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FIAMMA E MARTELLO. AL SENATO NASCERÀ LA COMPONENTE DI “ITALIA DOMANI”, IL MOVIMENTO DEL SEDICENTE COMUNISTA MARCO RIZZO, GRAZIE AL PRESTITO DA PARTE DI FDI DEL SENATORE ANTONIO GUIDI

Ottobre 24th, 2026 Riccardo Fucile

CON IL SOCCORSO MELONIANO, LA FORMAZIONE DI RIZZO POTRÀ BYPASSARE LO SCOGLIO DELLE SEIMILA FIRME NECESSARIE PER PRESENTARE ALLE ELEZIONI UNA LISTA CHE NON ABBIA GIÀ UNA RAPPRESENTANZA PARLAMENTARE, NORMA PREVISTA DAL MELONELLUM – È UNA MOSSA IN FUNZIONE ANTI-CAMPO LARGO DA PARTE DEI FRATELLINI D’ITALIA, CHE PUNTANO A SOTTRARRE VOTI A SINISTRA IN VISTA DI UNA BATTAGLIA ELETTORALE IN CUI SI COMBATTE FINO ALL’ULTIMO CONSENSO

Una componente sta per nascere al Senato, grazie al prestito di un senatore di Fratelli d’Italia, Antonio Guidi, che consentirebbe il debutto parlamentare del movimento di Marco Rizzo, “Italia domani”, in vista di una sua eventuale corsa alle urne.
A confermarlo all’ANSA è lo stesso Guidi: “Esattamente come hanno fatto altri gruppi parlamentari e altri deputati e senatori, la mia adesione avviene esclusivamente per spirito di solidarietà nei confronti di chi si trovava in una situazione di difficoltà, a prescindere da qualsiasi condivisione del programma.
E inoltre, avviene su richiesta dei civici marchigiani anche per le mie origini. La formazione di Rizzo, ex militante del Pci e fondatore del Partito comunista, inizialmente si chiamava “Civici Marche” e di recente ha cambiato nome diventando appunto “Italia domani”.
Con l’aiuto di FdI, potrebbe bypassare il numero di firme necessario per candidarsi con la nuova legge elettorale che ha alzato da 1.500 a 6.000 le firme da presentare in ogni collegio plurinominale per candidare una lista che non abbia già una rappresentanza parlamentare.

(da agenzie)

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DONALD ALLO SPROFONDO. IL SOSTEGNO NEI CONFRONTI DI TRUMP TRA GLI ELETTORI AMERICANI PIU’ GIOVANI, DI ETÀ COMPRESA TRA I 18 E I 34 ANNI, CROLLA AL 21%., LO RIVELA L’ULTIMO SONDAGGIO DELLA CNN

Ottobre 24th, 2026 Riccardo Fucile

A NOVE GIORNI DALLE ELEZIONI DI METÀ MANDATO, IL TASSO DI GRADIMENTO COMPLESSIVO VERSO IL PRESIDENTE CONTINUA AD ATTESTARSI ATTORNO AL 32%, VICINO AL SUO MINIMO STORICO

Il sostegno verso Donald Trump tra gli elettori americani di età compresa tra i 18 e i 34 anni crolla al 21%. Lo rivela l’ultimo sondaggio della Cnn.
Il tasso di gradimento complessivo verso il presidente continua ad attestarsi attorno al 32%, sempre vicino al suo minimo storico quando mancano nove giorni alle elezioni di metà mandato.
Nonostante le mosse disperate sul fronte Ucraina e Iran, l’elettorato repubblicano non ha più fiducia nel presidente, tanto è vero che molti esponenti del partito in corsa per il Congresso hanno condotto una campagna elettorale senza mai citare Trump o addirittura prendendo le distanze da lui, per cercare di fermare l’emorragia di consensi vers il partito.

(da agenzie)

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SALUTAME A MUSK! DOPO I RALLENTAMENTI DI STARSHIELD, LA VERSIONE MILITARE DI STARLINK, L’UCRAINA PUNTA A RIDURRE LA SUA DIPENDENZA DA SPACEX CREANDO UNA PROPRIA RETE DI COMUNICAZIONI SATELLITARI, INSIEME A NOKIA E ALLA SOCIETÀ AEROSPAZIALE ICEYE

Ottobre 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL MINISTERO DELLA DIFESA UCRAINO HA FIRMATO UNA LETTERA D’INTENTI CON LE DUE AZIENDE FINLANDESI PER AVVIARE L’ESPLORAZIONE DI POSSIBILI FORME DI COOPERAZIONE NEL SETTORE SPAZIALE

