RAMPINI: “CHI IN EUROPA SOGNA UN’ALTERNATIVA PACIFISTA A NETANYAHU, FAREBBE BENE AD ASCOLTARE LE PROMESSE DI EISENKOT: PORRE FINE AL DOMINIO DI HAMAS SU GAZA ENTRO 18 MESI, CON IL PIANO DI TRUMP OPPURE CON LA FORZA. È CONTRARIO A UNO STATO PALESTINESE”
“GLI AVVERSARI DI NETANYAHU DICONO LE STESSE COSE, CON PIÙ ELEGANZA; CISGIORDANIA A PARTE, LA LORO AGENDA DI SICUREZZA NON SI DISCOSTA MOLTO DA QUELLA DELLA DESTRA. È LO SPECCHIO DI UN PAESE: DOPO IL 7 OTTOBRE L’ELETTORATO SI È SPOSTATO A DESTRA SU TUTTO CIÒ CHE RIGUARDA LA SICUREZZA NAZIONALE. I GIOVANI CRESCIUTI SOTTO I RAZZI DI HAMAS E I MISSILI IRANIANI, COETANEI DELLE RAGAZZE STUPRATE E MASSACRATE AL NOVA FESTIVAL, NON SONO PIÙ ‘COLOMBE’ DEI PADRI, AL CONTRARIO”
Chi arriva in Israele con in testa il dibattito delle capitali occidentali – le piazze europee, le risoluzioni dell’Onu, i riconoscimenti dello Stato di Palestina annunciati da vari governi – fa un’esperienza spaesante.
Durante il mio recente viaggio ho misurato una distanza siderale tra ciò che il resto del mondo si aspetta da queste elezioni e ciò di cui gli israeliani discutono davvero. «Fuori», c’è chi dà per scontato che il voto sia una sorta di referendum sulla soluzione dei due Stati, proiettando i propri desideri sulla realtà.
Dentro, quella formula è quasi sparita dalla campagna. Non perché qualcuno l’abbia sconfitta in un dibattito televisivo, ma perché dopo il 7 ottobre 2023 quasi nessuno, a destra come al centro, la considera una strada percorribile nel breve termine.
In quanto alla sinistra israeliana, è quasi scomparsa ed un suo ex leader, l’attuale presidente Herzog, non si oppone all’idea di una grande coalizione di unità nazionale fra Netanyahu e Eisenkot, che in politica estera sarebbe segnata più dalla continuità che dalla novità.
Oggi Israele vota per la prima volta dopo il massacro compiuto da Hamas. Molti la descrivono come l’elezione più importante nella storia del Paese. Ma non nel senso che immaginano a Bruxelles, Roma, Parigi, Londra, o nei campus americani. È soprattutto un giudizio su Benjamin Netanyahu, 77 anni, al potere a fasi alterne per diciannove anni, e sulla sua gestione del 7 ottobre e di tutto quel che è seguito. Secondo un sondaggio di ottobre dell’istituto Agam Labs, sei israeliani ebrei su dieci vorrebbero un altro primo ministro. Non è detto che lo otterranno.
Chi in Europa sogna un’alternativa pacifista a Netanyahu farebbe bene ad ascoltare le sue promesse. Eisenkot si impegna a porre fine al dominio di Hamas su Gaza entro diciotto mesi, con il piano di Trump oppure con la forza. È contrario a uno Stato palestinese. Tamar Hermann, sondaggista dell’Israel Democracy Institute, riassume: gli avversari di Netanyahu dicono le stesse cose, solo con più eleganza; Cisgiordania a parte, la loro agenda di sicurezza non si discosta molto da quella della destra.
Non è tattica, è lo specchio di un Paese. Dopo il 7 ottobre l’elettorato si è spostato a destra su tutto ciò che riguarda la sicurezza nazionale. I giovani cresciuti sotto i razzi di Hamas e i missili iraniani, coetanei delle ragazze stuprate e massacrate al Nova Festival, non sono più «colombe» dei padri, al contrario.
Sull’Iran il dibattito esiste, ma non quello che immaginano gli europei. Netanyahu ha messo Teheran al centro della volata finale: ha condiviso un’immagine generata con l’AI di un’esplosione nucleare su Tel Aviv, ha dichiarato di aver ordinato al Mossad e all’esercito di far cadere il regime.
Eisenkot lo accusa di isteria e di campagne fondate sulla paura. Ma la differenza sta nell’ambizione degli obiettivi, non nella sostanza: Eisenkot giudica irrealistico il cambio di regime e parla di trasformare i successi militari in risultati diplomatici. È un falco più pragmatico, non una colomba. Eisenkot ha definito Trump un vero amico di Israele, certo che collaborerà con chiunque vinca. Nessuno vuole raffreddare il rapporto con l’America.
Dove potrebbe cambiare qualcosa? Sulla Cisgiordania. È l’unico terreno su cui Eisenkot traccia una linea netta. Chiama «terrorismo ebraico» la violenza dei coloni estremisti e promette di reprimerla. Si oppone all’espansione degli insediamenti che spezzerebbe in due la Cisgiordania. Molti israeliani, pur favorevoli agli insediamenti, pensano che lo Stato sia troppo indulgente con le violenze dei coloni.
Restano poi i temi che contano per gli israeliani più che per noi: la leva per gli ultraortodossi (finora esenti dal servizio militare), che Eisenkot sostiene, e la resa dei conti sulle responsabilità del premier. Lui rimprovera a Netanyahu la riforma della giustizia che ha spaccato il Paese, gli avvertimenti dei capi della sicurezza ignorati, il rifiuto di una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre.
Chi si aspetta che un cambio di governo riapra domani il cantiere dello Stato palestinese resterà deluso. Qualcosa può cambiare in Cisgiordania: il rispetto della legge, il peso dell’estrema destra messianica. Non è la pace. È forse la condizione minima perché un giorno se ne possa riparlare.
Federico Rampini
per il “Corriere della Sera”
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