Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
LA FUNZIONARIA NON HA AVUTO RUOLI OPERATIVI NEI FATTI DI VENERDÌ SCORSO MA HA DISPOSTO L’INVIO DELLE SQUADRE DI AGENTI… AL VAGLIO LE IMMAGINI DELLE BODYCAM DEI POLIZIOTTI. SI INDAGA SULLA CATENA DI COMANDO E SULL’ESECUZIONE DEGLI ORDINI
Cambio al vertice del Reparto mobile della polizia a Firenze, che fornisce le squadre anche alla Questura di Pisa per l’ordine pubblico. Un avvicendamento collegato a quanto accaduto venerdì scorso con le cariche vicino a piazza dei Cavalieri, con tredici studenti feriti – dieci dei quali minorenni – per le manganellate dei poliziotti che impedivano l’accesso durante un corteo pro Palestina non preavvisato. Alla dirigente del reparto, Silvia Conti, in servizio a Firenze dal 2021, è stato affidato un altro incarico.
La funzionaria non ha avuto ruoli operativi nella gestione dell’ordine pubblico né per quanto riguarda Pisa, né a Firenze – dove sono scoppiati altri scontri con la polizia durante il corteo non autorizzato (era stato preavvisato solo un presidio statico) anche questo pro Gaza di studenti e centri sociali fino al consolato americano, preso di mira il 2 febbraio scorso dal lancio di bottiglie molotov -, ma ha disposto solo l’invio delle squadre di agenti richieste dalle due Questure.
L’ipotesi: eccessi degli agenti nell’esecuzione degli ordini
Una catena di errori, da quelli nella pianificazione delle vigilanze nel centro di Pisa, a quelli commessi sul campo dalla squadra del Reparto mobile che venerdì scorso ha manganellato gli studenti minorenni. Sono i punti dell’indagine sui poliziotti sui quali si concentra l’attenzione della Procura.
Al vaglio le immagini e gli audio delle bodycam indossate da due capisquadra, che potrebbero aiutare a ricostruire cosa sia accaduto. A cominciare da come sia stato impartito l’ordine di contrastare gli studenti nel vicolo e se ci siano stati eccessi nell’eseguirlo da parte di 3-4 poliziotti che hanno continuato a inseguire i ragazzi nonostante si fossero già ritirati.
Sentiti alcuni testimoni che hanno girato i video
Nelle prossime ore saranno sentiti i responsabili dell’ordine pubblico, a Pisa e a Firenze, insieme con i ragazzi feriti e anche alcuni testimoni. Fra loro c’è chi ha girato alcuni dei video diventati virali sul web che riprendono gli scontri
(da Il Corriere della Sera)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
SENZA IL TERZO MANDATO, ZAIA È PRONTO A RICOSTITUIRE LA LIGA VENETA… IL NODO CANDIDATURE IN ABRUZZO E BASILICATA: DOPO LA DISFATTA DEL “TRUX” TRUZZU, È LIBERI TUTTI
Il patto di non aggressione è durato pochissimo. Lunedì Giorgia
Meloni aveva chiesto unità ai suoi alleati. Matteo Salvini ha taciuto, ma poi ieri è tornato alla carica, prima direttamente e poi, con più veemenza, attraverso i suoi dirigenti più fidati.
C’è una paura che si fa sempre più concreta: l’effetto domino nelle altre Regioni al voto. In Abruzzo (al voto il 10 marzo) in realtà i sondaggi regalano qualche margine di sicurezza, ma il rischio di venire travolti da una spirale di sospetti reciproci è grande.
I timori più grandi si concentrano sulla Basilicata, che va alle urne il 21 aprile, sulla quale si è scatenata da mesi una battaglia tra gli alleati.
Il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa lo spiega con una certa franchezza: «Cinque anni fa Salvini era fortissimo e si vinceva con qualunque candidato, oggi non è più così. La differenza? Matteo fa le campagne elettorali davvero, Meloni no».
Per dare un segnale di unità, FdI ha cercato di chiudere più velocemente possibile le partite ancora aperte, in particolare la Basilicata. I colonnelli di Meloni non sono così convinti che ricandidare l’attuale governatore forzista Vito Bardi sia la scelta più adeguata, ma l’urgenza di apparire uniti prevale.
