua nascita) al 2018 è stata più marketing che un aiuto concreto alle donne.
Bongiorno e l’altra cofondatrice di Doppia difesa Michelle Hunziker avevano messo in piedi una grande campagna pubblicitaria con la loro immagine per sponsorizzare la fondazione, ottenendo una ricca rassegna stampa e ospitate tv. Peccato che però non esistesse una struttura efficiente per raccogliere le tante richieste di aiuto di donne in difficoltà o, addirittura, in pericolo. Lo ha scritto un giudice nel decreto di archiviazione dopo che la senatrice leghista e Hunziker avevano querelato il Fatto. I media svizzeri e tedeschi hanno rilanciato la notizia (se ne sono occupati, tra gli altri Rtl e Bild), in Italia curiosamente nessuna delle grandi testate nazionali ha dedicato neppure un colonnino alla vicenda. Il Pandoro e la beneficenza sì, Doppia difesa e la violenza sulle donne no.
Strano, perché quando si parla di leghisti che inciampano, da Salvini ai suoi compagni di partito più improbabili, fioriscono corsivi indignati. Abbiamo letto valanghe di editoriali sul leghista che confondeva Topolino con Dante, su Susanna Ceccardi e il suo timore che l’Ucraina diventasse un viatico per chi scappa dall’Africa, su quell’altro che vuole il daspo per i cantanti, sul senatore della Lega padre di Miss Italia, su Bignami e la sua foto di 19 anni fa travestito da gerarca nazista e pure su Salvini crocifisso per la visita al pastificio Rummo. Ai leghisti non sia abbona nulla. A tutti tranne che a Giulia Bongiorno.
I temerari giornalisti che fino a una settimana fa mi rimproveravano di prendermela solo con i deboli, sono eroici nel perculare il potentissimo Pillon quando si autocommenta i post, ma quando l’irrilevante Giulia Bongiorno viene beccata in fallo e su un tema come la violenza sulle donne, twittano fischiettando un innocuo BONGIORNO caffè.
Selvaggia Lucarelli
(da Il Fatto Quotidiano)

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IL DEPUTATO CIANI HA POTUTO PARLARE CON ILARIA SALIS: “E’ MOLTO PROVATA, MA CONTINUA A LOTTARE”

Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile

“IN CELLA 23 ORE AL GIORNO CON LA FINESTRELLA CHIUSA, PREVISTO UN SOLO PASTO”

