INSERITO NELLA FINANZIARIA, AVREBBE DOVUTO TAGLIARE DEL 20% LE POLTRONE IN COMUNI E PROVINCE, DANDO UN SEGNALE ANTICASTA…. GLI AMMINISTRATORI LEGHISTI PIAGNUCOLANO E CALDEROLI FA DIETROFRONT: DEI 229 MILIONI DI RISPARMIO RIMANE SOLO IL BLUFF PADANO
Durante l’esame della legge finanziaria alla Camera, sembrava ne avesse fatto una questione di principio: il guerriero di Giussano Calderoli agitava la spada, non per tagliare teste agli infedeli islamici, ma i costi della Casta, tanto aborrita a parole.
Voleva assolutamente ridurre del 20% le poltrone locali (tanto lui ne ha una nazionale per non fare una mazza).
Ma ecco che dopo appena 12 giorni dalla sceneggiata, arriva il rapido “contrordine trinariciuti padani”: marcia indietro del governo sul taglio di 35.000 poltrone di consiglieri comunali, assessori, circoscrizioni e difensori civici.
Ufficialmente tutto rinviato di un anno, tanto per salvare la faccia: ma si sa che in Italia il rinvio è sempre l’anticamera della cancellazione, soprattutto quando si tratta di qualche misura indigesta per la burocrazia e le sue poltrone.
In meno di due settimane è finito il rigore amministrativo: si tratta di un penoso cambio di rotta che viene incontro alle richieste dei sindaci, compresi quelli leghisti, che erano scesi in piazza e avevano addirittura interrotto i rapporti con il governo, bollando le misure taglia-poltrone, introdotte in Finanziaria, come un’illegittima invasione di campo.
Altro che taglio di 229 milioni di euro nel prossimo triennio, altro che riduzione dei consiglieri cominali del 20%, altro che tetto agli assessori che non potevano essere più di un quarto dei consiglieri.
Riecco i difensori civici, riecco le circoscrizioni cittadine.
“Abbiamo scherzato – pare dire Calderoli ala padagna del magna magna – ci eravate cascati eh?”. Continua »
PERSINO IN CINA 1.100 KM , CON 710 KM DI GALLERIE E VIADOTTI, SONO COSTATI 11 MILIONI A KM…. IL GENERAL CONTRACTOR IN ITALIA E’ UN DISTRIBUTORE DI SUBAPPALTI SENZA VINCOLI…GLI ENTI LOCALI, PER FAR PASSARE UN TRENO, SONO GIA’ DIVENUTI RICATTATORI FEDERALISTI E PRETENDONO QUATTRINI IN CAMBIO…DA NOI, A PARITA’ DI TRATTA, OCCORRONO 12,5 ANNI PER COSTRUIRLA, IN EUROPA 7,5, IN CINA 4,5
L’Alta Velocità è uno dei più grandi affari del dopoguerra, oltre la più grande infrastruttura degli ultimi venti anni.
Ma è anche un mistero, perchè Tav, la società delle Ferrovie, responsabile dell’operazione, un vero e proprio rendiconto dettagliato non l’ha mai presentato.
Eppure sarebbe stato interessante per il Governo avere dati precisi per proporre le riforme necessarie, onde perdere i primati negativi che accompagnano l’Alta Velocità italiana, rispetto alla concorrenza.
Un rendiconto parziale si può trovare nei bilanci della Fiat, general contractor per due tratte, la Bologna Firenze, costata 4,7 miliardi di euro, e la Milano Torino, costata 6,7 miliardi di euro.
Cifre che corrispondono esattamente a 60 e 54 milioni a chilometro.
Spese folli se rapportate ad altri Paesi all’avanguardia nell’Alta Velocità .
In Spagna, Francia e Giappone 1 chilometro di Tav è costato 10 milioni di euro.
In Cina, che a dicembre ha completato un tratto di 1.100 km ( di cui 710 con viadotti e gallerie), il costo è stato di 11 milioni a km.
