Novembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
L’OPERA POTREBBE ESSERE PRONTA NEL 2016 MA MANCA ANCORA UN MILIARDO
Se il Mose fosse già in funzione – e questo, come vedremo, sarà possibile solo a partire dal 2016 – l’acqua alta dell’11 novembre si sarebbe ridotta a qualche pozzanghera in Piazza San Marco.
Venezia sarebbe rimasta all’asciutto e la nave da crociera che alle nove e trenta del mattino, con il picco di alta marea a 149 centimetri, transitava serena a pochi metri da Palazzo Ducale – mentre alcuni turisti nuotavano in costume davanti alla Basilica – avrebbe atteso in mare l’abbassamento delle dighe mobili.
In alternativa, e solo dopo le attente valutazioni dell’armatore, sarebbe entrata in laguna attraversando la conca di navigazione alla bocca di porto di Malamocco con la sola possibilità di ormeggiare a Marghera.
Delle tre bocche — i varchi che collegano la laguna con il mare e attraverso i quali si svolge il flusso e riflusso della marea — quella di Malamocco (le altre due sono quelle di Lido e di Chioggia) è infatti l’unica a disporre di una conca per permettere alle grandi navi di raggiungere il porto anche con l’alta marea.
Escluso, in ogni caso, il dolente passaggio per Bacino San Marco.
Spiegando per filo e per segno cosa sarebbe accaduto se l’infinito e contestatissimo Mose — l’immensa opera ingegneristica che salverà Venezia e la laguna dalle mareggiate — fosse già in funzione, i tecnici del Consorzio Venezia Nuova (il concessionario che ne segue i lavori e funge da interfaccia con il Ministero delle infrastrutture e il Magistrato alle acque), assicurano che, all’alba della scorsa domenica, i commercianti veneziani avrebbero potuto dormire sonni tranquilli, lasciare a casa gli stivali e non sforzarsi di sollevare da terra scatoloni, mobili e merce per salvarli dalle acque.
«Il Mose si sarebbe alzato alle 4.30 per fermare la marea, alle 13.00 sarebbe stato riaperto e tutto sarebbe tornato come prima — spiegano dal Consorzio — La città sarebbe dunque rimasta all’asciutto, protetta dall’ennesima acqua alta che, puntualmente, ricorda l’urgenza e la necessità di portare quest’opera a compimento».
Sulle piattaforme, gli operai lavorano incessantemente per ultimare l’opera, il cui cantiere si è aperto nel 2003.
Dopo le polemiche sulla sua utilità , sui costi (in tutto 5,5 milioni di euro) e dopo i ritardi causati dalla burocrazia e dalla crisi, solo eventuali problemi di finanziamento potrebbero fare slittare l’inaugurazione.
Ma al Consorzio assicurano che non sarà così: nel 2013 arriveranno 50 milioni di euro, e nei tre anni successivi il miliardo necessario per consegnare l’opera.
Il Mose, secondo i tecnici, è in grado di respingere l’avanzare violento della marea anche in caso di previsioni sbagliate.
Basta prendere come esempio proprio l’11 novembre: inizialmente era stata annunciata una marea di 120 centimetri ma poco dopo, toccati i 149 centimetri con forti raffiche di scirocco, si è trasformata in un evento dalla portata eccezionale.
E il tutto a pochi giorni da un’altra giornata bagnata per Venezia: quella del 1° novembre scorso, quando la marea ha sommerso la città arrivando a quota 143 centimetri.
«Il funzionamento del Mose — spiegano i tecnici — non dipende solo dalla previsione dei colmi di marea ma dalla misurazione in tempo reale dell’innalzamento del livello delle acque di fronte alla bocca di porto di Lido. È un sistema flessibile che può prevedere la chiusura, in base alle necessità , anche di una sola bocca».
Il Mose è programmato per fronteggiare eventi di alta marea che, da previsioni, superano i 110 centimetri sul medio mare e arrivano a un massimo di tre metri.
