Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
GLI ESPERTI: “NESSUN PROFILO PREVALE”… MISTERO SU CHI SIA IL TERZO… TUTTI UOMINI DELLE ISTITUZIONI MA VERSIONI DIVERSE
Sarebbero state almeno tre le persone che hanno toccato la pistola di Emanuele Pozzolo, il deputato sospeso (dal partito e dal gruppo parlamentare) di Fratelli d’Italia, indagato per lo sparo che ha colpito un invitato alla festa di Capodanno di Rosazza, a cui ha partecipato anche il sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro.
È quanto emerge dalla relazione finale dei Ris di Parma, inviata ieri alla procura di Biella, relativa agli accertamenti biologici e dattiloscopici.
Dunque a toccare il grilletto, il cane e il tamburo dell’arma – una North American Arms Lr 22 – non sarebbe stato soltanto Pozzolo, che è l’unico indagato.
Saranno necessarie altre verifiche e comparazioni, che l’autorità giudiziaria potrà ordinare, per capire chi fossero gli altri individui ad avere impugnato l’arma. Inoltre, nessuno dei tre profili sarebbe presente in misura maggiore rispetto agli altri, scrivono i Ris. Quindi, il caso si complica.
E la posizione di Pozzolo si alleggerisce. Non si comprende, da questa analisi, chi possa avere sparato. Come aveva sostenuto all’inizio il suo avvocato difensore, Andrea Corsaro. I Ris denotano, così c’è scritto nelle conclusioni della consulenza, “assetti genotipici complessi di tipo misto, riconducibili verosimilmente ad almeno tre individui, dai quali non è possibile estrapolare alcun profilo di un evidente contributore maggioritario”.
Oltre a Pozzolo, aveva toccato la pistola anche Pablito Morello, il caposcorta di Delmastro, che al momento dello sparo era a fianco del deputato. Non si sa se Morello abbia preso l’arma in mano prima o durante l’esplosione del colpo, ma senz’altro lo ha fatto dopo. Ha messo lui in sicurezza il revolver, dopo l’incidente, afferrandolo dal tavolo e riponendolo sulla mensola in alto di uno scaffale.
Questo dettaglio emerge anche dal primo verbale dei carabinieri stilato sul posto. È lo stesso Morello ad accompagnare i militari di Vigliano Biellese ed Andorno Micca verso la mensola dove c’è l’arma. La pistola a quel punto viene sequestrata e spedita ai Ris.
Resta il mistero, però, su chi possa essere la terza persona che ha impugnato il revolver. Il ferito, Luca Campana, difeso dall’avvocato Marco Romanello, aveva subito chiarito: “Io la pistola non l’ho mai toccata”. Potrebbe anche essere un soggetto estraneo alla festa. In ogni caso, se non c’è un profilo ‘maggioritario’, nemmeno questo esame, come lo Stub, inchioda Pozzolo. E il caso resta complesso, e in parte avvolto dal mistero, quasi quanto prima.
(da Open)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
SALVINI NON SA COSA FARE. VIVE ALLA GIORNATA, CREA CONTINUI MOTIVI D’INCIAMPO, SULLA CARTA LA LEGA PUO’ ROVESCIARE IL TAVOLO DELL’ESECUTIVO. MA SALVINI È UN LEADER SOTTO ESAME NEL SUO PARTITO. E IL CARROCCIO RISCHIA DI NON TOCCARE IL 10% ALLE PROSSIME EUROPEE
È un esercizio un po’ futile eppure necessario, quello di
segnalare le quotidiane rincorse a destra di Salvini, volte a innervosire la premier e a garantirsi un po’ di spazio elettorale. Le parole incongrue rivolte a Ilaria Salis non costituiscono il primo episodio […] Ora ci sono gli agricoltori anti-Ue da sostenere, se possibile l’ala intransigente. […] Ogni giorno un caso, da ora a quando si voterà. […] la vera domanda da porsi non è se il dissidio nel centrodestra è destinato a proseguire (senza dubbio continuerà fino all’esasperazione), bensì quale sarà il suo sbocco politico.
