MELONI PROPRIO NON CE LA FA A PRENDERE LE DISTANZE DA QUEL FOLLE DI TRUMP. DOPO CHE IL TYCOON HA MINACCIATO DI “CANCELLARE UN’INTERA CIVILTÀ”, IERI PALAZZO CHIGI HA DIFFUSO UN COMUNICATO IN CUI RIBADISCE “LA FERMA CONDANNA NEI CONFRONTI DELLE CONDOTTE DESTABILIZZANTI DEL REGIME DI TEHERAN” E SI LIMITA A UN INVITO ALL’AMICO DONALD: “È FONDAMENTALE DISTINGUERE TRA LE RESPONSABILITÀ DI UN REGIME E IL DESTINO DI MILIONI DI CITTADINI”
MENTRE LA GUERRA DEL GOLFO CAUSA DANNI PESANTI ALL’ECONOMIA ITALIANA, LA GIORGIA DEI DUE MONDI INSISTE NEL SUO EQUILIBRISMO PER NON FAR INCAZZARE TRUMP … DE ANGELIS: “MAI UNA CRITICA, ANCHE SE OGNI COSA CHE FA TRUMP È UN COLPO ALL’INTERESSE NAZIONALE. CI VUOLE LA SCOPPOLA DEL REFERENDUM E IL GASOLIO ALLE STELLE PER UN DISTINGUO POST-DATATO, SENZA NOMINARE TRUMP”
In questi giorni di Apocalisse annunciata sull’Iran, sulla rete rimbalza il video di un comiziaccio toscano di Giorgia Meloni: «C’è una persona che si deve ringraziare, si chiama Donald Trump. Presidente degli Stati Uniti d’America. Repubblicano. In linea con i presidenti repubblicani, che solitamente la pace la portano e la guerra non la creano».
Sono i giorni degli accordi di Sharm el-Sheikh (ottobre scorso), in cui si sperticano gli osanna, quasi liberatori, dopo i mesi della carneficina su Gaza con la complicità del tycoon, segnati dal balbettio del governo italiano.
Con l’Iran ora vacilla anche Gaza, sta collassando il Libano e lo scenario aiuta Putin a vendere gas. Può dirsi rimandata anche la candidatura al Nobel per la pace auspicata poi dalla premier a gennaio, altro acuto per attestare una fedeltà, quando il mondo era già sulle montagne russe.
Insomma, mai una critica, anche se ogni cosa che fa il presidente degli Stati Uniti è un colpo all’interesse nazionale. E pure alla narrazione del “ponte” con la Casa Bianca, tutta domestica.
La nostra premier l’aveva imbastita sin dalla prima telefonata con Trump dopo la rielezione: nel comunicato si sottolinea la volontà comune di «lavorare in stretto coordinamento per promuovere stabilità e sicurezza, dall’Ucraina al Medioriente». Ops. Poi volò a Washington, alla cerimonia dell’insediamento.
Unico premier europeo presente in sala. L’illusione è durata poco. E la storia diventa di imbarazzi praticati, intervallati da elogi sperticati. La prima mina sono i dazi, accolti da una cortina di silenzi e freno a mano tirato sulle contromisure europee. Solo in un secondo momento bollati come un «errore»: «Dovremmo andare in una direzione del tutto opposta».
Sono i mesi del flirt smaccato di Trump con Putin, di polemiche con i partener europei, di Zelensky bullizzato alla Casa Bianca, dove in primavera arriverà Giorgia Meloni. Solo in Italia poteva essere presentato dai cicisbei del potere di turno come una specie di nuova Yalta.
Questa la formula di rito usata da Giorgia Meloni: «Trump è un leader coraggioso, schietto, determinato, che difende i suoi interessi nazionali». E, per spiegare la relazione: «Io sono coraggiosa, schietta e determinata. Quindi tra amici e alleati ci si deve parlare con franchezza».
Macron, la domenica successiva, con franchezza va in Groenlandia, alle prime minacce di invasione. Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di agosto con Trump, glissa sul resto e plaude sull’Ucraina: «Grazie a lui qualcosa sta cambiando». Alla storia passa però il fuorionda: «Io non voglio mai parlare con la stampa italiana». E infatti ci parla solo nella conferenza stampa di inizio anno, che vale tutto l’anno
Lì il caso è il Venezuela, dove Trump ha fatto fuori Maduro per governare coi
sodali di Maduro, in nome del petrolio: «Un’operazione difensiva legittima contro il narcotraffico» aveva detto la premier a caldo.
Stesso copione sugli omicidi a sangue freddo dei miliziani dell’Ice per le strade di Minneapolis. Non una parola, se non per prendersela con la sinistra che non li vuole alla Milano-Cortina: «Quelli che fanno polemica sono quelli che chiedono agli Stati Uniti di continuare a occuparsi della nostra difesa».
È sembrato per un attimo che potesse avere un sussulto europeista, sbandierando un asse franco-tedesco con Mertz. Ma è durato fino alle critiche al mondo Maga del cancelliere tedesco: «Non condivido», dice appena atterrata ad Addis Abeba. E annuncia, tra un video per Orban e una difesa del diritto di veto, che parteciperemo a quel comitato d’affari, che va sotto il nome di Board of peace, come osservatori: «Non capisco chi non capisce l’importanza di non autoescludersi». Gli altri mandano anonimi funzionari, noi il ministro degli Esteri.
Si arriva così all’Iran dove la formula è degna di Ponzio Pilato: «Non condivido né condanno» l’attacco, sferrato senza nemmeno avvisare i cosiddetti alleati. Ci vuole la scoppola del referendum e il gasolio alle stelle per un distinguo post-datato, senza nominare Trump e Netanyahu.
Ma un sussulto, dicasi uno, in nome di ciò che conviene all’Italia? Ecco, quando il tycoon ha criticato gli alleati che, in Afghanistan, si sarebbero tenuti lontani dalla prima linea: «Parole inaccettabili». Almeno sulla storia siamo intransigenti.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”
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