Febbraio 15th, 2012 Riccardo Fucile
ORFEO GORACCI E’ ACCUSATO DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE E VIOLENZA SESSUALE PER EPISODI RELATIVI AL PERIODO IN CUI ERA SINDACO DELLA CITTADINA…ALTRI OTTO ARRESTI, TRA CUI L’EX VICE-SINDACO
Una giunta comunale trasformata, secondo la magistratura, in associazione a delinquere finalizzata all’abuso di ufficio e altri reati.
Succede nella rossa Umbria, a Gubbio. Dove sono stati arrestati tre componenti della giunta guidata da Orfeo Goracci, ex sindaco eugubino e attuale vicepresidente del consiglio regionale guidata da Catiuscia Marini.
In manette con l’ex sindaco, anche il vicesindaco Maria Cristina Ercoli, l’assessore all’Ambiente Lucio Panfili, l’ex assessore Graziano Cappannelli e il dirigente comunale Lucia Cecili.
Agli arresti domiciliari, invece, sono finiti un altro ex assessore, Marino Cernicchi, l’ex presidente del Consiglio Comunale, Antonella Stocchi, e l’ex segretario comunale, Paolo Cristiano e Nadia Ercoli, funzionario della polizia municipale e sorella dell’ex vicesindaco Ercoli.
Tutti i politici sono espressione del Prc, tolto Graziano Cappannelli che è un esponente dell’Italia dei Valori, l’unico consigliere in carica del partito.
A Goracci è contestato anche il reato di violenza sessuale aggravato dal fatto che sia stato commesso “nella sua qualità di pubblico ufficiale e all’interno del proprio ufficio di sindaco”.
In particolare, si legge nell’ordinanza firmata dal gip di Perugia, “per avere in due distinte occasioni costretto una dipendente, alla quale inviava numerosi sms e pressanti inviti per intrattenere rapporti sessuali, a subire atti sessuali, baciandola, cingendole le spalle e tirandola a sè, contro la volontà della donna, commettendo il fatto nella sua qualità di pubblico ufficiale e all’interno del proprio ufficio di sindaco”.
Sono tutti accusati — nelle loro qualità di primo cittadino, amministratori e tecnici comunali — di aver dato vita e partecipato ad una associazione per delinquere, attiva dal 2002 “ed ancora in essere”, che avrebbe instaurato “un clima di intimidazione e di paura”, emarginando, danneggiando, minacciando le persone “invise o ostili” al sodalizio e “piegando lo svolgimento delle pubbliche funzioni all’interesse privato”. Un’associazione, si legge nel capo di imputazione, finalizzata a commettere “una serie indeterminata” di reati di abuso d’ufficio, concussione, falso in atti pubblici e soppressione di atti pubblici.
I nove, in particolare, avrebbero “stabilmente piegato lo svolgimento delle pubbliche funzioni al perseguimento di interessi privati consistenti in vantaggi politico-elettorali, mantenimento delle posizioni di potere e sviluppo della carriera, vantaggi economici per se stessi e per soggetti loro legati da vincoli di vicinanza politica, amicizia e sentimentali (per il Goracci)”.
Tutto ciò, “con pari ingiusto danno per la collettività , per i dipendenti e i soggetti estranei all’amministrazione ritenuti invisi o ostili al sodalizio”.
Questi, infatti, “venivano stabilmente posti in condizioni di emarginazione, sfavoriti, danneggiati nello sviluppo della carriera, minacciati, estorti ed ingiustamente penalizzati, in un generale clima di intimidazione e di paura instaurato e mantenuto dal sodalizio all’interno del Comune di Gubbio”.
Con l’allora sindaco Goracci, “definito il re o lo zar”, accusato di aver “promosso, costituito ed organizzato l’associazione a delinquere e gli altri nel ruolo di partecipi”.
Gli interrogatori di garanzia sono in programma tra domani e giovedì davanti al gip di Perugia che ha emesso le misure cautelare.
Per tutti il giudice ha comunque disposto il divieto di incontro con i difensori.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 15th, 2012 Riccardo Fucile
SONO GARANZIE DI CREDITO PERSONALI EMESSE DALL’EX PREMIER
“Io vengo da un partito che non ha mai avuto bisogno di trucchi sui soldi, perchè ci sono le fideiussioni
di Berlusconi e non abbiamo bisogno dei finanziamenti privati”.
Angelino Alfano, domenica sera da Fabio Fazio, ha spiegato in poche parole perchè lui non è il segretario di un partito, ma di una società a responsabilità limitata di proprietà del Cavaliere. D’altronde non ci ha investito mica gli spiccioli del salvadanaio, ma la bellezza di 178,9 milioni di euro in garanzie di credito personali, le quali — è bene che Alfano lo sappia — sono proprio “finanziamenti privati” e funzionarono assai bene già per creare dal nulla (e tenere nel nulla) Forza Italia.
È questo il motivo per cui il partito fondato sul predellino non tiene congressi, non elegge i propri dirigenti (a partire dal segretario “politico” Alfano), nè i suoi quadri locali: la volontà di Silvio Berlsconi vale quasi 179 milioni di volte più di quella di chiunque altro.
