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LA CASTA RICORRE CONTRO I TAGLI AI VITALIZI: SONO 26 I RICORSI E TRA QUESTI SPICCANO BEN 15 LEGHISTI DELLA “PADAGNA DEL MAGNA MAGNA”

Febbraio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

ALTRO CHE ROMA LADRONA, SONO I LEGHISTI A GUIDARE LA RIVOLTA CONTRO I TAGLI AI PRIVILEGI: 15 DEPUTATI DEL CARROCCIO, 7 DEL PDL, 3 DELL’ULIVO, 1 DI RIFONDAZIONE

Sono in tutto 26 i ricorsi presentati alla Camera contro i tagli ai vitalizi dei parlamentari.
Di questi, tre sono stati presentati da deputati in carica, un quarto si è dimesso a gennaio.
Spiccano per numero i leghisti: 15 ricorrenti vengono dal partito di Bossi, 7 dal Pdl (inclusi ex Fi e ex An), tre dall’Ulivo, uno dal Prc.
L’annuncio arriva da Giuseppe Consolo presidente del consiglio di giurisdizione della Camera, ossia l’organismo interno che risolve i contenziosi.
La prima seduta del consiglio per entrare nel vivo dei ricorsi è convocata per mercoledì 18 aprile alle 12.30.
Oggi c’è stata solo una riunione preliminare tra i tre componenti dell’organismo.
Per presentare ricorso contro i tagli ai vitalizi, i deputati (o ex) hanno comunque ancora tempo fino a sabato 4.
Gli onorevoli che si ‘ribellano’ contro il passaggio al contributivo e l’innalzamento dell’età  potrebbero quindi ancora aumentare.
‘Colpi di coda autolesionisti’. Si intitola così un corsivo del quotidiano dei vescovi ‘Avvenire’ dedicato ai costi della politica.
“Massima comprensione umana per il disagio personale che può aver spinto una pattuglia di deputati, in carica o ex, a tentare l’estrema resistenza contro la decisione di portare l’età  minima dei vitalizi degli onorevoli”.
Al di là  della pietà  cristiana che andrebbe magari indirizzata a chi vive con la pensione sociale di 400 euro, resta il fatto che le truppe padagne, quelle che si abbeverano di ideali alle falde di Monviso e si dissetano alle sacre acque inquinate del Po, quando si tratta di arraffare poltrone, dobloni e privilegi sono sempre in prima fila.

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MARGHERITA, IL MISTERO DEI 13 MILIONI: PARTE DEI FONDI RIENTRATI CON LO SCUDO FISCALE

Febbraio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

LE CARTE GIUDIZIARIE SEMBRANO SGRETOLARE LA TESI DI UN’OPERAZIONE PORTATA AVANTI DA UNA SOLA PERSONA

Appropriazione indebita. Sul tavolo 13 milioni di euro prima scomparsi e poi intascati da Luigi Lusi, tesoriere della ex Margherita.
Che fine hanno fatto? In parte, ammette lo stesso senatore Pd, ieri espulso dal gruppo di palazzo Madama, sono serviti per pagare le tasse e acquistare appartamenti extra-lusso.
Il tutto a insaputa dei vertici, in particolare dell’allora segretario Francesco Rutelli?
La prima tesi appare questa.
I maggiorenti del partito sciolto nel 2007 e confluito nel Pd, ribadiscono il tema scaricando la colpa su Lusi.
Una posizione che appare fragile, soprattutto alla luce dei nuovi sviluppi investigativi. Sì, perchè, si scopre ora, che parte di quel denaro nel 2009 è rientrato in Italia grazie allo scudo fiscale.
Questo sta scritta in alcuni accertamenti della Guardia di finanza.
E dunque, di nuovo la domanda: è possibile che Lusi abbia fatto tutto da solo?
Proseguiamo.
Il denaro sottratto dal tesoriere, nonostante sia stato frazionato in novanta bonifici, confluisce tutto alla Ttt srl, società  della quale Lusi risulta unico proprietario.
La società  per anni ha avuto l’incarico di effettuare consulenza per conto della Margherita.
Ancora: l’intera srl è partecipata al 100 dalla Luigia Ltd con sede a Toronto in Canada. Il gioco è quello classico delle scatole cinesi.
Obiettivo: occultare il denaro e dare il via a investimenti immobiliari.
Uno di questi, l’affare romano del palazzo di via Monserrato, inceppa il meccanismo. Da qui parte tutta l’inchiesta.
Ma c’è di più: l’amministratore unico della Ttt è Paolo Piva che fu consulente per la viabilità  durante il periodo in cui Rutelli fu sindaco di Roma.
E dunque, di nuovo la domanda: possibile non sapesse?
Dopodichè c’è la disputa civile che oggi emerge con chiarezza e ribadisce il concetto: i vertici non potevano non sapere.
Ricapitoliamo: nel luglio scorso ex appartenenti alla Margherita si rivolgono al tribunale di Roma. impugnando la validità  dei rendiconti dal 2009 al 2010.
Il contenuto del ricorso è chiaro: “Nessun rendiconto poteva essere approvato se non dall’Assemblea federale”.
Che fa Lusi? Si oppone al ricorso e anzi rilancia.
Vuole resistere “all’impugnazione” chiedendo di valutare improcedibili le domande. E’ tutta farina del suo sacco?
No, perchè la citazione chiama in causa il partito e il partito come tale risponde. Possibile, ancora una volta, che nessuno sapesse?
La tesi, ormai, fa acqua da tutte le parte.
Lusi “mariuolo” a insaputa dell’ex leader Rutelli?
Di nuovo per capire basta compulsare i rendiconti dal 2008 al 2011.
Lo fa oggi Repubblica. E inizia dal 2008, quando, a pochi mesi dall’essere confluita nel Pd, l’ex Margherita mette a bilancio “spese elettorali e di propaganda” per oltre dieci milioni di euro.
Costi molto alti per un partito ormai dismesso.
Tre anni dopo nessuno più si ricorda della Margherita. Eppure a bilancio si trovano 25 milioni, mentre Lusi iscrive oltre tre milioni di spese “di propaganda e comunicazione”.
Spese o voci gonfiate? I pm non hanni dubbi.
Dentro a quelle cifre ci sono i novanta bonifici per 13 milioni di euro.
Di questi oggi Lusi è disposto a restituirne cinque.
Proposta che proprio oggi verrà  vagliata dagli ex leader della Margherita.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I GIUDICI SFOGLIANO LA “MARGHERITA”: SPESI 7 MILIONI DOPO AVERE CHIUSO IL PARTITO

