LA MAPPA DEI DIRITTI: COSI’ LA DEMOCRAZIA SI RESTRINGE NEL MONDO
DALLE INTERFERENZE RUSSE NELLE ELEZIONI EUROPEE FINO A TRUMP E ALLE TECNO-OLIGARCHIE DI MUSK E THIEL… L’ITALIA CALA NELLA CLASSIFICA
La diamo per scontata, questa nostra, imperfetta, democrazia. Dopo la Guerra Fredda ci
siamo convinti che sia lo stato naturale delle cose, il sistema politico a cui tutti i popoli tendono e tenderebbero, se solo fossero liberi di votare. Non è così. Il mondo non sta andando, per inerzia, verso un livello di democrazia crescente, anzi, il contrario: si rafforza l’autoritarismo, perciò il baricentro demografico ed economico si sposta in direzione delle autocrazie.
Persino in Occidente. Lo pensavamo immune e immutabile, ma non avevamo fatto i conti con Trump, i sovranisti europei, le tecno-oligarchie di Musk e Thiel, i riverberi delle guerre e le interferenze di Russia e Cina. Per cui, nel cuore del Vecchio Continente, l’Italia oggi rappresenta l’incipit di un processo di lenta autocratizzazione. Ad affermarlo sono i più accreditati organismi che misurano quantità e qualità della democrazia: i report 2026 del V-Dem Institute, di Freedom House e di Idea International concordano nella diagnosi, pur differendo sui sintomi.
Assedio alla democrazia occidentale
Osservate la mappa elaborata da V-Dem, il centro di ricerca dell’Università di Göteborg, il più severo tra i misuratori di democrazia perché confronta oltre 600 indicatori ed è sensibile a ogni minima oscillazione, infatti fa scivolare l’Ucraina nelle autocrazie (108 esima posizione) non perché paragonata alla Russia (162 esimo posto) ma per il venir meno, sotto la legge marziale, del requisito elettorale, e non salva neppure Gran Bretagna e Canada. Il suo Liberal Democracy Index (Ldi) assomma parametri che non tutti i politologi ritengono necessari a definire una democrazia, tipo l’accesso alla giustizia, la compravendita di voti, la libertà accademica. Notate però i colori. Gli arancioni e i rossi predominano, per spazi e umanità coinvolta, sugli azzurri degli Stati democratici.
V-Dem calcola che il 74 per cento della popolazione mondiale (6 miliardi di persone) viva dentro a regimi con elezioni farsa, mono-partitiche o non libere, conta 92 autocrazie su 179 Paesi analizzati («per il secondo anno consecutivo sono più numerose delle democrazie»), aggiunge che, per il cittadino medio, «siamo tornati ai livelli del 1978», e arriva a declassare gli Stati Uniti a democrazia elettorale: un sistema con elezioni libere, ma contrappesi e diritti indeboliti.
Freedom House, la storica ong fondata da Eleanor Roosevelt, più genericamente parla di «ventesimo anno consecutivo di declino», individuando 54 nazioni dove degenerano diritti politici e libertà civili e solo 35 dove migliorano. L’Economist intelligence unit, in controtendenza, segnala una stabilizzazione. Tutti, però, registrano un fatto nuovo e clamoroso.
Il presidente che si sente re
Per la prima volta peggiora in modo sensibile il Paese che illuminò la via agli altri. Gli Stati Uniti, primi in epoca moderna a darsi un regime democratico e primi a declinarlo in una Costituzione, subiscono le torsioni dei check and balances impresse dal presidente tycoon che ha posto se stesso al di sopra dello Stato di diritto, dilatando il potere esecutivo e tradendo, così, l’idea di un governo «del popolo, dal popolo, per il popolo» che fu la promessa di Lincoln a Gettysburg.
«L’uso arbitrario che Trump fa del potere si concretizza nelle retate dell’Ice, nell’aver attaccato l’Iran senza l’approvazione del Congresso, nella costruzione alla Casa Bianca di un gigantesco monumento a se stesso», spiega Kim Lane Scheppele, costituzionalista di Princeton. «Il metodo è emanare ordini esecutivi che violano le leggi, compresa la Costituzione, ben sapendo che saranno impugnati ma confidando nella Corte Suprema, piena di giudici a lui favorevoli».
Effetto Trump
Nella classifica di V-Dem, gli Stati Uniti scendono dal 20 esimo al 51 esimo posto rispetto al 2024, quando alla Casa Bianca c’era Biden. Anche Freedom House riduce il punteggio da 84 a 81 su 100, maggior calo annuale insieme alla Bulgaria. Pesano l’uso esteso di ordini esecutivi anche per la spesa federale, la paralisi del Congresso, il ridimensionamento delle strutture investigative anti-corruzione, le cause milionarie intentate contro i giornali, la minaccia di tagliare fondi federali per condizionare le università.
