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GIORGIA, FACCE RIDE: LA MELONI SOSTIENE CHE CON LA DESTRA VA AVANTI IL MERITO MA DALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE ALLA SCALA, NELLE NOMINE DI DESTRA PREVALE L’AMICHETTISMO (SE NON LA SORELLANZA E LA FIGLIOLANZA)

Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile

FABIO TAGLIAFERRI, VICINO A ARIANNA MELONI, E’ STATO SCELTO ALLA GUIDA DI ALES, LA SOCIETÀ DEL MINISTERO DELLA CULTURA CHE GESTISCE LE SCUDERIE DEL QUIRINALE… ALVISE CASELLATI, DIRETTORE D’ORCHESTRA E FIGLIO DELLA MINISTRA DELLE RIFORME CASELLATI AVREBBE INCONTRATO IL MINISTRO SANGIULIANO PER DISCUTERE DEL FUTURO VERTICE DELLA SCALA DI MILANO… LA DESTRA SPINGE PER FORTUNATO ORTOMBINA CHE ORA DIRIGE LA FENICE DI VENEZIA

«Basta con l’amichettismo, con noi va avanti il merito», rivendicava solo pochi giorni fa la premier Giorgia Meloni parlando in televisione. Sarà per la prossima volta o quella dopo ancora, visto che al vertice della società in house del ministero della Cultura, la Ales, c’è Fabio Tagliaferri. Un amichettissimo di vecchia data, uomo fidato di Arianna Meloni a Frosinone e dintorni che da ieri è sia amministratore delegato sia presidente della S.p.a. che tra le altre cose gestisce le Scuderie del Quirinale.
Se la militanza di Tagliaferri è stata premiata, presto potrebbe esserlo anche la figliolanza: Alvise Casellati, direttore d’orchestra e figlio della ministra delle Riforme Casellati avrebbe infatti incontrato nei giorni scorsi il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano per discutere del futuro vertice della Scala di Milano. Come raccontato da Repubblica nelle scorse settimane, l’incarico di sovrintendente deve essere rinnovato nel 2025 ma il nuovo nome deve essere indicato un anno prima.
L’ optimum per la destra sarebbe che dopo Dominique Meyer arrivasse Fortunato Ortombina che ora dirige la Fenice di Venezia: qui l’anno scorso ha diretto alcune opere proprio Alvise Casellati che, se l’operazione andasse in porto, avrebbe la strada spianata in direzione Milano.
Tornando a Tagliaferri, per ricostruire la parabola dell’ultimo nominato nella società alle dirette dipendenze del ministero guidato da Sangiuliano, bisogna bussare direttamente a casa Meloni. Più precisamente ad Arianna, sorella d’Italia che ha trovato in Tagliaferri l’uomo giusto per rilanciare il partito a Cassino: lì il nuovo presidente di Ales si è occupato di ricomporre il quadro di Fratelli d’Italia e sistemare il puzzle delle alleanze in vista delle elezioni.
Il suo compito, ha spiegato quando è stato nominato (sempre su spinta di Arianna Meloni) dall’onorevole e coordinatore provinciale del partito Massimo Ruspandini, è «gestire esclusivamente questa fase elettorale che terminerà con le elezioni comunali della primavera prossima». Ed ecco com’è andata: a inizio gennaio Tagliaferri ha presentato una rosa di nomi che poi dovrà essere vagliata al tavolo presieduto da un altro fedelissimo di Meloni (sia Arianna sia Giorgia).
Ovvero il coordinatore di FdI nel Lazio Paolo Trancassini. La questione della solidità della coalizione non sembra esattamente risolta, visto che nella relazione redatta da Tagliaferri si dice semplicemente che Lega e Forza Italia, volendo, potranno anche loro presentare un nome. Non solo Cassino
Nel curriculum da alfiere di FdI c’è anche la qualifica di assessore ai Servizi sociali di Frosinone, Comune in cui Fabio Tagliaferri era già stato titolare dei Lavori pubblici. Dopo che il consiglio di amministrazione di Ales ieri ha approvato la sua nomina, sono arrivate le dimissioni da assessore: baci, abbracci e ringraziamenti dopo «ventisei anni di presenza pressoché ininterrotta tra gli scranni del consiglio comunale della nostra città è arrivato per me il momento del saluto». Il futuro in Ales lo aspetta. Nel suo passato invece c’è anche l’esperienza da autonoleggiatore che risulta sempre nel curriculum e l’impegno nel mondo dei boyscout
(da Repubblica)

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DALLA LOTTIZZAZIONE ALLA “LOLLIZZAZIONE”:IL MINISTRO DELLA SOVRANITÀ ALIMENTARE, FRANCESCO LOLLOBRIGIDA, STA TRASFORMANDO L’AGRICOLTURA ITALIANA NEL SUO ORTICELLO

Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile

I SUOI TRE “LOTTI” SONO CREA, ISMEA E AGEA, CON LA COLDIRETTI COME AIUTO BRACCIANTE: AL CREA STA PER INSEDIARSI ANDREA ROCCHI, ALL’ISMEA L’EX MISSINO LIVIO PROIETTI E IN AGEA FABIO VITALE