Insomma, cosa vuole ottenere Salvini, al di là di qualche titolo di giornale e di un po’ di visibilità? Non manca chi si augura o addirittura prevede la spallata finale in grado di mandare in crisi l’esecutivo Meloni. Tuttavia la risposta all’interrogativo deluderà chi attende il colpo di scena, un Papeete fuori stagione. Con ogni probabilità nemmeno Salvini sa cosa fare. Per ora vive alla giornata, crea continui motivi d’inciampo, esibisce l’espressione corrucciata da uomo forte della maggioranza, quello che ispira la linea dura
L’esperienza recente dimostra che il nostro uomo forte raramente ottiene quello che chiede. Clamorosa la vicenda della Sardegna: anche in quel caso Salvini aveva lasciato intravedere sfracelli a livello nazionale, se il suo candidato alla Regione fosse stato accantonato. Ma è proprio quello che è accaduto e il capo della Lega ha dovuto chinare la testa. Salvo aggiungere lo smacco sardo alle altre mortificazioni subite, in attesa del fatidico “redde rationem”, insomma il duello finale in cui solo uno sopravvive.
Ma questo esito, tipico di un film western, non sembra profilarsi per domani. Si torna alla domanda: cosa farà Salvini? È lui il giustiziere del governo Meloni? Chi lo pensa rischia di illudersi. O semplicemente di sbagliare i calcoli. Certo, sulla carta la Lega è in grado di rovesciare il tavolo dell’esecutivo. Ma la questione non è solo un problema di numeri, tutt’altro. Salvini è un leader sotto esame nel suo partito e si capisce. Le sue mosse stravaganti, in un passato ancora recente, poggiavano pur sempre su di una cospicua forza parlamentare specchio di un’analoga solidità elettorale.
Mettere in crisi il cosiddetto “destra-centro” è possibile, ma occorre un notevole consenso nel paese. È necessario essere forti oggi, non tre anni fa. Viceversa si parla di un partito, il Carroccio, che rischia di non toccare il 10 per cento alle prossime europee. Un partito che nelle regioni sa già di dover rendere una fetta consistente del potere accumulato negli anni scorsi. E un partner indebolito avrà il suo daffare nel tenere a bada collaboratori e proconsoli, è difficile che abbia la forza di organizzare una manovra anti-premier. La voglia, sì, ci sarebbe, ma la leva politica manca. Il futuro comunque dipende dal voto e dagli equilibri che ne deriveranno.
(da La Repubblica)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
TRA I CANDIDATI POTREBBERO ANCHE ESSERCI CECILIA STRADA, FIGLIA DI GINO, E SANDRO RUOTOLO
Metti un giornalista in lista. Sarà anche vero che «i nomi sono l’ultima cosa», come ha più volte ripetuto Elly Schlein. Ma, in attesa che la segretaria sciolga la riserva sulla sua candidatura, nel Pd c’è chi si sta divertendo con il puzzle dei candidati per le elezioni europee. E, come già avvenuto in passa-to, sul tavolo ci sono anche i nomi di noti giornalisti: alcuni hanno declinato l’offerta, altri ci stanno pensando.
Uno che sembra pronto a correre verso Bruxelles è Paolo Berizzi, cronista di Repubblica dal profilo antifascista, da alcuni anni sotto scorta per le minacce ricevute in seguito alle sue inchieste sui movimenti di estrema destra in Italia. A novembre era intervenuto dal palco della manifestazione Pd a piazza del Popolo a Roma. Un altro papabile è Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire, una delle firme più conosciute dell’informazione cattolica: la sua candidatura è stata proposta dal vice capogruppo Pd, Paolo Ciani, per conto del movimento “Demos”.
Ma lui e Schlein sono stati visti parlare per diversi minuti durante l’ultima marcia per la pace ad Assisi, lo scorso 10 dicembre. Rimanendo nell’ambito dei candidati espressione della società civile, ma anche in quello degli addetti alla comunicazione, appare quasi certa la corsa di Cecilia Strada. Figlia di Gino, fondatore di Emergency, di cui lei stessa è stata presidente, ora si occupa della comunicazione per “ResQ-People”, Ong impegnata nei soccorsi ai barconi dei migranti nel mar Mediterraneo.
