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DAI VIAGGI A MOSCA A VANNACCI FINO ALL’USCITA SU NAVALNY (“PREMATURO ADDITARE COLPEVOLI”), RITRATTO DEL LEGHISTA ANDREA CRIPPA, VENTRILOQUO DI SALVINI

Febbraio 19th, 2024 Riccardo Fucile

ENTRÒ NEL PARTITO A 16 ANNI (“COLPA DEI PROFESSORI, TUTTI COMUNISTI”), È BALZATO AGLI ONORI DELLA CRONACA PER LE FRASI SU MATTARELLA “GENUFLESSO DAVANTI ALLE CANCELLERIE DI MEZZA EUROPA”, SU ILARIA SALIS (“OGNI PAESE PUNISCE COME VUOLE”) E PER LA RELAZIONE CON ANNA FALCHI – “È EVIDENTE CHE SONO ETEROSESSUALE” (QUESTI STANNO IN FISSA, EH)

Da via Solferino , stavolta, chiedono un ritrattino di Andrea Crippa: vorremmo insomma spiegare bene chi è e chi non è questo vicesegretario della Lega, un monzese di 37 anni considerato il più autorevole interprete del Salvini pensiero, quello che parla quando
L’altro giorno, purtroppo, è stato invece subito chiaro: perché quando arriva la notizia che Aleksei Navalny, il maggior oppositore di Vladimir Putin, già avvelenato dai servizi russi e poi per mesi costretto a torture fisiche e psicologiche, è morto durante l’ora d’aria (a meno 50 gradi) nel cortile del carcere di Kharp, colonia penale del regime con nome in codice IK-3, ma nota anche come «Lupo polare», perché siamo nel Nord della Siberia, vicino al Polo, ecco che Crippa invita ad andarci piano.
«È prematuro e inopportuno — dice — additare colpevoli». Mentre le cancellerie del mondo democratico sospettano con orrore di Putin, il criminale che si appresta alla solita farsa di nuove elezioni, Crippa non ci sta e ammonisce: «Bisogna aspettare si faccia chiarezza!» — anche perché magari poi si scopre che Navalny aveva il vizio di non mettere la sciarpa, e si sa che è un attimo e ti becchi una polmonite.
Per lunghi, tragici minuti, la sconcertante linea della Lega è quella di Crippa. Zaia e Giorgetti, Fedriga e Molinari: tutti e quattro leggono il lancio di agenzia contenente le sue parole con stupore e amarezza.
Però l’agenzia più interessante è un’altra. La trova il nostro Davide, archivista del Corriere Sentite.
È un’ Ansa del 17 novembre 2018. «L’ala giovanile della Lega ha firmato un accordo di collaborazione con la Giovane Guardia di Russia Unita, il partito di Putin. Lo riporta la Tass citando rappresentanti del Carroccio. A Mosca — fa sapere l’agenzia russa — si è recata una delegazione di giovani leghisti con a capo il parlamentare Andrea Crippa».
Non dovete stupirvi. Sono i giorni nebbiosi (eufemismo) del misterioso Gianluca Savoini e degli incontri all’hotel Metropol di Mosca, Salvini arriva davanti al Cremlino sfoggiando l’ormai mitica t-shirt con l’immagine di Putin e ripetendo frasi tipo: «Qui mi sento a casa», «Preferisco Putin all’Europa», «Putin è speranza», «Con Putin in Italia staremmo meglio». Crippa ascolta. E impara.
Crippa è entrato nel partito a 16 anni: «Un po’ per colpa dei professori, tutti comunisti», un po’ folgorato da Umberto Bossi (che, in queste settimane, come ha raccontato Francesco Verderami sul Corriere , soffre a vedere la sua Lega, «diventata di estrema destra»). Crippa comunque si laurea in Scienze politiche alla Cattolica di Milano e, dopo una breve esperienza da consigliere comunale a Lissone, diventa assistente parlamentare di Salvini a Strasburgo. Diciamola meglio: è il suo portaborse.
Insieme condividono lo stesso appartamento di 40 metri quadrati e va bene che Crippa è quasi sempre solo, perché il suo Matteo nel Parlamento europeo si rivela un formidabile assenteista (a più di 7 mila euro netti al mese), però qualche cenetta alla fine ci scappa. Fuori fa freddo, una chiacchiera tira l’altra. È la miccia. Salvini individua in Crippa il suo potenziale erede. Inizia a plasmarlo e la carriera dell’anonimo ragazzotto brianzolo diventa inarrestabile: nel 2015 assume la guida dei Giovani padani, tre anni dopo sbarca a Montecitorio grazie a un seggio blindato e, dodici mesi più tardi, è promosso vicesegretario. Dotazione principale: la libertà di parola. Che, però, è solo apparente.
La Lega, come si sa, è un partito rigido: decide Salvini, parla Salvini. Quindi, se non parla lui, bisogna sentirsi Crippa. Il tipo ha già assorbito molto dal capo. Alterna posture politicamente aggressive ad altre, di botto, francescane. Ma il più delle volte il suo incarico è di andare giù duro.
Sul capo della Stato: «Mattarella? È genuflesso davanti alle cancellerie di mezza Europa». Sul caso Salis: «Spiace, ma ogni Paese punisce come vuole». Con la Germania apre una crisi diplomatica: «Ottant’anni fa usava l’esercito, oggi usa i migranti». Quindi s’occupa di Roberto Vannacci, il generale della Folgore che pubblica quel libro pieno di robaccia dal gusto fascistoide, ondeggiando tra razzismo, negazionismo e omofobia («Cari omosessuali, normali non siete: fatevene una ragione»).
Crippa legge. E lo arruola (per conto di Salvini): «Comandante, le porte della Lega sono aperte». Però anche Crippa sa essere tenero. E infatti s’innamora. Di Anna Falchi. Poi, con eleganza, sobrietà e riservatezza, va a Radio Libertà, e da l’annuncio: «Confermo la frequentazione…». E precisa: «È evidente che sono eterosessuale» (questi stanno in fissa, eh).
(da Corriere della Sera)

