Destra di Popolo.net

DECLINO DI UN PAESE E DEI SUOI GIORNALI

Aprile 26th, 2024 Riccardo Fucile

È LA STAMPA BELLEZZA… RACCONTO DI UN’ITALIA CHE FU E DI UN MESTIERE DIVENTATO QUASI IRRILEVANTE

Una notte di parecchio tempo fa girovagavo per le vie di Milano, inquieto e solitario alla ricerca di anfratti sempre più foschi, quando decisi di rifugiarmi da Oreste, il bar all’angolo di piazza Mirabello.
Dovevamo essere alla metà circa degli anni Ottanta, quando i craxiani, il che non vuol dire che fossero anche socialisti, si erano impadroniti di Milano e vi spadroneggiavano alla maniera di don Rodrigo, togliendo le donne “giovani e leggiadre” agli altri, cosa che gli riusciva facile perché erano padroni di una buona metà delle Reti pubbliche e molto presenti nelle Tv di Berlusconi con cui c’era già l’inciucio. Era la “Milano da bere”, peccato che a bersela fossero solo i socialisti.
Allora gli scrittori non erano ancora funzionari di Case editrici e quindi relegati nelle loro sedi periferiche, la Rizzoli in via Civitavecchia, la Bompiani nei pressi di Linate, e quindi vivevano la città interfecondandosi coi ceti popolari di Brera e del Garibaldi.
Da Oreste anche un ragazzo alle prime armi, quale ero io, poteva incontrare letterati come Eco o Luciano Bianciardi non ancora distrutto dall’alcol, o pittori e artisti come Sandro e Guido Sommarè che si azzuffavano soprattutto al biliardo perché allora non c’era bar che non avesse un biliardo al posto delle slot.
In quella sera incrociai Pasquale Chessa, vice della cultura de L’Espresso. Chessa mi disse: “Sai qual è il mio vantaggio sui colleghi? Che io arrivo alle feste in cui so che andrà Sechi un quarto d’ora prima di Sechi”. “Una prova di buon giornalismo, davvero”, replicai. Ma Chessa aveva ragione, molte delle carriere si costruivano nei salotti.
Lamberto Sechi, potente direttore di Panorama, ne era per così dire un fautore. In non so quale suo compleanno si vantò di aver creato nove direttori e un’infinità di vicedirettori. “Sì, replicai io sulla rubrica ‘La Sculacciata’ che mi aveva affidato su Sette Carlo Verdelli, nove direttori e un’infinità di vicedirettori, ma nessun giornalista”.
Questa era la scuola Scalfari. La scuola radical chic.
Noi dell’Europeo appartenevamo a una scuola diversa. A cominciare dal direttore, Tommaso Giglio, che rifiutò di incontrare Gianni Agnelli che lo aveva invitato a Roma. Ma nemmeno noi redattori eravamo frequentatori di salotti, da Gianfranco Venè, che con Mille lire al mese, un libro tra cronaca e storia che era la sua cifra, raggiunse nel 1988 l’agognato successo per morire poco dopo perché il dio non ama i sogni degli uomini, a Guido Gerosa a Sandro Ottolenghi a Corrado Incerti alla stessa Fallaci. Perdevamo troppo tempo a lavorare. Montanelli disprezzava i salotti, Giorgio Bocca, con la sua scontrosa e scabra timidezza, era proprio negato, come dimostrerà il suo fallimento in tv dove bisogna essere, in un modo o nell’altro, dei “piacioni”.
L’integralismo di Tommaso Giglio, il suo non voler avere rapporti fuori dal giornalismo, era anche l’integralismo della Rizzoli di allora. La poca o nulla dimestichezza con la politica dei suoi dirigenti era quasi commovente. Quando ci fu in Rizzoli uno sciopero dei poligrafici, non solo non avevano il numero di Luciano Lama, segretario della Cgil, ma non sapevano nemmeno come contattarlo. Questa ingenuità politica i Rizzoli la pagheranno a caro prezzo quando Andrea Rizzoli si mise in testa, per superare il complesso di inferiorità nei confronti del padre, di fare un grande quotidiano. Angelo Rizzoli senior, dopo averci pensato per parecchio tempo (sugli edifici della Rizzoli di via Civitavecchia campeggiava già il titolo che aveva in mente, “Oggi. Il quotidiano di domani”, che lì rimase per cinque anni), alla fine decise di non farne nulla. Andrea Rizzoli comprò il Corriere e fu la fine della Rizzoli. È chiaro che se sei padrone di un quotidiano come il Corriere certi compromessi con imprenditoria e finanza li devi fare.