Il potere concima chi lo ha. Il ministro Lollobrigida annaffia, Fratelli d’Italia cresce. Siamo andati a vedere le più importanti nomine del ministro dell’Agricoltura nei suoi tre “lotti”, Crea, Ismea, Agea, rispettivamente un ente di ricerca, un istituto per il mercato agricolo, un’agenzia che eroga sussidi, e abbiamo scoperto che la pianta matura rigogliosa, con l’amore e le cure della Coldiretti.
Al Crea, a presiederlo, sta per insediarsi, su proposta del ministro […] Andrea Rocchi, professore della Sapienza, un amico di vanga del ministro della Salute, Schillaci.
All’Ismea, il rastrello lo maneggia adesso Livio Proietti, ex segretario provinciale dell’Msi a Roma, ex deputato di An.
In Agea, c’è invece Fabio Vitale, per cui il ministro stravede tanto da fargli spremere a freddo anche le olive della sua Subiaco. E’ un hortus conclusus. Neppure Giovanni Donzelli può rubare i fichi.
Approfittando degli impegni del ministro Lollobrigida, ieri al Mimit, […] abbiamo sbirciato oltre il recinto. E’ vero che fuori ci sono le proteste dei trattori, ma le rivolte, come ha spiegato il presidente di Coldiretti, Prandini, riguardano soprattutto Francia e Germania, “perché in Italia siamo riusciti ad aumentare la dotazione economica nell’ultima finanziaria. Noi ci dobbiamo concentrare a Bruxelles”.
Trattori a parte, tutto questo consente a Lollobrigida di far crescere la lattuga romana di FdI. Quando il ministro ha nominato Raffaele Borriello suo capo di gabinetto ha scelto il miglior contadino possibile. Borriello è stato capo delle relazioni istituzionali di Coldiretti, ma prima ancora ha ricoperto l’incarico di direttore generale di Ismea, l’ente che in agricoltura offre servizi informativi. Da che mondo è mondo chi lascia si permette di suggerire un possibile sostituto.
Borriello, era il 2021, ha suggerito il nome di Maria Chiara Zaganelli. Ora si sono ritrovati come ai vecchi tempi. In Ismea ne restava però uno che non amava il radicchio di Lollo. Era il presidente Frascarelli. In questi casi il buon agricoltore lavora di innesto. In politica si chiama “commissariamento”.
A luglio l’Ismea è stata commissariata e al posto di Frascarelli è andato Livio Proietti, a 170 mila euro l’anno, ex deputato di An. Dato che adesso la pianta è dritta perché non dare una spruzzata di fitofarmaci, un po’ di denaro per irrobustirla? Chi si occupa di agricoltura nei mesi scorsi è rimasto infatti sorpreso.
All’interno del Milleproroghe, poi bocciato, era stato inserito un emendamento curioso, il 13.013. Riguardava le commissioni uniche nazionali. Sono commissioni che nel mondo agricolo e ittico monitorano le tendenze di mercato, i prezzi.
E’ un servizio assicurato da “Borsa merci telematica italiana” ma nell’emendamento passava a Ismea che veniva dotata, a partire del 2024, di ulteriori 750 mila euro. E’ andata male, ma l’agricoltore è testardo e non si esclude che possa riprovarci. Insieme a Ismea si è commissariato pure il Crea. E’ un ente di ricerca agrario.
Sul commissariamento di entrambi gli enti ci sono perplessità. Tante. In Crea è stato nominato come commissario Mario Pezzotti, che è esterno all’amministrazione pubblica, tanto che il solito vicino d’orto dice: “Ma perdonami, mastro Don Lollualdo, ma non c’era nessuno interno che potevi mandare al posto del presidente che hai sollevato?”.
Pezzotti è un genetista, e il solito vicino si chiede: “Ma mastro Don Lollualdo, se ti serve uno che rimette a posto l’ente, insomma, un economista, perché hai scelto un genetista?”. E infatti il presidente sarà il professore Rocchi, direttore del Centro di ricerca ImpreSapiens. Sono docenti d’area che FdI è riuscita ad agganciare grazie all’ex rettore e oggi ministro Schillaci
Il problema della lottizzazione, in questo caso la “lollizzazione” , è quasi sempre che si ricomincia daccapo. Due mesi prima che il Crea venisse commissariato era stata varata una norma. Veniva istituito un registro dei crediti di carbonio agroforestali, crediti destinati agli agricoltori che riducono CO2. Le linee guida non sono state emanate anche perché chi dovrebbe farlo attende di capire se i frutti li raccoglie un presidente o un altro
All’Agea, questo problema, a dire il vero, non si è verificato. E’ stato nominato, a inizio legislatura, un dirigente come Fabio Vitale, ex Mise, Inps, uno che […] starebbe inondando l’Italia di sussidi. E alla fine non ci sarebbe nulla di inedito, se solo questa destra la smettesse con la storia delle “carte che ora diamo noi”, se solo la smettesse di volere giornalisti che gli dicano “ma quanto siete bravi!”, se solo la smettesse di pensare che una critica, un sorriso di scherno debbano essere lavati con la prepotenza di ricino. Non ci sarebbe nulla di male se solo Meloni e Lollobrigida dicessero: “Cara Schlein, tu non puoi sapere quanto è buono l’amichettismo nostro con le pere”.
/da agenzie)

