Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
RISCHIO IDROGEOLOGICO TROPPO ALTO… INTERE ZONE ANDREBBERO EVACUATE
Che cosa si può fare in un Paese in cui si verifica uno smottamento ogni 45 minuti e dove,
per frane a e alluvioni, muoiono otto persone al mese?
In un Paese in cui oltre il 50% per cento del territorio è a rischio idrogeologico e in cui sono avvenuti, nell’ultimo mezzo secolo, circa 15.000 eventi gravi?
In un Paese in cui, infine, le piogge sono cambiate drammaticamente negli ultimi quindici anni (nella provincia di Genova, nel dicembre 2009, caddero 450 mm di pioggia in un giorno, cioè la stessa quantità che cadeva normalmente in sei mesi)?
In Italia ci sono circa 6600 comuni ad elevato rischio idrogeologico: il 100% in Calabria, Molise, Basilicata, Umbria e Valle d’Aosta, il 99% di Marche, Lazio, Toscana e Liguria, oltre il 90% in Emilia Romagna, Campagna e Abruzzo.
Secondo il CNR, quasi il 15% del totale nazionale delle frane, e quasi il 7% delle inondazioni, avviene in Campania (1.600 in 75 anni), dove 230 comuni (da Ricigliano a Sorrento) su 551 sono a rischio di smottamento; le vittime per questi due eventi, negli ultimi 50 anni, sono state quasi 400 sulle 4.000 nazionali.
Nella sola Genova 100.000 abitanti vivono in zone a rischio, cioè a dire che un genovese su sei rischia di essere coinvolto in piene e frane.
Sono numeri da primato europeo del dissesto per una ragione ben precisa, l’Italia è il paese in cui più si costruisce e l’unico in cui si condona.
Ogni anno circa 500 kmq di territorio nazionale vengono ricoperti di cemento e di asfalto.
Cosa che lo rende complessivamente impermeabile alle piogge che, a quel punto, restano in superficie, invece di infiltrarsi naturalmente in profondità , e esondano inevitabilmente.
Già le catastrofi naturali non esistono, nel caso italiano sono quasi interamente provocate dall’uomo che il rischio lo crea anche dove in passato non c’era. Rettificazione e cementificazione dei fiumi, insediamenti in aree pericolose, disboscamenti e incendi fanno il resto.
Tutto questo in una nazione geologicamente giovane e instabile, nel bel mezzo del cambiamento climatico più grave che si conosca da quando l’uomo organizza attività produttive.
Se però torniamo al che fare, allora non si può non registrare che la prevenzione rischia di non bastare più, perchè ormai quello che si doveva fare è stato fatto. L’intervento ingegneristico per bloccare frane e alluvioni potrà funzionare solo in limitati casi: non sono infatti note soluzioni di questo tipo che possano arrestare definitivamente questi fenomeni.
Costruire meglio, nel caso del rischio idrogeologico, non serve.
Molto spesso, anzi, le opere che si vedono in giro per le nostre montagne producono svantaggi peggiori dei benefici che volevano ottenere.
Quei muri bassi di cemento o in pietra che vengono posti di traverso ai corsi d’acqua per limitarne l’azione erosiva, le cosiddette «briglie», non sono solo (quelle «statiche» soprattutto) perlopiù inutili, ma spesso risultano dannose, visto che l’acqua, da cui ci si voleva difendere, poi si scava comunque una strada aggirando la briglia e rendendola instabile.
E ancora si parla di messa in sicurezza, come se fosse possibile imbrigliare un’intera catena montuosa come l’Appennino.
Come se questa operazione avesse un senso geologico ed ecologico, come se, infine, servisse almeno a qualche cosa.
Insomma, si deve dolorosamente capire che da alcune zone a maggior rischio bisogna spostarsi senza se e senza ma.
Non lo si farà in un mese e nemmeno in un anno, ma lo si deve mettere in progetto nella pianificazione territoriale.
Spontaneamente, seppure dopo secoli di dissesti, lo si è già fatto in tutta Italia: basti pensare al paese di Craco, in Lucania, spostato per frana, o a Pentedattilo, in Calabria, o, ancora, Frattura, in Abruzzo.
La delocalizzazione delle costruzioni e delle popolazioni a maggior rischio non può più essere procrastinata, ma deve essere messa nel conto delle scelte politiche future: non farlo significa ignorare colpevolmente la realtà dei fatti.