Facciamo un passo indietro e torniamo ai salotti. Un gran protagonista era Carlo Rossella, una sorta di doppelgänger in grande stile di Pasquale Chessa. Molto elegante, non perdeva un’occasione. Rossella l’avevo incrociato quando facevo il cronista de L’Avanti e lui de La Notte, quotidiano del pomeriggio, di destra, diretto da Nino Nutrizio. Eravamo entrambi poco più che ventenni. Rossella mi disse: “Io da un giornalista di cinquant’anni non ho nulla da imparare”. Capii allora che era un cretino, cosa che non gli ha impedito di fare una notevole carriera.
Anche il modo di lavorare di Carlo Rossella era in perfetto stile Rossella. Quando era inviato all’estero scendeva in un albergo a cinque stelle e il suo piacere era, bicchiere di whisky in mano, chiacchierare con l’ambasciatore. Chiunque abbia anche solo annusato il nostro mestiere sa che bisogna scegliere un albergo modesto perché è il primo passo per prendere contatto con la realtà del luogo. Il mestiere dell’inviato non è di far filosofia o geopolitica per meno abbienti, ma di raccontare. Ettore Mo e Lucio Lami, i migliori inviati di esteri, e in particolare di guerra, dell’ultimo cinquantennio, non filosofavano, raccontavano quel che vedevano sul campo. È quello che fa oggi Lorenzo Cremonesi nella guerra russo-ucraina o in quella israelo-palestinese. E nemmeno Cremonesi è uomo da salotto.
Ma facciamo un ulteriore passo a ritroso. Quando ho parlato dei pittori che frequentavano Oreste o il Giamaica, forse non erano ricchi ma certamente non facevano la fame. Erano già lontani i tempi della Latteria delle sorelle Pirovini, quando i pittori schizzavano qualcosa sul tovagliolo e in cambio ne avevano una cena.
Con la Latteria delle Pirovini sembrava di ritornare alla Parigi di Montmartre, della Belle Époque e dei successivi anni Trenta, quando tutti gli artisti, tranne Picabia e in seguito Picasso, erano poveri e formavano tra loro una comunità dove, con vari espedienti, ci si dava una mano l’un l’altro. E anche a un ragazzo senz’arte né parte, sia che avesse velleità artistiche sia che non ne avesse, bastava entrare in un caffè per incontrare personaggi che sarebbero diventati famosi di lì a poco. Cosa che mi ricorda, fatte le debite proporzioni, la mia frequentazione giovanile di Oreste. Ecco, oggi una comunità di artisti come quella che si creò nella favolosa Montmartre non esiste più, in nessuna città europea e tantomeno americana.
Il lettore si chiederà, forse, il perché di questo racconto piuttosto scombiccherato. È per riafferrare, attraverso l’aneddotica di quell’arte minore che è il giornalismo, e le sue alternanti vicende ed epoche, e il modo diverso di interpretarla di alcuni protagonisti, un’Italia che fu e una Milano che fu, che, soprattutto ora che i grattacieli di viale della Liberazione mi incombono addosso, grattacieli che puoi ritrovare ad Abu Dhabi o in qualsiasi città del mondo, non riconosco più.
Nostalgia a parte, però una cosa è certa. Il nostro mestiere è diventato irrilevante. Un tempo un editoriale del Corriere poteva far cadere un governo. Oggi gli editoriali del Corriere, e non solo del Corriere naturalmente, servono solo per pulirsi il culo.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)

