Giugno 15th, 2013 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO E’ ANCORA UNA PROSPETTIVA POSSIBILE”… “NON SO SE RENZI SIA STATO LEALE, ASSURDO ACCUSARCI SULLE REGOLE”
Stanzetta al secondo piano, molto più piccola di quella del segretario. Due bersaniani che non
hanno voltato gabbana: Stefano Di Traglia e Chiara Geloni.
Lui è alla scrivania, camicia senza cravatta, sigaro.
Pier Luigi Bersani, quattro mesi fa lei pareva a un passo da Palazzo Chigi. Cos’è successo?
«È successo che abbiamo perso 5 punti, un milione e 700 mila voti, a favore di Grillo. Un milione, forse più, erano gli arrabbiati. Gli altri pensavano che avremmo vinto lo stesso».
Invece avete continuato a perdere. Almeno il tentativo di fare il governo di cambiamento con i grillini è stato sincero? O metà partito si stava già mettendo d’accordo con Berlusconi?
«Parlare di sconfitta quando abbiamo un presidente del Consiglio è piuttosto curioso. Ma lasciamo perdere… Il mio è stato un tentativo convinto, e anche ragionevole: non prendi il 25% senza ingaggiarti. Puoi metterci un mese a capirlo, forse due; ma devi capirlo. Era solo questione di tempo. Infatti è proprio quello che sta accadendo».
Sta dicendo che il governo di cambiamento è ancora possibile?
«La mia idea è pragmatica e realistica: i governi di coalizione puoi doverli fare, ma non sono governi di scossa. Evitano un rischio, ma non sono motori di cambiamento. Le consultazioni in streaming non sono state inutili. Ora se le ricordano».
Renzi disse che lei si fece umiliare.
«Invece avevo la testa alta e rivolta in avanti, con l’idea di far ragionare un mondo. Oggi abbiamo un governo di servizio. Lo sosteniamo e lo sosterremo. Vi abbiamo impegnato i nostri migliori esponenti. Ma è compito di tutti noi tenere viva la prospettiva di un governo di cambiamento».
Lo smottamento in corso tra i grillini può far nascere un’altra maggioranza?
«Lo ripeto quattro volte con la massima chiarezza: io sostengo Letta, persona intelligente, capace e leale. Ma Berlusconi non pensi di avere in mano le chiavi del futuro. Ci pensi bene. Stavolta staccare la spina al governo non comporta automaticamente andare a votare. Gliel’ha detto persino Cicchitto».
Lei dopo il voto tentò di parlare con Grillo?
«Sì. Ma non è stato possibile».
Perchè però non avete colto il primo segnale di apertura e non avete votato Rodotà ?
«L’elezione del capo dello Stato implica la ricerca di una soluzione il più possibile condivisa. Ritirato Marini, abbiamo indicato Prodi, che compariva tra i candidati di Grillo. E se nelle file del Pd non ha avuto abbastanza voti il fondatore del partito, non credo proprio che li avrebbe avuti Rodotà ».
La accusano di non aver preparato bene la candidatura di Prodi. Non era meglio metterla prima ai voti dentro il partito?
«Io ho chiesto di votare a scrutinio segreto. Ma la reazione al nome di Prodi è stata un’ovazione unanime. Allora ho chiesto di votare per alzata di mano. Tutti hanno alzato la mano. Adesso tutti mi chiedono chi sono i 101. Io rispondo: parliamo prima dei 200 per Marini».
Ma molti dei 200 avevano espresso prima il loro dissenso.
«Non è così che si sta in un partito. Vorrei un partito in cui si dialoga con la base su facebook e su twitter, ma si ha il coraggio di seguire e difendere le scelte collettive».
Marini significava larghe intese. Con Berlusconi.
«Contesto in radice questa affermazione. Il nuovo capo dello Stato sarebbe stato nella pienezza dei suoi poteri, dall’assegnazione dell’incarico allo scioglimento delle Camere. E poi con Berlusconi abbiamo eletto Ciampi, in un momento in cui eravamo noi al governo e la conflittualità con la destra era da guerra mondiale. In ogni caso, alla fine non restava che chiedere a Napolitano il sacrificio di cui dobbiamo essergli grati».
Potesse tornare indietro si dimetterebbe ancora?
«Io non mi sono dimesso per ragioni personali, o per dispetto, sentimento che non conosco nella mia anima. Mi sono dimesso per fissare un punto: al prossimo congresso ragioniamo su cos’è un partito, cos’è una democrazia. Questo Paese è inchiodato, non cresce, non riesce a fare riforme, non ha un’idea del futuro, perchè è tarato su modelli personalistici o padronali o trasformisti o plebiscitari».
In tutte le democrazie ci sono i leader.