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DA NAPOLI ARRIVA UNO SCHIAFFO ALLE SORELLE MELONI: AL CONGRESSO CITTADINO DI FDI VINCE “L’IMPRESENTABILE” MARCO NONNO, CHE STACCA NETTAMENTE DIEGO MILITERNI, L’UOMO INDICATO DAI VERTICI ROMANI DEL PARTITO (LEGGI ARIANNA MELONI)

Febbraio 19th, 2024 Riccardo Fucile

NONNO NON HA MAI NASCOSTO LA SUA NOSTALGIA PER IL FASCISMO, CON FOTO E VIDEO… NEL 2022 È STATO SOSPESO DAL CONSIGLIO REGIONE CAMPANO PER LA CONDANNA A 2 ANNI PER RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE

Il dirigente nazionale di Fratelli d’Italia, Marco Nonno, è il nuovo coordinatore cittadino del partito a Napoli. A fine spoglio su 1010 votanti Nonno ha raggiunto 604 preferenze. «Abbiamo il dovere di condurre Fratelli d’Italia e tutta la destra napoletana a raggiungere quei risultati che la destra ha sempre avuto in questa città e che per vari motivi in questi anni aveva perso. Faremo una squadra che comprenderà tutti, partendo da Luigi Rispoli – ha detto Nonno – ma anche Diego Militerni che da avversario è sempre stato corretto e non c’è mai stato nessun tipo di acredine».
Da impresentabile a leader cittadino del partito di Giorgia Meloni. Marco Nonno è stato eletto coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia. L’uomo delle preferenze, delle tessere di partito ma anche della condanna che gli è costata la sospensione dal Consiglio regionale.
Quella di Nonno, appassionato di paracadutismo, è una carriera politica sul filo del rasoio fatta di alti e bassi, tra ricordi nostalgici, tra croci celtiche (occhio, però, chi lo chiama fascista viene querelato) e saluti romani (“ma per scherzo”, si schermisce).
Arrestato e finito sotto processo per la violenta rivolta contro la discarica a Pianura del gennaio 2008, in appello, nel 2022, viene assolto dall’accusa di devastazione, ma condannato solo a 2 anni per resistenza.
Condanna ben più lieve di quella che gli era stata inflitta in primo grado: 8 anni e mezzo di reclusione, ma che comunque in base alla legge Severino gli costa il posto in consiglio regionale dove era sbarcato a suon di preferenze.
Perché una cosa è certa: Nonno i voti li ha sempre avuti prima nella lunga carriera politica inizia a 15 anni da segretario del Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile del Msi). Poi incarichi di dirigente fino al 1996 quando viene eletto per la prima volta nel Consiglio Circoscrizionale di Pianura: è il più votato di Alleanza nazionale. Elezione che bissa nel 2001.
Nel 2006 approda al Consiglio Comunale di Napoli con 2.500 preferenze. E nel 2011 risulta il consigliere comunale più votato tanto che presiede la seduta di insediamento di Consiglio comunale, la cui maggioranza a sostegno dell’allora sindaco Luigi de Magistris si dichiara la “più a sinistra d’Italia”.
Tra gli episodi imbarazzanti si ricorda anche la rissa in FdI per le liste alle comunali nella sede del partito, in via Calata San Marco, tra Nonno e l’ex consigliere Pietro Diodato, suo avversario diretto nel territorio di Pianura, fortino elettorale di entrambi.
Nel 2020 Nonno viene eletto al consiglio regionale. A cui segue la sospensione in base alla Severino. La condanna gli è costo anche una mancata candidatura alle politiche. Ora la rivincita: coordinatore con 604 voti sullo sfidante Diego Militerni che ne totalizza 388.
Imbarazzi riposti in un cassetto, almeno per il momento. “Ringrazio tutti i 604 tesserati e militanti che hanno riposto la loro fiducia in me, da nuovo Segretario Cittadino sarò già al lavoro questa settimana cercando di includere le varie anime del Partito” la dichiarazione del neo coordinatore.
(da La Repubblica)

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IDENTIFICAZIONI DIGOS ALLA COMMEMORAZIONE PER NAVALNY, LE GIUSTIFICAZIONI DELLA QUESTURA NON REGGONO

Febbraio 19th, 2024 Riccardo Fucile

LE PERSONE VANNO IDENTIFICATE QUANDO C’E’ UN MOTIVO, NON PERCHE’ PARTECIPANO IN DIECI A DEPORRE DEI FIORI IN UN CONTESTO DOVE NON ESISTONO PROBLEMI DI ORDINE PUBBLICO