Febbraio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

ACQUISTATO PER DUE MILIONI DI EURO L’IMMOBILE DI UN MEMBRO DEL CDA DELL’ORGANO DI PARTITO “EUROPA”

Espulso ieri dal gruppo Pd (e verosimilmente presto anche dal partito), Luigi Lusi si dimette dalla carica di vicepresidente della commissione bilancio del Senato, ma non da quella di componente della giunta per le immunità .
Incassa un primo rifiuto dalla Procura a una proposta di patteggiamento di pena di 1 anno, perchè ritenuta troppo bassa.
Attende di sapere di qui a qualche giorno se la sua offerta di restituzione alla ex Margherita di 5 dei 13 milioni di cui si è indebitamente appropriato sarà , come pure sembra probabile, ritenuta congrua e chiuderà  almeno la parte “contabile” della sua vicenda.
E tuttavia, se nelle sue intenzioni e in quelle dell’ex partito di cui è stato tesoriere, la stangata alla Margherita doveva restare confinata ad “affare doloroso e incomprensibile” di un solo uomo che si rivela “un debole”, assumendosene per intero la responsabilità , di quella speranza, oggi, non resta nulla.
L’affare Lusi interpella ormai l’intero ex gruppo dirigente del partito.
Perchè questo suggeriscono le prossime mosse del procuratore aggiunto Alberto Caperna e del sostituto Stefano Pesci (che si preparano ad ascoltare nuovi testimoni).
Ma, soprattutto, questo documentano i rendiconti ufficiali della Margherita nel triennio 2008-2011, che Repubblica ha consultato.
“Nessuno sapeva”, “nessuno poteva immaginare”, “Lusi godeva di fiducia incondizionata”, hanno ripetuto in questi giorni i maggiorenti della fu Margherita.
Ebbene, il dettaglio dei rendiconti del partito per gli esercizi contabili 2008, 2009, 2010 (gli anni in cui Lusi attinge a piene mani nel patrimonio liquido del partito), così come approvati all’unanimità  dall’Assemblea del Partito e pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, mettono a nudo la fragilità  di questa litania.
Qualche dato.
Si scopre che, nell’arco dell’intero 2008, la Margherita, da pochi mesi confluita nel Pd (ottobre 2007), ha “spese elettorali e di propaganda” pari a 10 milioni 570 mila 899 euro.
Che ha emesso fatture per “collaboratori e consulenze” per 792 mila 137 euro.
Che il sito internet è costato 293 mila 249 euro.
Mentre se ne è andato 1 milione e 128 mila euro per “viaggi, ristoranti, spese di rappresentanza”.
Sono costi importanti per un partito che, di fatto, ha appena cessato di esistere.
Ma in qualche modo giustificati dal regime di “separazione dei beni” con cui ha appena visto la luce il Pd.
Bene, cosa accade tre anni dopo?
Nel 2010 – documentano ancora i rendiconti pubblicati in Gazzetta – la Margherita ha ancora una “disponibilità  liquida” di 25 milioni 921 mila 198 euro, alimentata dal denaro pubblico dei “rimborsi elettorali”.
Ci si attenderebbe, tuttavia, che, a tre anni ormai dallo scioglimento, i costi di esercizio, siano ridotti al lumicino.
Certo, è vero che lo statuto del partito prevede ancora la possibilità  di finanziare le iniziative dei singoli parlamentari ex margherita confluiti nel Pd.
Ma è un fatto che Luigi Lusi mette a bilancio la bellezza di 3 milioni e 825 mila euro per “spese di propaganda e comunicazione”.
Di più, segnala tra le voci in uscita, 1 milione 634 mila 277 euro per “collaborazioni e consulenze”, più del doppio di quanto speso nel 2008.
Per non parlare del sito internet di un partito che non c’è più e costa la bellezza di 533 mila euro. Una bella somma, considerati anche i “rimborsi per viaggi e spese di rappresentanza” (di chi?) che toccano i 944 mila 278 euro.
Sappiamo oggi che in quelle voci gonfiate di “consulenza” si nascondevano i 90 bonifici per 13 milioni di euro che Lusi, in un triennio, gira a se stesso attraverso la TTT srl.
Ma davvero si può credere che nessuno si fosse accorto o potesse accorgersi che alcune voci di quel rendiconto erano scritte a mano libera?
Il 6 giugno 2011, i revisori dei conti Giovanni Castellani, Mauro Cicchelli e Gaetano Troina scrivono nella loro relazione di accompagno al bilancio, che “il rendiconto rappresenta le risultanze della contabilità  regolarmente tenuta”.
Ma qualcuno, quella contabilità  l’ha davvero verificata materialmente?
Lusi, che non è stato in grado di produrre ai pm i giustificativi delle fatture in uscita verso la sua TTT., le ha forse mai prodotte o messe a disposizione dei revisori?
I revisori le hanno chieste? Al momento non è dato saperlo.
Come non è dato sapere se e come si sia mai attivato il presidente del Comitato di tesoreria del partito Giuseppe Bocci.
Dicono ancora alla Margherita che nulla immaginavano non solo di Lusi, ma anche delle sue società  estere.
A cominciare dalla “Luigia ltd” di Toronto, la società  con cui l’ex tesoriere controllava la TTT srl., strumento con cui pompava denaro dal tesoretto della Margherita.
E tuttavia è un fatto che l’immobile di via Monserrato a Roma, acquistato dalla TTT (e dunque da Lusi) nell’ottobre 2008 per 2 milioni e 200 mila euro fosse di proprietà  di Giuseppe L’Abbate.
Un signore che Rutelli dice di “non conoscere” epperò componente del cda della società  editrice di Europa, il giornale del partito.
Sconosciuto a Rutelli anche Paolo Piva, l’uomo scelto da Lusi quale amministratore unico della sua TTT.
“Credo si tratti – dice l’ex segretario – di un ex collaboratore di Walter Tocci, mio assessore quando ero sindaco di Roma nel ’98”.