Dopo i rallentamenti di Starshield, la versione militare di Starlink, l’Ucraina punta a ridurre la sua dipendenza da SpaceX creando una propria rete di comunicazioni satellitari, insieme a Nokia e alla società aerospaziale Iceye.
In quest’ottica, il ministero della Difesa ucraino ha firmato una lettera d’intenti con le due aziende finlandesi per avviare l’esplorazione di possibili forme di cooperazione nel settore spaziale. L’annuncio è stato dato in occasione della visita del Primo Ministro finlandese in Ucraina.
All’inizio di ottobre, Iceye e Nokia hanno lanciato una collaborazione per sviluppare sistemi di comunicazione satellitare a banda larga in orbita terrestre bassa – sicuri, sovrani e ad alte prestazioni – destinati ai governi.
Tali sistemi sono pensati per supportare diverse tipologie di missione, dalla difesa e sicurezza delle frontiere ai servizi di emergenza e alla gestione delle catastrofi. Basati su tecnologie europee affidabili, i sistemi di comunicazione satellitare sviluppati congiuntamente garantiranno alle nazioni la proprietà e il controllo dei satelliti, del segmento di terra e dei terminali.
“La guerra moderna ha dimostrato che avere comunicazioni affidabili è una questione di sicurezza nazionale”, ha detto Volodymyr Zelenskyy, la cui dichiarazione è riportata anche in un comunicato di Iceye. “Dobbiamo poter contare su capacità che siamo in grado di controllare.
La lettera di intenti tra il Ministero della Difesa, Iceye e Nokia rappresenta un passo importante in questa direzione”

(da agenzie)

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IL SABATO DELLA GENERAZIONE IGNOTA

Ottobre 24th, 2026 Riccardo Fucile

I RAGAZZI PAGANO IL PREZZO PIU’ ALTRO ALLA CRISI… COSA HA FATTO LA SORELLA D’ITALIA PER QUESTI “INVISIBILI”? SOLO LA FACCIA FEROCE