Secondo la ricostruzione che si è appresa oggi in Questura, la commemorazione sarebbe stata regolarmente “preavvisata” sabato pomeriggio da una email del promotore, che avrebbe segnalato la presenza di poche persone.
La nota sarebbe stata, come da prassi, diffusa alle pattuglie: ma quando domenica, gli agenti sono transitati in corso Como dove si è svolta la manifestazione, hanno visto un numero maggiore di partecipanti e si sono fermati a controllare (ovvero 10 persone)
Hanno chiesto del promotore, di cui avevano nome e cognome, ma a detta dei poliziotti non era presente e per questo motivo è stata presa la decisione di identificare i circa venti partecipanti.
“L’identificazione delle persone è un’operazione che si fa normalmente nei dispositivi di sicurezza del territorio. Mi è stato riferito che il personale che aveva operato non avesse piena consapevolezza”, ha riferito il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi in risposta alle polemiche.
Annaviva: “Ammutoliti. Perché identificarci?”
Nel frattempo Annaviva, l’associazione che si occupa di mantenere in vita la memoria di Anna Politkovskaja ha deciso di tornare nei giardini Politkovskaja alle 17 di oggi.
“In effetti come abbiamo fatto a non pensarci, i fiori sotto una targa per commemorare un defunto sono sempre un atto sovversivo e di grande disturbo dell’ordine pubblico. Si tratterà forse di allergia? Alle 17 ci troviamo di nuovo lì, a portare un fiore a Navalny ai Giardini Politkovskaja”.
“Ha ragione il Ministro dell’Interno a dire che l’identificazione delle persone rientri nelle facoltà della Polizia – si legge in conclusione al post – e infatti tutti i presenti hanno dato i documenti (fotografati uno a uno) e fornito l’indirizzo di casa come richiesto. La domanda è perché?”.
Marina Davydova, dell’associazione ha raccontato quanto accaduto: “Non abbiamo fatto nulla di male. Siamo rimasti stupefatti, noi e anche gli italiani che si sono sentiti come in Russia e i russi si sono spaventati tantissimo: sono persone scappate dal regime”.
“Ci siamo riuniti per commemorare Navalny, non era una manifestazione. Volevamo solo lasciare una foto o un fiore. Una decina di persone in silenzio. Quando siamo arrivati – ha aggiunto Davydova – c’era già personale in borghese che ci stava aspettando”.
(da agenzie)

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IL SUD STA CON DE LUCA NELLA GUERRA ALL’AUTONOMIA LEGHISTA: IN SOLI DUE MESI IL GRADIMENTO DEGLI ITALIANI PER LA RIFORMA FIRMATA CALDEROLI È CROLLATO DAL 50 AL 44%.

Febbraio 19th, 2024 Riccardo Fucile

SOLTANTO NEL NORD-EST TIENE IL CONSENSO, AL MERIDIONE APPENA IL 30% DEGLI INTERVISTATI SI DICE FAVOREVOLE

Il Senato ha approvato il disegno di legge sull’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario, a firma del ministro Roberto Calderoli. Si tratta di una riforma complessa, con un percorso anch’esso complicato, che ha già sollevato attenzione e polemiche. Rappresentate, in modo esplicito ed efficace, dalla protesta organizzata dai sindaci del Mezzogiorno, che hanno manifestato a Roma, guidati dal presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca.
Il recente sondaggio condotto da Demos rileva come il consenso verso questa legge sia minoritario, in Italia, anche se non di molto. Ma in sensibile calo. Lo scorso dicembre, infatti, era approvata dal 50% degli italiani.
Ora il clima d’opinione è cambiato. E la quota di cittadini che si dice favorevole all’autonomia differenziata è scesa al 44%. Probabilmente per le tensioni che ne hanno accompagnato “l’approvazione”. E la “dis-approvazione”, da parte delle opposizioni. Divenuta scontro, più che confronto. Così, le perplessità, al proposito, si sono allargate.
Trasformandosi in distacco, nelle aree – sociali e geografiche – che hanno compreso meglio come e quanto ne verrebbero danneggiate. D’altra parte, si tratta di una riforma di cui non è facile illustrare e comprendere le diverse articolazioni. E le diverse implicazioni, per le regioni. Ma le reazioni, al proposito, sono cresciute. In modo esplicito ed evidente. Espresse, dal presidente De Luca, senza mezzi termini. Come ha sempre fatto.
Il “distacco” fra Nord e Sud si sta traducendo in “frattura”. Nel Nord Est, in particolare, il consenso verso la riforma non mostra flessioni, ma diviene doppio, rispetto alle Regioni del Sud, delle Isole e del Centro Sud. Dove si osserva un vero crollo. Anche nel Nord Ovest il favore dei cittadini scende, in misura significativa, pur mantenendosi elevato.
Si delinea, così, la mappa di un’Italia divisa. Che comprende diverse Italie. Con sentimenti di reciproca e crescente incomprensione. Ben rappresentati sul piano politico.
La Lega, in particolare, dimostra una solida base di consensi per l’autonomia. Come avviene nel Nord. La sua storica piattaforma elettorale. Affiancata dai FdI di Giorgia Meloni, che, d’altra parte, ne hanno intercettato una parte notevole del voto proprio nella zona “padana”, storicamente interpretata dalla Lega. Nel centrodestra, peraltro, anche fra gli elettori di Forza Italia il sostegno alla riforma risulta maggioritario, per quanto più limitato, rispetto agli alleati.
L’approvazione per l’autonomia differenziata, invece, si riduce notevolmente nella base del M5S. Che è particolarmente ampia nel Mezzogiorno. Dove questa riforma appare, a molti cittadini, una compensazione (inadeguata) al Reddito di Cittadinanza. Un progetto elaborato e fatto approvare dal M5S, che ne ha fatto una bandiera. Dall’inizio del 2024, il Reddito di Cittadinanza è stato, però, sostituito dall’Assegno di Inclusione. In misura non equivalente e con una platea di destinatari più limitata.
Secondo la Banca d’Italia, infatti, questa revisione farà risparmiare allo Stato circa 1,7 miliardi di euro. E, di conseguenza, ridurrà, nella stessa misura, i settori sociali e le zone che ne avevano beneficiato. Dunque, soprattutto le regioni del Sud.
Il consenso, infine, cala ulteriormente nella base del Pd. Che appare il partito più scettico verso la riforma. Visto che solo uno su quattro, fra i suoi elettori, si dichiara a favore dell’autonomia differenziata. Perché, come ha dichiarato il sindaco di Bologna, Stefano Bonaccini, il disegno del governo “acuisce le differenze nel Paese”. Alle logiche del territorio, quindi, si associano e si sommano quelle politiche. Che, tuttavia, sembrano prevalere. Visto che il massimo livello di adesione caratterizza gli elettori della Lega e dei FdI.
Mentre, fra quanti votano per il Pd e il M5S cala, anzi: “crolla”, al di sotto della metà. Su questo argomento, la distanza fra maggioranza e opposizione, dunque, appare molto più ampia rispetto a quella che separa il Nord dal Sud.
(da agenzie)