Schlein potrebbe affidare a lei il delicato dossier sul Patto migrazioni e asilo e sulla riforma del regolamento di Dublino. Indizio: lo scorso 12 gennaio era tra i relatori dell’evento organizzato a Roma dai socialisti europei in memoria di David Sassoli.
Infine, viene dato per certo un posto in lista, nella circoscrizione sud, per Sandro Ruotolo, che però va ormai conteggiato non come giornalista, ma come candidato interno, in quanto responsabile Informazione e Cultura nella segreteria Schlein. La sua corsa per Bruxelles potrebbe emulare quella compiuta 20 anni fa da Michele Santoro, con cui Ruotolo ha collaborato a lungo in tv.
(da La Stampa)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
“MI HANNO DETTO CHE SE NE FREGAVANO DEL REGOLAMENTO”
Il 30 gennaio scorso il dirigente scolastico dell’istituto Europa-
Dante Alighieri di Taranto Marco Cesario è stato aggredito dal padre di un’alunna. Il tutto a causa di una discussione con la madre della bambina. Il preside ha sporto denuncia nei confronti del genitore. E oggi racconta la sua storia in un’intervista al Corriere della Sera: «Una docente aveva chiamato, secondo il regolamento, la mamma di questa bimba di tre anni per cambiarle la biancheria. La signora s’è presentata già in preda al nervosismo perché stufa di essere chiamata ripetutamente per questa incombenza». A quel punto lui ha spiegato alla donna che i bimbi della materna devono essere autonomi: «Ma lei mi ha risposto che se ne infischiava del regolamento
Abbassare i toni
A quel punto, dice Cesario, l’ha invitata ad abbassare i toni «altrimenti avrei dovuto chiamare i carabinieri per riportare la situazione alla normalità. Ed è a questo punto che ha dato in escandescenze. Allora me ne sono tornato in presidenza per evitare ogni tipo di conflittualità. Dopo cinque minuti mi ritrovo davanti il marito, la moglie dietro a spalleggiarlo. L’uomo mi ha afferrato e sbattuto a terra colpendomi con calci e pugni. Mentre ero a terra anche la signora ha tentato di darmi un calcio e ha gridato “ora chiamali i carabinieri”. Sono scappato. Avevo il maglione strappato tanta è stata la violenza dell’uomo. La vice preside ha cercato di fermarli e s’è presa anche lei qualche colpo».
Cambiare rotta
Il dirigente scolastico spiega che questi episodi sono sempre più numerosi «perché i genitori non fanno più i genitori, non educano. Ovviamente è un discorso generale. Prendono sempre le loro difese. Accade nella scuola come nella sanità: dovrebbero essere i servizi più importanti della società, ma sono trascurati». Secondo Cesario bisogna avere il coraggio di cambiare rotta: «Deve essere la scuola a dettare le regole e dire cosa si può fare e cosa no. Noi accogliamo e facciamo di tutto per aiutare i ragazzi a star bene. Ma l’inclusione è un mito perché basata sull’uguaglianza che, occorre ammettere, non esiste. Inoltre il genitore si sente padrone: non deve entrare e uscire da scuola a proprio piacimento».
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
MAURO ATTURO: “PER NOI LA MATERNITA’ E’ UNA RISORSA”… ANCHE 50 EURO MENSILI PER FARE COLAZIONE
Si chiama Mauro Atturo, ha 48 anni ed è a capo di Problem Solving, azienda di servizi di call center a Roma. E ha deciso di premiare le sue dipendenti che fanno figli con 700 euro di bonus e 150 euro in più al mese. Oltre al servizio di maggiordomo aziendale una volta a settimana per supportare nel pagamento delle bollette e per le altre mansioni esterne.
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera Roma Atturo spiega che si è ispirato «ad Adriano Olivetti. Oggi anche a Brunello Cucinelli. Molti imprenditori sono spaventati dalla maternità e vedono le mamme come un rischio per l’azienda. Mentre per noi sono una risorsa: consideriamo le qualità femminili un ingrediente prezioso. L’energia, che una donna, in particolare una mamma, riesce a sprigionare nel lavoro, se si sente apprezzata, è incredibile. Siamo pazzi delle nostre neomamme, per noi rappresentano una ricchezza, non un problema».
