Giugno 22nd, 2013 Riccardo Fucile
VANNO AGGIUNTI DUE MILIONI DI GIOVANI CHE NON TROVANO IMPIEGO
Il numero dei nuovi disoccupati creati dalla crisi ha superato il milione: per la precisione sono
1.031.151 le persone che hanno perso il lavoro fra il 2008 e il primo trimestre 2013.
Si aggiungono ai due milioni di disoccupati “preesistenti” e quindi portano il totale a tre milioni di persone in cerca di lavoro nel nostro Paese.
Sono gli ultimi dati dell’Istat, le estrapolazioni non ancora elaborate nè pubblicate che Repubblica ha potuto vedere, a confermare questo dramma.
In totale, se ancora nel 2008 lavoravano 23 milioni e 405mila italiani, questo numero si è ridotto nei primi mesi di quest’anno a 22 milioni 374mila.
E, come si vede dai grafici che pubblichiamo, non c’è settore che si sia salvato, nè l’industria manifatturiera, nè il commercio, nè tantomeno l’edilizia.
Ecco l’aspetto più drammatico della recessione che continua incessante a penalizzare il nostro paese ormai da oltre cinque anni, quello su cui sta concentrando i suoi sforzi il governo Letta. Che non perde occasione per insistere presso i suoi colleghi europei sull’assoluta urgenza degli interventi.
Se ne è parlato nel vertice nel consiglio dei ministri del Lavoro europei a Roma la settimana scorsa, si cercherà di varare misure concrete a livello europeo nel vertice dei capi di governo a Bruxelles il 26 e 27 giugno.
E sul piano nazionale è in pieno svolgimento il confronto fra il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, e i sindacati sul “pacchetto” di misure più urgenti, dagli sgravi sulle assunzioni alla caduta dei vincoli sull’apprendistato.
L’Italia è il paese più colpito dalla disoccupazione è arrivata al 12,8% nella media nazionale, ma se si va a vedere la fascia giovane, cioè dai 18 ai 24 anni, è già al di sopra del 40%.
E al Sud la disoccupazione giovanile supera ormai il 50%. Un ragazzo su due nel Mezzogiorno non trova lavoro.
I crolli, a leggere le cifre, sono devastanti: nella sola Campania gli occupati sono scesi da 1 milione e 680mila a un milione e 578mila: un crollo secco di oltre 100mila unità , pari quasi all’8%.
In Puglia, la terra dell’Ilva (dove sono a rischio 20mila posti), la caduta è già stata, in poco più di quattro anni, di 108mila occupati: da 1 milione 286mila a un milione 178mila, ovvero quasi il 9%.
Ma ovunque, anche al Nord, gli effetti della recessione sono drammatici: in Veneto sono andati persi 75mila posti, in Toscana 70mila, in Lombardia 60mila, in Piemonte ben 88mila. Scendendo ancora più in dettaglio, i particolari sono agghiaccianti: nel settore delle costruzioni, tanto per fare un esempio, in Campania gli occupati sono scesi da 158mila a 97mila fra il 208 e il 2013.
Nello stesso periodo in Sardegna, guardando stavolta al settore industriale in senso lato, cioè compreso sia il manifatturiero che l’edilizio, i lavoratori sono crollati da 131mila a 99mila.
Quale miracolo dovrà mai avvenire per permettere di recuperare oltre 60mila dipendenti nell’edilizia in Campania o 32mila nell’industria in Sardegna?
La Cgil è stata accusata di eccessivo pessimismo quando ha detto che serviranno 63 anni per raggiungere di nuovi i livelli pre-crisi, ma queste cifre le danno ampiamente ragione.
Le cronache restituiscono giornalmente dati da bollettino di guerra. Perfino nella sede del Pdl, il partito che doveva creare “un milione di posti di lavoro” e invece ha contribuito a bruciarne in egual misura, 200 dipendenti protestano perchè saranno licenziati con la fine del finanziamento pubblico dei partiti.
Le cifre in gioco sono ben peggiori, da un angolo all’altro della penisola.
Alla fine della settimana scorsa al presidio organizzato a Milano da Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil, le tre confederazioni degli edili, si è appreso che la crisi del settore in Lombardia è ancora più profonda di quanto dicano le cifre. “Oltre ai 50mila lavori persi l’indotto ha visto ridursi i dipendenti di circa 90.000 unità – puntualizza Battista Villa, segretario generale Filca Lombardia – senza disporre degli ammortizzatori sociali”.
A Taranto i dipendenti dell’Ilva continuano a lavorare con la spada di Damocle del fallimento del gruppo, che ora è affidato a un commissario con i proprietari sotto processo. E se l’Ilva chiude torna in discussione l’intero piano siderurgico nazionale e i lavoratori coinvolti diventano 40mila, senza contare la minaccia di un profondo ridimensionamento anche della Fiat di Melfi, che a Taranto compra l’acciaio.
La stessa Fiat tra l’altro ancora deve gestire la reindustrializzazione di Termini Imerese, in Sicilia, dove 1300 operai hanno perso il posto e sono tuttora in cassa integrazione. E che dire della Sardegna?
L’Alcoa miracolosamente non ha chiuso, ma ora c’è il nuovo limite a novembre che torna a inquietare 900 dipendenti, e poco lontano c’è la Carbosulcis, dove come riferisce il segretario provinciale della Uiltec dell’Iglesiente, Mario Crò, “la Regione, in attesa di conoscere le decisioni Ue sulle misure a sostegno per garantire gli stipendi è costretta a ricorrere ai fondi per la messa in sicurezza della miniera”.
Le crisi si accavallano: nel Lazio, vicino Rieti, la multinazionale francese dell’elettronica Schneider minaccia di chiudere la fabbrica lasciando a terra 181 dipendenti, e ad Anagni (Frosinone) l’indiana Videocon ha già abbandonato lo stabilimento licenziando tutti i 780 lavoratori e lasciando agli enti locali e al consorzio industriale della provincia l’immane compito di trovare una soluzione.