«Certo. Ma mentre le altre democrazie possono contare sulla stabilità che danno le formazioni politiche, da noi si alzano comete che durano molto o poco ma finiscono, e aprono vuoti d’aria di sfiducia. Cosa c’è dopo Berlusconi? Dopo Monti? Dopo Bossi? Dopo Grillo? Dopo Di Pietro? Grillo ora perde voti: qualcosa torna da noi; ma il resto va in sfiducia ulteriore».
Nel Pd dopo di lei potrebbe toccare a Renzi. Che cosa pensa davvero di lui?
«È un ragazzo sveglissimo, intelligente, fresco, pieno di energia. Può essere di enorme utilità per il Pd. Mi va bene tutto, ma non il vittimismo. Renzi non può dire che ora noi vogliamo cambiare le regole per danneggiarlo, dopo che io ho cambiato le regole per farlo partecipare alle primarie, separando il ruolo da segretario da quello di candidato premier. Possiamo decidere di tornare indietro, ma sarebbe davvero strano. A maggior ragione adesso, che il premier è un dirigente del Pd».
Renzi è stato leale con lei?
«Non lo so. Non ho cose da lamentare, se non lo scarso affetto per il collettivo. Voglio un partito che sia uno strumento al servizio della società civile, non uno spazio dove agiscono miniformazioni personalizzate. Magari fossero correnti; rischiano di essere filiere al servizio di una persona».
Quindi lei è per un segretario diverso dal candidato premier, eletto solo dagli iscritti?
«Nessuno può accusare di voler restringere il campo proprio me, che ho fatto due volte le primarie, e le ho vinte. E non si dica che l’esito è stato deciso da qualche burocrate; hanno votato milioni di persone. Ora Epifani propone: sganciamo i congressi di circolo e di federazione dal congresso nazionale. Sono d’accordo. Diamo tutto il tempo possibile e con il massimo di apertura a chi vuole iscriversi, anche a titolo speciale. Ma è il Pd che sceglie il suo segretario. Quando sarà il momento, discuteremo del candidato premier».
Se il Pd diventa un partito personale, magari spostato al centro, c’è il rischio di una scissione a sinistra?
«Sono radicalmente contrario. Non è accettabile il solo pensarci. Ma il rischio che tornino le vecchie faglie, Ds e Margherita, può prendere la mano. E il rischio si evita costruendo un grande partito europeo».
Perchè D’Alema ce l’ha tanto con lei?
«Ce l’hanno tutti con me? Pensi che invece io non ce l’ho con nessuno».
Neppure con la Moretti, che lei scelse come portavoce e non votò Marini?
«Con nessuno. Sono fiero di aver aperto il partito alle nuove generazioni. Che però devono maturare, devono capire che noi siamo un salmone controcorrente. Ci faccia caso: il Pd è l’unico a chiamarsi “partito”. Tutti gli altri, compreso Vendola, rifiutano quella parola. Berlusconi vuole trasformare il Pdl in un’azienda di soli managers. Noi dobbiamo tutti essere consapevoli della drammaticità della scelta di chiamarci partito democratico».
Quanto dura il governo Letta?
«Il governo non deve legare la sua vita solo al compimento delle riforme istituzionali. Deve durare fino a quando la democrazia non si prende un presidio, fino a quando non si vedano risultati di una riforma della politica e dei partiti di cui il Pd con il suo congresso deve essere il battistrada».
Secondo lei è davvero impossibile evitare l’aumento dell’Iva?
«La penso come Fassina: non possiamo togliere l’Imu a zio Paperone e scaricare l’aumento dell’Iva sul piccolo commerciante e sul consumatore. Noi dobbiamo rendere visibile il nostro punto di vista. Sta al governo trovare la mediazione. La priorità è il lavoro. L’Italia deve chiarire di essere disposta a stringere ancora di più il controllo politico sui bilanci, per superare le perplessità tedesche, in cambio di investimenti sul lavoro, subito. I benefici della fine della procedura di infrazione devono arrivare adesso, non a babbo morto. Aggiungerei anche il tema dei diritti, come le unioni civili, la cittadinanza. Trovo sconvolgenti le parole rivolte al ministro Kyenge. Mi aspetto che su un fatto del genere si faccia giustizia».
Perchè lei è contrario all’elezione diretta del capo dello Stato?
«Io non sono pregiudizialmente contrario al semipresidenzialismo. La mia preoccupazione è evitare derive plebiscitarie, che però esistono anche nell’altra ipotesi di riforma, il cancellierato. Discutiamo di entrambe, ma partendo dai contrappesi».
Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 15th, 2013 Riccardo Fucile
SONO TRENTA QUELLI PRONTI A DIRE NO AL LEADER: “PRENDERE IL CONTROLLO DEL GRUPPO”… GRILLO RINUNCIA ALLA TRASFERTA A ROMA: TROPPO ALTO IL RISCHIO CHE FINISCA IN RISSA
La trappola contro i dissidenti è pronta.
È stata piazzata su esplicito ordine di Beppe Grillo e scatterà contro i parlamentari che lunedì oseranno votare contro il diktat del quartier generale con l’obiettivo di salvare Adele Gambaro.