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FRATELLI DI SANTA: GLI IMPRESENTABILI DI FRATELLI D’ITALIA

Aprile 26th, 2024 Riccardo Fucile

RAS, PARENTI E CAPIBASTONE A DESTRA: SANTANCHE’ CANDIDA IL FRATELLO ALLE REGIONALI… ANTIABORTISTI, OMOFOBI E IMPUTATI IN LISTA

Oggi a Pescara inizia l’assemblea programmatica di Fratelli d’Italia: tre giorni di dibattiti con dirigenti di partito e ministri che si concluderà domenica mattina con l’annuncio della candidatura di Giorgia Meloni alle elezioni europee.
La premier, diversamente dagli altri due leader in gara, Elly Schlein e Antonio Tajani, correrà da capolista in tutte le circoscrizioni per trainare la lista di Fratelli d’Italia e farà una serie di eventi pubblici: un comizio per collegio (con chiusura a Roma) e ospitate televisive, tra cui l’atteso faccia a faccia con la segretaria del Pd. Obiettivo: fare il pieno nelle urne.
A quel punto, nel giro di una decina di giorni, Arianna Meloni e Giovanni Donzelli – i due incaricati in via della Scrofa – dovranno chiudere le liste elettorali di Fratelli d’Italia. Nonostante il probabile buon risultato finale, nei giorni scorsi i vertici del partito hanno avuto qualche difficoltà a comporre le liste: in via della Scrofa sono stati chiamati alcuni parlamentari e portatori di voti in grado di trainare la lista, tra questi il sardo Sasso Deidda e la veneta Maddalena Morgante. Alcuni di questi saranno in lista, ma poi rinunceranno al seggio per Bruxelles. Tutto per raggranellare qualche voto in più.
Effetto-Dani Santanchè non farà comizi elettorali
Eppure, con l’inizio della campagna elettorale, in Fratelli d’Italia sta emergendo la questione che riguarda la ministra del Turismo Daniela Santanchè, indagata per truffa e falso in bilancio dalla Procura di Milano. Le indagini sono state chiuse a fine marzo ed entro fine maggio i pm chiederanno il rinvio a giudizio, ma prima dell’ipotetico processo Meloni non rimuoverà la ministra. Eppure la posizione di Santanchè rischia di danneggiare il partito in campagna elettorale. Così nelle ultime settimane è stato chiesto alla ministra di evitare il più possibile le apparizioni in pubblico nel suo collegio elettorale del Nord-Ovest, dicono due dirigenti di Fratelli d’Italia che chiedono l’anonimato per parlare della vicenda. Quindi partecipare il meno possibile a comizi elettorali in sostegno dei propri candidati. “Nei mercati ci siamo sentiti dire: ‘Perché non allontanate quella lì?’ – racconta un dirigente lombardo di Fratelli d’Italia – non ha niente a che fare con la nostra storia”.
Nord-ovest Mantovani, Fidanza, Fiocchi: gli altri ras
Nel collegio che comprende Lombardia, Piemonte e Liguria, infatti, non c’è tutta questa necessità che la ministra del Turismo faccia campagna elettorale: il candidato sostenuto da lei e dal presidente del Senato Ignazio La Russa è Mario Mantovani, ex senatore e vicepresidente della Regione di Forza Italia che ha un grosso pacchetto di preferenze soprattutto nel mondo della Sanità lombarda. Passato per diverse inchieste giudiziarie, Mantovani è stato assolto definitivamente e oggi ha la piena agibilità politica. Quindi l’impegno in prima persona della ministra non è poi tanto richiesto. Per gli altri dirigenti lombardi, invece, un coinvolgimento diretto di Santanchè potrebbe rappresentare un danno.