Altre incongruenze: come è possibile che la Milano-Torino, in pianura e lungo l’autostrada, costi quanto la Bologna-Firenze, interamente appenninica, e il 50% in più dell’analoga Milano-Bologna?
Misteri italici, anche se molti puntano il dito contro il sistema del general contractor.
In realtà non è il general contract in sè la causa del male, ma piuttosto come si sceglie e come viene stipulato il contratto.
Invece che consegnare un progetto esecutivo dettagliato e vincolante con penali per sforamenti di tempi e costi, in Italia il general contractor è solo un meccanismo per distribuire commesse e subappalti, senza vincoli di controlli e di costi. Continua »
L’EGITTO PROTESTA UFFICIALMENTE PER LA CAMPAGNA DI AGGRESSIONE CONTRO GLI IMMIGRATI IN ATTO IN ITALIA…. FINI RICHIAMA IL GOVERNO: “NON DETTI L’AGENDA ALLE CAMERA” … LE TASSE NON SI RIDURRANNO PIU’, AUMENTANO LE AZIENDE IN CRISI E LA DISOCCUPAZIONE….MA LA COSA PIU’ URGENTE DA FARE E’ UNA NORMA CHE EVITI DUE PROCESSI AL PREMIER
Nessuno italiano che non sia in malafede potrà negarlo: il ritorno del premier da Arcore (dove ovviamente “ha lavorato”) a Palazzo Grazioli segna una svolta epocale nell’attività di governo: dopo mesi in cui l’opposizione cattocomunista non ha saputo che seminare odio contro il partito dell’amore, Silvio torna e spiazza tutti, dettando la nuova linea: dal lettone si passa al giaccone, ovviamente sempre di Putin, generoso leader russo che non bada a spese.
Dopo aver preso bene le misure del lettone, sulla base delle esigenze multiple del premier, Putin ha voluto anche il numero della taglia di Silvio, in modo da confezionargli su misura anche il giaccone della Marina militare russa che è diventato il segnale della svolta politica del Pdl.
Ci eravamo lasciati a ottobre, novembre, dicembre con l’unico argomento delle leggi ad personam e ora invece dobbiamo parlare delle leggi ad libertatem.
I maligni aggiungerebbero “vigilatam”, ma sempre di ingiustizia di tratta.
Tutti gli italiani ingiustamente accusati di un reato, penale o civile che sia, usano notariamente lo stesso criterio: evitare lo svolgimento del processo. Se un’accusa è infondata, inutile aspettare di avere ragione in terzo grado, è tempo perso: solo gli imbecilli fanno così.
Gli altri promulgano una legge “ad libertatem”, e sei innocente da subito. Anzi, più credi nello Stato, nelle istituzioni, nell’ordine e nella legge, come si addice a un “uomo di destra”, è più giustifichi chi, innocente, si sottrae in ogni caso al giudizio di quelle istituzioni che difendi per conto terzi.
Ci pare una “giusta coerenza” comportamentale di cui per anni, ingenuamente, non avevamo attinto e agito di conseguenza.
Oddio, in Italia accadono anche altre cose, ma di scarsa rilevanza in fondo.
A causa della nostra politica sull’immigrazione, era chiaro che prima o poi saremmo arrivati all’incidente diplomatico, dopo essere stati condannati da diversi organismi europei ed internazionali, per violazione delle convenzioni sottoscritte.
Ma per far guadagnare due voti alla Lega e alle palle che racconta, che volete che sia qualche rampogna? Continua »
GRAN PARTE DEGLI ARANCETI SONO DI PROPRIETA’ DI COOPERATIVE FORMATE DA ROSARNESI… LA MANO D’OPERA ERA ECCEDENTE: SCACCIATI I NERI, ECCO IN ARRIVO I BRACCIANTI DELL’EST…I LOCALI SI FANNO ASSUMERE FITTIZIAMENTE COME BRACCIANTI AGRICOLI, FANNO LAVORARE GLI IMMIGRATI, E DOPO 102 GIORNI PRENDONO L’INDENNITA’ DI DISOCCUPAZIONE DALL’INPS
Ora che hanno fatto il loro bravo corteo con lo striscione anti-razzista “Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai media, venti anni di convivenza non sono razzismo”, con in prima fila cinque immigrati raccattati per far da paravento e defilati i rampolli e gli uomini dei boss che invece erano scesi per le strade la notte della rivolta, i rosarnesi hanno dimostrato che amano la pacifica convivenza.
