Luglio 6th, 2012 Riccardo Fucile
LA SEVERINO CANCELLA 37 MINI TRIBUNALI
Così verranno accorpati i tribunali:
Acqui Terme va con Alessandria
Alba – Asti
Ariano Irpino – Benevento
Avezzano – L’Aquila
Bassano del Grappa – Vicenza
Caltagirone – Ragusa
Camerino – Macerata
Casale Monferrato – Alessandria
Cassino – Frosinone
Castrovillari – Cosenza
Chiavari – Genova
Crema – Cremona
Lamezia terme – Catanzaro
Lanciano – Chieti
Lucera – Foggia
Melfi – Potenza
Mistretta – Patti
Modica – Ragusa
Mondovì – Cuneo
Montepulciano – Siena
Nicosia – Enna
Orvieto – Terni
Paola – Consenza
Pinerolo – Torino
Rossano calabro – Cosenza
Sala Consilina – Lagonegro
Saluzzo – Cuneo
Sanremo – Imperia
Sant’Angelo dei Lombardi – Avellino
Sciacca – Agrigento
Sulmona – L’Aquila
Tolmezz – Udine
Tortona – Alessandria
Urbino – Pesaro
Vasto – Chieti
Vigevano – Pavia
Voghera – Pavia
Inoltre la procura di Giugliano viene accorpata alla procura di Napoli
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Luglio 6th, 2012 Riccardo Fucile
ALLA “FAVORITA” DI MARONI, ISABELLA VOTINO, E’ STATO AFFIDATO IL RESTYLING TOTALE DEL PARTITO… ADDIO FESTE PAESANE E FOTO DI BOSSI, INIZIA L’OPERA DELLA BADANTE DI BOBO SPECIALIZZATA NEL CURARE I RAPPORTI VIP
Liberarsi dei calzini bianchi è stato un attimo.
Più difficile non provare imbarazzo con il sarto.
E che fatica accettare quegli occhiali bicolore.
Ma alla fine Isa, come la chiama lui, ha sempre ragione. Tant’è che quella montatura oggi è diventata il simbolo dei suoi sostenitori.
Come ha trasformato l’immagine di Roberto Maroni, da timidissimo avvocato di provincia a silente e autorevole ministro in grisaglia, presentabile persino come leader capace di sostituire il capo carismatico Bossi, così Isabella Votino ora dovrà cambiare l’immagine della Lega.
A lei infatti il neosegretario ha affidato tutta la comunicazione del Carroccio.
Addio canotte, sigari e cielodurismo. E via anche le foto di Bossi dal sito.
Basta feste padane nel fango di Pontida e sagre in paesini di campagna tra campi concimati.
L’impresa non è facile e il risultato incerto. Lo zoccolo duro degli elettori leghisti difficilmente si libereranno dalla simbologia leghista.
Così Isa dovrà portare l’immancabole tacco dodici tra paesotti sperduti nelle valli del Nord.
Nata a Montesarchio 33 anni fa, Isabella Votino è stata “scoperta” da Pasquale Viespoli che l’ha portata nella Capitale come sua assistente parlamentare.
Poi è passata al ministro Gianni Alemanno, infine a Roberto Maroni, titolare del Lavoro nel 2001.
Sono diventati simbiotici.
Lei c’è sempre. Pure troppo, secondo molti.
Tanto che ormai è soprannominata la “badante” di Maroni, come Rosi Mauro lo era per Bossi.
Però Votino non salirà mai su un battello del Sin.Pa a cantare Kooly Noody assieme a Pier Moscagiuro.
L’elegante “porta silenzi” di Maroni canta e balla sì, ma con Simona Ventura e Luisa Todini.
E adora le feste, ma non quelle di paese.
Ogni anno il 19 ottobre organizza di persona il suo compleanno.
Nel 2011, quando ancora Maroni era ministro con auto blu e scorta al seguito, ne organizzò due: una a Roma e una a Milano.
Nella Capitale scelse l’hotel Majestic, casa dello chef stellato Filippo La Mantia.
Tra gli invitati Angelino e Paolo Bonaiuti, Augusto Minzolini e Luisa Todini, il leader dei Giovani Industriali Federica Guidi con papà Guidaberto.
A Milano, invece, spense le candeline al ristorante da Giannino dove attovagliò Antonio Marano, Giorgio Muli, cantò assieme a Simona Ventura e convinse Paolo Berlusconi a cimentarsi in giochi di prestigio.
L’anno prima scelse la fiaschetteria di via della Croce a Roma, mentre nel 2009 fu la volta del milanese Cavalli Just Cafè con dj Francesco e Simona Ventura a fare gli onori di casa.
Presenti anche il capo della Polizia Antonio Manganelli, il presidente della Lega Calcio, Maurizio Beretta.
Qualche scatto della serata finì sui giornali. Lei, riservata, querelò.
Solo nel 2007 e fu costretta ad accettare che i giornali parlassero della sua festa:
le candeline erano 28 e a omaggiarla a palazzo Ferraioli arrivò anche Silvio Berlusconi che si esibì in uno show: presentò la canzone sulla Casa delle libertà (“Sei l’amor mio”) e rilanciò la sua candidatura dicendosi certo che il governo di Romano Prodi, all’epoca in carica, sarebbe durato poco.
“La giovane graziosa portavoce di Roberto Maroni”, la definì l’Ansa in un’agenzia che riportava le dichiarazioni di Berlusconi.
Fu Bruno Vespa, presente alla festa, a svegliare l’animo chansonnier di Berlusconi.
Sarà forse per farsi perdonare che Silvio l’ha poi assunta all’ufficio stampa del Milan. La società le ha anche offerto un’abitazione nel capoluogo lombardo, ma qui è già organizzata nella torre Velasca dove Salvatore Ligresti l’ha ospitata in uno dei suoi appartamenti, vicina di Bruno Tabacci.
Ora sarà la Lega a farsi carico della zarina del Carroccio.
Lei ha già preso il comando: la Padania chiude, rinascerà .
Il sito completamente da rifare, l’ufficio stampa da rifare e lei capo indiscusso di tutto.