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“IL PREMIERATO NON FUNZIONA”: I CAVALLI DI RAZZA DELLA DC PAOLO CIRINO POMICINO, GIUSEPPE GARGANI, CALOGERO MANNINO, CLEMENTE MASTELLA DEMOLISCONO LA MADRE DI TUTTE LE RIFORME DELLA MELONI

Febbraio 19th, 2024 Riccardo Fucile

“NESSUNA DEMOCRAZIA AL MONDO ADOTTA UN MECCANISMO COME QUELLO PROPOSTO DAL GOVERNO CON IL PREMIERATO. LA STORIA, INOLTRE, CI INSEGNA CHE CHI TOGLIE LA LIBERTÀ AI PARLAMENTARI PRIMA O POI LA TOGLIE AL PAESE”…. LE SIMILITUDINI CON ORBAN

«Perché l’ipotesi del premierato non funziona» La grave e generale crisi dei partiti alimenta una sorta di indifferenza o addirittura di stanca adesione al disegno di legge sul premierato presentato dal governo. Il pluridecennale disprezzo di ogni pratica parlamentare in gran parte comprensibile visto il sistema politico sempre più personalizzato e privo di ogni riferimento culturale, legittima il giudizio di una crescente debolezza della nostra democrazia parlamentare.
Quest’ultima, infatti, regge alle sfide crescenti solo se il parlamento è innervato da partiti che abbiano una base culturale e quindi una visione di lungo periodo e che contrastino ogni deriva personalistica.
Detto questo, però, la soluzione non può essere l’elezione diretta del premier addirittura accompagnato da un premio di maggioranza tanto da togliere ogni libertà al parlamento cadendo così dalla padella nella brace. Non a caso nessuna democrazia al mondo adotta un meccanismo come quello proposto dal governo con il premierato così come nessuna democrazia parlamentare europea adotta il sistema maggioritario visto che le opzioni politiche sono sempre più di due contrariamente al sistema inglese.
La storia, inoltre, ci insegna che chi toglie la libertà ai parlamentari prima o poi la toglie al Paese e il disegno di legge governativo ne fa strame di quelle libertà. In oltre due secoli la cultura politica e l’esperienza storica hanno dimostrato che l’alternativa ad una democrazia parlamentare è una democrazia presidenziale accompagnata da una elezione di un parlamento libero che funge da secondo sovrano democratico in grado di dare forma e sostanza al potere della rappresentanza ed essere, nel contempo, un equilibrato contropotere per evitare ogni tentazione o deriva autoritaria. Il mondo di oggi è disordinato e pieno di conflitti solo perché la politica nel suo ruolo di guida è stata sostituita nelle democrazie occidentali dalla grande ricchezza finanziaria di pochi e dalle loro convenienze mentre nel resto del pianeta governano gli autocrati che limitano libertà e diritti delle popolazioni.
L’antidoto per entrambi i modelli è o il cancellierato tedesco o un sistema presidenziale con un parlamento libero come in Francia e negli Stati Uniti. Ogni altra scelta sarebbe rovinosa come lo fu nel novecento quando parlamenti democratici dettero pieni poteri a Mussolini e ad Hitler e recentemente il parlamento ungherese ha fatto altrettanto con Orbán. La posta in gioco, dunque, sono le libertà e i diritti di tutti e ogni distrazione è inammissibile.
Paolo Cirino Pomicino, Giuseppe Gargani, Maurizio Eufemi, Calogero Mannino, Clemente Mastella, Giorgio Merlo, Angelo Sanza.
(da Corriere della Sera)

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MELONI HA PRATICAMENTE CASSATO L’IPOTESI DI UNA SUA CANDIDATURA ALLE EUROPEE: È TERRORIZZATA CHE NONOSTANTE LA SUA DISCESA IN CAMPO FDI NON RAGGIUNGA IL 30% SAREBBE UN CLAMOROSO FLOP

