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NETANYAHU SCARICATO DAGLI ISRAELIANI: IL SONDAGGIO CHE BOCCIA LA GESTIONE DELLA GUERRA

Febbraio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

LE POSIZIONI ESTREMISTE DEL CRIMINALE DI GUERRA AL PARI DI HAMAS NON FAVORISCONO LA SOLUZIONE DELLA CRISI

Secondo un sondaggio diffuso dall’emittente israeliana Channel 13, la maggior parte degli israeliani non ha fiducia nel premier Benjamin Netanyahu, mentre l’opinione pubblica è spaccata sul modo in cui il capo del governo di Tel Aviv sta gestendo la guerra contro Hamas dopo l’attacco del 7 ottobre.
Alla domanda «Pensa che la guerra stia procedendo nella direzione giusta?», il 40% degli intervistati ha riposto «sì», così come chi ha risposto «no».
Gli israeliani si dicono in netta maggioranza contrari all’interruzione degli aiuti umanitari a Gaza: il 70% dice che gli aiuti non devono essere fermati, mentre solo il 20% è d’accordo con il fermarli.
Sui singoli membri del governo, il 58% ha risposto che non ha fiducia nel premier Netanyahu, contro il 30% che continua a sostenerlo. Contrario poi il 49% alla prospettiva delle dimissioni per il ministro Benny Gantz, che secondo il 24% invece dovrebbe lasciare l’incarico. L’opinione pubblica israeliana si dice infine contraria all’ipotesi di nuovi insediamenti nella Striscia di Gaza: il 51% ha risposto no, mentre il 31% si dice favorevole.
(da agenzie)

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IL PROF. ALESSANDRO BARBERO: “I CENTRI SOCIALI SONO UNA RICCHEZZA”

Febbraio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

IL CASO ASKATASUNA DI TORINO… “FORSE SPAVENTANO QUALCUNO MA FAVORISCONO L’INCONTRO TRA PENSIERI DIVERSI”

A Torino il comune ha un piano per trasformare il centro sociale Askatasuna in biblioteca, area studio e servizi per le fasce deboli. Il piano prevede il rilascio spontaneo della sede. La palazzina di Corso Regina Margherita è occupata dal 1996. La trasformazione di Askatasuna in bene comune vede favorevole lo storico Alessandro Barbero, che oggi in un’intervista a La Stampa spiega che i centri sociali «sono una ricchezza delle città italiane». E che il compito della politica è «promuovere la convivenza tra pensieri diversi».
Barbero, che è andato in pensione a gennaio, dice che vive vicino alla zona e che il centro svolge già attività importanti per il quartiere. Lo storico non nasconde che in Askatasuna vivono anche realtà antagoniste che spesso si sono scontrate con le forze dell’ordine.
Responsabilità individuali
Ma ricorda anche che i reati vanno puniti e le responsabilità sono individuali: «Forse spaventano qualcuno, molta gente non si sognerebbe mai di metterci piede, ma sono una ricchezza delle nostre città: favoriscono incontri tra pensieri diversi, anche distanti tra loro. Promuovere in un centro sociale punti di vista diversi, aprirli alla città, mi sembra un esercizio in perfetta combinazione con l’essenza di una democrazia liberale: la convivenza tra diversità».
Ricorda che l’anno scorso è stato ospite del centro: «Io sono borghese, e sono stato un ragazzino timido e rispettoso delle regole. Forse non è il mio ambiente naturale, ma mi sono trovato a poter chiacchierare con la loro massima disponibilità di fronte a platee enormi di giovani e non giovani, affamati di dialogo e discussione».
(da agenzie)

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FDI E LEGA HANNO VOTATO A FAVORE DELLA RIFORMA DELLA PAC CHE GLI AGRICOLTORI CONTESTANO E IL REDDITO MEDIO DI UN AGRICOLTORE IN OTTO ANNI E’ AUMENTATO DEL 56%, ALTRO CHE LAMENTARSI

Febbraio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

SOVRANISTI IPOCRITI E VOLTAGABBANA COME SEMPRE: ORA DENUNCIANO “LE SCELTE FOLLI” DELL’EUROPA MA NEL 2021 L’HANNO VOTATA AL PARLAMENTO EUROPEO