Tenendo presente questo, si capisce quale pessimo investimento abbiano fatto i capibastone del PdL e relativi accoliti nello scannarsi per l’acquisto di pacchetti di tessere (parecchie false): il candidato premier, i capi del partito e gli alleati saranno quelli che Berlusconi vorrà , gli altri potranno solo dargli ragione.
Il paradosso è che — nonostante il PdL sia lontanissimo dal “metodo democratico” prescritto per i partiti dall’articolo 49 della Costituzione — viva di soldi pubblici: qualche decina di milioni l’anno in rimborsi elettorali con cui paga spese e debiti, garantendo al Cavaliere di non dover onorare davvero quella montagna di fidejussioni.
Come ciò sia possibile, è abbastanza semplice: i Parlamenti repubblicani non hanno mai votato una legge applicativa per l’articolo 49 (Luigi Sturzo, per dire, ne presentò una già negli anni Cinquanta).
Ora però, sull’onda dello scandalo Lusi, pare che qualcosa si muova: in modi diversi, Bersani, Alfano e Casini hanno promesso una riforma dei partiti che garantisca democrazia interna e trasparenza nella gestione dei soldi.
La novità di ieri è che c’è persino un testo di legge da discutere.
A firmarlo è stato Gianpiero D’Alia, capogruppo dell’Udc in Senato.
Se passerà , i partiti dovranno dotarsi di uno Statuto che garantisca trasparenza e democrazia nelle scelte, tutela delle minoranze interne e della parità di genere negli organismi elettivi, più una quota dei fondi destinata obbligatoriamente alla partecipazione alla politica di donne e giovani. Se la Cassazione non certificherà che lo Statuto è fatto a norma di legge, niente soldi pubblici. Ai bilanci, invece, ci penserà la Corte dei Conti: niente rimborsi elettorali e la restituzione del maltolto per chi non passa i controlli.
Notevole, poi, che queste norme dovrebbero applicarsi anche a fondazioni o società (tipo quelle editoriali) finanziate dal partito con più di 50mila euro.
Non manca una norma diciamo contro i “partiti zombie”: se si cessa l’attività politica — cioè non ci si presenta più alle elezioni — non si possono ricevere soldi pubblici e il patrimonio passa allo Stato.
Il testo è netto anche sulle donazioni private (tracciabilità a partire da 5mila e non 50mila euro) e sul patrimonio: l’intestatario deve essere il partito, che non può investire se non in titoli di Stato italiani (niente più Bot tanzanesi per la Lega).
La sanzione è sempre la stessa: stop ai contributi e restituzione di quelli già presi.
“Il testo — dice D’Alia — l’abbiamo inviato domenica a Bersani ed Alfano: speriamo in una corsia preferenziale in Parlamento per approvarlo prima delle prossime amministrative”.
Il via libera degli altri partiti però, è bene specificarlo, ancora non c’è: “Diciamo che con Bersani abbiamo parlato e c’è una sintonia — spiega una fonte centrista — con Alfano un po’ meno”.
E qui torniamo al problema dell’articolo 49: per la srl di Berlusconi legare il finanziamento pubblico alla democrazia interna potrebbe rivelarsi un problema insormontabile, almeno finchè il Cavaliere deciderà di rimanere in sella.
Una proposta come quella di D’Alia, però, potrebbe trovare orecchie attente anche in pezzi di opposizione: “Le nostre proposte sono già depositate — fa sapere Antonio Di Pietro — Adesso sono loro che devono passare dalle parole ai fatti”.
Infine, una piccola delusione.
C’è una cosa su cui il ddl dell’Udc e le proposte del Fatto non si incontrano: neanche una riga sul taglio dei rimborsi elettorali, un gruzzolo da 150 milioni nel solo 2013.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 15th, 2012 Riccardo Fucile
PRIMARIE PER IL CANDIDATO SINDACO A GENOVA, INTERVISTA A DON GALLO: “I PARTITI DEL CENTROSINISTRA LONTANI DAI CITTADINI”
«L’ho saputo direttamente da Marco, al telefono… È qui la politica finalmente!».
Don Andrea Gallo, genovese, fondatore della comunità di San Benedetto al Porto, non nasconde l’entusiasmo per la vittoria del candidato indipendente Doria alle primarie del centrosinistra.
Perchè ha sostenuto pubblicamente Marco Doria?
«È un candidato che interpreta la politica come servizio. Un professore universitario stimato e amato dai suoi studenti, che la mattina dopo le primarie era in classe a tenere regolarmente le sue lezioni».
Dopo Napoli e Milano, il Partito democratico non riesce a esprimere un suo candidato sindaco neppure a Genova. Che cosa sta succedendo?
«Nella nostra città c’è una grande voglia di cambiamento e di partecipazione democratica. Trasversale. Come dimostra l’affermazione di Doria sia nel centro storico che nei quartieri di periferia. I nomi proposti dal Pd, invece – Marta Vincenzi e Roberta Pinotti -, erano espressione del vecchio, della nomenclatura».