Nel collegio del Nord-Ovest, Fratelli d’Italia dovrebbe arrivare a eleggere tra i 5 e i 7 eurodeputati: sicuri della riconferma, oltre a Mantovani, sono il capodelegazione a Bruxelles Carlo Fidanza (grande nemico politico della ministra che a ottobre ha patteggiato un anno e 4 mesi per corruzione) e Pietro Fiocchi, eurodeputato uscente la cui famiglia detiene la Fiocchi munizioni (a Natale avevano fatto scalpore i manifesti con i bossoli sull’abete). Probabile l’elezione anche di un ligure e la sorpresa potrebbe essere rappresentata da Giovanni Crosetto, nipote del ministro della Difesa e consigliere comunale di Fratelli d’Italia in Piemonte.
Piemonte Santa vuole il fratello massimo in lista
Se proprio nel Nord-Ovest l’obiettivo è quello di “nascondere” il più possibile la ministra del Turismo, lei però non molla: secondo quanto riportato da Repubblica Torino, alle Regionali del Piemonte (si voterà lo stesso giorno delle Europee) potrebbe correre anche il capogruppo di Fratelli d’Italia al consiglio comunale di Cuneo, Massimo Garnero, fratello della ministra Santanchè che nelle intercettazioni diceva: “Non dobbiamo farla fallire”.
Nord-sud da ciccioli a razza: tutti gli impresentabili
La volontà di massimizzare il consenso nelle urne però sta portando Fratelli d’Italia a candidare da Nord a Sud anche delle figure in grado di portare pacchetti di preferenze molto significativi, ma che sollevano qualche perplessità anche all’interno del partito. Alcuni di questi finiranno anche tra gli “impresentabili” della commissione Antimafia: la presidente della commissione Chiara Colosimo ha già sollecitato i partiti perchè le inoltrino i nomi. Nel collegio del Centro, per fare un esempio, punta a un seggio europeo Carlo Ciccioli, già deputato e consigliere regionale nelle Marche. Quest’ultimo è diventato famoso per le sue dichiarazioni sull’aborto paragonato a forme di “sostituzione dell’etnia” e sulla parità di genere (“la donna deve accudire, l’uomo dare le regole”). Fratelli d’Italia eleggerà un marchigiano al Parlamento europeo.
Nel Nord-Est, invece, il partito di Meloni candiderà in lista l’assessora all’Istruzione del Veneto Elena Donazzan, dirigente veneta che si vantava di cantare “faccetta nera” e a febbraio ha aggiunto che “se diventassi capo del mondo darei soldi alle mamme per stare con i figli”. Sempre nel listino del Nord-Est troveranno posto anche la deputata Morgante, conosciuta per il suo discorso in aula contro Rosa Chemical a Sanremo (“fa propaganda gender, proteggiamo i nostri bambini”) e l’emiliano-romagnolo Stefano Cavedagna, noto per le sue posizioni pro-Russia e anti-Nato prima della guerra in Ucraina. Nelle isole invece troverà posto il fedelissimo del ministro Nello Musumeci, Ruggero Razza, a processo per aver spalmato i dati sui pazienti Covid da assessore regionale.
(da ilfattoquotidiano.it)

