Destra di Popolo.net

L’ULTIMO SFREGIO A NAVALNY: IL CORPO DEL DISSIDENTE NON SARÀ CONSEGNATO ALLA FAMIGLIA PRIMA DI 14 GIORNI

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

SECONDO LA MOGLIE YULIA, IL BLOGGER È STATO AVVELENATO (DI NUOVO) CON IL NOVICHOK E QUESTO TEMPO SERVE A FAR SPARIRE LE TRACCE… C’È UN SOLO UN ENTE GOVERNATIVO RUSSO CHE PUÒ GESTIRE LA PRATICA: È L’ISTITUTO DI FORENSICA CRIMINALE DELL’FSB, CHE GIÀ FU DIETRO IL TENTATIVO DEL 2020 DI AVVELENARE NAVALNY

Gli stessi che l’hanno molto probabilmente avvelenato, adesso faranno le analisi chimiche per poi comunicare al mondo di cosa è morto. Sentite chi, e per quale lunga serie di indizi.
Il corpo di Alexey Navalny non sarà consegnato alla madre e ai familiari prima di (almeno) 14 giorni. Se passano quattro, massimo cinque giorni dalla morte, le tracce di Novichok vengono cancellate. E Yulia Navalnaya nel suo commovente discorso l’ha detto anche, molto chiaramente: «Era impossibile spezzare mio marito. Ecco perché Putin lo ha ucciso. Con vigliaccheria e vergognosamente, senza mai pronunciare il suo nome. Nascondono il suo corpo… Finché non scompariranno le tracce dell’ultimo Novichok di Putin».
Il primo a far capire che i sospetti di un nuovo avvelenamento su Navalny erano fortissimi è stato Alexander Polupan, un medico-rianimatore che conosce meglio di tutti la storia del primo avvelenamento di Navalny, quello avvenuto nell’agosto 2020 in Siberia. Dopo che Navalny fu avvelenato, a Polupan fu permesso di vedere il dissidente in un ospedale di Omsk.
Fu lui a insistere e a battersi per un trasferimento immediato all’estero, e Polupan fece parte della commissione che decise di trasportare Aleksey in Germania. Yulia Navalnaya cercò molto attivamente di convincere medici e funzionari dei servizi a consegnarle suo marito per farlo curare in Germania. Si rivolse persino pubblicamente a Putin – cosa che le deve essere costata moltissimo, considerando lo schifo che prova per quest’uomo.
Intervenne Angela Merkel, molto colpita anche da Yulia. Dopo di che Navalny poté essere portato a Berlino, per essere curato e salvato. Polupan ha cominciato a pensare subito a un nuovo avvelenamento. Ora Yulia l’ha detto: Aleksey è stato di nuovo avvelenato. Di nuovo con il Novichok. «Sappiamo tutto, anche i nomi, e li faremo presto, uno a uno», ha detto mentre annunciava che si accinge a prendere il testimone di Navalny.
Chi sono questi nomi? È possibile provare a ipotizzare la pista più seguita, in questo momento? I principali collettivi investigativi indipendenti russi stanno puntando direttamente, con poche esitazioni, verso l’Fsb, i servizi interni di Putin, i successori infami del Kgb. E in particolare verso uno dei suoi “squadroni della morte”.
Mediazona, attraverso le telecamere stradali, ha rintracciato un convoglio che si muove tra la sede della prigione “Lupo Polare” e la città più vicina, Salekhard, la notte successiva alla morte di Navalny. Sette ore prima circa dell’arrivo della povera madre di Navalny al carcere, stavano nascondendo le tracce dei loro orrori. Per darlo a chi, quel corpo?
Christo Grozev di Bellingcat ricorda che «la volta precedente che l’Fsb ha rapito il corpo in coma di Navalny, poi ha passato due giorni a “ripulire il corpo” e i suoi vestiti dalle tracce di Novichok, prima di (pensare) di poterlo consegnare in tutta sicurezza».
Ora siamo precisamente in questa fase: stanno manipolando il povero corpo morto, per nascondere le tracce.
Nel frattempo il provider delle telecamere a circuito chiuso di tutta Salekhard, la città di 50mila persone dove il corpo di Navalny è stato portato nella notte dell’assassinio, ha chiuso l’accesso a tutte le immagini e alle telecamere. Qualcosa che evidentemente può avvenire solo su richiesta dei servizi segreti federali, l’Fsb.
Secondo fonti bene informate su questo dossier, c’è un solo un ente governativo russo che può gestire la pratica terribile degli “esami” post mortem (per occultare le prove) in un caso dell’importanza di Navalny: è l’Istituto di Forensica Criminale dell’Fsb, che già fu dietro il tentativo del 2020 di avvelenare Navalny, ed ebbe l’incarico di «ripetere la perizia» anche sul corpo di Boris Nemtsov.
Ci sono tre figure apicali, che gestiscono il programma di ricerca e avvelenamenti dell’Fsb. Il più basso è il colonnello Stanislav Makshakov, che è in contatto con gli “squadroni della morte” Fsb sul campo. Makshakov riferisce al generale Kirill Vasilyev, direttore dell’Istituto di Criminalistica dell’Fsb. Vasilyev a sua volta è subordinato al generale Vladimir Bogdanov, ex capo dell’Istituto di Criminalistica e poi a capo della sua entità madre, il “Centro tecnologico speciale” dell’Fsb. Le analisi sul corpo, fatte fare agli stessi specialisti in assassinio. Un capolavoro del gulag.
(da La Stampa)