E si deve capire anche che nessun territorio del mondo può reggere il ritmo di cementificazione impresso a quello italiano, dove, ogni secondo che passa, un metro quadrato di superficie viene asfaltata, cementata o disboscata e incendiata.
Il consumo di suolo non è solo un emergenza estetica e paesaggistica, è prima di tutto la causa fondamentale delle nostre rovine geologiche.
Mario Tozzi
(da “La Stampa“)
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Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
BERLINO PUNTA A INCASSARE DUE MILIONI DI EURO
Francia e Svizzera ce l’hanno da sempre. La Spagna l’ha resuscitata per far fronte alla crisi.
La Germania l’ha dismessa nel 1997, ma alcune forze politiche vorrebbero rimetterla in pista, come accade anche in Austria.
La Gran Bretagna non l’ha mai avuta: e ora ci pensa.
La patrimoniale è tornata di gran moda e fa capolino nei dibattiti politici di molti Paesi europei. L’accenno («nessun annuncio», ha precisato il premier) fatto ieri da Mario Monti a una tassa sul valore complessivo della ricchezza posseduta dagli italiani si inserisce quindi in un filone internazionale assai prolifico.
In realtà l’Italia – che non figura tra gli Stati titolari di una vera e propria patrimoniale sistematica – ha adottato per il momento uno «spezzatino» di genere.
Nell’ultimo anno, infatti, oltre all’Imu (la patrimoniale sugli immobili che ha sostituito l’Ici), è arrivata anche la «patrimonialina» sui rendiconti degli investimenti finanziari, pari allo 0,1% nel 2012 e allo 0,15% a partire dal 2013, con un minimo di 34,2 euro.
Ma come sono quelle degli altri?
Nell’euro brilla il caso francese. Con un nome che sembra uscito da un romanzo di Honorè de Balzac, impà’t de solidarietè sur la fortune, si chiede di più ai contribuenti benestanti con beni mobili e immobili da 1,3 milioni di euro in su.
Nell’imponibile case, investimenti, polizze sulla vita, barche, aerei da turismo, cavalli da corsa e gioielli, non le opere d’arte e i beni produttivi.
L’imposta, introdotta nel 1981 da Franà§ois Mitterrand e addolcita da Nicolas Sarkozy, è stata appena rinvigorita da Franà§ois Hollande, con un’aliquota dello 0,55% per i possedimenti compresi tra 1,3 e 3 milioni di euro e dell’1,8% per chi va oltre i 3 milioni.
Nel 2011 ha messo nelle casse del Fisco 4,4 miliardi di euro.
Ora, se il piano di Hollande funziona, dovrebbe rendere di più.
L’applicazione è complessa e prevede delle franchigie per chi supera di poco le soglie minime che fanno scattare le diverse aliquote.
Di un meccanismo simile si è discusso negli ultimi mesi anche sul tavolo politico della Germania. Alcuni deputati della Spd (il partito social democratico tedesco) vorrebbero reintrodurre dal 2014 la tassazione sui patrimoni superiori a 2 milioni di euro, con un’aliquota dell’1%.
Anche in questo caso ci sarebbero delle franchigie per rendere meno duro l’impatto della tassa. «Per i tedeschi si tratterebbe di un revival – spiega Giuseppe Corasaniti, professore associato di diritto tributario nell’Università di Brescia – .
La patrimoniale, Vermà¶gensteuer, che colpiva immobili e attività finanziarie fu infatti bocciata dalla Corte costituzionale tedesca nel giugno del 1995».
In seguito allo stop, dovuto alla disparità di trattamento nella valutazione di beni immobili, più favorevole rispetto alle attività finanziarie ai fini della determinazione dell’imponibile, l’imposta non fu più prelevata a decorrere dal 1997.
Nel piano della Spd si tasserebbero si persone fisiche che società , con una previsione di gettito pari a 11,5 miliardi, l’1,8% del Pil tedesco.
Anche gli svizzeri e i norvegesi pagano una patrimoniale sulla ricchezza: nella Confederazione ogni cantone decide aliquote e franchigie.
In Norvegia si paga a partire da 700 mila corone (circa 100 mila euro): una tassazione ad ampio raggio rispetto al modello francese, giustificata dal fatto che il prelievo sui redditi è piuttosto basso (28%).