Stavolta niente catene, né manette. Ilaria Salis si presenta nel parlatorio del carcere di massima sicurezza Gyorskocsi Ucta di Budapest in abiti civili, vestita decorosamente ma visibilmente stanca. Ad attenderla, insieme all’ambasciatore italiano in Ungheria Manuel Jacoangeli, c’è Paolo Ciani, segretario nazionale di Democrazia solidale-Demos e vicepresidente del gruppo Pd-Idp alla Camera. Poi il diplomatico li lascia soli, il deputato e la connazionale detenuta da un anno in Ungheria parlano separati da un vetro. Il colloquio dura circa un’ora.
Come sta Ilaria Salis?
L’ho trovata umanamente un po’ provata, del resto ha fatto un anno di carcerazione preventiva, e due mesi d’isolamento iniziali, in un posto dove non capisce una parola di quello che dicono intorno a lei. Per fortuna alla fine dei due mesi d’isolamento le hanno assegnato una compagna di cella alla quale si è affezionata.
Ha potuto farsi un’idea delle condizioni del carcere?
Ci siamo incontrati nel locale adibito ai colloqui dei detenuti con le famiglie. Il carcere si trova al centro della città e ha un passato davvero brutto, perché fu utilizzato dalla Gestapo nazista prima e dal regime comunista poi come luogo di detenzione e di tortura. Io però ne ho visto una piccola parte, appunto il parlatorio che si trova subito dopo l’ingresso.
A quale regime detentivo è sottoposta Ilaria?
Ilaria mi ha raccontato di condizioni durissime: 23 ore in cella, la cosiddetta “ora d’aria” è esattamente una sola ora al giorno. In più le celle sono chiuse anche tra le sbarre, così come viene tenuta chiusa la finestrella che si usa per la consegna dei pasti. Anzi, il pasto, perché ne passano soltanto uno al giorno, il pranzo. Per la cena, chi può provvede acquistando cibi già pronti da consumare, perché non è permesso cucinare nelle celle. Nell’ultimo mese, tuttavia, qualche piccola cosa è migliorata: per esempio hanno stuccato una fessura nel muro della cella da cui entrava aria gelida, è stata riparata una finestra che non si chiudeva bene e, improvvisamente, adesso ogni tanto gli agenti di custodia si rivolgono a lei in lingua inglese, così che possa comprendere quello che dicono. Di recente ha potuto fare anche una visita medica.
Le è sembrata spaventata?
Direi di no, però ha saputo del murale di Budapest che la ritraeva impiccata e, ovviamente, questa notizia le ha fatto molta impressione. Tuttavia mi è sembrata più concentrata sulle aspettative di quanto potrà succedere nei prossimi giorni. Spera di ottenere presto gli arresti domiciliari a Budapest, possibilmente prima dell’udienza che da maggio è stata anticipata al 28 marzo. E successivamente di poter proseguire l’iter processuale in Italia. Per il processo, poi, è seriamente preoccupata: le avevano proposto di patteggiare una pena enorme, 11 anni, e avendo rifiutato ora il “ventaglio” degli anni di reclusione che rischia in caso di condanna va da 2 a 24 anni.
Ma Ilaria ha la percezione del clamore che si è creato in Italia attorno alla sua vicenda, seppure soltanto dopo un anno e dopo quelle immagini che la ritraevano in tribunale incatenata e tenuta “al guinzaglio” da una poliziotta?
Sì, direi abbastanza. Chiaramente non può vedere la tv né, credo, leggere giornali, però è consapevole che in Italia si parla di lei e del suo caso. Tra l’altro mi ha assicurato che l’ambasciata italiana le è stata sempre vicina, con un addetto che fin dall’inizio è andato a visitarla. È importante perché c’erano state polemiche anche su questo punto. Si è detta molto grata che un deputato sia andato a trovarla, anzi mi ha detto che le farebbe piacere restare in contatto con me.
Perché lei ha chiesto di fare questa visita?
L’ho spiegato anche a Ilaria. Da una vita vado nelle carceri come volontario della Comunità di Sant’Egidio, e adesso come parlamentare. Vedere una ragazza condotta in catene alle mani e ai piedi in un’aula di tribunale, per altro ancora in attesa di primo giudizio, mi ha turbato profondamente, come immagino sia accaduto a ogni persona che abbia un minimo di sensibilità. Ci tengo invece a precisare che non sono venuto qui da rappresentante dell’opposizione per fare polemiche di parte, ma soltanto per gli aspetti umanitari e processuali di questa vicenda. Penso che le istituzioni italiane debbano insistere sull’esigenza di assicurare a Ilaria Salis un trattamento dignitoso e un processo equo.
(da agenzie)

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L’UCRAINA E’ IN DIFFICOLTA’: LE MUNIZIONI SCARSEGGIANO, GLI UOMINI SONO INSUFFICIENTI, I SOLDI AMERICANI TARDANO E L’EUROPA TRACCHEGGIA

Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile

L’ANALISI DI CLAUDIO BERTOLOTTI (ISPI)