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OGNI DUCETTO VUOLE LA TV AI SUOI PIEDI: I DIPENDENTI DELLA TV PUBBLICA SLOVACCA SI SONO PRESENTATI OGGI AL LAVORO VESTITI DI NERO PER PROTESTARE CONTRO LA NUOVA LEGGE SULL’EMITTENTE, APPROVATA IERI DAL GOVERNO DEL PREMIER SOVRANISTA ROBERT FICO

Aprile 26th, 2024 Riccardo Fucile

LA LEGGE PREVEDE L’ABOLIZIONE DELL’ATTUALE RADIOTELEVISIONE PUBBLICA “RTVS” E LA SUA SOSTITUZIONE CON UN’EMITTENTE MENO CRITICA NEI CONFRONTI DEL GOVERNO

I dipendenti della Tv pubblica slovacca si sono presentati oggi al lavoro vestiti di nero per protestare contro la nuova legge sull’emittente, approvata ieri dal governo del premier populista Robert Fico. Le foto sono state pubblicate dal sito Aktuality.sk. La legge prevede l’abolizione dell’attuale radiotelevisione pubblica “Rtvs” e la sua sostituzione con un’emittente ritenuta “più obiettiva” e meno critica nei confronti del governo, come afferma lo stesso esecutivo.
“Non vogliamo essere seppelliti. Ma se la televisione pubblica e indipendente deve appartenere al passato, dichiariamo che” oggi, “giovedì, il giorno successivo all’approvazione del disegno di legge da parte del governo, sarà la giornata nera di Rtvs”, hanno scritto i dipendenti scontenti su Facebook. Sul social sono state condivise foto di dipendenti di varie redazioni che si sono uniti alla protesta. L’iniziativa, oltre che di artisti, ha ricevuto il sostegno di giornalisti del quotidiano Dennik N; di Markiza, la stazione televisiva con più alti ascolti in Slovacchia; e del quotidiano Sme.
(da agenzie)

