Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile
“LA POSIZIONE DELL’UE È STATA OGGETTO DI UNA DICHIARAZIONE A 27. E VUOL DIRE CHE È STATA CONCORDATA ANCHE DALL’ITALIA. NON SERVONO INDAGINI PENALI PER DEFINIRE CHE COSA HA CAUSATO LA SUA MORTE”
L’Unione Europea ha approvato “a 27” una dichiarazione sulla
morte di Alexey Navalny in una prigione dell’Artico russo, nella quale si afferma che la “responsabilità ultima” del decesso è del presidente Vladimir Putin, quindi gli esponenti di governo che sostengono che bisogna aspettare la magistratura russa, come ha fatto il leader della Lega Matteo Salvini, farebbero meglio a “leggere” quello che i governi, incluso il proprio, approvano. Così il portavoce agli Affari Esteri della Commissione Europea, Peter Stano, commenta, rispondendo ad una domanda durante il briefing con la stampa a Bruxelles, le dichiarazioni del leader leghista sul decesso in carcere del principale oppositore di Putin.
“Posso solo dire – afferma Stano – che la posizione dell’Ue sulle questioni di politica estera, inclusa la morte o l’assassinio di Alexey Navalny, è oggetto di dichiarazioni a 27. E la dichiarazione a 27 dell’Ue, che è stata concordata anche dall’Italia, dice che l’Ue è indignata per la morte dell’oppositore russo Alexey Navalny, la cui responsabilità ultima ricade sul presidente Putin e sulle autorità russe. Non serve un’indagine penale su che cosa esattamente abbia causato la morte di Navalny. Ricordiamo che ci sono state intimidazioni continue nei confronti di Navalny, mettendolo in prigione, poi mettendolo in isolamento e spostandolo oltre il Circolo polare artico”.
“E non dimentichiamo – continua – che cosa è successo all’inizio: venne avvelenato con un’arma chimica di livello militare, il Novichok, alcuni anni fa, cosa sulla quale fino ad oggi le autorità russe non hanno indagato a dovere. C’era già stato, quindi, un attentato alla sua vita usando un agente nervino. Se guardiamo alla storia, è molto chiaro chi è responsabile di questa morte. I 27 Stati membri sono stati molto chiari su questo: forse la raccomandazione ai membri del governo è solo di leggersi quello che i governi approvano e adottano”, conclude.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile
“SOLO UNA SCONFITTA MILITARE PUO’ FARE CADERE PUTIN”
“L’unica cosa che può far cadere Putin è la sconfitta militare e per questo dobbiamo aiutare l’Ucraina. Solo così possiamo salvare anche la Russia. Slava Ukraini”. Sentire una cittadina russa gridare lo slogan che dall’inizio del conflitto nell’est Europa sostiene il popolo ucraino fa sempre un certo effetto.
A gridarlo in piazza della Scala a Milano, durante una fiaccolata in ricordo di Aleksej Navalny, è Maria Mikaelyan, ricercatrice in architettura e museologia nata a Mosca, tra le animatrici della Comunità dei Russi Liberi in Italia, organizzazione che a seguito dell’omicidio del dissidente russo ha proposto una petizione per intitolargli la strada dove ha sede il consolato russo.
“Facevo parte del suo movimento e sono venuta in Italia a seguito delle proteste del 2012, quando – ricorda – scendevamo in piazza per la democrazia ma la polizia ci massacrava”. “Mi manca la Russia che non esiste più”, racconta con un filo di emozione mentre si dirige in piazza Mercanti, luogo deputato a memoriale di Navalny dove si accumulano fiori, biglietti e candele. “La società russa non è pronta a scendere in piazza perché – spiega a due passanti incuriositi – nessuno vuole morire come lui. La paura è tanta e per questo, ripeto, dobbiamo aiutare l’Ucraina”. La speranza adesso è riposta nella moglie Yulia Navalnaya: “È una donna forte e coraggiosa, continuerà la sua lotta”.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile
IMPRENDITORI E POLITICI, MA ANCHE ACCADEMICI AL SERVIZIO DELLA PROPAGANDA RUSSA
Solo dal 2018 al 2022 sono state oltre una ventina le personalità
russe, principalmente imprenditori, insigniti con onorificenze del Presidente della Repubblica in Italia. Si tratta dell’onore della Stella d’Italia, che si attribuisce con decreto del Quirinale a personalità straniere che hanno particolari benemerenze nella promozione dei rapporti di amicizia e di collaborazione con l’Italia. Possono essere di cinque tipi: Cavaliere di Gran Croce, Grande Ufficiale, Commendatore, Ufficiale e Cavaliere. Tra questi ci sono alcuni degli oligarchi più vicini a Vladimir Putin, molti dei quali colpiti dalle sanzioni internazionali emesse dalla Gran Bretagna, dagli Stati Uniti, dall’Australia e chiaramente dall’Ucraina. Personaggi tutt’altro che marginali nella macchina della propaganda del Cremlino e tutt’altro che defilati rispetto all’invasione russa dell’Ucraina.