Al tavolo convocato a mezzogiorno nell’ufficio del meloniano Giovanni Donzelli a Montecitorio i leghisti, guidati da Roberto Calderoli, chiedono la Basilicata, con un proprio nome, oppure con un civico.
L’atmosfera non è così serena, tanto che nel mirino finisce anche il forzista Giorgio Mulè che in un’intervista a Repubblica aveva criticato Meloni. Un piano più sotto, c’è Crippa che alza un muro: «Con la decisione di non candidare Christian Solinas in Sardegna è saltata la regola di puntare sui presidenti uscenti e quindi ora trovare una soluzione per la Basilicata sarà complicato».
Nella serata poi Salvini inizia ad abbassare le pretese, il negoziato va avanti per tutta la notte, c’è una nota pronta che prevede le candidature di Bardi, Donatella Tesei (Umbria, Lega) e Alberto Cirio (Piemonte, Forza Italia). La nota in realtà non arriva mai, «è ferma per delle limature» dicono da via Bellerio, in attesa di un via libera di Meloni.
Forza Italia dà per prossima la firma del patto, sul quale mancherebbe solo un via libera dei leader. Ma da Fratelli d’Italia c’è molta più cautela, «niente è chiuso»,. Il problema, infatti, è che la Lega vuole approfittare di questo eventuale accordo, non solo per confermare la sua governatrice in Umbria, ma per arrivare all’obiettivo massimo, lasciare Luca Zaia alla presidenza del Veneto.
Per Fratelli d’Italia, ovviamente, le cose non sono collegate, non può certo bastare un via libera al generale Bardi, per ottenere la riforma del terzo mandato dei governatori, che pregiudicherebbe molte delle aspettative.
Eppure la Lega rilancia: «Meloni non faccia in Veneto l’errore che ha fatto in Sardegna», dice Crippa alla Camera, confermando che l’emendamento sull’abolizione del tetto per i presidenti di Regione, bocciato in commissione, verrà riproposto in Aula, con lo stesso Salvini che, da senatore, potrebbe votare contro l’indicazione della premier.
In Veneto la pressione sul segretario federale resta fortissima. C’è chi lo dice esplicitamente, come l’assessore vicino a Zaia, Roberto Marcato e chi lo sussurra, ma la leadership di Salvini è di nuovo sotto attacco.
Al tavolo delle amministrative, che resta ormai aperto in forma permanente, si è discusso soprattutto di città, l’accordo è praticamente fatto per Lecce (con il ritorno in scena di Adriana Poli Bortone) e Prato. In dirittura d’arrivo ci sarebbe anche Firenze, dove il nome più forte resta quello di Eike Schmidt, ex direttore degli Uffizi.
Il Carroccio continua a pretendere il candidato sindaco di Cagliari (al voto a giugno), ma per delicatezza si evita di forzare l’addio dell’attuale primo cittadino Paolo Truzzu che potrebbe guidare l’opposizione in consiglio regionale.
(da La Stampa)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
IL DUPLEX ABODI-MELONI NON HA MAI VISTO DI BUON OCCHIO LA RASSEGNA PERCHÉ STEFANO MEI, PRESIDENTE FIDAL, È UN SALVINIANO…IL PRESSING DEL CAPITONE SU GIORGETTI, I RITARDI DI ABODI E LA LETTERA IN CUI DEMANDAVA LA COPERTURA ECONOMICA AL PARLAMENTO
Sembra che il duplex Abodi-Meloni non abbia mai visto di buon occhio i Mondiali di atletica 2027 a Roma perché Stefano Mei, presidente Fidal, è considerato un salviniano di titanio. Pare che gli ultimi voti utili alla sua elezione a presidente della Federazione atletica leggera gliel’abbia trovati Salvini in quel di Orbetello…
E sarebbe stato proprio il Capitone a pressare Giorgetti per la copertura economica della candidatura di Roma (circa 80 mln euro). Alla fine sembra che Abodi si sia tenuto le carte in mano e sia arrivato fuori tempo massimo nella richiesta della copertura al ministero dell’Economia.
Fatto sta che la lettera del ministro dello Sport di sostegno alla candidatura dei Mondiali di Atletica a Roma, in realtà, è stata il colpo di grazia più che un aiuto.
Tanto che la Fidal si è ritirata e Sebastian Coe, il presidente della federazione internazionale di atletica leggera, ha sentenziato che l’appoggio del governo italiano alla candidatura non offriva “le condizioni minime” per poter essere presa in esame.