«Tra gli Stati che hanno provvisoriamente stabilito una patrimoniale per fra fronte alla crisi del debito c’è la Spagna», spiega uno studio a cura dello studio associato Bernoni di Milano.
Si versa oltre i 700 mila euro con aliquote comprese tra lo 0,2% e il 2,5%.
A mitigare il tutto, un’esenzione sul valore della prima casa.
Giuditta Marvelli
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
L’ORDINE FONDATO DA DON BOSCO RISCHIA IL FALLIMENTO PER IL SEQUESTRO DI BENI PER 130 MILIONI DI EURO
I Salesiani rischiano il fallimento. Il blocco dei beni potrebbe scattare al termine
dell’udienza fissata davanti al tribunale di Roma.
E proprio per scongiurare le conseguenze di un sequestro da 130 milioni di euro che annienterebbe l’Ordine religioso fondato da don Giovanni Bosco interviene in giudizio il segretario di Stato del Vaticano Tarcisio Bertone.
Lo fa con un’iniziativa clamorosa: una lettera già depositata agli atti nella quale il cardinale ammette di essere stato truffato e chiede al giudice Adele Rando di tenere aperta l’indagine contro le persone che «hanno provocato un danno ad una delle più grandi istituzioni educative della Chiesa cattolica e si sono comportati nei miei confronti in un modo riprovevole».
La Santa Sede torna dunque al centro di una vicenda giudiziaria dai retroscena controversi e a tratti incredibili.
La questione va avanti da ben 22 anni e negli ultimi cinque è stata segnata da un negoziato segreto che ha avuto tra i protagonisti principali proprio Bertone.
Quanto basta per riaccendere quello scontro interno al Vaticano già emerso in maniera eclatante con l’inchiesta sui «corvi» e il processo contro il maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele.
L’eredità contesa
Si deve tornare al 5 giugno 1990 quando a Roma muore Alessandro Gerini, conosciuto come il «marchese di Dio».
Il suo immenso patrimonio fatto di immobili, terreni, denaro contante, preziose opere d’arte viene lasciato in eredità alla «Fondazione Gerini» ente ecclesiastico riconosciuto dal Pontefice Paolo VI nel 1967 e posto sotto il controllo della Congregazione Salesiana.
I nipoti del nobiluomo decidono però di impugnare il testamento e avviano cause in sede civile, amministrativa e canonica che si trascinano per anni.
Sono svariati i mediatori che in questo lungo periodo si affacciano sulla scena e tra gli altri spicca Carlo Moisè Silvera, faccendiere di 68 anni nato ad Aleppo in Siria e coinvolto in alcune inchieste della magistratura italiana legate proprio a dissesti finanziari.
L’uomo si accredita come emissario degli eredi e propone una transazione alla Fondazione e all’economo dei Salesiani don Giovanni Battista Mazzali.
Sia pur tra mille difficoltà e ostacoli viene avviata una trattativa e nel 2007 il patto tra le parti sembra essere vicino.
Si ipotizza infatti la vendita di alcuni beni e arbitro della contesa diventa l’avvocato milanese Renato Zanfagna, legale della società «Gbh spa» che ottiene l’opzione di acquisto dei terreni.
I 16 milioni di euro
Ufficialmente il legale e il faccendiere non si conoscono, anzi rappresentano parti avverse.
Ma in alcune circostanze sembrano marciare di pari passo. Con il trascorrere dei mesi Zanfaglia diventa il più ascoltato consigliere di don Mazzali.
Assume un ruolo tanto predominante da riuscire ad accedere persino alla segreteria di Stato e ottenere colloqui privati con il cardinal Bertone. E così viene di fatto nominato mediatore unico del negoziato.
L’8 giugno 2007, esattamente 17 anni dopo l’apertura del testamento del marchese Gerini viene siglato l’accordo in sede civile: per chiudere ogni controversia la Fondazione versa 16 milioni.
Cinque milioni vanno ai nipoti del nobiluomo, ben 11 milioni e mezzo a Silvera che li ha rappresentati. E non è finita.
Si stabilisce che la percentuale per il faccendiere debba essere aumentata quando sarà effettuata la stima complessiva dell’intero patrimonio.
La commissione di periti – presieduta proprio dall’avvocato Zanfaglia – stabilisce che il patrimonio equivale a circa 658 milioni di euro, dunque la «provvigione» per Silvera sale fino a 99 milioni di euro.