«Chi la difenderà , si metterà fuori da solo», è l’avvertimento lanciato dal duo Grillo-Casaleggio.
Insomma, i ribelli che non toglieranno immediatamente il disturbo rischieranno l’espulsione. Proposta magari dal collega di scranno parlamentare per semplice alzata di mano.
Per questo, l’ala critica prepara le contromosse.
Il tentativo sarà quello di mettere già lunedì in minoranza il capogruppo Nicola Morra, espressione dei “duri” del movimento.
Ma un manipolo di senatori e alcuni deputati sono comunque pronti a cambiare gruppo.
Il dato più sorprendente è che Vito Crimi, braccio politico del Fondatore e amico personale di Gianroberto Casaleggio, non si tira indietro e illustra senza giri di parole il piano degli ortodossi: «Chi lunedì vota contro la proposta di affidare alla Rete l’espulsione, viola un principio fondamentale del movimento. Più che mettersi fuori dal movimento, è più giusto dire che ne dovrà trarre le conseguenze».
Di fatto, è l’annuncio di una campagna di epurazione del dissenso interno che rende quasi superfluo il passaggio assembleare.
Crimi lo argomenta così: «Il motivo è chiaro: chi vota contro dimostra di volersi sottrarre al giudizio della Rete. E quindi sceglie di non essere portavoce di chi ci ha individuati come candidati, cioè la Rete»
È l’ultima trincea scelta dal board dei grillini e teorizzata ancora in queste ore dal leader, che ha in tasca nome e simbolo del movimento.
È la chiarezza che Grillo esige e per la quale è pronto a sacrificare «anche venti parlamentari ».
Quando da Roma gli fanno notare che tira una brutta aria, lui non si scompone.
Visti i rapporti di forza fra i deputati, il rischio di essere messo in minoranza è considerato minimo e comunque non giustifica ipotesi di mediazione: «Non c’è problema, se decidono diversamente prendo il simbolo e me ne vado».
Lo seguirebbero i fedelissimi, che popolano soprattutto il gruppo della Camera.
Una volta raggiunto l’equilibrio interno e allontanati i dissidenti, comunque, i grillini passeranno al contrattacco.
E già si valutano iniziative eclatanti per uscire dall’angolo, come ad esempio una nuova occupazione delle aule parlamentari.
Se a Montecitorio il capogruppo Riccardo Nuti serra i ranghi in vista dell’assemblea, a Palazzo Madama i volti stravolti dei senatori raccontano il dramma politico in atto.
Il summit di ieri si è trasformato in un surreale processo al dissenso.
Perchè la maggioranza dei senatori, impegnata in uno scontro durissimo, ha cercato fino all’ultimo di azzerare il timer della resa dei conti, cancellando l’assemblea del lunedì per permettere al gruppo di lavorare alla soluzione del caso Gambaro.
Si sarebbe trattato di un’implicita sfiducia al capogruppo in carica.
Non sono però riusciti a sfondare. Morra e Crimi, aggrappandosi al regolamento e facendo infuriare molti dei presenti, hanno richiamato tutti a rispettare lo statuto.
I ribelli, però, sono pronti a tentare un nuovo assalto lunedì.
Il piano, al quale stanno lavorando già da ieri pomeriggio, è quello di chiedere un nuovo voto.
L’obiettivo è sfiduciare Morra. È un progetto difficile da realizzare, ma nessuno può azzardare previsioni certe su un gruppo ormai lacerato.
I dissidenti hanno anche minacciato di disertare lariunione congiunta.
Un atto di guerra contro i colleghi della Camera con i quali, ormai, i rapporti sono compromessi.
In tutto i senatori eterodossi sono trenta, divisi tra chi è pronto a votare contro la cacciata e chi invece sceglierà di non partecipare al voto.
Sono gli stessi che già ieri hanno annunciato di voler salvare la collega.
Accanto alla guerriglia interna, però, corre sotterranea l’exit strategy dei dissidenti. Battista e una decina di senatori — alcuni siciliani e una fetta della pattuglia tosco-emiliana — attendono solo l’incontro decisivo prima di mollare gli ormeggi.
Già si ragiona di nome e simbolo.
Gambaro, assente anche ieri alla riunione, è in costante contatto con loro.
E l’area dell’insofferenza potrebbe portare nei prossimi mesi un’altra decina di senatori a lasciare.
Alla Camera, intanto, i ribelli sanno di essere a un passo dallo snodo decisivo.
Pippo Civati, attaccato da Nuti per i rapporti coltivati con alcuni grillini a disagio, osserva sconsolato la deriva: «Sono accuse ridicole. Non posso neanche parlare con altri parlamentari? Facessero un regolamento per dire chi può parlare con chi…».
Un peso decisivo nella battaglia di lunedì avrebbe potuto assumerlo un’eventuale trasferta romana di Grillo.
La macchina organizzativa della Camera è stata preallertata, ma i falchi hanno consigliato al leader di non affacciarsi.