Abodi nella lettera demandava la copertura economica al Parlamento
(da Dagoreport)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
POI STRAPARLA DI “INTERFERENZE ITALIANE SUL CASO”… IL PADRE DI ILARIA: “MIA FIGLIA E’ STATA TORTURATA”… UN MINISTRO INDEGNO DI CALCARE IL SUOLO DI UN PAESE CIVILE, DATEGLI IL FOGLIO DI VIA INVECE CHE RICEVERLO CON TUTTI GLI ONORI: TORNA DAI TUOI AMICI NEONAZISTI
“È sorprendente che dall’Italia si cerchi di interferire in un caso
giudiziario ungherese. Spero che Ilaria Salis riceva la meritata punizione in Ungheria”. Il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjartó, secondo quanto riportato su X da Zoltan Kovacs, portavoce del governo ungherese, interviene per la prima volta in maniera netta sul caso dell’antifascista militante di Monza che da più di un anno è detenuta nel carcere di massima sicurezza di Budapest.
Dichiarazioni allucinanti che piombano proprio mentre, per Ilaria Salis, si erano aperti spiragli per una trasformazione della misura cautelare dal carcere ai domiciliari a Budapest nella prossima udienza del 28 marzo. E per un successivo trasferimento in Italia, sempre ai domiciliari, grazie a una convenzione quadro della Ue del 2009 che sancisce il reciproco riconoscimento delle misure cautelari tra i Paesi membri dell’Unione europea.
E invece, durante una visita a Roma con un incontro fissato anche con il suo omologo italiano Antonio Tajani, il ministro ungherese ha fatto sapere che la “signora Salis è stata presentata come una martire in Italia, una cosa che nulla ha a che fare con la realtà” perché “è venuta in Ungheria con un chiaro piano di attaccare persone innocenti nelle strade”. Non si tratta, secondo il ministro, “di crimini commessi per capriccio ma di atti ben pensati e pianificati. Hanno quasi ucciso delle persone in Ungheria, e ora lei viene raffigurata come una martire”.
L’accusa per Salis, formulata dalla procura di Budapest, è di lesioni aggravate nei confronti di tre neonazisti. Lesioni che secondo la procura ungherese sarebbero state potenzialmente mortali, eppure guaribili con una prognosi tra 5 e 8 giorni.
“Spero sinceramente che questa signora riceva la meritata punizione in Ungheria”, ha concluso il ministro
L’antifascista italiana rischia una condanna fino a 24 anni. La procura aveva proposto per lei una pena di 11 anni in cambio di un’ammissione di colpevolezza. Una sorta di patteggiamento che Salis ha sempre rifiutato.
Dal canto suo il ministro Tajani fa sapere in serata di aver ribadito “l’attenzione con cui il governo segue il caso” e “ha consegnato al ministro ungherese un nuovo, dettagliato promemoria sulle condizioni detentive della connazionale, evidenziando la necessità di un giusto processo e dell’assicurare la dignità e i diritti fondamentali detenuta”.
“Nessuna volontà di interferenza – spiega il ministro – ma la chiara intenzione di far pressione per verificare che le condizioni di detenzione rispettino le normative europee che richiamano alla tutela dei diritti umani”. “Ed è quanto il governo italiano – aggiunge Tajani – continuerà a fare in questo come in altri casi simili”.
La rabbia del padre di Ilaria Salis
Su tutte le furie Roberto Salis, il padre di Ilaria, stasera alla fiaccolata a Milano per la figlia: “Dobbiamo chiedere al ministro ungherese cosa intende per ‘martire’, se intende una persona torturata per 35 giorni certo Ilaria è una martire. L’ambasciatore mi aveva assicurato che l’incontro era stato positivo – ha ironizzato Salis – pensa se mi avesse detto che era andato male…Sono molto perplesso dall’esito dell’incontro tra i due ministri degli Esteri di oggi. Il ministro Tajani ha i miei riferimenti se mi vuole comunicare qualcosa”.
“Ce li siamo presi noi in Europa, ce li abbiamo e dobbiamo conviverci”, ha aggiunto Salis.
