REGENI, UNA GIUSTIZIA A META’. LA CORTE D’ASSISE DI ROMA HA CONDANNATO A 10 ANNI I TRE 007 EGIZIANI PER IL SEQUESTRO E LE TORTURE NEI CONFRONTI DI GIULIO REGENI. I GIUDICI HANNO FATTO CADERE L’ACCUSA DI OMICIDIO (LE TORTURE SI’ E L’OMICIDIO, NO?)
CHE FARA’ ORA GIORGIA MELONI? CHIEDERA’ AD AL-SISI L’ESECUZIONE DELLA PENA? NEGLI ULTIMI UNDICI ANNI L’EGITTO SI E’ RIFIUTATO DI COLLABORARE E CONSEGNARE GLI IMPUTATI – PALAZZO CHIGI E’ PARTE CIVILE IN QUESTO PROCESSO: L’AVVOCATURA DELLO STATO HA CHIESTO DUE MILIONI DI EURO DI RISARCIMENTO, DANNI DI CUI PUO’ ESSERE CHIAMATO A RISPONDERE LO STATO EGIZIANO
Dopo 3.890 giorni dal sequestro e dal delitto del ricercatore italiano, la Prima Corte d’Assise di
Roma ha pronunciato il verdetto nei confronti dei quattro agenti dei servizi segreti egiziani: tre condannati e un assolto. Una pronuncia storica che supera i depistaggi e il muro di silenzio delle autorità del Cairo.
La Prima Corte d’Assise di Roma ha emesso la sentenza di primo grado nel processo per il sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio Regeni, il ventisettenne ricercatore friulano del dottorato dell’Università di Cambridge il cui assassinio ha sconvolto l’opinione pubblica internazionale. A oltre dieci anni dai fatti, i giudici di Piazzale Clodio sono giunti a una prima storica verità giudiziaria: i giudici hanno condannato a dieci anni tre 007 egiziani. Uno degli imputati è stato assolto.
I tre uomini sono stati condannati solo per il sequestro di Giulio Regeni avvenuto al Cairo il 25 gennaio del 2016. I giudici hanno invece fatto cadere l’accusa di omicidio riconoscendo per i condannati l’accusa di sequestro di persona. Al termine di un’articolata camera di consiglio, durata 8 ore, sono stati dunque condannati Magdi Ibrahim Abdelal Sharif – ritenuto l’uomo che ha materialmente ucciso Regeni – per cui era stato chiesto l’ergastolo, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi, e ha assolto il quarto 007 imputato, Tareq Sabyr.
Una pronuncia che pone un punto fermo sulla drammatica vicenda del giovane studioso italiano, la cui attività di ricerca sui sindacati indipendenti egiziani venne stroncata dalla repressione di Stato, abbattendo un muro di omertà, depistaggi e silenzi eretto per un decennio dagli apparati di sicurezza del Cairo.
“Credo si possa dire, da ciò che il dispositivo consente di individuare, che la parte sostanziale, principale, dell’impianto accusatorio abbia retto”, ha commentato il procuratore di Roma Francesco Lo Voi. “Dovremo attendere, come di consueto, la lettura delle motivazioni per riuscire ad avere il quadro completo del ragionamento della Corte d’Assise”, ha aggiunto. Il procuratore ha sottolineato che il risultato è stato raggiunto “nonostante quella che possiamo tranquillamente definire una cooperazione non particolarmente proficua da parte delle autorità egiziane. Il lavoro svolto – ha aggiunto, ringraziando il collega Sergio Colaiocco – è stato decisamente positivo e fruttuoso”.
I genitori di Giulio Regeni dopo la lettura della sentenza: “Siamo soddisfatti”
Ai giornalisti, uscendo da un’aula gremita, i genitori di Giulio Reggeni hanno commentato la sentenza con poche parole: “Siamo soddisfatti”. Per loro ha parlato l’avvocata Ballerini: “Oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Al di là delle singole condanne, è evidente che l’impianto probatorio sostenuto dalla Procura ha superato il vaglio della Corte. Dovremo evidentemente leggere le motivazioni”, ha aggiunto la legale. Ballerini ha poi richiamato le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella secondo cui “verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi”, sottolineando che “oggi hanno trovato concretezza in una sentenza emessa nel nome del popolo italiano”. “È questo presidio quello che noi abbiamo sempre chiesto e invocato”.
L’abbraccio della piazza e la risposta della società civile
Prima ancora che nell’aula di tribunale, la giornata si è aperta nel segno di un’emozione collettiva che ha trasformato Piazzale Clodio nel cuore pulsante di un’intera comunità. Fin dalle prime ore del mattino centinaia di cittadini, studenti, attivisti e rappresentanti delle istituzioni hanno infatti riempito la piazza, colorandola con gli striscioni e le magliette gialle che per oltre un decennio hanno accompagnato ogni tappa di questa battaglia. Un abbraccio caldo e composto ha accolto i genitori Paola Deffendi e Claudio, la sorella Irene e l’avvocata Alessandra Ballerini al loro arrivo al palazzetto di giustizia. La presenza del “popolo giallo” e la partecipazione di esponenti politici, tra cui la segretaria del PD Elly Schlein, hanno testimoniato come la ricerca di giustizia per Giulio non sia mai stata una questione privata, ma una rivendicazione di dignità e diritti che ha unito il Paese.
Le richieste dell’accusa e le responsabilità dei quattro 007
Il verdetto giunge a coronamento di un impianto dibattimentale imponente, ricostruito dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco. Un lavoro d’indagine basato su riscontri tecnici, prove documentali e testimonianze incrociate, portato avanti nonostante il sistematico sbarramento opposto dal Cairo: delle 64 richieste rogatorie formulate dalla magistratura italiana, soltanto 25 hanno infatti trovato risposta, mentre ben 39 sono rimaste del tutto prive di riscontro. Tra le richieste ignorate, almeno 13 sarebbero state decisive per identificare ulteriori appartenenti alla National Security, il servizio di sicurezza interno del Cairo, coinvolti a vario titolo nella vicenda.
Al centro del processo sono finiti tuttavia quattro ufficiali di primo piano della National Security. Per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, l’accusa ha sollecitato la condanna all’ergastolo per sequestro di persona pluriaggravato, lesioni e omicidio aggravato. Per il generale Tariq Sabir e per i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, le richieste si sono attestate a 17 anni e 6 mesi di reclusione per il sequestro di persona. Nelle sue battute finali, la Procura ha rimarcato come in quest’aula non si sia giudicato un delitto comune, bensì l’esercizio freddo, organizzato e deliberato della violenza di Stato su un ragazzo di ventisette anni, inghiottito in una zona d’ombra priva di garanzie solo perché scambiato, per via delle sue ricerche sui sindacati indipendenti, per una spia.
(da agenzie)
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