A pochi giorni dall’anniversario della notte in cui la sua vita è cambiata per sempre – quel 24 febbraio 2022, quando da Mosca partì l’ordine di attaccare l’Ucraina ed eliminare il presidente – Volodymyr Zelensky deve prendere atto di trovarsi nel momento più difficile della guerra e della sua presidenza. Di fronte a una Russia sempre più spudorata, dopo l’evidente omicidio di Stato di Alexei Navalny, e ancora forte dal punto di vista economico e militare, Kiev fa i conti con un’amara realtà: questi quasi due anni di guerra di logoramento e attrito sono andati a vantaggio di Mosca, che dal punto di vista quantitativo – armi, munizioni, truppe – ha sempre avuto il coltello dalla parte del manico, dovendo l’Ucraina contare in tutto e per tutto sul sostengo e sulla generosità dell’Occidente. Un sostengo e una generosità che da tempo iniziano a dare segni di cedimento, con l’avvicinarsi delle elezioni americane e sotto le spinte contraddittorie di un’Europa in cerca d’identità.
È in questo scenario che Zelensky ripete un concetto non nuovo, ma con una drammaticità diversa: i ritardi nelle consegne di armi da parte degli alleati occidentali all’Ucraina stanno aprendo le porte all’avanzata russa sul campo di battaglia, rendendo il combattimento “molto difficile” lungo le parti della linea del fronte dove le forze del Cremlino hanno preso la città strategica di Avdiivka lo scorso fine settimana. Il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu, intanto, ha rivendicato un nuovo successo militare: le forze russe avrebbero riconquistato Krynky, una testa di ponte ucraina sul lato occupato da Mosca del fiume Dnipro.
Come scrive il New York Times, centinaia di soldati ucraini potrebbero essere stati catturati dall’avanzata delle unità russe o scomparsi durante la caotica da Avdiivka. Le stime sul numero di ucraini catturati o dispersi variano e un conteggio preciso potrebbe non essere possibile finché l’Ucraina non consoliderà nuove linee difensive fuori città. Ma due soldati a conoscenza della ritirata, citati dal Nyt, hanno stimato che tra gli 850 e i 1.000 soldati sarebbero stati catturati o risultano dispersi. I funzionari occidentali hanno affermato che il range sembrava accurato. Sarebbe una perdita devastante, in grado di infliggere un duro colpo al morale già indebolito delle truppe ucraine. Un problema in più per Zelensky, accanto alla lenta erosione del sostegno occidentale. I Paesi europei stanno faticando a trovare abbastanza forniture da inviare a Kiev, mentre il nuovo pacchetto di aiuti Usa da 60 miliardi di dollari è bloccato al Congresso a causa della battaglia politica tra repubblicani e democratici: tutto ciò – è abbastanza chiaro – fa il gioco del presidente russo Vladimir Putin.
Avdiivka non sarebbe andata perduta se l’Ucraina “avesse ricevuto tutte le munizioni di artiglieria di cui avevamo bisogno per difenderla”: è lo sfogo del ministro degli Esteri Dmytro Kuleba intervistato da Christiane Amanpour della Cnn. Ai soldati ucraini “va riconosciuto il merito” di aver resistito alla Russia e di aver sacrificato la propria vita in prima linea, ha aggiunto Kuleba. “Ma il motivo per cui devono sacrificarsi e morire è perché qualcuno sta ancora discutendo” sulle armi. “Rispetto la politica interna e non interferirò in essa, ma voglio solo che tutti ricordino che ogni giorno di dibattito in un posto significa un’altra morte in un altro posto”, ha precisato Kuleba.
Zelenskyj, nel suo discorso video quotidiano di lunedì scorso, ha detto che la Russia ha accumulato truppe in alcuni punti della linea del fronte lunga 1.500 chilometri, apparentemente con l’obiettivo di avventarsi su qualsiasi debolezza difensiva percepita. Mosca sta “approfittando dei ritardi negli aiuti all’Ucraina”, ha detto il presidente dopo aver visitato il posto di comando nell’area di Kupiansk, nella regione nord-orientale di Kharkiv, aggiungendo che le truppe ucraine avvertono fortemente la carenza di artiglieria, sistemi di difesa aerea e armi a lungo raggio.