La denuncia di truffa
La Fondazione non paga e nel 2009 Silvera chiede il sequestro dei beni. Lo ottiene il 18 marzo 2010.
Il tribunale di Milano mette i «sigilli» a mobili e immobili per 130 milioni di euro, interessi compresi.
In particolare la sede della direzione generale dei Salesiani in via della Pisana a Roma e il fondo Polaris aperto in Lussemburgo per il deposito dei contanti.
La contesa questa volta mette a rischio la stessa sopravvivenza della Congregazione. E così, l’1 febbraio 2012 la Fondazione, assistita dall’avvocato Michele Gentiloni Silveri, denuncia per truffa Silveri, Zanfagna e altri professionisti che si sono occupati della vicenda. L’atto è firmato dal presidente don Orlando Dalle Pezze che specifica come il vero truffato sia l’economo don Mazzali.
«L’accordo – è scritto nell’esposto – è nullo perchè alla Fondazione e ai Salesiani è stato taciuto che la Corte di Cassazione aveva già dichiarato esclusi dall’eredità gli eredi. L’avvocato Zanfagna ha raggirato gli ecclesiastici convincendoli a firmare un patto che favorisce soltanto lui e Silvera».
La procura di Roma avvia l’indagine, mette sotto accusa i protagonisti, li interroga. Ma l’11 giugno scorso chiede che il fascicolo sia archiviato.
«Non c’è stato alcun raggiro, la transazione è valida», sostiene il pubblico ministero.
La lettera di Bertone
Due mesi fa il Segretario di Stato tenta l’ultima e disperata mossa.
Affida all’avvocato Gentiloni Silveri una lettera da consegnare al giudice.
Scrive Bertone: «Ho dato il consenso alla soluzione negoziale, ma ho scoperto soltanto dopo che il valore del patrimonio era stato gonfiato a dismisura per aumentare la somma destinata a Silvera, depauperando e umiliando l’attività benefica della Congregazione».
Se l’inchiesta sarà archiviato, il sequestro dei beni diventerà operativo.
E per i Salesiani si aprirà la strada del fallimento.
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
LA LETTERA UE AL GOVERNO ITALIANO: “UN TETTO ANTITRUST PER IL BISCIONE”
Sono nove le critiche con le quali la Commissione europea colpisce l’asta per l’assegnazione delle frequenze televisive voluta dal governo Monti.
Punti tecnici che avranno ricadute economiche e politiche.
Di fatto i rilievi di Bruxelles allontanano la partecipazione di Mediaset e Rai alla gara indetta dal ministro Passera per evitare che le frequenze venissero regalate al Biscione, come invece aveva decretato il governo Berlusconi.
La Commissione non si esprime sulla scelta di cancellare il Beauty contest, l’assegnazione gratuita dei nuovi canali digitali, in favore della gara a pagamento.
Ma fa le pulci alle regole con le quali sarà fatta. Per la Ue in ballo c’è il pluralismo in un Paese chiave come l’Italia.
I rilievi di Bruxelles sono contenuti in una lettera dei servizi dei commissari Ue alla Concorrenza, Joaquin Almunia, e alle Comunicazioni, Neelie Kroes.
Missiva spedita al presidente dell’Autorità per le comunicazioni Angelo Cardani.
Già , perchè lo schema per l’asta lo ha scritto l’Agcom, anche se la stessa Ue riconosce che le critiche sono rivolte al governo che ha scritto la legge in base alla quale l’Authority ha poi agito.
«L’Agcom – scrive la Commissione – è obbligata a rispettarla». Ma, aggiungono Almunia e Kroes, l’Autorità può «disapplicare le norme nazionali contrarie a quelle europee».
Insomma, ricordano che l’Autorità di Cardani dopo essersi consultata con Bruxelles può riscrivere i criteri approvati dal governo lo scorso aprile.
Cosa che potrebbe fare già nella seduta di domani. Perchè in questa vicenda il coltello dalla parte del manico ce l’ha Ue. Merito del governo Berlusconi, che quando decretò il Beauty contest fece scrivere regole che, ricorda la missiva europea, «garantivano» a Mediaset e Rai «una chiara e sostanziale protezione dalla concorrenza» con l’assegnazione dei nuovi canali digitali «senza procedure oggettive, proporzionate e non discriminatorie ».
Da qui l’apertura di una procedura di infrazione che ora da alla Ue poteri vincolanti.