Quanto pesa sulla sconfitta del sindaco uscente Vincenzi la criticata gestione dell’alluvione di novembre?
«In quei giorni difesi la Vincenzi perchè sono contrario alla logica del capro espiatorio. Ma ognuno ha le sue responsabilità , che certo hanno influito. In ogni caso, a seppellire il Pd è stato soprattutto il fango morale, la corruzione e la lontananza dagli elettori di un partito che non sa stare in mezzo alla gente, capire i bisogni reali di precari, disoccupati, cassintegrati. Stessa lontananza mostrata da Rifondazione comunista, che alle primarie ha persino scelto di non appoggiare alcun candidato. All’opposto di Sinistra, ecologia e libertà , più calata tra gli elettori e che, non a caso, ha chiesto di poter appoggiare Doria».
Su Twitter Marta Vincenzi si è paragonata a Ipazia, martire per la libertà di pensiero, e l’ha attaccata. Cosa risponde?
«Di recente ho assistito a uno spettacolo teatrale dedicato alla filosofa e matematica dell’antica Grecia. Alla fine ho abbracciato l’attrice che la interpretava. Oggi abbraccerei anche Marta Vincenzi, ma ricordandole quello che penso. Ovvero che già qualche tempo fa le avevo consigliato di non ricandidarsi e di uscire di scena con dignità ».
Doria potrà diventare un nuovo Pisapia?
«Forse a Milano il vento del cambiamento era più forte. La stesura del programma di Doria comincia adesso. Vincerà se da qui ad aprile saprà scriverlo continuando a coinvolgere e ad ascoltare i cittadini. Anche a Genova si sta levando una leggera brezza, con una maggiore partecipazione tra i giovani. Glielo garantisco io che sono stato un marinaio».
Alessia Rastelli
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 14th, 2012 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DI “LIGURIA FUTURISTA” DI FRONTE ALLA CRISI DEL CENTROSINISTRA GENOVESE E AI SILENZI DI UN CENTRODESTRA DIVISO E PERDENTE… O PRIMARIE APERTE ALLA SOCIETA’ CIVILE O UN CANDIDATO ESPRESSIONE DELL’IMPEGNO SOCIALE E DEL VOLONTARIATO PER BATTERE DORIA SUL SUO TERRENO
Mentre la sinistra cittadina si interroga sui problemi derivanti dall’affermazione di Marco Doria, il
centrodestra vagola nel buio e si disperde in mille rivoli.
L’unico contributo interessante l’ha dato Claudio Scajola, ipotizzando le primarie di centrodestra aperte alla società civile, al di fuori degli schemi di partito.
LIGURIA FUTURISTA, di fronte alle voci che circolano di principi o professori da contrapporre al marchese-docente individua invece le seguenti caratteristiche del candidato ideale e della squadra che dovrebbe schierare il centrodestra:
1) Il candidato sindaco, anche per togliere argomenti alla sinistra, dovrebbe essere espressione della città impegnata nel sociale, inteso come volontariato e associazionismo.
Contrapponendo così l’impegno sociale concreto a quello dei salotti intellettuali.
2) Il candidato sindaco deve indicare subito almeno cinque collaboratori di qualità che diventino parte integrante del progetto politico della futura gestione della macchina comunale: un economista, un ambientalista, un responsabile dell’Osservatorio sulle infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici, un rappresentante dei comitati spontanei dei cittadini, un esperto di problemi del lavoro.
Tutti scelti al di fuori di appartenenze politiche e tessere di partito.
3) Qualora si optasse per le primarie, occorre dare un messaggio preciso ai genovesi: nessun politico in lista, solo rappresentanti della società civile e del volontariato.
LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza
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Febbraio 14th, 2012 Riccardo Fucile
INTERVISTA A MARCO DORIA: “I DEMOCRATICI NON ASCOLTANO I CITTADINI: LORO PARLAVANO DELL’UDC, IO DI TEMI CONCRETI”… “L’ANTIPOLITICA NON MI PIACE, NON SONO GRILLO, SONO CRESCIUTO IN UNA FAMIGLIA DOVE LA POLITICA ERA UN NOBILE IMPEGNO”
Come dobbiamo chiamarlo? Professore, compagno, marchese? Genova, culla della sinistra italiana, continua a inventare straordinarie trame di romanzi politici.
Come la vittoria alle primarie di Marco Doria, 54 anni, professore di storia economica, figlio del “marchese rosso” Giorgio, discendente del leggendario ammiraglio Andrea, partito da candidato di bandiera di Sel nello scontro interno al Pd fra Marta Vincenzi e Roberta Pinotti, eppure eletto a furor di popolo a candidato del centrosinistra.
La sua è stata definita da molti una vittoria dell’antipolitica, dell’anticasta. Non è curioso per un Doria, uno che in altre epoche avrebbe fatto il doge per grazia divina, senza doversi sbattere per prendere i voti delle periferie industriali?