Atturo ha introdotto il baby bonus durante la pandemia. «Dal 2009 al 2019, quando siamo arrivati anche a 450 lavoratori tra dipendenti e collaboratori, ci sono state 9 nascite. Dopo il bonus, in due anni, dal 2019 al 2021 sono nati 10 bambini. Siamo come un laboratorio, dimostrando che un aiuto alle madri fa la differenza».
E in azienda ci sono anche altri strumenti di welfare: «50 euro mensili da spendere in due bar vicino all’azienda per fare colazione favorendo la socialità. E lo“you salus”, la polizza sanitaria integrata dal “we care program”, una serie di iniziative di prevenzione.
E c’è anche l’Orto 2.0 su un terreno in affitto a Tor Tre Teste coltivato senza pesticidi, da cui, una volta al mese, arriva il rifornimento di ortaggi per tutti i dipendenti. Per il futuro vorrei aiutare chi soffre di fragilità psicologica, sempre più diffusa nelle famiglie».
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL QUOTIDIANO ISRAELIANO HAARETZ
Non bastavano i bombardamenti incessanti, né la privazione di
cibo, acqua, medicinali e altri beni di prima necessità: la popolazione palestinese residente nella Striscia di Gaza è infatti costretta a subire altri crimini di guerra da parte dell’esercito israeliano, che da settimane sta incendiando le (poche) case che non sono state completamente distrutte o danneggiate da missili e bombe: si tratta di abitazioni prevalentemente appartenenti a civili scappati nel sud della Striscia, che quando la guerra finirà non avranno un luogo dove andare.
A renderlo noto il quotidiano Haaretz, secondo cui i soldati starebbero seguendo ordini provenienti direttamente dai vertici delle forze armate. “Nell’ultimo mese – spiega il quotidiano – i militari hanno distrutto diverse centinaia di edifici utilizzando questo metodo. Dopo che la struttura è stata data alle fiamme insieme a tutto ciò che contiene, viene lasciata bruciare fino a renderla inutilizzabile”.
Interrogato al riguardo, l’esercito israeliano ha dichiarato che la distruzione degli edifici viene effettuata solo previa autorizzazione da parte dei comandi. Un ufficiale ha confermato che le strutture da incendiare vengono selezionate sulla base di informazioni provenienti dai servizi d’intelligence e che i roghi non verrebbero appiccati in maniera indiscriminata: “Devono essere fornite informazioni sul proprietario, o sul contenuto dell’edificio”. Una tesi, quella degli incendi “selettivi”, che ben presto è stata smentita direttamente da altri tre ufficiali israeliani.
Intervistati da Haaretz, hanno infatti affermato che dare fuoco alle case dei palestinesi è da tempo diventata una pratica comune. La settimana scorsa, mentre stavano concludendo le operazioni in una specifica area di Gaza, il comandante di un battaglione dell’IDF ha detto alle sue truppe: “Portate via le vostre cose dalla casa e preparatela per l’incenerimento”.
Nelle prime settimane dell’invasione di terra della Striscia di Gaza Israele aveva spiegato che sarebbero state distrutte solo case di leader e membri di Hamas, nonché edifici che contenevano armi o munizioni. Col passare del tempo, però, è emerso ben altro ed è stato svelato un piano di pulizia etnica dei palestinesi, progetto che non può andare a buon fine se non vengono distrutte indiscriminatamente anche le case dei civili: si tratta di una pratica illegale, secondo il diritto internazionale. Ma è evidente che Israele non sta prestando nessuna attenzione alla salvaguardia della popolazione non belligerante, come dimostrano d’altro canto gli oltre 27mila morti.
Secondo un’analisi delle immagini satellitari pubblicata di recente dalla BBC, dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza sono stati danneggiati tra i 144.000 e i 170.000 edifici. Un’indagine del Washington Post pubblicata il mese scorso e citata da Haaretz ha scoperto che intere aree della Striscia sono state cancellate: a Beit Hanoun, a Jabalya e nel quartiere Al-Karama di Gaza City. Il rapporto rileva inoltre che alla fine di dicembre 350 scuole e circa 170 moschee e chiese erano state danneggiate o distrutte.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
LA PERDITA’ DI CREDIBILITA’ DEI MEDIA TRADIZIONALI E LA POLIRALIZZAZIONE DEL DIBATTITO
Gli italiani sono sempre meno interessati a leggere le notizie, di qualsiasi genere. Tutte le ricerche di mercato lo confermano. Due fra le più importanti pubblicate negli ultimi mesi sono il Reuters Institute Digital News Report 2023, uscito a giugno, e il Sistema Audipress, la cui ultima edizione è stata diffusa lo scorso settembre.