Sarà un altro “sabato nero”? Vedremo di nuovo Milano a ferro e fuoco, e magari anche Roma, Torino, Bologna? Dall’ennesimo autunno del nostro scontento risuonano echi lontani da anni ’70, quando i nostri fine settimana erano funestati dagli scontri di piazza, rossi contro neri, cariche della celere e lacrimogeni, molotov e P38. La rabbia è la stessa, le ragioni sono diverse.
A quei tempi i giovani sognavano la rivoluzione, in questi si ribellano all’emarginazione. Allora combattevano per abbattere «il sistema», oggi sfasciano tutto per entrarci. Allora lottavano per un mondo diverso e scrivevano sui muri «sii realista, chiedi l’impossibile». Oggi non hanno un posto nel mondo e gridano «voi non ci fate sognare, noi non vi faremo dormire».
Il primo errore che non dovremmo fare è ingabbiarli in un solo stereotipo. Nel magma della gioventù che schiuma di collera c’è di tutto. Ci sono migliaia di non violenti, che sfilano pacifici nei cortei per rivendicare il diritto allo studio e al lavoro, case accessibili e città vivibili. Ci sono migliaia di “seconde generazioni”, che reclamano politiche di integrazione. E poi ci sono tutti gli altri, incazzati e trasformati loro malgrado negli “utili idioti” dei poteri costituiti. Ci sono i black bloc e i centri sociali, che cavalcano qualunque protesta per trasformarla in guerriglia urbana.
E poi sì, ci sono i piccoli vandali che sfondano le vetrine e scappano con le scarpe Nike, le tute Adidas, i giubbotti Champions: all’apparenza, nichilisti teppistelli di strada, liberi dai fantasmi del comunismo e agiti solo dal demone del consumismo. Ci sono i bambini casseur risucchiati dalla bolla internettiana, che fanno i balletti davanti ai ghisa gridando «più ritmo meno algoritmo» e saltano sulle auto della polizia con la maschera di Spiderman solo per postare “l’evento” su TikTok: all’apparenza, nullisti digitali convocati dalle chat di Telegram che cinguettano «Foot Locker arriviamo». In questa notte della Repubblica, non tutti gli incappucciati sono neri.
Milano, 23 ottobre: un negozio protegge le vetrine con pannelli di compensato
Il secondo errore che non dovremmo fare è quello di guardare l’elefante (gli atti violenti) senza vedere la stanza (l’ambiente in cui si consumano). Michele Serra scrive che la guerra tra proletari e borghesi l’hanno vinta le sneakers. È vero. Ma forse è ancora più vero quello che sostiene Warren Buffett, quando dice «non è vero che la lotta di classe è finita, è che l’abbiamo vinta noi». Il problema è il dominio incontrastato del modello capitalista, la «società della prestazione neoliberale» descritta da Byung-Chul Han, dove vige il tutti contro tutti e dove ai perdenti resta solo l’odio. Rifiuti della società e vittime dei social, dove crepano di shitstorm e di shaming.
Il problema è che per molti di quegli adolescenti le sneakers sono l’unico oggetto che li fa identificare con qualcosa, la sola chiave d’accesso a un ecosistema condiviso. E questo chiama certamente in causa i valori intorno ai quali stiamo de-costruendo le nostre società, le nostre famiglie, le nostre aziende, i nostri Stati.
La violenza va condannata sempre, ma ci siamo immersi tutti fino al collo. E non ha torto Irene Montero, quando all’Europarlamento dice «vi indignate per un cassonetto bruciato e poi costringete gli studenti a studiare nelle baracche, autorizzate sfratti ogni giorno e spendete soldi della sanità e delle pensioni per la guerra e il riarmo».
Il terzo errore che non dovremmo fare è quello di trattare tutti i ribelli allo stesso modo. Esattamente quello che fanno le destre al governo. L’opposto di quanto aveva chiesto Mattarella, che aveva detto «i giovani sono una grande questione sociale», a loro non si può rispondere «con indifferenza o meschina sottovalutazione». E invece la reazione di Palazzo Chigi, più che al Quirinale, pare ispirata a una junta cilena.
La risposta di Meloni è un altro decreto-sicurezza, l’ottavo, che sancisce l’imputabilità degli under 18 e aggiunge al codice penale il 58esimo nuovo reato introdotto in questa folle legislatura, quello di «partecipazione violenta a una manifestazione». Law and order all’acqua pazza, pugno duro in stile Thatcher di Colle Oppio.
La risposta di Salvini sono i parà e i blindati Lince intorno al Duomo: come a Londonderry nel giorno del Bloody Sunday o a Nassirya durante la guerra in Iraq. La risposta di La Russa, il peggiore dei cattivi maestri, è l’attacco a chi critica la violenza e poi aggiunge un “ma”: proprio lui, che nel ’73 giusto a Milano guidava il corteo del Fuan dal quale partì la bomba a mano che uccise l’agente Marino.
La risposta di Nordio è «più carceri minorili», che già scoppiano con 1.200 ragazzi detenuti per colpa del criminogeno decreto Caivano del 2023. Eccola, la soluzione della «questione giovanile» richiesta dal presidente della Repubblica: galera per tutti, così impareranno ad affinare il crimine, a subire altra esclusione, a coltivare nuovo risentimento. Nessuna emergenza sociale, solo urgenza di ordine pubblico. Nessuno stato di disagio, solo Stato di Polizia. Non abbiamo sospeso la democrazia con i Nar e le Br, siamo pronti a farlo per i maranza.
Generazione Zeta, Generazione Gaza e oggi Generazione Ignota. Non li hanno visti arrivare, si dice. La verità è che non li hanno mai voluti vedere. Da quattro anni, con in petto la medaglia di latta della longevità, raccontano un’Italia che non c’è, più ricca e più giusta. Ma da mesi e mesi la stagnazione morde e il rancore cova sotto la cenere.
I ragazzi pagano il prezzo più alto alla crisi. Dalla Francia alla Spagna, ma da noi di più. Due milioni di Neet, ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. Un milione di Hikikomori, adolescenti tra i 14 e i 19 anni che vivono rinchiusi a casa, non parlano nemmeno con i genitori e dialogano solo sullo smartphone. Due milioni e mezzo di alunni nati qui ma figli di genitori stranieri, più italiani di noi, ai quali neghiamo la cittadinanza. Centomila laureati che negli ultimi cinque anni hanno lasciato il Paese, e non ritorneranno più.
Cos’hanno fatto la Sorella d’Italia e i suoi Fratelli, per tutti questi “invisibili”? Solo la faccia feroce, come oggi. Solo manganello, come il 23 febbraio 2024 a Pisa, quando i liceali pro Pal furono pestati a sangue dalle forze dell’ordine.
Ma il dente del risentimento giovanile duole anche a sinistra. E non da oggi, come testimonia Massimo D’Alema nel suo Eravamo comunisti, diario dei tormenti di un Pci sospeso tra gli anatemi di Bufalini che diceva «sono anni che si civetta con l’estremismo», e Berlinguer che rispondeva «è vero, noi questi giovani a volte non li capiamo, a volte fanno cose per noi inaccettabili: però sono figli nostri…».
Cos’hanno fatto e faranno, i leader del campo largo, per raccogliere l’immenso deposito di civismo custodito nelle urne del referendum sulla giustizia, che ha visto in coda ai seggi quasi 3 milioni di giovani indignati per Gaza e innamorati della Costituzione?
Per tutti, a destra e a sinistra, vale la lezione di Gramsci, che il 3 aprile 1917 scriveva ai «politici inetti»: «Perché si provveda adeguatamente ai bisogni degli uomini, è necessario rappresentarsi le loro sofferenze, le tristezze della vita che sono costretti a vivere… Ma loro ignorano la realtà, ignorano l’Italia in quanto è costituita di uomini che vivono, lavorando, soffrendo, morendo… Sono solo retori pieni di sentimentalismo. Non sanno rappresentarsi il dolore degli altri». Era vero un secolo fa, e forse è ancora più vero oggi.

(da Repubblica)

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SCHIERANDO I SOLDATI LO STATO HA PERSO

Ottobre 24th, 2026 Riccardo Fucile

L’ESERCITO NELLE PIAZZE RAPPRESENTA LA PIU’ GRAVE DENUNCIA DI UN POTERE CHE NON FUNZIONA, DI LEGGI INSERVIBILI, DI SOLUZIONI POLITICHE INADATTE