Troppo alto il rischio che la situazione precipiti, troppo forte il timore che la presenza del comico accenda ulteriormente gli animi.
Meglio sbrigarsela senza compromettere troppo il Fondatore.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Giugno 15th, 2013 Riccardo Fucile
LUNEDI’ LA CONTA NEL TRIBUNALE SPECIALE CINQUESTELLE…TRA I PARLAMENTARI E’ SCATTATO IL TUTTI CONTRO TUTTI
C’è aria di espulsioni collettive. Rischia di saltare tutto lunedì sera. Il progetto. Il sogno di Gaia. 
Il futuro politico di Grillo, pronto a fare coriandoli dello Statuto del Movimento, a ritirare il simbolo e a chiedere ai suoi fedelissimi di uscire dal Palazzo, per non trasformare la «tomba maleodorante» nel suo personale e indecoroso sepolcro.
Il Capo è stanco, fisicamente e mentalmente, e anche i suoi dialoghi con Casaleggio sono meno gratificanti di un tempo.
Dopodomani si giocherà la partita decisiva.
I suoi burrascosi parlamentari, villaggio di Asterix 2.0 senza pozione magica, saranno chiamati a votare l’espulsione della senatrice Adele Gambaro.
«Abbiamo perso per colpa di Grillo e dei suoi post violenti».
Lesa maestà ? Lesa maestà .
D’altra parte, nella prima riunione romana post elettorale, il Caro Leader l’aveva detto: «Proveremo a cambiare il Parlamento da dentro, se non ci dovessimo riuscire torneremo nelle strade».
L’operazione pulizia non decolla.
Una parte del suo bizzarro esercito non lo segue più.
Quanti sono gli infedeli? Lo vuole sapere. E li vuole allontanare.
Così ha forzato la mano. «Cacciate la Gambaro».
Editto da blog sottoscritto e rilanciato dai suoi dioscuri al Senato, Vito Crimi e Nicola Morra.
Scelta che ha generato il caos. Due giorni di confronti pieni di rabbia, lacrime, e risposte mancate.
Il caso Gambaro è diventato il caso Grillo. O con me o contro di me. Meglio un Movimento più magro che un Movimento appestato.
Malattia incurabile? «Io non voto per l’espulsione di nessuno. Qui al Senato siamo tutti fratelli», spiega Fabrizio Bocchino. E non avete un padre? «Io no». Amen.
È uno dei leader del dissenso ragionato. Di quelli che il voto non lo vorrebbero proprio. E neppure vorrebbero l’assemblea.
Di quelli che in ogni caso lunedì diranno no.
Quanti? Cosa succederà a quel punto? «Chi vota no dimostra di volersi sottrarre al giudizio della Rete. E chi si sottrae al giudizio della Rete è fuori dal Movimento», dice con inusuale durezza staliniana Vito Crimi.
Il tribunale del popolo.
Orientato dal Signore della Liguria.
Le richieste d’espulsione potrebbero essere diverse e contemporanee.
«Meglio pochi ma buoni». E se la mozione Grillo andasse in minoranza? «Impossibile», giura Crimi.
Ma se succede il Capo lascia. Ci ha già scherzato sopra. «Chi rimane potrà chiamarsi movimento sei pianetini». Non basta una risata a seppellire il disagio.
Al Senato gira una lista con i nomi di 15 ribelli presunti.
Alla Camera il numero è analogo. Anche per questo a Montecitorio il capogruppo Riccardo Nuti esce allo scoperto. «È in atto una compravendita da parte di personaggi che nutrono rancore nei confronti del Movimento e di Beppe. Il risultato elettorale ha fatto sì che alcuni infiltrati entrassero nel Movimento».
Boom.
Traditori. Infiltrati. Compravendita.
Il senatore Giarrusso si ribella. «Nuti vada in Procura a denunciare ciò che sa o proporrò la sua espulsione».
Tutti contro tutti.
Rapidamente un pianeta deliziosamente promettente e imperfetto è diventato una giungla tenebrosa e avvelenata.
Andrea Malaguti
(da “La Stampa“)
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Giugno 15th, 2013 Riccardo Fucile
LE SIMPATIE DEI VIP VACILLANO: DELUSI ALTRI ARTISTI ITALIANI CHE SI ERANO ENTUSIASMATI PER I GRILLINI
Certo, il coro è in alcuni registri affettuoso, ma ormai è un controcanto, mentre fino a pochi mesi fa era una verdiana sintonia con i destini magnifici del salvatore, Giuseppe Grillo.
Sarà una notizia se Dario Fo, il miglior sponsor su scala planetaria della lunga marcia del leader dei Cinque Stelle, giusto ieri parlando con i giornalisti ha ammesso «che il Movimento Cinque Stelle deve andare verso una trasformazione, o non vedo vie d’uscita»?