Ma una volta scattata l’allerta, la manovra di chiusura viene gestita in base all’evoluzione del livello marino.
«Le paratoie mobili — spiegano dal Consorzio — scattano molto prima che la marea raggiunga il picco».
Nel caso dell’acqua alta di domenica, le dighe mobili si sarebbero dunque alzate all’alba mantenendo, in laguna, un livello di marea non superiore ai 90 centimetri, innocuo per il resto della città .
Silvia Zanardi
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Novembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
IN PARLAMENTO LA RIVOLTA DI CHI HA PAURA DELLA STAMPA LIBERA
Odiano i giornalisti, che definiscono «un’altra Casta», quasi solo come odiano i magistrati. Inutile
girarci attorno: al Senato c’è una maggioranza bipartisan di eletti che cerca solo occasioni per dimostrare tutto il livore che ha accumulato in questi mesi verso chi gli si contrappone, nelle aule di giustizia come sulle pagine di giornali.
I 131 che hanno votato a favore della reintroduzione del carcere per i giornalisti, incattiviti dalla prossima fine della legislatura, e dalla quasi certezza che in pochi torneranno ai velluti di palazzo Madama, li descrive così, senza peli sulla lingua, uno che li conosce bene, Giampiero D’Alia, galantuomo siciliano, capogruppo dell’Udc: «Il voto del Senato – spiega – è un segnale di vendetta che disonora il Parlamento e la scelta di trincerarsi dietro il voto segreto è un chiaro segnale di debolezza di un’aula che assesta un colpo micidiale alla sua credibilità ».
Ha un bell’esultare, quindi, il senatore leghista Fabio Rizzi, che definisce il voto pro-carcere «uno spunto d’orgoglio» e addirittura «il primo atto di responsabilità di un Parlamento finora prostrato ai voleri di questo governo golpista, che deve prenderne atto ed autosospendersi, per il bene della nazione, andare a casa e smetterla di fare danni».
In verità i 131 senatori anti-giornalisti non pensavano certo al governo, quando hanno pigiato il pulsante.
Più banalmente volevano togliersi un sassolino dalla scarpa.
E questo sassolino si chiama libera stampa.
Qualche esempio dal dibattito parlamentare dei giorni scorsi per capire l’aria che tira contro la categoria dei reporter.
Il senatore Sandro Mazzatorta, Lega, che s’è battuto da subito contro l’abolizione del carcere: «Abbiamo piegato le esigenze della legislazione ad un caso concreto, peraltro di un giornalista, Sallusti, il quale ci definisce – il collega Mura stamattina non ha citato le dichiarazioni del giornalista – come un Senato di incapaci, di persone che non conoscono nemmeno la materia su cui stanno legiferando, concludendo: meglio in carcere che in ginocchio da voi!».
Il senatore Franco Nitto Palma, Pdl, s’è speso a difesa di multe salate da 100 mila euro: «La sanzione pecuniaria deve avere una sua consistenza. Al di là di questo, penso che il problema si risolve sul piano civilistico, cioè del risarcimento dei danni, ma troppo spesso siamo stati abituati a forme risarcitorie che non sono tali da compensare i danni creati ai cittadini».
Il senatore Franco Mugnai, Pdl, voleva la rettifica obbligatoria per tutti, testate su carta e non, senza troppi riguardi per i blog: «E’ in atto un’operazione di strumentalizzazione sia da parte di alcuni esponenti politici in cerca di visibilità , sia da parte dello stesso mondo giornalistico».
Il senatore Giacomo Caliendo, Pdl, era schierato a difesa delle rettifiche da pubblicare immediatamente e senza commento: «Ci vuole – diceva – l’obbligo di rettifica immediata, senza la valutazione di nessuno, nè del direttore, nè del giornalista, perchè l’unica cosa davvero importante è che si riconosca al diffamato il diritto di poter chiedere che venga pubblicata la sua versione dei fatti».