E poi mille crisi locali, fronteggiate con coraggio e disperazione: quelli che hanno portato le operaie della Mabro di Grosseto, fabbrica di abiti in agonia, a lavorare per mesi senza stipendio dormendo in mensa per paura di essere estromesse dalla proprietà , oppure gli operai specializzati di Casalbertone, periferia romana, a riconvertire a loro spese l’impianto un tempo prestigioso chiuso dalla Wagon Lits.
Per non parlare della cintura torinese, dove un intero “pianeta” industriale, quello dell’indotto Fiat, è stato travolto dalla crisi dell’auto e dell’azienda-faro.
Nomi gloriosi come la De Tomaso di Grugliasco, ex Pininfarina rischiano di essere cancellati dalla mappa dell’economia italiana.
È uno stillicidio senza fine: il tasso di disoccupazione in aprile, ultime stime ufficiali, ha raggiunto il 12,8%, il dato peggiore da quando vengono rese note le serie storiche, cioè dal 1977.
Nel Sud si supera ormai il 20% di disoccupazione. Nell’ultimo anno si sono persi 475mila posti, portando il totale dall’inizio della crisi come si è visto ad oltre un milione, e il numero dei senza lavoro a ben più di 3 milioni.
Fra i giovani (18-24 anni) il dato nazionale medio è sconcertante: 41,9% di disoccupati, il peggiore d’Europa alla pari con Spagna e Grecia.
La peggior situazione in assoluto è per le donne del Mezzogiorno: 56,1%, molto più della metà . E come sempre questi dati non tengono conto della massa di precari senza alcuna garanzia nè certezza, di chi ha rinunciato a cercare un posto, degli “inattivi” che vanno avanti con piccoli lavoretti in nero, di chi stenta a sopravvivere con una miserrima pensione sociale, insomma di chi esce dalle statistiche per un motivo o per l’altro.
In totale, calcola l’Ires della Cgil, l'”area della sofferenza” riguarda in Italia non meno di 9 milioni di persone. “Solo negli ultimi 12 mesi – ricorda Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Trentin della stessa Cgil – c’è stato un incremento del 10,3% in questa stima, pari a 818mila unità , e rispetto al quarto trimestre 2007 l’aumento è del 46,4% pari a 2,8 milioni”.
Le realtà locali sono allarmanti: “Nell’isola il fenomeno della povertà investe 400mila persone”, dice per esempio Mario Medde, leader della Cisl sarda.Altrettanto drammatiche le cifre sulla cassa integrazione. “Tra gennaio e aprile 2013 hanno chiesto aiuto alla sola cassa integrazione straordinaria oltre duemila aziende”, spiega Giampiero Castano, un passato da sindacalista della Fiom, oggi capo dell’unità di crisi al ministero dello Sviluppo economico.
I cassintegrati non figurano ancora ufficialmente come disoccupati, in qualsiasi delle tre categorie ricadano: la cassa ordinaria, quella attribuita nel caso di conclamate crisi di settore, quella straordinaria che riguarda i casi di ristrutturazione aziendale, e quella in deroga.
È quest’ultima la categoria più a rischio perchè, a differenza delle prime due, non è finanziata da un fondo rotatorio basato sui contributi delle stesse aziende e gestito dall’Inps (che risulta ancora oggi miracolosamente in attivo) ma deve essere continuamente rifinanziata dallo Stato: creata nel 2009 appunto per reagire alla crisi economica che stava piombando sul sistema Italia, la cassa in deroga è servita per sovvenzionare tutti i settori finora esclusi: le aziende con meno di 15 dipendenti, gli artigiani, i commercianti, i dipendenti del settore turistico e così via.
Prima la finanziavano le regioni, da quest’anno direttamente lo Stato, e l’Inps funge anche in questo caso da ente erogatore: non senza polemiche perchè proprio la settimana scorsa l’ente presieduto da Antonio Mastrapasqua si è lamentato che non può continuare ad anticipare allo Stato, come sta succedendo, importi sempre più cospicui.
Nel complesso, considerando le tre categorie e calcolando non tutti i cassintegrati sono a zero ore, cioè non lavorano per niente, ma più spesso lavorano meno ore e si alternano in modo da non restare più di tre mesi lontani dal posto di lavoro, la cassa integrazione interessa oggi circa 500mila lavoratori.
Se si aggiungessero ai tre milioni di disoccupati le cifre sarebbero ancor più da brivido. C
i provò proprio nel 2009 la Banca d’Italia, osservando appunto che i cassintegrati sono da equiparare ai disoccupati e rifacendo i conti: uscì fuori che il tasso “vero” non era il 7,5% di allora ma si arrivava al 10%.
Apriti cielo: gli allora ministri Giulio Tremonti (Tesoro) e Maurizio Sacconi (Lavoro) insorsero, accusando la Banca d’Italia di diffondere cifre inappropriate, e da allora di questi calcoli ufficialmente non se ne sono fatti più. Ma la sostanza resta.Insomma la crisi del lavoro assume sempre più, ogni giorno che passa, i toni di un’emergenza nazionale.
Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, la ricorda con allarmante sistematicità .
Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, l’ha posta in testa alle priorità nelle Considerazioni Finali lette il 31 maggio all’assemblea.
Il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, all’assemblea degli industriali di una settimana prima aveva parlato di “situazione tragica”.
Il premier Enrico Letta assicura che proporrà ai partner europei un grande piano comune per l’occupazione al vertice annuale di fine giugno, ora che grazie alla chiusura della procedura per deficit eccessivo l’Italia può tornare a far sentire la sua voce.
Nel frattempo, conferma il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, il governo è impegnato a utilizzare con il massimo risultato possibile i fondi europei che la chiusura stessa della procedura ha reso disponibili, e raccomanda di “usare i margini che si sono aperti, gli stessi che quest’anno vengono assorbiti dalla restituzione dei debiti alle imprese, per programmi di occupazione giovanile”.