(da “La Repubblica”)

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LUSI, UN TESORIERE A BEVERLY HILLS: LA MEGAVILLA E LE FESTE FIRMATE VISSANI, I “NON SO” DELLA MARGHERITA

Febbraio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

L’ULTIMA MEGA-FESTA PER I SUOI 50 ANNI…LE CENE A CASA DI LUIGI LUSI, IL TESORIERE DELLA MARGHERITA CHE HA FATTO SPARIRE 13 MILIONI, ERANO UN’ISTITUZIONE

Ieri in Parlamento non si parlava d’altro: catering firmati dal pluristellato chef Gianfranco Vissani, bottiglie prestigiose, servizi d’argento.
Insomma, lo sfarzo di cui si circondava l’ex tesoriere della Margherita era noto a molti.
Qualcuno ricorda di aver presenziato alle serate nell’attico di via Monserrato , a due passi da Campo dei Fiori nel cuore della Capitale.
Ma c’è anche chi è stato a Genzano, per il suo compleanno, in una villa che di certo non passa inosservata: “Credevo che fosse di un giocatore della Lazio” dice un passante nel vicino viale Mazzini.
Perchè la proprietà  è degna di un divo di Beverly Hills: 17 vani distribuiti su 4 piani, per un valore d’acquisto di 2 milioni di euro e una ristrutturazione recente e non ancora completata costata più di un milione.
Dall’esterno del poderoso muro di cinta si scorgono solo gli ultimi due piani della villa con un bovindo di vetro ricavato sul terrazzo principale.
Per osservare meglio l’edificio in stile primi ‘900, bisogna arrampicarsi sulla strada che porta al lago di Nemi, in una delle zone più prestigiose dei Castelli Romani.
Da lì si scorge un giardino con una rotonda in stile americano intorno al quale sfilano le auto, ma si vedono anche le telecamere di sorveglianza e i sensori antifurto.
Sul campanello ci sono i cognomi del senatore (Lusi) e della moglie (Petricone). Subito sotto compare il nome della Paradiso immobiliare, la società  intestataria della proprietà , ceduta da Cristiano Berloco a Lusi insieme all’edificio.
Il portone è chiuso, con il passo carrabile bloccato dai dissuasori mobili. Inutile suonare al citofono.
Dopo un minuto di attesa una voce femminile spiega che il senatore non c’è: “Forse è al Senato, ma non qui, non lo trova a Genzano”.
Poco dopo però esce un Suv dal cancello. Ma Lusi è solito girare su berline di ben altra forgia.
Alle porte di Roma torna solo nel weekend e per le feste, come quella dei 50 anni, alla quale hanno partecipato molti amici intimi e qualche collega di partito.
Certo è che chi è stato lì, dopo aver visto la casa di Roma, difficilmente poteva ignorare il tenore di vita dell’ex tesoriere.
“Avranno pensato che era ricco di famiglia” ironizza qualche deputato in Transatlantico.
Ma c’è anche chi non ha voglia di scherzare e comincia a ipotizzare le ragioni del silenzio che per troppo tempo ha circondato il boy scout della Margherita: “Mi verrebbe a questo punto da chiedere se le persone che lavorano per l’Api siano pagate dall’Api o dalla Margherita. Insomma se Rutelli stia facendo politica in un altro partito con i soldi del Pd” chiede il vicepresidente del Partito democratico, Ivan Scalfarotto.
Ma su questo tema anche i più acerrimi “nemici” dell’ex sindaco di Roma nel partito sembrano non volersi pronunciare.
Arturo Parisi, interrogato dai giornalisti alla Camera sulle omissioni intorno alla vicenda, le archivia a “valutazioni” che preferisce non fare.
E a chi chiede allora una valutazione specifica su Rutelli, chiosa: “È un ragazzo simpatico”.
Non chiarisce che tipo di movimenti economici ci fossero tra i partiti nemmeno il Direttore generale della Margherita, Giuseppe De Meo, definendosi “non autorizzato a dichiarare dell’argomento”.
L’unico che sa e può parlare della fine che hanno fatto i soldi pubblici pare sia solo lo stesso Lusi.
“Io so che quando servivano per le campagne elettorali non c’erano — dice il senatore del Pd, Marco Stradiotto — nel 2006 la campagna di Prodi l’abbiamo fatta coi fichi secchi, proprio perchè Lusi aveva chiuso i cordoni della borsa ‘tanto si vinceva lo stesso’. I soldi all’interno di un partito devono essere usati per fare politica. Ma se poi avvengono questi fatti la situazione fa riflettere”.
Sulle ville, ma anche sulla gestione di partiti formalmente scomparsi.

Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SALTA IL BAVAGLIO AL WEB: IL LEGHISTA FAVA LO PRENDE IN SACCOCCIA

Febbraio 2nd, 2012 Riccardo Fucile

LA NORMA INTRODOTTA DALLA LEGA IN COMMISSIONE E’ STATA CASSATA DALL’AULA CON SEI EMENDAMENTI SOPPRESSIVI CHE HANNO CANCELLATO L’ART 18 DEL TESTO…ESULTANO PD, FLI E RADICALI

Salta dalla legge comunitaria la norma, battezzata ‘bavaglio al web’, secondo la quale un qualunque soggetto interessato avrebbe potuto chiedere al provider la rimozione su internet di informazioni da lui considerate illecite o la disabilitazione dell’accesso alla medesima.
La norma, che era stata introdotta in commissione alla Camera su iniziativa del leghista Gianni Fava, è stata cassata dall’Aula con l’approvazione di sei identici emendamenti soppressivi presentati da Pdl, Idv, Fli, Api, Pd e Udc.
Gli emendamenti hanno cancellato l’intero articolo 18 del testo e sono passati con 365 voti a favore, 57 contrari e 14 astensioni.
“Oggi è una grande vittoria per tutti noi. Siamo riusciti a bloccare l’ennesimo tentativo di mettere il bavaglio alla Rete, uno degli ultimi spazi di libera informazione. E’ stata una battaglia per la democrazia che abbiamo portato avanti e continueremo a sostenere fermamente. Alla Lega e a Fava, che aveva presentato un emendamento alla legge comunitaria, volto a censurarci e a tutti coloro che, anche in passato, hanno provato a fare lo stesso ripetiamo: giù le mani dal web, la libera informazione non si tocca”.
Così scrive il presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, sulla sua pagina Facebook.”
“La grande mobilitazione sul web e la nostra battaglia in Aula hanno sconfitto il maldestro tentativo di stampo leghista di mettere un ‘bavaglio alla rete”, afferma Alberto Losacco, deputato del Pd. “Siamo perciò molto soddisfatti per il voto di oggi: la tutela del diritto d’autore e la lotta alla contraffazione meritano una norma specifica compatibile con la libertà  d’informazione e lontana da ogni possibilità  di censurare la rete”.
“L’abrogazione della norma Fava ripristina una situazione di normalità  sul diritto d’autore in rete e riallinea l’Italia a ciò che avviene in Europa e in occidente”.
Lo affermano in una nota congiunta Flavia Perina e Benedetto Della Vedova, deputati di Futuro e Libertà , cofirmatari di un emendamento per la soppressione di quello che è stato definito il ‘Sopa’ italiano.
“Ciò non toglie comunque”, sottolineano, “che alcune delle preoccupazioni sottese a quella norma, soprattutto in tema di contraffazione e di rispetto dei diritti di proprietà  intellettuale, vadano ulteriormente approfondite in una successiva sede di esame e contemperati con i diritti di libertà  di Internet. Bisogna però usare raziocinio e prudenza, perchè una scelta che nasce da buone intenzioni può avere pessimi esiti. Come è avvenuto in questo caso”, concludono Perina e Della Vedova.
“Il voto contrario a larga maggioranza sull’emendamento presentato dall’on. Fava è l’ennesima sconfitta della strategia della repressione rispetto ai nuovi modelli di fruizione e creazione dei contenuti abilitati dalla rete. La terza sconfitta in pochi mesi”. Lo dichiara in una nota Luca Nicotra, segretario dell’associazione radicale Agorà  digitale.
Prosegue la nota: “Essa arriva dopo lo stop al regolamento censura sul diritto d’autore di agcom e l’abrogazione del comma   ammazza-blog e ammazza-wikipedia contenuto nella legge sulle intercettazioni. Il voto di oggi conferma innazitutto le nuove importanti ed efficaci possibilità  di mobilitazione che la rete affida ai cittadini. Ma è anche il segno che esiste una piccola pattuglia trasversale di parlamentari determinati a difendere i valori di una rete libera e aperta. I dati sullo sviluppo del mercato legale rilasciati oggi dimostrano chela strategia repressiva che ha fermato lo sviluppo della rete in Italia non ha più senso”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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COME FUNZIONA IN EUROPA IL FINANZIAMENTO AI PARTITI: PREVISTE SANZIONI, REVOCHE DEI RIMBORSI E CARCERE

Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile

IL GERMANIA CHI VIOLA LE NORME RISCHIA FINO A 5 ANNI DI DETENZIONE, IN FRANCIA E’ PREVISTA LA REVOCA DEL DIRITTO AI SOLDI, IN GRAN BRETAGNA C’E’ L’OBBLIGO DEI RENDICONTI, IN SPAGNA IL CONTROLLO E’ AFFIDATO ALLA CORTE DEI CONTI

In Italia i partiti possono riscuotere rimborsi elettorali gonfiati rispetto alle spese effettivamente sostenute, certi di un sistema di controlli inefficace.
Lo scandalo che ha travolto Luigi Lusi, già  tesoriere della Margherita e oggi senatore del Pd, ha acceso i riflettori sull’opacità  delle nostre formazioni politiche, visto che è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di aver sottratto alle casse del partito 13 milioni di euro e di averli ‘girati’ indebitamente sui suoi conti.
Ma se in Italia il sistema di verifica dei rendiconti è di fatto inadeguato, in Europa i partiti sono tenuti alla trasparenza di finanziamenti e patrimoni.
E chi occulta o sbaglia, paga.

FRANCIA

I partiti in Francia che incassano contributi annuali e rimborsi elettorali, per ottenere i fondi devono raggiungere l’1% dei voti presentandosi in almeno 50 circoscrizioni.
Il sussidio annuale è soggetto a un tetto massimo di 80 milioni di euro e il limite della spesa è fissato a 38mila euro per candidato, a differenza dei 52mila in Italia.
Anche il rimborso si suddivide in effettivo, che compensa le spese elettorali per i candidati che hanno superato il 5% dei voti e avviene dopo il deposito dei conti delle campagne, e forfettario, che in nessun caso può superare le spese effettive.
Obbligatoria la contabilità  che riguarda sia il rendiconto del partito, che quelli degli enti e delle società  partecipate, da sottoporre a due revisori dei conti e in seguito depositati presso la “Commission nationale des comptes de campagne et des financements politiques”.
In caso di violazione della legge, il partito può perdere il diritto al finanziamento per l’esercizio successivo e sono previsti sanzioni, sia elettorali che penali e pecuniarie, per i candidati.
Se infatti la Commissione accerta il superamento dei limiti di spesa, sarà  lo stesso politico a compensare la differenza con la somma rimborsabile per legge.
“La Francia — spiega Paolo Bracalini, autore di ‘Partiti S.p.a’ — punisce per davvero chi sgarra. Dal 2003 a oggi infatti i partiti hanno preso solo 73,7 milioni di finanziamenti pubblici sugli 80 disponibili”.
E i restanti 7?
“Non sono stati assegnati per mancata applicazione della normativa sulle quote rosa. Che esiste anche in Italia, sebbene in pochi la rispettino”.