Giorgia Meloni giovedì ha detto di appartenere a “un partito che in Europa ha votato contro la gran parte delle questioni che oggi giustamente gli agricoltori pongono”. Uno dei bersagli contro cui si scagliano i trattori in collera è la riforma della Politica agricola comune (Pac). Al Parlamento europeo, i deputati di Fratelli d’Italia hanno votato a favore dei tre testi che costituiscono il pilastro della nuova Pac. Anche la Lega di Matteo Salvini, che ha denunciato le “scelte folli” dell’Ue, si è schierata a favore di gran parte della riforma.
La riforma della Politica agricola comune, adottata dal Parlamento europeo nel novembre 2021 ed entrata in vigore nel 2023, ruota attorno a tre testi: l’istituzione dei piani strategici degli stati membri, che ha reso la Pac più nazionale, lasciando ampia flessibilità ai singoli governi sulla sua implementazione; il regolamento sul funzionamento, la gestione e il monitoraggio della Pac; e l’organizzazione comune dei mercati (che comprende etichette, Igp e regimi di qualità).
I deputati di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo hanno approvato tutti e tre i regolamenti. Anche la Lega ha dato il suo “sì” a due dei regolamenti, astenendosi sul terzo.
A votare “no” alla nuova Pac sono stati i Verdi, ma per le ragioni opposte a quelle sostenute oggi dagli agricoltori per contestarla. Per gli ecologisti la riforma non era sufficientemente “green”.
In effetti sia le proposte della Commissione sia i testi finali sono stati fortemente influenzati dalle lobby agricole per preservare il più possibile il settore rurale dai sacrifici legati alla transizione climatica e ambientale. La Coldiretti ha giocato un ruolo centrale nelle posizioni assunte dal governo e dagli eurodeputati italiani. Il 23 novembre 2021, dopo l’adozione definitiva della riforma in Parlamento europeo, l’organizzazione presieduta da Ettore Prandini ha messo da parte la sua retorica contestataria per salutare la riforma. “Dal Parlamento viene un importante riconoscimento del ruolo della Pac, che deve garantire reddito agli agricoltori affinché possano continuare a offrire alimenti sani nelle giuste quantità preservando le risorse naturali e contribuendo alla lotta al cambiamento climatico con più ricerca e innovazione”, ha detto Prandini.
La Pac riformata è solo una delle ragioni (confuse) della collera rurale. Ma i partiti della destra sovranista e dell’estrema destra, che cavalcano la protesta in vista delle elezioni europee, hanno tutti (o quasi) appoggiato la riforma. Dal Rassemblement national di Marine Le Pen ad Alternativa per la Germania, passando per il Fidesz di Viktor Orbán, che mercoledì ha accusato l’Ue di “non prendere sul serio la voce” degli agricoltori. Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione, ha cercato di ascoltare la loro voce correndo ai ripari poco prima che i trattori arrivassero a Bruxelles.
La scorsa settimana ha lanciato il Dialogo strategico sul futuro dell’agricoltura. Martedì, ha messo in pausa i negoziati sull’accordo di libero scambio con il Mercosur. Mercoledì ha annunciato restrizioni alle importazioni di prodotti agricoli dall’Ucraina (cereali, pollame, uova e zucchero) e un’ulteriore proroga all’obbligo di messa a riposo di terreni coltivati. Giovedì ha promesso di ridurre la burocrazia. Il problema per von der Leyen è che le ragioni della protesta sono vaghe e spesso senza fondamento nella realtà: reddito, prezzi bassi, costi elevati, importazioni, carico amministrativo, norme ambientali reali o immaginarie. Non c’è un annuncio “magico” per calmare la collera.
La realtà è diversa da quella raccontata da alcuni agricoltori in rivolta e diffusa dai megafoni populisti.
Il reddito medio per lavoratore agricolo? Tra il 2013 e il 2021 è aumentato del 56 per cento, salendo a 28.800 euro. I prezzi? Nel 2024 sono più bassi del 2022, quando permisero entrate straordinarie al settore per l’impennata dovuta alla guerra della Russia in Ucraina, ma non sono inferiori al 2021.
I costi? Quelli di energia e fertilizzanti si sono riallineati al periodo prebellico, durante il quale gli agricoltori hanno beneficiato di ingenti aiuti di stato.
Le norme del Green deal? Commissione, governi e Parlamento europeo hanno svuotato la legge sul ripristino della natura, bocciato la riduzione dei pesticidi, reintrodotto il glifosato.
Gli odiati accordi di libero scambio? Quelli firmati finora hanno permesso all’Ue di aumentare le esportazioni agricole e registrare surplus commerciali significativi.
La burocrazia della Pac? Con la riforma, “ogni stato membro ha una notevole discrezionalità”, ha ricordato ieri la Commissione: “La progettazione degli schemi di finanziamento e dei controlli è in gran parte nelle loro mani”.
I trattori dovrebbero assediare le capitali nazionali, non Bruxelles. L’Ue riserva all’agricoltura un terzo del suo bilancio: 400 su 1.200 miliardi di euro in sette anni. Ma l’80 per cento dei fondi va al 20 per cento delle aziende agricole più grandi. E’ un’altra contraddizione dei populisti – deputati o organizzazioni – che dicono di difendere gli agricoltori più piccoli e in difficoltà. Hanno votato o promosso la Pac delle élite.
(da Il Foglio)