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DOMENICA IN SARDEGNA PUÒ CAMBIARE TUTTO: SE ALESSANDRA TODDE, CANDIDATA DEL CAMPO LARGO SCHLEIN+CONTE, VINCESSE, SAREBBE L’INIZIO DELLA FINE PER GIORGIA MELONI

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

GIORGIA MELONI HA PROMOSSO SCHLEIN COME AVVERSARIA PERCHÉ PENSAVA DI BATTERLA FACILE, MA LA SOTTOVALUTAVA, ED ELLY SCHLEIN HA FATICATO A  SFIDARLA PERCHÉ LA SOPRAVVALUTAVA. DUNQUE PER ELLY SCHLEIN LA SARDEGNA È UN’ORDALIA. SE VINCESSE…”

Il furbo Conte ha fiutato l’aria e vuole l’accordo nazionale con Elly Schlein perché non è riuscito a sorpassarla a sinistra: bacia la mano che non può tagliare. De Luca ha smesso di insolentirla.
Se davvero, domenica vincesse le regionali in Sardegna, Schlein “diventerebbe” finalmente ciò che è: il segretario; conquisterebbe la leadership della sinistra in una vera battaglia, al tempo stesso feroce e modesta, com’è quella tra Alessandra Todde e Paolo Truzzu
Sono entrambi candidati “alter ego” delle due donne che si sono promosse avversarie. E probabilmente Giorgia Meloni ha promosso Schlein perché pensava di batterla facile, ma la sottovalutava, ed Elly Schlein ha faticato a legittimarla e sfidarla perché la sopravvalutava. Dunque per Elly Schlein la Sardegna è un’ordalia.
Se vincesse, domerebbe i vecchi mandarini del partito che, alternando gli osanna e i crucifige, non vorrebbero neppure che la segretaria si candidasse, condannandola alla dissipazione nei poltronifici, all’assedio estenuante dell’apparato, al fuoco lento della mediocrità.
(da La Repubblica)

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MATTEO, IL RAGAZZINO 14ENNE CHE HA SALVATO LA VITA A UN UOMO

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

GLI HA FATTO IL MASSAGGIO CARDIACO GUIDATO DAL 118: “IO L’UNICO A FERMARMI”

Aveva visto quella mossa nella serie Doc. Matteo Ridolfi, 14enne di Colognola ai Colli in provincia di Verona, ha così deciso di attuare il massaggio cardiaco. Salvando la vita a un pensionato di 65 anni colto da infarto in strada.
Lui è ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Verona. La prognosi resta riservata. Ma pare fuori pericolo. E Matteo racconta il suo gesto in un’intervista a La Stampa: Il giorno che ha visto il telefilm, spiega, «era il giorno del mio compleanno, ma ero a casa in punizione, perché non mi ero comportato tanto bene con i miei genitori. Meno male, mi viene da dire adesso».
Quel giorno era il primo pomeriggio di domenica 18 febbraio: «Stavo andando in bici al campetto della scuola per andare a giocare a calcio con i miei amici, quando ho sentito urlare una donna. Ho mollato la bici, sono corso verso di lei e ho visto che c’era un uomo disteso a terra».
La telefonata al 118
La signora, racconta Matteo, era al telefono con un operatore del 118 ma non sapeva dove si trovasse precisamente: «Le ho preso il cellulare dalle mani e ho comunicato la nostra posizione esatta». Poi l’intervento: «L’operatore del 118 mi ha detto di provare a togliere la maglietta al signore, ma non ce l’ho fatta, allora gliel’ho solo aperta un po’. E poi ho iniziato a fargli il massaggio cardiaco, seguendo attentamente le indicazioni al telefono: appoggiare le mani sul petto e poi spingere, a ritmo. Sono andato avanti per un quarto d’ora buono, senza mai fermarmi, fino all’arrivo dei medici, con ambulanza e elisoccorso. Mi hanno detto che sono stato bravo».
La mamma
Matteo racconta che siccome non era arrivato al campetto la madre si è precipitata a cercarlo. Quando lui gli ha raccontato di aver salvato la vita a un uomo, lei non gli ha creduto: «Dopo l’arrivo dei medici, me ne sono andato al campetto a giocare. Ha capito che non mi stavo inventando una scusa solo quando è arrivata la figlia di quell’uomo, che ha detto a mia mamma che ha un figlio meraviglioso». E conclude così: «Sono stato l’unico che si è fermato. C’era un altro signore: ci ha guardato, ma poi ha tirato dritto, senza neanche chiederci se avessimo bisogno di aiuto».
(da agenzie)