Poichè mai abbiamo pensato che all’origine della vergognosa caccia all’uomo ci fosse quell’odio razziale, peraltro esistente in Italia e alimentato da ben individuate forze politiche, stigmatizzato anche dall’Osservatore Romano (“In Italia il razzismo non è mai stato superato”), è forse giunto il momento che i rosarnesi diano qualche spiegazione in più.
E non parliamo solo della presenza di esponenti della “ndrangheta” tra coloro che sparavano i pallini flobert nel tiro a segno al nero, non ci riferiamo solo ai filmati che riprendono Antonio Bellocco, uomo dell’omonimo clan, aggredire immigrati e carabinieri, ma a fatti su cui i media non sono ancora andati a fondo. Si è parlato dello sfruttamento della manodopera di colore da parte dei proprietari terrieri e del fatto che nessuno aveva mai denunciato tale “lavoro nero”.
Sapete perchè?
Perchè non siamo di fronte a una manciata di latifondisti milionari: i proprietari degli aranceti che sfruttavano i neri sono la maggior parte dei rosarnesi.
Le cooperative in cui sono riuniti centinaia di fazzoletti di terra sono formate ciascuna da decine di rosarnesi.
Dato che il mercato ortofrutticolo è in calo e le spese per i braccianti, anche se sottopagati, iniziavano a superare i guadagni, considerato che il numero degli immigrati era divenuto troppo alto per le reali esigenze di mercato, qualcuno ha pensato che sarebbe stato meglio sfoltirli. Continua »
MARONI VUOLE CHE LA FEDERAZIONE CALCIO FACCIA SOSPENDERE UNA PARTITA IN CASO DI CORI RAZZISTI…. PECCATO CHE NON CONOSCA NEANCHE LA LEGGE: L’ART. 62 STABILISCE CHE TOCCA AL RESPONSABILE DELL’ORDINE PUBBLICO ALLO STADIO O AL QUESTORE SOSPENDERE L’INCONTRO
“Lulù Maronì” in arte, Roberto Maroni nella tragica realtà , si atteggia come quelle “ragazze di vita” di un tempo che, una volta trovato un buon partito, cercavano di rifarsi una verginità .
Cosa c’è di meglio per un leghista preso in castagna a Rosarno per una pessima gestione del fenomeno immigrazione e una successiva imbarazzante ed evidente assenza dello Stato in una regione in mano alla ‘ndrangheta, mentre decine di immigrati venivano massacrati su imput della malavita, ergersi come il difensore della legalità e della tolleranza zero negli stadi?
La Lega è accusata di razzismo per le quotidiane esternazioni dei suoi massimi (e umanamenti minimi) dirigenti?
Diventiamo allora i difensori dei Balotelli italici almeno sul terreno di gioco e perseguiamo i cori razzisti, così ricostruiamo una ipocritica verginità padana almeno la domenica sui campi.
“I razzisti restino fuori dagli stadi” tuona Maroni per oscurare Rosarno: alla ferale notizia, la classe dirigente leghista a malincuore è costretta ad abbonarsi alle Pay Tv per poter seguire almeno sullo schermo la squadra del cuore, maledicendo l’ex legale recupero crediti della Avon Cosmetic.
Ma “Lulù Maronì” a Skytg24, come tutti i neofiti antirazzisti, ne combina una delle sue.
