Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
E’ BASTATO UN VOTO DI SCARTO PER MANDARE A MONTE UN’INTESA SCELLERATA… MA LA MINACCIA DI UNA LEGGE ELETTORALE CHE ALTERA GLI EQUILIBRI C’E’ ANCORA
Stavolta non è il popolo che sfida il re e dà inizio alla rivoluzione, come in Francia il 14 luglio del 1789 con la presa della Bastiglia. Stavolta è il Parlamento a ricordare a Giorgia Meloni che non è ancora una regina, e che le forzature istituzionali sono destinate a infrangersi regolarmente contro un muro chiamato democrazia. È successo per la legge sull’Autonomia differenziata, grazie alla Corte Costituzionale. È successo sulla riforma della giustizia, con il referendum. Adesso, è accaduto con quella legge elettorale che puntava a portare in Italia il premierato attraverso una legge ordinaria: un sistema proporzionale con un premio di maggioranza talmente grande — 70 parlamentari alla Camera e 35 al Senato — da far sì che la coalizione vincente sia in grado di votare in solitaria tanto il capo dello Stato che i giudici costituzionali.
Diranno che è stato perché i parlamentari hanno paura di doversi cercare i voti da soli, abituati come sono a liste bloccate in cui vengono messi per affiliazione, lunghe fedeltà, perfino parentele. Diranno che alla Camera i deputati ribelli — una quarantina — hanno difeso sé stessi prima ancora che le istituzioni da un emendamento che però era un trucco, puro maquillage: i capilista restavano bloccati, solo i partiti capaci di raccogliere ben oltre il venti per cento avrebbero eletto parte dei loro rappresentanti con le preferenze. Gli altri, pochi o nessuno. L’emendamento serviva alla presidente del Consiglio per poter dire che voleva cambiare la legge elettorale con l’obiettivo di ridare la parola agli elettori e non alle segreterie di partito. Ma non era vero, e non ha funzionato.
“Ci abbiamo provato, ha vinto la palude”, è il prevedibile commento di Meloni che dice “serve una riflessione”, ma vorrebbe andare avanti come nulla fosse. “Nessuna conseguenza sul governo”, si affretta a rassicurare il vicepremier Tajani, fingendo di non cogliere il segnale politico che arriva dal voto. I leader del centrodestra non tengono più i gruppi parlamentari. Li hanno piegati con continue fiducie, con decreti-legge che non avevano alcuna necessità e urgenza, con una legge elettorale che arriva a colpi di emendamenti inemendabili e scritti a Palazzo Chigi per cucire addosso alla premier — soprattutto a lei — una nuova vittoria. O scongiurare una sonora sconfitta.
Il velo squarciato mostra cosa c’è sotto l’operazione di immagine: non il tentativo di ridare la parola agli elettori, ma quello di scrivere una legge elettorale che cancelli la parte sui collegi uninominali — il modo migliore probabilmente di garantire rappresentanza — solo perché questo significherebbe, per la destra, perdere il Sud. E aggiungere trucchi nuovi come quello sui residenti all’estero, cambiando la ripartizione fino ad arrivare per il Senato al collegio mondo. Forzatura dopo forzatura, Meloni stava tentando di costruire un salvacondotto che aiutasse lei, Salvini e Tajani a resistere nonostante l’incapacità di andare d’accordo su temi fondamentali — il rapporto con l’Europa, la guerra in Ucraina — e nonostante l’assalto esterno di Roberto Vannacci, i cui prodi ieri gridavano in aula cose come: “Basta con la finta destra, serve il generale”.