Per Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight e associate research fellow di Ispi, è il caso di dire che i nodi stanno venendo al pettine. “La grande capacità ucraina di mobilitare reparti militari, addestrarli e schierarli sul terreno di cui siamo stati testimoni nel corso degli ultimi due anni si basava – e si basa tutt’ora – sulla capacità occidentale di dare sostegno in termini di equipaggiamento e addestramento. Oggi, con il rischio che venga meno il supporto da parte del principale sostenitore di Kiev, cioè gli Stati Uniti, e a fronte di una poco consistente capacità di aiuto da parte dell’Unione europea, l’Ucraina si trova di fatto con gli arsenali quasi vuoti, non tanto dal punto di vista degli equipaggiamenti (che sono sempre stati insufficienti per garantire una efficace resistenza nei confronti della Russia) quanto dal punto di vista delle munizioni. La capacità militare ucraina dipende da quanto i suoi soldati sono in grado di sparare non soltanto in azioni offensive (che ormai l’Ucraina non fa più da tempo) ma anche in funzione di attività difensive: difendere i propri soldati oggi non è più possibile, perché le munizioni sono centellinate e vengono tenute in riserva per un’eventuale quanto possibile controffensiva russa che potrebbe realizzarsi in primavera”.
Dall’altro lato, c’è una Russia che, avendo riconvertito la sua economia in un’economia di guerra e potendo contare sui rapporti con tutto il mondo non occidentale – continua a mantenere un vantaggio tattico e quantitativo in una guerra che ormai da oltre un anno e mezzo è diventata di attrito e logoramento. Il peggio del peggio per un Paese come l’Ucraina, molto più piccolo del gigante russo e dipendente dalle possibilità e dagli umori dell’Occidente.
“La Russia sta raccogliendo i frutti di un anno e mezzo circa di guerra di attrito e logoramento”, commenta Bertolotti. “Sul piano temporale, dal punto di vista quantitativo, il vantaggio di Mosca è evidente: ha più armi, più uomini, più munizioni e ha un retroterra strategico fondamentale. Sostanzialmente, ha accesso a tutto ciò che il mercato offre indipendentemente da quelle che sono le sanzioni occidentali”. Di fatto, la Russia ha le porte aperte sul mercato globale: ha rapporti con la Cina, l’India e gli altri Brics, oltre che con ‘Stati canaglia’ come l’Iran e la Corea del Nord, al cui dittatore (Kim Jong Un) Putin ha appena regalato una limousine.
Alla carenza di sistemi d’arma e munizioni si aggiunge, per l’Ucraina, il problema fondamentale della mancanza di truppe da inviare al fronte. “Purtroppo – spiega il direttore di Start Insight – i soldati ucraini da mandare al fronte sono finiti, per due ragioni. Da un lato, la guerra di attrito ha portato un elevato tasso di perdite sul campo, sia per gli attaccanti che per i difensori. Dall’altro lato, chi è al fronte oggi è al fronte da quasi due anni: sono poche le unità che sono state effettivamente disimpegnate per periodi di riposo, e l’età media dei soldati al fronte è molto elevata. Questo a fronte di un obbligo alla coscrizione imposto dal governo Zelensky, che però ha ottenuto anche un effetto indesiderato: la fuga da parte dei più giovani, che di fatto renderà la chiamata alle armi più debole di quanto sembrerebbe sulla carta”.
La settimana scorsa Zelensky ha firmato le leggi che prorogano il periodo di legge marziale e mobilitazione generale in Ucraina di altri 90 giorni, fino al 13 maggio 2024. Si è trattato della decima proroga dall’inizio della guerra, uno sforzo che metterebbe alla prova qualunque leadership. Quella di Zelensky sta mostrando segni di difficoltà, e non da oggi. La manifestazione più evidente si è avuta un paio di settimane fa, con il cambio dei vertici militari: fuori Valery Zaluzhny, dentro Oleksandr Syrsky, il nuovo comandante in capo delle forze armate ucraine.
§Ne è convinto Bertolotti: “Il fatto che Zelensky si stia indebolendo si è manifestato nella scelta politica di procedere a un cambio dei vertici militari, portando di fatto alla sostituzione di un comandante particolarmente apprezzato dalle sue truppe e dagli alleati occidentali, anche in virtù della sua visione squisitamente occidentale dal punto di vista operativo e tattico, con un successore che invece proviene da una scuola di più vecchia generazione”. Da un punto di vista di formazione militare, infatti, Zaluzhny “è legato alla dottrina sovietica, post-sovietica e russa, che privilegia il sacrificio delle truppe rispetto alla forza di manovra e al risparmio delle truppe stesse in caso di confronto diretto”. Si tratta di due approcci molto diversi – spiega l’esperto di strategia militari – che di fatto potrebbero anche indebolire la forte convinzione e l’appoggio morale delle truppe ucraine nei confronti del proprio vertice militare. Tutto questo si inserisce in un momento in cui Zelensky ha perso una parte del proprio sostegno popolare: anche questa potrebbe essere letta come una mossa per rafforzarsi, presentendo una novità, un cambio di strategia, nuove facce e nuovi simboli ai propri cittadini, che poi sono anche gli elettori che lo devono sostenere politicamente.
(da agenzie)