Ma quale diabolica coincidenza di fattori si è intrecciata per penalizzare così tanto il lavoro nel nostro Paese?
Le cause vengono da lontano, ammonisce Gary Pisano, il docente di management ad Harvard che è considerato uno dei più prestigiosi studiosi del settore e ha fatto da consulente a Barack Obama per risolvere la disoccupazione in America. “Negli ultimi vent’anni in tutto il mondo – spiega Pisano – si è sottovalutata l’importanza della manifattura come fonte stabile e sicura di lavoro. Si è scelta la finanza o i servizi, dimenticando che solo dalle gloriose fabbriche, per quanto tecnologicamente evolute, viene l’apporto-lavoro più significativo di lungo periodo”.
Che una bella fetta delle colpe sia da attribuire alla finanza, “e alla sua illusione di poter diventare ricchi in fretta”, lo pensa anche Fabrizio Pezzani, economista della Bocconi: “Anche fiscalmente, si è sempre più penalizzato il lavoro, sia dal punto di vista dell’impresa che da quello del dipendente, rispetto alle imposte su rendite e grandi patrimoni. Nel 1929 le imposte sul reddito erano il 22% e quelle sulla successione il 20%, oggi sono il 10% sul reddito e praticamente zero sulla successione”.
Proprio su una riformulazione del sistema fiscale si basano le speranze del governo italiano di ricavare i fondi per l’occupazione innanzitutto giovanile: finanziando per esempio periodi di apprendistato, riducendo il carico contributivo e fiscale per chi assume dipendenti minori di 25 anni, fornendo contributi speciali a tasso agevolato alle aziende che s’impegnano ad occupare giovani (o anche ad assumere tout court).
Tutte misure urgentissime ma altrettanto insidiose: il pericolo, ha ammonito la settimana scorsa il ministro del Tesoro, Fabrizio Saccomanni, è che gli esborsi pubblici necessari finiscano col far ripiombare l’Italia nella situazione di “deficit eccessivo”, la procedura di cui si parlava prima, con la riapertura dell’istruttoria che è stata chiusa con grandissima fatica e forte entusiasmo pochissime settimane fa.
E allora per l’Italia si riaprirebbe ancora una volta il baratro.
Su questo sottilissimo crinale il governo e i sindacati sono costretti a camminare.
Eugenio Occorsio
(da “la Repubblica“)
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Giugno 22nd, 2013 Riccardo Fucile
RIPRODOTTO OGGI DA CASALEGGIO IL CONTENUTO DI UN ARTICOLO DI FANPAGE.IT DEL 10 MAGGIO… CON L’ALLARMISMO SI CREA INTERESSE, AUMENTO LE VISITE E SI GUADAGNA SULLA PUBBLICITA’: E’ QUESTO L’ESEMPIO GRILLINO DA SEGUIRE?
Il post che vedete è stato postato pochi minuti fa da Cadoinpiedi, la notizia però è vecchia di mesi così come l’articolo riportato.
Per attirare gente sul sito usano questi mezzucci.
Questo secondo Casaleggio dovrebbe essere un sito di “informazione indipendente” e un esempio di deontologia professionale.
Purtroppo, che la salute di Razinger sia in rapido declino è fatto noto da mesi, così come l’articolo postato da Cadoinpedi, già pubblicato a suo tempo.
L’articolo ripreso da Cadoinpiedi è questo: http://www.fanpage.it/papa-benedetto-xvi-ha-perso-meta-del-suo-peso-sono-scioccato/
Guardate bene la data dell’articolo: “10 maggio 2013”.
Un articolo di più di 40 giorni fa.
Questa è informazione?
E qualcuno ha ancora il coraggio di dare lezioni di stampa libera, corretta e indipendente?
argomento: Grillo | Commenta »
Giugno 22nd, 2013 Riccardo Fucile
“NOI CI ABBIAMO MESSO LA FACCIA E SIAMO STATI LASCIATI SOLI, PER DUE MESI ABBIAMO FATTO ORE DI ASSEMBLEE INUTILI”
“Il Movimento 5 Stelle? E’ come se gia’ non esistesse piu’. Se implodera’ e’ questione di tempo.
Non intravedo gli anticorpi per andare avanti”.
Parola di dissidente e, ormai, fuoriuscito.
E’ infatti l’ex deputato grillino Alessandro Furnari, da poco passato al Misto, a dire che “Casaleggio e’ un gran comunicatore attraverso Internet ma ha commesso un gravissimo errore di gestione delle risorse umane”.
“Non ci conosce nemmeno tutti, non sapeva chi avesse a disposizione”, prosegue Furnari.
“In tanti vogliono uscire dal gruppo, solo che non ne hanno il coraggio. Ma pian piano usciranno”, anticipa.
Certo, “c’e’ la gogna mediatica, fuori.E’ difficile spiegare la situazione ai cittadini. Sono amareggiato, e credo si veda, ma ci sono tante altre cose che nemmeno sto dicendo. Immaginate quanti problemi ci sono”.
Per la verita’ anche l’etichetta cucitagli addosso dai media gli va stretta: “Non sono mai stato un dissidente, questo dovrebbe far riflettere i parlamentari. Per i primi due mesi – spiega ancora Furnari – abbiamo fatto ore e ore di riunioni e assemblee quasi inutili”.
“C’e’ – incalza – una disorganizzazione imperante. Siamo stati lasciati soli da Beppe Grillo, che e’ venuto ogni tanto. Soli e disorganizzati, senza che nessuno ci indicasse una via. Noi ci abbiamo messo la faccia e ci hanno lasciati soli”.