Le reazioni dall’Italia
Prima che il ministro degli Esteri italiano parlasse le opposizioni si sono scatenate. Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra italiana, commenta: “Mi auguro che Tajani faccia sapere agli amici ungheresi di Meloni e Salvini che chiedere il rispetto dei diritti civili umani non vuol dire interferenza. Se poi il governo Orbán è allergico alle regole del vivere civile, può sempre uscire dalla Ue in cui indegnamente siede”.
Dal Pd, Lia Quartapelle attacca: “Concordava con l’espulsione del partito di Orbán dal Ppe e ora si fa rimbrottare da un suo ministro. Da Tajani una profonda involuzione”.
Mentre il senatore Alfredo Bazoli, vicepresidente del gruppo Pd, dice alla maggioranza: “Gli amici italiano di Orbán spieghi a Szijjarto che per la nostra cultura garantista è inaccettabile sentire un ministro che si permette di auspicare la condanna di una persona in attesa di giudizio, interferendo pesantemente con l’autonomia della magistratura del suo paese”. A proposito di ingerenze.
(da La Repubblica)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
L’ANALISI DELL’ISTITUTO CATTANEO DEI RISULTATI DELLE ELEZIONI IN SARDEGNA
A Cagliari “più di un terzo degli elettori leghisti hanno votato per Alessandra Todde”. Questa la stima contenuta nell’analisi dell’istituto Cattaneo sui risultati delle ultime regionali in Sardegna.
Lo studio definisce, invece, “marginale” a Sassari “la quota di elettori leghisti che hanno defezionato”. Se a Cagliari si stima che sul 3,6% dei voti incassati dalla lista della Lega, l’1,5% sia andato a sostenere Todde presidente (e il 2,1% Paolo Truzzu), a Sassari la percentuale per Todde – sul 2,6% alla lista – scende allo 0,3%.
L’istituto premette che i dati raccolti “non consentono di rispondere in maniera definitiva al quesito riguardo al peso dei ‘tradimenti’ di cui, secondo una congettura diffusa, sono indiziati gli elettori della Lega”. Quindi rimarca che “risulterebbe improprio addebitare” la responsabilità della sconfitta di Truzzu “ai soli voti leghisti ‘dissenzienti.
L’analisi rivela che sia a Sassari sia a Cagliari ci sono stati apporti alla candidata del centrosinistra di dimensioni nel complesso pari o superiori provenienti anche dagli elettorati di altri partiti del centrodestra”.
Todde, infatti, emerge come “l’unica candidata che intercetta trasversalmente voti provenienti da elettori delle liste di altre coalizioni. Ottiene voti sia da elettori del ‘terzo polo’ guidato da Renato Soru sia dagli elettori di partiti di centrodestra”.
La conclusione è che il risultato sardo, nella sua conclusione inattesa, “è principalmente dovuto alle caratteristiche intraviste dagli elettori nei due principali candidati, e soprattutto dalla capacità attrattiva personale della neo-presidente, potenziata dalla forte intesa e dal convinto sostegno del Pd sardo”.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
“MIO MARITO NON POTRA’ VEDERE COME SARA’ BELLA LA RUSSIA DEL FUTURO, MA IO CERCHERO’ DI REALIZZARE IL SUO SOGNO”
Gentile Signora Presidente, gentili signore e signori. Grazie per
l’opportunità di essere qui oggi.
Dopo che Putin ha tentato di uccidere Alexei per la prima volta, abbiamo vissuto per diversi mesi nel sud della Germania. Alexei si stava riprendendo dall’avvelenamento, imparando di nuovo a camminare e scrivere. Abbiamo camminato molto, a volte facendo brevi viaggi. In uno di questi viaggi siamo andati a Strasburgo con i bambini. È una delle città preferite mie e di Alexei. Ci siamo stati più volte insieme e poi, tre anni fa, abbiamo deciso di mostrarglielo.
Ora mio marito è morto. Sono tornata a Strasburgo, ma non sono più in giro con la mia famiglia. Sono qui e mi rivolgo a voi e, tramite voi, all’Europa intera.
Pensavo che nei dodici giorni trascorsi dalla morte di Alexei avrei avuto il tempo di prepararmi per questo discorso. Ma prima abbiamo passato una settimana a recuperare il corpo di Alexei e ad organizzare un funerale. Poi ho scelto il cimitero e la bara. Il funerale avrà luogo domani e non so ancora se sarà pacifico o se la polizia arresterà coloro che sono venuti a salutare Alessio.