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CIRCA TRE QUARTI DEGLI STUDENTI ITALIANI HA AFFERMATO DI SOFFRIRE DI STRESS A CAUSA DELLA SCUOLA

Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile

CIRCA LA META’ DEI RAGAZZI E DELLE RAGAZZE HA DICHIARATO CHE VIVREBBE LA SCUOLA CON MENO STRESS SE CI FOSSE MENO CARICO DI STUDIO A CASA E PIU’ ATTIVITA EXTRACURRICOLARI

Il 75% degli studenti ha “sempre” o “spesso” episodi di stress causati dalla scuola, il 44% di loro si sente inadeguato e insicuro a causa dell’ipercompetizione a scuola che rende più difficile imparare al 17% dei partecipanti. La metà dei ragazze e ragazzi vivrebbe la scuola con meno stress se ci fosse meno carico di studio a casa, e c’è chi chiede più attività extracurricolari e spazi di aggregazione. E’ quanto emerge dal sondaggio “Scuola e Benessere: Oltre l’ipercompetizione e l’omologazione”, un evento nato dalla collaborazione tra Unisona Live e l’Unicef, patrocinato dal Comune di Milano e dal ministero dell’Istruzione e del Merito dedicato alle scuole secondarie di secondo grado e dell’ultimo anno delle secondarie di primo grado.
La partecipazione gratuita degli studenti di tutta Italia è stata garantita grazie al sostegno di Fondazione Conad ETS. Hanno partecipato oltre 25.500 studenti, studentesse e docenti, collegati online in diretta streaming, che hanno condiviso uno spazio di riflessione e dibattito sul tema cruciale del benessere psicosociale degli adolescenti nell’ambiente scolastico.
L’incontro, condotto da Sofia Viscardi nel ruolo di moderatrice, ha coinvolto esperte dell’UNICEF in un dialogo con l’attrice Ludovica Bizzaglia, i giovani membri dello Youth Advisory Board (YAB) e la psicologa Paola Versari. “Il successo dell’evento “Scuola e Benessere: Oltre l’ipercompetizione e l’omologazione” testimonia l’importanza e l’urgenza di affrontare il tema del benessere psicosociale degli adolescenti nell’ambito educativo, e conferma l’impegno di Unisona Live e Unicef nel promuovere un’educazione inclusiva e orientata al benessere degli studenti. Su questa priorità siamo impegnati in prima linea in un programma finanziato dalla Commissione Europea che accompagnerà per due anni le autorità italiane nel migliorare il coordinamento tra i settori sanitario, sociale e scolastico”, dichiara Nicola Dell’Arciprete, coordinatore risposta in Italia, Ufficio Unicef per l’Europa e l’Asia Centrale. (ANSA).
(da agenzie)

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PONTE SULLO STRETTO, LA PROCURA DI ROMA APRE INDAGINE SUL PROGETTO AVVIATO DA SALVINI

Febbraio 21st, 2024 Riccardo Fucile

L’ESPOSTO PRESENTATO DA BONELLI, FRATOIANNI ED ELLY SCHLEIN RIGUARDA L’ATTIVITA’ DI PROGETTAZIONE E REALIZZAZIONE DEL PONTE: “RETICENZA A RENDERE PUBBLICI DOCUMENTI SULLE PROCEDURE”