A settembre toglierà il velo per mostrare il restyling.
E solo allora ci sarà una festa.
Di sicuro non nel fango di Pontida.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 6th, 2012 Riccardo Fucile
TAGLIATE SPESE E SPRECHI DI ENTI E MINISTERI E NELLA SANITA’, SPESSO SI TRATTA DI RAZIONALIZZAZIONI NON DI TAGLI, COME PER I TRIBUNALI E I POSTI LETTO… SCONGIURATO L’AUMENTO DELL’IVA E DATA PROTEZIONE AGLI ESODATI
Non è la stangata da 10 miliardi in sei mesi, che poi diventavano 50 in due anni e mezzo, ma
il pacchetto di tagli e risparmi passato ieri al vaglio dell’ennesimo Consiglio dei ministri fiume è di quelli destinati a pesare.
O se vogliamo, a mordere la carne viva del corpaccione pubblico.
Non c’è il taglio di 100-200 mila statali o la cancellazione di 50 Province, come ipotizzato in questi giorni, men che meno l’impossibile blocco delle tariffe, che pure avrebbe fatto comodo a tante famiglie; ma l’operazione spending review parte bene. Entrando magari anche un po’ brutalmente nelle pieghe del bilancio il tandem Monti-Bondi taglia spese e sprechi, negli acquisti di enti e ministeri come nella sanità , impone sacrifici nelle parti ancora «grasse» della macchina dello Stato, abolisce qualche altro ente «inutile», mette a stecchetto travet e amministrazioni, impone un nuovo giro di vite sulle auto blu.
Nella sanità , oltre a mettere sotto stretto controllo le spese, e fare quindi in modo che una siringa che vale due centesimi non venga pagata 8 e che una protesi da 250 euro non si acquisti a 1200, come avviene oggi in gran parte delle Asl, è prevista una severa razionalizzazione dei posti letto che verrebbero ridotti di circa 18 mila unità .
Senza contare poi che anche i piccoli ospedali, con meno di 120 posti, dovranno essere sottoposti ad una attenta valutazione.
Nel settore pubblico verranno tagliati il 10% degli impiegati ed il 20% dei funzionari, saranno sforbiciati i ticket restaurant, introdotti giudizi di valutazione (pagelle) per tutti i dipendenti e disincentivati quelli che tendono ad accumulare ferie.
Perchè quelle residue d’ora in poi non saranno più pagate.
Nel settore della Difesa si pensa poi ad una accelerazione della riorganizzazione, con un taglio di quasi 20 mila unità , e ad una severa revisione delle spese per le missioni estere.
Con un provvedimento a parte si interverrà pure sulla giustizia: il piano Severino prevede il taglio di 295 tra procure, tribunali e sedi distaccate.
Scelte impopolari, ma utili.
Scelte anche non facili da prendere in molti casi. O contestatissime in altri, si veda lo scontro violentissimo Regioni-governo per i tagli alla sanità , le proteste del Pd e di tante categorie.
Vista da fuori la «spending review» ha il pregio di mettere effettivamente mano da subito a tante spese, tagliando quelli che appaiono con tutta evidenza prezzi eccessivi, cifre pagate in più senza motivo per beni e servizi.
L’esatto contrario di quanto avveniva in passato, quando andavano per la maggiore tagli lineari, ovvero indiscriminati, senza alcuna selezione delle voci colpite, o ancora peggio interventi che producevano risparmi solo sulla carta.
Basterà questo decreto? Verrebbe da dire di no, per due ragioni: perchè molti interventi, a cominciare dall’abolizione delle Province sono stati rinviati, e perchè lo spauracchio dell’Iva non è del tutto dissolto.
Per ora infatti l’aumento delle aliquote è rinviato solamente sino al giugno 2013.
Per cancellarlo del tutto servono più risorse.
Però, intanto, possiamo incassare il fatto che col decreto in arrivo il governo evita il primo degli aumenti, quello di due punti previsto per ottobre.
Ed in più assicura adeguata tutela ad altri 55 mila esodati, oltre ai 65 mila già coperti col primo decreto Monti-Fornero.
Come primo passo non è male.
Paolo Baroni
(da “La Stampa”)
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Luglio 6th, 2012 Riccardo Fucile
APPROVATE LE NORME ANTI-SPRECHI DOPO SETTE ORE DI CONSIGLIO DEI MINISTRI… DIMEZZATE LE PROVINCE, MOLTE MISURE SULLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE… COPERTURA PER ALTRI 55.000 ESODATI
Niente taglio ai mini-ospedali, rinvio di qualche ora per i tribunali, 26 miliardi di risparmi in tre anni e evitato l’aumento dell’Iva di due punti percentuali, almeno fino a luglio 2013.
Eccolo, in sintesi, il risultato del Consiglio dei ministri fiume, iniziato alle 18 e concluso oltre sette ore dopo, che ha approvato il decreto legge sulla spending review, pubblicato già oggi in Gazzetta ufficiale.
Il decreto approderà nell’aula della Camera il 31 luglio. “Prevediamo nelle prossime settimane – ha detto Monti in conferenza stampa – un terzo provvedimento sulle agevolazioni fiscali, la revisione strutturale della spesa e i contributi pubblici sulla base delle analisi effettuate da Amato e Giavazzi”.
Il presidente del Consiglio Monti e il commissario Enrico Bondi hanno spiegato che “non si tratta di tagli lineari” e che per gli acquisti sono state individuate e analizzate 72 categorie di merce, sulla base del quale è stato estrapolato un benchmark di riferimento, così da allineare le amministrazioni meno virtuose a quelli più efficente. Il governo poi ha ringraziato i cittadini che hanno segnalato gli sprechi della pubblica amministrazione.
Il provvedimento garantirà risparmi da 4,5 miliardi nel 2012, da 10,5 nel 2013 e da 11 nel 2014.
Da qui stanziati due miliardi (uno nel 2013 e uno nel 2014) per la ricostruzione del terremoto in Emilia, Lombardia e Veneto.
Confermati anche i fondi per salvaguardare altri 55.000 lavoratori ‘esodati’.