Dario è una sorta di padre spirituale di questa esperienza movimentista, diversamente da altri artisti e intellettuali si è impegnato personalmente, anima e corpo, nell’ascesa del M5S.
Anzi, ha portato il suo corpo sul palco milanese della chiusura del fortunatissimo Tsunami Tour, dove ha benedetto e ha ricevuto benedizioni.
In gioviale polemica con il figlio Jacopo che pur avendo seguito con rispetto e attenzione l’emersione del fenomeno, ha preso prudenti distanze da una dinamica di potere interna che anche allora prometteva poco di buono.
Infatti, a distanza di una manciata di settimane, ecco che quel tessuto mostra falle e natura in un tormento di episodi che sono sotto gli occhi di tutti, a cominciare dalla compagine degli eletti Cinque Stelle in Parlamento.
1) Una defatigante querelle sull’uso dei soldi delle diarie
2) l’ossessivo violento paternalismo di Grillo nei loro confronti
3) la drammatica battuta d’arresto di un’onda che si poteva ritenere sconfinata alle amministrative
4) la mancanza di un libero confronto interno nelle sedi appropriate
5) l’assenza di Grillo da un momento collegiale di riflessione sul nuovo stato delle cose
6) una raffica di suicidi attacchi alle assemblee di Camera e Senato
7) le espulsioni, la ghigliottina sempre in funzione
8) la messa in stato di arresto domiciliare ai danni di una senatrice coraggiosa «colpevole» di aver addebitato al capo una quota di responsabilità nei più recenti rovesci elettorali
Ecco il sintetico e approssimativo rosario di situazioni che hanno tolto al Movimento lo charme di cui aveva goduto e a Grillo l’insindacabilità politica che pure anche in queste ore cerca di difendere con ogni mezzo.
Fo ha precisato che secondo lui è necessaria la creazione di una struttura portante che formi i giovani dando loro spazio.
Quindi, Dario pone una questione di potere nella forza politica che pure sostiene con determinazione.
Altri artisti italiani che pure avevano seguito con entusiasmo il decollo dell’astronave restano ora a mezz’aria oppure macinano delusione per quel che, fondamentalmente, non è accaduto: M5S, una volta entrato in Parlamento, è stato tenuto da Grillo a bagnomaria dopo aver chiuso porte e finestre, un inutile riccio, mentre il capo menava ceffoni a destra e a manca.
Che ne è stato dei favori di Mina, di Fiorella Mannoia, di Celentano, di Venditti?
È il momento dei dubbi e della fiducia ritirata
E non è colpa loro.
Toni Jop
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Giugno 15th, 2013 Riccardo Fucile
“VOGLIONO BUTTARMI FUORI? LO FACCIANO, IO RISPONDO SOLO AI CITTADINI”…. “AL SENATO SIAMO 53 FRATELLI E IO NON POSSO ESPELLERE UNO DEI MIEI FRATELLI”
Fabrizio Bocchino scende giù dal ring stravolto. 
Anima critica del Movimento cinque stelle, tenta di lasciarsi alle spalle in fretta Palazzo Madama, l’ennesima drammatica riunione tra senatori. «La prego, è stata una mattinata faticosa, non è il caso…».
Poi però la sensazione di ribellarsi a un’ingiustizia contro una collega ha la meglio: «Votare per l’espulsione di Adele? Guardi, non esiste. Io non voto per l’espulsione di nessuno. Per principio».
Accelera il passo, dilata i silenzi. Si ferma di fronte al portone del suo ufficio.
E lì rivela di non temere sorte analoga a quella della senatrice Gambaro, messa alla porta per un’intervista: «Mi vogliono espellere? Se vogliono, lo propongano. Io sono qui per i cittadini. Sono solo un portavoce ».
Senatore Bocchino, cinque ore di riunione ma la linea non cambia: lunedì si vota per l’espulsione della senatrice Gambaro.
«Questo lo dice lei. Intanto, noi senatori lunedì ci incontreremo per discutere ancora della questione».
Sì, ma la strada sembra segnata.
«Dobbiamo parlarci. Lunedì, prima della riunione congiunta dei gruppi di Camera e Senato».
Lei, comunque, non ha cambiato idea?
«Io non voto per l’espulsione di nessuno. A prescindere».
A prescindere forse è addirittura troppo…
«Sa cosa dico sempre? Qui noi siamo cinquantatrè fratelli. E io non posso espellere uno dei miei cinquantatrè fratelli».
In questo caso, però, l’espulsione l’ha chiesta il padre.
«Non c’è un padre, ci siamo noi fratelli, ».
Beh, il padre è Grillo. Quello dei post, con i quali ha chiesto e ottenuto un voto per la cacciata della senatrice.
«La linea politica, l’ho detto e lo ripeto, non la decidono i post di Grillo. Noi discutiamo in assemblea, sempre. E lo faremo anche lunedì pomeriggio».
Eppure il caso Gambaro sembra uno spartiacque. È decisivo per la sua permanenza nel movimento?