Tanto si infervora nella sua nuova parte, che dice: “Occorre tolleranza zero verso i cori razzisti negli stadi. La Fgci deve usare il pugno duro contro gli insulti nel calcio e sospendere le partite quando l’arbitro abbia anche il pur minimo dubbio che vi sia un coro razzista. L’arbitro deve prendere provvedimenti e sospendere l’incontro”.
Peccato che Maroni si sia dimenticato nella fretta di leggersi l’art 62 comma 6 delle norme federali: “Il responsabile dell’ordine pubblico dello stadio, designato dal ministero degli Interni, che rilevi uno o più striscioni esposti dai tifosi, cori, grida e ogni altra manifestazione discriminatoria, costituenti fatto gravo, ordina all’arbitro di non iniziare o di sospendere la gara”. Continua »
VANTAGGIO SOLO PER I RICCHI: STIPENDI DA 866 EURO NETTI AL MESE, NESSUN CAMBIAMENTO….DA 1.446 EURO NETTI, 60 EURO IN PIU’ AL MESE… DA 2.313 EURO NETTI, 524 EURO DI AUMENTO AL MESE, DA 2.928 EURO, 893 EURO IN PIU’, DA 3.693 EURO, AUMENTO MENSILE DI 1.360 EURO…DA 7.149 EURO AL MESE, AUMENTO DI 1.415 EURO , DA 10.605 EURO AL MESE, AUMENTO DI 2.151 EURO… LA RIFORMA COSTEREBBE 20 MILIARDI: E’ SOLO UN BLUFF
Per un volta che il premier rilascia un’intervista a “Repubblica”, in cui l’ipotesi di una riduzione delle tasse diventa qualcosa più di un “sogno”, ma una questione “su cui lavorare” nei prossimi mesi, ecco scatenarsi i maghi delle previsioni.
Qualcuno ci crede talmente, da farsi pure due conti su quanto costerebbero due aliquote uniche al 23% e al 33%, contro quelle scaglionate attuali che vanno dal 23% al 43% e quanto si ritroverebbe in più il lavoratore in busta paga.
Il commento più divertente è di Casini che sostiene, ricordando che Silvio ne parla da 14 anni senza costrutto, che anche questa volta sarà tempo perso.
La sinistra invece intravede la solita promessa in vista delle elezioni regionali di marzo: alla fine il governo è costretto a precisare che si tratta di ipotesi a lunga scadenza e in studio.
Facendo due rapidi conti, una riforma del sistema fiscale articolato su due sole aliquote, in sostituzione delle attuali cinque, avrebbe un costo intorno ai venti miliardi di euro, una cifra fuori dalla portata dell’economia italiana, già azzoppata dall’enorme debito pubblico.
Tremonti precisa subito ai suoi collaboratori che chi pensa di poter ridurre oggi la pressione fiscale in Italia è solo un folle, uno che costruisce castelli di sabbia.
A stretto giro Palazzo Chigi precisa che è un discorso “in prospettiva”. La solita “buona intenzione” che era stata annunciata anche nel disegno di legge delega del 2002 o nel Libro bianco sull’economia fiscale del 1994 di cui non si fece nulla.
Insomma si parla tanto per parlare, il solito spot elettoral-umorale.
Ma sarebbe questa una soluzione per il nostro Paese?
Se anche fosse possibile domani, sarebbe giusto ridurre il prelievo fiscale a due sole aliquote al 23% e al 33%?
Rispondiamo con sicurezza di no, sarebbe un provvedimento che penalizzerebbe i lavoratori con reddito inferiore a 30.000 euro (quasi tutti), a vantaggio dei soli ricchi (pochissimi).
Non lo diciamo ovviamente noi, ma i dati pubblicati su giornali insospettabili di centrodestra.