Meloni ha provato fino alla fine a vincere le resistenze che pure prevedeva. Tanto da far saltare, come ultima offerta agli alleati riottosi, l’alternanza uomo-donna tra i capilista bloccati. Al grido metaforico di “sorella io ti frego”, la presidente del Consiglio aveva consegnato a parlamentari prevalentemente maschi una cosa che sognano da tempo: la fine dell’obbligo di portare più donne in Parlamento. Se l’emendamento fosse passato, sarebbe saltato quel sistema che ha consentito al Paese di raggiungere il 32 per cento di donne alla Camera e il 35 per cento al Senato, a fronte del mero 13 per cento che c’era fino agli anni ‘90. E sarebbe successo per mano della prima donna presidente del Consiglio che aspira a diventare la prima donna presidente della Repubblica. Ce l’ha fatta lei, che importa delle altre?
Ancora l’8 marzo, Meloni parlava delle quote rosa come di un trucchetto. Ferma all’idea antica secondo cui se una su mille ce la fa, allora il problema non esiste. Ma il problema — giova ripeterlo — è che entrambi i generi dovrebbero avere accesso alle cariche elettive in modo equo. Non bisognerebbe essere dieci volte più brave, determinate, forti, combattive (com’è sicuramente stata Meloni per assumere la guida del centrodestra) perché vengano concesse le stesse opportunità degli uomini. E invece è questo che accade, nei partiti, nelle aziende, nelle università, nelle istituzioni, ed è per questo che le leggi sulla rappresentanza di genere sono nate e vanno difese.
la seconda volta che Meloni tradisce le donne italiane. La prima è stata quando ha cambiato idea sull’inserimento del consenso libero e attuale nella legge contro lo stupro. Era un patto fatto con la segretaria del Pd Elly Schlein, ma la Lega non ci stava e lei ha preferito accantonarlo. Anche stavolta, Meloni aveva siglato con due uomini un accordo di potere sulla pelle di tutte le altre. Ma qualcosa è andato storto: l’influenza di Marina Berlusconi su Forza Italia? La rivolta leghista nei confronti di un capitan Salvini che le ha sbagliate tutte? O magari, una donna della maggioranza che si è rifiutata di farsi portare indietro nella storia. È bastato un unico voto di scarto, per mandare a monte un’intesa scellerata. Ma la minaccia di una legge elettorale che altera gli equilibri c’è ancora. E quei partiti di opposizione che in aula gridano “elezioni”, sanno che se anche arrivassero, non li troverebbero pronti.
(da Repubblica)
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Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
BLUFF PREFERENZE, MELONI PERDE LA FACCIA PER UN VOTO
“Dimissioni”, “elezioni”. Come dopo un calcio di rigore decisivo sbagliato durante una
partita dei Mondiali, parte il coro da stadio. Ma siamo nell’emiciclo della Camera, che festeggia con un boato la votazione – 188 voti contrari, 187 a favore – che affossa a scrutinio segreto l’emendamento di Galeazzo Bignami, voluto da Fratelli d’Italia e presentato con Noi Moderati e Udc, con le finte preferenze (capilista bloccati, voti di preferenza nei listini, nessuna alternanza di genere). L’opposizione in blocco era composta da 153 deputati: quindi i franchi tiratori sono almeno 35. Ma chi ha tenuto il pallottoliere per tutto il giorno nel centrosinistra, dice che sono di più, almeno 45. Mentre le cifre che cominciano ad arrivare dal centrodestra sono più basse. Francesco Lollobrigida, che è stato tutto il giorno in Transatlantico a trattare e controllare, ne quantifica 27. Mentre Galeazzo Bignami grida “vergogna” alle opposizioni che non ci avrebbero messo la faccia, i leader del centrosinistra si precipitano fuori, al sit-in di fronte a Montecitorio. Ma gli occhi sono già puntati verso Palazzo Chigi.
Si aspetta la reazione della premier, che arriva alle 20:40, su Facebook: “Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude. Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate. Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto”. Poi punta il dito contro il centrosinistra. Una strategia che era chiara già dal pomeriggio: “Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro”. L’affondo più pesante è quello verso i suoi: “Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci”. Il post lascia aperte più strade. Anche quella di salire al Colle, già oggi, e ragionare sulle dimissioni. La tentazione di andare al voto è fortissima. La minaccia è già sul tavolo. In questo clima, il Tajani che si affanna a dire che il governo va avanti appare un dettaglio. O un’ammissione di colpa.