Le rilevazioni di Audipress si basano su interviste personali realizzate – per mano degli istituti di ricerca Doxa e Ipsos – su un campione statisticamente rappresentativo di tutta la popolazione italiana adulta (14 anni e oltre). Le risultanze sono particolarmente affidabili poiché sono sottoposte alla verifica di una società di controllo esterna (Reply Consulting) e vengono poi trasmessi all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.
Ebbene, dall’ultimo rapporto Audipress emerge che, se nel 2018 il 76% degli italiani sopra i 14 anni leggeva o almeno sfogliava una versione cartacea o digitale di quotidiani, settimanali o mensili (in media almeno una volta in un giorno nel corso di una settimana, almeno un settimanale negli ultimi 7 giorni e almeno un mensile negli ultimi 30 giorni), nel 2023 questa percentuale è scesa al 61%. In particolare, in questi cinque anni i quotidiani sono scesi dal 31% di lettori al 23%, i settimanali dal 26 al 17% e i mensili dal 23 al 16%.
Se osserviamo il fenomeno di allontanamento dall’informazione in base al ceto sociale di appartenenza, scopriamo che sono gli imprenditori e i liberi professionisti ad avere ridotto più drasticamente le loro abitudini di lettura dei quotidiani: dal 2018 al 2023 questa categoria mostra un crollo di 14 punti percentuali, seguita da negozianti, artigiani, lavoratori in proprio e impiegati, con un calo di 11 punti, dagli, operai (-10 punti) e da studenti, casalinghe e pensionati (-5 punti).
Emorragia
L’appiattimento crescente dei comportamenti tra i vari ceti sociali è lo specchio di una società che sta cambiando, che si ritrova ad essere sempre più frammentata (a prescindere dai problemi con i media) e caratterizzata da un’elevata polarizzazione, in cui il ceto medio sta scomparendo e crescono solo le differenze tra la parte altissima e bassissima della società.
A spiegarlo è Luca De Biase, giornalista, fondatore e direttore di Nòva, settimanale di scienza, tecnologia e innovazione del Sole 24 Ore e presidente del Comitato scientifico dell’associazione MediaCivici.
Ospite del convegno “Non ci vogliamo più informare” di Glocal, che si è tenuto lo scorso novembre a Varese, De Biase ha sottolineato come, in una comunità che non sta insieme, che non possiede più un luogo in cui comunicare qualcosa su cui siano d’accordo tutti, è difficile trovare una modalità univoca e credibile per informare tutti.
Ciò che vede e percepisce il vertice della piramide è diverso da ciò che vede e percepisce chi sta alla base. Le persone si ritrovano chiuse nelle “echo chambers”, bolle in cui vengono riconfermati i propri bias. Il fenomeno, alimentato anche dalle politiche decennali di cookies e oggi ancor di più dall’intelligenza artificiale, porta i lettori a consolidare sempre più le proprie convinzioni, ritrovandosi continuamente esposti allo stesso tipo di informazione.
Eccoci allora al nocciolo della questione: la perdita di credibilità dei media tradizionali. Secondo il Rapporto 2023 del Reuters Institute, in Italia la fiducia nelle notizie nel 2021 aveva ripreso forza (40%) dopo il drastico crollo nel 2020 in periodo di pandemia (in cui era scesa al 29%), ma oggi è tornata a calare: nel 2023 solo il 34% della popolazione italiana si fida dei media.
Per De Biase i giornalisti, impotenti di fronte a problemi come la polarizzazione economica e la frammentazione della società, possono e devono invece contrastare la radicalizzazione delle idee. Vanno ricercati e alimentati quei luoghi in cui tutti sono d’accordo almeno sui fatti e in cui le uniche divergenze devono riguardare le opinioni su questi.