«Io sono, mi sento nel movimento».
Non voterà per l’espulsione e sostiene che i post di Grillo non decidono la linea. In fondo anche lei — come la sua collega potrebbe essere espulso per un’intervista.
«Guardi, se vogliono proporre la mia espulsione, lo facciano pure. Se vogliono espellermi, sono liberi di votarlo e di farlo. Io sono qui, sono nel movimento. Sono solo un portavoce dei cittadini e a loro rispondo. Rendiconto tutto, lavoro e lo faccio essendo in pace con la mia coscienza».
(da “la Repubblica“)
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Giugno 15th, 2013 Riccardo Fucile
“NON ESISTE CHE SI CACCI UNO PER UN MOTIVO DEL GENERE, NUTI EVIDENTEMENTE NON AVEVA ALTRO MODO PER FARSI BELLO”
“Il gruppo parlamentare al Senato è compatto nell’escludere qualunque procedura di espulsione per Adele Gambaro, e su questo rimarremo uniti”.
È categorica Serenella Fucksia, senatrice del Movimento 5 stelle: “Non è in discussione che si possa cacciare uno di noi per motivi del genere, alla riunione di ieri siamo stati tutti d’accordo su questo punto”.
Eppure Nicola Morra e Vito Crimi continuano a ripetere che lunedì sera ci dovrà essere un voto
“Siamo abituati a discutere e condividere tutto. Detto questo, se verrà imposto un voto, persone come me non andranno alla riunione, rendendola inutile”.
Dalla Camera le pressioni per arrivare al redde rationem sono forti, e i toni sono duri: “Sono ragazzi più giovani di noi – spiega Fucksia – e fanno più male loro al Movimento con questi atteggiamenti che Adele con le sue parole”.
Il capogruppo Riccardo Nuti parla addirittura di compravendita di senatori
“Nuti è un gran simpaticone, evidentemente non aveva altri modi per farsi bello, questa se la poteva anche risparmiare perchè non è assolutamente vero”.
Lei non ha paura che la spinta verso l’espulsione della sua collega alla fine prevalga?
I post di Beppe li conoscete, li avete visti tutti. Ora dobbiamo fare chiarezza su quel che sta succedendo al Senato.
Ottimo. Che sta succedendo?
I senatori sono tutti compatti nell’escludere qualunque ipotesi di espulsione di Gambaro. Non può esistere che uno venga allontanato per un motivo del genere. Adele ha espresso un pensiero personale in modo chiaro e trasparente.
Molti la rimproverano di non averlo fatto prima in assemblea.
Sì, magari poteva farlo, ma questo non è un buon motivo per chiederne l’espulsione.
Ma Beppe Grillo stesso ne ha chiesto l’allontanamento.
Ma per quale motivo? Perchè ha fatto delle critiche? Un’espulsione per questo motivo non è scritta da nessuna parte nello statuto. Probabilmente l’intenzione di Beppe non era questa: si è irritato e ha esternato impulsivamente. Ma Adele ha sempre lavorato e lavora con noi senza alcun problema.
L’intenzione non sarà stata questa, ma il comunicato di Crimi e Morra è stato pubblicato sul blog.
Lunedì sarà una semplice riunione in cui confrontarsi. Siamo abituati a discutere e condividere tutto, non vedo quale sia il problema.
Non tanto semplice. Oggi Crimi ha confermato che si voterà sull’espulsione.
Se verrà imposto un voto tante persone come me non ci andranno, rendendo l’assemblea inutile.
Di Pietro Salvatori
(da “‘Huffingtonpost“)
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Giugno 15th, 2013 Riccardo Fucile
“NUTI PARLA DI VENDUTI? FACCIA I NOMI, ALTRIMENTI E’ UN CIALTRONE”…”SIAMO 53, SENZA UNA MAGGIORANZA DI DUE TERZI NON DECIDONO UN BEL NULLA”….”ME NE FREGO DEI SOLDI, SONO IN ROSSO DA UNA VITA E VIVO BENE LO STESSO”
Alessandra Bencini è stata una delle prima senatrici ad esprimersi liberamente in dissenso nel
Movimento 5 Stelle.
Votando, unica mano alzata su 52 abbassate, una disponibilità a discutere, nel caso di un voto di fiducia al Pd.
Quel voto, e la successiva intervista al Corriere, rilasciata non senza difficoltà e con grande cautela, l’hanno messa in una condizione non dissimile da quella attuale di Adele Gambaro.
Non stupisce, quindi, che la Bencini sia in prima fila per difenderla
Senatrice Bencini, si va verso l’espulsione della Gambaro?
«Non credo proprio. Manca l’oggetto del contendere».
In che senso?
«La libertà di parola c’è ancora, no? È vero che va esercitata preferibilmente all’interno del gruppo, ma è anche vero che abbiamo una Costituzione. E il fatto che l’Adele abbia parlato ai media non significa che si sia messa fuori dal gruppo».
Ha parlato con lei?