Tra le misure di repressione dei vandalismi minorili di Milano, ma non solo, si riesuma l’Esercito. Ormai ci siamo abituati ed è giusto che sia così. Se c’è la guerra bisogna farla con mezzi adeguati. Se la guerra non c’è, bisogna che queste forze armate facciano “qualcosa”. Se siamo di fronte a una cosiddetta guerra ibrida eterodiretta, bisogna chiarire chi è il nemico; se è un fenomeno diretto dall’interno bisogna denunciare il mandante; se è il sintomo di un disagio sociale bisogna affrontarlo con i mezzi giusti. Niente di difficile. La cosa peggiore è tirare in ballo la guerra ibrida eterodiretta in casa, per giustificare la guerra altrove, per armarsi: allora bisogna iniziare a far capire che il futuro è la guerra e non la sicurezza. Se poi il ricorso all’esercito è solo un’ammuina per far vedere che le forze armate must do something “devono fare qualcosa”, allora stiamo sereni: dal 1991 in poi ci è stato chiesto di far questo. Abbiamo sostenuto e partecipato a tutte le guerre simmetriche e asimmetriche, ibride e bastarde facendo finta di garantire la sicurezza. Abbiamo scaricato letame, accatastato rifiuti, pattugliato le strade ferrate e asfaltate, in nome della sicurezza sociale. Abbiamo affiancato le forze dell’ordine nella guerra al terrorismo e non chiedevamo nemmeno chi erano i terroristi; nella lotta alla criminalità organizzata sempre senza chiedere spiegazioni. Quando c’è di mezzo la sicurezza della gente non si fanno domande: “Usi obbedir tacendo”. “Duri, ma puri”, dicevamo. Non abbiamo chiesto spiegazioni nemmeno quando, passata l’emergenza, si è cominciato a chiarire che fra i mandanti del crimine c’erano anche quelli che ci mandavano a combatterlo. Erano emergenze, si diceva, cose transitorie, cose eccezionali. Gli interventi all’estero iniziati negli anni 70-90 sono ancora in atto e in nome della pace non si è avuto un minuto di pace. All’interno, le grandi emergenze non sono mai finite. L’operazione “Vespri siciliani” che doveva finire in 6 mesi, è durata 6 anni. La cosiddetta “Strade sicure” è iniziata nel 2008 e impegna ancora oggi circa 7.000 militari. “Cosa vuoi che siano 7.000 nullafacenti su 130.000 professionisti in armi?”. È l’obiezione di chi ha in mente solo l’obiezione e non l’impegno. Ogni intervento prolungato all’estero ha comportato lo stesso impegno delle “Strade sicure”. Per quei 4 uomini alla stazione sono stati impiegati a rotazione 58 reggimenti, inizialmente in 38 città e poi in 58 province. Più della metà dei reggimenti schierati alla frontiera durante la Prima grande guerra.
I disordini nelle piazze preoccupano tutti. A ragione. Ma non sono sicuro che tutti abbiano capito cosa vuol dire ricorrere all’esercito. Non è solo una questione di poteri attribuiti ai militari. Ai militari non vengono riconosciute le funzioni di polizia giudiziaria (Pg). Il presidente della Repubblica non lo concede. I militari avranno qualche funzione di agenti di pubblica sicurezza (Ps). Vecchia questione affrontata per i “Vespri siciliani” quando né i ministri, né il governo e nemmeno i carabinieri volevano che ai soldati fosse riconosciuta tale funzione minima. Ci pensò lo stesso capo della polizia a sostenere il capo di stato maggiore dell’Esercito nella richiesta di “norme chiare sulle funzioni dei militari”. Fu concordata l’attribuzione di alcune funzioni di agente di Pubblica sicurezza: identificazione e ispezione di “sospetti” criminali, detenzione di armi o in caso di flagranza di reato. Gli atti esecutivi dovevano esser avallati dalle forze di polizia. E con quel criterio stiamo ancora andando avanti. La differenza tra le due funzioni, Ps e Pg, non è banale, eppure sembra che non la conosca nessuno. L’agente di Ps opera in materia di prevenzione del reato, quello di Pg in caso di reato già commesso. L’accertamento del reato è il primo dovere dell’agente di Pg, ma la Pg non è un corpo speciale, bensì una funzione esercitata sotto il mandato e controllo non del ministero della Difesa né di quello dell’Interno, ma della magistratura e in particolare della Procura. I principi e i compiti delle forze armate sono stabiliti dalla Costituzione e dal Codice dell’Ordinamento militare (2010) che, per quanto riguarda l’ordine pubblico, stabilisce: “Le Forze armate concorrono alla salvaguardia delle libere istituzioni e svolgono compiti specifici in circostanze di pubblica calamità e in altri casi di straordinaria necessità e urgenza”. È stato in tali frangenti che i militari son stati utili pur avendo esercitato temporaneamente le funzioni di agenti di Pubblica sicurezza e non di Polizia giudiziaria.