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LA STORIA DI MOHAMED, L’OPERAIO MORTO NEL CANTIERE ESSELUNGA CHE PARTIVA TUTTI I GIORNI DA BERGAMO

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

“META’ SOLDI GLIELI DAVANO REGOLARMENTE, L’ALTRA META’ ERANO IN NERO”

Faceva Bergamo-Firenze, tutti i santi giorni, a 54 anni, per lavorare nel cantiere Esselunga, dove il crollo di una trave ha posto fine alla sua vita. Si chiamava Mohamed Toukabri, tunisino. La sua storia la racconta i fratello Sarhan, intervistato dal Corriere Fiorentino. «Aveva soltanto 19 anni quando era partito dalla Tunisia per venire in Italia. Ricordo quel giorno quando si lasciò alle spalle la nostra città, salutando i nostri genitori, era contento di partire, voleva un futuro diverso, s’imbarcò su quella nave e se ne andò, a quel tempo si poteva viaggiare liberamente tra una sponda e l’altra del Mediterraneo», racconta il fratello, disperato, seduto nel corridoio di Medicina legale, all’ospedale di Careggi, in attesa del riconoscimento della salma.
Sarhan fa il pizzaiolo a Napoli. Lavora con la nipote Rim, figlia di Mohamed. Con lui, a fargli compagnia, ci sono l’Imam di Firenze Izzeddin Elzir e Fatima Benhijji, in rappresentanza del consolato marocchino che sta seguendo le altre vittime del cantiere.
«Raggiungeva Firenze, poi tornava a Bergamo la sera. E il giorno dopo ripartiva»
Sarhan è incredulo: «Ho sentito mio fratello l’ultima volta una settimana fa, l’ho visto in videochiamata, mi ha detto che tra pochi giorni sarebbe venuto a Napoli a trovarmi. In quella videochiamata mi disse che aveva trasferito pochi giorni prima 500 euro sul conto dei nostri genitori in Tunisia, mandava i soldi a casa di tanto in tanto e stavolta li aveva mandati per sostenere la nostra famiglia nel periodo del Ramadan». Mohamed lavorava sempre.
«Viveva a Bergamo – spiega il fratello – mi raccontava che partiva ogni mattina con un furgone guidato da altri per raggiungere il cantiere di Firenze, poi la sera tornava a casa, per poi ripartire la mattina dopo. Era un lavoro duro, così diceva, non guadagnava tanto, metà soldi glieli davano regolarmente, l’altra metà invece erano in nero».
«È andato a trovare i nostri genitori a Natale dell’anno scorso, dopo 33 anni da quando era partito – ricorda ancora -. È stato terribile informarli che mio fratello era sotto quelle macerie. Lui si impegnava tutti i giorni per lavorare duramente, non per andare a morire, non si può morire lavorando dentro un cantiere, ci sono senz’altro delle responsabilità che mi auguro siano accertate».
Mentre si cerca di capire ancora l’esatta causa del crollo oggi è il quinto giorno di ricerche, condotte dai vigili del fuoco, nel cantiere di via Mariti, a Rifredi. Si cerca tra le macerie del supermercato Esselunga in costruzione l’ultimo degli otto operai travolti il 16 febbraio, dove il cedimento di una trave ha fatto crollare tre solai. All’appello manca Bouzekri Rachimi, 56 anni, marocchino. Finora sono quattro le vittime accertate, tre i feriti. Si stanno demolendo a mano le macerie in cemento armato, tagliando via via i tondini di ferro all’interno. Decine ancora i vigili impiegati, con le squadre Usar. A circa 500 metri dal cantiere è stato posto uno striscione con scritto “Dolore e rabbia, Rifredi vi odia! Basta morti sul lavoro”.
(da agenzie)

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CON L’IDENTIFICAZIONE SELVAGGIA C’E’ IL RISCHIO SCHEDATURA DI MASSA

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

IDENTIFICARE SENZA REALI MOTIVI DI ORDINE PUBBLICO RISCHIA DI DIVENTARE UNA SCHEDATURA ARBITRARIA IN BASE ALLE MANIFESTAZIONI CHE SI FREQUENTANO