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IL GOVERNO VERSO LA “ROTTAMAZIONE QUATER”; COME SI RIPERDONANO GLI EVASORI CON L’AGENZIA DELLE ENTRATE

Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile

ALTRA NUOVA SANATORIA PER TUTTI I SOSPESI DEGLI ULTIMI 22 ANNI

La strategia del «fisco amico» non ha limiti, tanto da perdonare pure quelli che, dopo essersi messi d’accordo con lo Stato meno di un anno fa per regolare le tasse non pagate non hanno onorato i patti con l’Agenzia delle entrate.
Governo pronto a varare la sanatoria della sanatoria lanciando una ciambella di salvataggio ai contribuenti «decaduti» della rottamazione quater. La maggioranza lavora infatti a un emendamento al decreto Milleproroghe (attualmente all’esame delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera) per riaprire le porte della sanatoria sulle cartelle con lo sconto su sanzioni, interessi e aggio della riscossione. Un intervento che punta ad andare incontro, come detto, ai decaduti, vale a dire a coloro che avevano presentato la domanda di adesione entro giugno 2023 e poi non hanno rispettato le scadenze di pagamento.
L’ipotesi allo studio, già formalizzata in qualche correttivo parlamentare, è quella di riaprire i termini delle prime due rate, che sono scadute rispettivamente il 31 ottobre e il 30 novembre (anche se per la rottamazione è concessa una soglia di tolleranza di cinque giorni per perfezionare i pagamenti). Termini che, però, avevano già incassato per la verità una mini proroga nel corso della conversione del decreto Anticipi con la possibilità di recuperare entro il 18 dicembre i due appuntamenti saltati.
Occorre ricordare che la Rottamazione quater, dalla quale si stima un gettito di circa 11 miliardi, prevede un versamento unico (privo di interessi) oppure in un numero massimo di 18 rate (5 anni) consecutive, di cui le prime due, con scadenza, come ricordato, il 31 ottobre e il 18 dicembre 2023. Le restanti rate, ripartite nei successivi 4 anni, andranno saldate il 28 febbraio, il 31 maggio, il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2024. La prima e la seconda rata erano pari al 10% della somme complessivamente dovute a titolo di definizione agevolata, le restanti rate invece saranno di pari importo.
Il pagamento rateizzato prevede l’applicazione degli interessi al tasso del 2% annuo, a decorrere dal 1° novembre 2023. Per pagare i moduli allegati alla «Comunicazione delle somme dovute» della definizione agevolata, oltre al servizio «Pago-online», è possibile utilizzare i canali telematici delle banche, di Poste Italiane e di tutti gli altri prestatori di servizi di pagamento aderenti al nodo pago Pa.
In alternativa, è attivo il nuovo servizio di domiciliazione bancaria disponibile nella sezione «definizione agevolata» in area riservata, che consente di attivare o revocare l’addebito diretto delle rate sul conto corrente, anche intestato ad altro soggetto se autorizzato.
La Rottamazione quater riguarda tutti i carichi affidati all’Agente della riscossione nel periodo ricompreso tra il 1°gennaio 2000 e il 30 giugno 2022 inclusi quelli contenuti in cartelle non ancora notificate; interessati da provvedimenti di rateizzazione o di sospensione; già oggetto di una precedente misura agevolativa (la cosiddetta Rottamazione e/o saldo e stralcio), anche se decaduta per il mancato, tardivo, insufficiente versamento di una delle rate del precedente piano di pagamento. Sono invece escluse le somme dovute a titolo di recupero degli aiuti di Stato; crediti derivanti da pronunce di condanna della Corte dei conti; multe, ammende e sanzioni pecuniarie dovute a seguito di provvedimenti e sentenze penali di condanna.
(da agenzie)

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MARIO SECHI E I MAZZIERI SOVRANISTI IN TV

Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile

SEMPRE DEVOTI ALLA CAUSA FILOGOVERNATIVA

Da tempo sono colto dall’irrefrenabile desiderio di spegnere il televisore quando nel salotto serale di Lilli Gruber – Otto e Mezzo – appare il colorito malsano e il volto sfatto di Darth Vader senza maschera. L’ingombrante simulacro inizia a interrompere i presenti e snocciolare argomenti a capocchia, le sue labbra si piegano in una smorfia beffarda, e allora capisco che a invadere lo schermo non è lo scherano dell’impero, bensì niente meno che Mario Sechi.
Ossia il primo dei goalkeepers, i portieri del team presieduto dall’editore Antonio Angelucci, con il mandato di parare qualsivoglia argomentazione critica nei confronti della premier Giorgio Meloni; la puffetta mannara ossessionata dalla ricerca della propria mascolinizzazione.
Compito a cui il direttore di Libero, schierato (a parte un breve innamoramento per Mario Monti, che non denota particolare lungimiranza politica) in permanenza a destra nelle sue variegate colorazioni, ma sempre forcaiole/rissaiole, si dedica con una tale passione che oltrepassa abbondantemente l’impegno professionale.
Tanto da indurre la sensazione che i suoi chicchirichì siano analoghi a quelli del professore Immanuel Rath dell’Angelo Azzurro, pronto a lanciarli in totale sprezzo del ridicolo pur di compiacere la donna fatale Lola Lola. E se nella pièce cinematografica, diretta nel 1930 da Josef von Sternberg, la bella era Marlene Dietrich, ora l’oscuro oggetto del desiderio senile sarebbe Giorgio/a Meloni?
D’altro canto ogni occasione è buona per consentire al Sechi di manifestare la propria devozione. Come lunedì scorso, quando nel talk show di prima serata de La7 si parlava dell’ignobile vicenda della nostra connazionale Ilaria Salis, prigioniera da un anno nelle carceri ungheresi per non si sa bene quale reato, e nel frattempo sottoposta a condizioni sub-umane (dagli incatenamenti alla convivenza con le cimici; una salute sempre più precaria priva di assistenza medica).
E il sosia di Darth Vader si premurava di lanciare la palla nella tribuna negazionista per evitare si ricordasse che il Primo Ministro di un’Ungheria regredita alla barbarie è quel Viktor Orban amicone del/della Meloni (ossia chi se la prende con l’amichettismo altrui).
Un caso di ferocia mediatizzata che fornisce il rimbalzo all’incrudelimento della comunicazione destrorsa; nell’imbarazzante gara relativa tra la Lega salvinizzata e i giannizzeri meloniani.
Gli uni che si inventano video sulle aggressioni della maestra Salis neppure presente e solidarizzano con gli aguzzini ungheresi (“se è ammanettata qualcosa deve aver fatto”), gli altri che scambiano strumentalmente vantaggi elettorali con prese di posizioni le più estemporanee possibili (vedi il cognato ministro Lollobrigida che prova ad ammansire gli agricoltori in sciopero denunciando “fuori di testa” l’Ue di Ursula von der Leyen con cui il suo datore di lavoro e parente, in fregola da accreditamento, va ostentatamente a braccetto).
Difatti quello di Sechi è solo il caso estremo di annichilimento della discussione (a Roma la chiamano “buttarla in caciara”) per silenziare la controparte, senza il minimo interesse per l’annunciato approfondimento. Missione a cui sono precettati un po’ tutti gli esponenti filo-governativi; all’opera per pure e semplici (e pure palesi) azioni di disturbo per bloccare le tesi sgradite. Sempre di più usciti dal bigoncio di Libero: oltre all’inquietante Sechi, la smarrita e sempre in imbarazzo Brunella Bolloli o l’ammiccante Francesco Specchia. Cui – di volta in volta – si aggiungono la tracotanza dell’ex politico finiano passato alla corte di Fratelli d’Italia Italo Bocchino o il maestro del sofisma cavilloso Alessandro Sallusti. Il perfido a tassametro Pietro Senaldi.
Svergognati sempre in tiro, secondo ben precisi ordini di scuderia, a prescindere da eventuali (qualora ci fossero) opinioni personali. Nel caso, da celare accuratamente.
Appunto, gente che va in televisione soltanto per gorgogliare borborigmi che giustifichino l’insindacabilità della parte da cui si riceve il meritato emolumento. E creare un gorgo melmoso in cui precipitare il dibattito pericoloso. Dopo di che avrebbero pure la faccia tosta di pretendere il riconoscimento della propria professionalità. E l’annesso rispetto. Al massimo gli si potrebbe riconoscere il merito di aver confermato il principio tutto italico che la linea più breve per unire due punti argomentativi è l’arabesco.
Si può pure capire l’esigenza della testata di invitare mazzieri di destra nei talk show per assicurare alla trasmissione un’apparenza pluralistica molto politicamente corretta. Ma dato che le cose stanno come stanno, non sarebbe preferibile escludere cagnacci del centrocampo che partecipano solo per abbaiare, fare catenaccio e – alla disperata – creare mischioni? Se non altro per il superiore rispetto verso l’audience.
(da ilfattoquotidiano.it)

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LA LETTERA DI OLTRE 800 DIPLOMATICI EUROPEI E AMERICANI CONTRO IL GOVERNO DI ISRAELE: “GRAVI VIOLAZIONI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE”

Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile

“A GAZA UNA DELLE PIU’ GRANDI CATASTROFI UMANITARIE”