Il testo andrà dunque modificato, sottoposto a consultazione pubblica e rinviato a Bruxelles per l’ok (o la bocciatura) finale.
Sono nove i criteri per l’asta che non vanno e che si discostano dall’accordo del 2009 raggiunto tra il governo Berlusconi e la Commissione per aprire la strada alla chiusura della procedura. Il primo punto riguarda Mediaset e Rai.
Il governo ha messo all’asta sei nuovi Multiplex, pacchetti di frequenze che più e meno valgono cinque canali digitali ciascuno.
Tre sono di tipo U.
I migliori, di ottima qualità e con una copertura su tutto il territorio.
Ma il governo Monti ha deciso che la loro assegnazione dovrà essere limitata nel tempo: saranno assegnate solo per 5 anni in modo da permettere, dal 2017, di darli agli operatori telefonici.
«Una durata insufficiente per permettere il recupero degli investimenti» dei nuovi entranti, dei concorrenti di Rai e Mediaset. Per questo gli altri Multiplex, quelli di tipo L di qualità inferiore e non in grado di trasmettere in tutte le regioni, andranno «riservati» ai nuovi operatori, tra i quali Sky.
Dunque Rai e Mediaset non potranno mettere le mani su frequenze di lunga durata. E per Sky oltretutto cade l’obbligo di trasmettere in chiaro sul digitale (dunque via libera alla pay tv di Murdoch anche fuori dal satellite).
Un bel problema per Mediaset.
E non è il solo: la Commissione ingiunge di far rispettare il tetto di cinque pacchetti di frequenze digitali a operatore.
Il Biscione ne ha già quattro e se parteciperà alla gara per il quinto non potrà trasformare in canali digitali, come ha in animo, la tecnologia già acquisita per la tv sui cellulari (Dvb-H).
La Ue lascia anche intendere che se si prenderà le nuove frequenze e poi proverà a riciclare quelle dei telefonini, Mediaset andrà incontro a provvedimenti Antitrust.
Inoltre se il Biscione, come la Rai, otterrà il quinto Multiplex dovrà concedere a operatori indipendenti il 40% della sua capacità trasmissiva con un canone limitato ai costi effettivi sborsati per farle funzionare (dunque non ci potrà lucrare).
Paletti che potrebbero sconsigliare l’azienda di Berlusconi a partecipare all’asta. Bruxelles chiede poi al ministero di Passera di definire meglio la struttura dei canali riservati ai nuovi entranti e di allungarne la licenza da 15 a 20 anni.
Infine ingiunge di fissare un valore minimo per la gara in modo da evitare che il prezzo funzioni da «disincentivo » per la partecipazione di nuovi operatori.
Insomma, i prezzi non dovranno essere troppo alti, con rischio per i guadagni per l’Erario.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)
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Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
SCIALBO, POCO CARISMATICO, TIMIDO: A SEI MESI DALLE ELEZIONI PERDE CONSENSI… E BERLINO PRENDE LE DISTANZE DA PARIGI
Franà§ois Hollande cercherà di riconquistare i francesi che gli hanno girato le spalle dopo
averlo votato sei mesi fa. Sono tanti.
Soltanto un cittadino su tre si dice soddisfatto, e senza entusiasmo, per quel che fa o per quel che non fa. L’impresa è dunque ardua. Vasto è il programma.
E a cambiare gli umori dei cittadini della Quinta Repubblica, in questo autunno francese sempre più inquieto, non basterà certo una conferenza stampa:
Il presidente che parla troppo sottovoce, troppo timido per appagare l’ansiosa curiosità dei suoi concittadini, troppo poco carismatico per la civiltà delle immagini, tanto qualunque da far apparire un’esibita virtuosa normalità come un handicap, insomma il presidente silenzioso in questa occasione dovrebbe far risuonare la grancassa.
Ma c’è da dubitare che lo faccia. Non è nel suo stile.
Lui cammina in punta di piedi. Bisbiglia. Non fa rumore.
E i suoi connazionali, non solo quelli sanguigni, rischiano di restare inchiodati in un profondo scetticismo e sempre più preoccupati. Perchè si pongono alcuni interrogativi essenziali.
Il presidente fa il necessario per affrontare la crisi?
Ne ha valutato l’ampiezza?
I severi giudizi degli economisti tedeschi, che considerano la Francia «il principale problema dell’Europa », sono giustificati?