Sarà capitato anche a voi, come sostiene il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, subire un’identificazione dalla digos, cioè il reparto della polizia che si occupa di manifestazioni, movimenti politici di estrema destra e sinistra e dell’ordine pubblico negli stadi.
A chi non è capitato, in fondo, esibire patente e carta d’identità e consegnarlo nelle mani dell’agente, che chiede: «Documenti, prego». Certamente sarà successo per un controllo stradale. Cosa diversa è l’identificazione selvaggia in voga con i patrioti al governo, che il motto ordine e disciplina lo usano a proprio piacimento solo quando conviene, mai per gli “amichetti” finiti in storie di malaffare.
La situazione attuale è più o meno nota. Urli al teatro “W l’Italia antifascista”? Stanne certo, verrai identificato dalla digos. Partecipi a una veglia per rendere omaggio ad Alexei Navalny, l’oppositore di Putin? Pochi dubbi, conviene presentarsi con carta d’identità in mano perché qualcuno in divisa vorrà sapere chi sei.
Un copione ripetuto più volte. È successo, nelle settimane scorse persino ad alcuni manifestanti pacifici davanti al teatro India di Roma. Alcuni mesi è accaduto lo stesso a un’attivista contro il cambiamento climatico al Festival di Mantova, colpevole di aver esposto il cartello «Ma non sentite il caldo?», solo che tra gli sponsor dell’evento c’era Eni.
In nessun caso tra quelli citati si sono verificati episodi di violenza. Si è trattato di esercizio del dissenso con modalità pacifiche. Esercizi della libertà di critica (tutelata dalla nostra Costituzione) contro regimi sanguinari, o per contestare la gestioni della cosa pubblica, o per ribadire i principi dell’antifascismo su cui si fonda la Repubblica.
Chi esercita questo diritto può essere trattato da sovversivo dell’ordine pubblico? Naturalmente la risposta è scontata, ma di questi tempi è meglio ribadirla: no, non può subire questo tipo di trattamento.
Piantedosi dopo l’identificazione dei manifestanti pro Navalny a Milano si è affrettato a dire: «È capitato pure a me nella vita di essere identificato, non è un dato che comprime una qualche libertà personale». Poi ha aggiunto: «L’identificazione delle persone é una operazione che si fa normalmente nei dispositivi per il controllo del territorio». In un comunicato la Questura cerca di spegnere l’incendio parlando di «eccesso di zelo degli operatori».
Il ministro, tuttavia, omette un dettaglio che tale non è. Quando una persona è sottoposta a identificazione, gli agenti appuntano le generalità e le inviano alla centrale operativa. Qui i dati anagrafici e di contesto vengono memorizzati nel sistema informatico. Sono informazioni che ogni agente di polizia ritroverà anche a distanza di anni consultando il cosiddetto Sdi (Sistema d’Indagine del centro elaborazione dati del Viminale). Una procedura lecita, naturalmente. Che però permette di incamerare informazioni su ogni cittadino e schedarlo sulla base di una partecipazione a un evento, che sia una serata al teatro o una veglia contro Putin.
Nel cervellone informatico delle forze dell’ordine e del ministero resta così una traccia delle idee politiche, dei luoghi di incontro, della cerchia di persone che frequentiamo e con cui siamo stati identificati.
Lo Sdi è un curriculum segreto che contiene le volte in cui un cittadino ha fornito i documenti a un poliziotto per qualunque motivo: dall’alt al posto di blocco fino ai pernottamenti in hotel.
L’accesso a queste informazioni è limitato. Non tutti i poliziotti, carabinieri o finanzieri possono accedervi. Sicuramente possono farlo i servizi segreti. Marco Vizzardelli, che ha urlato dal loggione della Scala “W l’Italia antifascista”, troverà per molto tempo nella sua pagina Sdi l’identificazione fatta al teatro. Il motivo? «Urlava W l’Italia antifascista». Una “macchia” politica indelebile. Che durerà per sempre, perché nello spazio indefinito dello Sdi non esiste prescrizione. Piantedosi lo sa bene, per questo identificare senza reali motivi di ordine pubblico rischia di diventare una schedatura arbitraria in base alle manifestazioni che si frequentano.
(da editorialedomani.it)

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DA ZAIA A BONACCINI, DA TOTI A DE LUCA: COSA FARANNO SE SALTA IL TERZO MANDATO