Parlando della sua citta’, Furnari ha poi accennato alla questione Ilva: “Sono deluso dal Movimento sulla questione Ilva. Sono quasi 4 anni che e’ nato il Movimento e ancora non ci sono fatti. Verra’ – annuncia – Grillo a Taranto per parlare con sindacati, cittadini, operai: al telefono mi ha detto che sta contattando i piu’ grandi esperti dell’acciaio d’Europa. E anche dopo che sara’ venuto non sara’ deciso nulla perche’ forse non c’e’ la volonta’ di farlo”.
(da Agi.it)
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Giugno 22nd, 2013 Riccardo Fucile
“NON LASCIO PER I SOLDI, L’ARIA SI ERA FATTA SOFFOCANTE”… “DELUSA DAL MOVIMENTO, NON ME L’ASPETTAVO COSI”… E IERI HA CONSEGNATO L’ASSEGNO DI 6.000 EURO A UN CENTRO PER DISABILI
Per soldi o per principio? È buona o cattivissima la ex-cittadina e ora ufficialmente solo senatrice Paola De Pin, che ieri mattina ha dato le dimissioni dal gruppo Cinque Stelle?
«Sono una persona onesta. E adesso mi sento più leggera».
Senatrice Paola De Pin, lascia il Movimento per una questione di soldi?
«Ma dai, non scherziamo. Io non ho problemi di denaro. Vengo da una famiglia che sta bene. Pensi che…». In sottofondo si sente l’urlo di qualcuno che dice: «Paola, non c’è bisogno che racconti i dettagli della nostra vita». Lei frena. «Insomma, voglio dire che il punto non è questo. Non mi faccia passare male».
Qual è il punto?
«L’aria nel gruppo si era fatta soffocante».
Perchè?
«Non mi va di fare polemiche, non mi sembra il caso. Ma io sono una cittadina qualunque, che pensava fosse possibile fare un lavoro di un certo tipo».
Invece?
«Invece sono rimasta molto delusa. Non è così che mi aspettavo le cose. Sono un essere umano e non posso rinunciare a pensare con la mia testa».
Il Movimento lo impedisce?
«Ripeto, non voglio mettere in difficoltà i Cinque Stelle. Credo ancora in certi valori e continuerò a votare con loro».
Non si dimetterà da senatrice?
«Vedremo. Devo riflettere. Questo week end a casa con i miei mi farà sicuramente bene».
Quanto ha inciso la vicenda Gambaro nella sua scelta?
«Molto. Anche se era da un po’ che sottolineavo il mio disagio nel gruppo. Ad Adele voglio comunque esprimere ancora la mia solidarietà . Non è giusto trattare così una persona».
Come l’hanno trattata?
«L’avete visto. È stata sottoposta a una gogna mediatica. Il processo politico contro di lei mi ha lasciato una profonda ferita. Il pericolo è che ora nessuno voglia esprimere il proprio disaccordo per paura delle conseguenze. L’ho scritto anche nel comunicato pubblico».
I suoi colleghi l’accusano di essersene andata solo per non rendicontare la diaria. E tenersi l’eccedenza.
«Falso. Talmente falso che proprio oggi pomeriggio ho versato seimila euro all’Associazione Nostra Famiglia di Conegliano, un centro che si occupa della cura e della riabilitazione delle persone con disabilità , soprattutto in età evolutiva. Mi sono comportata esattamente come avevo promesso ai miei elettori. La verità è che non mi sentivo più al mio posto».
È vero che con i soldi della diaria voleva aprire un ufficio di rappresentanza a casa sua?
«Mi sarebbe servito per lavorare. Ci avevo pensato».
Nella sua abitazione privata?
«Esatto».
Non l’ha fatto?
«No. I colleghi del meet up mi hanno convinto che non era opportuno. Li ho ascoltati e ho dato loro retta».
Una questione di principio.
«Certo. Se facessimo calare un velo di omertoso silenzio verso la scellerata decisione di espellere un parlamentare per avere espresso opinioni non gradite, violeremmo i principi del Movimento e della democrazia».
La Rete come ha preso la sua scelta?
«Per adesso, sulla mia mail del Senato, ogni 10 commenti ce ne sono 7 positivi. Persone che mi dicono: Paola non mollare. Siamo con te. E io non mollo».
Andrea Malaguti
(da “la Stampa“)
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Giugno 22nd, 2013 Riccardo Fucile
ALTRI ABBANDONI SONO IN ARRIVO E I TALEBANI PREPARANO LA SOLITA SCUSA: “LO FANNO PER TENERSI I SOLDI”
«Non è un fulmine a ciel sereno. È arrivato il momento di restituire i soldi, chi se ne vuole
andare vada». Roberto Fico non nasconde l’esasperazione davanti alla domanda sull’addio della senatrice Paola De Pin.
È furioso con la stampa, per non aver spiegato il punto di vista dei 5 stelle nella battaglia contro il decreto emergenze. Vuole concentrarsi su quello, sul lavoro, e non pensare a chi potrebbe lasciare, ancora, il Movimento.
Ma gli ortodossi di Camera e Senato stanno in realtà cercando di capire chi dei cosiddetti “dissidenti” è già pronto ad andare via, e chi è invece “recuperabile”, come ha iniziato a sperare perfino Beppe Grillo.
Non è un caso che il capo politico dei 5 stelle stia continuando a chiamare deputati e senatori per cercare di rasserenare gli animi.
E che abbia deciso di venire a Roma già la prossima settimana, appuntamento che stavolta non dovrebbe saltare e cui potrebbe partecipare anche Gianroberto Casaleggio.
Da una parte, la data di martedì è lo spartiacque ideale: ieri deputati e senatori hanno ricevuto un’email con l’iban del fondo al quale restituire i soldi.
Entro martedì, dovranno far confluire lì la parte eccedente lo stipendio che si sono impegnati a ricevere (5mila euro lordi, circa 3mila netti, su 10mila) e quel che non hanno speso dei rimborsi percepiti (che tra diaria, spese per l’esercizio del mandato, taxi e telefono superano gli 8mila euro al mese).