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RIVOLTA DEI TRATTORI, COSA C’ENTRA LA POLITICA AGRICOLA COMUNE (PAC) DELLA UE E CHI L’HA VOTATA

Febbraio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

I VINCOLI AMBIENTALI INTRODOTTI GIUSTAMENTE CON LA RIFORMA DEL 2021 PER RENDERE L’AGRICOLTURA PU’ SOSTENIBILE

C’è un filo rosso che lega le proteste degli agricoltori che da inizio anno si stanno diffondendo a macchia d’olio in tutta Europa. Si tratta della Pac, la Politica agricola comune, che rappresenta il principale strumento attraverso cui l’Unione europea regola i sussidi destinati al settore. L’ultima riforma della Pac è stata approvata nel 2021 e ha introdotto alcuni obblighi ambientali per rendere l’agricoltura più sostenibile e ridurre la quota di emissioni climalteranti, circa l’11% del totale di gas serra prodotti dai Paesi dell’Unione europea.
Questi nuovi paletti sono vissuti come un vero e proprio fardello da una parte degli agricoltori, che protestano per chiedere limiti meno stringenti e una revisione generale delle regole della Pac.
Il loro malcontento, in Italia così come in altri Paesi europei, è stato cavalcato soprattutto dai partiti di destra, che nell’ultima legislatura si sono opposti a buona parte dei provvedimenti che rientrano nel Green Deal, il pacchetto di misure attraverso cui l’Ue punta a raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050.
La sponda politica della destra
In occasione del Consiglio europeo straordinario a Bruxelles, il leader della Lega Matteo Salvini ha condiviso alcune immagini delle proteste e si è schierato «dalla parte di agricoltori e produttori che si fanno sentire per chiedere lo stop a decisioni ideologiche e lontane dalla realtà».
Sulla stessa linea anche il ministro Francesco Lollobrigida, che ha bollato come «semplicemente folli» le politiche «dell’Unione Europea, avallate dai Governi che ci hanno preceduto» e che usano «la sostenibilità ambientale come una clava». Antonio Tajani, ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia, ha accusato invece Bruxelles di «sacrificare l’uomo e il lavoro in nome del nuovo panteismo» in difesa del clima. La protesta degli agricoltori, insomma, è stata cavalcata dai principali partiti di destra e centrodestra, che ora chiedono di ascoltare le richieste del settore e fare un passo indietro su alcune misure della Pac riconducibili agli obiettivi del Green Deal.
L’attacco di Bonelli
Eppure, secondo Angelo Bonelli, portavoce di Europa Verde, i tre ministri stanno omettendo un pezzo importante della storia. Gli eurodeputati dei partiti che compongono l’attuale maggioranza del governo Meloni, ricorda Bonelli, hanno votato a favore della riforma della Pac del 2021. «Meloni, da leader politica, ha votato tutte le riforme sbagliate dell’Ue, mentre oggi, senza vergogna, afferma di essersi opposta», attacca il portavoce dei Verdi italiani.
Bonelli accusa i partiti di maggioranza di ipocrisia e invita ad ascoltare le richieste degli agricoltori: «Vanno ascoltate le loro ragioni. Quello che troviamo inaccettabile è la strumentalizzazione della destra italiana, che dà la responsabilità di quanto sta accadendo alla transizione ecologica, al Green Deal. È una grande bugia, una grande menzogna».
Il voto sulla Pac del 2021
Sul voto della Pac, Bonelli ha ragione. Scorrendo tra i risultati delle votazioni della seduta dell’Eurocamera del 23 novembre 2021, ci si accorge infatti che i tre atti legati all’approvazione della nuova Pac sono passati grazie a una maggioranza bipartisan, che va dal centrosinistra dei Socialisti & Democratici (S&D) alla destra conservatrice di Identità e Democrazia (Id) e dei Conservatori e Riformisti Europei (Ecr).