Riavvolgendo il nastro. La giornata inizia in sordina. In molti sono pronti a giurare che non succederà niente, che in fondo le preferenze riguardano solo i due partiti grandi, FdI e Pd. Ma poi ci sono due indizi. Le opposizioni compatte chiedono che la riforma sia votata integralmente a scrutinio segreto. Lorenzo Fontana, presidente della Camera, ne ammette 114, di voti così. Lega e FI assicurano il loro sì al testo di Bignami. “Sembra una farsa”, si commenta nei corridoi. Tanto più che gli azzurri sono marcati stretti per tutto il giorno da Tajani. Ma che le cose non vadano benissimo si capisce dal post di Meloni nel primo pomeriggio. “Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze. No al voto segreto”. Le mani avanti. Non aiuta la tranquillità il fatto che la ministra Casellati invece di essersi rimessa all’aula, abbia dato parere favorevole all’emendamento. In aula c’è mezzo governo. Un attimo prima di aprire la votazione, il deputato vannacciano Domenico Furgiuele avverte: “Votiamo a favore, ma le preferenze non sono queste”. Avvertimenti. Poi lo show down e i cori in aula. Si cercano i traditori. Occhi puntati su Forza Italia (addirittura l’80% del gruppo, secondo qualcuno) e poi sulla Lega e persino FdI. C’è chi racconta di aver sentito Maria Elena Boschi dichiarare il voto a favore di Iv. Veleni: va detto che lei in aula si scaglia contro la legge. Ma soprattutto parlano gli atteggiamenti della maggioranza.
Bignami fa un comizio in Transatlantico, Lollobrigida esce da un corridoio laterale e prova a teorizzare che non si tratta di una manovra organizzata, ma di scelte singole. Un capannello tra Tajani e lo sherpa sulla legge elettorale di FI, Benigni, racconta che si cercano i colpevoli. Una deputata leghista protesta: dice il suo voto non è stato registrato. La capigruppo in serata decide di andare avanti sulla legge. “Significa che Meloni non farà nulla”, scommette qualcuno. Un po’ troppo. Di certo, giurano in molti, “la legge elettorale è morta”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRECEDENTE SULLO STESSO TEMA DEL REFERENDUM DEL 1991 CHE FU IL PRIMO SCHOCK PER CRAXI E FORLANI
«C’è una sorta di rigetto — scrisse allora Eugenio Scalfari — una voglia di dissacrazione e
di delegittimazione che sale dal fondo e arriva fino ai vertici dello Stato. La Repubblica è in discussione, i partiti sono sotto accusa. Questo rigetto globale è in larga misura meritato…».
Quando gli eventi si ripropongono, sia pure in forma diversa, ma comunque in modo traumatico, conviene sempre tirare il fiato, chiarirsi la testa, deglutire i rimasugli della recente cronaca e riandare con la memoria a ciò che di solito è finito da un pezzo nell’oblio; perché invece è proprio da lì, dal botto imprevisto, dalla rivolta inaspettata, che come un dono prezioso si trae la lezione della storia — con l’iniziale volutamente minuscola, ma pur sempre la storia.
Per cui, dopo averla fatta così lunga e solenne dinanzi a quello che dopo tutto si configura come un agguato di franchi tiratori, è giusto e forse anche utile ricordare che la parola “preferenze” ha già determinato l’inizio della fine di un ciclo di potere. Perché sì, certo, sarà dipeso dal crollo del muro di Berlino, dal trattato di Maastricht, dalla fine dell’unità politica dei cattolici, dall’affermarsi della Lega, dalla rivoluzione giudiziaria e da tante altre utili e disutili evenienze, ma nel giugno del 1991 la Prima Repubblica cominciò ad affondare, a furor di affluenza e voto popolare, con i risultati del cosiddetto referendum sulla preferenza unica. Consultazione ritenuta erroneamente minore, ma tale da schiavardare il sistema, anche perché vissuto dai leader sconfitti (Craxi, Forlani e Andreotti) come uno shock politico e dai vincitori come un festoso plebiscito.