“A me l’antipolitica non piace. Non sono Grillo, non sono un qualunquista. Sono cresciuto in una famiglia dove la politica era considerata il più nobile degli impegni. Mi sono battuto contro un certo professionismo della politica che ormai è diventato del tutto auto referenziale, davvero una casta. Ma siamo sicuri che sia ancora politica?”
Bersani ha detto che con lei si vince, come con Pisapia, e che il Pd la sosterrà con tutte le sue forze. È un augurio o una minaccia?
“È la reazione leale che mi aspettavo dal Pd. C’era un patto esplicito sulle primarie. Chi avrebbe vinto sarebbe stato appoggiato senza se e senza ma dagli alleati. Il voto degli elettori del Pd sarà decisivo per vincere le elezioni,del resto lo è già stato per vincere le primarie”.
Già , nell’incertezza fra i due candidati di partito, molti elettori del Pd hanno votato per lei.
“Di sicuro non avrei vinto con i soli voti dei militanti di Sel”
L’ex sindaco Marta Vincenzi l’ha presa molta male, scrive di essere una vittima sacrificale, si paragona alla martire Ipazia. Lei vuole paragonarsi a qualche personaggio storico?
“Per carità . Quella della Vincenzi mi è parsa una reazione molto ingenerosa nei confronti del suo partito, che l’ha difesa anche quando non era facile”
Certo non è normale per un sindaco del Pd in carica dover affrontare le primarie. Non era mai successo.
“Non è nemmeno normale che un sindaco in carica alle primarie prenda il 26 per cento dei voti. Magari su questo la Vincenzi potrebbe farsi un paio di domande. E poi onestamente, questo atteggiarsi a ribelle perseguitata… Stamattina all’università ho fatto esami a un gruppo di studenti che non erano ancora nati quando la Vincenzi era già assessore”.
Dove hanno sbagliato i candidati del Pd?
“Nel non ascoltare i cittadini, gli stessi militanti. Sono troppo presi dai vertici, dalle loro questioni. Roberta Pinotti ha parlato per metà della campagna del problema delle alleanze successive, con l’Udc, i centristi”.
Mi sta dicendo che i genovesi considerano la questione delle alleanze meno importante della disoccupazione giovanile, dello sviluppo del porto, dei tagli all’assistenza degli anziani?
“Incredibile, vero? La verità è che, impegnati nella polemica di partito, mi hanno lasciato fare una campagna sui temi concreti. Il lavoro anzitutto, ma anche i modelli di sviluppo, l’ambiente. Genova è strangolata dal cemento, si è costruito ovunque e soprattutto dove non si doveva. Il risultato si è visto con l’alluvione. In quel caso Marta Vincenzi ha subito un processo ingiusto, quando la vera colpa era dei costruttori”.
È vero che ha vinto promettendo più tasse?
“Ho detto che voglio mantenere i servizi sociali, anche a costo di aumentare le tasse, sì. Il resto è demagogia, che è l’altra grande malattia della politica”.
Il suo successo ha molte analogie con quelli di Pisapia a Milano e Zedda a Cagliari.
“Ma anche differenze. La principale è che Genova è una città di sinistra, Milano e Cagliari erano roccaforti del berlusconismo. Qui non si tratta di conquistare, ma di riconquistare. Ma non è detto che sia più facile”.
Le primarie genovesi sono state lette anche come un segnale di disagio del popolo di centrosinistra nei confronti dell’appoggio al governo Monti. È così?
“Hanno detto che ho vinto perchè criticavo il governo. È bene chiarire. Punto primo, ho accolto con enorme sollievo l’avvento di Monti al posto di Berlusconi. Punto secondo, c’è una bella differenza fra un governo di gente seria e competente e quello di prima, che faceva ridere il mondo. Punto terzo, non è che tutte le concrete azioni di Monti debbano essere condivise. Per esempio i tagli agli enti locali, alla rete dei trasporti, che erogano servizi utili, non li condivido. Ci sarebbero tanti altri sprechi da eliminare prima”
Suo padre Giorgio, quando era vice sindaco, fu l’unico in Italia ad abolire le auto blu. Lo farà anche lei?
“Nel lontano 1975. Era il Pci della questione morale. Non l’antipolitica. Sì, credo che servano anche questi segnali, eliminare i privilegi, prima di chiedere sacrifici a chi già fa molta fatica”.
Curzio Maltese
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 14th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO LA VITTORIA DEL CANDIDATO DI SEL SALTANO I VERTICI LOCALI E L’EX SINDACO ATTACCA INTELLETTUALI E GRUPPI DI POTERE INTERNI
Il monte di Portofino che frana in mare. Sarebbe stato più facile, a Genova, credere a questo. 
Invece sessantacinque anni di storia, di dominio, si sono sciolti in ventiquattro ore. La città volta pagina, ma resta rossa, conserva la sua anima.
Ecco la sfida. Come dire: non siamo noi a lasciare il Partito, è il Partito che ha abbandonato noi.