L’atto che regola il finanziamento, la gestione e il monitoraggio della Politica agricola comune, per esempio, è stato approvato con 485 voti a favore, 142 contrari e 61 astenuti. Tra chi ha dato luce verde al provvedimento ci sono anche diversi europarlamentari di destra e centrodestra, tra cui: Carlo Fidanza, Sergio Berlato, Nicola Procaccini e Pietro Fiocchi (Fratelli d’Italia), Matteo Adinolfi, Danilo Oscar Lancini, Paolo Borchia, Susanna Ceccardi, Angelo Ciocca, Isabella Tovaglieri, Silvia Sardone (Lega), Silvio Berlusconi, Isabella Adinolfi, Salvatore De Meo (Forza Italia). Assieme a loro ci sono anche diversi eurodeputati di centro e centrosinistra – da Carlo Calenda (leader di Azione) a Pina Picierno e Giuliano Pisapia (Pd) – che però a differenza dei loro colleghi non hanno sposato la crociata anti Green Deal di una parte degli agricoltori. A votare contro la riforma della Pac sono stati soprattutto eurodeputati di The Left e dei Verdi, tra cui gli italiani Ignazio Corrao ed Eleonora Evi.
I lunghi negoziati e il compromesso finale
La vicenda necessita però di un po’ di contesto. Il via libera al testo finale della riforma della Pac è arrivato infatti dopo un negoziato lunghissimo, durato circa due anni. E che alla fine, come spesso succede in questi casi, ha lasciato tutti soddisfatti solo a metà. Centrosinistra e verdi hanno ottenuto, su spinta dell’ex commissario Frans Timmermans, l’inclusione di obiettivi di sostenibilità ambientale all’interno della riforma. Mentre conservatori e popolari sono riusciti a stralciare alcune delle norme considerate troppo stringenti. Il testo finale della Pac, frutto di un compromesso tra i diversi schieramenti, è stato bocciato dai Verdi, costretti a rinunciare a troppi punti a loro cari, ma ha incassato l’appoggio dei conservatori, pur con qualche obiezione. In una nota pubblicata poco dopo il voto in plenaria, Fratelli d’Italia parlava di un risultato «non perfetto sotto il profilo della burocrazia e della semplificazione».
Cosa prevede la Pac
La riforma della Pac approvata nel 2021 stanzia complessivamente 387 miliardi di euro, circa un terzo del totale del bilancio dell’Unione Europea, da distribuire tra il 2023 e il 2027. Una delle principali novità del provvedimento è il meccanismo della «condizionalità sociale». Per accedere agli aiuti comunitari, le aziende agricole sono tenute a rispettare le leggi sul lavoro e contro il caporalato ma devono anche sottostare ad alcuni “paletti” ambientali.
A partire dal 2024, per esempio, chi possiede una superficie superiore a 10 ettari è obbligato a lasciare a riposo almeno il 4% del proprio terreno. Questa misura è stata una delle più contestate dagli agricoltori, che alla fine sono riusciti a convincere la Commissione europea a fare un passo indietro e posticipare al 2025 l’entrata in vigore. In generale, l’ultima versione della Pac è stata agganciata a una serie di obiettivi di sostenibilità ambientale. Il piano Farm to Fork prevede per esempio di riconvertire entro il 2030 almeno il 25% dei terreni coltivati ad agricoltura biologica. Altri dossier relativi alla transizione del settore sono ancora in fase di definizione, a partire dalla proposta per ridurre l’uso di pesticidi o la contestata nature restoration law. Attraverso questi dossier, l’Ue punta ad accompagnare le aziende agricole verso un modello più sostenibile e meno inquinante. Ma tra gli agricoltori restano ancora parecchie perplessità, che finora sembrano essere state intercettate soprattutto dai partiti conservatori.
(da Open)

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VIOLENZA DOMESTICA, I BAMBINI E I GIOVANI CHE DENUNCIANO PER LE MADRI: UN TREND IN CONTINUO AUMENTO

Febbraio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

“SONO VITTIME DUE VOLTE, MA PIU’ CORAGGIOSI DEGLI ADULTI”