«Sì, è dispiaciuta di quello che è successo. Si è creata una gran confusione interna. Era molto meglio se la si lasciava andare, se si lasciava spengere la cosa. La gente ha la memoria corta».
Ma a Grillo non è piaciuta.
«Già , al nostro megafono, anzi, al nostro detonatore fuori campo. Avrei preferito che anche lui venisse a parlare al gruppo invece di scrivere sul blog. Ha fatto come la Gambaro, no?».
E se la espellono?
«Io mi batterò. Noi siamo inclusivi. Siamo 53 e vogliamo restare 53».
I capigruppo non la pensano così.
«Anche loro hanno agito mediaticamente, annunciando l’assemblea senza neanche valutare con noi e senza avvertirci».
E dunque? Se si arriva al voto?
«Confido nell’intelligenza collettiva».
E se venisse a mancare?
«Beh, faremo due calcoli. Se ci sono i due terzi, la decisione ha valore, altrimenti no. Vorrà dire che usciremo prima del voto».
I vertici dicono che basta la maggioranza.
«Allora è sufficiente anche se sono in cinque? A mio avviso serve che ci sia il voto favorevole di almeno la metà dei gruppi».
Se votano l’espulsione se ne va?
«Io non voglio uscire, sono arrivata in politica con i 5 Stelle e voglio rimanerci. È un onore, un onere, ma credo ancora in questi valori».
Nuti parla di compravendita. Ci sono dei venduti tra voi?
«Se fa nomi cognomi e indirizzi bene. Altrimenti spara gratis e questa diventa solo cialtroneria. Adduce colpe tanto per colpire a caso».
Anche Grillo non è tenerissimo. Dicono sia in arrivo da voi.
«Ma speriamo. Lo vedo volentieri. Di persona poi è più morbido, anche se lo conosciamo, non ci si aspetta una signora inglese da lui. Spero che venga, ci parli un po’ di strategie e ci faccia un po’ ridere».
In effetti c’è poco da ridere. Nuti dice che qualcuno di voi si è informato per sapere a quanti soldi si ha diritto con un gruppo nuovo.
«E c’è bisogno di informarsi? C’è scritto sui regolamenti: sono 400 mila euro. Ma io non so che farmene di questi soldi, ma dove siamo? Sono in rosso da una vita, spendo tutto quello che ho e non mi manca niente. Mica me li porto nel frassino i soldi».
(da “”il Corriere della Sera“)
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Giugno 15th, 2013 Riccardo Fucile
LA DISSIDENTE: “SE SERVE, GIUSTO RIUNIRCI IN UNA NUOVA CASA, LUNEDI’ CI CONTEREMO”
Onorevole Paola Pinna, è favorevole all’espulsione della sua collega senatrice Adele Gambaro dal Movimento 5 Stelle?
«No. Le persone hanno il diritto costituzionale di manifestare il proprio pensiero. La Gambaro ha detto delle cose discutibili, sulle quali ci si poteva confrontare. Ma non si può eliminare il dibattito per cancellare il problema. E il problema c’è».
I post di Grillo sono violenti?
«Non mi piacciono le evocazioni di immagini di morte, decomposizione, vuoto: incutono un senso di frustrazione e sconfitta. Stimolano più l’aggressività che la partecipazione. Siamo sicuri che sia questa la strada del cambiamento?».
La sconfitta alle amministrative è colpa del Capo?
«I contenuti e i toni usati sul blog forse non esprimono il lavoro che stiamo portando avanti in Parlamento. Non siamo più in campagna elettorale. E poi contano anche le dinamiche del gruppo».
Com’è il clima tra di voi?
«Di sospetto. Di controllo dell’attività degli altri. Avverto forte il rischio di una “dittatura della maggioranza”».
La dittatura della maggioranza non è uno dei vostri cardini?
«La maggioranza deve essere uno strumento di semplificazione e velocizzazione delle decisioni. Spesso invece si trasforma in arma di repressione. Il tentativo dovrebbe essere sempre quello comporre gli interessi, di arrivare a una mediazione».
Che cosa sta succedendo al Movimento?
«Sicuramente non quello che molti degli attivisti, delle persone che si sono candidate e degli elettori, pensavano».
Immaginava un cammino comune col Pd?
«Immaginavo un confronto con altre forze per portare nel Palazzo il nostro modo di vedere la politica, lo stimolo alla partecipazione, la consapevolezza dei cittadini informati. Dovevamo essere un virus buono, costruttivo».
Invece?
«Le cose sono cambiate subito. Quando è stato modificato il codice di comportamento che avevamo firmato tutti. Il giorno in cui Grillo è venuto a Roma. Parlo della storia squalificante della diaria, certo. Rischia di essere il via libera di un sistema di imposizioni dall’alto».
Davvero era – è – una questione di principio e non di soldi?