L’importo complessivo è di 1,2 miliardi a partire dal 2014.
Ma gran parte dei fondi servirà ad evitare l’aumento dell’Iva.
Il dl ottiene la sospensione sino al 30 giugno 2013 dell’incremento dell’Iva e riduzione dell’incremento dell’Iva a decorrere dall’anno 2014.
Il provvedimento prevede l’eliminazione dell’ulteriore incremento di 0,5 punti dal 2014. “L’obiettivo – ha detto il viceministro Grilli è di riuscire a far sparire l’aumento dell’Iva e quindi di riuscire a trovare nelle prossime misure altri 6 miliardi”.
COSA NON C’E’
Escluso il taglio dei piccoli ospedali, che tante polemiche aveva scatenato.
La norma che prevedeva il taglio automatico delle strutture con meno di 80 posti letto (o addirittura con meno di 120, come circolato in una prima bozza) era presente nella bozza del provvedimento, ma il ministro della Salute Renato Balduzzi, si era impegnato a non farla passare. “Ma serve – ha detto il ministro – una riorganizzazione della rete ospedaliera”.
Mancano, dal dl approvato, anche le norme sui tribunali, per cui è stato deciso un mini rinvio, fino a oggi.
Al centro di queste altre misure, i 295 uffici giudiziari destinati alla soppressione o all’accorpamento: 37 tribunali, 38 procure e 220 sezioni distaccate.
TAGLI ALLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
-20% dirigenti, -10% altro personale e uffici più piccoli.
Nella Pubblica amministrazione è previsto un taglio degli uffici dirigenziali di almeno il 20% e delle risorse destinate al personale non dirigenziali di almeno il 10%.
Inoltre è prevista una riduzione dello spazio previsto per ogni impiegato: tra i 12 e i 20 metri quadrati a persona nei palazzi di nuova costruzione e tra i 20 e i 25 negli altri. Prevista anche la riduzione degli spazi degli archivi.
Buoni pasto. A decorrere dal 1° ottobre 2012 il valore dei buoni pasto attribuiti al personale, anche di qualifica dirigenziale, delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione non può superare il valore nominale di 7 euro.
Eventuali disposizioni normative e contrattuali più favorevoli cessano di avere applicazione a decorrere dal 1 ottobre 2012.
Obbligo di ferie e riposi.
Le ferie e i riposi spettanti al personale, anche dirigenti, sono obbligatoriamente fruiti e in nessun caso “danno diritto alla corresponsione di trattamenti economici sostitutivi”.
Acquisti della Pa. Le pubbliche amministrazioni potranno “rescindere contratti di lungo periodo non più convenienti che dovessero risultare troppo onerosi” per quanto riguarda l’acquisto di beni e servizi.
Nel decreto si prevede anche un rafforzamento di Consip, la società del ministero dell’Economia che ha per legge il ruolo di “centrale acquisti”, visto che – come risulta dall’analisi di Bondi – gli acquisti fatti in autonomia dalle amministrazioni sono meno convenienti di quelli attraverso Consip.
Eccessi di spesa e auto.
Per i Ministeri e gli enti sono stati eliminati eccessi di spesa per 1,5 miliardi nel 2012 e 3 miliardi a partire dal 2013. Taglio del 50% rispetto al 2011 per i fondi relativi al parco auto. Tra gli interventi la soppressione dell’Isvap e della Covip (saranno accorpate nell’Irvap) e di altri enti e società .
Locazioni ed edifici.
Stop all’adeguamento degli affitti pagati dallo Stato e avvio della rinegoziazione delle locazioni per ridurre del 15% i canoni. Inoltre, si accelera la procedura di vendira degli alloggi di servizio di proprietà del ministero della difesa.
Personale in soprannumero.
E’ prevista la “risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro nei confronti dei dipendenti che, in base alla disciplina vigente prima dell’entrata in vigore dell’ultima riforma introdotta dal decreto legge n. 201 del 2011, avrebbero ottenuto la decorrenza del trattamento pensionistico entro il 31 dicembre 2014”.
Questi individui avranno la pensione da subito ma riceveranno il trattamento di fine rapporto solo alla data in cui avrebbero maturato il diritto ad andare in pensione.
Gli ulteriori dipendenti pubblici in esubero andranno in mobilità .
Consulenze.
Stop alle consulenze per i dipendenti pubblici che andranno in pensione. Il viceministro Grilli parla di “una clausola di impedimento a dare consulenze al personale in quiescenza”.
Società pubbliche.
Stretta sulle società pubbliche e su quelle in house. Previsto il taglio ai cda delle società a totale partecipazione pubblica: avranno solo tre membri.
Esercito. Le Forze armate ridurranno il totale generale degli organici in misura non inferiore al 10%.
SCUOLA
Libri scolastici. Confermata, rispetto agli scorsi anni, la spesa di 103 milioni di euro per garantire l’acquisto di libri scolastici da distribuire gratuitamente agli studenti.
Scuole e atenei non statali.
Saltano i fondi per scuole non statali, mentre 10 milioni vanno alle Università non statali, con un taglio del 50%. Sono le spese autorizzate per il 2013. È anche previsto un incremento di 90 milioni di euro per il Fondo di intervento integrativo per la concessione dei prestiti d’onore e l’erogazione delle borse di studio da ripartire tra le regioni.
Più visite fiscali. Trasferita alle regioni una somma forfettaria di 23 milioni che consentiranno alle scuole di poter usufruire delle visite fiscali senza oneri finanziari e amministrativi.
ENTI LOCALI
Province.
Via all’accorpamento delle province, secondo due criteri: popolazione ed estensione. Il Consiglio dei ministri fisserà entro dieci giorni le soglie minime per la sopravvivenza di una provincia, per poi passare la palla agli enti locali. Il processo dovrebbe essere completato entro la fine del 2012. “Questo processo potrà portare presuntivamente ad un numero che si aggira intorno alle 50 province”, ha stimato il ministro Patroni Griffi. Saranno salve le province degli attuali capoluogo e entro il primo gennaio saranno istituite 10 città metropolitane: Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio Calabria. In questi casi saranno soppresse le province.