Febbraio 20th, 2024 Riccardo Fucile

GIA’ PRONTE LE STRATEGIE, TRA STRASBURGO E MONTECITORIO

Game over. Per i 7 governatori più votati e popolari la corsa sta per finire. A meno che non sia cancellata la regola che impedisce di candidarsi per il terzo mandato consecutivo. È la norma al centro del braccio di ferro su cui si sta lacerando il centrodestra e all’ordine del giorno oggi della Direzione del Pd. Ma così come stanno le cose, stop alle regionali del prossimo anno per il leghista Luca Zaia (Veneto), per il dem Stefano Bonaccini (Emilia Romagna), per il centrista Giovanni Toti (Liguria), per i piddì Michele Emiliano (Puglia) e Vincenzo De Luca (Campania). Più in là si dovranno fermare il presidente del Friluli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga e quello della Lombardia Attilio Fontana.
Non c’è gabola politica che tenga. Né storia e neppure dote di consensi. Loro vorrebbero continuare e ricandidarsi. Invece dovranno inventarsi cosa fare in futuro.
Per Zaia la tentazione della lista civica
Luca Zaia ad esempio – che è alla guida della Regione più ambita nel centrodestra e che Giorgia Meloni vuole sfrattare definitivamente – cerca di tenere i nervi saldi. Perché c’è una cosa che al “doge” leghista, riletto alla guida della Regione nel 2020 con il 76,79% di voti, non va giù: che la politica romana pensi di passare sopra la testa dei cittadini veneti. Nelle ultime ore quindi si è fatto sempre più forte il tam tam: Zaia potrebbe creare una propria lista civica, candidarsi consigliere, e scegliere come front man e candidato governatore Mario Conte, il sindaco leghista di Treviso, oppure Alberto Stefani, il segretario della Liga Veneta e deputato.
L’insofferenza di Emiliano
Non meno insofferente è Michele Emiliano. Ex magistrato, dem abituato a decidere senza obbedire al Nazareno, ha già fatto sapere che non intende correre per le Europee. Tradotto: se Elly Schlein pensava di togliersi una castagna dal fuoco, e di racimolare consensi, sarà delusa. “Alle Europee non mi candidato perché devo finire il mandato in Regione, sempre per il principio di sovranità”. E ha portato acqua al mulino della fine ai limiti di mandato: “La Costituzione non prevede limiti al mandato, secondo me mettere dei limiti ai mandati democratici è incostituzionale”. Poi, en passant, ha ricordato: “Io ho preso 110 mila voti più della mia coalizione nel 2020. Certo dal punto di vista personale, continuare all’infinito è faticoso”.
Bonaccini e la finestra delle suppletive
Per Stefano Bonaccini la scelta è delicata. Presidente del Pd, difficilmente può sottrarsi alla candidatura alle Europee che Schlein gli ha chiesto per tempo. Non è un mistero che amerebbe andare avanti a guidare l’Emilia Romagna. E poi? Se è game over, potrebbe sempre presentarsi a elezioni politiche suppletive. I più machiavellici tra i suoi supporter hanno già trovato la soluzione: mettere in lista per le europee Virginio Merola, ora deputato bolognese. E poi portare Bonaccini alle suppletive per quel seggio. Da emiliano-romagnolo concreto, Bonaccini lascia dire.
In Liguria l’ipotesi della legge ad hoc
E c’è Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, ex forzista, a smarcarsi da tutti. Convinto che “dal punto di vista giuridico” ogni governatore possa decidere come meglio ritiene se e quante volte candidarsi. La Regione ha la potestà legislativa, quindi legifera. Potrebbe tentare una forzatura? Norma ad hoc e ricandidatura. È però un politico esperto, sa che è un percorso a rischio.
De Luca il rivoltoso
‘O governatore per antonomasia è Vincenzo De Luca. Pochi giorni fa ha guidato la rivolta del Sud a Roma contro l’autonomia leghista. In Campania ha un largo seguito, ma Schlein lo vedrebbe bene pensionato a godersi la quiete di Ravello. L’insulto a Giorgia Meloni è stata l’ultima trovata, la segretaria spera nella zeppa dei limiti di mandato per evitare la sua ricandidatura.
Più tempo per Fontana e Fedriga
In Lombardia c’è tempo. Attilio Fontana, leghista, è a favore del terzo mandato, come da indicazioni di via Bellerio. Al presidente della Conferenza delle Regioni, leghista e buon mediatore, Massimiliano Fedriga non dispiacerebbe perseverare come presidente del Friuli Venezia Giulia e ricorda che la Regione ha potestà legislativa. Ha parlato con tutti i presidenti di Regione in questi giorni e dice: sono tutti d’accordo sul terzo mandato, sono ottimista.
(da La Repubblica)

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IL VENTO STA CAMBIANDO? A OTTOBRE, SI RITORNA ALLE URNE? SALVINI MOLLA MELONI?