Sono sempre di più i bambini e gli adolescenti che denunciano casi di violenza domestica. La Procuratrice del Tribunale dei minori di Torino, Emma Avezzù, riferisce che solo nel suo distretto ci sono almeno un centinaio di casi all’anno in cui il Tribunale interviene in seguito a segnalazioni di giovanissimi. Il più delle volte arrivano dalla scuola, spesso grazie a confidenze rivolte a compagni di classe e insegnanti. Non ci sono dati consolidati sul fenomeno, ma gli ambienti che si trovano a gestire questi casi parlano di un trend in aumento. Maria Carla Gatto, presidente del Tribunale dei Minori di Milano, spiega a La Stampa come questi bambini siano «vittime due volte»: subiscono un ambiente domestico dannoso e non hanno alcuna protezione in casa da nessuna delle due figure genitoriali. Le madri che subiscono violenza domestica, in molti casi, non riescono a chiedere aiuto nemmeno dopo le denunce dei figli, finendo per vivere con i loro aguzzini mentre i giovani vengono allontanati e affidati a comunità protette.
«I giovani denunciano di più»
Il dato positivo che entrambe le procuratrici rilevano è il cambio generazionale: i ragazzi, a loro avviso, sembrano essere più consapevoli e in grado di denunciare rispetto agli adulti. Sono tanti i casi di questo calibro. Il più recente a Torino evidenzia una tragica realtà di violenza domestica, dove un uomo è stato condannato a cinque anni e mezzo di carcere per abusi e maltrattamenti ai danni della moglie, costretta persino a dormire nella cuccia del cane. Il coraggio di uno dei loro figli, di soli 11 anni al momento della denuncia, ha dato il via alle indagini e al processo. Simile il caso di una 16enne di Milano che a luglio ha denunciato in prima persona come lei, la sorella maggiore e la madre subissero botte, minacce e insulti dal padre costantemente ubriaco. La madre, per timore di ritorsioni, ha sempre negato di fronte ai carabinieri, mentre la figlia è stata allontanata e portata in una struttura protetta.
(da agenzie)

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NEGLI ULTIMI 20 GIORNI A MILANO DUE IMMIGRATI SONO FINITI INGIUSTAMENTE IN CELLA PER UNO SCAMBIO DI PERSONA

Febbraio 3rd, 2024 Riccardo Fucile

COLPA DI UNA “DISFUNZIONE” NELL’ABBINAMENTO DEL “CODICE UNIVOCO IDENTIFICATIVO” UTILIZZATO DALLE FORZE DELL’ORDINE PER TUTTI GLI STRANIERI, ERRORI COSTATI QUASI 4 MESI DI CARCERE INGIUSTO A UN BENGALESE E 4 GIORNI A UN CINESE

Dovrebbe essere la massima garanzia teorica contro errori di identificazione e false generalità: il «Cui-Codice univoco identificativo», stringa alfanumerica assegnata dai reparti scientifici delle forze dell’ordine al fotosegnalamento e alle impronte digitali di uno straniero, e da lì in poi «vangelo» per gli uffici giudiziari che vi si basano per i vari provvedimenti.
Eppure disfunzioni proprio nell’abbinamento del codice non hanno impedito che a Milano, per due volte negli ultimi 20 giorni, due cittadini stranieri assolutamente regolari siano stati arrestati per sbaglio in esecuzione di condanne definitive, al posto dei condannati «giusti» da catturare: scambi di persone con identiche generalità e date di nascita, costati quasi 4 mesi di carcere ingiusto al bangladese, e per fortuna solo 4 giorni al cinese.
È nel ristorante in centro, dove ha un contratto di lavoro fisso, che un 35enne del Bangladesh, con permesso di soggiorno e casa in affitto, il 20 ottobre 2023 non si capacita di essere portato via in forza di un ordine dei pm di fargli scontare 3 anni per rissa aggravata (con morto) nel 2020.
A un legale contattato dalla famiglia dall’altra parte del mondo, Francesca Nosetti, occorre una lunga e farraginosa ricerca a ritroso di documenti per prima risalire al cartellino contenuto nel fascicolo processuale, dove la foto dell’imputato non è quella del suo assistito; poi per ottenere dal Dap-Ministero della Giustizia la risposta che lui (diversamente dal vero condannato) non fosse mai stato prima in carcere 11 mesi in custodia cautelare; e infine poter quindi argomentare il 24 gennaio 2024 alla Procura (che in una manciata d’ore ne ordina a razzo la scarcerazione) quanto può essere successo nell’assenza, allo stato inspiegabile, del codice «Cui».
Liberato, il bangladese ha però intanto perso il lavoro perché il titolare del ristorante e i colleghi, che lo videro arrestare dai carabinieri, forse faticano a credere a una storia in effetti quasi incredibile se non la attestassero le carte
Ancora più pericoloso l’errore di abbinamento di un codice altrui a un 53enne cinese regolare in Italia e in procinto di volare da Malpensa in patria a trovare la famiglia, che il 5 gennaio 2024 resta stordito dall’arresto per scontare 1 anno e 4 mesi per ricettazione di telefonini contraffatti con una società di Milano nel 2013.
Se fa in carcere “solo” 4 giorni lo deve alla sensibilità di un agente di polizia penitenziaria del carcere di Busto Arsizio, G.C., che non fa spallucce di fronte a chi in uno stentato italiano giura di non essere mai stato in vita sua a Milano: allerta subito la polizia di Malpensa, che la sera dell’8 gennaio avvisa l’Ufficio esecuzione della Procura di Milano, dove i pm l’indomani scarcerano l’uomo dopo che la polizia comunica che in effetti il suo permesso di soggiorno risulta rilasciato nel 2016 dalla Questura di Alessandria, anziché (come il suo omonimo e vero condannato tutto diverso in foto) nel 2009 dalla Questura di Milano.
(da agenzie)