In tali casi e con tali limitate funzioni il militare può intervenire per prevenire un reato (come la devastazione o l’aggressione), può fermare il malintenzionato, identificarlo, può bloccarlo senza aspettare l’ordine di nessuno, può difendere sé stesso o un commilitone o un passante indifeso, può inseguire e bloccare qualcuno che sta per commettere o sta commettendo un reato. La funzione di “bella statuina” è proprio il contrario di quello che i militari imparano per questo tipo di servizio. Servono davvero le funzioni di Pg per intervenire? Servono nuove norme? Serve la facoltà di sparare sui manifestanti? Correndo il rischio di colpire chi non c’entra o tuo figlio? Serve sparare proiettili di gomma? Prima d’approvare una norma simile vorrei che fossero sottoposti a un tiro da 20 metri tutti quelli che lo propongono e i ministri che devono approvarlo.
Ma siamo così sicuri che gravità e urgenza siano i veri motivi di queste elucubrazioni? Ho l’impressione che, come in alcuni episodi del passato, l’esercito interviene non in caso di gravità e urgenza ma la situazione è urgente e grave perché interviene l’esercito. Periodicamente, basta un disordine qualsiasi perché la politica estera denunci minacce esterne, quella interna pretenda nuove strette sociali e provvedimenti urgenti mentre le forze armate chiedono più armi e quelle di polizia chiedono aumenti di paga, di personale, di risorse e di facoltà, immunità e impunità. A Milano è emerso un grave problema sociale, trasformarlo in una questione di piazza significa allontanarsi dalla comprensione e approfittarne per qualche interesse. Da sempre le “emergenze” servono anche ad allentare i controlli sugli stessi organi dello Stato. Nella questione dei cosiddetti poteri di Pg ai militari c’è anche un pizzico di gelosia e di convenienza. La partecipazione dei militari all’ordine pubblico prevede una apposita indennità che grava sul ministero dell’Interno, la funzione di Polizia giudiziaria prevede status e trattamento economico diversi. Estenderlo ai militari significa rinunciare all’ampliamento degli organici per le forze di polizia. Cose di bottega, ma reali. La discussione non è nel merito, ma sul fatto che i militari non abbiano sufficiente professionalità per svolgere le funzioni di Ps e Pg. I nostri militari all’estero svolgono tali funzioni autorizzati da un laconico “ai fini della sicurezza possono usare qualsiasi mezzo”. Non hanno mai provocato una strage. In Italia, la qualifica di agente/ufficiale di Pubblica sicurezza e quella di Polizia giudiziaria si sommano quando sono attribuite a tutte le forze di polizia, da quelle territoriali a quelle mobili, in ordine pubblico. Per virtù dello Spirito Santo un agente di Ps con scudo e manganello passa dalla funzione di prevenzione del reato a quella di repressione. Cosa sappia o possa fare un carabiniere, poliziotto o finanziere del battaglione mobile inviato allo stadio o in piazza più di un veterano dell’esercito è un mistero. E se anche fosse non ci vorrebbe molto a sostituire il cartellino con le regole d’ingaggio in 5 lingue, con un foglietto e tre regole, in italiano. In ogni caso, grazie no. Non servono funzioni di Pg per adempiere al compito istituzionale di concorrere alla salvaguardia dello Stato né per intervenire in casi di straordinaria necessità e urgenza.
Si legge che i militari in piazza saranno senza poteri. Occorre non banalizzare l’intervento militare. Né tirare per la giacchetta i generali perché mandino più soldati e magari proprio quelli dalla “faccia feroce”. Si dimentica un dettaglio: un esercito in piazza non ha bisogno del potere di sparare sulla folla per essere già una sconfitta dello Stato. I soldati in piazza sono la più grave denuncia d’un potere che non funziona, di leggi inservibili, di strutture inefficienti, di soluzioni politiche inadatte. C’è chi vede nei militari in piazza l’anteprima di un ritorno alla dittatura. Forse no, ma è l’anteprima del disfacimento morale e politico di un Sistema.