Febbraio 19th, 2024 Riccardo Fucile

SALVINI AL MURO: SE LA LEGA VA SOTTO L’8%, POTREBBE TOGLIERE L’APPOGGIO AL GOVERNO, IN CASO DI CRISI SI VOTA SUBITO, A SETTEMBRE/OTTOBRE…NON È DETTO CHE IL CAPITONE RIMANGA AL SUO POSTO: LA BASE ELETTORALE DEL CARROCCIO NE HA PIENE LE PALLE DELLA POLITICA AFFOLLATA DI LE PEN E NAZISTOIDI

Il vento sta cambiando? Dopo un anno e mezzo, la luna di miele della Melona si ammoscia? Secondo le rilevazioni di Supermedia YouTrend/Agi, il centrodestra perde colpi, mentre è in ripresa il centrosinistra. Fratelli d’Italia perde mezzo punto in due settimane (dal 1 al 14 febbraio), e fa segnare il suo dato più basso (28,1%) dall’insediamento del governo. Stesso discorso per la Lega ora all’8,3% (-0,2) che segna a sua volta una flessione. Guadagna invece il Pd che sale a sua volta di mezzo punto raggiungendo il 19,7.
Ma il dato choc arriva dalla Sardegna. Ieri Dagospia ha raccolto e messo in rete indiscrezioni su un sondaggio sulle regionali, prime elezioni del 2024, che circola riservatissimo. Stando ai numeri, Alessandra Todde, candidata unitaria del centrosinistra (Schlein+Conte), raggiunge il 45% mentre Paolo Truzzu, sindaco di Cagliari, fortemente imposto dalla Ducetta nel culo di Salvini, che voleva ricandidare Solinas, si deve accontentare del 42,5%. Sempre a sinistra (del buon senso) Renato Soru, con la sua ‘Coalizione sarda’, intasca l’11,2%.
Se domenica prossima, tali rilevazioni diventassero voti, il centrodestra perderebbe la regione Sardegna e per Giorgia Meloni sarebbe la prima bruciante sconfitta. Mentre per il fatidico “campolargo” suonerebbe l’ora di finirla con il maso-tafazzismo e il sogno di una alleanza Pd-M5S potrebbe diventare realtà nazionale.
Ora l’eventualità di una vittoria della Todde con il centrosinistra unito che strappa la regione Sardegna al centrodestra non sarebbe la fine della Regina della Garbatella. Ma di sicuro si trasformerebbe in una pessima premonizione in vista delle europee di giugno. Forti del 27%, la brama di stravincere ha inebriato le sinapsi dei Fratellini d’Italia che, ineducati alla cultura del potere, non conoscono la saggezza dell’antica Roma.
I vari Cicerone, Catullo, Seneca mettevano sempre in guardia i vari Cesari di sottrarsi al piacere di schiacciare e umiliare i nemici sconfitti. Per loro, “Stravincere è l’inizio della fine”. (Infatti, conquistata la Palestina, i romani non si sedevano sul trono, lo facevano occupare dal palestinese Erode, mentre di lato il console Pilato pensava a intascare tasse e prodotti).
Invece, dopo tanti anni passati nelle grotte di Colle Oppio e sui marciapiedi di via della Scrosa, Melona e camerati sono affamatissimi: una presa assoluta del potere in ogni ordine di posti. Conquistata la Lombardia, puntano all’annessione del Veneto di Zaia con il nostalgico del ventennio Luca De Carlo; sulle nomine in scadenza in aprile, dai Servizi Segreti alle Ferrovie, dalla Cdp alla Rai, i nostri eroi di governo litigano e si sfanculano, ogni giorno che Dio manda in terra.
E il malconcio Salvini, finito in un cul de sac cucito dalla vorace e coatta premier, ora si trova davanti a sé tre scenari, uno più brutto dell’altro, in vista di un dopo 9 giugno che potrebbe intitolarsi “Dopo di me, il pediluvio!”.
Scenario 1 – La Lega prende meno voti di Forza Italia e scoppia la ribellione nel Carroccio. Non solo da parte dei governatori deprivati dalla bieca Ducetta del terzo mandato (Zaia, Fedriga e Fontana): ora che i fratellini d’Italia hanno occupato tutti i posti, e si sono presi pure lo strapuntino, l’incazzatura dilaga ormai in superficie tra esponenti apicali come Garavaglia, Calderoli, perfino di Durigon, ben riassunta nella frase: “Salvini ci sta portando a sbattere”.
Nel profondo nord della Lega, ad esempio, pochi capiscono la fissa del Ponte: “Ma che i voti Salvini li prende a Messina e Reggio Calabria?”. E poi si chiedono interdetti: “Cche c’entra con la Lega questo Denis Verdini, a parte la figlia-fidanzata Francesca?’’.
A questo punto, calzato l’elmetto, Salvini camuffato da Rambo decide di resistere col coltello tra i denti e va alla battaglia finale con gli oppositori che lo vogliono dimissionare. (L’aria che tira è lo striscione apparso ieri sulla Milano-Meda: “DA VERDI A VERDINI / ORA BASTA / CONGRESSI SUBITO”)
Scenario 2 – Presa la batosta di finire sotto l’8% (alle politiche del 2022 incassò il magro risultato dell’8,8%), magari viene umiliato anche da Forza Italia, per mantenere in vita la leadership, Matteo Salvini entra in modalità Papeete: fatti fuori un paio di mojito, raduna i suoi fedeli parlamentari (messi in lista tutti da lui, e se non lo seguono diventa sudditanza nei confronti di FdI) e quindi toglie l’appoggio al detestato governo di Giorgia Meloni.
Scenario 3 – La Lega supera Forza Italia e raggiunge il 10 per cento. Un risultato che i sondaggisti ritengono quasi impossibile. Per Capitano furioso è invece possibile calando sul tavolo l’asso Vannacci. Nei prossimi giorni l’ardito della Folgore ritorna in pista con un nuovo libro ma sembra che riciccerà le solite farneticazioni su omosessuali e trans. Il rischio che corre il Generalissimo, se non occupa tutti i giorni giornali e talk, è quello di diventare una macchietta, del tipo “Marziano a Roma” di Flaiano: risucchiato dal cono d’ombra, dimenticato dalle telecamere, inseguito dalla pernacchia: “Arieccolo!”, “Mo’ ricomincia!”, fino al finale triste e solitario: “Vannacci chi?”.
Se un Salvini sconfitto decidesse di togliere il disturbo alla “Io so’ Giorgia e voi non siete un cazzo”, che succederà? Nel caso di una crisi di governo, quello che è certo è che per Sergio Mattarella è impensabile un esecutivo tecnico alla Monti-Draghi: si andrà a votare, e di corsa pure: settembre o ottobre. Melona freme di capitalizzare il consenso, sogna il plebiscito alle urne, la corona di salvatore della patria, prima che il paese si trovi davanti alla recessione economica, da una parte.
Dall’altra, mica è detto che Salvini rimanga alla guida del partito fondato da Umberto Bossi: la base elettorale del Carroccio ha un Dna conservatore, di centro, moderato e pragmatista, e ne ha piene le palle della politica destrorsa del Capitone, affollata di Marine Le Pen e nazistoidi tedeschi di Afd. Gratta gratta, i Fedriga, i Zaia, i Fontana, i Giorgetti sono leghisti ben compatibili con la Fiamma Magica, e infatti vanno d’accordo con la Sora Giorgia. E’ Salvini che si è estremizzato.
Ha editorialeggiato Stefano Folli su “Repubblica”: “Se la Lega fosse affidata un domani a Fedriga o a Zaia, nell’ottica di Palazzo Chigi si avrebbe un partito leale, contento di presidiare alcune roccaforti nordiste e lungi dal nutrire ambizioni nazionali. Il tema della leadership nel destra-centro sarebbe chiuso forse per sempre. Si ha quindi la conferma che Giorgia Meloni ragiona oggi come se fossimo già in un sistema non solo bipolare, ma quasi bipartitico”.
(da Dagoreport)