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NON ESISTE UNO STRACCIO DI PROVA A SOSTEGNO DELLE ACCUSE CONTRO ILARIA SALIS, ECCO PERCHE’

Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile

DAI FILMATI CHE RIPRENDONO IL PESTAGGIO NON SONO RICONOSCIBILI I VOLTI DEGLI AGGRESSORI (LO ATTESTA ANCHE UN ANTROPOLOGO).IL FERMO E’ AVVENUTO IL GIORNO DOPO… LE AUTORITÀ UNGHERESI ACCUSANO SALIS DI ESSERE AFFILIATA DELLA “BANDA DEL MARTELLO”, GRUPPO TEDESCO MA DAGLI ATTI DELL’INCHIESTA TEDESCA SUL GRUPPO NON RISULTA MAI IL SUO NOME… INIZIALMENTE ACCUSATA DI 4 AGGRESSIONI, POI SONO DIVENTATE DUE PERCHE’ NON ERA NEANCHE IN UNGHERIA… REFERTI MEDICI DI 5 E 8 GIORNI CHE NON GIUSTIFICANO L’ACCUSA, NESSUNA DENUNCIA DELLA PARTE LESA

Nella vicenda di Ilaria Salis, la maestra milanese di 39 anni, detenuta in carcere a Budapest per una presunta aggressione a due neonazisti durante una manifestazione di estrema destra, ci sono diversi punti ancora oscuri. Non esiste, al momento, una prova inconfutabile della sua colpevolezza. Ed è su questo che la difesa della donna sta lavorando.
La detenzione preventiva
A Salis, detenuta preventivamente da quasi un anno nel carcere ungherese della capitale in regime di isolamento, sono stati negati per ben quattro volte gli arresti domiciliari nel Paese di residenza, come chiesto dai suoi difensori ungheresi.
Nella prima udienza a porte aperte del 29 gennaio – quella nella quale mezza Europa l’ha vista ammanettata e portata al guinzaglio da un’agente – i giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere e rinviato al 24 maggio. Prima di quella data, però, i suoi legali italiani e ungheresi potrebbero ripresentare la domanda per i domiciliari in Italia, almeno fino alla sentenza di primo grado.
Le aggressioni postume
Ilaria è ritenuta responsabile di «lesioni con pericolo di morte» ai danni di due neonazisti aggrediti a Budapest, tra il 9 e il 10 febbraio scorso, durante la commemorazione del “Tag der Ehre”, Giorno dell’Onore, quando in Ungheria è permesso celebrare il battaglione nazista che nel ‘45 tentò di impedire l’assedio della città da parte dell’Armata Rossa.
Al momento dell’arresto – non in flagranza di reato – le venivano contestate quattro aggressioni ma le accuse per due di queste sono cadute poiché Salis non si trovava ancora in Ungheria in quei giorni. Salis è in carcere dall’11 febbraio 2023.
Pena sproporzionata
Per le lesioni riportate dai due neonazisti – dichiarate guaribili in 5/8 giorni – rischia fino a 24 anni di carcere. Ma si è sempre dichiarata innocente e per questo ha rifiutato la proposta della Procura di Budapest di patteggiare una condanna a 11 anni. «Sproporzionato – aveva detto il padre – visto che il massimo della pena per l’omicidio volontario è 12 anni».
Il filmato delle polemiche
La Procura ungherese ha acquisito un filmato della sicurezza di un ufficio postale nel quale si vede un gruppo di cinque persone che insegue due manifestanti di estrema destra. Quando i due cadono a terra, i cinque li colpiscono a calci e con un bastone. Nel video, i volti non sono riconoscibili e le vittime non sono mai state in grado di identificare gli aggressori. La stessa perizia dell’antropologo attesta che non è possibile assicurare la persona del video sia effettivamente Ilaria.
Il giallo dell’affiliazione
Oltre alle accuse di aggressione, le autorità ungheresi accusano Salis di essere affiliata della “Banda del Martello”, un gruppo fondato a Lipsia, in Germania, nel 2017 con l’esplicita «finalità di assaltare militanti fascisti o di ideologia nazista». Ilaria ha sempre negato, tramite i suoi avvocati, di farne parte. Come confermerebbe il fatto che dagli atti d’indagine tedeschi sulla banda, il nome di Salis non figuri mai.
(da La Stampa)