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine, senza ipotesi di reato e indagati, dopo un esposto presentato dal deputato di Avs, Angelo Bonelli, dalla segretaria del Pd, Elly Schlein e da Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italia, in relazione al progetto sul Ponte dello Stretto di Messina, in particolare sulla “reticenza della Società Ponte sullo Stretto e del Governo a rendere pubblici documenti cruciali per una piena comprensione dell’entità e delle procedure che hanno riguardato il progetto” dell’infrastruttura che dovrebbe collegare la Sicilia e la Calabria, la cui costruzione dovrebbe partire entro il 2024.
Nel documento i parlamentari sottolineano come la società Sdm Spa abbia “opposto più volte diniego alle richieste di fornire al sottoscritto sia la relazione di aggiornamento al progetto, che l’atto negoziale, nonostante un componente del comitato scientifico avesse pubblicamente affermato di aver reso pubblica la suddetta relazione”.
Per i parlamentari “il rifiuto” di consegnare “documenti espressamente previsti dal decreto”, “impedisce di esercitare un diritto e un’azione di controllo e verifica. La Sdm Spa si è rifiutata di consegnare l’atto negoziale che consentirebbe di verificare in quanto tempo la società Webuild ha riaggiornato un progetto complesso, vecchio di 12 anni”.
“Ministro Salvini, il Ponte non è un diritto è solo una tua esigenza politica. I diritti che chiedono gli italiani a gran voce sono quelli di avere ferrovie che funzionano, una sanità che funziona, scuole che non vadano a pezzi, costruire depuratori (quelli che mancano al sud)”, ha scritto in una nota il co-portavoce di Europa Verde e deputato di Avs, Angelo Bonelli.
“Tu hai sottratto agli italiani 12 mld di euro per finanziare le vere infrastrutture socialmente utili, riattivando una gara vecchia di 12 anni con un progetto che non aveva il via libera per la valutazione di impatto ambientale, cosa che non sarebbe stata consentita a nessun imprenditore italiano – aggiunge -. Tu invece lo hai fatto! Dovresti dire agli italiani perché ti eri più volte dichiarato contrario al Ponte e soprattutto qual è la ragione per la quale hai cambiato idea”.
“Ancora oggi, ci sono stati negati i documenti per verificare e analizzare la relazione sul progetto Ponte e l’atto negoziale tra società Stretto di Messina e consorzio Eurolink. Come può un ministro essere credibile quando dichiara che il Ponte creerà 140 mila posti di lavoro, per cambiare poi i numeri settimane dopo e sostenere che saranno 40 mila, mentre la società Stretto di Messina parla di soli 4.300 posti? Salvini sei drammaticamente inaffidabile e invito la premier Meloni a prestare attenzione a ciò che il suo ministro sta facendo”.
(da Fanpage)

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VALORI SOVRANISTI IN SARDEGNA, IL CANDIDATO CHE APPOGGIA TRUZZU: “AGLI INCONTRI CON GLI ELETTORI PORTO RAGAZZE IN MINIGONNA PER ATTRARRE VOTI”

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

L’AUDIO: “PORTO CON ME DUE BELLE RAGAZZE VESTITE CON PANTALONI IN PELLE E STIVALI, DUE IN MINIGONNA E DUE LEOPARDATE CON CAMICIE BELLE APERTE”

«Sto facendo questa campagna elettorale in modo molto diverso dal solito. Ho sei donne molto belle che mi sostengono durante i miei incontri con le persone». Questo il contenuto di un audio diffusi dal quotidiano Gallura Oggi, parole pronunciato da un candidato del centrodestra alle prossime elezioni regionali in Sardegna, che sta scatenando polemiche.
«Se ti presenti da solo, sei un cane bastonato che parla – ammette -. Invece con queste sei miei amiche, molto belle… Due sono vestite in pantaloni in pelle e stivali, due in minigonna e due leopardate, con delle camicie belle aperte che fanno un bel vedere», spiega il candidato, diventato virale. Ora quella voce ha un nome e cognome: Pietro Pinna, 56 anni, ex militare in pensione, corre con la Dc per Gianfranco Rotondi nel nord dell’isola.
Lui, contattato dall’Unione Sarda spiega: «Era solo una goliardata per un amico». E conferma: «Sì, quegli audio li ho inviati io a un amico. Ma era uno scherzo».
«Questa mattina, ho appreso dalla stampa dell’esistenza di un imbarazzante e sgradevole audio attribuito a un candidato, inserito in una lista della mia coalizione. Parole inaccettabili, pronunciate da chi si sottopone al giudizio degli elettori per amministrare la Sardegna” dichiara il candidato presidente del centrodestra in Sardegna, Paolo Truzzu.
«Non è goliardia. Non è uno scherzo come dice oggi la destra cercando di minimizzare e non fa ridere – attacca invece la senatrice sarda del Movimento 5 Stelle, Sabrina Licheri – Sei donne usate come esche in una competizione elettorale: sembra incredibile e una boutade invece è il prodotto di una subcultura che non va promossa ma combattuta ogni giorno».
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI HA PUNTATO SUL CAVALLO SBAGLIATO? PAOLO TRUZZU, IL CANDIDATO DEL CENTRODESTRA A GOVERNATORE DELLA SARDEGNA, POTREBBE PRENDERE UNA BATOSTA SOPRATTUTTO NELLA SUA CITTÀ, CAGLIARI