Trasferimenti a enti locali. Si riducono di 700 milioni di euro per il 2012 e di 1 miliardo di euro dal 2013 i trasferimenti dello Stato alle Regioni a statuto ordinario, escludendo dalla riduzione le risorse destinate al Servizio Sanitario Nazionale.
Per i Comuni la riduzione è pari a 500 milioni di euro per il 2012 e 2 miliardi di euro dal 2013. Per le Province la riduzione è di 500 milioni di euro per quest’anno e 1 miliardo di euro dal 2013.
SANITà€
Liberato il campo dal taglio degli ospedali più piccoli, i tagli nel settore della sanità si concentrano su quattro capitoli. Sarà anticipato il taglio del 5% sull’acquisto di beni e servizi che sarebbe entrato in vigore dal 2013, con la rinegoziazione dei contratti in essere.
Sulla spesa per i farmaci, il governo ha decisio un aumento dello sconto obbligatorio che farmacie (fino al 2014) ed aziende farmaceutiche ( solo per il 2012) praticano al Servizio sanitario nazionale. Per gli anni successivi saranno invece aggiornate le regole che prevedono un tetto di spesa per la farmaceutica territoriale e quella ospedaliera. Meccanismo simile per l’acquisto di dispositivi medici: per il resto del 2012 deciso un abbattimento del 5%, ma dal prossimo anno sarà fissato un tetto di spesa.
Prevista anche la riduzione dell’acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti privati accreditati.
(da “la Repubblica“)
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
LA PRESIDENZA DELLA REGIONE NE CONTA 1.385, DOWNING STREET SI FERMA A 1.337
Esiste in Italia un ufficio pubblico dove c’è un dirigente ogni sei impiegati. 
Si trova a palazzo dei Normanni, Palermo: è la presidenza della Regione siciliana.
Ma il governatore Raffaele Lombardo sappia che non è l’unico in Europa a guidare un esercito pieno zeppo di generali.
Il premier britannico James Cameron è nelle sue stesse condizioni: anche a Downing Street ogni dirigente ha in media sei sottoposti.
Il fatto è che pure i numeri sono più o meno gli stessi. Cameron ha 198 dirigenti, Lombardo 192.
Quanto ai dipendenti il Cabinet Office, equivalente della nostra presidenza del Consiglio, ne ha 1.337: quarantotto meno dei 1.385 che la presidenza della Regione siciliana contava alla fine del 2011.
Ciò basta per immaginare quali stupefacenti risultati potrebbe dare da queste parti una seria spending review.
Afferma la relazione della Corte dei conti sul rendiconto del bilancio 2011 che la Regione siciliana ha ufficialmente 17.995 dipendenti.
Su questo numero si è a lungo polemizzato, anche a proposito di paragoni che pure in Sicilia non vengono ritenuti congrui come quello con la Lombardia, Regione che ha il doppio degli abitanti ma un quinto del personale.
Ma è una cifra che non dice ancora tutto.
Intanto perchè nel 2011, anno in cui riesplodeva la crisi economica più drammatica da un secolo a questa parte, ben 4.857 di questi dipendenti, in precedenza reclutati con contratto a termine, sono stati assunti in pianta stabile, a tempo indeterminato.
Il che, argomentano i giudici contabili, non mancherà di avere ripercussioni future sui conti regionali.
E poi perchè a quei 17.995 se ne devono aggiungere altri 717 comandati e distaccati presso altre strutture che comunque fanno capo alla Regione.
Oltre a 2.293 a tempo determinato il cui stipendio è pagato in qualche modo dall’ente. Totale: 21.005. Un totale, però, anch’esso incompleto.
Dove mettiamo, infatti i 7.291 dipendenti delle 34 società controllate o collegate alla Regione siciliana?
Se contiamo anche quelli arriviamo a 28.796.
E facciamo grazia di forestali e lavoratori socialmente utili (24.880) in forza a molti Comuni, in parte a carico della casse regionali.
Personale le cui retribuzioni sono state al centro di un durissimo scontro fra Lombardo e il commissario di governo che aveva impugnato l’ultima legge finanziaria nella quale era previsto il ricorso a un mutuo, anche per far fronte a quel problema, di 558 milioni.
Una somma che avrebbe ingigantito ancora di più il debito della Regione, già cresciuto nel 2011 di altri 818 milioni arrivando al valore record di 5,3 miliardi.
I soli dipendenti «ufficiali» assorbono 760,1 milioni, e si tratta di un costo superiore del 45,7% rispetto al 2001.
Se però calcoliamo anche gli oneri sociali, allora si arriva a un miliardo 80 milioni. Cioè poco meno della metà del costo del personale delle quindici Regioni a statuto ordinario.
Le quali hanno, tutte insieme, un numero di dirigenti pari a quello della sola Sicilia. Sono 1.836. Ce n’è uno ogni 9 impiegati, con vette di 5 o 6 in alcune strutture, come appunto la presidenza della Regione.
L’anno scorso sono entrati in posizioni di responsabilità anche diversi soggetti esterni, circostanza che ha indotto la Corte dei conti a queste considerazioni: «È poco plausibile, a fronte di oltre 1.800 dirigenti di ruolo, ritenere che non siano già disponibili idonee professionalità all’interno dell’amministrazione.
La mancata valorizzazione delle risorse interne è in definitiva la causa dei costi sostenuti per retribuire i dirigenti esterni per i cui emolumenti è previsto un tetto massimo di 250 mila euro, di gran lunga superiore alla retribuzione massima dei dirigenti generali interni».
Per non parlare dei sette «uffici speciali» istituiti, secondo i magistrati, con «motivazioni alquanto generiche» e spesso «duplicazioni di funzioni già attribuite» ad altre strutture.
Nel rapporto si cita a titolo di esempio l’ufficio speciale Energy manager, che ha funzioni del tutto analoghe a quelle del Dipartimento regionale per l’energia.
Ma se al costo del personale «ufficiale» sommiamo anche quello dei dipendenti delle società partecipate (226 milioni) e dei dipendenti pensionati, che in Sicilia sono a carico della Regione (641 milioni), allora veleggiamo di slancio verso i due miliardi.