Annunciano un inevitabile disastro?
Sono gli interrogativi di un paese che, a torto o a ragione, in preda all’incertezza, alla sfiducia, non si sente governato da una mano abbastanza ferma.
Di solito appena arrivata al potere la sinistra accende passioni, esalta o inquieta, suscita speranza o apprensione.
La delusione e il bilancio negativo arrivano alla fine. Con Hollande, secondo presidente socialista eletto al suffragio universale (dopo Franà§ois Mitterrand nell’81) accade il contrario. Lui non ha neppure usufruito di quella che i cronisti amanti dei luoghi comuni chiamano luna di miele.
Il paese ha salutato il suo ingresso nel Palazzo dell’Eliseo senza troppi applausi. Lui dice che non si aspettava di più. Sostiene che l’importante è il bilancio finale.
Gli restano ancora quattro anni e mezzo: quindi ha tutto il tempo per concludere bene quel che è in apparenza cominciato male.
Meglio rovesciare una sciagurata tradizione.
Intanto però, da una più accurata analisi del voto che l’ha portato all’Eliseo, emerge che egli è stato eletto in una Francia in cui la destra è maggioritaria.
Basti ricordare che i due milioni di voti bianchi o nulli al secondo turno erano in larga parte di elettori di destra scontenti di Nicolas Sarkozy, e che sono stati sufficienti per determinare il risultato finale.
Franà§ois Hollande ha infatti vinto con solo un milione di voti in più. A decidere la gara è stata l’inquietudine identitaria. Il rigetto di Nicolas Sarkozy ha condotto il candidato socialista alla presidenza.
Quel Nicolas Sarkozy rifiutato resta nei paraggi un po’ come un fantasma, non come un leader rimpianto, ma come elemento di paragone.
Si dice di Hollande «che fa come Sarkozy», oppure «che fa di tutto per apparire il contrario di Sarkozy», oppure «che è ossessionato dai continui richiami a Sarkozy».
Lo stesso Hollande, nei suoi interventi pubblici, o nei colloqui privati, si riferisce spesso al suo predecessore per mettere in chiaro che il suo stile è diverso.
Molti simpatizzanti di destra (il 64 per cento) si augurano che Sarkozy si presenti alle presidenziali del 2017, ma Roland Cayrol, politologo di lungo corso, pensa che questo desiderio riguardi unicamente i suoi vecchi elettori, non la maggioranza dell’opinione.
Non è mai accaduto, nella Quinta Repubblica, che un ex presidente riproponesse la propria candidatura.
Sarkozy dovrebbe rifarsi una verginità politica. Un presidente sconfitto non può essere rieletto. E comunque non è mai avvenuto. Evocare il nome di Sarkozy non significa insinuare la possibilità di un suo ritorno; è rammentare piuttosto che è stato lui il protagonista delle elezioni di primavera. I francesi hanno voluto sconfiggerlo.
La vittoria di Hollande è stata la conseguenza del rigetto di un presidente che abusava dei mezzi di comunicazione, che inondava il paese di annunci senza seguito, contraddittori, e scandiva la sua funzione suscitando emozioni collettive, al ritmo dell’attualità .
Franà§ois Hollande è e vuole essere il contrario. Lo vuole essere a tal punto da apparire un personaggio scialbo.
Lui che prima di diventare presidente era un uomo spiritoso, conviviale, al punto da esercitare un certo fascino più nella società femminile che in quella maschile, è diventato impenetrabile.
È diventato un presidente classico. Immerso fino al collo nella carica.
Anche in questo il contrario di Sarkozy, che amava le trasgressioni. «All’inizio, quando entravo nell’ufficio del presidente, mi aspettavo di trovare qualcuno seduto al mio posto», diceva Hollande.
Poi il peso delle responsabilità ha spento la sua giovialità .
Ma non del tutto. Durante le frequenti visite, nell’ufficio affacciato sul parco in cui si spengono i rumori del traffico dell’agitato quartiere dei Campi Elisi, il presidente accoglie con il sorriso, comunque con serenità , le domande in cui si annidano le critiche alla lentezza del suo governo. L’opposizione ne denuncia l’inazione, la sinistra si spazientisce, l’opinione pubblica si impenna ed esprime giudizi negativi.