Ma il capofila di tutti gli arrabbiati, quello che ha avuto almeno il coraggio di metterci la faccia, chiedendo di mantenere il tetto dei 100 mila euro di multa e la pena accessoria dell’interdizione, è Francesco Rutelli.
«No al discount della diffamazione. Libertà d’informazione non è libertà di diffamare».
È stato uno slogan che ha fatto molta presa al Senato.
E comunque non solo a destra o al centro c’era voglia di severità .
La senatrice Silvia Della Monica, Pd, era a favore della sospensione dalla professione.
Il senatore Gerardo D’Ambrosio ha chiesto il raddoppio delle multe per i giornali sovvenzionati dallo Stato.
Conclusioni di un giornalista prestato alla politica come Enzo Carra: «Senato contro giornalisti: il lupo perde il pelo ma non il vizio. Tagliare il pelo!».
Francesco Grignetti
(da “La Stampa“)
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Novembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
AI FINI CLIENTELARI APPROVATI EMENDAMENTI A PIOGGIA
“La ricostruzione dei fatti è del tutto errata e destituita di ogni fondamento: non c’è nessun arretramento”.
Con queste parole insolitamente dure, un paio di giorni fa il governo aveva smentito di aver effettuato un “blitz alla Camera” per annacquare le norme che impongono il pagamento dell’Imu dal 2013 anche per le attività commerciali degli enti no profit (congregazioni religiose comprese), come suggerivano alcuni giornali.
Ma in realtà , di blitz alla Camera se ne stanno facendo altri in questi giorni e col governo più che altro spettatore.
Ci si riferisce agli emendamenti alla legge di Stabilità approvati negli ultimi due giorni a fini elettorali e/o di clientela: non c’è più l’assalto alla diligenza delle vecchie Finanziarie, per carità , quanto piuttosto la distribuzione delle briciole rimaste sulla tovaglia.
Eccovi qualche esempio:
Manfredonia e la sua Autorità portuale sono un caso emblematico: commissariata da sei anni, gestisce un’infrastruttura che langue nell’inutilità e spende il 50% della sua dotazione in stipendi e spese generali contro il 2,8% della media.
E’ la seconda volta che il governo prova ad accorparla ad altre autorità pugliesi e non ci riesce: domenica notte, da ultimo, a salvarla ci ha pensato una “riedita” alleanza tra Pdl, Udc e Lega, benedicente il sottosegretario Polillo.
Regista, dicono fonti parlamentari, il vicepresidente della Camera Antonio Leone, feudatario di Manfredonia per i berluscones: d’altronde, in ballo, ci sono i lavori di ammodernamento del porto e manutenzione dei fondali, roba da 60 milioni di euro.
Il Belice e la sua ricostruzione quasi cinquantennale sono dentro la legge di Stabilità . L’altro ieri mattina i deputati commissari al Bilancio hanno trovato modo di stanziare ben dieci milioni di euro per il 2013 a favore delle zone della Sicilia occidentale colpite dal terremoto del 1968.
Firmatario dell’emendamento è Giuseppe Marinello, dentista, deputato di Sciacca (Agrigento), fedelissimo di Angelino Alfano e, nonostante il tracollo elettorale, suo plenipotenziario nelle terre natie.
Gli Lsu, gli ormai famigerati lavoratori socialmente utili, non mancano neanche stavolta.
Sempre su proposta dell’efficace amico di Alfano, Giuseppe Marinello, la commissione Bilancio ha stanziato un milione di euro per la stabilizzazione degli Lsu nei comuni con meno di 50 mila abitanti.
I soldi, curiosamente, vengono sottratti a vecchi stanziamenti con lo stesso scopo destinati a Napoli e Palermo.
Certo un milione è una cifra sospetta, troppo poco per servire a tutti. E infatti servirà solo a Sciacca, comune che ha dato i natali proprio a Marinello: ce lo dice addirittura un comunicato del Pdl cittadino in cui si ringraziano deputato e governo.