Dal 2004 al 2011 la spesa previdenziale è cresciuta del 31%, anche a causa di alcuni privilegi assolutamente sorprendenti sopravvissuti fino allo scorso mese di gennaio e che avranno effetti a lungo, negli anni a venire.
È appena il caso di ricordare che per i dipendenti della Regione la riforma Dini, quella che ha introdotto il metodo di calcolo basato non più sulla retribuzione ma sui contributi effettivamente versati, è entrata in vigore con otto anni di ritardo: il primo gennaio 2004, anzichè il primo gennaio 1996 come per tutti i comuni mortali.
Per giunta, fino all’inizio di quest’anno potevano andare in pensione con soli 25 anni di servizio tanto quelli colpiti da disabilità , quanto coloro che avevano un genitore disabile.
Nel 2011 si sono pensionati anticipatamente perchè figli di disabili 464 dipendenti regionali, contro 297 nel 2010, 230 nel 2009, 196 nel 2008, 165 nel 2007, 125 nel 2006, 138 nel 2005 e 121 nel 2004.
Da quando, proprio nel 2004, è stata perfezionata questa disposizione, hanno avuto la baby pensione, con un crescendo rossiniano, in 1.736.
Celebre il caso di Pier Carmelo Russo, pensionato a 47 anni per assistere il padre disabile, nominato però subito dopo assessore della giunta Lombardo.
Alle polemiche, lui ha replicato: «Quando sono andato in pensione il mio stipendio era prossimo a diecimila euro ed ero segretario generale della Regione, il massimo livello della carriera burocratica. Ho preferito il mio amatissimo padre e sono orgogliosissimo di averlo fatto. Da quando faccio l’assessore non ho mai percepito un centesimo. Tutta la mia indennità (300.000 euro lordi annui) l’ho devoluta in beneficenza. Mi considero una persona oltremodo fortunata e desidero sdebitarmi con la Divina Provvidenza».
Ai posteri l’ardua sentenza.
Sempre che la Regione possa in futuro pagare anche le loro, di pensioni. Già oggi il tasso di copertura dei contributi non arriva che al 28,7%.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
LE TESTIMONIANZE RACCOLTE DALL’AGENZIA HABESHIA DA UN GRUPPO DI 76 PROFUGHI ERITREI INTERCETTATI DA DUE UNITA’ DELLA MARINA ITALIANA E LIBICA CHE AVREBBERO COSTRETTO I RICHIEDENTI ASILO A TORNARE IN LIBIA
“Un gruppo di 76 persone – riferisce l’Agenzia Habeshia, diretta da padre Moses Zerai – sono state intercettate da mezzi navali battenti bandiera Italiana e Libica.
Una delle imbarcazione porta il nome di Napoleone.
I profughi, quasi tutti Eritrei, sono certi di essere stati intercettati da un pattugliamento congiunto italia e libia.
Una volta prese le persone – prosegue il resoconto – sono state riaccompagnate nelle acque libiche, presso una piatta forma petrolifera e consegnati ai militari libici, che hanno riportato il gruppo in Libia, nel porto di Tripoli, e quindi trasferiti in un nuovo centro di detenzione, ancora in fase di costruzione, minacciati dai militari che saranno deportati verso il paese di origine”.
I respingimenti in alto mare.
“Queste 76 persone – si legge ancora nel comunicato dell’agenzia – sono tutti richiedenti asilo. Nel gruppo ci sono donne e bambini, il più piccolo ha due anni. Chiedono aiuto per scongiurare la deportazione verso il paese di origine. Con la testimonianza di queste persone che chiedono aiuto – prosegue il dispaccio – si comprende come siano in atto dei respingimenti di massa in alto mare, senza che nessuno verifichi le reali situazioni e condizioni di chi avrebbe il diritto di asilo”.
L’appello alle autorità italiane.
“Facciamo appello alle autorità italiane – conclude Zerai – in virtù dei loro accordi bilaterali con le autorità libiche, chiedano alle autorità libiche di fermare ogni intenzione di deportazione dei profughi eritrei, per non mettere in pericolo la vita di queste persone, questi richiedenti asilo che vengano consegnate immediatamente nelle mani dell’UNHCR di Tripoli.
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
ALCUNE STORIE RACCONTATE CLANDESTINAMENTE E RACCOLTE DALLA FONDAZIONE “INTEGRA/AZIONE” DI DETENUTI RINCHIUSI NELLE CARCERI LIBICHE… PROVENIENTI DALL’AFRICA SUD SAHARIANA E DAL CORNO D’AFRICA E COSTRETTI IN CONDIZIONI DISUMANI NEI CENTRI DI DETENZIONI COSTRUITI CON SOLDI PUBBLICI ITALIANI
Queste che leggete di seguito sono le storie e le testimonianze raccontate clandestinamente
al telefono, e poi trascritte, di detenuti rinchiusi nelle celle delle carceri libiche dove vengono rinchiuse le persone che fuggono dai paesi dell’Africa sud sahariana e del Corno d’Africa.
Vivono in condizioni animalesche nei centri di detenzioni (alcuni dei quali costruiti con soldi pubblici italiani) assiepati come polli da batteria, ma dove in qualche modo riescono a tenere accesi alcuni cellulari, con i quali appena possono chiamano per denunciare quanto sta loro accadendo.
Queste che seguono sono i racconti raccolti dalla Fondazione IntegrA/Azione .
Una speranza che sta svanendo
Debesay, eritreo
“Mi hanno arrestato mentre camminavo in città a Benghazi – racconta Debesay, detenuto da più di due mesi nel carcere di Ganfuda – cercavo una barca insieme ad altri ragazzi per tentare di raggiungere l’Italia dove già è rifugiata mia madre.
Qui in carcere siamo disperati, frustrati, abbiamo provato ad uscire in tutti i modi, ma non ci siamo riusciti, neanche pagando le guardie”.
Debesay è riuscito a far arrivare a un trafficante 400 dollari per corrompere i militari libici per la sua liberazione.