Lui reagisce difendendo il primo ministro Jean-Marc Ayrault, al quale si rimproverano la passività e le numerose gaffes. Ayrault, dice Hollande, è il bersaglio di rimproveri in realtà rivolti a lui, il presidente.
La destra pensa che la sinistra abbia vinto le elezioni per effrazione e che la sua occupazione del potere sia illegale.
Ma lui è presidente per cinque anni. Lo sottolinea con insistenza. E a chi si pronuncia per un’azione rapida, immediata, una specie di New Deal francese, risponde di voler procedere a tappe.
In un paese in cui le spese pubbliche, ereditate da Sarkozy, arrivano al 56 per cento, un livello non raggiunto neppure in Svezia, il margine d’azione del governo socialdemocratico è risultato assai limitato.
Hollande ha fatto male a non offrire subito all’opinione pubblica una visione realistica della situazione economica, e a minimizzare con i suoi silenzi l’importanza della crisi subita dalla Francia.
Si è comunque ben guardato dal ridurre drasticamente le spese pubbliche, per avvicinarle al livello tedesco (46 per cento), e dall’attenuare la rigidità del mercato del lavoro.
Ha invece scelto di aumentare le tasse, con il rischio di degradare la competitività delle imprese. Questo ha fatto inorridire gli economisti tedeschi e messo in allarme il governo di Berlino, preoccupato dalla prospettiva di vedere la Francia affiancata ai paesi del Sud Europa, dei quali non ha finora condiviso la situazione, pur non presentando conti esemplari, come i paesi del Nord.
A tranquillizzare un po’ i tedeschi è stata la recente decisione di aumentare di circa mezzo punto l’Iva e di accordare un credito di venti miliardi alle imprese, al fine appunto di migliorare la loro competitività .
Franà§ois Hollande dovrà infine uscire dalla proverbiale riserva. La vivace cordialità riservata ai visitatori dell’Eliseo dovrà estenderla ai quattrocento giornalisti presenti alla conferenza stampa, e alla Francia in ascolto.
L’impopolarità , lo scetticismo dei francesi, i numerosi punti oscuri della sua politica economica, peseranno su domande e risposte.
Alcune promesse fatte durante la campagna elettorale sono state mantenute, altre no. Non ancora. Il presidente dovrà giustificarsi. Spiegare.
Ecco qualche esempio. Il candidato Hollande aveva promesso di non aumentare l’Iva, ma l’ha aumentata. Sia pure di poco.
Aveva promesso di rinegoziare il trattato budgetario europeo firmato da Sarkozy, e si è accontentato di un capitolo annesso chiamato “patto per la crescita”.
In quanto alla fiducia che il candidato si impegnava di suscitare nel paese, manca all’appello, visti i pessimi sondaggi.
Il personaggio Hollande affronta un esame non facile.
Bernardo Valli
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Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
SI PREVEDE UNA CRESCITA ANNUA TRA IL 13% E IL 18%… PASSERA’ DA UN VALORE DI 31 MILIARDI NEL 2010 A 59 MILIARDI NEL 2015
Il contributo che il web fornirà all’economia dell’Italia nel 2015 oscillerà tra il 3,3% e il 4,3% del Pil, e la cosiddetta ‘internet economy’ registrerà una crescita annua tra il 13% e il 18%, raggiungendo un valore di 59 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto ai 31 miliardi del 2010.
Lo ha detto da Giorgia Albetino, responsabile relazioni istituzionali di Google, in occasione di un’intesa siglata con Regione Toscana e Cna, dedicata alla formazione dei giovani e digitalizzazione delle Pmi.
Albetino ha illustrato alcuni dati di una ricerca intitolata ‘Fattore Internet’, realizzata dal Boston Counsulting group in collaborazione con il gigante di Mountain View. L’analisi dimostra, ha ricordato Albetino, che le imprese attive sul web fatturano, assumono ed esportano di più e sono più produttive di quelle che su internet non sono presenti.
Negli ultimi tre anni “le Pmi attive su internet hanno infatti registrato una crescita medi dell’1,2% dei ricavi, rispetto a un calo del 4,5% di quelle ‘offline’, e un’incidenza di vendite all’estero del 15% rispetto al 4% di quelle non presenti in rete”.
Secondo lo studio inoltre, in un ipotetico paese medio, l’aumento della difffusione di internet del 10%, comporta un aumento dell’occupazione dello 0,44% e dell’1,47% per quella giovanile.
(da “La Repubblica“)
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