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“VERGOGNA, PARLACI DI SAVOINI, DOVE SONO I 49 MILIONI? VATTENE A MOSCA, LEGHISTA”: ALLA FIACCOLATA A ROMA PER ALEKSEI NAVALNY URLA E CONTESTAZIONI NEI CONFRONTI DEL CAPOGRUPPO DELLA LEGA AL SENATO ROMEO

Febbraio 19th, 2024 Riccardo Fucile

ALL’EVENTO PROMOSSO DA CALENDA IN RICORDO DI ALEXEJ CONTESTATA LA DELEGAZIONE LEGHISTA… SCHLEIN: “IL REGIME RUSSO E’ IL SOLO RESPONSABILE”

Fiaccole accese e una gigantografia di Navalny in piazza del Campidoglio a Roma. L’evento, lanciato da Carlo Calenda e dedicato all’attivista tra i più tenaci oppositori di Putin morto in carcere in Siberia, è iniziato con fischi e al grido di “vergogna vergogna” indirizzato a Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega in Senato.
E ancora “parlaci di Savoini, dove sono i 49 milioni? Vattene a Mosca, leghista”. Incalzato sulla responsabilità di Putin nella morte del dissidente russo, Romeo ha replicato: “Qualche sospetto lo abbiamo, ma nessuna certezza”.
A quel punto in piazza si sono levate le voci e gli insulti di tanti cittadini: “Vergogna, ipocriti, amici di Putin”.
Alla fiaccolata bipartisan partecipano i rappresentanti di tutti i partiti in Parlamento. Per ultima ha aderito la Lega. “Sono contento che tutte le forze politiche siano oggi qua, non è una cosa comune per l’Italia ed è un segnale importante di solidarietà per chi muore per la libertà. Sono dissidenti russi e sono anche gli ucraini, io sarò in Ucraina il 24, per l’anniversario dell’invasione – le parole del leader di Azione Carlo Calenda – Combattono per la libertà che ha un valore universale non è un valore limitato al paese per cui si combatte”.
C’è anche Elly Schlein. “Siamo qui a questa fiaccolata contro un regime che non tollera il dissenso e che uccide la libertà. In solidarietà a tutti quei cittadini russi che stanno, anche in questi giorni, protestando pacificamente, manifestando il loro dissenso e per questo vengono arrestati. I democratici, come noi, non possono tollerare in nessun paese una compressione costante dei diritti fondamentali e democratici – ha commentato la segretaria del Pd – E quindi è importante essere qui dopo l’uccisione politica di Navalny di cui c’è un solo responsabile: il regime russo di Putin”.
(da agenzie)