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LA NOTIZIA DI ILARIA SALIS IN CATENE ERA STATA DATA DUE MESI FA DALL’ANSA, MA TUTTI SE NE SONO FREGATI. PERCHÉ?

Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile

A FINE NOVEMBRE LA GIORNALISTA FRANCESCA BRUNATI AVEVA RACCONTATO CON DUE LANCI D’AGENZIA LE CONDIZIONI DISUMANE IN CUI È DETENUTA A BUDAPEST LA 39ENNE ITALIANA… ORA LA REPORTER DENUNCIA: “C’È DA FARE UNA SERIA RIFLESSIONE E NON GLI SCOOP. QUI CI SONO IN GIOCO DEI DIRITTI FONDAMENTALI”

La notizia di Ilaria Salis, in catene nelle carceri ungheresi, era nota almeno dalla fine di novembre. Ma ci ha messo due mesi a “esplodere”. Segno che talvolta le cose non contano per se stesse, ma per una serie di altre circostanze. Politiche o mediatiche.
Il 1° febbraio Francesca Brunati, trent’anni di cronaca giudiziaria di Milano, con Giornale, Voce e ora Ansa, ha scritto su Facebook: “Questo post è dedicato a chi si fregia di aver fatto lo scoop e a chi vende esclusive in tv. Qui ci sono in gioco dei diritti fondamentali e una donna dimenticata per mesi da tutti. C’è da fare una seria riflessione e non gli scoop, per altro farlocchi”.
DUE LANCI
Il 29 novembre 2023 Brunati metteva in rete Ansa due lanci, intitolati “Anarchica in cella a Budapest, ‘guinzaglio ai polsi e topi’”. Il primo take cominciava così: “Detenuti al ‘guinzaglio’, obbligo di guardare il muro durante le soste nei corridoi, ‘malnutrizione’, scarafaggi, topi e cimici ‘nelle celle e nei corridoi’, ‘una sola ora di aria al giorno’.
E’ la descrizione delle condizioni carcerarie in Ungheria contenuta in una lettera inviata ai suoi legali milanesi, Eugenio Losco e Mauro Straini, da Ilaria Salis, la militante anarchica milanese arrestata lo scorso febbraio a Budapest per lesioni nei confronti di alcuni esponenti dell’estrema destra durante una contromanifestazione”.
La missiva, 18 pagine scritte a mano, era stata depositata alla Corte d’Appello di Milano dai difensori per chiedere di non dare esecuzione al mandato d’arresto europeo, e quindi al trasferimento in un penitenziario ungherese, di Gabriele Marchesi, indagato assume ad Ilaria Salis e arrestato in Italia. Ilaria Salis denunciava: “Per più di 6 mesi non ho potuto comunicare con la mia famiglia, sono stata costretta a indossare, in occasione dell’interrogatorio, avvenuto senza avvocato, vestiti sporchi, malconci e puzzolenti”.
IGIENE E MALNUTRIZIONE
Oltre alla mancata fornitura, al suo arrivo nel penitenziario, del “pacco con articoli per l’igiene personale” e al carrello che “passa per la colazione e per il pranzo ma non per la cena” che, a suo dire, dimostra un “problema di malnutrizione”, nella missiva, spedita al Consolato d’Italia a Budapest, poi consegnata in copia all’avvocato Losco, si denuncia che i detenuti sono al “guinzaglio”.
Durante la loro traduzione “oltre alle manette qui ti mettono un cinturone di cuoio con una fibbia a cui legano le manette. Anche i piedi sono legati tra loro: intorno alle caviglie – prosegue – mettono due cavigliere di cuoio chiuse con due lucchetti e unite tra loro da una catena lunga circa 25 cm. Poi mettono un’ulteriore manetta a un solo polso, a cui è fissato un guinzaglio di cuoio che all’altezza dell’estremità è tenuto in mano dall’agente della scorta. (…) legata così ho dovuto scendere diversi piani di scale. Si rimane legati così per tutta la durata dell’udienza e sono rimasta così legata anche per tutta la durata dell’esame dell’antropologo”.
La notizia data dall’Ansa era stata preceduta il 24 novembre da un pezzo sul manifesto (“Aggredirono i neonazisti, italiani nei guai in Ungheria”) e lo stesso giorno sull’Unità. Più avanti è arrivata una inchiesta a fumetti di Zerocalcalre su Internazionale (“In fondo al pozzo. Una storia di nazisti, galera e responsabilità”), sono arrivati Fabio Tonacci su la Repubblica prima di Natale e Corrado Formigli a Piazza pulita su La7 a metà gennaio. E pian piano il caso è finito su tutte le prime pagine.
(da Professionereporter)