Le primarie che dovevano servire per fare le scarpe a Marta Vincenzi, le fanno anche al Pd. Si dimettono il segretario regionale Lorenzo Basso e quello genovese, Victor Rasetto, che pure non erano i veri artefici dell’operazione.
L’avevano, però, silenziosamente accettata mettendo il loro volto giovane a una manovra che aveva padri più scafati. I veri signori del Pd ligure.
Nessuno l’avrebbe detto: non i partiti, non i sondaggi.
Sabato il primo segnale.
Basso pronuncia la frase fatidica: “Se le nostre candidate perdessero, mi dimetterei”. Ma soprattutto erano i suoi occhi lucidi, smarriti, a parlare.
Poi è cominciato il diluvio: Marco Doria (Sel) 46%, Marta Vincenzi (27,5%), Roberta Pinotti (23,6%). Ed è il tracollo.
Vincenzi si mette a postare messaggi a raffica su twitter, sparando contro tutti: “Gruppi di potere dentro e a fianco del Pd . Dovevo dargli una mazzata subito.” Ancora: “Ho provato a tenere insieme una maggioranza impossibile”.
Anche ironia su don Gallo, sostenitore di Doria: “Basta con ‘sta fissa delle infrastrutture, di Smart cities. Vuoi mettere come è meglio parlare di beni comuni? Specie se benedice Don Gallo”.
Infine l’eventuale appoggio a Doria: “Deciderò solo dopo aver letto il programma”. Che strano effetto: Vincenzi e Pinotti che per sembrare nuove usano Twitter e poi sembrano avere difficoltà a parlare semplicemente con la città .
Si fa capire meglio Doria con la ruvidità di frasi apparentemente suicide: “Non sono contrario alle tasse”.
Pensare che Genova non sembrava pronta per un Pisapia.
Non c’era stato un esame di coscienza sulla gestione del potere degli ultimi anni, sulla benedizione da parte del centrosinistra (dal Pd all’Idv) alla cementificazione selvaggia che ha spalancato le porte alla ‘ndrangheta.
Per non dire delle inchieste che hanno travolto uomini del Pd. Niente.
“Un potere radicatissimo, spalmato per accontentare anche la destra e blandire perfino la Curia, cui la Regione ha lasciato un posto nel cda della banca cittadina”, racconta Attilio Formigine, che per cinquant’anni ha votato il Partito e ieri ha detto basta.
All’improvviso domenica Genova si è scoperta diversa da come la dipingevano i giornali.
Da come credeva di essere.
Ma loro, i vertici del Pd, che cosa dicono?
“Momentaneamente non raggiungibile”, rispondevano ieri mattina decine di cellulari, da Basso a Rasetto, tramortiti dalla botta. Poi le dimissioni.
E Claudio Burlando? “E impegnato in una riunione delle Asl”, comunicano i suoi. Tace il dalemiano Burlando, come durante la campagna per le primarie.
Ma il Pd ligure è costruito a sua immagine e somiglianza.
Tanti lo indicano come l’uomo che ha acceso la miccia delle primarie (per lui non erano state fatte).
“Alla fine il Pd è riuscito a perdere le sue stesse elezioni. Un record”, sorride amara Maria Vicedomini, una vecchia militante di Sestri Ponente.
Ma adesso? “Speriamo che non si finisca per regalare la città agli scajoliani”, è l’avvertimento di don Paolo Farinella, il sacerdote dei vicoli.
Molto dipenderà dalle liste che Doria presenterà alle elezioni. “Ora non voglio sentir parlare di poltrone”, avverte il vincitore.
“Sapessi quanti vogliono salire sul nostro carro!”, sorride Mariuccia Cadenasso, una delle pasionarie di Doria.
Già , se le liste sapranno raccogliere le tante forze che la città può esprimere, il cammino sarà in discesa.
Anche perchè Doria il “rosso” ha stravinto soprattutto a Levante, nei quartieri borghesi, dove ha sfiorato il 55%.
Se, però, le liste saranno la raccolta di figurine delle vecchie glorie della politica locale, l’entusiasmo si disperderà .
Doria oggi ha la forza per impedirlo. Ma i partiti del centrosinistra, già dalle voci delle prime ore, sembrano pronti ad aiutare ancora gli avversari, dal centrista Enrico Musso (ex Pdl) al candidato che il centrodestra agonizzante non ha ancora trovato.
L’Idv, che da queste parti ama il cemento, potrebbe non appoggiare Doria perchè contrario alla Gronda autostradale che divide la città .
E all’Udc un sindaco “comunista” non va giù.
Dopo essersi scannato per le primarie, il centrosinistra potrebbe dividersi anche per le elezioni. Ma i genovesi forse non se ne accorgeranno nemmeno.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 14th, 2012 Riccardo Fucile
BOOMERANG PRIMARIE: “BASTA GUERRE FRATICIDE”….MA I PRECEDENTI DI MILANO, CAGLIARI, NAPOLI E DELLA PUGLIA DICONO ALTRO
Solo un’ammaccatura”: Pier Luigi Bersani sminuisce, nega, rimuove.