Per raggiungere l’obiettivo, è necessario che si combatta per l’utilizzo del giusto metodo giornalistico, che si combatta la tentazione di amalgamarsi alla massa, di seguire la corrente, di farsi sedurre dal successo e dall’approvazione collettiva.
«Non si tratta soltanto di deontologia professionale, fondamentale ma non sufficiente, ma di epistemologia, cioè di conoscenza di come conosciamo», osserva De Biase. «Cito l’ultimo grande filosofo in materia, cioè Woody Allen, che in un suo corso di epistemologia proponeva la domanda: “è conoscibile la conoscenza, e se non lo è come facciamo a saperlo?”».
Una seconda ragione alla base di questa emorragia di lettori è poi la difficile congiuntura economica in atto, peraltro non solo in Italia ma su scala globale. Il Reuters Institute evidenzia come il 77% delle persone del mondo sia colpito da inflazione dilagante, insicurezza lavorativa e crescenti livelli di povertà.
E dall’indagine dell’istituto britannico emerge che un abbonato su cinque (in media il 23%) ha cancellato almeno uno degli abbonamenti alle notizie in corso, mentre un numero simile afferma di aver negoziato un prezzo più basso.
In un contesto di ristrettezze economiche, in cui molti utenti devono scegliere quali spese tagliare, il 51% degli intervistati dal Reuters Institute afferma che ci si abbona a un quotidiano o a un periodico solo se esso consente l’accesso ad un giornalismo di migliore qualità o più distintivo.
Che fare?
Riccardo Sorrentino, presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Milano, anche lui relatore al convegno “Non ci vogliamo più informare”, la vede così: «C’è una domanda molto forte da parte dei nostri lettori affinché noi trasformiamo il nostro ruolo in quello di traduttore culturale, cioè di persone in grado di mettere in collegamento le competenze degli esperti (avvocati, magistrati, giudici, eccetera) e il grande pubblico, che non è per forza fatto solo dalla casalinga ma anche e soprattutto da medici e liberi professionisti che non sanno nulla di diritto o altre materie specialistiche non di loro competenza».
È aumentata infatti negli ultimi anni l’insofferenza verso le notizie, anche per la mancanza di chiarezza e per un’esposizione troppo tecnica e poco comprensibile su argomenti che solo gli esperti del settore conoscono.
«Carlo Goldoni – osserva Sorrentino – veniva accusato di non dire la verità nelle sue commedie, perché la realtà di Venezia era molto più grave di quella che lui raccontava criticandola. Poi in una lettera confessò che, se avesse scritto la verità, non gli avrebbero creduto». Si pone dunque un interrogativo: verosimiglianza o verità? Esiste sempre una narrativa, un frame che corrisponde al racconto verosimile accettato dalla collettività. Se il giornalista esce fuori da quel frame, raccontando la pura verità dei fatti senza filtri, rischia di non essere preso sul serio. Il professionista che segue la corrente riscontra sicuramente un maggior successo – fa notare il presidente dell’Ordine milanese – ma non fa bene il suo mestiere: diventa più commediografo che giornalista e questo, alla lunga, si paga con la perdita di credibilità.
Sorrentino invita poi a riflettere invece sull’efficacia di un’altra modalità di raccontare le notizie che potrebbe riavvicinare il lettore al mondo dell’informazione: il giornalismo d’inchiesta.
Si lavora su ipotesi giornalistiche e non su tesi, su ogni tema si impiegano settimane di ricerca grazie al sostegno di professionalità esterne quali statistici, programmatori e commercialisti specializzati in lettura di bilanci e documenti contabili per indagare su situazioni di tipo patologico e poter quindi corroborare le ipotesi iniziali. Questo modo di lavorare piace al lettore e, secondo Sorrentino, potrà aiutare a ridare credibilità ai media, non soltanto perché dà più sicurezza e fiducia sulla veridicità dei fatti, ma anche perché rende l’accaduto più facile da comprendere.