Oltre 800 tra diplomatici e funzionari americani ed europei hanno sottoscritto un documento in cui accusano il governo di Israele di «gravi violazioni del diritto internazionale» nell’ambito della risposta militare contro la Striscia di Gaza all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Chiedono una reazione più decisa degli Stati altrimenti, scrivono in un testo visionato fra gli altri dalla Bbc, c’è «il rischio di rendersi complici di una delle più gravi catastrofi umanitarie del secolo» con scenari di «pulizia etnica e genocidio». Uno dei firmatari della dichiarazione, un funzionario del governo americano con più di 25 anni di esperienza ha dichiarato alla BBC le sue preoccupazioni. «Le voci di coloro che comprendono la regione e le dinamiche non sono state ascoltate», spiega. «Quello che è veramente diverso qui è che non stiamo fallendo nel prevenire qualcosa, siamo attivamente complici. Questo è fondamentalmente diverso da qualsiasi altra situazione che io ricordi», ha aggiunto, parlando in anonimato. La dichiarazione è firmata da funzionari pubblici di Stati Uniti e 11 paesi europei tra cui Regno Unito, Francia e Germania.
Cosa c’è scritto nella dichiarazione di USA e ben 11 paesi europei
Nella dichiarazione si accusa Israele di non aver «nessun limite» nelle sue operazioni militari «che hanno provocato decine di migliaia di morti civili prevenibili; e… il blocco deliberato degli aiuti… mettendo migliaia di civili a rischio di fame e morte». «Esiste il rischio plausibile che le politiche dei nostri governi stiano contribuendo a gravi violazioni del diritto internazionale, crimini di guerra e persino pulizia etnica o genocidio», si sottolinea nel documento. Le identità di coloro che hanno firmato o approvato la dichiarazione non sono state rese pubbliche e la BBC non ha visto un elenco di nomi, ma risulta che quasi la metà sono funzionari firmatari ha almeno un decennio di esperienza governativa alle spalle. Un coordinamento senza precedenti. «È unica nella mia esperienza di politica estera negli ultimi 40 anni», ha dichiarato alla emittente Robert Ford, ex ambasciatore americano in Algeria e Siria.
(da agenzie)

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POVERTA’ E DISAGIO SOCIALE: L’ARGENTINA E’ UNA PENTOLA A PRESSIONE: LE RIFORME ANNUNCIATE DAL PRESIDENTE ULTRALIBERISTA JAVIER MILEI, TRA PRIVATIZZAZIONI E RIDUZIONE DELLA SPESA, ACCENDONO LA RABBIA NEL PAESE

Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile

SCATTANO LE PROTESTE NEI SUPERMERCATI PER IL TAGLIO AGLI AIUTI ALIMENTARI, SI VA VERSO UN AUMENTO FINO AL 200% PER LE BOLLETTE ELETTRICHE, NEL PAESE SI REGISTRANO NUMEROSI BLACK OUT E INCIDENTI TRA LE FORZE DELL’ORDINE E I MANIFESTANTI CHE PROTESTANO

Dopo la sospensione decisa ieri sera, è ripresa la sessione della Camera dei deputati in Argentina per l’esame della legge Omnibus presentata dal governo che, per ottenere il voto favorevole da parte di gruppi del centro-destra disposti al dialogo, ha accettato numerose modifiche ed una forte riduzione degli articoli da oltre 600 a 385.
§A partire delle 12 (le 16 italiane), dopo gli interventi straordinari di vari deputati dell’opposizione, sono previste le dichiarazioni di 140 deputati, per cui è prevedibile che la discussione si trasformi in una nuova maratona di numerose ore, al termine della quale si dovrebbe approvare la legge in generale, per poterla poi esaminare successivamente articolo per articolo.
Nonostante la sospensione, sono continuati i contatti fra gli emissari del presidente ultraliberale argentino Javier Milei con i rappresentanti de PRO di Mauricio Macri, dei radicali (Ucr), di Hacemos Coalición Federal e di Innovación Federal, per rimuovere gli ultimi punti di divergenza, soprattutto per quanto riguarda le privatizzazioni e il numero di deleghe legislative assegnate all’esecutivo. Intanto partiti di sinistra, sindacati e movimenti sociali, culturali, ambientali e a favore dei diritti umani, sono tornati, come avvenuto ieri con forti tensioni con le forze dell’ordine, a concentrarsi davanti alla sede del Parlamento manifestando la loro opposizione alle riforme liberalizzatrici propugnate da Milei.
Mentre Buenos Aires è attraversata da una forte tensione politica col dibattito sulla legge Omnibus al Congresso, da un’intensa ondata di calore e numerosi black out, l’Unione dei lavoratori dell’economia popolare (Utep) si è mobilitata contro il ministero del Capitale umano guidato da Sandra Pettovello, denunciando il “taglio degli aiuti alimentari” alle mense.
La protesta dell’organizzazione sociale è arrivata di fronte ai supermercati in vari punti del Paese, con cortei e slogan (“Non si gioca con la fame dei bambini” tra i più ricorrenti), nel quadro dell’iniziativa “Pentole vuote”. Le organizzazioni hanno protestato anche sotto il ministero, e Pettovello le ha raggiunte all’ingresso, per avvertire che è disposta ad “occuparsi degli affamati”, ma “non dei leader” delle organizzazioni.
Il governo dell’Argentina applicherà aumenti di oltre il 200% sulle bollette elettriche e del 150% su quelle del gas a partire da febbraio, a cui si aggiungeranno aggiornamenti mensili. E’ quanto si apprende dal rapporto pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) dopo la revisione dell’accordo che ha concesso ieri ulteriori 4,7 miliardi di dollari in prestito a Buenos Aires. In cambio degli stanziamenti infatti, Buenos Aires si è impegnata a ridurre i sussidi energetici in modo che non superino lo 0,5% del Pil. Nell’ambito dell’accordo il governo – d’intesa con il Fondo – ha confermato che sarà a breve rimosso il ‘cepo’ cambiario, meccanismo che restringe l’accesso alle valute straniere in vigore dal 2011. Le restrizioni hanno come obiettivo principale quello di controllare l’uscita di denaro dal Paese e evitare le speculazioni con il dollaro.
A Buenos Aires si registrano nuove tensioni tra le forze dell’ordine e i manifestanti che protestano contro la legge Omnibus, bloccando la strada in prossimità del Congresso, nel secondo giorno di discussione del progetto di legge. Secondo la stampa locale ci sono almeno un ferito ed una persona fermata.
Le forze di sinistra nel corso del dibattito alla camera dei Deputati chiedono un intervallo per capire cosa stia accadendo fuori dal Parlamento. Le tensioni si registrano nel quadro del protocollo di sicurezza per eliminare i blocchi stradali. Come negli incidenti di ieri, la polizia ha fatto ricorso al gas lacrimogeno.
Al Congresso a Buenos Aires le opposizioni di sinistra hanno chiesto un intervallo fino alle 21 durante la discussione della legge Omnibus per gli incidenti tra manifestanti e polizia fuori dal Parlamento. La pausa non è stata concessa e in molti hanno lasciato l’aula, per tornare poco più tardi.
Gli incidenti tra le forze dell’ordine e i manifestanti che protestano contro la legge Omnibus fuori dal Congresso argentino a Buenos Aires sono iniziati quando la polizia ha insistito per far rispettare il protocollo anti-picchettaggio che vieta l’interruzione della circolazione stradale. Si sono registrati scontri tra i militanti e la polizia, che ha usato proiettili di gomma, gas lacrimogeni, idranti e manganelli per indurre i manifestanti a spostarsi sulla piazza o sul marciapiede.
(da agenzie)