E di fronte alla dèbacle del Pd a Genova arriva a definirsi “sereno”. Non senza aggiungere, dettando la linea al partito: “Ora lavoriamo ventre a terra per la vittoria di Marco Doria alle elezioni”.
“Sereno? Bersani dice che è sereno? Dovrebbe essere incazzato nero. E poi, certo, dopo, siamo tutti per Doria”, commenta il sindaco di Bari, Michele Emiliano.
A guardare i meri fatti, c’è poco da star sereni: le due candidate del Pd a Genova, Marta Vincenzi e Roberta Pinotti sono state sbaragliate da Marco Doria, i vertici del Pd ligure sono dimissionari, la Vincenzi si sfoga su Twitter con furia rara, la Pinotti medita di ritirarsi a vita privata.
E nel frattempo, i vertici del Pd che fanno? Ragionano intorno a un ripensamento dello Statuto in modo che in caso di primarie di coalizione, il Pd corra con un candidato unico: “Sarebbe cosa buona e logica che il Pd selezionasse la sua candidatura per vie interne” , spiega Bersani.
Che già nel primo pomeriggio di ieri, dopo una notte e una mattinata di silenzio, aveva dato la sua versione: “Le primarie hanno una loro logica. Questi sono gli esiti di avere più candidati del Pd”.
Che la Vincenzi e la Pinotti rischiassero di perdere, però, era un timore che aleggiava al Nazareno.
“Alla fine, quelle due si sono messe a litigare”, dice qualcuno dello staff del segretario. Personalismi inevitabili? Non si poteva chiedere un passo indietro? “Se si sono volute presentare, non potevamo impedirglielo. Le regole sono queste”, spiega Chiara Geloni, direttore di Youdem.
Sarà colpa delle regole, ma la sequenza agghiacciante delle consultazioni perse in luoghi importanti pone più di qualche problema.
Era il febbraio 2009 quando Renzi vinse le primarie di Firenze, contro i candidati sostenuti dai big democratici.
Nel 2010 Vendola impose le consultazioni per la candidatura alla guida della Puglia e le vinse contro lo sfidante democratico, Francesco Boccia.
La vittoria di Giuliano Pisapia, candidato di Sel, a Milano provocò un terremoto nei vertici del partito locale.
Il candidato di Sel, Zedda prevalse pure a Cagliari.
A Napoli le consultazioni finirono annullate a colpi di denunce di brogli, e alle elezioni vinse De Magistris, presentato dall’Idv.
Se è per la tornata in corso, a Palermo, dopo lunghe trattative, il Pd ha scelto di appoggiare Rita Borsellino, che del Pd non ha neanche la tessera (mentre il democratico Davide Faraone è sostenuto dai renziani) e a Taranto Vendola sta imponendo la ricandidatura di Stefà no, sindaco uscente.
Possibile che il Pd non riesca a individuare un candidato vincente?
Scrive su Twitter , Paolo Gentiloni: “Tutta colpa di un Pd diviso tra due candidati, si dice ora. Ma a Milano, Napoli e Cagliari ne avevamo uno. E a Torino due (dove ha vinto Fassino, ndr). O no?”.
E Renzi: “La colpa non va data alle primarie, ma al candidato del Pd”.
Davide Zoggia, responsabile Enti Locali del partito, ricorda che nel 2011 il Pd ha vinto ad Alessandria, Asti, Como, Monza, Verona, Gorizia, Parma, Piacenza (dove in realtà il candidato di Bersani è risultato perdente), Pistoia.
Ma, mentre ribadisce che va considerata l’ipotesi di non correre con più di un candidato del partito, ammette che quanto meno un errore di valutazione politica c’è stata: “O il sindaco uscente viene ricandidato e non si fanno le primarie, oppure le primarie non si fanno. Altrimenti si danno degli strani messaggi agli elettori”.
Ambiguità . “Siamo di fronte non a un campanello, ma a un’orchestra d’allarme”, spiega Gentiloni. Perchè, evidentemente “quelli del Pd non sono considerati candidati credibili”.
Che fare, dunque?
Ogni tanto le parole congresso anticipato tornano ad entrare nel vocabolario democratico. Gentiloni si limita a dire che non sarebbe male fare una riunione.
Rincara la dose Sergio Cofferati: “C’è il calo secco e rilevante dei votanti dovuto al quadro politico nazionale e poi c’è una secca sconfitta del Pd”.
Cofferati ricorda come l’affluenza sia stata “appena dignitosa”.
Parla del gioco di rivalità personali e correntizie che non si riescono a ricomporre. E poi collega anche il risultato genovese al disimpegno della politica, che sta anche nella delega che i partiti hanno dato a Monti.
Certo, se accanto alle sconfitte nelle consultazioni, si leggono i sondaggi che registrano contemporaneamente una grande fiducia in Monti e la sfiducia nei dirigenti democrats, sembra proprio che gli elettori del Pd siano utili a qualcun’altro.