E con tale premessa, senza dilungarsi sul ruolo e sul destino del fronte referendario, così come sui numeri e sulle conseguenze che quel lontano scossone procurò sugli equilibri a venire, ecco che in un accesso di ingenua ribalderia varrà forse la pena di riflettere sulle risorse che Nemesi, figlia della Notte, nonché secondo Esiodo “flagello degli uomini mortali” ed emblema della giustizia riparativa, seguita a offrire alla vita politica di questo fantastico paese dove le furbate giocano insieme a nascondino, a mosca cieca e ad acchiapparella; con il che grazie alle preferenze, vere, fasulle o usate come nel presente caso quali specchietti per allodole, il governo più stabile dell’universo può tranquillamente finire a gambe levate.
Buttarla in mitologia rende tutto più semplice. Anche perché in tempi ormai vuoti di ideali e progetti la minacciosa Nemesi, dea ex machina significativamente raffigurata (vedi Durer) con spada, lavora in genere di comune accordo con i proverbi tipo «chi troppo vuole nulla stringe», «chi la fa l’aspetti» e così via. Ciò che senza dubbio le assegna un potere supplementare e terribile, tanto più in un ambito dove l’astuzia calcolante dei politicanti all’italiana da un ventennio almeno ha prodotto a getto continuo per taluni amene, per talaltri beffarde entità legislative volta per volta rinominate “Porcellum”, o “Italicum”, o “Tatarellum”, o “Rosatellum”, appellativi che nel santuario di Ramnunte, presso Maratona, dedicato alla divinità, suscitano un’ira senza scampo.
Dagli e dagli, si era di recente arrivati al “Melonellum”, già “Meloncellum”, già più grazioso, o “Stabilicum”, come da enfatico conio dell’onorevole Benigni, proveniente dai ranghi di “Cambiamo” del compianto Toti; figurarsi Nemesi dinanzi a tali modeste esercitazioni lessicali.
Per quarant’anni, dal suo rifugio, ha lasciato con pazienza che l’Italia elettorale si riconoscesse in uno slogan che suonava buffo solo perché diffuso, con un megafono, affacciato a una finestra, anche da Totò: «Vota Antonio! Vota Antonio!». A suon di preferenze si è costruito il potere andreottiano, nacque l’impero di Emilio Colombo, si stabilizzò il reame gavianeo, sfolgorò in Veneto e poi a Roma la stella di Toni Bisaglia, ai danni del più anziano Rumor. La storia referendaria, come si diceva, ha poi messo fine a quel sistema cui la classe dirigente di allora, prossima alla decapitazione, reagì — è sempre Scalfari — «con statuaria indifferenza».
Ma adesso Nemesi ha stabilito che qualcosa doveva pur fare contro chi si vanta di durare più di tutti, ma al tempo stesso nell’ultimo anno di legislatura impone di cambiare le regole del gioco. In situazioni del genere il potere delle divinità vendicatrici si nasconde dietro eclatanti dettagli, a loro volta schermati da sorpresine numerologiche. Ebbene, ieri è mancato un voto, un solo voto, il voto della premier che aveva imposto la prova di forza. Sulle preferenze. Naturalmente sono tutte fantasie, ma pure di queste per disgrazia o per fortuna vive la politica, e in fondo la vita stessa.