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SE NON ESISTESSE L’EUROPA CHE LI SOSTIENE E LI FINANZIA, GLI AGRICOLTORI NON ESISTEREBBERO: SEMPRE PRONTI A ROMPERE LE PALLE, NONOSTANTE INCASSINO IL 25% DEL BILANCIO COMUNITARIO (55 MILIARDI L’ANNO DI SUSSIDI)

Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile

BRUXELLES PENALIZZA LE IMPORTAZIONI PROVENIENTI DAI PAESI TERZI, CREANDO COSÌ UN MERCATO ARTIFICIALE CHE NON È A COSTO ZERO PER I CONSUMATORI

Gli agricoltori che ieri hanno occupato e devastato Bruxelles, e che da giorni assediano le città d’Europa, sono spinti da difficoltà reali . Essi incolpano di queste difficoltà l’Europa fingendo di dimenticare che, se non esistesse l’Europa che da oltre mezzo secolo li sostiene e li finanzia con i soldi dei contribuenti, probabilmente non esisterebbero neppure loro. Ma il problema va ben oltre la lista dei torti e delle ragioni . È ormai divenuto un enorme problema politico e, allo stesso tempo, culturale.
La politica agricola europea (Pac) assorbiva fino a qualche tempo fa il cinquanta per cento del bilancio comunitario. Oggi questa percentuale è scesa al 25 per cento ma, in cifra assoluta, gli stanziamenti a favore dell’agricoltura non sono calati di molto e si collocano attorno ai 55 miliardi di euro all’anno.
Il dato, però, è ingannevole. Infatti la tutela che l’Europa offre agli agricoltori si manifesta soprattutto nei forti dazi doganali con cui Bruxelles penalizza le importazioni provenienti dai Paesi terzi, molto più competitive, creando così un mercato artificiale che tiene in vita l’Europa verde.
Una simile politica commerciale non è, evidentemente, a costo zero sia per i consumatori, che pagano più cari i prodotti, sia per le ambizioni politiche della Ue. Gli accordi di libero scambio con l’America latina, per esempio, che aprirebbero all’industria europea un mercato enorme, sono bloccati dall’impossibilità di dare libero accesso alle carni e ai cereali prodotti in Brasile e Argentina per non mettere fuori gioco la nostra agricoltura.
La questione agricola è stata di inciampo anche nel fallito negoziato commerciale con gli Stati Uniti. E quando la Ue, per solidarietà, ha abolito i dazi sul grano ucraino a buon mercato, i contadini di Polonia, Ungheria e Romania sono insorti bloccando coi trattori le frontiere e costringendo Bruxelles a una parziale marcia indietro.
A fronte di sovvenzioni che assorbono il 25 per cento del bilancio comunitario, il settore agricolo rappresenta l’1,4 per cento del Pil europeo. E produce il 10,5 per cento del gas a effetto serra emesso in tutta la Ue.
Nel 2022 il Pil dell’Europa verde è stato di 220 miliardi, di cui circa un quarto sono fondi comunitari. Secondo le cifre della Commissione europea, il reddito pro capite degli addetti all’agricoltura in Europa è cresciuto nel 2022 dell’11 per cento. Rispetto al 2015, l’aumento è stato del 44 per cento.
Ovviamente ci sono molte buone ragioni che hanno fatto degli agricoltori europei una categoria altamente protetta.
La prima è la manutenzione del territorio, Un’altra ottima ragione è quella di evitare il totale spopolamento delle campagne e un eccessivo inurbamento della popolazione. Infine la preoccupazione di mantenere una «sovranità alimentare», cioè di riuscire a produrre abbastanza cibo per sfamare la popolazione
Un altro aspetto positivo della sovranità alimentare è la possibilità di accedere a prodotti che rispettino norme qualitative, igieniche e sanitarie che gli europei si sono liberamente e sovranamente dati: niente carne agli ormoni, niente polli lavati in candeggina, limiti all’uso di pesticidi e diserbanti e anche alla produzione di cibo geneticamente modificato.
Ma storicamente un altro e determinante motivo per cui l’Europa ha strenuamente deciso di sovvenzionare i propri agricoltori è essenzialmente politico. Questi, infatti, per oltre sessant’anni, hanno costituito il principale serbatoio elettorale del voto moderato, tradizionalmente monopolizzato dai partiti popolari e democristiani.