Salvatore Vassallo (che dello statuto del Pd è autore e le primarie le difende a spada tratta) fa un’analisi in termini di voti: “La forza elettorale del Pd, misurata alle regionali del 2010, è pari al 35% dei votanti, quella di Sel al 2,8%. Il rapporto tra l’elettorato del Pd e quello dei partiti alla sua sinistra è di 5 a 1. Il problema sta forse nella reputazione della sua attuale classe dirigente”. E intanto sulla rivista Qdr i giovani veltroniani chiedono le dimissioni di Zoggia.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 14th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI RIESCE LADDOVE DESTRA E SINISTRA NON SONO VOLUTI INTERVENIRE PER DECENNI… ESENTATE SOLO LE INIZIATIVE NO-PROFIT, LA DISPONIBILITA’ DELLA CHIESA
La proposta finale da spiegare dopodomani alle gerarchie ecclesiastiche è pronta. In tempi di sacrifici
per tutti e nell’imminenza di una condanna Ue per aiuti di Stato illegali, le esenzioni fiscali per le attività commerciali della Chiesa non sono più sostenibili: gli enti ecclesiastici dovranno pagare le tasse, anche se il governo si impegna a fare salve le attività puramente no profit.
È questo lo schema che giovedì Mario Monti e i suoi ministri sottoporranno ai vertici vaticani – a partire dal segretario di Stato Bertone e dal presidente della Cei Bagnasco – in occasione delle celebrazioni dei Patti Lateranensi.
Le esenzioni per la Chiesa le aveva introdotte il governo Berlusconi nel 2005 e permettono ad alberghi, scuole ed ospedali degli enti religiosi che operano in regime di concorrenza di non pagare le tasse grazie alla presenza di un semplice cappella al loro interno.
Un vantaggio rispetto ai competitor laici, che devono fare prezzi più alti visto che le tasse le pagano.
E con un danno per l’erario italiano di almeno un miliardo l’anno.
C’è l’esenzione totale dell’Ici alla quale si somma uno sconto del 50% sull’Ires. Privilegi che saranno cancellati pur salvando le Chiese e le attività puramente benefiche come oratori o mense per i poveri.
Nell’ottobre del 2010 la Commissione europea ha aperto un’indagine per aiuti di Stato contro l’Italia e una decisione finale è attesa per la primavera.
Tanto a Bruxelles quanto a Roma la condanna è data per certa.
Cancellando i privilegi l’Italia spera invece di evitare una decisione negativa che oltretutto dovrebbe essere accompagnata dall’ingiunzione di recuperare quanto non pagato dalla Chiesa in violazione delle regole Ue.
Ma anche cambiando la legge e chiudendo il contenzioso la condanna per il periodo 2006-2011 potrebbe arrivare.
Almeno così la pensano gli autori della denuncia che ha attivato Bruxelles – guidati dal radicale Maurizio Turco – che annunciano: “Se non ci sarà l’ordine di recupero del pregresso andremo in Corte di giustizia Ue”.
La prima legge sull’Ici del 1992 consentiva a chi riteneva di poter accedere alle esenzioni di non registrarsi al fisco.
Privilegio consolidato dal governo Berlusconi che nel dicembre 2005, in vista delle elezioni della primavera successiva, ha regalato agli enti ecclesiastici l’esenzione totale dall’Ici anche in presenza di attività commerciali e mettendo a tacere la Cassazione che nel 2004 aveva stabilito l’obbligo di pagare l’imposta per tali enti ad eccezione di chi svolgeva attività puramente sociale.
L’anno successivo – per bloccare le indagini poi avviate dalla Ue – il governo Prodi aveva rimesso mano alla norma generando un mostro giuridico con l’esenzione per gli enti “non esclusivamente commerciali” (o l’attività è commerciale, o non lo è) che non ha risolto il problema.
Al Vaticano è riconducibile un impero immobiliare che genera un giro d’affari di circa 4 miliardi l’anno.
Scuole private, ospedali, palestre e alberghi gestiti da ordini religiosi e fondazioni che fanno concorrenza a quelli laici con prezzi più accessibili anche grazie al mancato pagamento delle tasse.
Si parla di circa 100 mila fabbricati, ma potrebbero essere di più.
Un quinto di Roma è in mano alla Curia: alle 140 case di cura private accreditate nel Lazio, ad esempio, si aggiungono 800 scuole, 65 case di cura, 43 collegi, 20 case di riposo e tanto altro.
A Milano le scuole paritarie sono oltre 450 e le cliniche 120. Il solo patrimonio di Propaganda Fide ammonta a 8-9 miliardi.
C’è poi il turismo religioso: 200 mila posti letto sparsi per l’Italia con 3.300 recapiti tra case per ferie e hotel per i pellegrini.
La soluzione trovata dal governo permette di riportare il regime fiscale della Chiesa nel campo della legalità pur mantenendo le esenzioni per gli enti che fanno opera puramente caritatevole o spirituale, ovvero no profit.