Febbraio 19th, 2024 Riccardo Fucile

LO PSICODRAMMA E LA SOLITUDINE DI SALVINI: POTREBBE FINIRE SORPASSATO ADDIRITTURA DA ANTONIO TAJANI

L’ultima volta che ne ha discusso a Palazzo Chigi con lo staff, ha tentennato. E ha chiesto: devo decidere subito? No, le hanno risposto, c’è tempo. Giorgia Meloni ha scelto di archiviare per un paio di mesi il problema. Deciderà se candidarsi come capolista alle Europee ad aprile. Dopo aver letto i sondaggi di Fratelli d’Italia, ma soprattutto quelli di Lega e Forza Italia. Perché il dilemma è sempre lo stesso: gli effetti di un trionfo sarebbero direttamente proporzionali al caos generato dalla disfatta degli alleati.
La presidente del Consiglio ha dubbi. Non sa ancora cosa le convenga di più, per il proprio futuro e per quello del governo. Non decidendo, lascia il partito in una posizione un po’ più scomoda: il meccanismo dell’alternanza tra uomo e donna in cima alle liste, infatti, renderebbe fondamentale conoscere le intenzioni della premier. Fratelli d’Italia, comunque, imposterà il lavoro ipotizzando due schemi di gioco e due bozze di listoni: con e senza di lei. Poi, ad aprile, Meloni scioglierà la riserva.
Ma perché Meloni tentenna? Tutto si può ridurre a una bilancia: quella che serve a pesare gli effetti della decisione. Primo dubbio: scendere sotto il 26% delle ultime politiche la indebolirebbe. I sondaggi lasciano credere il contrario, ma conviene rischiare? Secondo quesito: un trionfo — sospinto anche dalla sua candidatura — creerebbe scompensi nella maggioranza? E se sì, come tutto lascia supporre, qual è la soglia? Numeri alla mano, si può semplificare così: i problemi peggiori arriverebbero se la somma di Forza Italia e Lega dovesse valere la metà di Fratelli d’Italia. Un’eventualità possibile, se FdI toccasse quota 30%.
Ecco, attorno a questo schema si consuma l’altra partita della destra italiana. Coinvolge Antonio Tajani e Matteo Salvini. Entrambi mossi da un obiettivo prioritario: sopravvivere alle Europee. E dalla sua premessa: sorpassare l’alleato. Detta meglio: chi sorpassa l’altro, sopravvive.
Vale soprattutto per il leghista. Sondaggi alla mano, si gioca tutto in un fazzoletto di consenso che pesa il 2%: dal 6,5 all’8,5%. In questa forchetta dovrebbero attestarsi i due partiti […]. Chi arriva primo, si salva. Per l’altro, soprattutto dovesse trattarsi dell’uomo che cadde al Papeete, inizierà il processo interno.
Salvini non è mai stato così isolato, dentro e fuori da via Bellerio, tanto da spingere i suoi a ipotizzare un congresso lampo prima delle Europee per blindarsi.
Al Sud lotta con percentuali bassissime. Per compensare è pronto ad affidarsi a due uomini: il generale Roberto Vannacci e il ras di preferenze Aldo Patriciello, strappato proprio a Tajani. Ma anche al Nord il segretario soffre nelle storiche roccaforti: Veneto e Lombardia. Spinge disperatamente per candidare uno tra Max Fedriga e Luca Zaia, che è però sul piede di guerra per il terzo mandato.
Salvini è solo anche rispetto alla compagine di governo. L’intesa con Giancarlo Giorgetti è logora. Due i passaggi che hanno sbrindellato il rapporto. Il Mes, innanzitutto. E poi l’Irpef agricola. Quando la scorsa settimana la maggioranza si era ritrovata a Palazzo Chigi, Giorgetti ha provato a spiegare che qualcosa si sarebbe potuta fare, ma non troppo.
In videocollegamento, a quel punto, interviene Salvini. Un po’ ironico, un po’ criptico: «Mi rivolgo al ministro con il pullover rosso bordeaux…». Gelo in sala, a indossare una tenuta casual è proprio il titolare del Tesoro. Più in generale, il responsabile di via XX settembre è sempre più vicino a Meloni, con cui va d’amore e d’accordo.
Solo non è invece Tajani, visto che ha raggiunto un’apparente tregua interna. Sa però che deve almeno avvicinarsi ai numeri delle scorse politiche. E anche provare a tallonare o addirittura superare la Lega. La strategia che ha scelto nelle ultime settimane è: dire il contrario dell’alleato leghista.
Per farlo, cerca ogni 0,1% che può aiutarlo nell’impresa. Spinge per candidare i governatori azzurri del Sud alle Europee, a partire da Roberto Occhiuto e Renato Schifani. Al Nord, dove la Lega arranca, si è affidato a Letizia Moratti.
(da La Repubblica)

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UNA NUOVA BOMBA GIUDIZIARIA STA PER ESPLODERE SUL GOVERNO: TOMMASO FOTI, CAPOGRUPPO DI FRATELLI D’ITALIA ALLA CAMERA E PASDARAN MELONIANO, È INDAGATO A PIACENZA IN UN’INCHIESTA PER CORRUZIONE E TRAFFICO DI INFLUENZE

Febbraio 19th, 2024 Riccardo Fucile

FOTI, SECONDO GLI ATTI, SAREBBE STATO A DISPOSIZIONE DELL’IMPRENDITORE NUNZIO SUSINO, PER CUI È STATO CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO… LE INTERCETTAZIONI: “FOTI È UN LADRONE. NOI SIAMO GOLOSI DI SOLDI, MA LORO DI PIÙ”