Un pagamento anticipato senza alcuna garanzia, “un tentativo fallito: sono ancora qui. Scappare non è possibile, se provi a evadere vieni punito, picchiato sotto le piante dei piedi, un dolore atroce”.
Le condizioni della detenzione sono disumane, con umiliazioni e vessazioni continue da parte dei libici. “Nella cella di trenta metri quadri siamo accalcati più di 60, dormiamo per terra, non ci sono reti ma solo materassi, sporchi o stuoie sul pavimento. Ci danno da mangiare tre volte al giorno, il più delle volte pane secco e acqua. Per il resto, un’attesa infinita.
Se stai male non ci sono medici e medicine: il tuo destino è l’abbandono e la morte. Non so veramente che dirti – conclude Debesay – non so cosa faccio, non so che pensare, la speranza sta svanendo…”
A 17 anni nell’inferno di Ganfuda
Mogos, eritreo
Mogos viveva ad Asmara in Eritrea, è scappato dal campo di addestramento dell’esercito eritreo di Saua per non trovarsi costretto ad andare al fronte a soli 15 anni. Una fuga lunga, durissima.
Passato il confine è stato quasi due anni in Sudan, per trovare il giusto trafficante di esseri umani e reperire il denaro per riprendere il viaggio sino alle coste libiche, per tentare di raggiungere l’Italia.
Come per tutti passare il deserto è stato un’odissea.
Un lungo viaggio senza ritorno andato “male, molto male. Come ti spiego – dice Mogos al nostro mediatore culturale – tu lo sai bene, hai già passato questo deserto, abbiamo viaggiato per 12 giorni, eravamo 50 persone ammassate su un camion”.
Ad un passo dal mare, quando sembrava finito l’incubo, “mi hanno beccato con i ragazzi che viaggiavano con me. Camminavo verso Tripoli, per trovare il modo per attraversare il mare, sicuro di avercela fatta, quando i militari libici mi hanno preso e arrestato nel corso di una retata.
Per due giorni mi hanno tenuto nel centro di Ijdabiyah, poi mi hanno trasferito qui a Ganfuda. Sono da quattro cinque giorni qui a Gandufa, si sopravvive tirando avanti giorno per giorno.
La cosa più dura è non vedere un futuro, un’uscita da questo viaggio infinito. I pochi che escono dalle prigioni lo fanno per lavorare”.
Alcuni prigionieri vengono scelti per lavorare da ricchi libici, che comprano i detenuti per poi usarli come forza lavoro a costo zero nelle proprie aziende o fattorie nel deserto. Questa uscita dal carcere, per trasformarsi da detenuti a schiavi è possibile solo per le persone con il passaporto, che viene sequestrato in modo da scongiurare la fuga del lavoratore comprato. “Tutti quelli che hanno il passaporto possono uscire, ma anche per questo ci vuole molta fortuna – spiega Magos – noi eritrei siamo tutti senza passaporto, per noi non c’è soluzione, non c’è futuro. A 17 anni sono bloccato qui, all’inferno”.
Io scomparso dal mondo
Samuel, eritreo
Samuel è un ragazzo di 23 anni che viene della periferia di Asmara. “Sono fuggito perchè non volevo fare la guerra, sono scappato in fretta e furia, senza poter neanche salutare la mia famiglia”. Da cinque giorni è anche lui nel carcere libico di Ganfuda: “Ci hanno preso durante il lungo viaggio dal Sudan e dal deserto ci hanno portati qui in questa prigione. Tutte le donne e i bambini che erano con noi – ci spiega Samuel – sono stati presi e trasferiti al centro della Croce Rossa a Benghazi, da allora non ne sappiamo più nulla”.
Le comunicazioni con l’esterno sono difficili, anche per il nostro mediatore è stato molto complicato contattare i detenuti nelle carceri.
“In 60 abbiamo un solo telefono cellulare nascosto in cella, è l’unico contatto con la famiglia, i connazionali, i trafficanti: l’unico contatto con il mondo. Io non sono riuscito ancora a sentire la mia famiglia, non sanno nulla di me e io non so più nulla di loro. Qui la vita è dura e faticosa – racconta Samuel – siamo sempre chiusi in cella, possiamo uscire solo quando ci danno il pane. Siamo frustrati, siamo stanchi della prigione, ma non c’è alcuna possibilità d’uscita, non c’è nessuna speranza”.
Siamo tanti, tantissimi e altri ne arrivano
Aroon, eritreo
Aroon ha 24 anni e viene anche lui dalla periferia di Asmara, ha condiviso il viaggio di fuga dall’Eritrea con Samuel, compreso l’epilogo di prigionia.
“Qui siamo divisi per nazionalità – spiega Samuel – somali, sudanesi ed eritrei, ognuno nella propria cella. Viviamo in ansia continua.
Stiamo resistendo, siamo costretti, per forza. Prima il viaggio nel deserto, ora la prigione, trattati come delinquenti, non ce la facciamo più”. La speranza nel futuro tende ad allontanarsi velocemente. “Non riusciamo a corrompere le guardie per uscire, quando paghiamo qualcuno ruba i soldi e non ci fa uscire,
Evadere è difficile, in pochi ci riescono e se ti prendono ti torturano.
La croce rossa non può fare nulla per noi perchè questo paese non ha un governo, tutto è caotico”.
“Siamo tantissimi detenuti qui – conclude Aroon – e altre persone stanno arrivando attraverso il Sudan verso la Libia, molti miei amici sono partiti. Come faranno a tenerci tutti qui”?
Dalla prigione al mare
Anwar, etiope
Nascosto in una stanza con diversi altri connazionali, Anwar è un giovane etiope dell’etnia Oromo, perseguitata nella propria terra e soggetta a vessazioni di ogni genere.
“Sono uscito dalla prigione di Ganfuda da quasi un mese, mi ha riscattato un libico che aveva bisogno di manodopera. Così poi pagando sono riuscito a continuare il viaggio verso il mare. Ora sto raccogliendo gli ultimi soldi per arrivare a Tripoli e imbarcarmi per l’Italia”.