Il tutto rendicontato voce per voce (nei file excel che neigiorni scorsi i parlamentari studiavano compulsivamente sono compresi titoli come: affitto, caparra, agenzia immobiliare, lavanderia, baby sitting, vestiti).
«Sarà la Rete a decidere se non va bene quello che spendi», rispondono in coro a chi chiede loro cosa sia ammesso e cosa no.
«Chi se ne va adesso lo fa per non restituire», è la linea che filtra dalla comunicazione, che però comincia a temere le dimensioni dell’emorragia.
«Da una parte è meglio che chi non vuole rispettare le regole vada via subito, che non continui lo stillicidio quotidiano – è il ragionamento – ma certo, se fossero in tanti il problema sarebbe difficile da gestire. Èper questo che Grillo è preoccupato ».
Gli ortodossi – che tengono d’occhio «i prossimi» – hanno messo sotto osservazione la senatrice lombarda Monica Casaletto e il deputato Adriano Zaccagnini.
Perchè molti degli altri dialoganti si sono attestati su una linea più attendista.
«Voglio credere a questa tregua», dice Tancredi Turco mentre mangia un panino insieme a Tommaso Currò. «Il fatto che la De Pin abbia lasciatodimostra che le epurazioni non servono, chi se ne vuole andare va via da solo. Io combatto da dentro ».
Il catanese annuisce, dopo la telefonata di Grillo lavora per la pacificazione. E anche la sarda Paola Pinna, pur non convinta della modalità della restituzione dei soldi, non intende mancare l’appuntamento di martedì nèdare alibi a chi vuole mandarla via. Il più inquieto è proprio Zaccagnini.
Ne fa una questione di democrazia, «l’epurazione della Gambaro è stata assurda, antidemocratica, capisco che la De Pin abbia deciso di lasciare, sapevo che aveva avuto dei problemi a livello locale».
Quanto a lui, «ho cercato di fare un appello che non è stato recepito, avevo chiesto ai talebani di cambiare loro per primi i toni, ma è chiaro che non vogliono. Dai messaggi che leggo in chat stanno solo aspettando il momento della diaria. Questa tregua è fittizia, hanno solo paura che le percentuali in favore delle espulsioni precipitino ancora ».
Ce l’ha con quanto successo ieri in aula, Zaccagnini: «Di Battista ha risposto a un intervento del Pd con toni da talebano, parlando a nome di tutti. Di Stefano ha dato del “leccaculo” a un deputato di Sel.
In Parlamento non possiamo usare i toni che Grillo usa fuori. Io non mi ci riconosco».
Anche per questo, gli ortodossi credono che «volerà via» a inizio settimana.
Ma lui ribatte: «Il fatto che sia a disagio, non vuol dire che esca lunedì».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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Giugno 22nd, 2013 Riccardo Fucile
UN LAVORO AL MARITO QUANDO ERA ASSESSORE A RAVENNA… UN CONSIGLIERE: “L’HA FATTO PER I CONTRIBUTI DAL COMUNE”… IL COMUNE AVREBBE VERSATO 8.642 EURO PER IL PERIODO IN CUI E’ RIMASTA IN CARICA
Quando arrivi a Ravenna, città del ministro Josefa Idem, puoi imbatterti nello striscione che Forza Nuova ha appeso sotto la sede del Pd: «In Germania si sarebbe dimessa, in Italia Idem? ».
Oppure nell’uomo al bar che rivendica la statura dell’illustre cittadina: «Sta facendo bene la nostra Sefi, questa è tutta una speculazione politica».
Una città spaccata. Lo senti nell’aria. E lo capisci dalle dichiarazioni dei politici. Quando Alberto Pagani, l’altro onorevole di Ravenna, collega del Pd, arriva a chiedere al ministro di chiarire, e al più presto, significa che anche il partito quell’aria l’ha fiutata e si sta riposizionando.
Lei, il ministro, è intanto costretta a scartare. Paradossale per lei, allenata a far muovere la prua di pochi centimetri per non perdere la linea migliore sull’acqua.
Ieri, impegnata a Reggio Emilia in un incontro sulle donne, si nega alla domanda dei giornalisti sulle sue eventuali dimissioni. Poi arriva una scossa di terremoto.
La sala nella quale sta parlando viene evacuata. E da allora il ministro si fa di nebbia. Tornata nella sua Ravenna? Se è così, qui è arrivata la seconda scossa. Politica.
Un consigliere comunale di opposizione, Alvaro Ancisi, scopre un’altra magagna: nel periodo in cui il ministro era assessore allo Sport del Comune di Ravenna, il marito Guglielmo Guerrini l’aveva assunta come unico dipendente dell’associazione dilettantistica che presiede.
Motivo: il Comune, così, le ha versato i contributi previdenziali per tutto il periodo dell’incarico.
Esattamente 8.642 euro per 183 giorni lavorativi, dal 10 giugno 2006 al 7 maggio 2007, giorno in cui, per ragioni familiari e per prepararsi meglio alle Olimpiadi di Pechino, l’assessore oggi ministro si dimette.
Dal giorno dopo, niente più incarico da assessore e nessun altro versamento. Evidentemente all’associazione dilettantistica Canoa Kayak Standiana non avevano più bisogno di una dipendente e il marito l’ha mandata via.
La coincidenza, ovviamente, è succosa.
Si chiede al sindaco di mandare le carte in Procura per i necessari approfondimenti. Procura che, proprio ieri, ha ricevuto le prime carte sul caso Idem: gli esiti delle ispezioni dell’ufficio tributi e dell’ufficio edilizia che hanno accertato una serie di irregolarità edilizie nella casa-palestra di carraia Bezzi 104 dove il ministro risultava risiedere, garantendosi così l’esenzione dall’Ici tra il 2008 e il 2011.
Ancora una volta sembra essere l’associazione Standiana a mettere nei guai l’adorata Sefi.
E più si scava in questa direzione, più gli aspetti familiar-professionali s’intrecciano. La Standiana risulta aver collezionato sette tessere nell’ultimo anno.