(da Repubblica)
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Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER ALLA VIGILIA AI VICE: “SE NON PASSA SI VA ALLE URNE”… POI LA RIFLESSIONE E I SOSPETTI “SU CHI VUOLE IL PAREGGIO”
«Non mi faccio impallinare così». Cala la sera su Palazzo Chigi ed è l’ora della collera di Giorgia Meloni. Inviperita con leghisti e azzurri (e pure con qualcuno dei suoi, anzi qualcuna, le deputate erano le più scontente per il nuovo meccanismo, che le penalizzava). Da giorni la premier temeva il trappolone degli alleati. Non a caso, l’altro ieri, alla vigilia del voto, in una video call d’emergenza con Matteo Salvini e Antonio Tajani, li aveva messi in guardia, con la minaccia più ruvida e detonante possibile: «Ve lo dico chiaramente: se l’emendamento sulle preferenze non passa, si va al voto».
E ora, dunque, tutti alle urne? Calma. Sul fare della notte, la stessa premier invita i suoi alla prudenza, esclude di salire subito al Quirinale, per l’intoppo su un emendamento. Anche se la frustrazione monta. Nelle prossime settimane, si vedrà.
È innegabile però che lo scenario non sia più un’ipotesi dell’irrealtà. Un ragionamento, sottotraccia, si sta facendo. Nel post serale, vergato a ferita sanguinante, Meloni lascia aperto ogni spiraglio. Frasi così, annotate su Facebook: «Ci abbiamo provato, ha vinto di nuovo la palude». Soprattutto, «anche nella maggioranza – scrive Meloni – sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione». Considerazioni decisamente più cariche d’incognite e possibili sviluppi politici di quelle, scontate, contro l’opposizione che chiedendo il voto segreto «non ci ha messo la faccia», come la premier aveva chiesto in via preventiva sempre su Fb, e che all’esito della votazione «ha esultato come se avesse vinto il Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i parlamentari».
La “riflessione” è già iniziata. Meloni a sera sente i due vice. Mentre nei corridoi del Transatlantico, un paio di ministri, a taccuini rigorosamente chiusi, non si sbilanciano: si vota? «Vediamo». Sibillino il capodelegazione di FdI, Francesco Lollobrigida, che pure, come Bignami e Tajani, sulle prime minimizza sostenendo che si sia trattato di una «cosa puntiforme» non di un dissenso «organizzato», ma aggiunge che se ci saranno conseguenze «lo vedremo quando sarà il momento». Nella cerchia della premier sono ore frenetiche. Si ragiona su pro e contro del clamoroso strappo. Tra i vantaggi, racconta un meloniano di peso, «c’è il fatto che Vannacci ancora non si è organizzato e che le opposizioni, dopo il referendum, hanno perso quella spinta. Ma è presto».
Intanto è l’ora dei veleni. Dei sospetti. Della caccia al franco tiratore. La premier vorrebbe conoscere i nomi, uno per uno. C’è irritazione, ai piani alti di FdI, per l’assenza di Lorenzo Fontana, che non ha presieduto al momento del voto, sguarnendo i meloniani di Fabio Rampelli, subentrato alla guida della Camera. Ma c’è risentimento pure verso i leghisti del Nord, che non volevano le preferenze, così come per gli azzurri “tendenza Marina”, che Tajani non controlla. Tossine sul presunto “partito del pareggio”, che vorrebbe tenersi il Rosatellum puntando a una legislatura senza maggioranze politiche. A proposito di franchi tiratori: nella video-call dell’altro ieri, entrambi i vicepremier hanno risposto così alla premier: «Giorgia, noi ci impegniamo ma con il voto segreto è impossibile escluderli». Salvini, per avere le mani pulite, ha fatto spedire nella chat di gruppo dei deputati un messaggio perentorio: ordine tassativo di essere tutti presenti e di votare sì. Ma il senatore Gianmarco Centinaio, alla festa dell’ambasciata francese, gongolava leggero: «Una serata bellissima, tanto non cambia nulla». Si vedrà.