Alcuni giorni fa dall’Emilia Romagna è giunta nelle stanze romane di Fratelli d’Italia una notizia poco gradevole. La procura di Piacenza […] ha chiesto il rinvio a giudizio di nove persone, tra imprenditori, tecnici comunali e amministratori locali finiti sotto inchiesta due anni fa per un giro di corruzione e appalti in Valtrebbia, nel piacentino.
Nell’elenco non c’è nessun nome del partito. Tuttavia ciò che preoccupa di più è un filone della stessa indagine non ancora chiuso e ha tra gli indagati un big del partito: Tommaso Foti, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e membro dello stato maggiore meloniano.
Un pasdaran che difende pubblicamente l’indifendibile sui migranti, sulla giustizia, sugli scandali che hanno macchiato il primo anno e mezzo di Meloni al governo. Dal 2014 è anche socio unico del Secolo d’Italia, il giornale della Fondazione Alleanza nazionale: si tratta di un’intestazione fiduciaria
L’inchiesta su Tommaso Foti, dunque, prosegue anche dopo la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti della maggior parte dei coindagati del politico. La posizione di Foti è stata stralciata insieme a quella di Erika Opizzi, ex assessora di Fratelli d’Italia nella giunta piacentina.
I fatti risalgono al 2022, quando finirono in carcere diversi imprenditori, tecnici comunali e sindaci. I reati ipotizzati […] sono a vario titolo corruzione e il traffico di influenze, che questo governo ha messo nel mirino con lo scopo di depotenziarlo al pari dell’abuso d’ufficio. Resta da capire la strategia della procura, che potrebbe comunque archiviare Foti così come notificargli l’avviso di conclusione indagini e dunque poi chiedere il processo […]. Quest’ultima ipotesi potrebbe essere un problema serio per Meloni già alle prese con l’indagine sulla ministra del Turismo Daniela Santanchè.
Foti ha il suo feudo a Piacenza. Qui alcuni lo ricordano ancora, quasi 13 anni fa, lamentarsi in un’intervista al Fatto Quotidiano per l’eventuale taglio degli stipendi dei parlamentari: «Se mi tagliano lo stipendio da parlamentare ho le pezze al culo».
Altri invece non dimenticano le sue nostalgiche esternazioni sul fascismo: quando era consigliere regionale in regione Emilia Romagna portò in aula poster di un’adunata fascista e libri di Mussolini per protestare contro la legge per proibire la vendita di gadget del Ventennio nelle bancarelle e nei negozi. Indimenticabile anche quel 25 aprile di qualche anno fa quando il parlamentare ha indossato la mascherina anti Covid con la scritta “Boia chi molla”, salvo poi cancellare il post e la foto pubblicati sui social.
Foti è il secondo esponente di Fratelli d’Italia che a Piacenza è costretto a fare i conti con un’inchiesta giudiziaria. Alcuni anni prima, era il 2019, a finire in carcere fu Giuseppe Caruso, presidente del consiglio di Piacenza con l’accusa di associazione di stampo mafioso: per la procura antimafia di Bologna era organico alla ‘ndrangheta emiliana […]. Caruso era dello stesso partito di Foti e a lui legatissimo. Caruso alla fine dei processi è stato condannato in via definitiva a 12 anni.
Tre anni dopo la figuraccia su Caruso, Foti è finito a sua volta sotto inchiesta. Dalla procura nessun commento sui tempi di chiusura. Intanto però gli atti raccontano di un Foti che sarebbe stato a disposizione di un gruppo imprenditoriale per il quale la procura ha chiesto il rinvio a giudizio.
La richiesta di rinvio a giudizio notificata all’imprenditore che ha messo nei guai Foti, non è passata inosservata tra il gruppo dirigente nazionale di Fratelli d’Italia. In molti la interpretano come una possibile mina pronta a esplodere. I pm hanno chiesto il processo anche per l’imprenditore che sostiene di aver “pagato” il parlamentare.
Si tratta di Nunzio Susino, rappresentante legale della Cooperativa edile e forestale Altavaltrebbia. Stesso destino toccato a Carlobruno Labati, responsabile dell’ufficio tecnico di Ferriere, paese in provincia di Piacenza, al quale Susino aveva assicurato l’appoggio di Foti, dietro pagamento, per trasformare un grande appezzamento di terreno in edificabile. Susino […] è l’imprenditore che parlava così di Foti: «Io, a Foti, gli ho detto…la roba è mia…però siamo in famiglia con Labati».
Non sono […] le uniche intercettazioni inedite sul fedelissimo di Meloni. In alcune di queste si fa riferimento «all’amicizia tra Susino e Foti», sul quale i magistrati specificano: «Tra i due in quel periodo vi era una sinergia volta al conseguimento di una concessione commerciale per la quale Susino aveva chiesto l’intervento del parlamentare […], aspetto che ha riguardato un apposito approfondimento investigativo in questo procedimento»
Una costola investigativa che prende spunto da dialoghi intercettati di questo tipo: «Allora Foti gli ha detto, questa persona qua ha le palle…, questo è quello che sta dando di più per tutta la situazione e dobbiamo dare una mano sia a lui e sia diciamo alla famiglia Labati che dobbiamo finire e sistemare», è l’imprenditore Susino che riporta a un sodale il contenuto di un incontro che avrebbe avuto con il parlamentare e altri politici locali di Fratelli d’Italia. Non sappiamo se Susino millantasse, per questo abbiamo chiesto a lui e a Foti un commento. Ma entrambi hanno preferito non rispondere.
Al deputato di Fratelli d’Italia abbiamo chiesto, tra le altre cose, di spiegarci il motivo che ha spinto Susino a parlare così tanto di lui. C’è un’intercettazione che gli investigatori valorizzano: «Susino, nell’evidenziare il grado di corruttibilità dell’onorevole Foti, glissa con un eloquente:.. “Foti è un ladrone” per poi aggiungere: “Noi siamo golosi di soldi, ma loro di più…se noi siamo golosi loro sono malati».
C’è, inoltre, nei documenti dell’indagine l’intercettazione in cui Susino dice: «Mi ha chiamato il tuo amico Foti». All’indomani di quel contatto tra i due, l’imprenditore si è recato nella sede di Fratelli d’Italia di Piacenza. Non era la prima volta, i detective segnalano altre visite a Foti nella sede del partito di Meloni, anzi parlano espressamente di «ennesima volta negli uffici della sede di Fratelli d’Italia».
«Tramite Foti ho parlato con l’Opizzi, quella all’Urbanistica del comune di Piacenza», diceva Susino al suo interlocutore […]. Opizzi, appunto, era all’epoca assessora di Fratelli d’Italia all’Urbanistica e fedelissima del senatore. Il gruppo di imprenditori, infatti, brigava per ottenere dell’amministrazione la convenzione del parcheggio realizzato in città. Per raggiungere l’obiettivo avrebbero sfruttato l’influenza del big di Meloni.
Oltre ai sospetti sulle autorizzazioni relativa al parcheggio, Foti sarebbe coinvolto anche in un altro “favore” a Susino relativo a dei terreni da rendere edificabili. Ancora una volta è l’imprenditore […] a parlarne: «Susino confidava al Labati (tecnico di un comune interessato alla partita dei terreni, ndr) di avere ricevuto da Foti una richiesta economica pari a 15mila euro». Per essere precisi gli inquirenti riportano le frasi esatte dell’imprenditore: «Ti dico, sono andato da lui, e gli ho detto a me devi far passare il terreno… Cosa ti devo portare?».
Foti avrebbe risposto con una richiesta molto concreta, cioè chiedendo soldi: «Allora lui mi fa… subito, che dobbiamo sistemare la documentazione, portami 15mila euro». Così Susino, entusiasta della presunta disponibilità del politico, avrebbe rilanciato: «Te ne porto venti». Un millantatore seriale o l’esagerazione di chi si sente l’onnipotente degli appalti?
Di certo era nota un’intercettazione in cui Susino ammetteva di aver dato 3mila euro a Foti per la pratica del parcheggio, «Foti, per questo problema qua io gli ho dato 3000 euro». Resta da capire se Susino, il re degli appalti, millantasse o potesse davvero contare su rapporti con l’alta politica. Di sicuro i contatti tra Foti e l’imprenditore sono documentati. Sarà per questo che la procura piacentina non ha ancora archiviato l’indagine sul fedelissimo di Meloni.
(da Domani)