Tuttavia, sono qui ora perché i vostri elettori hanno una domanda importante. Loro ve lo chiedono e voi lo chiedete a me. La domanda è: “Come posso aiutarvi nella vostra lotta?”.
Sabato scorso sono trascorsi due anni da quando Putin ha iniziato una guerra su vasta scala contro l’Ucraina. Una guerra brutale e subdola. Il mondo intero è corso in aiuto dell’Ucraina. Ma sono passati due anni, c’è molta stanchezza, molto sangue, molta delusione, e Putin non è andato da nessuna parte. Tutto è già stato utilizzato: armi, denaro, sanzioni… Niente funziona. E il peggio è successo: tutti si sono abituati alla guerra. Qua e là la gente cominciava a dire: “Beh, con lui bisognerà comunque mettersi d’accordo…”
E poi Putin ha ucciso mio marito, Alexei Navalny. Su suo ordine, Alexei fu torturato per tre anni: fu fatto morire di fame in una minuscola cella di pietra, tagliato fuori dal mondo esterno e gli furono negate visite, telefonate e persino lettere. E poi lo hanno ucciso. Anche dopo hanno abusato del suo corpo e hanno abusato di sua madre.
Da un lato, l’omicidio pubblico ha dimostrato ancora una volta a tutti che Putin è capace di tutto e che non si può negoziare con lui. Ma d’altra parte, posso anche vedere quanto siano tutti scioccati. Molte persone hanno la sensazione che Putin non possa essere sconfitto affatto. E in questa disperazione ora mi chiedono: come posso aiutarti?
E sto pensando a come Alexei risponderebbe a questa domanda. Proverò a risponderti, ma per farlo devo raccontarti un po’ com’era.
Alexei era un inventore. Aveva sempre nuove idee per tutto, ma soprattutto per la politica. Ci sono le elezioni all’inizio di giugno. Molti di voi faranno campagna elettorale, incontrando gli elettori, rilasciando interviste, girando spot pubblicitari. Ora immaginate che tutto ciò sia impossibile. Nessuna stazione televisiva vi farà un’intervista. Nessun denaro al mondo può aiutarvi con uno spot pubblicitario. Tutti gli elettori presenti alle riunioni verranno arrestati insieme al candidato. Benvenuti nella Russia di Putin.
Eppure, Alexei Navalny è riuscito a diventare il politico più famoso del paese. È stato in grado di ispirare milioni di persone con le sue idee. Come ha fatto? Fantasticava e sperimentava sempre. Non ti è permesso andare in TV? Impariamo come realizzare video su YouTube in modo che tutto il paese possa guardarli. Non ti è permesso votare? Puoi elaborare una strategia di voto tattica per togliere seggi al partito al governo. Anche nel gulag di Putin, Alexei è riuscito a trasmettere idee per progetti che avrebbero gettato nel panico il Cremlino. Era l’opposto di tutto ciò che era noioso.
Questa è la risposta alla domanda. Se vuoi davvero sconfiggere Putin, devi diventare un innovatore. E devi smetterla di essere noioso.
Non si può danneggiare Putin con un’altra risoluzione o con un’altra serie di sanzioni che non siano diverse dalle precedenti. Non puoi sconfiggerlo pensando che sia un uomo di principi che ha una morale e delle regole.
Non è così, e Alexei lo ha capito molto tempo fa. Non hai a che fare con un politico ma con un maledetto mafioso. Putin è il leader di una banda criminale organizzata. Ciò include avvelenatori e assassini, ma sono tutti solo burattini. La cosa più importante sono le persone vicine a Putin, i suoi amici, collaboratori e custodi del denaro della mafia.
Tu e tutti noi dovete combattere questa banda criminale. E l’innovazione politica qui sta nell’applicare i metodi di lotta alla criminalità organizzata, non alla competizione politica. Non note diplomatiche, ma indagini sulle macchinazioni finanziarie. Non dichiarazioni di preoccupazione, ma una ricerca di mafiosi nei vostri paesi, di avvocati e finanzieri discreti che aiutano Putin e i suoi amici a nascondere i soldi.
In questa lotta avete alleati affidabili: ci sono decine di milioni di russi che sono contro Putin, contro la guerra, contro il male che porta. Non devi perseguitarli, al contrario, devi lavorare con loro. Con noi.