Le campagne hanno fatto da contrappeso al voto socialmente più progressista degli agglomerati urbani. Il risultato è stato la lunga, antagonistica ma fruttuosa cooperazione tra Popolari e Socialisti che ha governato l’Europa, e la maggior parte dei suoi Stati nazionali, nell’ultimo mezzo secolo.
Oggi, però, questo dato politico sta rapidamente cambiando. Il popolo dei trattori contesta l’Europa perché si rende conto che una realtà globale e globalizzata come la Ue non potrà difendere per sempre tutti i privilegi che finora ha garantito. Si genera così l’idea, totalmente illusoria, che solo gli stati nazione possano offrire le tutele corporative
Nasce da questo corto-circuito ideologico l’alleanza tra il mondo rurale e le forze della destra populista e sovranista. Ciò pone i partiti tradizionali di fronte ad un dilemma. Possono cercare di recuperare il consenso di quella frangia della popolazione pagando un prezzo economico e politico sempre più alto. Oppure possono voltarle le spalle contando che il progresso selezionerà i pochi in grado di continuare a produrre con profitto
Non sarà comunque una scelta facile, né indolore.
(da La Repubblica)

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TAJANI DICE CHE SALVINI SUL CASO DI ILARIA SALIS DOVREBBE STARE ZITTO

Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile

“PIU’ SI PARLA E PIU’ LA SI DANNEGGIA, MI RIFERISCO ANCHE A SALVINI”… INFATTI LO SCOPO DEI SEDICENTI “PATRIOTI” E’ QUELLO, PROTEGGERE I REGIMI ILLIBERALI E FREGARSENE DELLE VITTIME  ITALIANE

Per arrivare a riportare Ilaria Salis in Italia, più si sta zitti e meglio è. È questo il senso delle dichiarazioni del ministro degli Esteri e leader di Forza Italia Antonio Tajani in un colloquio riportato dal Fatto quotidiano: “Chiedo a tutti di fare silenzio e di parlare il meno possibile di questa questione”.
Tajani ha confermato che si riferisce anche a Matteo Salvini, leader leghista che negli ultimi giorni ha attaccato Salis più volte: “Salvini commette un errore. Si sta politicizzando una questione che non va politicizzata”.
La 39enne Ilaria Salis è detenuta in Ungheria, nel carcere di Budapest, da quasi un anno e la prima udienza si è svolta solo a fine gennaio. I suoi genitori denunciano da tempo le condizioni degradanti in cui è detenuta, ma il caso ha attirato l’attenzione in Italia soprattutto quando Salis è stata portata in un’aula di tribunale con manette ai piedi e ai polsi, “trascinata come un cane”, nelle parole del suo avvocato.
È così partito lo scontro politico sulla possibilità di riportare Salis in Italia. Il ministro Tajani ha spiegato quale potrebbe essere la strategia del governo italiano: “La nostra idea è quella di chiedere all ’Ungheria che il processo si faccia in tempi brevi, entro un mese, e poi riportare la donna in Italia. Possono concederci questo: una sentenza di condanna o assoluzione in 30 giorni e poi la riportiamo qui”.
Per il momento, infatti, non c’è modo di riportare la cittadina italiana nel suo Paese: “Non possiamo chiedere gli arresti domiciliari fino a che l’avvocato della sua famiglia non lo fa, e finora non lo ha fatto perché teme possibili ritorsioni da parte dei neo-nazisti ungheresi”.
Dall’altra parte, “non possiamo chiedere di fare il carcere in Italia in attesa della sentenza perché non ha commesso reati nel nostro Paese. Quindi al momento non abbiamo alcun appiglio legale”.
L’importante, per Tajani, è che la situazione venga gestita con un profilo basso: “Chiedo a tutti di fare silenzio e di parlare il meno possibile di questa questione, solo così si potrà risolvere come successo con Zaki e Alessia Piperno”.
Tajani ha confermato che Salvini sbaglia: “Mi riferisco anche a lui. In questo modo si sta facendo un danno alla Salis. Più si parla e più la si danneggia”
Infatti lo scopo di Salvini è quello
(da agenzie)
(da Fanpage)