GERMANIA

Controlli ferrei anche in Germania, dove i partiti si finanziano con i rimborsi elettorali e le somme elargite dalle fondazioni di partito, su cui lo Stato impone l’obbligo di rendicontazione.
Il tetto massimo del sussidio statale è fissato a 133 milioni di euro e i rimborsi elettorali corrispondono a 0,85 euro per ogni voto valido, che scende a 0,70 dopo i 4 milioni, e 0,38 per ogni euro ricevuto tramite donazioni e quote degli iscritti.
Anche le Fondazioni dei partiti ricevono finanziamenti globali e a progetto, rispettivamente 95 e 233 milioni nel 2011.
L’attuale legge elettorale tedesca (Gesetz à¼ber die politischen Parteien — Parteiengesetz) del 31 gennaio 1994 è stata formulata in seguito al rilevamento di incostituzionalità  sul quale è intervenuto il Tribunale.
Dal 1966 infatti ai partiti potevano finanziarsi solo tramite rimborsi elettorali, norma che aveva portato a un aumento incontrollabile dei costi della politica. Il Tribunale dunque sanzionò il contributo pubblico perchè ormai trasformato di fatto in finanziamento in via continuativa, oltre alle importanti deduzioni fiscali sulle donazioni ai partiti e alla ripartizione dei contributi a prescindere dal seguito elettorale.
Oggi per avere accesso ai contributi è necessario ottenere come lista almeno lo 0,5% dei voti validi per le elezioni europee e del Bundestag, o l’1% per le elezioni dei Parlamenti dei Là¤nder.
Il rendiconto deve essere esaminato da un revisore dei conti o da una società  di revisione e dal 2004 lo Stato reso obbligatori la doppia contabilità  e l’adeguamento del limite assoluto del finanziamento pubblico dei partiti. Inoltre chi viola la normativa, revisori inclusi, rischia la detenzione fino a tre anni, o cinque se l’errore è stato commesso dietro compenso per favorire o danneggiare un terzo soggetto.
Una regolamentazione dettagliata e restrittiva riguarda anche le donazioni che, ad esempio, non possono provenire dall’estero o, se anonime, superare i mille euro.
Nel caso poi in cui non venissero rendicontate, il partito perde il diritto ai contributi pubblici per una somma pari al doppio della somma ottenuta in modo illegittimo.

GRAN BRETAGNA
Controlli severi anche nel Regno Unito, dove il finanziamento statale interessa soltanto i partiti di opposizione, ‘svantaggiati’ poichè non al governo. Rivestono invece un ruolo importante i sussidi privati che possono essere erogati da persone fisiche e imprese e sono resi pubblici attraverso un registro controllato dalla ‘Electoral Commission’, un organismo indipendente di vigilanza, e che per la campagna elettorale del 2010 ammontavano a 26,3 milioni di sterline (contro il 7,8 elargito dallo Stato).
L’attuale normativa inoltre, oltre a rendere pubblici tutti i finanziamenti sul registro pubblico disposto dalla Electoral Commission, impone obblighi vincolanti sul controllo e la trasparenza dei rendiconti dei candidati, tenuti a designare un agente elettorale responsabile di depositare il rendiconto finanziario alla Commissione entro 35 giorni dalla proclamazione del risultato.

SPAGNA

Obblighi contabili anche per i partiti spagnoli, che ricevono finanziamenti pubblici ordinari per la loro attività , rimborsi elettorali e contributi elargiti dalle Comunità  Autonome.
Un partito ha diritto al sussidio statale se ha almeno un eletto in Parlamento e la somma è ripartita per 2/3 in base ai voti ottenuti, e 1/3 sulla base dei seggi vinti per un totale di 86,5 milioni nel 2011.
Per quanto riguarda invece i rimborsi elettorali sono suddivisi in base al numero di seggi vinti e ai voti conquistati, e l’anno scorso ammontavano a 44,5 milioni di euro.
Molto severa anche la disciplina sul controllo della gestione: le formazioni politiche devono infatti tenere registri contabili dettagliati sulla situazione finanziaria e patrimoniale sui quali si pronuncia la Corte dei Conti, che può irrogare sanzioni pecuniarie nel caso di donazioni ‘fuori legge’, “comminando una multa — aggiunge Bracalini — fino a un importo pari al doppio del contributo ricevuto illegalmente, che sarà  dedotta dal successivo conferimento della sovvenzione annuale al partito”.
E nel caso in cui un partito “non presenti, senza giustificazioni, i conti corrispondenti all’ultimo esercizio annuale o se essi siano incompleti, la Corte può proporre che al partito stesso non siano assegnati i contributi annuali a cui esso avrebbe diritto”.