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SGARBI SE NE VA DA SOLO PRIMA CHE LO PORTINO VIA: “MI DIMETTO DA SOTTOSEGRETARIO”

Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile

POI ATTACCA SANGIULIANO: “HA MANDATO LETTERE ANONIME CONTRO DI ME”

“Mi dimetto con effetto immediato da sottosegretario del governo e lo comunicherò nelle prossime ore alla Meloni”: è quanto ha detto Vittorio Sgarbi, che si trova al centro della bufera al Ministero della Cultura, con le segnalazioni del ministro Gennaro Sangiuliano sui compensi ricevuti dal critico d’arte.
E sullo sfondo c’è anche la vicenda giudiziaria, con l’inchiesta – attualmente in mano alla procura di Macerata – legata al quadro di Rutilio Manetti rubato nel 2013, che ha avuto una deriva mediatica, dopo le urla e gli insulti l’intervista volgari che Sgarbi ha rivolto al giornalista Manuele Bonaccorsi di Report .
L’augurio di morte ritirato
“Ho espresso le mie imprecazioni come fa chiunque”, si è ostinato a rivendicare anche oggi il sottosegretario parlando a margine dell’evento “La Ripartenza” organizzato da Nicola Porro a Milano. A chi gli chiedeva quale fosse, in seguito alla sue reazioni, l’immagine di lui che arriva all’estero, Sgarbi ha risposto: “Dobbiamo chiederlo all’estero. Il sottosegretario non ha rilasciato nessuna intervista quindi quelle erano immagini rubate. E uno nel suo privato può dire quello che vuole”. Quanto agli auguri di morte rivolti ai giornalisti afferma: “Ritiro il mio augurio di morte, mi scuso di averlo pensato e non sono più neanche un sottosegretario. D’ora in avanti augurerò la morte senza essere responsabile di essere sottosegretario. Mi scuso – ha aggiunto – con i giornalisti che si sentono in pericolo di morte, perché ho detto: vorrei che tu morissi. Mi scuso, perché chi l’ha interpretato in una trasmissione che è stata particolarmente cruda, ma che era sostanzialmente una trasmissione con un’intervista non autorizzata, non voluta”, ha osservato. Poi ha aggiunto: “Io – sono solo Vittorio Sgarbi, non sono più sottosegretario” e “non voglio essere sottosegretario”.
Le lettere di Sangiuliano
Lo ha ribadito anche durante l’evento, la sua lecture su Michelangelo ha spiegato che “l’antitrust ha mandato una molto complessa e confusa lettera dicendo di aver accolto due lettere anonime, che ha inviato all’antitrust il ministro della Cultura, in cui c’era scritto che io non posso fare una conferenza da Porro”. Per questo “mi dimetto e lo faccio per voi”, ha specificato.
“È un colpo di teatro, sono due ore che medito se farlo o se non farlo”, ha confidato Sgarbi. La legge “consente che io, attraverso il Tar, indichi quelle cose che ho detto” ossia “che non può essere in conflitto di interessi chi non ha un lavoro, chi non fa l’attore, chi non fa il professore, chi è in pensione come professore e come sovrintendente. Io ho fatto occasionalmente, le occasioni possono anche essere quotidiane, conferenze come questa”.
Questa conferenza, “secondo quello che l’Antitrust mi ha inviato, sarebbe incompatibile, illecita, fuorilegge”. Quindi, “per evitare che tutti voi siate complici di un reato, io parlo da questo momento libero del mio mandato di sottosegretario. Avete comunque un ministro e altri sottosegretari e io riparto” e “da ora in avanti potro andare in tv e fare conferenze”, ha concluso Sgarbi.
(da agenzie)

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