I super ricchi nella lista delle onorificenze
Con l’aiuto della giornalista ucraina Zhanna Zukova, rifugiata in Italia, abbiamo provato a tracciare un profilo dei russi vicini a Vladimir Putin insigniti di alte onorificenze in Italia ma colpiti da sanzioni internazionali. Tra i pezzi grossi troviamo Alexander Abramov, insignito con il titolo di Cavaliere della Stella d’Italia nel 2021. E’ il direttore della Lex System ed è anche proprietario del 29% della EVRAZ, e siede anche nel suo consiglio di amministrazione. La Evraz è una società siderurgica britannica che fornisce acciaio alla Russia anche a fini bellici. Abramov è colpito dalle sanzioni in Gran Bretagna, Canada, Nuova Zelanda e Ucraina. Altro pezzo grosso è Anatoly Sedykh, insignito con il titolo di Commendatore della Stella d’Italia nel 2021. E’ il proprietario della OMK, un’azienda che produce metalli, è il principale fornitore di Gazprom, il colosso russo del gas, per la fornitura di tubi. La OMK è colpita dalle sanzioni dagli Stati Uniti per aver facilitato lo sforzo bellico del Cremlino nell’invasione Ucraina. A proposito di Gazprom, azienda colpita dalle sanzioni internazionali di mezzo mondo, tra le alte onorificenze concesse dall’Italia c’è anche quella a Igor Maksimtsev, presente nel board di Gazprom, e insignito del titolo di Commendatore della Stella d’Italia nel 2020.
Con il titolo di Ufficiale dell’ordine della Stella d’Italia, conferitogli nel 2021, troviamo Roman Trotsenko, che in Italia, dove possiede anche una tenuta in Toscana, è proprietario dello scalo aeroportuale di Grosseto. E’ anche proprietario della AEON Group e della Artic Energy, quest’ultima colpita dalle sanzioni Usa. Nonostante la sua vicinanza al Cremlino fino ad ora è riuscito a sfuggire alle sanzioni. Tra gli oligarchi più ricchi considerati “benemeriti” per l’Italia c’è anche Leonid Mikhelson, proprietario dell’azienda di gas Novatek, e colpito dalle sanzioni internazionali di Gran Bretagna, Ucraina, Canada e Australia. In Italia è Grande Ufficiale dell’ordine della Stella d’Italia, ricevuta nel 2020, possiede anche una importante quota della società petrolchimica Sibur, acquistata direttamente dall’ex genero di Putin, Kirill Shamalov. Tra gli oligarchi insigniti in Italia c’è anche chi dopo l’invasione russa in Ucraina è caduto in disgrazia. Si tratta di Oleg Tinkov, che nel 2020 ha ricevuto il titolo di Ufficiale dell’ordine della Stella d’Italia. Proprietario di banche, aziende produttrici di birra e anche finanziatore di una squadra di ciclismo, nella primavera del 2022 ha giudicato “folle” la guerra in Ucraina da parte della Russia. Il risultato è che ha dovuto cedere tutti i suoi asset ad altri oligarchi fedelissimi di Putin. Nonostante questo Tinkov è colpito dalle sanzioni di Gran Bretagna, Australia e Ucraina. Anche lui come Trostsenko ha una residenza in Toscana. La lista degli uomini d’affari ancora titolari di benemerenze della Repubblica Italiana è molto lunga, e vede tra gli altri Sergey Galitski, Cavaliere della Stella d’Italia dal 2021, proprietario della squadra di calcio del Krasnodar, della azienda Magnit e della SN Capital, colpito da sanzioni in Ucraina. O anche Valery Kazikaev, Commendatore della Stella d’Italia dal 2018, a capo della KTH Gorup e colpito dalle sanzioni USA.
“Grandi ufficiali” al servizio della propaganda
Tra le onorificenza concesse a personaggi russi e mai revocate dalla Repubblica Italiana, non troviamo solo ricchi affaristi, ma anche esimi accademici che si sono però prestati alla gigantesca macchina della propaganda di Vladimir Putin. E’ il caso di Alexander Dynkin, insignito nel 2021 del titolo di Ufficiale dell’ordine della Stella d’Italia, economista e membro dei consigli scientifici del Ministro degli Affari Esteri e del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, della Fondazione Russa della Scienza, del Presidium dell’Accademia Russa delle Scienze e della Commissione sotto il Presidente della Federazione Russa sulla strategia di sviluppo del complesso energetico e dei combustibili e sulla sicurezza ambientale. In una sua recente intervista alla Komsomolskaya Pravda ha dichiarato: “La Russia può solo vincere nel conflitto ucraino. Qui la questione dei tempi è molto importante. Le persone a Tbilisi, Baku e Yerevan stanno guardando questa storia. E anche a Minsk”. Aggiungendo che: “Non ho dubbi che il 24 febbraio 2022 l’ordine mondiale unipolare sia finalmente finito. Ed esisteva, relativamente parlando, dal 1991″.