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ANTONIO SCURATI: “LA CENSURA DEL MIO MONOLOGO? NON SI SCUSERANNO MAI, NON È NELLA LORO INDOLE”

Aprile 26th, 2024 Riccardo Fucile

“SCARICHERANNO LA COLPA SU QUALCUNO DEI LORO E LO EPURERANNO. IL LORO METODO È SEMPRE AGGRESSIVO, MAI REMISSIVO. L’INIMICIZIA NEI CONFRONTI DELLA CULTURA ANTIFASCISTA È PARTE INTEGRANTE DELLA STORIA PERSONALE E POLITICA DELLA PREMIER E DEL GRUPPO DIRIGENTE CHE L’AFFIANCA. È UNA RADICE PROFONDA. L’IDENTITÀ NEOFASCISTA GIOVANILE È RADICATA. IL PREMIERATO? UN INDEBOLIMENTO DELLA DEMOCRAZIA ITALIANA…”

Lo scandalo della censura del suo monologo da parte della Rai ha varcato i confini finendo sulle maggiori testate internazionali. Giorgia Meloni dichiara su Instagram la sua «avversione a tutti i regimi totalitari e autoritari» e scrive in un post: «La fine del fascismo pose le basi per il ritorno della democrazia».
Non è proprio dirsi antifascisti, la parola continua a risultare ostica, per ragioni strategiche o identitarie?
«L’inimicizia nei confronti della cultura antifascista è parte integrante della storia personale e politica della premier e del gruppo dirigente che l’affianca. È una radice profondissima. L’identità neofascista giovanile è radicata, inestirpabile. Il sindaco di Cagliari, Paolo Truzzu, ha tatuata sull’avambraccio la scritta “Trux”, che è una giocosa crasi tra il suo cognome e il termine “Dux”».
Giorgia Meloni è riuscita a smussare la sua immagine all’estero. Quali tra le misure prese da questo governo le sembrano preannunciare un indebolimento della democrazia italiana?
«Ne cito una significativa. Il progetto di riforma costituzionale che prevederebbe l’elezione diretta del capo del governo e che, come insigni costituzionalisti hanno notato, svilirebbe il ruolo del Presidente della Repubblica come figura di garanzia e renderebbe il Parlamento ancora più marginale di quanto non sia già. Il discredito dell’istituzione parlamentare è un tratto comune a tutti i populismi sovranisti e li accomuna al fascismo mussoliniano.
Ciò che mi preoccupa è il peggioramento qualitativo della democrazia. È in atto oggi una sua lenta e progressiva erosione. E il processo non riguarda solo l’Italia ma l’Europa. Il modello dei postfascisti sono le democrazie autoritarie o illiberali come l’Ungheria».
La premier non ha rinnegato né il partito illiberale polacco Pis né Orbán. Se alle elezioni europee dovesse ottenere intorno al 28% dei consensi, costituirà un rischio?
«I rischi ci sono. I successi elettorali di movimenti e partiti populisti sovranisti potrebbero intralciare la realizzazione di un’unità politica europea e anche di una difesa comune».
Recenti sondaggi hanno rivelato che molti italiani sono contrari a mandare armi all’Ucraina: il 38% dichiara di non essere mai stato d’accordo, il 28% di aver cambiato idea e non esserlo più. Che fine ha fatto il senso della lotta per la Liberazione?
«L’Italia è ancora una volta l’avanguardia o il laboratorio di processi di trasformazione politica che poi avvengono in altri Paesi europei. Lei usa un’espressione che mi piace molto: “il senso della lotta”. l’Europa occidentale ha vissuto il più lungo periodo di pace, prosperità, benessere che la storia dell’umanità ricordi. L’ottundersi della coscienza civica, una certa smobilitazione dell’impegno civile, un certo individualismo egoista, sono conseguenze in parte di questo grande privilegio. Credo che il venir meno del sostegno morale alla lotta ucraina non dipenda da un calcolo ma da apatia».
Come è cambiata la narrazione del fascismo in Italia?
«Il processo di revisione è cominciato prima di Giorgia Meloni. Man mano abbiamo visto attenuarsi il giudizio politico negativo della politica e dell’opinione pubblica sul fascismo. I postfascisti più che sulla riabilitazione esplicita del fascismo mirano alla liquidazione dell’antifascismo come fondamento della Costituzione e della Repubblica».
I conti con la storia in Italia non sono ancora stati fatti?
« Il sacrosanto mito resistenziale ha lasciato in ombra una verità essenziale, che doveva essere assorbita, elaborata e poi risputata nella coscienza collettiva: questa verità è che noi siamo stati fascisti, che il fascismo è stata una delle ultime invenzioni del genus italico e che quindi l’unico modo per seppellire questa identità è di assumersene la responsabilità e la colpa. Non è andata così, a differenza di quanto accaduto in Germania. La vittoria elettorale di FdI è stata l’ultima occasione storica in cui questo processo di catarsi avrebbe potuto avere luogo, ma è stato evitato sistematicamente».
Veniamo a lei: che cosa vuol dire per un privato cittadino, per uno scrittore, subire un attacco personale da parte del governo? Si aspetta delle scuse?
«Non si scuseranno mai, non è nella loro indole e non è nella loro convenienza soprattutto. Casomai scaricheranno la colpa su qualcuno dei loro e lo epureranno. Il loro metodo è sempre aggressivo, mai remissivo. Ho subito una violenza morale, psicologica. Sono stato additato come malfattore, truffatore, profittatore, quasi abbia estorto un compenso non dovuto.
Il Tg1ha offerto lo spettacolo indegno di una giornalista che ha chiesto la mia incriminazione per vilipendio alle istituzioni. Da tempo subisco minacce, non ho cambiato la mia vita. Ma al di là del mio caso singolo abbiamo assistito ad attacchi a Repubblica, a Lilli Gruber, alla cancellazione della trasmissione di Roberto Saviano, alla querela a Luciano Canfora da parte della presidente del Consiglio».
Gettare discredito sugli intellettuali è un altro sintomo del populismo di stampo fascista?
«“Quando sento nominare la parola cultura metto la mano alla pistola”: la frase è di Goebbels. Non voglio affatto paragonare l’attuale classe dirigente italiana a Goebbels, però è vero che c’è un discredito dell’intellettuale da parte di questa destra estrema e populista. Screditare l’intellettuale, che sia portatore di un sapere letterario o scientifico, è una caratteristica del populismo sovranista. Ho subito attacchi personali anche da parte della seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa ».
(da La Repubblica)