Tre sono a nome del marito, Guglielmo Guerrini, una del fratello di quest’ultimo, Gianni. Che vive, manco a dirlo, in carraia Bezzi 102, la villetta accanto alla famigerata casa-palestra e, fino al 2003, anche sede dell’associazione Standiana.
Oggi, il ministro, per spiegare questo groviglio, invoca la sua buona fede. Spiega che la casa in carraia Bezzi 104 è sempre stata la palestra personale nella quale si allenava «come un professore ha la sua biblioteca».
Dice che, dovendo affrontare una dura preparazione atletica, ha lasciato ad altri, a tecnici di sua fiducia, la gestione burocratica della sua vita.
Comprensibilissimo, visti i risultati agonistici. Ma in quella palestra personale è stata impiantata un’attività commerciale.
E dal 2008, stando alle foto di Google Street. Andrea Alberizia, giornalista di una testata locale, ha fatto un bel colpo: «Mercoledì scorso ho chiamato uno dei numeri indicati nella pagina Facebook della palestra Ja Jo Gym (quella con sede in carraia Bezzi 104, ndr) chiedendo di potermi iscrivere. Mi hanno risposto che l’attività costava 60 euro al mese, ma che probabilmente in luglio sarebbero riusciti a mantenere la promozione a 45 euro. Non mi hanno chiesto alcuna iscrizione ad alcuna associazione sportiva».
Non tutti i professori si mettono ad affittare i libri della propria biblioteca.
Dalle carte del Comune di Ravenna risulta che possibili autori degli illeciti riscontrati sarebbero la proprietà . Josefa Idem, e l’affittuario/gestore della palestra, l’Asd Motori e Sports di Maurizio Patanè.
Ma esiste questo contratto d’affitto? E da chi è stato stipulato?
Dalla proprietà o dalla sempre presente associazione dilettantistica Standiana del marito Guerrini?
E se al Comune di Ravenna non risultava esserci alcuna palestra in quell’edificio, essendo accatastato come abitazione principale, a che titolo veniva pagato un affitto annuale, a detta dello stesso ministro, di 600 euro annuali?
Domande a cui, probabilmente, il ministro dovrebbe rispondere per chiarire. Come suggerito dal collega di partito Pagani.
Intanto Patanè è sparito, il ministro fatica a rispondere e il marito Guerrini è stato «blindato» dall’avvocato che si sta occupando della faccenda, Luca Di Raimondo.
Il quale, ieri, è arrivato a Ravenna. Probabilmente per prendere in mano la situazione. Un nuovo tecnico per gestire un po’ di burocrazia della vita del ministro olimpionico.
Raphael Zanotti
(da “La Stampa”)
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Giugno 22nd, 2013 Riccardo Fucile
DAL COLLABORATORE DEL MARITO DIVENTATO AFFITTUARIO AI 30 ATTREZZI CHE IL MINISTRO DICHIARA DI USARE SOLO PER SE’
Niente da chiarire: il ministro Josefa Idem non risponde al Fatto quotidiano, dopo le
polemiche che la coinvolgono da mercoledì scorso per problemi di Ici non pagato e costruzione di una palestra senza autorizzazione.
Le risposte preferisce affidarle agli avvocati. O a Repubblica, a cui ha concesso una lunga intervista per spiegare la sua posizione. “È tutto in quelle parole”, risponde al Fatto .
Eppure nella lunga serie di dichiarazioni, che assomigliano molto a un’arringa difensiva, manca una risposta, l’elemento forse più importante, almeno per i possibili risvolti giudiziari della vicenda: perchè la palestra Jajo Gym, al piano terra della sua abitazione in via Carraia Bezzi a Ravenna, secondo i documenti dell’accertamento di illecito (pubblicato l’11 giugno da ilfattoquotidiano.it ) risulta avesse un affittuario, Maurizio Patanè?
“Sono un collaboratore del marito della Idem, Guglielmo Guerrini”, ha spiegato Patanè.
Ma i documenti del Comune lo qualificano come affittuario.
La Idem risponde declinando ogni responsabilità : “Non mi sono mai occupata personalmente della gestione di queste cose. Ho sempre delegato ai tecnici, chiedendo di fare le cose a regola d’arte”.
Così evidentemente non è stato. Patanè e la sua associazione sportiva dilettantistica non hanno mai pagato l’affitto?
Ma allora, come mai l’associazione era una struttura con soci e iscritti paganti?
“Non è una palestra”, spiega con cura Idem a Repubblica.
Ma allora in quegli spazi avrebbero dovuto esserci solo attrezzature per i suoi allenamenti personali.
Che ruolo aveva l’associazione di Patanè? “Bisogna prima di tutto concentrarsi sul fatto che io sono un’atleta e mio marito è il mio allenatore. Mi sono sempre allenata in famiglia. Nella mia casa c’è sempre stata una palestra, come in quella di un professore c’è una biblioteca”.
Resta da capire se quella biblioteca presta libri anche ad altri, magari facendo pagare una quota d’iscrizione…
Digitando Jajo Gym, nel web si trovano fotografie di un locale con una trentina di macchinari firmati Technogym.
Non sono troppi per una sola persona? Per utilizzarli, bisogna portare un certificato medico e pagare un abbonamento mensile che costa dai 45 ai 60 euro a seconda della formula scelta, come raccontano i cronisti di Ravenna e dintorni che si sono finti clienti con Patanè.
Quella della Idem, dunque, è una non-palestra che pretende certificati, fa iscrizioni, offre servizi e compare perfino tra gli impianti sportivi del Comune di Ravenna, nel dèpliant “Sport per tutti”.
Di più: dà lavoro, ha dipendenti.
Come venivano pagati i lavoratori di una struttura non segnalata alle autorità ?
Nell’intervista che pretende di essere il chiarimento definitivo, il ministro poi racconta: “Abitavamo fino al 2007 in una casa di mia proprietà , su due piani. Quando sono cresciuti i figli, ci siamo trasferiti, ma io ho continuato a usare la vecchia casa”.