(da il Fatto Quotidiano)

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DOPO OLTRE 50 ANNI IL QUARTIERE POPOLARE DI MOLASSANA, A GENOVA, RIAVRA’ IL SUO TEATRO: LA GIUNTA DI SILVIA SALIS INIZIA LA RIQUALIFICAZIONE DI UN LUOGO DEL CUORE DEI GENOVESI

Ottobre 24th, 2026 Riccardo Fucile

COSTRUITO NEL 1937 FU IL PRIMO CINEMA-TEATRO NELLA VALLATA DELLA VALBISAGNO, UN GRANDE SALOTTO DELLA CITTA’… CHIUSO DAGLI ANNI ’70, LASCIATO IN ABBANDONO E DEGRADO, ORA LA RINASCITA

Il vecchio Cinematografo Nazionale di via Molassana si prepara a una seconda vita. La Giunta comunale di Genova ha approvato il progetto di fattibilità tecnico-economica per il recupero e la riqualificazione dello storico immobile, che sarà trasformato nel nuovo “Teatro Nazionale Molassana”.
Entro l’anno la gara per l’affidamento dei lavori.
L’intervento, del valore complessivo di 7 milioni di euro, rappresenta una svolta fondamentale per la Val Bisagno. L’opera è stata strutturata in due lotti funzionali: il primo, del valore di 4 milioni di euro, è già coperto dai fondi europei del PN Metro Plus, mentre il secondo lotto, da 3 milioni di euro, verrà finanziato tramite risorse dell’Ente previste per il 2027.
Con questo atto formale, l’Amministrazione compie un passo decisivo per trasformare un edificio simbolo del quartiere in uno spazio moderno, vivo e aperto alla cittadinanza.
«Durante la giunta itinerante del novembre scorso, in Media Val Bisagno, ci eravamo impegnati a portare avanti questo progetto – dichiara la sindaca di Genova, Silvia Salis – Con l’approvazione del progetto di fattibilità tecnico-economica diamo seguito a quell’impegno e compiamo un passo importante verso il recupero di un edificio storico, per restituirlo alla comunità dopo anni. La cultura deve essere diffusa in tutta la città e in tutti i Municipi. Il nuovo Teatro Nazionale di Molassana va in questa direzione e risponde a un’esigenza della Val Bisagno: avere spazi dedicati alla cultura, all’aggregazione e alla socialità. Grazie alla sua configurazione polifunzionale, la struttura potrà ospitare spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche, produzioni indipendenti e iniziative rivolte al territorio, diventando un luogo aperto alle realtà artistiche e a tutta la cittadinanza. Investire nei municipi significa ascoltare le esigenze di chi vive i territori e tradurle in interventi capaci di rafforzare i legami sociali e di migliorare la qualità della vita delle persone».
Nello specifico, i lavori prevedono: il restauro conservativo dell’immobile, l’adeguamento funzionale delle aree dedicate a teatro-cinema-spettacolo, comprensivo degli arredi di sala e degli apparati scenici, l’ampliamento funzionale collegato al territorio e interventi di efficientamento energetico.
Il nuovo Teatro Nazionale di Molassana sarà concepito come un centro pensato per ospitare attività in prevalenza teatrali, ma anche cinematografiche e artistiche rivolte al territorio. La struttura avrà una capienza di 200 posti tra sala e galleria; la progettazione prevede l’ampliamento del palco rispetto a quello esistente. Fulcro dell’edificio sarà una sala teatrale attrezzata per produzioni indipendenti e sperimentali dove, accanto all’attività teatrale, saranno possibili anche proiezioni cinematografiche e rassegne culturali.
Il progetto prevede inoltre una sala polivalente di circa 100 metri quadrati al secondo piano, affacciata sul torrente Bisagno attraverso una grande vetrata panoramica, utilizzabile autonomamente grazie ad accessi indipendenti. Completano l’intervento la realizzazione di camerini, aree tecniche e servizi dedicati, rendendo il nuovo teatro un luogo aperto, versatile e capace di valorizzare le energie culturali e artistiche del territorio.
«La delibera che abbiamo approvato oggi è un tassello concreto che dà forma a una visione: restituire anima, spazi e futuro ai nostri quartieri, partendo proprio dal cuore della Val Bisagno – dichiara l’assessore ai Lavori pubblici e Manutenzioni Massimo Ferrante – L’ex Cinematografo Nazionale di Molassana non è solo un edificio da ristrutturare, ma un presidio di comunità che ha fatto la storia sociale della delegazione. Investire sette milioni di euro in cultura, aggregazione e rigenerazione urbana significa credere fermamente che la periferia non esista, perché ogni angolo di Genova merita bellezza, servizi di altissimo livello e luoghi in cui le persone possano incontrarsi, fare comunità e crescere insieme. Con questo progetto manteniamo una promessa importante, trasformando la memoria storica del quartiere in uno spazio moderno, sostenibile e pronto a vivere una nuova stagione di protagonismo».
Il Cinema Teatro Nazionale fu costruito nel 1937 nella località Olmo per volontà della famiglia Finello e progettato dall’Ing. Ravera, in origine fu denominato “Savoia” ed è stato il primo cinema a nascere nella vallata. Con la sua facciata monumentale arricchita da pregiate balaustre e modanature, si presentava come un grande salotto della Genova “bene”, per poi diventare col tempo il centro di ritrovo dei più giovani che qui passavano interi pomeriggi con amici.

(da Genova24)

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PIERFRANCESCO MAJORINO, CAPOGRUPPO DEL PD AL CONSIGLIO REGIONALE DELLA LOMBARDIA E VICINO A ELLY SCHLEIN, UFFICIALIZZA LA SUA CANDIDATURA ALLE PRIMARIE DEL CENTROSINISTRA PER LA CORSA A SINDACO DI MILANO. L’EX EUROPARLAMENTARE PROPONE UN PROGRAMMA “DI CHIARO STAMPO PROGRESSISTA”, PER UN ”CAMBIAMENTO RADICALE DELLE COSE”, CON UNA TASSA SUGLI ULTRARICCHI E PIÙ ONERI AI COSTRUTTORI

Ottobre 24th, 2026 Riccardo Fucile

SFIDERÀ MARIO CALABRESI, EX DIRETTORE DI “STAMPA” E “REPUBBLICA”, CHE SI È AUTOCANDIDATO…SCHLEIN NON HA MAI CONCESSO L’ENDORSEMENT A CALABRESI PERCHÉ HA PAURA DI PERDERE I VOTI DI MAJORINO IN VISTA DELLE PRIMARIE DEL CAMPO LARGO