Proprio l’editore della Komsomolskaya Pravda e proprietario del network di comunicazione RBC, Gregory Berezkin, ha ricevuto nel 202o il titolo di Grande Ufficiale dell’ordine della Stella d’Italia. Attivo anche nell’industria petrolifera attraverso ESN Group, è stato colpito dalle sanzioni Usa e Ue all’inizio della guerra. Ma la commissione europea poche settimane fa ha deciso di revocargli le misure restrittive. Una decisione anomala, secondo la BBC, che ha provato ad indagare sulle procedure di revoca delle sanzioni. Oggi la RBC di proprietà di Berezkin, definisce la guerra in Ucraina “un’operazione speciale” tesa a “denazificare l’Ucraina”, esattamente come racconta la propaganda del Cremlino. Ma la propaganda non passa solo sui media, ma anche nelle scuole. Anatoly Torkunov, insignito nel 2020 del titolo di Ufficiale della Stella d’Italia, è tra gli autori del nuovo libro di testo di storia moderna per gli studenti delle scuole superiori russe. Torkunov è rettore dell’Istituto statale per le relazioni internazionali di Mosca, il suo testo destinato ai giovani studenti è stato distribuito prioritariamente nelle regioni ucraine occupate dai russi, e parla di “operazione militare speciale” per descrivere la guerra. Nel mondo della cultura russa si segnala per la sua presa di posizione a sostegno dell’invasione russa dell’Ucraina anche Alexander Rukavishnikov, scultore e Cavaliere della Stella d’Italia dal 2020.
I casi Usmanov e Sechin
Il periodo storico in cui sono state conferite queste onorificenze è concentrato negli anni del governo Conte 1 e del governo Conte 2, dal 2018 al 2022, ed in parte anche con il governo Draghi nel 2022. In particolar modo la maggior parte delle onorificenze sono state attribuire tra il 2019 e il 2022 quando al Ministero degli Esteri c’era Luigi di Maio. La procedura di attribuzione prevede che sia proprio il Ministro degli Esteri a proporre l’attribuzione dell’onorificenza al Presidente della Repubblica. Con lo scoppio della guerra in Ucraina dal Quirinale ci sono stati dei provvedimenti di revoca, ma sicuramente assai esigui rispetto ai profili dei personaggi che ancora oggi risultano insigniti dell’alto titolo. Tra le revoche decise dalla Presidenza della Repubblica si segnalano quella a Aleksey Gordeev, Evghenj Ivanov, Alexander Dyukov, Alexander Shokin e Kirill Dmitriev, quest’ultimo capo del fondo sovrano russo che ha chiuso importanti accordi commerciali con aziende italiane.
Tra gli oligarchi che figurano ancora nelle liste delle onorificenze italiane ci sono due personaggi vicinissimi a Vladimir Putin, Alisher Usmanov e Igor Sechin. Il primo è proprietario del 50% di Metalloinvest, tra i più vicini al numero uno del Cremlino. Usmanov è colpito dalle sanzioni internazionali dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, del Canada, dell’Australia, della Nuova Zelanda e dell’Ucraina. Eppure ancora oggi è Commendatore della Repubblica Italiana, titolo che gli è stato conferito nel 2016. Nel decreto di attribuzione della onorificenza, del 10 ottobre 2016, c’è scritto “Su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri”. L’allora Presidente del Consiglio era Matteo Renzi. Usmanov è uno degli uomini più ricchi della Russia, tra i primi azionisti di Facebook, mantiene anche quote in Xiaomi e USM Holding. E’ stato proprietario del 30% dell’Arsenal (venduto nel 2018) e sponsor dell’Everton in Premier League fino al marzo 2022 quando la squadra inglese ha sospeso gli accordi dopo lo scoppio della guerra. In Italia Usmanov è proprietario di immobili e tenute ad Arzachena in Sardegna, beni che il governo italiano ha congelato nel marzo del 2022, pur rimanendo Commendatore della Repubblica Italiana. Igor Sechin invece è Commendatore della Repubblica Italiana dal 2017, su iniziativa del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ex agente del KGB, vice di Putin quando era al vertice del servizio segreto sovietico, poi politico, infine imprenditore è al vertice della Rosnef società colpita da sanzioni internazionali. E’ stato a capo dello staff di Putin, poi suo vice e successivamente ha avuto un ruolo chiave nell’arresto di uno degli oppositori del leader del Cremlino, Michail Chodorkovskij. Sechin è colpito da sanzioni internazionali dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Il suo soprannome è Darth Fener, ed è considerato uno degli uomini più potenti in Russia.
(da Fanpage)
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Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile
UN CASO CHE SI POTEVA RISOLVERE IN 5 MINUTI AMMETTENDO DI AVER SPARATO E’ DIVENTATO UN COLD CASE
La storia dello sparo di capodanno che ha coinvolto il sottosegretario Delmastro, il deputato sospeso da Fdi, caposcorta, genero e figlio, si sarebbe dovuta chiudere prima di aprirsi con l’ammissione del responsabile. E invece i prodi servitori dello stato continuano a lanciarsi ridicole accuse
Una vicenda che avrebbe dovuto essere risolta in poche ore tiene banco da un mese e mezzo. Aggravando di lavoro la magistratura. E oscillando, giorno dopo giorno, sempre di più tra la tragedia e la farsa.