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

NELL’ULTIMA CLASSIFICA DI GRADIMENTO DEI SINDACI ITALIANI, ERA TERZ’ULTIMO (85ESIMO SU 87). E SALVINI, UMILIATO PER IL SILURAMENTO DEL “SUO” SOLINAS, SOTTO SOTTO GODE… ALESSANDRA TODDE, CANDIDATA DI SCHLEIN+CONTE, È RINGALLUZZITA DAI SONDAGGI RISERVATI

C’è Matteo Salvini tutto solo in un emporio dell’aeroporto di Cagliari – la scorta vigila da lontano – che gira tra gli scaffali con il cellulare e fotografa bottiglie di vino locale. Si vedrà poi se gli scatti serviranno per una delle sue storie social enogastronomiche. Salvini sta tornando a Roma dopo aver girato la Sardegna per tre giorni a sostegno del candidato presidente della destra alla Regione, Paolo Truzzu.
Si vota domenica. L’occasione è buona per chiedergli come è andato il tour. «Benissimo», risponde lui. «Sicuro?». «Beh, ho incontrato molte persone, sono fiducioso». Non è stupito che la partita sembri apertissima nonostante la destra sia unita su un candidato e le opposizioni divise su due? «In politica non c’è mai niente di scontato, e poi in Sardegna non ci sono mai state due vittorie di fila della stessa parte politica, quindi è normale che sia così». Sarebbe andata meglio con Solinas? Salvini sorride: «Arrivederci». Arrivederci.
Christian Solinas è il governatore vicino alla Lega e al Partito sardo d’azione fermato nella ricandidatura da un’inchiesta della magistratura e soprattutto dalla determinazione di Giorgia Meloni a espandere i ducati della Fiamma puntando su Truzzu, che è di Fratelli d’Italia e fa il sindaco di Cagliari.
Un pezzo della destra sarda si sente defraudato. Girano voci di inviti occulti a disertare le urne, si dice che i sardisti suggeriscano il voto disgiunto, una “ics” sulla lista di partito e un’altra su un candidato presidente che non sia Truzzu. A un amico che gli ha manifestato perplessità e timori sull’esito del voto, Salvini ha risposto inviando una foto scattata durante i suoi giri sardi: c’è lui in felpa con la scritta “Ogliastra” che alza il pollice davanti a un forno dove un maialino cuoce sopra alte fiamme.
Una foto sibillina. Gli ottimisti si concentrano sul pollice. I pessimisti sulle fiamme. I dietrologi sul maialino: di chi potrebbe essere metafora il porceddu rosolato?
Meloni sarà a Cagliari domani, insieme agli altri due leader della coalizione di governo, per chiudere la campagna di una elezione nella quale la presidente del Consiglio rischia tanto. Ha voluto lei la bicicletta, ma non è così sicuro che i pedali funzionino.
Certo, il vantaggio di correre contro un’opposizione divisa in due è notevole, ma nell’ultima classifica di gradimento dei sindaci italiani dei principali Comuni, datata luglio 2023, Truzzu è risultato terz’ultimo: ottantacinquesimo su ottantasette.
A Cagliari è difficile incontrare qualcuno che si dica soddisfatto dei suoi anni di governo della città. Tanti cantieri, molti disservizi, commercianti delusi, periferie non pervenute. Solinas, che a sua volta è in coda alla graduatoria dei governatori, ha lasciato ancora più macerie. Malgoverno, fondi europei non spesi o non incassati, arresti, inchieste.
Per i sardi l’unico sguardo sul futuro si materializza al telefono, quando chiamano per prenotare un esame specialistico nella sanità pubblica: i primi appuntamenti disponibili sono a fine 2025. I problemi di sempre – disoccupazione, spopolamento dell’interno, arretratezza digitale, costi di trasporto da e per il continente, la vocazione turistica che si mangia il resto – sono ingigantiti da anni che di certo non saranno ricordati come una primavera sarda.
«Qui Solinas ha usato il clientelismo e, quando la gente ha fame, funziona pure», dice Camilla Soru, consigliera comunale del Pd e candidata al Consiglio regionale. Suo padre Renato, che chiedeva le primarie, pur di ricandidarsi ha stracciato la tessera del Pd e si è messo a capo di un campo più originale che largo: Calenda e gli indipendentisti ultrasinistri di Liberu, Più Europa e Rifondazione comunista, Renzi e le altre liste autonomiste.
Soru è diventato suo malgrado la speranza della destra: più va forte nelle urne l’uomo che fu presidente di Regione dal 2004 al 2009, più calano le chance di Alessandra Todde, ex viceministra 5S, sostenuta anche dal Pd e dal resto del centrosinistra.
Salvini ha addirittura elogiato Soru padre in una delle tappe di questo week end: «La sua è una corsa coraggiosa e dignitosa ». La figlia non crede che il padre possa ripetere i risultati di un tempo: «Nel 2004, quando regalò un sogno vero ai sardi, la sua civica prese l’8 per cento. E allora qui era dio…». Chiediamo a Soru figlia se tornerà a parlare con il padre. Le si bagnano gli occhi, questa faida politica in famiglia non è uno scherzo: «Dipende da come va il voto – dice – spero mio padre non debba assumersi la responsabilità di aver lasciato l’isola nelle mani di chi l’ha distrutta ».
Al comitato di Soru figlia c’è anche il senatore dem Marco Meloni, nativo di Quartu Sant’Elena, già braccio destro di Enrico Letta: «Quella di Renato fu una stagione formidabile ma è lontana e chiusa. Sono pochi i nostri elettori intenzionati a votare per lui. Il problema è far capire l’importanza del voto utile, sento ancora gente che pensa ci sia un secondo turno».
Todde spera nel miracolo, qui Pd e 5S si sono messi insieme senza liti, dopo cinque anni di opposizione comune.
(da la Repubblica)