Il problema giuridico più complesso da risolvere è quello delle attività “miste”: come comportarsi quando in un palazzo ci sono quattro piani adibiti ad albergo, e dunque commerciali, e una mensa per i poveri?
La soluzione è quella di scorporare anche per il fisco le due attività seguendo lo schema previsto per le società che svolgono in parte servizi pubblici e in parte attività in concorrenza. Soluzione giuridicamente inattaccabile ma che provocherà più di un problema nella sua attuazione pratica vista la difficoltà a distinguere i due aspetti.
Tutte stime per difetto visto che gli stessi comuni hanno difficoltà a mappare le proprietà in mano alla Chiesa: buona parte di esse, infatti, non è mai stata registrata al fisco con migliaia di immobili fantasma che affollano centri storici, paesi e campagne. Ecco perchè l’imminente fine dei privilegi fiscali potrebbe non bastare a far emergere tutto il sommerso generato dagli enti ecclesiastici.
Così se con lo stop alle esenzioni lo Stato solo di Ici dovrebbe incassare circa 400 milioni all’anno, con un imponente lavoro di mappatura degli immobili si potrebbe superare il miliardo.
Ecco perchè la fine delle esenzioni dovrebbe essere accompagnata da una legge che obblighi la registrazione degli immobili fino ad oggi sconosciuti ai comuni.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 13th, 2012 Riccardo Fucile
IN COMMISSIONE INDUSTRIA SONO BEN 2.299 GLI EMENDAMENTI PRESENTATI DA PD E PDL… FUOCO DI SBARRAMENETO CONTRO L’ABOLIZIONE DELLE TARIFFE DEGLI ORDINI E L’OBBLIGO DI PREVENTIVO
Sono 2.299 gli emendamenti al decreto liberalizzazioni presentati in Commissione Industria del Senato, prima tappa della discussione sul disegno di legge voluto dal governo Monti per favorire lo sviluppo economico.
Molti sono diretti a cancellare o comunque disinnescare la riforma delle professioni, ma le richieste di modifica sono a tutto campo.
Il Pd rimette sul tavolo l’asta delle frequenze tv. I testi sono raccolti in sette volumi, ma parecchie proposte di modifica dovrebbero essere accorpate, in particolare i cosiddetti “emendamenti-fotocopia” dal contenuto identico, a volte presentati addirittura dal medesimo senatore.
Nei giorni scorsi il governo ha fatto capire di essere pronto a porre la fiducia se i provvedimenti di liberalizzazione delle professioni e dei servizi fossero stati stravolti dalla discussione in aula. Gli emendamenti presentati in Commissione arrivano in gran parte dalle forze che sostengono il governo.
L’opposizione ne avrebbe depositati meno di 300: circa 150 la Lega e 140 l’Idv. Dal Pdl ne arrivano 700, dal Pd 650, il resto da altri gruppi che sostengono l’esecutivo.
Una pioggia di emendamenti colpisce in particolare l’articolo 9 del disegno di legge, quello che riguarda le professioni regolamentate dagli albi.
Le proposte di modifica sono circa 200. Tra queste se ne segnalano sei tra Pdl, Lega e Coesione nazionale, che chiedono l’abrogazione totale dell’articolo.
Una decina di emendamenti dicono no all’abolizione delle tariffe.
Molte le proposte, soprattutto del Pdl, contrarie all’obbligo di preventivo.
Com’è sempre accaduto in occasione di tentativi di riforma, la lobby dei professionisti si fa sentire in Parlamento.
Oltre alla questione delle tariffe, emerge anche una richiesta di intervenire sulle norme relative ai tirocini con uno più stringente coinvolgimento dei Consigli nazionali degli ordini.
Torna alla ribalta la questione dell’asta frequenze tv: tra gli emendamenti figurano due proposte di correzione del Pd (firmate da Perduca, Poretti e Vita) che chiedono “una procedura di assegnazione su base onerosa” di una parte delle frequenze per le quali è invece previsto il meccanismo del ‘beauty contest’.
Negli emendamenti in questione si chiede anche di assegnare una quota delle frequenze “a condizioni agevolate” a imprese a gestione prevalentemente femminile o gestite da soggetti con meno di 35 anni di età .
Decisamente trasversale la richiesta di un limite alle commissioni bancarie, non superiore all’1,5 per cento, a carico degli esercenti nel caso di utilizzo di pagamenti elettronici, contenuta in emendamenti presentati dai senatori del Pd, del Pdl e del terzo Polo.
Ma le richieste di modifica abbracciano ogni settore: la proposta per favorire la diffusione dei mercatini dell’usato (Pdl), i cartelloni davanti ai supermercati con i prezzi medi dei prodotti ortofrutticoli, della carne e del pesce “da aggiornarsi settimanalmente” (Lega).
Sempre in materia di supermercati, tra le proposte di correzione depositate alla Commissione Industria del Senato, ci sono un paio di emendamenti (Pdl) che si occupano dei punti che vengono dati ai clienti con la spesa.
(da “la Repubblica“)
argomento: Costume, denuncia, economia, Parlamento | Commenta »