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DOVE SI VIVE PIU’ A LUNGO (E IN BUONA SALUTE) IN ITALIA?

Aprile 26th, 2024 Riccardo Fucile

AL NORD. BASILICATA, MOLISE E CALABRIA IN FONDO ALLA CLASSIFICA

C’è la carenza di strutture e personale sanitario tra i principali fattori che condizionano la speranza di vita. Ma anche la rilevazione sull’aspettativa di anni passati in buona salute è influenzata dalla capacità delle persone di accedere alle risorse mediche. L’ultimo Rapporto sul benessere equo e sostenibile dell’Istat fotografa vari aspetti dell’impatto della qualità delle cure sui cittadini italiani. Il Corriere ricorda, tra le cause della crisi del sistema sanitario, la perdita dei dottori di medicina generale: il 77% di loro è over 54, presto lascerà il mercato del lavoro. Il quotidiano passa poi ad analizzare l’indicatore della speranza di vita in buona salute alla nascita. Il dato medio italiano aveva raggiunto il suo picco nel 2020, 61 anni, per poi scendere a 60,5 nel 2021, a 60,1 nel 2022 e a 59,2 anni nel 2023. Ma oltre al calo generale, l’Istat sottolinea che «si amplia nuovamente il divario territoriale Nord-Sud rispetto al 2022». Così, al Nord si riesce a vivere – in buona salute – 4 anni in più rispetto al Sud: la media è di 60,6 anni al Settentrione contro i 56,5 anni del Mezzogiorno.
«Coloro che possono aspettarsi di vivere il maggior numero di anni in buona salute sono gli abitanti di Bolzano: 66,5 anni degli 84,1 anni di vita attesa alla nascita, pari a circa l’80% degli anni da vivere». Al contrario, la Basilicata è la regione con il più basso numero di anni di aspettativa di vita in ottime condizioni, 52,8 anni nel 2023, seguita da Molise, 54,9 anni, e Calabria, 55,4 anni. Gli abitanti della provincia di Bolzano, dunque, vivono meglio per 14 anni in più rispetto ai lucani. Oltre all’Alto Adige, ottengono buoni risultati nella rilevazione la Toscana e il Veneto, rispettivamente 62,5 e 62,3 anni in buona salute con 83,8 di vita attesa per entrambe. La Valle d’Aosta, che presenta uno dei livelli di speranza di vita in buona salute tra i più elevati, ovvero 64,0 anni, è in linea con la media nazionale per aspettativa di vita generale: 83,1 anni.
Inoltre, scrive il Corriere, nel 2023 è stato registrato anche un peggioramento dell’indicatore sulla fiducia nel personale sanitario: il 20,1% degli italiani ha assegnato un voto da 0 a 5 ai medici, mentre il 21,3% non ha riconosciuto la sufficienza alle altre figure professionali sanitarie. Percentuali che sono ancora più alte nel Mezzogiorno, dove il 24,2% dei residenti non si fida sufficientemente dei medici e il 26,6% dell’altro personale sanitario. Infine, è tornato ai livelli prepandemici l’emigrazione ospedaliera extra-regione: «Basilicata, Calabria, Campania e Puglia sono le regioni con maggiori flussi in uscita, non compensati da flussi in entrata. In Sicilia e Sardegna, sebbene l’indice di emigrazione ospedaliera sia contenuto, è molto superiore all’indice di immigrazione ospedaliera».
(da il Corriere della Sera)

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QUASI 282 MILIONI DI PERSONE SOFFRONO LA FAME: L’INSICUREZZA ALIMENTARE “ACUTA GRAVE” È IN CONTINUO AUMENTO DA CINQUE ANNI

Aprile 26th, 2024 Riccardo Fucile

IL DATO È IN CRESCITA: LE PERSONE CHE NON HANNO AVUTO ACCESSO A QUANTITÀ SUFFICIENTI DI CIBO NUTRIENTE NEL 2023 SONO 24 MILIONI IN PIÙ RISPETTO AL 2022

La fame nel mondo resta a livelli allarmanti: sono quasi 282 milioni le persone che affrontano insicurezza alimentare “acuta grave” in 59 Paesi, 24 milioni in più dal 2022. Una piaga che coinvolge ancora il 21,5% della popolazione analizzata e supera i livelli pre-Covid. È quanto emerge nel Rapporto globale sulle Crisi Alimentari 2024 del Food Security Information Network e pubblicato dalla Rete Globale contro le Crisi Alimentari (Gnafc). Si tratta del quinto anno consecutivo di crescita del numero di persone che affrontano alti livelli di insicurezza alimentare acuta. Lontano l’obiettivo fame zero entro il 2030.
Nel 2023, i conflitti sono stati la causa principale in 20 Paesi/territori, con 135 milioni di persone che affrontano livelli alti di grave insicurezza alimentare, si tratta del fattore principale nella maggior parte delle dieci maggiori crisi alimentari (per numero o percentuale). Nei Paesi con dati comparabili tra il 2022 e il 2023, secondo il Rapporto, l’insicurezza alimentare acuta è peggiorata in 12 di essi, coinvolgendo 13,5 milioni di persone in più, di queste due terzi si trovavano in Sudan.
Nulla di buono si prospetta per il 2024; a gettare un’ombra sono l’intensificazione dei conflitti e dell’insicurezza, l’impatto di eventi meteorologici estremi principalmente causati da El Niño e gli shock economici, come l’inflazione a spirale e la volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari. Quanto alle altre cause della fame nel 2023, gli shock economici hanno impatti su 21 Paesi con oltre 75 milioni di persone.
Nonostante il calo dei prezzi internazionali dei prodotti alimentari, l’inflazione persistente nei Paesi colpiti da crisi alimentari ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie più povere. L’elevato debito pubblico ha continuato a limitare le possibilità dei governi di attenuare gli effetti dei prezzi elevati. Gli eventi meteorologici estremi sono stati, infine, la causa principale in 18 Paesi, con 72 milioni di persone.
(da agenzie)

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