Parliamo del primo caso di cronaca politica del 2024: il caso Pozzolo, meglio conosciuto come “lo sparo di Capodanno”. Un pezzo di storia è noto, l’altro pezzo un po’ meno. Un deputato della Repubblica, esponente del partito di maggioranza relativa – Fratelli d’Italia – si presenta a una festa di Capodanno nella pro loco di Rosazza, nel Biellese. La sindaca del paese è Francesca Delmastro, sorella del sottosegretario alla Giustizia Andrea, colonnello di Fratelli d’Italia.
Anche quest’ultimo – insieme agli agenti di scorta – è presente alla festa. Mentre il sottosegretario alla Giustizia è fuori dalla sala – vai a capire se a pochi metri o a qualche centinaio – la piccola pistola che il deputato Emanuele Pozzolo aveva con sè esplode un colpo. Un colpo accidentale che parte mentre l’arma non era nell’apposita custodia. Il parlamentare – stando alle ricostruzioni – la stava mostrando urbi et orbi. Non si capisce bene perché, forse solo per pavoneggiarsi.
Quando il colpo esplode, viene ferito il genero del caposcorta di Delmastro. Chi ha sparato? Boh. Tutti accusano Pozzolo. Pozzolo professa innocenza. Non parla ma manda pizzini: “So chi ha sparato, ma lo dirò solo ai magistrati”, ha detto nella prima intervista a Repubblica. I magistrati, intanto, indagano. E chissà se qualche volta non ci pensano che una vicenda – triste, brutta, grottesca – avvenuta in un contesto in cui c’erano un parlamentare e un sottosegretario avrebbe dovuto risolversi velocemente con una semplice ammissione di colpa (di chiunque sia il colpevole).
E invece sta succedendo che i patrioti – o ex tali, Pozzolo è stato sospeso da FdI e deferito ai probiviri, che l’hanno ascoltato pochi giorni fa quando è ricomparso alla Camera, proferendo qualche sibillina parola – non si stanno comportando esattamente da difensori della patria. Anzi, verrebbe da dire che a furia di lanciarsi reciproche accuse, di mandare pizzini e di offrire un pessimo spettacolo, stanno un po’ disonorando il loro ruolo. E tutta la Repubblica.
Di quella notte ancora non solo non si sa esattamente chi ha fatto esplodere il colpo, ma non si capisce per quale oscura ragione un parlamentare – peraltro laureato in giurisprudenza – stesse mostrando la sua pistola. È cosa nota che chi possiede un’arma debba attentamente custodirla. Ma perché Pozzolo aveva un’arma con sé? Dalle varie ricostruzioni che sono state faticosamente fatte, si è capito che gli era stava concessa perché si era esposto a favore della resistenza iraniana. E che aveva già altre armi, ma con permesso sportivo. Era titolato a portare sempre con sé quella pistola piccola piccola, simile a un accendino, per difesa personale. “In Italia girano troppe armi”, si dice. E forse è vero. Ma è vero anche che la licenza che aveva Pozzolo è piuttosto rara. Come raccontato qui da HuffPost, solo 12mila persone in Italia l’hanno ottenuta. Pozzolo era tra questi.
Ora, quali e quante sono le stranezze in questa storia? Così tante che è complicato racchiuderle tutte in un articolo. Ci proviamo.
Subito dopo lo sparo, trapela la notizia che il deputato si sarebbe rifiutato di farsi fare lo stub, il test che rileva la polvere da sparo sulle mani e che non avrebbe consegnato i vestiti, opponendo l’immunità parlamentare. Tempo qualche giorno e la procura dichiara che, invece, lo stub era stato fatto. Sempre fonti investigative comunicano che non aveva consegnato i vestiti “perché aveva freddo”. Non si è mai ben capito cosa sia successo in quelle ore, se davvero gli sia balenato in mente di opporre l’immunità parlamentare, se lo ha davvero fatto e poi qualcuno lo ha indotto a cambiare idea, se era da principio una fake news. Fatto sta che, come era ovvio, questo stub risulta positivo. Sui vestiti di Pozzolo c’era polvere da sparo. Del resto, la pistola era sua. Ed era nella sua mano quando il colpo è partito ed è stato ferito il genero dell’agente di scorta di Delmastro. Quest’ultimo, dal canto suo, aveva detto da subito che quando lo sparo è partito non era nel locale, perché stata sistemando gli avanzi di cibo in macchina.
In una fase iniziale si è accavallata più di una versione dei fatti e, per questo, Matteo Renzi per settimane non ha mollato la vicenda. Prima ha fatto un’interrogazione parlamentare – alla quale Nordio ha risposto picche – e poi, durante un evento a Biella, ha chiesto al sottosegretario e alla sorella di fare il test del Dna. Prontamente Delmastro ha fatto sapere di averlo querelato per le “continue diffamazioni” che il leader di Italia Viva gli ha indirizzato. Un atteggiamento, questo, coerente con quello tenuto sin dall’inizio di questa storia. Il sottosegretario, infatti, ha detto in tutte le salse che in quella sala al momento del fattaccio non c’era. E continua a dirlo, nonostante ci sia chi si diverte a girare il dito nella piaga. Negli annales è rimasto quel “Buon anno un c….” con cui ha risposto a Repubblica il giorno di Capodanno, a poche ore dallo sparo.