Insomma, in Europa la politica che sbaglia, paga. Ma in Italia no.
E’ davvero così?
“Sì — osserva Lorenzo Cuocolo, professore di Diritto pubblico comparato presso l’Università  Bocconi-, anche perchè i partiti in Italia sono soggetti di carattere privato, in buona parte liberi di gestire i denari che ricevono. La Corte dei Conti, come accade in altri paesi, sarebbe l’organo più idoneo per garantire la trasparenza dei patrimoni”.
Inoltre, aggiunge, “la nostra legge è il frutto di una serie di imprecisioni e inganni che iniziano con il referendum del 1993, tradito dalla reintroduzione dei contributi sotto forma di rimborsi elettorali”.
Una situazione che si aggravata negli anni “visto che oggi questi contributi non sono più dati sulla base di giustificativi ma su base forfettaria e i partiti ricevono l’erogazione anche in caso di scioglimento anticipato, cumulando così tesoretti molto consistenti”.
Come i 13 milioni per i quali è indagato l’ex tesoriere della Margherita.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“PARTITI SPA”, ECCO COME FUNZIONA IL MECCANISMO DEI RIMBORSI ELETTORALI

Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile

IN UN LIBRO DI PAOLO BRACALINI TUTTE LE CIFRE DELLE HOOLDING IN CUI PASSANO 500 MILIONI DI EURO PER OGNI LEGISLATURA IN PARLAMENTO, 230 MILIONI PER LE EUROPEE E 200 PER LE REGIONALI…OLTRE A 70 MILIONI DI EURO L’ANNO AI GRUPPI PARLAMENTARI

In Gran Bretagna, i partiti che ricevono finanziamenti pubblici (10 milioni di sterline nel 2010, pari 12 milioni di euro più o meno) sono solo quelli di opposizione, svantaggiati nel raggranellare sostegno economico da lobby e gruppi industriali.
In Germania invece non c’è privacy che tenga per le fondazioni: i “think tank” teutonici sono tenuti alla massima trasparenza.
Invece in Italia — il Paese in cui in un paio d’anni, secondo la Corte dei Conti e la Guardia di finanza, la corruzione è aumentata del 229% —   i “pensatoi” della politica, a destra come a sinistra, non sono “obbligati a tenere una contabilità  ufficiale delle erogazioni”.
Sono due aspetti che emergono dal libro “Partiti Spa” (Ponte alle Grazie, 2012) del giornalista Paolo Bracalini.
I rimborsi elettorali sono l’argomento del volume e tante le cifre riportate per raccontare di holding di fatto dalle cui mani passano “500 milioni di euro […] per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le elezioni regionali, 230 per le europee. Solo di rimborsi elettorali, dal 1994 ad oggi, siamo a oltre 2,7 miliardi di euro, ai quali vanno […] aggiunti i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito (senza parlare delle donazioni dei privati, 80 milioni di euro l’anno in media)”.
Denaro che riguarda i grandi partiti, ma anche i piccoli, come il Partito dei Pensionati (885 mila euro di rimborso), i Verdi-Verdi (contro cui il partito dei Verdi “vero” si scagliò via Tar, 300 mila), l’Alleanza di Centro di Pionati più la rediviva, per quanto assai lontana dal suo passato di balena bianca, Democrazia Cristiana (550 mila).
E denaro che non basterebbe mai, dato che i bilanci delle formazioni politiche virano sempre al rosso (Pdl meno 6 milioni di euro e Pd addirittura meno 42 milioni).
Il risultato del referendum del 1993, che sancì l’abrogazione del contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici (82 miliardi di lire all’anno a partire dal 1974, con la cosiddetta legge Piccoli, da Flaminio, allora capogruppo Dc che ne fu relatore), è diventato subito carta straccia e qualche numero lo testimonierebbe.
Scrive infatti l’autore che dal 1994, quando venne introdotta la legge sul rimborso elettorale, a oggi l’ammontare del denaro erogato sotto questa voce ha raggiunto quota 2 miliardi e 700 milioni di euro, 600 dei quali dal 2008 sono andati solo per Pdl e Pd.
E si tratta di un importo al netto delle elezioni “minori”, come quelle supplettive o delle regioni a statuto speciale.
Cifra che, specifica Paolo Bracalini facendo notare che dal 2006 l’erogazione avviene sulla base di tutti gli anni di legislatura anche se questa non giunge a scadenza, “non tiene conto degli stipendi dei parlamentari, consiglieri di regioni, province e comuni, dei loro vitalizi, dei loro ‘assegni di reinserimento’, dei loro benefit, delle spese di affitto sostenute da Camera e Senato per ospitarli, dei milioni per l’editoria di partito, dei costi delle auto blu e di quant’altro va sotto il nome di ‘costi della politica’. Noi ci limitiamo esclusivamente a considerare i soldi erogati direttamente ai partiti, denaro liquido”.
Una nota da rilevare è che, in 13 anni di modifiche alle norme, il rimborso per elettore è passato da 1.600 lire a 5 euro e dunque, se nel 1994 le politiche erano costate solo per questa voce 47 milioni di euro, nel 2008 l’importo ha superato la soglia dei 500.
I paradossi delle norme che compongono la voce rimborso elettorale proseguono.
Intanto, per riceverlo, occorre superare per esempio la quota dell’1% dei suffragi alla Camera (per il Senato la ripartizione è su base regionale), molto inferiore rispetto a quella per entrare nei palazzi della politica, e la percentuale di rimborso non si calcola sul numero effettivo dei votanti, ma sul numero di cittadini iscritti nelle sezioni elettorali.
C’è poi il tasto, anche in questo caso dolente, della corrispondenza tra le spese effettivamente sostenute per la campagna elettorale e l’importo del rimborso.
Scrive in proposito l’autore citando ancora la Corte dei Conti: “Dei 2.253.612.233 euro (la somma è arrotondata per difetto però…) di rimborsi elettorali, i partiti hanno in realtà  speso, per le campagne elettorali dal 1994 al 2008, circa un quarto. Ma la differenza si è accentuata con l’aumentare degli importi del rimborso. Le ultime elezioni, quelle 2008, sono costate ai partiti 110 milioni di euro di campagne elettorali, ma allo Stato sono costate cinque volte di più in rimborsi”.
Non meglio va il capitolo controlli, con le verifiche che dovrebbero essere condotte, oltre che dalla Corte dei Conti, anche dal collegio dei revisori nominato dall’ufficio di presidenza della Camera.
Da un lato la legge limita i riscontri al “rispetto formale degli obblighi informativi […] ed alla verifica della completezza del contenuto dei documenti”.
Dall’altro il collegio sottolinea la “mancata attribuzione di specifici poteri istruttori”.
Bracalini ne intervista uno dei 5 professionisti che dovrebbero controllare.
Non ne rivela l’identità  (per quanto il pool sia composto dal commercialista Salvatore Cottone, dai professori Tommaso Di Tanno, Duilio Lutazi e Francesco Perrini, e dal commercialista e revisore contabile Maurizio Lauri), ma gli chiede quali sono i criteri con cui i professionisti vengono scelti dal parlamento.
“Manuale Cencelli al cento per cento”, risponde l’intervistato alludendo alla mai tramontata pratica da Prima Repubblica di spartizioni delle poltrone sulla base della forza di partiti e correnti.
Questo fiume di denaro può poi avere qualche impiego ulteriore.
Come risanare almeno in parte le casse asciutte dei partiti. Impiego a cui è ricorsa — più clamorosamente di altri, ma non l’unica — Forza Italia “vendendo” nell’aprile 2007 i suoi rimborsi di 105 milioni di euro a Intesa Sanpaolo, quella del ministro Corrado Passera e del vice alle infrastrutture Mario Ciaccia, la stessa che vede il “suo” Banco di Napoli gestire i conti correnti dei deputati e i movimenti di Montecitorio.
Forza Italia ha così trovato nuova linfa per la campagna in vista delle politiche del 2008 e ha ripetuto il meccanismo, quando il partito è andato a caccia di un finanziamento analogo con l’arrivo del Popolo della Libertà  e con l’idea di cartolizzare i rimborsi fino al 2012.
Quello descritto da Bracalini, in sostanza, è un mondo fatto da una casta che quando il partito non ce l’ha se lo inventa e qualche volta riesce pure a farsi rimborsare a fronte di nessun rappresentante eletto.
Un mondo di debiti e morosi, di assi strategiche tra finanza e politica che passano dai consigli d’amministrazione degli istituti di credito e delle immobiliari che affittano ai partiti, di feste-eventi e marchi da registrar per sfruttamento commerciale in gadget e affini.
“Se almeno servisse, tutto questo finanziamento pubblico, a rendere marginale il ricorso a quello illecito”, scrive l’autore. “Invece no […]. Il ‘valore’ di mazzette e falsi appalti? Cinquanta-sessanta miliardi di euro, l’anno.
‘Una vera e propria tassa immorale e occulta’ […] l’ha definita Furio Pasqualucci, procuratore generale della Corte dei Conti”.