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“TI TOGLIAMO IL DIRITTO DI VOTO, CONGELIAMO IL TUO PAESE”: CON ORBAN SERVONO SOLO LE MINACCE

Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile

CON IL NUOVO GOVERNO EUROPEISTA IN POLONIA, IL PREMIER UNGHERESE NON HA PIÙ ALLEATI IN GRADO DI EVITARGLI LA PROCEDURA DELL’ARTICOLO 7, CHE PREVEDE LA SOSPENSIONE DEL DIRITTO DI VOTO A UN PAESE SE TUTTI GLI ALTRI SONO D’ACCORDO. E COSÌ, HA ACCETTATO IL COMPROMESSO

«Alla fine, convincerlo è stato più facile del previsto». La sentenza, con tono un po’ sornione, è di un’autorevole fonte Ue che, al termine del Consiglio europeo straordinario, racconta cosa è successo dietro le quinte di un vertice finito presto, senza lacerazioni e senza troppi drammi.
Viktor Orban ha capitolato quasi subito. Lo ha fatto dopo aver capito di non avere scampo, e che questa volta sarebbero andati fino alla fine.
La ricostruzione è un racconto in pochi atti. E comincia la sera di due giorni fa, quando Orban varca la soglia dell’albergo Amigo, per raggiungere Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio e il primo ministro di Budapest sono buoni amici, e a breve la loro alleanza sarà saldata nella famiglia dei Conservatori europei, il gruppo Ecr.
Si siedono per un’ora a parlare da soli. Discutono del caso di Ilaria Salis ma per gran parte del tempo parlano dell’accordo sul bilancio pluriennale e sugli aiuti all’Ucraina che il veto di Orban tiene congelato da dicembre, e che ha costretto i leader a ritrovarsi per un vertice straordinario.
All’Amigo arriva anche Macron, appena atterrato da Parigi. Il tempo di un rapido saluto e a Orban diventa chiaro di avere pochi margini. Si sente isolato.
Lo è, perché Meloni è pronto a mollarlo, ma anche perché non può più fare affidamento sull’asse di ferro con Mateusz Morawiecki e sullo scudo che l’ex premier polacco gli aveva garantito all’interno del Consiglio, fino a pochi mesi fa, fino a quando cioè la destra di Varsavia non è stata sconfitta dai popolari di Donald Tusk.
Un patto non scritto per un sostegno reciproco che, per anni, ha messo i due al riparo dalla sospensione del diritto di voto. Una decisione drastica ai danni di un Paese membro, per cui è necessaria l’unanimità tra tutti gli altri. Polonia e Ungheria si sono sempre coperte a vicenda, rendendo dunque impossibile un simile scenario.
È stata questa l’arma principale usata per scoraggiare Orban: l’articolo 7 del trattato fondativo dell’Unione europea, che può prevedere in ultima istanza la perdita del diritto di voto. Così i leader hanno modellato, passo dopo passo, attorno a Orban una strategia di isolamento. Con un ultimatum inequivocabile.
Da un lato la ventilata ipotesi di portare avanti quella procedura punitiva, dall’altra il “bazooka” fatto filtrare con perfetto tempismo tramite un articolo del Financial Times che ha pronosticato scenari catastrofici per l’economia ungherese in caso di uno stop totale dei fondi Ue.
L’arma dell’articolo 7 è rimasta sul tavolo fino a ieri mattina, quando l’ungherese si è ritrovato di nuovo da solo con Meloni, e poi in un vertice ristretto con Macron, il cancelliere tedesco Olaf Scholz e la presidente dell’Unione europea Ursula von der Leyen.
Fonti diplomatiche parlano di un dialogo schietto, ma raccontano anche di battute più ironiche che sono servite a rompere il ghiaccio. «Ci hai costretto a tornare a Bruxelles, per una cosa che potevamo chiudere tranquillamente a dicembre» dicono i leader a Orban. «Siete voi che continuate a gestire le cose senza avere rispetto per il mio Paese», è la sua risposta piccata.
L’impressione di alcuni testimoni è che le “minacce” abbiano in qualche modo sortito il loro effetto. Durante i negoziati il premier ungherese è parso molto meno baldanzoso del solito.
Anche quando ripeteva come un lamento: «La colpa è vostra», sottolineando, come ha fatto nei colloqui con Meloni, di sentirsi trattato come un ospite sgradito.
(da agenzie)

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