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LA VEDOVA DI NAVALNY: “PUTIN HA UCCISO MIO MARITO CON IL NOVICHOL PERCHE’ NON POTEVA PIEGARLO, CONTINUERO’ IO LA BATTAGLIA DI ALEXEJ”

Febbraio 19th, 2024 Riccardo Fucile

“NEGATO L’ACCESSO ALL’OBITORIO ALLA MADRE”

Alla madre di Alexey Navalny, Lyudmila Navalnaya, è stato impedito, per il terzo giorno consecutivo, di entrate nell’obitorio per vedere il corpo del figlio, la cui morte è stata annunciata venerdì.
Lo ha reso noto l’attivista russa Kira Yarmysh, portavoce di Navalny all’estero, spiegando che la madre del leader dell’oppositore russa si è recata con i suoi avvocati all’obitorio questa mattina presto, ma le è stato impedire di entrare.
«Uno degli avvocati è stato letteralmente cacciato», ha scritto Yarmysh su X. «Quando al personale è stato chiesto se il corpo di Alexei fosse lì, non hanno risposto», prosegue il post.
Gli inquirenti russi che indagano sulla morte in carcere dell’oppositore Alexei Navalny hanno annunciato a sua madre che «estenderanno» l’inchiesta.
«Il Comitato investigativo ha detto alla madre e agli avvocati che l’indagine sulla morte di Navalny è stata prolungata e non è noto per quanto tempo durerà», ha fatto sapere la portavoce del politico, Kira Yarmysh. «La causa della morte è ancora indeterminata» ha aggiunto, «mentono, prendono tempo e non lo nascondono nemmeno». Fino a che le indagini non saranno concluse, il corpo dell’oppositore non dovrebbe essere restituito alla famiglia.
Il video della moglie di Navaln
La moglie dell’oppositore russo Alexei Navalny, Yulia Navalnaya, ha lanciato un appello pubblico in cui denuncia che «è stato ucciso da Vladimir Putin» e annuncia che continuerà il lavoro del marito, morto in carcere venerdì scorso.
«Continuerò il lavoro di Alexei Navalny. Continuate a lottare per il nostro Paese e vi esorto a stare accanto a me. Per condividere non solo il lutto e il dolore infinito che ci avvolge e non lascia andare. Vi chiedo di condividere la mia rabbia. Rabbia e rabbia verso chi ha osato uccidere il nostro futuro», è il messaggio contenuto in un video diffuso sul profilo Instagram di Navalny.
Navalnaya ha anche osservato di sapere «esattamente perché Putin ha ucciso Alexei» e che i suoi collaboratori lo renderanno noto nel prossimo futuro. La vedova aggiunge anche che Navalny «è stato avvelenato con il Novichok».
Raffica di arrest
Oltre 400 persone sono state fermate in Russia mentre rendevano omaggio al leader dell’opposizione Alexei Navalny, ha riferito un importante gruppo per i diritti umani. Lo rendono noto i principali media britannici.
La morte improvvisa di Navalny, 47 anni, è stata un duro colpo per molti russi, che avevano riposto le loro speranze per il futuro nel più feroce nemico del presidente Vladimir Putin. Navalny è rimasto esplicito nella sua implacabile critica al Cremlino anche dopo essere sopravvissuto a un avvelenamento da agenti nervini e aver ricevuto molteplici pene detentive.
(da agenzie)