Antonella Beccaria
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SONDAGGIO: CRESCE LA FIDUCIA IN MONTI, IN VENTI GIORNI BALZO DI 5 PUNTI

Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile

SECONDO IPR, NONOSTANTE LE PROTESTE PER LE LIBERALIZZAZIONI, I CONSENSI NEL PREMIER PASSANO DAL 52% AL 57%…TRA I MINISTRI IN TESTA LA CANCELLIERI

Con negli occhi le immagini delle proteste dei tassisti, camionisti, avvocati, farmacisti e affini, la lettura del sondaggio di Ipr Marketing consegna una diversa fotografia della realtà .
Ovvero che la fiducia nel governo guidato da Mario Monti è in crescita. E non di poco.
Dal 7 gennaio a oggi sono 5 i punti guadagnati dal premier. Un balzo in avanti nonostante le dure proteste che hanno accolto il pacchetto delle liberalizzazioni. Mario Monti, insomma, va avanti.
E lo fa, stando al sondaggio, in un clima di fiducia che, vista la durezza delle misure messe in campo, quasi sorprende.
I dati, però, sono chiari.
Dal giorno dell’affidamento dell’incarico (era il 16/11/ 2011) a oggi la fiducia in Monti è salita di 2 punti percentuali.
In calo, certo, rispetto a quell’inizio di dicembre scorso in cui fece segnare un 62% restato picco mai più raggiunto.
Ma era prima della manovra e questo può bastare a spiegare il calo, di 10 punti, registrato il 7 gennaio di quest’anno. Poi, però, qualcosa è cambiato.
Nonostante i contraccolpi delle liberalizzazioni, dal 7 gennaio a oggi la fiducia in Monti è tornata a salire di 5 punti, toccando quota 57%.
Il tutto in soli 20 giorni. Specularmente è calata la percentuale dei poco convinti delle mosse del premier (adesso attestati al 34%).
Stabile, invece, il gradimento del governo nel suo complesso. Il 12 dicembre scorso era al 54%, oggi è al 55% (contro un 35% di sfiduciati).
Altro aspetto significativo sono le ricadute sui partiti che sostengono il governo. Tenuto in piedi da una maggioranza “anomala”, Terzo Polo, Pdl e Pd, l’ex presidente della commissione europea, non si nasconde le difficoltà  legate alla tenuta delle formazioni politiche schierate al suo fianco.
Se si esclude il Terzo polo, imbarazzi e tensioni sono visibili in parte nel Pd ma soprattutto nel Pdl.
E proprio dal partito del Cavaliere si sono levate voci che chiedono di staccare la spina all’esecutivo e andare al voto. Non a caso, scorrendo la tabella, solo il 30% degli elettori del Pdl dicono di avere fiducia in Monti.
Una percentuale di poco superiore al 28% del carroccio. Con una differenza significativa: la lega è all’opposizione, il Pdl sostiene il governo.
Ben più convinto il sostegno di Terzo Polo e Pd.
L’85% degli elettori dei centristi dichiara di avere fiducia nel premier, così come il 78% dei sostenitori democratici.
L’Idv, invece, resta nel guado. Nonostante Di Pietro abbia negato il sostegno al governo, il 60% degli elettori dell’Idv dichiarano di avere fiducia in questo esecutivo. E anche tra chi si dice indeciso nella preferenza elettorale, la percentuale di chi dice di appreazzare la compagine governativa è alta: ben il 53%.
Infine i ministri.
Il primo dato è che, per la maggior parte, sono poco noti.
Per questo il sondaggio prende in esame solo quelli che superano un livello di conoscenza del 25%.
In vetta si piazza il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri che, seppur in calo di due punti (rispetto al 12 dicembre scorso), raggiunge il 53%.
Cresce, invece, la fiducia nel ministro per la Cooperazione internazionale Andrea Riccardi (dal 48% al 51%).
Nel piano della difficile trattativa sulla riforma del mercato del lavoro, crolla il gradimento di Elsa Fornero. Lei, il ministro che pianse al momento della presentazione delle misure economiche varate dall’esecutivo, registra una brusca discesa: dal 58 al 50%.
Chi invece sale è Corrado Passera alla testa dello Sviluppo economico. Proprio lui che, almeno stando alle indiscrezioni, viene dato come tutt’altro che in sintonia con Elsa Fornero. Bene, Passera passa dal 46% al 50%.
In calo il Guardasigilli Paola Severino (dal 48% al 46%) e il   ministro per i Rappori con il Parlamento Piero Giarda (dal 54% al 50%).
Stazionari, al 37%, il ministro dell’Ambiente Corrado Clini e al 45% quello dell’Istruzione Francesco Profumo.
Tutti gli altri, per avere un voto, dovranno attendere.
Che più gente li conosca.