Putin deve rispondere di ciò che ha fatto al mio Paese. Putin deve rispondere di ciò che ha fatto a un paese vicino e pacifico. E Putin deve rispondere di tutto ciò che ha fatto ad Alexei.
Mio marito non vedrà come sarà la Bella Russia del Futuro, ma noi dobbiamo vederla. E farò del mio meglio per realizzare il suo sogno, che il male cadrà e questo bellissimo futuro arriverà.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
LA VEDOVA DEL DISSIDENTE RUSSO ACCOLTA IN AULA A STRASBURGO DA UNA STANDING OVATION… DEFEZIONI TRA I BANCHI DEI FOGNA SOVRANISTA, I SERVI PREZZOLATI DI PUTIN
È stata accolta con lunghi applausi e una standing ovation Yulia Navalnaya, l’ospite più attesa della plenaria in corso questa settimana a Strasburgo.
La vedova di Alexei Navalny, il dissidente russo morto lo scorso 16 febbraio in circostanze ancora da chiarire, ha parlato per la prima volta dalla scomparsa del marito di fronte agli eurodeputati.
Un discorso toccante, pronunciato in quella stessa aula dove nel 2021 Navalnaya ritirò il premio Sacharov per la libertà di espressione assegnato a suo marito, che al tempo già si trovava in carcere in Russia. «Sono qui oggi perché oggi i vostri elettori hanno una domanda importante: come possiamo aiutarti nella tua lotta?», ha detto Navalnaya rivolgendosi ai parlamentari europei presenti in aula.
«Il funerale di Alexei si svolgerà dopodomani e non so ancora se sarà pacifico o se la polizia arresterà coloro che sono venuti a salutare mio marito», ha aggiunto la vedova del dissidente russo, senza nascondere un velo di preoccupazione.
Nel discorso pronunciato al Parlamento europeo, Navalnaya punta il dito soprattutto contro Vladimir Putin, che «non è un politico qualsiasi ma un mafioso sanguinario che è stato messo a capo di una banda di criminalità organizzata».
La vedova del dissidente russo poi aggiunge: «Per sconfiggere Putin bisogna essere innovativi. Non bastano una risoluzione o un altro pacchetto di sanzioni uguale a quelli precedenti». Poi si arriva al capitolo della guerra in Ucraina, che secondo Navalnaya dimostra la spietatezza del regime russo. «Sabato scorso sono passati due anni dalla guerra totale contro l’Ucraina. Una guerra vile e brutale, in cui Putin non è riuscito a raggiungere il suo obiettivo». E a proposito della via d’uscita dal conflitto, la vedova di Alexei Navalny sembra avere le idee molto chiare: «Non si può negoziare con lui, deve rispondere per tutto ciò che ha fatto ad Alexei», ha scandito Navalnaya, strappando l’applauso dei parlamentari europei.
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
“BENE L’APERTURA DI CALENDA”… “TROVARE CONVERGENZE SENZA PERDERE COERENZA”
La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein si è concessa
un “bella ciao” per festeggiare la vittoria di Alessandra Todde in Sardegna.
E oggi in un’intervista a Repubblica dice che dall’isola «è arrivato un bel segnale: è la nostra prima reconquista e non sarà l’ultima, questo è il mio messaggio per Giorgia Meloni».
Mentre la prossima tappa è la sfida in Abruzzo «dove il centrosinistra stavolta al completo ci può regalare un’altra sorpresa. Ma anche la costruzione del campo dell’alternativa, a cui lavoro sin dal principio con spirito testardamente unitario. La vittoria di domenica dimostra due cose: che la premier non è imbattibile e che se stiamo insieme tutto diventa possibile». Ma il risultato dimostra soprattutto che «se siamo uniti la destra si può battere.
L’unità e la vittoria
Anche se «la Sardegna non è terra da test nazionali, ha una storia e una sua specificità, però qui è successo qualcosa. Non ha perso solo Truzzu, ha perso la premier che ha imposto con arroganza il suo candidato, sfilandolo a Salvini. Sono sbarcati sull’isola in pompa magna, sicuri di vincere, e hanno preso una sberla micidiale, di cui Meloni deve assumersi la piena responsabilità».