Nascosto in una casa sulla strada per Tripoli è in balìa del trafficante che dovrebbe condurlo alla costa e che irrompe più volte durante la telefonata con il mediatore della Fondazione IntegrA/Azione.
“Sono stato prigioniero in tante carceri qui in Libia. Prima sono stato a Kufrah poi a Ganfuda – ci spiega Anwar – La prigionia era terribile, bruttissima: ci picchiavano regolarmente e puntualmente ogni sera, non avevamo il cibo, non c’erano medicine nè dottori. Ho passato tutte queste sofferenze e adesso sono diretto finalmente verso il vostro paese. In Libia non ci sono diritti, non c’è un governo. Per loro se tu mangi o non mangi, ti ammali o stai bene non cambia nulla. Voi siete in un paese dove c’è un governo”.
Ai lavori forzati
Meron, eritreo
A gennaio Meron era rinchiuso nel carcere di Kufrah, sotto la supervisione dell’UNHCR 4.
“A marzo la prigione è tornata sotto il controllo dei militari del nuovo governo libico e noi siamo tornati ad essere prigionieri – spiega Meron – ci costringevano ai lavori forzati pulendo carri armati ed armi”.
Poprio da questi lavori forzati ha avuto inizio uno sciopero della fame e una manifestazione repressa duramente dai militari. “Da Kufrah ci hanno portato in aereo a Ganfuda, dove sono rimasto quasi due mesi.
Ora con un po’ di fortuna e molta fatica sono riuscito ad uscire; lavoro in una fattoria di un padrone libico, nell’attesa di trovare il denaro sufficiente e il momento giusto per cercare di raggiungere mio fratello in Italia”.
Aspettando di salpare verso la speranza.
Salua, somala
“Sono stata in carcere a Ganfuda per due mesi – racconta la giovane Salua – la vita era molto difficile. Finalmente sono uscita, ora mi trovo a Tripoli nascosta in una casa”.
L’appartamento è di un trafficante che sta organizzando la traversate del Mare Nostrum. “Uscire dall’appartamento non è possibile, ci portano ogni giorno beni di prima necessità “.
Così si passa il tempo nell’attesa delle giuste condizioni meteo per la partenza. “Vengo in Italia la prossima settimana, mi sto preparando”. Mentre scriviamo Salua dovrebbe essere in procinto di partire verso l’Italia, non ci resta che augurarle ancora una volta buona fortuna.
Un ringraziamento particolare.
Le interviste sono state realizzate con l’insostituibile aiuto di un mediatore culturale di origine eritrea e collaboratore della Fondazione IntegrA/Azione, Mahamed Aman, cui va il ringraziamento più grande, per aver permesso un’indagine altrimenti impossibile, fornendo chiavi di lettura, informazioni fondamentali nella comprensione del contesto e decodifiche dei messaggi veicolati dai ragazzi intervistati.
Una collaborazione che nasce dalla volontà , da parte di Mahamed, di restituire speranza ai giovani nelle carceri e cercare di far conoscere le loro storie nel nostro Paese, che di quelle vicende è spesso complice.
Mahamed ha un fratello che sta ancora in Libia, nell’attesa dopo mesi di carcere di trovare il denaro sufficiente e il momento giusto per cercare di raggiungerlo in Italia.
(da “Mondo Solidale”)
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
MOLTI CENTRI DI DETENZIONE SONO SORTI CON RISORSE DISTOLTE DAL BILANCIO ITALIANO A SEGUITO DELL’ASSURDO ACCORDO CON LA LIBIA
In Libia ci sono poco meno di 30 strutture, tra prigioni comuni e centri di detenzione, destinati ai migranti che tentano la traversata dal paese d’origine per arrivare in Europa.
Uomini e donne costretti a seguire rotte prestabilite e controllate da trafficanti e affaristi che sulla loro pelle si arricchiscono.
Sfruttamento, condizioni inumane, viaggi drammatici, detenzioni e deportazioni coatte che sono l’ossatura della cerniera libica all’immigrazione verso il nostro Paese.
Un pezzo nascosto di quegli accordi firmati tra governi e istituzioni per frenare delle persone semplicemente costrette alla fuga da guerre, torture e morte, verso l’unico futuro possibile: l’Europa.
Viaggi senza ritorno.
Viaggi che una volta intrapresi non prevedono possibilità di ritorno e che costringono migliaia di rifugiati a restare anche anni sospesi nell’inferno libico. Un meccanismo di tratta di esseri umani consolidato e ben rodato nella Libia del Colonnello Gheddafi e che il cambiamento non ha scalfito.
La nascita di nuovi attori nella tratta rende anzi più drammatica la situazione per i migranti imprigionati, che devono misurarsi con un moltiplicarsi di intermediatori senza scrupoli, che stanno ricostruendo meccanismi di connivenza e corruzione con le forze militari libiche.
Come questo meccanismo si stia ricostruendo non è ancora dato sapere in maniera compiuta, di certo i migranti hanno ancor meno speranza di potere uscire da questi luoghi infernali.
Fondazione IntegrA/Azione intende verificare e far conoscere i gironi dell’inferno che i migranti vivono sulla loro pelle ogni giorno, anche come conseguenza degli accordi siglati il 3 aprile scorso tra Italia e Libia.
Cellulari nascosti nelle celle sovraffollate.
Le persone che abbiamo contattato direttamente in prigione si trovano nel carcere di Ganfuda, a circa dieci chilometri dalla città di Benghazi.
Il carcere a pieno regime “ospita” 500 detenuti.
Carceri finanziati con risorse italiane.
Molti centri di detenzione sono finanziati con i soldi italiani, come previsto nella legge Finanziaria 2005 a seguito degli accordi con Gheddafi, tramite uno stanziamento speciale di fondi (Articolo 1 – comma 544 – della legge 30 dicembre 2004 n. 311 recante disposizioni in materia di
“Finanziamento programma di cooperazione AENEAS in materia di flussi migratori”).