(da TPI)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
LA COSA PEGGIORE È CHE “BUONA PARTE DI QUESTO AMMONTARE NON È RECUPERABILE PER LIMITAZIONI ALLA RISCOSSIONE PER INTERVENTI DEL LEGISLATORE. RIMANGONO 101 MILIARDI DA RISCUOTERE”
Per il magazzino della riscossione gli ultimi dati, riferibili al 31
dicembre 2023, “ammontano complessivamente a oltre 1.200 miliardi, e sono contenuti in circa 163 milioni tra cartelle, avvisi di addebito e avvisi di accertamento esecutivo, una mole imponente”. Lo afferma il direttore Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, ‘Telefisco 2024’ del Sole 24 ore. “Buona parte di questo ammontare non è recuperabile” e “rimangono 101 miliardi da riscuotere”, ma va considerato, spiega, che per i soggetti debitori ci sono “limitazioni alla riscossione per interventi del legislatore”.
Questi prevedono, per esempio, l’inimpugnabilità della prima casa o dei beni strumentali a tutela del contribuente. I dati riportati dal direttore dell’Agenzia delle Entrate indicano inoltre che il 40% di questi crediti in magazzino, 483 miliardi, sono irrecuperabili perché intestati a persone decedute, nullatenenti o imprese già cessate o interessate da procedure concorsuali chiuse.
Un altro 42%, circa 502 miliardi, sono intestati a soggetti verso i quali l’agenzia ha già svolto attività di riscossione senza risultato, per circa 100 miliardi l’attività di riscossione è stata sospesa da provvedimenti o altri interventi e 18,8 miliardi sono invece oggetto di pagamenti rateali. I crediti in magazzino si riferiscono complessivamente a 22 milioni e 400 mila contribuenti dei quali 3 milioni e mezzo sono società, fondazioni ed enti e 18,9 milioni sono persone fisiche, 3 milioni di questi sono titolari di attività economica.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2024 Riccardo Fucile
L’INTERROGAZIONE DEL PARTITO DEMOCRATICO AL MINISTRO DELLA SALUTE, ORAZIO SCHILLACI: “COSA STA FACENDO IL GOVERNO?” LE CARENZE PIÙ ACCENTUATE RIGUARDANO I FARMACI
«Sono mesi ormai che nelle farmacie mancano alcuni medicinali, spesso salvavita. Secondo i dati forniti da Aifa, sono circa 3.500 i prodotti carenti, per motivazioni molto diverse: discontinuità di fornitura, problemi produttivi, interruzioni temporanee nella catena distributiva. Quello che chiediamo al ministro della salute è: cosa sta facendo il governo?». La denuncia parte da alcuni senatori del Pd (Beatrice Lorenzin, vicepresidente del gruppo, Filippo Sensi e Alfredo Bazoli) ed è stata messa nero su bianco in una interrogazione al ministro della Salute, Orazio Schillaci.
Spiegano: «Per alcuni farmaci di uso comune la mancanza viene supplita da altri farmaci alternativi, ma per molti altri, come […] gli enzimi pancreatici o le insuline, l’alternativa non è presente. Le carenze più accentuate riguardano il fenobarbital per la cura dell’epilessia, il semaglutide per la cura del diabete ed il liraglutide.
Trenta di questi farmaci comportano peraltro una maggiore criticità: antibiotici, antitumorali, antidiabetici, farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale. Farmaci dei quali i pazienti non possono fare a meno».
Nei giorni scorsi si era parlato molto del caso della carenza di enzimi pancreatici denunciato da Fedez. Si tratta di un problema globale visto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha spiegato: «Da settembre 2021 il numero di molecole segnalate in carenza in due o più Paesi è aumentato del 101 per cento».
Nel 2023 i farmacisti di tutti i Paesi europei si sono confrontati con la scarsità di medicinali e nel 65 per cento dei Paesi la situazione è peggiorata […] Nei giorni scorsi il Ministero della Salute ha spiegato che si sta intervenendo per ridurre i contraccolpi
Ha detto il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato: «Quella dell’indisponibilità di alcuni farmaci nel nostro Paese è stato uno dei temi che ho voluto affrontare […] tramite l’istituzione di un tavolo […]». Il sottosegretario Gemmato è intervenuto anche nel caso specifico del farmaco Creon, medicinale contenente enzimi pancreatici: «La situazione è da tempo all’attenzione del ministero della Salute e dell’Agenzia italiana del farmaco [ Continueremo a dialogare con l’azienda».
(da agenzie)
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