Ma allora, come sono andate le cose?
All’inizio neanche la vittima – Luca Campana, 31 anni, elettricista – aveva querelato Pozzolo. In un secondo momento ha deciso di farlo. Perché non subito? “Perché lui è un politico e io un operaio” ha risposto. Nel mentre, sono emersi dettagli sulla figura di Pablito Morello, già caposcorta di Delmastro, che alla festa a quanto pare si era portato tutta la famiglia. Qualche giorno dopo i fatti è stato sospeso e Domani ha svelato che in passato era stato indagato per aver pestato un detenuto. Il procedimento si è concluso con un nulla di fatto.
Le indagini sullo sparo sono poi andate avanti e si è scoperto che sulla pistola c’erano impronte digitali di tre persone diverse. La prima (facile) era Pozzolo. Le altre due? Dopo giorni di mistero, ecco svelato l’arcano: la pistola è stata toccata anche da Maverick Morello. Il figlio di Pablito, finora quasi non menzionato dalle cronache, sostiene di averla tolta dalle mani di Pozzolo dopo lo sparo e di averla consegnata al padre. E infatti è dell’ex caposcorta la terza impronta. A La Stampa, Pablito Morello ha raccontato: “Istintivamente l’ho presa in mano per evitare che urtasse il tavolo”. E ancora: “Mi sono assicurato di allontanare Pozzolo dall’arma rimasta sul tavolo, per poi collaborare a soccorrere il ferito che stava inveendo contro il deputato”.
L’arma è poi stata poggiata su una mensola. Vale sempre la pena ricordare che nei locali della pro loco erano presenti dei bambini e che solo il caso ha voluto che il 31enne se la sia cavata con pochi giorni di prognosi. I tasselli del puzzle si vanno uno dopo l’altro ricomponendo. Manca ora l’esito dell’esame balistico, che dovrebbe finalmente dirci come sono andate le cose. Sempre che qualcuno non decida di mettere fine a questa pietosa saga e raccontarle una volta per tutte.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile
IL PROCURATORE: “UN RECUPERO DA 33 MILIONI DI EURO COME QUELLO DI OGGI, IN CONCRETO, VALE UN OSPEDALE”… TRANQUILLO, CI PENSERANNO I SOVRANISTI A FARE UN CONDONO
Controlli su 80 dentisti, 33 milioni di euro sottratti a tassazione e
cinque milioni di euro sequestrati, come presunto profitto di dichiarazione fraudolenta per gli anni dal 2016 al 2020. Sono i numeri dell’operazione che vede indagati 47 odontoiatri, nell’ambito delle indagini della guardia di finanza di Bari che coinvolgono tutte le province di Puglia e Basilicata.
Gli accertamenti, partiti dopo una verifica fiscale della finanza nei confronti di un odontoiatra con studio nella provincia di Bari, hanno consentito di individuare in un ingegnere informatico l’ideatore e il fornitore di un software gestionale con il quale era possibile tenere una contabilità parallela, ostacolando così l’attività di accertamento dell’amministrazione finanziaria.
L’ingegnere, come emerso, avrebbe anche creato delle chat con i professionisti nelle quali faceva riferimento alla contabilità ‘black’ e invitava i suoi clienti alla prudenza. In alcune di queste chat, come scrivono i finanzieri, «si fa riferimento alla necessità di contabilizzare i pagamenti delle prestazioni sanitarie ‘in chiaro’ o ‘in nero’ a seconda che il cliente richieda o meno la fattura».
Netto il monito del procuratore di Bari, Roberto Rossi. «Invitiamo i cittadini – ha detto nel corso di una conferenza stampa – a chiedere sempre ricevute e fatture. Si pensa che non facendolo si risparmi, ma non è così, perché» i pagamenti a nero «provocano un effetto sul sistema globale. Sono debiti che lasciamo ai nostri figli. Un recupero da 33 milioni di euro come quello di oggi, in concreto, vale un ospedale».
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile
“UN CASO CHE LA DICE TUTTA SUL BARATRO CULTURALE CREATO IN ANNI DI IMPUNITÀ DELLA LEGGE”… “DIETRO QUESTE CORSE DOVE I POVERI ANIMALI VENGONO MASSACRATI E DOPATI C’È UN BUSINESS MILIONARIO. QUESTA È MAFIA”
“Anni di sottovalutazione della politica non possono che portare a questo. Una corsa clandestina in pubblica via e con tanto di colpi di pistola che rappresentano, oltre al grave maltrattamento di animali, uno schiaffo in faccia a chi ancora crede nella legalità”. Lo rende noto, con un comunicato, Enrico Rizzi, animalista e influencer per i diritti degli animali, venuto in possesso di un video di una corsa clandestina nel Catanese. Il filmato, ricostruisce Rizzi, è stato “lanciato sui social e rimasto online solo per poco tempo, mostra una strada extraurbana dove si notano in folle corsa due sulky professionali guidati da driver incappucciati o con passamontagna” e “i cavalli sono attorniati da decine di motori spesso con la targa oscurata da dove, più volte, si vede alzare una mano che impugna un’arma, verosimilmente una pistola”.