L’Inps e il suo immenso patrimonio restano fuori dalla stretta sull’acquisto o l’affitto di immobili per la Pa: lo ha deciso un emendamento di Pd, Pdl e Udc che esclude gli enti previdenziali pubblici e privati dal nuovo regime.
Così Mastrapasqua e soci non dovranno sottostare alle decisioni (e ai prezzi) del fondo unico creato dal governo.
Il taglio delle tasse finto non manca mai: con uno degli emendamenti dei relatori viene costituito l’ennesimo fondo per tagliare le imposte dall’anno prossimo.
Come sempre. La minoranza italiana in Croazia e Slovenia verrà finanziata con 3,5 milioni di euro, le associazioni degli esuli istriani con 2,3 milioni.
Tutti contenti: la strana maggioranza, la Lega e pure il ministro degli Esteri Terzi.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
NIENTE IRAP PER LE MICRO IMPRESE… IL GOVERNO STANZIA 6,5 MILIARDI DI SCONTI IN TRE ANNI
Cambia ancora l’impianto della legge di Stabilità , con l’emendamento in materia fiscale depositato
martedì in commissione Bilancio: tra maggiori detrazioni sui carichi familiari, riduzione dell’Irap e aumento delle risorse per la produttività , governo e maggioranza vogliono destinare a famiglie e imprese quasi 1 miliardo nel 2013, circa 3 miliardi nel 2014 e 2,5 miliardi dal 2015.
CANCELLATO INCREMENTO IVA
In attesa della votazione in Commissione Bilancio, prevista per la giornata di mercoledì, la proposta di modifica cancella l’incremento dell’Iva dal 10% all’11% a partire dal primo luglio 2013.
Viene eliminata la riduzione delle due aliquote più basse dell’Irpef, e le risorse vengono destinate alle famiglie, attraverso l’abolizione dei tetti e delle franchigie per le detrazioni familiari, inizialmente prevista dal decreto del governo.
In particolare, delle risorse liberate con la modifica della norma che riguarda l’imposta sui redditi, un miliardo sarà destinato nel 2013 per la riduzione dei carichi di famiglia.
PER I FIGLI SOTTO I TRE ANNI
L’emendamento rivede le detrazioni per i figli a carico, che passano da 800 a 980 euro. In caso di figli con meno di tre anni l’agevolazione passa da 900 a 1.080 euro.
Anche per le deduzioni a valere sulla base imponibile Irap l’emendamento non modifica le norme vigenti, limitandosi ad aumentare le soglie previste dalla legge istitutiva dell’Irap: a seconda dei casi le detrazioni salgono da 4.600 e 7.500 euro e da 9.200 a 15mila euro.
ESENZIONE IRAP E AGEVOLAZIONI
Per quanto riguarda le imprese le buone notizie arrivano nel 2014.
L’emendamento prevede un fondo da 540 milioni (248 nel 2014, 292 nel 2015) per garantire l’esenzione dell’Irap alle micro imprese.
Per le altre imprese salgono le deduzioni forfettarie per le assunzioni a tempo indeterminato (che salgono a 7.500 euro) e per le assunzioni di donne e giovani sotto i 35 anni con sgravi che arrivano a 13.500 euro.
Nel Mezzogiorno le agevolazioni fiscali arrivano invece a 15mila euro, e per gli under 35 fino a 21mila euro.
Poi via libera alla tutela di altri 10.130 esodati: con l’emendamento dei relatori al ddl stabilità , approvato in commissione Bilancio alla Camera, si allarga la platea dei salvaguardati tra coloro che sono rimasti senza lavoro e senza pensione.
PROSSIME TAPPE
Il voto finale è previsto per il 22 novembre intanto è prevista l’ audizione in commissione Finanze del Senato per Grilli che martedì, al termine dell’Ecofin, ha definito permanentemente in ordine da qui fino al 2014 i conti pubblici italiani, negando la necessità di nuove manovre per mantenere il bilancio strutturalmente in pareggio dopo l’anno prossimo, come invece suggerivano le ultime stime della Commissione europea.
(da “il Corriere della Sera“)
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