(da “La Repubblica“)

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“RIPRENDIAMOCI SCAMPIA”: MOBILITAZIONE SU TWITTER

Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile

SALVARE IL QUARTIERE A NORD DI NAPOLI STRETTO TRA CAMORRA E DROGA: NASCE OCCUPYSCAMPIA

Salvare Scampia. Con un tweet. E un obiettivo: “Occupyscampia”.
Richiamando giovani e tende, meglio se fisicamente, nel droga shop più vasto del Mediterraneo, nella catena di montaggio delle quindici piazze di spaccio.
“Ma vogliamo gente vera, non passerella”, avvertono gli indignati.
Da un sasso lanciato on line dalla deputata Pd Pina Picierno, è scattata la mobilitazione sui social network per contrapporre il rumore della vita ai regolamenti di conti ripresi tra il clan degli “scissionisti” e una fazione di vecchi killer legati ai Di Lauro (8 morti in sei mesi).
La paura spinge le famiglie a chiudersi in casa, c’è chi ha colto indiscrezioni su un “coprifuoco” che sarebbe stato imposto dalla camorra.
Notizia smentita ufficialmente sia dalle forze dell’ordine, sia dal procuratore aggiunto antimafia di Napoli, Alessandro Pennasilico, secondo cui “non si registra alcun riscontro su tali notizie. Si tratta di una circostanza infondata in base a tutti i rilievi in corso sul territorio”.
Che ci sia o meno il coprifuoco, gennaio è stato un mese di angoscia per chi vive a ridosso dei “signori” dello spaccio, tra le Vele o al lotto P.
Per gli abitanti di Scampia, c’era il rischio di una nuova faida. Per gli inquirenti, invece, “si è trattato solo di un assestamento”.
E’ al nuovo clima di violenza e prevaricazione che ha cercato di dar voce la deputata Picierno con quel Twitter che fa il verso a Zuccotti Park, – Occupyscampia – poi seguito da centinaia di indignati al giorno.
Un tam-tam che registra un twitter al minuto.
E se il marchio Scampia da sempre fa discutere, Occupyscampia suscita mobilitazione, passione e anche dissenso.
Il giornalista Sandro Ruotolo scrive: “La liberazione di Scampia può partire solo da Scampia”.
E Lorenzo Tag risponde: “Infatti! Se ne hanno voglia che lo facciano loro! Sarebbe la prima volta che gli italiani rinunciano alle deleghe…”.
Elladbs è di tutt’altro avviso: “Spero che #occupyscampia qualunque cosa voglia dire vada in porto. Abbiamo bisogno di sperare”.
Scrive Francesco Gentile: “Se occupiamo Scampia da “stranieri” per poi tornarcene a casa, non serve a nulla. Parli il territorio e ci dica cosa serve”.
Cifella avverte: “Questa cosa di Occupyscampia mi eccita”. Salvio Sapio li sveglia: “Va be, Scampia va di moda quindi presidiamo Scampia. Melito non fa notizia e poco importa se è un marciapiede più in là “. (Melito è il territorio attaccato alla periferia di Scampia, ma fa comune a sè ed è travolto dalle lotte).
Salvatore Sanna lancia: “Okay per occupyscampia ma occuparla qui su Twitter non serve a molto. Bisogna andare dint’ a Scampia, guagliu'”.
E Ciro Pellegrino risponde: “Per me si può fare pure domani, ho anche pensato a dove mettere le tende”.
E Devandrea sostiene da lontano. “Coraggiosi i ragazzi di occupyscampia. Supporto e ammirazione da un campano emigrato”.
Ma Orsatti63, a chi chiede in cosa si concretizzerà  questa mobilitazione, risponde: “Guarda, non penso che sarà  un corteo. Quello che si tenterà  è occupyscampia vera. Niente passerelle. Gente”.
E per Emensileonline: “L’hashtag del giorno, per noi, è #occupyscampia”.
Eppure, sono tante le voci di Scampia che non vogliono essere rappresentante come “colonia criminale e basta”.
Che non vogliono commentare “il coprifuoco perchè sono fenomeni mediatici che non servono a Scampia”.
Da Gianni Maddaloni, maestro di judo e soprattutto padre del campione olimipico Pino che lì guida una palestra al preside dell’Istituto modello “Ferraris”, dagli operatori sociali delle sessanta associazioni che interagiscono con il territorio ai religiosi come il gesuita Fabrizio Valletti e il parroco Vittorio Siciliani, hanno sempre la stessa parola: “Scampia ha bisogno di fatti, e di esempi positivi”.

Conchita Sannino
(da “la Repubblica“)

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