“In meno di un minuto – dice Rizzi – si avvertono chiaramente esplodere ben cinque colpi, per almeno tre volte coincidenti con i frame che mostrano l’arma in mano. Si tratta di un caso di una gravità inaudita che la dice tutta sul baratro culturale creato in anni di disattenzione e menefreghismo ma anche di impunità della legge”. Sulla vicenda annuncia che presenterà una denuncia ai carabinieri.
“Durante la stessa diretta – sottolinea – è intervenuto il vice presidente della Commissione antimafia, Ismaele La Vardera, che ha annunciato la richiesta di apertura un’indagine sulle corse clandestine”
Sulla vicenda è intervenuto anche il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Francesco Emilio Borrelli che parla di “fenomeno direttamente legato alle cosche mafiose che, con questi eventi rimpinguano le proprie casse, grazie alle scommesse, e acquistano sempre più prestigio” e annuncia la “presentazione di un’interrogazione parlamentare, affinché si avviino procedure drastiche per fermare tale barbarie criminale”.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile
L’OPERAZIONE IPOCRISIA TRA CHI E’ MANDATO A METTERCI LA FACCIA E CHI SI NASCONDE
“Su Putin abbiamo sbagliato. Ma eravamo in buona compagnia.
Tutto l’Occidente ha fatto valutazioni sbagliate. Ma ora, il passato è passato”. Il putinismo della Lega si infrange sull’uccisione di Aleksey Navalny. Il partito di Matteo Salvini sceglie di prendere di petto la piazza del Campidoglio dove il sindaco Roberto Gualtieri ospita a nome della città la fiaccolata in onore dell’attivista russo. Una gigantografia ai piedi del Marco Aurelio, un ologramma sulla facciata di palazzo Senatorio, i fiori e le candele, depositati da tanti manifestanti ovviamente senza il rischio di arresti, ma anche senza essere identificati.
Il Carroccio tenta di voltare pagina sulla vicinanza al presidente russo. Ma l’operazione gli riesce a metà. In un primo momento i leghisti avevano deciso di partecipare con una delegazione di pura testimonianza – si sarebbero dovuti immolare i capigruppo nelle commissioni esteri Simone Billi e Andrea Paganella – giusto per mettere a tacere la contestazione che sarebbe arrivata da Carlo Calenda e da Più Europa nel caso in cui avessero disertato la fiaccolata.
Nel pomeriggio hanno maturato il cambio di programma. Così all’ora concordata ecco arrivare in piazza una nutrita squadra, capeggiata da Massimiliano Romeo, presidente dei senatori, l’uomo delle battaglie a viso aperto. Con lui ci sono anche il presidente della commissione attività produttive Alberto Gusmeroli, e poi Davide Bellomo, Nicola Ottaviani, Billi e Paganella. Non c’è Matteo Salvini.
Il segretario, spiegano fonti del Carroccio, ha in programma la presentazione del film di Fabrizio Moro “Martedì e venerdì”, in prima visione al Barberini. La pellicola è prodotta dalla compagna Francesca Verdini.
Quello leghista è un mea culpa a metà. Accompagnato da fischi e contestazioni aperte. Anche perché Romeo non riesce ancora ad attaccare Putin. “Venduti! Dove l’avete lasciato il dittatore?”, le grida più benevole, non appena messo piede in piazza. Il senatore, circondato a testuggine dai suoi, sulle prime finge di non raccogliere. “Va bene, va bene…”. Ma la protesta è tale che non riesce a raggiungere la statua e finisce fuori strada.
Comincia a girare in tondo intorno alla statua. Tanto vale rispondere a tono, riflettono, servirà se non altro a recuperare un po’ di spazio. “Deve essere un’inchiesta internazionale a chiarire le responsabilità”, dice. E giù fischi e contestazioni. “Noi siamo venuti qui e siamo finiti vittime di una strumentalizzazione squallida”, prova a replicare. Ma riconoscete qualche responsabilità del presidente russo sulla morte di Navalny? Nutrite almeno dei sospetti? “Sì possiamo dire che abbiamo dei sospetti, ma non basta. Ci deve essere un’inchiesta internazionale a raccogliere le prove”. E l’accordo tra la Lega e Russia Unita nel 2017, quello in cui si garantivano reciproca collaborazione? “A me non risulta. Non ne so niente”, ribatte. E il Metropol? “Tutte balle, lo ha accertato anche la magistratura”. Intanto in piazza arrivano gli altri leader di partito. Ecco Elly Schlein, con Chiara Braga e Paolo Ciani. Carlo Calenda, Mara Carfagna, Riccardo Magi, tra gli altri. Ci sono anche i Cinque Stelle. Ma tutte le attenzioni sono per i leghisti.