Come? «Restando ostinatamente unitari per costruire un progetto solido sui temi, attorno a candidati credibili. Su alcune grandi questioni abbiamo già cominciato a lavorare insieme: salario minimo, sanità pubblica, salvataggio del Pnrr, congedo paritario, politiche industriali, sulle quali è partito un confronto anche con Calenda. Punti su cui iniziare a delineare la nostra visione di Paese. Trovare convergenze senza perdere la coerenza è possibile e necessario».
(da agenzie)
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Febbraio 28th, 2024 Riccardo Fucile
COSTRUIRE COALIZIONI E’ L’ARTE DELLA POLITICA
C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico sotto lo splendido sole della Sardegna. Per conquistare una carica monocratica, la presidenza della Regione, assegnata in un solo turno elettorale, è decisivo costruire preventivamente una coalizione a sostegno della candidatura prescelta.
Ferme restando le loro personali preferenze politiche, gli elettori rispondono valutando l’offerta dei partiti, della coalizione, della candidatura, in parte dei programmi e della capacità di governare. La vittoria di Alessandra Todde in Sardegna è il prodotto virtuoso di questo pacchetto di elementi. La grande soddisfazione di dirigenti e attivisti dello schieramento del centro-sinistra che ha vinto è comprensibile (e da me, per quel che conta, condivisibile).
Procedere a generalizzazioni assolutistiche, «la sinistra unita non sarà mai sconfitta» («il governo Meloni è indebolito») e proiettare automaticamente la possibilità/probabilità di un esito sardo anche sulle altre elezioni regionali e sulla elezione dell’Europarlamento (che è tutta un’altra storia) è esagerato, sbagliato, rischia di risultare controproducente.
ALLEANZE LOCALI E NAZIONALI
Ciascuna regione, a cominciare dall’Abruzzo, la prima a votare prossimamente, ha le sue peculiarità di storia politico-partitica, di governo, di problematiche socio-economiche. Se la lezione generale è che le coalizioni si costruiscono di volta in volta, saranno i dirigenti politici di quella regione a decidere se, come, con chi, attorno a quale candidatura costruire un’alleanza.
La buona notizia, non so quanto importante per l’Abruzzo, è che Calenda ha twittato che l’esito sardo «è una lezione di cui terremo conto». Traduzione “correre” come polo autonomo è perdente. Aggiungo che rischia sempre di fare perdere il polo più affine (ma qualcuno proprio quelle sconfitte vuole produrre).
Stare insieme in coalizioni elettorali che possono diventare di governo porta ad una più approfondita condivisione di obiettivi, di preferenze, di soluzioni programmatiche. Il discorso sui valori è, naturalmente, molto più complesso. Parte dalla Costituzione e porta all’Europa, tema che riguarda anche i governi regionali. Rimarranno sempre differenze programmatiche e politiche nella schieramento di centro-sinistra.
Meglio non esaltarle e neppure seppellirle additando le profonde divisioni esistenti nel centro-destra. Infatti, quei partiti e i loro dirigenti sembrano avere maggiore consapevolezza del fatto che, separati e divisi, perdono e che il potere è un collante gradevolissimo, generosissimo. Inoltre, i loro elettorati sembrano socialmente più omogenei. Alla eterogeneità e diversità, sociale e, forse, più ancora culturale, dei rispettivi elettorati di riferimento, non basta che i dirigenti del centro-sinistra esaltino le differenze come risorse. Debbono ricomporle attorno a obiettivi e a candidature comuni il più rappresentative possibili.
LA PROSPETTIVA EUROPEA
Le elezioni per il Parlamento europeo, poiché si vota con una legge proporzionale con clausola di esclusione del 4 per cento, suggeriscono due comportamenti. Primo, evitare la frammentazione nel e del centro-sinistra. Secondo, poiché i partiti, a cominciare dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle, giustamente vogliono misurare il loro consenso correndo separatamente, dovrebbero evitare di scegliersi come bersagli reciproci.
La sfida è delineare una visione per l’Unione Europea dei prossimi cinque anni, non criticare la visione dei propri alleati nazionali. La critica va indirizzata agli opportunismi, alle contraddizioni, ai patetici resti di sovranismo provinciale, dello stivale, dei tre partiti del centro-destra.
L’obiettivo di fondo non è la mission al momento impossibile di fare cadere il governo e sostituirlo, ma di dimostrare che esiste un’alternativa di centro-sinistra all’altezza della sfida. Adelante con juicio.
(da editorialedomani.it)
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