Cerchiamo di dettagliare in sintesi. Continua »
LA STRAGE DI AIGUES-MORTES DEL 1893: VENNERO MASSACRATI PER QUATTRO GIORNI CON FORCONI E COLTELLI….50 MORTI E 150 FERITI: “E’ APERTA LA CACCIA ALL’ORSO” ANNUNCIARONO I FRANCESI…GLI ITALIANI CERCARONO SCAMPO NELLE PALUDI: LA MEMORIA STORICA NON INSEGNA NULLA
Lo ha ricordato un ottimo articolo del “Secolo XIX”, quotidiano genovese indipendente, ma sulla vicenda sono usciti, negli ultimi anni, diversi libri, tra cui “Morte agli Italiani! Il massacro di Aigues-Mortes 1893” di Enzo Barnabà (Infinito Edizioni), “L’orda, quando gli albanesi eravamo noi” di Gianantonio Stella (Rizzoli), che dedica all’avvenimento un intero capitolo, e “Le massacre des Italiens” di Gerard Noiriel (Fayard).
E’ la strage di Aigues-Mortes nella quale morì un numero imprecisato di lavoratori liguri, piemontesi, lombardi e toscani.
Il bilancio ufficiale fu di 9 morti e 50 feriti, ma molte fonti parlano di 50 morti e 150 feriti: gli italiani, aggrediti a colpi di forcone e coltelli, si dispersero nelle campagne e cercarono scampo nelle paludi, ma molti dei loro corpi furono inghiottiti dal fango.
“E’ aperta la caccia all’orso” annunciò in codice, il 16 agosto 1893, un banditore che chiamò così a raccolta gli agricoltori francesi della zona.
Per i successivi quattro giorni, gli emigrati italiani che lavoravano nelle saline di Peccais, nella Linguadoca-Rossiglione, furono massacrati dai francesi che li accusavano di rubare loro il lavoro accettando paghe da fame.
La scintilla si accese il 14 agosto con il ferimento di un francese da parte di un italiano, durante una delle frequenti risse tra i due gruppi: pare si trattasse di una banale questione per un paio di calzoni o una bottiglia.
La mattina seguente , raccontano i testimoni italiani sopravvissuti, mentre si accingevano ad andare al lavoro, diciotto carabinieri a cavallo invitarono i nostri connazionali a ritirarsi, non essendo loro in grado di garantirne l’incolumità .
Molti italiani trovarono riparo nelle baracche, fatte di paglia, dove miseramente alloggiavano.
Sopraggiunsero però 500 francesi che cominciarono a smantellare i tetti e appiccarono poi il fuoco ai modesti rifugi. Continua »
LO STATO E' IL VERO LATITANTE, LE COSCHE IL MANDANTE: DA UN ANNO LA REGIONE AVEVA SOLLECITATO MARONI A INTERVENIRE, MA I 200.000 EURO NON SONO MAI ARRIVATI... IL COMUNE ERA COMMISSARIATO PER INFILTRAZIONE MAFIOSA E IN MANO ALLE FAMIGLIE BELLOCCO E PESCE... IL FIGLIO DI BELLOCCO ARRESTATO PER AVER GUIDATO I DISORDINIQuanta ipocrisia nell'atteggiamento delle istituzioni in merito ai disordini avvenuti a Rosarno, quante falsità , quanti falsi stupori, quante responsabilità nell'aver fatto finta per anni di "non vedere".
Andiamo per capitoli per cercare di fornire a chi ci legge qualche elemento a giustificazione della nostra tesi.
Uno degli agglomerati di baracche in cui dormivano gli immigrati a Rosarno era quello della Rognetta, in pieno centro, a poche centinaia di metri dalla scuola, dagli uffici comunali, dalla chiesa.
Era così da almeno 15 anni, non da un giorno, ma tutti hanno sempre fatto finta che ciò fosse normale, che fosse legittimo sfruttarli, giustificato farli vivere in condizioni igieniche da bestie. Lo sapevano tutti che erano sottopagati, in mano alla 'ndrangheta e ai caporali di giornata.
Il "grande statista" Maroni, il peggiore ministro degli interni della storia repubblicana, ha parlato di "troppa tolleranza" nei confronti dei clandestini, segnando l'ennesimo autogol della sua patetica permanenza al Viminale.