Qui cominciano i problemi.
Idem dimentica di trasferire la residenza nella nuova abitazione e così per quattro anni non paga l’Ici. Fino al 4 febbraio 2013, a poche settimane dalla candidatura ufficiale nelle liste del Pd, quando sposta ufficialmente il nucleo familiare. Il 5 giugno, dopo un’inchiesta su un giornale locale, fa un versamento a titolo di “ravvedimento operoso” per pagare l’Imu arretrata.
Una corsa per recuperare le irregolarità .
“La denuncia”, ha detto Idem, “è emersa in consiglio comunale solo dopo che sono diventata ministro. Lo capisco, è una battaglia” .
Non confermano questa versione, tutta politica, gli ex colleghi consiglieri comunali di Ravenna. Le critiche alla Idem cominciano già quando viene eletta in consiglio comunale: “Sefi”, come la chiamano dalle sue parti, accumula il 71 per cento di assenze in aula.
Le polemiche sono continuate per tutta la giornata di ieri, con attacchi anche pesanti. “Forse le vere puttane”, ha dichiarato con il suo consueto stile l’europarlamentare Mario Borghezio, “sono certi personaggi, donne ma anche uomini, che prostituiscono la funzione di servizio di chi ha uno stipendio pubblico”.
A chiedere le dimissioni della ministra sono Movimento 5 stelle, Lega nord e Fratelli d’Italia. Silenzio dal Pd nazionale, mentre quello di Ravenna chiede chiarimenti e spiegazioni.
Repubblica cita il Fatto che ha ricordato come in Germania i politici si dimettano anche solo per una tesi di laurea copiata. Niente dimissioni, invece, per Josefa Idem. “Ci ho pensato molto”, ha risposto, “ma non ho fatto una scelta nè di comodo, nè di convenienza”. Parla di traguardo da raggiungere, di ostacoli che non fermano la corsa di un’atleta.
Eppure, nella vita di uno sportivo la squalifica per irregolarità è la peggiore delle vergogne.
Lo sa, Sefi. Ma conclude così: “Guadagno meno di prima e vivo peggio, però faccio un lavoro bellissimo”.
Promette di assumersi tutte le responsabilità e di pagare quello che deve con gli interessi.
Intanto la Procura della Repubblica di Ravenna sta valutando il caso, per decidere se nella vicenda ci sono profili di reato.
Gianni Barbacetto e Martina Castigliani
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
BEPPE RINNEGA LO STREAMING E PUNTA L’INDICE SU CRIMI E LA LOMBARDI: “SOLO NOI POTEVAMO FAR SEMBRARE LETTA UNO STATISTA”… E A RAGUSA SI ALLEA CON LISTE RIFERIBILI A SEL E A LA DESTRA
The end. Il film del Movimento Cinque Stelle entra nella parte finale.
Dopo il crollo nei sondaggi (Swg dà il M5S al 14 per cento), i dissidi interni e la grande fuga degli elttori alle ultime amministrative, arriva anche il grande esodo sul web.
Il Mar Rosso che aveva unito Beppe alla gloria politica sta per chiudersi e tra le acque tempestose affoga la truppa a Cinque Stelle.
La rete non sposa più il carisma del leader.
Circa 6.000 persone nelle ultime settimane hanno abbandonato la fan page di Grillo su Facebook. Un dato allarmante.
La rete è il bacino dove è nato il grillismo e se questa stessa volta le spalle al capo, allora è davvero l’inizio della fine.
La grande fuga dei fan è certificata da uno studio di Blogmeter, società che monitora i social media e le discussioni online, che ha misurato gli umori del popolo di Facebook arrivando a questa conclusione: dall’insediamento del governo Letta ad oggi i social network e le discussioni in rete registrano un calo del 40% dell’interesse degli utenti verso i temi politici.
Fine del web
Grillo e il Movimento 5 Stelle scontano più di altri questa tendenza con punte di oltre 6mila fan che vanno via da Facebook.
Si legge nello studio: “Sul fronte Facebook emerge un fenomeno inusuale — sottolinea Blogmeter -: una serie di persone hanno deciso addirittura di cancellare l’iscrizione alle pagine di Grillo e del M5S.
La prima perde ben 6.013 fan (in media 135 fan al giorno), la seconda 2.394, probabilmente a causa dell’alto livello di aspettative pre-elezioni”.
Già in occasione del voto online sull’espulsione di Adele Gambaro i Grillo-fan avevano mostrato delusione verso la linea del leader disertando le urne del web.
Su 52.000 iscritti hanno partecipato al voto sulla Gambaro solo in 19.000.
Ora arriva anche la batosta di Facebook. I grillini online sono lo zoccolo duro dell’elettorato M5S.
Ha girato tra tsunami tour e tutti a casa tour l’Italia intera, raccogliendo alle amministrative una batosta senza precedenti: 2 sindaci in due piccoli paesi e zero ballottaggi
Lombardi e Crimi incapaci
Beppe però non molla e torna in piazza a Ragusa, dove si vota per il ballottaggio per la poltrona di sindaco del capoluogo ibleo.
Da lì Beppe, microfono in mano, torna a fare il punto di questi ultimi tre mesi e tira bordate al veleno ai suoi, ormai ex, pupilli: Vito Crimi e Roberta Lombardi.
Non li nomina direttamente ma critica aspramente la diretta streaming per le consultazioni con il premier Enrico Letta.
Grillo analizza quella diretta, andata in onda lo scorso aprile e afferma: “Soltanto noi potevamo fare passare Letta come uno statista, è stato fantastico”.
La frecciata è ovviamente per i due ex capigruppo che secondo Beppe non sono stati all’altezza della situazione.
Dunque Grillo non sconfessa la diretta streaming, il mezzo, ma il messaggio. Crimi e Lombardi sono colpevoli di aver prestato il fianco a Letta.