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SI CANDIDA PER UN LAVORO AL SUPERMERCATO: 500 EURO AL MESE PER UN LAVORO A TEMPO PIENO E SENZA PROSPETTIVA DI CRESCITA

Febbraio 19th, 2024 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DI AURORA: “STUDIO E MI MANTENGO DA SOLA, MA QUESTO E’ SFRUTTARE I GIOVANI”

“Studio e mi mantengo da sola: 500 euro al mese per 40 ore a settimana sono troppo pochi, nessuno dovrebbe lavorare in queste condizioni”. A parlare è Aurora, studentessa di Scienze della Formazione di Roma Tre. Sta cercando lavoro a Roma, nella città dove vive e decide di rispondere all’annuncio di un noto supermercato su una delle tante piattaforme che aiutano nella ricerca di occupazione.
“Si trattava di uno stage per addetto vendita retribuito in uno dei supermercati Penny – ricorda a Fanpage.it, leggendo l’email che la piattaforma recapita subito dopo aver inviato la propria candidatura – Poche righe, soltanto le attività che che devono essere svolte, dal rifornimento degli scaffali alle attività di cassa, dal supporto alla clientela fino alla pulizia e l’ordine del negozio e qualche accenno al compenso”.
L’annuncio di lavoro
“Cerchiamo candidati e candidate, anche senza esperienza, dotati di ottime capacità organizzative, proattività e voglia di fare spirito di squadra – si legge nell’annuncio – Per un tirocinio formativo di 6 mesi con uno stipendio fra i 500 e i 900 euro al mese”.
Secondo le norme vigenti, ad esempio, è previsto un rimborso spese di 800 euro nella regione Lazio. Ma come ha spiegato Aurora a Fanpage.it, almeno nel suo caso, non sarebbe stata pagata più di 500 euro al mese.
Dopo aver risposto all’annuncio, sono passati circa un paio di giorni. “Ho trovato l’annuncio sul sito Indeed, lo uso quasi sempre nella ricerca di lavoro. E ho tentato. Dopo uno o due giorni sono stata contattata telefonicamente. Era tardi, verso le 20 e ho pensato subito che fosse strano”, spiega.
La telefonata con la store manager
“Dall’altro capo del telefono c’era una donna che si è presentata come una store manager del supermercato Penny. Mi ha spiegato un po’ di cosa si occupa l’azienda, come lavora. Mi ha chiesto se fossi interessata ad un lavoro. E io ovviamente ho detto di sì”. Così chiede maggiori dettagli: dal ruolo che dovrà ricoprire una volta ottenuto il lavoro alle prospettive di crescita.
“Per i primi sei mesi avrei dovuto lavorare con un full time di 40 ore a settimana al netto di straordinari per una paga di circa 500 euro mensili: il rimborso spese per lo stage – precisa Aurora – Poi mi ha parlato, ma stando a come lo ha detto sembrava proprio un caso remoto, della possibilità di passare da stage ad apprendistato: avrei firmato un contratto della durata di 3 anni per uno stipendio leggermente più alto con meno ore di lavoro. In pratica, 700 euro per un part time”.
Le prospettive di crescita in azienda
Insomma, dopo sei mesi a 500 euro al mese per 40 ore a settimana, il traguardo sarebbe stato ottenerne 700 per un part time. “Naturalmente l’avanzamento di carriera sarebbe avvenuto soltanto se mi avessero considerato una persona in grado di rivestire il ruolo richiesto in maniera impeccabile”, continua a spiegare Aurora a Fanpage.it.
Anche dopo il triennio l’opportunità di essere assunta sembra essere ancora molto lontana. “Se ti riteniamo una persona in grado, c’è la possibilità di assumerti come commessa”, ha continuato a spiegare la store manager ad Aurora.
“Ha specificato che non avrebbero tenuto conto dei tre anni e dei sei mesi di esperienza precedenti: in pratica si sarebbe comunque trattato di ripartire da zero con un nuovo contratto, da un livello meno esperto e con uno stipendio più basso. Soltanto dopo altro tempo, mesi o anni, avrei potuto aspirare ad uno stipendio 1200 euro”, continua.
Il rifiuto dell’offerta di lavoro
Nessuna email, fatta eccezione di quella del portale. Nessun documento scritto. Soltanto una semplice telefonata la sera. “Non mi ha chiesto chi fossi né perché volessi lavorare, mi ha solo chiesto se fossi interessata al lavoro, dopo avermi presentato le condizioni. Ma io studio e mi mantengo da sola: neanche mi ha lasciato finire che è stata lei a chiudere la telefonata, comprendendo che non avrei mai potuto accettare il lavoro”, sottolinea Aurora.
Poi ammette: “Ho già avuto delle pessime esperienze con le multinazionali, mi ricordo di orari non rispettati, straordinari non pagati. Per me è stato un trauma, una follia. Sono letteralmente scappata lasciando il mio posto in un fast food, dopo aver visto l’ultimo stipendio: non ricordo quante ore avessi lavorato, era quasi il doppio rispetto al mese prima. Ma non nel portafoglio – ricorda – Non è stata un’esperienza felice, ma sarei stata disposta lavorare nel supermercato se ne fosse valsa la pena”.
Adesso Aurora sta lavorando in un ristorante a Trastevere. “Devo finire la triennale, mi pagano decentemente, riesco a mantenermi. Non tutti possono scegliere di rifiutare un posto di lavoro, ma lavorare in queste condizioni non può essere normale”.
(da Fanpage)

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