Di questa ricerca Fondazione IntegrA/Azione pubblica un primo estratto, per far sapere cosa succede in Libia, per ricordare quanto alto sia il prezzo umano degli accordi siglati con la Libia, nella speranza di un Paese che torni a puntare sull’accoglienza e l’integrazione segnando, finalmente, un segno atteso di discontinuità con il precedente governo Berlusconi e con le logiche della Lega Nord.
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
DA 21 MILIONI DI EURO A 11 PER IL 2012, DI CUI 9 GIA’ EROGATI PER COPRIRE 600 DOMANDE… DURA REAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI DEI FAMILIARI DEI MILITARI: “COME SI FA A TAGLIARE SULLA PELLE DEI MALATI DI TUMORE E LEUCEMIE PER COLPA DELLO STATO?”
I destinatari sono militari e civili malati di tumori e linfomi ma molto più spesso le loro
famiglie.
Perchè le vicende e le battaglie sono così lunghe che in gran parte i risarcimenti arrivano dopo la morte.
Passano anni da quel periodo trascorso in servizio all’estero nelle missioni di pace o dal periodo di leva nei poligoni italiani, in gran parte in Sardegna.
Ora nell’elenco dei tagli previsti dal governo tecnico di Monti ci sarà anche il Fondo per le vittime da uranio impoverito.
Una sforbiciata di circa la metà : da 21 milioni di euro a 11 per il 2012, di cui 9 già erogati per coprire circa 600 domande.
Tutto ciò è contenuto nella bozza del decreto legge del governo Monti. Tra i buoni pasto degli statali e le ferie obbligate per risparmiare si tagliano i soldi per chi si è ammalato dopo aver prestato servizio per lo Stato, secondo la lista per la spending rewiew (revisione spesa pubblica) preparata dal supercommissario Enrico Bondi.
“Come si fa a tagliare sulla pelle dei malati di tumore e leucemie per colpa dello Stato?” tuona Falco Accame, presidente dell’Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti (Anavafaf), militare di professione, ex parlamentare socialista, presidente della commissione Difesa negli anni ’80, da sempre impegnato in prima linea per i diritti dei militari.
“Potrei capire questa scelta da un governo politico, ma da uno tecnico di certo no. Quel fondo è stato voluto nel 2008 dall’allora ministro alla Difesa La Russa. Ora si vuole tornare indietro, una scelta ignobile. Perchè — continua — risarcire è ammettere di non aver protetto i militari e civili in servizio e aver omesso delle informazioni sui pericoli reali”.
Accame sottolinea anche come sia riduttiva la dicitura “uranio impoverito“, perchè, ricorda, al momento della stessa istituzione del fondo (Finanziaria 2008: interventi sulle missioni) si è deciso di citare anche “la dispersione di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico”, come cause di malattie letali, ossia cadmio, nichel, torio e altre sostanze chimiche cancerogene.
Non solo di uranio impoverito si muore.
Una realtà accertata anche dal progetto Signum, uno Studio di Impatto Genotossico nelle Unità Militari promosso nel 2004 dalla della Difesa sui militari impegnati in Iraq nell’operazione “Antica Babilonia“: un progetto terminato l’anno scorso ma finora mai pubblicato dal ministero.
Gli indennizzi previsti dal fondo vanno sia ai “militari impegnati di adeguati indennizzi al personale italiano impiegato nelle missioni militari all’estero, nei poligoni di tiro e nei siti in cui vengono stoccati munizionamenti, nonchè al personale civile italiano nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti le basi militari sul territorio nazionale”.
“Anzichè tagliare le spese per danni provocati”, secondo Accame, “sarebbe meglio ridurre quelli per le spese e sperperi militari. Perchè se no qui si rimarca ancor più pesantemente la distinzione tra militari di serie A, gli eroi caduti in Afghanistan, da piangere, e quelli di sere B, ammalati e morti di linfomi contratti dopo le missioni, da nascondere”.
L’associazione propone la sospensione delle parate militari e delle varie manifestazioni celebrative, e ancora la privatizzazione, delle Frecce Tricolori e della portaerei Cavour, definita “espressione di falsa grandeur”.
Da abolire le strutture di comando periferico, da ridurre le “forze di proiezione” per l’impiego all’estero: “La Costituzione — osserva Accame — prevede per le forze armate il dovere di difesa del suolo patrio”.
E poi il riferimento ai poligoni e all’inchiesta per disastro ambientale del pm di Lanusei, Domenico Fiordalisi.
Di recente è stato aperto un nuovo filone su un appalto presumibilmente “pilotato” sulle analisi all’interno del poligono di Quirra.
“Appalti a trattativa privata” che, per il presidente Accame, andrebbero “riesaminati e bloccati, così come il complesso militare industriale del quale gli effetti deleteri sono noti”.
Da rivedere anche le concessioni di servizi militari a ditte civili con apposite convenzioni e ridimensionate le basi straniere in Italia che assorbono ingentissime risorse.
E poi i progetti di acquisto come, ad esempio, quelli delle “Fregate Fremm, degli aerei F15, dei radar tabulari di potenza, del sistema di difesa antimissili Meads“. Alternative di risparmio che, al momento, non sono contemplate.
Punta alla marcia indietro l’avvocato dell’Associazione Vittime Uranio, Bruno Ciarmoli: “Facciamo appello alle forze politiche perchè i benefici introdotti dopo anni di battaglie siano mantenuti. Si tratta di almeno 2.000 militari gravemente malati ai quali lo Stato non ha mai riconosciuto alcuna forma di assistenza”.
Le ultime cifre ufficiali di militari o civili ammalati a causa del presunto contatto con uranio impoverito o nanoparticelle sono anche più alte.
Quelle che cita Accame si riferiscono all’audizione in Senato del colonello Roberto Biselli, direttore dell’Osservatore epidemiologico della Difesa: 3 mila e 671 casi dichiarati.
E ottenere il risarcimento non è certo una passeggiata: l’ultimo decreto, un mese fa, è stato recapitato alla madre di Fulvio Pazzi, militare volontario in ferma breve. Dopo una missione in Bosnia si è ammalato di linfoma di Hodgkin ed è morto nel 2003. Ci sono voluti nove anni e sette dinieghi, ora è “una vittima del dovere”.
Monia Melis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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