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STRANE COINCIDENZE IN RUSSIA: IVAN SECHIN, FIGLIO DEL NUMERO UNO DEL COLOSSO PETROLIFERO RUSSO “ROSNEFT”, È MORTO A 35 ANNI PER UN “COAGULO DI SANGUE STACCATO”. È LA STESSA CAUSA PER CUI È DECEDUTO ALEXEI NAVALNY, SECONDO I SERVIZI CARCERARI RUSSI

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

IL COMMENTO AL VELENO DELL’OLIGARCA DISSIDENTE, LEONID NEVZLIN: “LE MIE CONDOGLIANZE ALLA FAMIGLIA SECHIN, COSTRETTA A NASCONDERE IL PROPRIO DOLORE”

Ivan Sechin, figlio di Igor, alleato di Putin e ad di Rosneft, è morto a 35 anni per un “coagulo di sangue staccato”, la stessa causa per cui è deceduto – secondo i servizi carcerari russi – Alexei Navalny. L’uomo è morto il 5 febbraio dopo aver lamentato un “soffocamento”, riferisce il canale Telegram VChK-OGPU, secondo quanto riportato da Sky News.
“E’ caduto sul letto e ha perso conoscenza, hanno provato a rianimarlo” ma quando è arrivata l’ambulanza è stato dichiarato morto. Una fonte ha detto al quotidiano che la causa ufficiale della morte è stato un “coagulo di sangue staccato”.
Il quotidiano indipendente russo Mediazona riferisce che il primo a scrivere della morte di Sechin è stato Leonid Nevzlin, ex manager della compagnia russa di petrolio e gas Yukos, che ha descritto la morte come una “strana coincidenza”. Nevzlin è un oligarca russo-israeliano che ha rinunciato alla cittadinanza russa nel 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina. “Le mie condoglianze alla famiglia Sechin, costretta a nascondere il proprio dolore”, ha aggiunto.
Ivan Sechin è il figlio di Igor Sechin, alleato di lunga data di Putin e capo di Rosneft, una delle più grandi compagnie petrolifere russe. È considerato una delle persone più potenti della Russia: ha ricoperto il ruolo di vice primo ministro sotto Putin dal 2008 al 2012 e mantiene forti legami con le agenzie di intelligence del Paese. Sechin – ricorda ancora Sky News – è stato sanzionato dall’Ue nel 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina.
(da agenzie)

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