«Ci sono. Sono pronto a farlo: mi candido sindaco di Milano». Pierfrancesco Majorino — capogruppo del Pd al consiglio regionale della Lombardia e componente della segreteria nazionale di Elly Schlein — dal palco del Teatro della Quattordicesima ufficializza la corsa a Palazzo Marino.
E lo fa rivendicando la propria storia politica e amministrativa (è stato assessore al Welfare nella giunta Pisapia e poi europarlamentare) e proponendo una svolta nelle politiche della città. Discontinuità, dunque, a partire dall’urbanistica: riscrivere il Piano di governo del territorio, raddoppiare gli obiettivi del Piano casa, aumentare gli oneri di urbanizzazione. Ma anche introdurre una tassa comunale per i super ricchi, cento mediatori sociali per la sicurezza nei quartieri e un grande piano contro il caldo urbano.
«L’idea che ci vogliano le Politiche e i candidati moderati per vincere al centro e non spaventare gli elettori la ritengo non solo sbagliata, ma una sciagura autentica nella storia della sinistra». Majorino, insomma, punta su un progetto «di chiaro stampo progressista», per un «cambiamento radicale delle cose». Il punto di partenza è l’ormai conclamata contraddizione di una Milano attrattiva e ricca di opportunità, ma sempre meno accessibile a chi ci lavora.
E il candidato dem annuncia l’obiettivo di «almeno ventimila alloggi in dieci anni, anche attraverso l’acquisto di immobili privati», e la battaglia contro le migliaia di abitazioni pubbliche vuote.
Per finanziare questo cambio di passo, propone un «aumento generalizzato di almeno il 20 per cento degli oneri di urbanizzazione, la tassa sul cambio di destinazione d’uso, e le monetizzazioni incassate nel centro trasferite verso la periferia». E dice anche che da sindaco vorrebbe esporre a Palazzo Marino una grande scritta come quella esposta di recente da alcune scuole: «Qui nessuno è straniero».
La prima traccia di programma contiene anche la proposta di «un’addizionale comunale specifica, con aliquota tra il 12,5% e il 15%, per gli ultraricchi residenti in città beneficiari della flat tax: a Milano chi ha molto può dare molto di più — chiosa dal palco — e quella della redistribuzione è una grande battaglia nazionale di civiltà, Milano non deve avere paura, deve fare la sua parte».
Anche sulla sicurezza Majorino rilancia da sinistra: «Dobbiamo creare un progetto progressista che tiene assieme l’efficacia del presidio sul territorio, il sostegno all’operato delle forze dell’ordine e la prevenzione, la coesione sociale, l’inclusione, tutte cose che vengono totalmente cancellate in questi giorni dalla campagna del governo».
E aggiunge: «Abbiamo sentito molto vicina Elly Schlein, ne ha anche parlato in maniera molto forte e chiara nell’ambito dell’Assemblea nazionale C’è un confronto quotidiano, quindi credo che ci sia una totale sintonia di vedute proprio in relazione alla necessità di essere molto netti contro la violenza».
Dovrà confrontarsi con il giornalista Mario Calabresi, la vicesindaca Anna Scavuzzo, l’assessore Emmanuel Conte, la ricercatrice Carlotta Cossutta, e anche Lorenzo Pacini e Tommaso Goisis, giovani dell’area sinistra del Pd milanese con esperienze nell’ambito amministrativo.
Lancia la prima frecciata al possibile candidato del centrodestra, il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago (Forza Italia): «Da queste parti non l’abbiamo mai visto. Non ci si accorge di Milano solo perché si vuole fare carriera».

(da agenzie)

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L’ARMATA ROTTA. A KUPIANSK, I MILITARI DI KIEV HANNO COSTRUITO UN TUNNEL LUNGO QUINDICI CHILOMETRI, COLLEGANDO VECCHIE CONDOTTE CON CUNICOLI, E SONO SBUCATI ALLE SPALLE DELL’ARMATA DI MOSCA, SORPRENDENDO I SOLDATI. LA BRIGATA UCRAINA “KARTHIIA” HA PREPARATO L’OPERAZIONE PER UN MESE. IL RISULTATO? 100 NEMICI UCCISI E 30 CATTURATI

Ottobre 24th, 2026 Riccardo Fucile

L’ESERCITO DI KIEV HA SFRUTTATO IL DEDALO DI GALLERIE E TUBATURE DELL’AREA COSTRUITO IN EPOCA SOVIETICA PER COLLEGARE MINIERE E IMPIANTI METALLURGICI

In un cielo pullulante di droni che sorvegliano tutto, l’unico modo di realizzare un attacco a sorpresa è avanzare nel sottosuolo. Per questo gli ucraini hanno costruito un tunnel lungo quindici chilometri, collegando vecchie condotte con cunicoli scavati nel silenzio, e sono sbucati alle spalle delle linee russe nella zona di Kupiansk.
L’operazione è un nuovo capitolo della guerra sotterranea sempre più protagonista dei conflitti contemporanei, da Gaza al Donbass. Stando ai resoconti della propaganda e alle immagini disponibili, l’assalto della brigata Karthiia segna un passo avanti: è stato organizzato meticolosamente, sincronizzando l’azione finale con un’offensiva in superficie di droni e truppe mobili che ha chiuso le truppe di Mosca tra due fuochi.
L’operazione Veles, come il dio del sottosuolo della mitologia slava, non è stata un blitz ma un’azione sistematica. L’unico dato reso noto parla di 100 nemici uccisi e 30 catturati. Non si sa quanto profondamente l’attacco abbia intaccato lo schieramento invasore. Di sicuro rappresenta un contrappasso: la caduta di Kupiansk lo scorso anno era stata decisa proprio da fanti russi che attraverso le tubature erano riusciti a penetrare in città. […]
Come in altri insediamenti industriali dell’Ucraina orientale, su Kupiansk converge un dedalo di gallerie e tubature costruito in epoca sovietica per le miniere e gli impianti metallurgici. Dopo i primi raid, adesso i belligeranti fanno attenzione ad evitare che i percorsi nel sottosuolo vengano utilizzati per giocare brutti scherzi: li demoliscono con l’esplosivo, mandano robot cingolati a spargere mine e droni simili a libellule che volano nell’oscurità per perlustrarli. Pochi giorni fa il tentativo di sfruttare un gasdotto è stato sventato dalle bombe sganciate da un esacottero ucraino nei pozzi di aerazione.
Mentre i lavori proseguivano, un’unità specializzata di dronisti – la Achilles – ha fornito copertura dal cielo impedendo ai russi di avvicinarsi alla superficie del cantiere. Per oltre un mese, i commandos destinati a spuntare dagli abissi si sono preparati a combattere nelle catacombe con un addestramento fisico e psicologico.
Da notare la presenza di uomini della “Russia libera”: oppositori anti-putiniani che si sono arruolati con gli ucraini e operano nei ranghi dell’intelligence. Non si può escludere che siano usciti in avanscoperta per individuare le posizioni russe prima di far emergere dalla terra il grosso del contingente d’assalto.