Eppure quei capigruppo li aveva scelti lui. Ora è tempo di autocritica.
Ho sbagliato le liste
Lo fa anche su queste amministrative siciliane e ammette: “Ho sbagliato. Alle amministrative abbiamo fatto degli errori, ma abbiano capito dove abbiamo sbagliato e non lo faremo più. L’errore — spiega Grillo- è stato di fare 200 liste, 50 delle quali in Sicilia, e non dedicarci ai capoluoghi, come Messina e Catania, con liste raffazzonate, fatte anche di brave persone, che erano già distrutte al loro interno perchè erano entrate persone non compatibili con il Movimento. Abbiamo fatto un errore — riconosce — non lo rifaremo più”.
Strane alleanze
Ma l’ultimo errore lo farà proprio a Ragusa e quetso week end. Il candidato M5S Federico Piccitto parte dal 15,64% e va al ballottaggio con Giovanni Cosentini (Pd), che al primo turno è risultato il più votato con il 29,34%.
Cosentini avrà l’appoggio del Pdl, ma la sorpresa arriva dal grillino.
Il partito di Beppe Grillo ha ribadito che non fa apparentamenti o nè accordi con gli altri partiti. Ma c’è un ma.
Il M5S può contare su un’intesa con le lista civiche Movimento Città e Partecipiamo: queste potranno contare sul supporto di Sel e su quello della Destra di Storace.
Il M5S adesso è un partito politico non più un movimento.
Ignazio Stagno
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Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
LA BOZZA CANCELLIERI: LIBERO ANCHE CHI HA PENE SOTTO I 4 ANNI
La bozza del decreto svuota carceri è già pronta. 
La strada più breve è stata quella di riprendere in mano la legge Simeone-Saraceni, entrata in vigore il 14 giugno 1998 (all’epoca salvò Forlani, Citaristi, Pomicino, Sama e Bisignani) che risparmiava il carcere a chiunque debba scontare fino a tre anni.
Il decreto Cancellieri si limita in sostanza a due aspetti: concessione degli arresti domiciliari o pene alternative a coloro che abbiano compiuto i 70 anni, e ingresso in carcere impossibile alle persone condannate a 4 anni.
Restano esclusi i condannati per associazione di stampo mafioso, traffico di droga, terrorismo, sequestro di persona a scopo di estorsione.
Benefici “indispensabili per fronteggiare il sovraffollamento delle carceri” e che si aggiungono alla legge Gozzini, al rito abbreviato (che sconta già di un terzo la pena) e alla buona condotta, ossia 45 giorni di carcere in meno ogni anno al detenuto modello. Il punto è che la riforma, così come pensata dal governo, prevede tutti i benefici ottimi per la casta.
E confezionati per coloro che hanno spalle robuste, una casa in cui vivere, una famiglia che può aiutare il condannato, un ottimo avvocato e nessun precedente.
Tutti requisiti che gli stranieri clandestini o gli scippatori non possono avere. Uscirebbero dal carcere il giorno successivo i poliziotti condannati per l’omicidio Aldrovandi, mentre resterebbe in carcere il clandestino albanese arrestato due giorni fa e colpevole di non avere il permesso di soggiorno e per “false dichiarazioni a pubblico ufficiale”.
Altro punto fondamentale, che amplia ancora il raggio di azione della Simeone-Saraceni, riguarda la detenzione agli arresti domiciliari.
Prima il magistrato di sorveglianza doveva per legge concederla alle persone anche parzialmente inabili che avessero compiuto i 60 anni di età .
Adesso il parzialmente inabili sparirebbe e la detenzione a casa sarebbe concessa a tutti coloro che invece hanno compiuto 70 anni.
Un esempio pratico, Calisto Tanzi: tornerebbe a casa, e non per lo stato di salute, ma solo per problemi anagrafici.
Il governo è pronto a portarla a termine perchè è “l’Europa che ce lo chiede”.
Come scritto in calce si tratta di un decreto per “contrastare il sovraffollamento delle carceri e per adottare i rimedi imposti allo Stato italiano dalla Corte europea dei diritti dell’uomo”.
Al momento si tratta di una bozza, ma la linea guida che ne segue è in realtà molto chiara e ha alle spalle un progetto politico.
Non riguarda direttamente i pubblici ministeri: questa volta il decreto è molto legato alla parte finale dell’esecuzione della pena e non entra più nel merito di quelli che sono i reati scoperti in flagranza.
In sostanza lo scippatore finisce in galera, successivamente godrà della liberazione anticipata.
L’ordine di custodia cautelare, invece , dovrà seguire attentamente le disposizioni che Letta e i suoi si preparano a varare.
Il documento, fino a oggi mai uscito e in mano al Fatto Quotidiano, non prevede variazioni capillari della Simeone-Saraceni.
I giuristi, quando venne varata la legge nel 1998, la definirono un “indulto permanente”.
Questa ne è la fotocopia, con una più ampia valutazione dei benefici.
Si tratta di otto pagine con le linee guida dove — chi ha steso la relazione — si sofferma anche sui soldi da trovare per fare in modo di adeguare e ristrutturare le carceri che esistono in Italia.
“In realtà ”, spiega al Fatto il procuratore aggiunto di Torino, Paolo Borgna, “sarebbe bene pensare a strutture carcerarie diverse. Oggi abbiamo tutti carceri di massima sicurezza, nati e costruiti soprattutto negli anni del terrorismo. Oggi le esigenze sono cambiate. Probabilmente sarebbe più agevole costruire strutture che hanno costi meno sostenuti, anche aperte, dove i detenuti possano avere la libertà di lavorare, e non pensare solo alle evasioni. Chi ha commesso due scippi non pensa a evadere, non è il pluriomicida. Come diceva Cesare Beccaria sarebbe il caso di addolcire la pena. Che sia immediata o comunque vicina al reato commesso, ma più dolce”.
Emiliano Liuzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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