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IN ITALIA CI SONO ALMENO 3 MILIONI DI PERSONE CHE LAVORANO SENZA UN CONTRATTO REGOLARE: LA MAGGIOR PARTE E’ IMPIEGATA NEI SERVIZI ALLE PERSONE, MA ANCHE NELL’AGRICOLTURA, L’EDILIZIA, IL TURISMO E LA RISTORAZIONE

Febbraio 19th, 2024 Riccardo Fucile

IL NUMERO E’ IN AUMENTO RISPETTO AGLI ANNI PRECEDENTI, SOPRATTUTTO AL NORD, DOVE CI SONO CIRCA 1,2 MILIONI DI LAVORATI IN NERO

Contratti finti di poche ore – se va bene – e salari fuori busta, zero tutele, flessibilità totale e minacce costanti di essere “licenziati”. Così lavorano tre milioni di persone in Italia che secondo gli ultimi dati Istat risultano irregolari. L’Istituto nazionale di statistica calcola nel 2021 un aumento delle maestranze in nero di 73 mila unità rispetto al 2020 (+2,5%), e un’incidenza sull’attività sommersa pari a 69 miliardi di euro, il 3,7% del Pil.
Il lavoro nero è diffuso in tutti i settori: nei servizi alle persone tocca il 42%, segue l’agricoltura con quasi il 17%, poi l’edilizia, il commercio, il turismo e la ristorazione in cui si stima un’illegalità fiscale e contributiva attorno al 13%. La stragrande maggioranza degli sfruttati sono stranieri, che oltre a non avere un contratto non hanno neppure i documenti.
I NUMERI DAL NORD AL SUD
Più di 700 mila sono gli irregolari impiegati nel lavoro domestico, tra i 2 e i 300 mila gli invisibili che operano rispettivamente nell’agricoltura, nel commercio, nelle costruzioni, nel settore alloggi, ristorazione e nelle attività artistiche. Circa centomila gli addetti in nero nei trasporti e magazzinaggio. Secondo la Cgia di Mestre in termini assoluti è il Nord l’area del Paese con il maggior numero di lavoratori in nero, pari a 1, 2 milioni, seguita dal Mezzogiorno con poco più di un milione, mentre al Centro se ne contano 780 mila. Tuttavia la classifica cambia se si considera l’incidenza del lavoro irregolare sul totale dell’occupazione: in questo caso l’area con il tasso di “nero” maggiore è il Sud, con Calabria e Campania in testa.
IL PNRR
Il ministero del Lavoro ha realizzato un piano nazionale per la lotta al lavoro sommerso che si prefigge di contrastare l’illegalità nel prossimo triennio; le azioni messe in campo continuano però ad alimentare lo scetticismo dei sindacati. La segretaria nazionale della Fai-Cisl Raffaella Buonaguro, ad esempio, ricorda la lotta al caporalato e alla politica dei ghetti: «Vogliamo sapere che fine hanno fatto i 200 milioni di euro del Pnrr stanziati per gli alloggi dei lavoratori agricoli, inoltre serve una revisione strutturale della Bossi-Fini, della politica dei flussi e delle modalità del click-day, perché molte aziende segnalano la mancanza di manodopera ma poi nei ghetti incontriamo ogni giorno braccianti che lavorano in nero anche da vent’anni in Italia, e spesso hanno fogli di via, permessi scaduti, richieste di regolarizzazione appese da anni alla burocrazia».
Poi c’è il problema dei controlli, perché l’Ispettorato è sotto organico: «I redditi agricoli non crescono se non si applicano i contratti e non si promuove la concorrenza leale».
IL SISTEMA
Nella ristorazione è ormai diventato un sistema: basta leggere i comunicati giornalieri della Guardia di finanza: dalla Lombardia alla Sicilia passando per il Lazio, oltre il 70% delle ispezioni in pizzerie, locali, bar, ristoranti portano alla luce l’utilizzo di personale in nero o senza permesso di soggiorno. La tecnica dei datori di lavoro “furbetti” si è affinata negli anni: raramente le fiamme gialle pizzicano un lavoratore completamente in nero, gli invisibili sono quasi sempre gli extracomunitari senza documenti. Per gli altri – camerieri, barman, cuochi – il “sistema” prevede un part time regolare, da 10-15 ore a settimana. Solo che quel lavoratore di ore ne lavora 50 o 60, e il pagamento aggiuntivo è fuori busta. Un modo per provare a eludere i controlli. Funziona? I dipendenti scappano e sono diventati introvabili
(da La Stampa)

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