Avrebbe dovuto spiegarci a chi sarebbe da addebitare questa "troppa tolleranza": forse al commissario prefettizio nominato dal governo, dopo lo scioglimento della giunta di Rosarno per infiltrazioni mafiose?
O forse ai funzionari di polizia che dipendono, guarda caso, dal ministero degli Interni? Intende forse prendere provvedimenti nei confronti dei suddetti, ammettendo quindi suoi personali errori di valutazione?
E ci dica Maroni, in due anni, quante retate di "caporali" ha ordinato, per porre fine a quell'ignobile mercato delle braccia che andava in onda ogni mattina all'alba a Rosarno per reclutare la manodopera giornaliera da accompagnare ai campi.
Oppure ci renda edotti di quante denunce avrebbe sollecitato nei confronti dei proprietari di agrumeti che pagavano in nero migliaia di immigrati, "elargendo" loro 15-20 euro al giorno per 14 ore di lavoro.
Qualcuno magari pensa che Maroni ne fosse all'oscuro?
Eccolo servito: da un anno la Regione Calabria aveva più volte sollecitato un intervento a Maroni e vi era stata la promessa del ministro degli Interni di stanziare 200.000 euro per garantire un minimo di condizioni sanitarie e igieniche accettabili, ma i soldi non sono mai arrivati.
Così come nessun intervento di ordine pubblico è stato mai messo in atto.
E si è arrivati all'esplosione della rabbia degli immigrati che il procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, ricostruisce così: "Tutto è cominciato da quegli spari, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, questa gente di colore subisce vessazioni da troppo tempo, è stata la reazione di gente disperata. Ogni reato commesso sarà perseguito, ma un'analisi di quanto è accaduto non può che essere lucida". Continua »
UN IMPRENDITORE CHE ALLA GUIDA DI UNA FERRARI AVEVA SUPERATO IL LIMITE DI VELOCITA’ IN UN CENTRO ABITATO E’ STATO MULTATO DAL GIUDICE IN BASE AL SUO REDDITO DI 23 MILIONI DI FRANCHI…IL CONCETTO DI MULTE PIU’ SALATE AI RICCHI, IN ITALIA SAREBBE APPLICABILE?
Una multa da 200.000 euro per eccesso di velocità non si era mai vista: sarebbero molti, in Italia, gli aspiranti suicidi che si vedessero contestare un’ammenda di questo genere, mentre da contare sulla punta delle dite coloro che la prenderebbero con noncuranza e con aplomb inglese.
Ma l’idea di infliggere multe in misura crescente, secondo le disponibilità economiche del contravventore, in fondo ha una sua logica e una sua linea di giustizia.
Deve essere apparsa così al legislatore svizzero che l’ha tradotta in norma vigente: una legge federale, infatti, prevede che le infrazioni più gravi, con sanzioni penali, vengano calcolate in base al reddito.
Tra queste il superamento del limite di velocità in misura eccedente i 25 km/h nei centri abitati, i 30 km/h nelle strade cantonali, oltre i 35 km/h nelle autostrade.
E ancora la guida in stato di ebbrezza o di spossatezza, la circolazione senza patente e i sorpassi pericolosi.
Prima vittima della multa a redditometro, un imprenditore svizzero che, a bordo della sua Ferrari, ha superato, nel centro abitato di Morschwil, Cantone di San Gallo, di 50 km/h il limite massimo stabilito.
Si è beccato una multa di 299.000 franchi svizzeri, pari a circa 200.000 euro, tanto per gradire.
Il giudice l’ha calcolata sulla base del patrimonio dell’incauto signore che ammonta a ben 23 milioni di franchi svizzeri.
E’ probabile che il salasso avrà un effetto dissuasivo in futuro per il ricco imprenditore: certo che se paragoniamo la sua infrazione alle ben più gravi irregolarità che si registrano ogni giorno in Italia e che vengono sanzionate con pochi euro, viene quasi da sorridere. Continua »