Certo, Meloni a un certo punto deve avere sperato che la partita si potesse raddrizzare e dribblare l’incidente, se ha deciso di giocarsi il tutto per tutto: il governo, che era intenzionato a “rimettersi all’Aula” sull’emendamento, come annunciava al gruppo forzista Elisabetta Casellati in mattinata, alla fine ha invece espresso “parere favorevole”. Trasformando poi la bocciatura in un caso politico eclatante.
Che fine farà la legge elettorale? Occhio alle parole di Ignazio La Russa. Che alle 21.20 ricorda che si potrà giocare un secondo tempo al Senato, dove sul punto non è previsto il voto segreto e ci sarà la «possibilità concreta di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera». Salvo poi fare parziale retromarcia mezz’ora dopo, precisando con alcuni cronisti a Palazzo Madama: «Se si è trattato di un infortunio, è facile recuperare al Senato, se invece le ragioni fossero diverse, ha ragione Meloni e si apre un momento di riflessione seria che tocca al governo».
(da Repubblica)
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Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
E ORA PUO’ SUCCEDERE DI TUTTO
Votanti 375, maggioranza 188, favorevoli 187. Un voto, un singolo voto, che però
potrebbe cambiare tutto. Così è finita la votazione più attesa dell’anno, quella sull’emendamento della maggioranza alla proposta di riforma della legge elettorale che introduceva parzialmente le preferenze. Uno snodo cruciale, una prova decisiva, che il centrodestra ha fallito clamorosamente, malgrado l’ampia e rassicurante maggioranza alla Camera dei deputati mostrata per tutta la giornata di votazioni sugli altri emendamenti.
Cos’è successo è presto detto: nel segreto dell’urna, una trentina almeno di deputati della maggioranza hanno votato contro le indicazioni ufficiali dei loro partiti. Lo hanno fatto consapevoli di aprire una crisi profonda nella coalizione di governo, con i leader che avevano impiegato settimane per trovare una quadra sulle preferenze. Lo hanno fatto nonostante la stessa presidente del Consiglio, che forse temeva l’imboscata, si fosse preoccupata di intervenire pubblicamente a discussione in corso, esprimendo perplessità rispetto al metodo del voto segreto. Lo hanno fatto, malgrado l’investimento in termini di credibilità dell’intera maggioranza di governo, pressata a destra da Futuro Nazionale e accusata di voler cambiare la legge elettorale “per paura di perdere”. Lo hanno fatto conoscendo le conseguenze del loro gesto.
Un voto, insomma, che sposta gli equilibri e rappresenta il segnale più chiaro della difficoltà in cui si trovano la presidente del Consiglio e i suoi fedelissimi. Perché non ci vuole certo un genio per capire su quali banchi siedano i franchi tiratori, così come non servono analisi di chissà quale complessità per inserire lo schiaffo odierno all’interno di un contesto complessivo di tensione e sfiducia. La maggioranza è a pezzi da mesi, i rapporti fra i leader sono tesissimi, le divergenze fra le diverse anime del governo sono enormi, la batosta del referendum mai completamente assorbita. Le prospettive, se possibile, sono ancora peggiori: in calo di consensi, con l’incubo Vannacci che continua a crescere, isolati sul piano internazionale dopo la sciagurata condotta trumpiana degli ultimi anni, con alle viste una legge di bilancio che definire complicata sarebbe un eufemismo. Il bilancio, dopo quattro anni di lavoro, è misero, malgrado il tentativo di accelerare in questi ultimi mesi, con il piano casa e il cosiddetto salario giusto. Le riforme scomparse.
La legge elettorale era una sorta di ultimo appello, non fosse altro per mettere la cosiddetta pistola sul tavolo e poter minacciare il ritorno alle urne in tempi brevi. Dopo il naufragio di oggi, sarà quasi impossibile far finta di nulla.
(da Fanpage)
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