(da agenzie)

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LE COPERTURE PER L’ULTIMA LEGGE DI BILANCIO DEL GOVERNO SONO POCHISSIME: IL CENTRODESTRA VALUTA UN AUMENTO DELLE TASSE SUL SETTORE ENERGETICO PER RACIMOLARE ALMENO DUE MILIARDI DI EURO

Ottobre 24th, 2026 Riccardo Fucile

L’INTEMERATA DEL NUMERO DI INTESA SANPAOLO CARLO MESSINA SUL CONTRIBUTO DA 5 MILIARDI CHIESTO ALLE BANCHE HA FATTO CAPIRE A MELONI CHE DEVE GUARDARE ALTROVE PER RACCATTARE SOLDI… LA DUCETTA SPERA DI OTTENERE MAGGIORE FLESSIBILITÀ SUL DEFICIT DALLA COMMISSIONE EUROPEA, TANTO PER CAMBIARE…

Alle sei del pomeriggio, quando il gruppetto si incontra al piano nobile di Palazzo Chigi, il clima non è dei migliori. I cinque sono al secondo incontro dall’inizio della settimana: ci sono Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani, Maurizio Lupi e il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti. A complicare la discussione su come far tornare i conti della legge di Bilancio per il 2027 mancavano solo gli scontri di piazza e la protesta dei tir.
La premier sta aspettando un segnale di disponibilità da parte della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sul deficit, e spera di avere risposte entro la fine della settimana.
Il momento è delicato: il differenziale di rendimento fra Btp e Bund ieri è risalito all’1,27 per cento, il doppio dello scorso giugno, e Meloni non vuole dare l’impressione ai mercati di sfidare le regole europee.
Il muro innalzato dai banchieri contro un intervento fiscale che vada oltre i dieci miliardi frutto dell’accordo di un anno fa, è un problema nel problema. Né Meloni, né tantomeno Giorgetti, si immaginavano il no pubblico del numero uno di Intesa Sanpaolo Carlo Messina. Lo schema immaginato pochi giorni fa nel Documento programmatico di bilancio – lo scheletro della manovra – e depositato a Bruxelles ha già bisogno di essere rivisto.
E così sul tavolo della riunione torna una misura che si sarebbe voluta evitare, ovvero l’aumento delle tasse per il settore energetico. L’aumento di due punti dell’Irap previsto dal decreto bollette del febbraio di quest’anno diventerà molto probabilmente strutturale.
Aumentare le tasse al settore accresce le probabilità che la misura si scarichi sulle bollette degli italiani, ma nel frattempo la premier ha ottenuto il sì di Bruxelles ad un tetto al prezzo all’ingrosso del gas, e dunque la speranza è che non accada.
Alternative non ce ne sono: più tasse a banche, assicurazioni e società energetiche resta l’unica soluzione per finanziare la manovra senza urtare l’opinione pubblica fiaccata dalla crisi. […]
Secondo i calcoli che circolano nei palazzi, se il governo replicasse lo schema del decreto bollette di febbraio – e gli anticipi fiscali decisi allora – il settore dovrebbe contribuire alla legge di Bilancio per un paio di miliardi.
«Abbiamo già dato», è la sintesi con cui l’associazione Elettricità Futura tenta di evitare l’aggravio. E però è ormai chiaro a tutti che non si può tirare la corda davanti agli italiani: le tensioni di piazza di questi giorni non aiutano.
Che ci farà il governo con le risorse aggiuntive? La versione fatta circolare da Palazzo Chigi alla fine della riunione sembra ridare fiato all’ipotesi di allargare l’aliquota Irpef del 33 per cento (invece del 43) ai redditi dai cinquantamila euro lordi. La soluzione di compromesso sarebbe quella prospettata da Tajani di ridurre l’aliquota intanto fino a 55mila euro: costerebbe «solo» 1,2 miliardi. […]
Se ne riparlerà in un nuovo vertice, il terzo, probabilmente lunedì, la data entro la quale il Tesoro spera di avere da Bruxelles le risposte che attende. La flessibilità che va cercando l’Italia non riguarda solo l’entità complessiva del deficit a disposizione, ma anche il tipo di misure da finanziare: il governo vuole reintrodurre un generoso bonus energia per la ristrutturazione delle case e usare parte della voce «difesa» per aumentare le indennità e le assunzioni nella Polizia e nei Carabinieri.

(da La Stampa)

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