La pattuglia di Romeo riesce a raggiungere il banco delle fiaccole. Le accende – mentre intorno continuano le contestazioni – e si mette in un angolo, lontano dai giornalisti. Avevano in programma anche un’intervista ai tg. “Ma che tg facciamo ormai, qui viene fuori una trasmissione…”, si lamenta Romeo, tentando di non perdere il sorriso. Nella calma c’è modo di fare qualche domanda più composta. Senatore lo ammetta, su Putin avete sbagliato. “Ma noi ci siamo mossi solo per facilitare le imprese, per togliere le sanzioni. E poi le valutazioni sbagliate ci sono state da parte di tutti. Ma ve lo ricordate che Putin per il Time era il personaggio dell’anno?” Correva l’anno 2007. La Lega alla corte dello zar ci è arrivata nel 2013. Con la leadership di Salvini. Nel 2015 il segretario del Carroccio sfoggiava al Parlamento europeo la maglietta col russo in divisa e diceva che avrebbe scambiato due Mattarella per mezzo Putin… “Sì è vero, ma vogliamo dimenticarci che ci sono stati presidenti del consiglio che hanno fatto lucrosi accordi sull’energia?”. Il riferimento è a Romano Prodi, nel 2008. Per Romeo è comunque il sintomo di un atteggiamento ipocrita. “Quando non riguarda la Lega, tutti dimenticano chi era Putin… C’è un’amnesia”. Intanto al centro della piazza parla il sindaco Roberto Gualtieri. Assicura la vicinanza della città a tutti gli oppositori detenuti nelle carceri russe. “Da Roma arriva un grido di indignazione. Putin si deve fermare”. Tatiana, attivista di La Russia del Futuro, il movimento di Navalny, prende la parola tra le lacrime. “Nel mio Paese la situazione è peggio di 1984, il libro di Orwell. Cinquecento persone rischiano la morte in prigione. Per noi è l’ora più buia”. Romeo ascolta serio. Riconoscete la responsabilità di Putin sulla morte di Navalny? “La responsabilità politica ce l’ha tutta. Quando muore il leader dell’opposizione vuol dire che la democrazia è a rischio. In Italia tutti abbiamo aperto gli occhi e la distanza da Mosca accomuna l’intero arco costituzionale. E noi siamo in questa piazza a difendere la libertà e la democrazia. Ma questa strumentalizzazione è vergognosa. Ci aspettavamo la contestazione, ma non così”.
Ad ascoltarlo, fiaccola accesa in mano, c’è anche Andrea Paganella. Il senatore è stato a Mosca nel 2018 con Gianluca Savoini. Anche lui prende le distanze da quella visita. “Erano industriali, mica erano carbonari. E poi era sei anni fa… Guardiamo avanti”, si difende. Chi ha dato ha dato, direbbero a Napoli. Arriva la telefonata di Salvini. Vuole sapere com’è andata. “Ce l’aspettavamo – ripete Romeo – speriamo di non aver detto qualche minchiata”.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile
LE OPPOSIZIONI INSORGONO: “NON SA DI COSA PARLA, PAROLE GRAVI E IN LIBERTA’, SPARA CAZZATE SU COSE CHE NON CONOSCE”
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, interpellato sulle condizioni inospitali dei Cpr, ha puntato il dito contro gli stessi migranti, che provocano danni. Costretti ad alloggiare in strutture spesso fatiscenti, in cui lo Stato non offre servizi adeguati, gli ospiti sarebbero insomma anche i responsabili delle carenze di questi luoghi di detenzione. Proprio all’inizio di febbraio un 22enne guineano si è impiccato all’inferriata esterna del suo settore nel Cpr di Ponte Galeria, alla periferia di Roma. E a quel punto è scoppiata una rivolta nel centro.
“I Cpr sono luoghi di trattenimento previsti dalla legge, dove si concentrano situazioni di comprensibile disperazione di chi ci finisce dentro. Ma nessuno viene ristretto al di fuori dei meccanismi di legge. Molto spesso non sono nelle condizioni migliori proprio per l’opera di vandalizzazione che viene fatta dalle persone che sono dentro”, dice Piantedosi, parlando a margine della sottoscrizione dell’accordo tra Regione Lombardia, Agenzia Nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata e Anci Lombardia, a Milano.
“Ma lo fanno per protestare contro le condizioni disumane che ci sono all’interno”, gli fa notare un giornalista. “Ma no questo lo dice lei, è una sua opinione, non è così.”, è la replica del ministro.
“Noi abbiamo sistemi di monitoraggio continui rispetto alle condizioni basilari di vita all’interno dei centri di trattenimento. Se non vengono devastati vengono mantenuti in condizioni più accettabili. I richiedenti asilo non possono finire all’interno dei Cpr, non è previsto che possano stare lì”, sottolinea il ministro.