«Nelle strade di Washington è folta la presenza della National Guard, fino a poco tempo fa non si vedeva», ragiona Giovanni Capoccia, ordinario di Politica comparata a Oxford. «Trump sta anche piegando il Dipartimento di Giustizia per perseguitare gli avversari. Sarei cauto, però, nel definire gli Usa democrazia elettorale, ancora non lo sono». L’infarto democratico del 6 gennaio 2021, in effetti, non ha ucciso l’esito elettorale e non ha ribaltato l’ordine, come invece si aspettava Trump che ha graziato gli assaltatori di Capitol Hill. I contrappesi resistono.
La deriva sudamericana e le ombre europee
Il progetto autoritar-trumpiano raccoglie consensi in America Latina, nel Cile di José Antonio Kast, sincero ammiratore di Pinochet, nella Colombia di Abelardo de la Espriella, nel governo peruviano della figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori, in Brasile, dove il primogenito di Bolsonaro è in corsa per le presidenziali.
In Europa l’effetto Trump è meno palpabile. Prima della sua rielezione era già avvenuto l’incontro col populismo liberticida nell’Ungheria di Orbán, coniatore dell’ossimoro «democrazia illiberale», e nella Polonia di Kaczyński. Di recente le urne hanno portato aria nuova, incarnando quel che Popper riteneva essere il grande merito della democrazia: consentire di liberarsi di un governo «senza spargimenti di sangue». Ungheria e Polonia rappresentano le uniche buone notizie a fronte di un gruppo di membri Ue in fase di autocratizzazione: tra essi, Croazia, Grecia, Slovacchia e Italia.
Il caso Italia
Il nostro Paese rimane una democrazia liberale ma è posizionato in una zona grigia. Durante il mandato di Giorgia Meloni, tra il 2024 e il 2025, l’indice di V-Dem scende per colpa del «crescente squilibrio dell’informazione a favore del governo e della maggioranza». Per Freedom House perdiamo due punti (da 89 a 87) a causa dell’erosione dei presidi anti-corruzione e della politica aggressiva nei confronti delle ong che salvano i migranti in mare. «Meloni e soprattutto Salvini si sentono parte del movimento internazionale che, come Orbán in Ungheria, aspira a comprimere gli aspetti liberali», commenta il professor Capoccia. «La premier adesso non è abbastanza forte da riproporre quel modello, è più impegnata a occupare il parastato e la cultura».
Nondimeno, incombono le riforme costituzionali e le mire sul Quirinale. «Se il premierato venisse attuato senza adeguare i controlli e i contrappesi, altererebbe l’equilibrio dei poteri trascinando l’Italia verso un scenario simil-turco», riflette Luca Tomini, politologo e professore all’Université libre de Bruxelles. «La Turchia col referendum fece l’errore di passare al sistema presidenziale senza prevedere misure a tutela di Parlamento e potere giudiziario». Consegnandosi, così, a Erdogan.
Si capisce perché Tomini sia preoccupato per la Francia, pur in presenza di indicatori stabili. «Il loro sistema è accentratore, mi domando cosa potrà accadere se il Rassemblement National dovesse vincere nel 2027». E cosa accadrebbe in Germania col successo dell’ultradestra di Afd?
Il vento d’Oriente
Quel che non traspare dai grafici sono le interferenze della Russia, negli Stati Uniti e nel fianco orientale dell’Europa. «Evidenti già nel 2012», spiega Luca Alagna, ex advisor dell’Europarlamento, «quando la dottrina Gerasimov sulla guerra ibrida pianificò a tavolino la distruzione della credibilità dell’informazione occidentale».
Provocare il caos per tornare a stringere nel pugno quel pezzo di mondo che fu Unione Sovietica, stavolta non in nome del socialismo ma del Russkij mir, la comunità globale dei russofoni uniti dalla tradizione ortodossa: il sogno di Putin che corre sul doppio binario interventi militari diretti, come in Georgia e Ucraina, e ingerenze nelle elezioni come in Moldavia e Romania.
«I russi stanno tentando di alterare i dati di addestramento dell’intelligenza artificiale», sostiene Alagna, esperto di integrità dell’informazione e minaccia ibrida, «saturando la Rete con migliaia di articoli per ingannare il sistema statistico dell’AI e fornire, all’utente, risposte manipolate. È risaputo che gli algoritmi delle piattaforme inducano determinati stati d’animo. La nascita di TikTok può essere stata un’operazione della leadership cinese per influenzare le comunità degli adolescenti occidentali». Dove il fastidio di Pechino verso le democrazie nasce da un preciso disegno di egemonia economica in Asia e nel Pacifico.
La democrazia non è il più perfetto dei regimi. Norberto Bobbio ne ha individuato limiti e promesse non mantenute, pur consapevole che la superiorità, rispetto ad altre forme di governo, risiede non nell’eliminare i conflitti e gli interessi, ma nel regolarli, nel consentire al cittadino di non sentirsi mai suddito. Un bene prezioso, che non possiamo più permetterci di sottovalutare.
(da La Repubblica)
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