Le reazioni
“Ho come l’impressione che il ministro Piantedosi pensi di essere ministro di Polizia dopo i moti risorgimentali del 1848”, è il commento del segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, parlamentare dell’Alleanza Verdi Sinistra. “Sia che parli di Cpr che della sentenza della Cassazione sui respingimenti illegali in Libia – aggiunge il leader di SI – o delle disinvolte pratiche identificative delle forze dell’ordine, siamo di fronte a posizioni gravi e preoccupanti. Questo Paese ha un altro problema ed è questo ministro dell’Interno”.
“Il ministro dell’Interno Piantedosi non è mai stato in un Centro di permanenza per il rimpatrio dei migranti. Di sicuro non a Via Corelli a Milano. Se ci fosse stato, avrebbe constatato le orribili condizioni in cui sono costretti a vivere i migranti trattenuti, e non avrebbe detto quello che ha detto. Dal ministro dell’Interno solo parole gravi e in libertà. Il ministro parla perché evidentemente non conosce lo stato dei Cpr nel nostro Paese e questa è una cosa grave”, affermano i senatori dell’alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi e Tino Magni.
“I Cpr sono luoghi di detenzione per persone che non dovrebbero essere detenute, e sono peggio delle carceri vere e proprie – proseguono i senatori di Avs – Il ministro poi dovrebbe anche sapere che sono tante le inchieste della magistratura sulle gestioni dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio dei migranti. Si cambia città ma le accuse sono sempre le stesse: trattamenti disumani, maltrattamenti, abuso di psicofarmaci, malagestione, carenze igienico-sanitarie, truffa ai danni dello Stato. I Centri di permanenza per i rimpatri sono luoghi non modificabili, essendo strutturalmente concepiti per la negazione dei diritti fondamentali e della stessa dignità umana, e per questo vanno chiusi immediatamente”.
“Il ministro dell’Interno Piantedosi entri con me nel Cpr di Milano perché non sa di cosa parla: sono luoghi dell’orrore”, dice Paolo Romano, consigliere regionale del Pd, che lo scorso sabato ha fatto un sopralluogo nel centro di via Corelli, dopo la notizia del pestaggio di un ospite.
“Un ministro dovrebbe informarsi prima di parlare, e visitare i posti di cui parla, non sparare cavolate sulla pelle di migliaia di persone rinchiuse come animali e che per questo spesso tentano il suicidio. Che vergogna per lo Stato italiano”.
“Quelle di Piantedosi sono parole gravissime che confermano il colpevole cinismo del governo. Il Cpr di via Corelli va chiuso e la struttura va riconvertita a uso sociale. Qualsiasi altro intervento rischia di peggiorare semplicemente le cose. Si vuole aspettare il compiersi di una tragedia?”, dice il capogruppo in Consiglio regionale della Lombardia e responsabile nazionale per le politiche migratorie del Partito democratico, Pierfrancesco Majorino.
(da Fanpage)
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Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile
NEL 2022 SOLO 9 REGIONI SU 21 HANNO GARANTITO LE CURE MEDICHE ESSENZIALI
È un quadro gravissimo quello dipinto dai dati provvisori sui Lea
– i Livelli essenziali di assistenza – per il 2022: solo 9 Regioni su 21 hanno garantito le cure mediche essenziali, il resto (oltre la metà) non ha invece raggiunto il livello di sufficienza. Sono i dati preliminari del ministero della Salute, anticipati da Quotidiano Sanità, a evidenziare la situazione in cui versa la sanità italiana, analizzando i tre macro indicatori: prevenzione, ospedale e territorio. Ben 12 tra Regioni e Province autonome non riescono ad assicurare uno standard minimo. Un dato in peggioramento rispetto al 2021.
In cima alla classifica troviamo il Veneto, seguito da Emilia Romagna e Toscana: sono queste le Regioni più virtuose per quanto riguarda l’erogazione delle cure mediche essenziali. Bene anche la Lombardia e la Provincia autonoma di Trento. Inoltre, sempre sopra la soglia di sufficienza, troviamo il Friuli Venezia Giulia, l’Umbria, le Marche e la Puglia.
A registrare l’insufficienza in una delle tre macro-aree ci sono invece la Provincia autonoma di Bolzano, la Liguria, il Lazio, l’Abruzzo e il Molise: tutte queste Regioni non raggiungono lo standard minimo per quanto riguarda la prevenzione. A essere invece insufficienti in due macro-aree – si tratta quindi delle Regioni dove la situazione è più critica – sono il Piemonte, la Campania, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna.
Dall’analisi di questi dati provvisori appare subito chiaramente il divario territoriale che esiste tra il Nord e il Sud del Paese e riguarda anche la sanità. Le Regioni con i punteggi sono tutte del Centro-Nord, ad eccezione della Puglia, mentre quelle insufficienti in più categorie si trovano quasi esclusivamente nel Mezzogiorno.
Secondo la fondazione Gimbe già oggi moltissimi cittadini del Sud sono costretti a recarsi in altre Regioni per ricevere cure mediche appropriate e con il progetto dell’Autonomia differenziata la situazione non migliorerà: anzi, questo gap non farà che aumentare.
(da Fanpage)
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