«Davvero. L’hanno fatta passare per una questione di denaro, ma era solo l’inizio di un meccanismo diretto a piegarci utilizzando un tema che colpiva la sensibilità di molti. Ma se pieghi la testa una volta la pieghi tutte le volte successive».
Se la Gambaro venisse espulsa se ne andrebbe anche lei?
«Se la scelta fosse tra Grillo e la Gambaro per me sarebbe una scelta tra schiavitù e libertà . Io scelgo la libertà ».
La Gambaro è la libertà ?
«La libertà è la libertà di parola e di espressione del proprio pensiero, una libertà che deve essere tutelata in ogni modo».
Non c’è la Rete per questo?
«La Rete è un mezzo utilissimo per fare circolare le informazioni e spesso anche per affermare la propria personalità . Ma può diventare anche una macchina violenta, che intimorisce le persone. Molti parlamentari sono preoccupati dalle reazioni del web. L’aggressività diffusa è molto forte. Tra l’altro vediamo la Rete consultata quasi esclusivamente per emettere sentenze, come per le espulsioni. Il ruolo di tribunale del popolo non mi sembra particolarmente dignitoso. Stiamo rischiando molto».
Sembra lei a sentirsi tradita.
«Per me sono stati altri a violare i principi del Movimento, coloro che vogliono imporre il pensiero unico, non la Gambaro».
Che cosa succede se lunedì il gruppo si spacca in maniera netta?
«Non so se la spaccatura avrebbe risvolti in termini di costituzione di un nuovo gruppo. Ma sarebbe un atto di libertà e di coraggio se venissero fuori le molte anime che sono presenti».
Lei entrerebbe mai a far parte di un nuovo gruppo?
«Se si rendesse necessario sì. Se tra di noi non riusciamo a discutere in modo costruttivo, è giusto costituire un’altra casa».
I numeri li avreste?
«Non ci siamo contati, magari lunedì sarà un’occasione per farlo».
Il suo capogruppo, Nuti, parla di compravendita di parlamentari.
«Spieghi che cosa vuole dire. A me proprio non risulta».
Andrea Malaguti
(da “La Stampa”)
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Giugno 14th, 2013 Riccardo Fucile
LAVORO, SANITA’, GIUSTIZIA, GIOCHI: UNA PIOGGIA DI PROPOSTE INONDA LE CAMERE: MA SOLO UNA SU CENTO VA IN PORTO
1.929 proposte in tutto: 1.134 alla Camera e 795 al Senato, in media circa 25 al giorno. 
Dopo oltre tre mesi e a quasi cento giorni dall’insediamento del nuovo parlamento, a tanto ammontano le proposte di nuove leggi depositate da deputati a senatori a Montecitorio e palazzo Madama.
Proposte che toccano tutti i settori della vita politica e della società , dalla giustizia al lavoro, dalla sanità alle carceri, dall’economia ai giochi di azzardo, che “L’Espresso” ha passato in rassegna in un articolo che compare nel numero in edicola e che offrono un’idea di quali sono per la classe politica le priorità del Paese. Il settimanale ha anche stilato alcune classifiche.
Per quanto riguarda i temi più gettonati dai parlamentari nelle loro proposte, in testa alla graduatoria ci sono i temi legati al diritto e alla giustizia (277 progetti di legge).
A seguire, il lavoro e la salute e, immancabili, le riforme dell’ordinamento dello Stato. A fare la parte del leone, forte dei suoi 401 parlamentari, è naturalmente il Pd, con 730 proposte.
Seguono il Pdl e la Lega, terza in questa graduatoria, ma in testa se si considera la media delle proposte di ciascun parlamentare: quasi otto a testa.
Non sorprende perciò se i due primatisti alla Camera e al Senato sono entrambi del Carroccio: Davide Caparini (58 proposte) e Giacomo Stucchi (83).
Per quanto riguarda invece i parlamentari del Movimento 5 Stelle, sono quasi in coda alla classifica e ultimi come media individuale.
Non brillano nemmeno i big dei vari partiti.
Da quando non è più premier, Mario Monti per esempio non ha trovato il tempo per firmare una legge.
Idem per Silvio Berlusconi e Angelino Alfano.
Nel centrodestra annaspano anche i capigruppo Renato Brunetta e Renato Schifani, autori di una proposta-fotocopia per istituire la commissione Antimafia.
Brunetta ha solo fatto mezzo passo in più, chiedendo con Mara Carfagna l’aggravante per i reati connessi alle discriminazioni razziali, sessuali o religiose.
Quanto alla sinistra, Pier Luigi Bersani ha presentato la proposta per la modifica del Porcellum e per concedere la cittadinanza ai figli degli immigrati, che doveva essere la prima legge del suo esecutivo.
Enrico Letta (due proposte in tutto), prima di essere chiamato a Palazzo Chigi ha invece puntato sui cervelli in fuga, proponendo incentivi per favorirne il rientro.
Nichi Vendola prima di dimettersi da deputato ha cavalcato immigrazione, matrimoni e adozioni gay.
Male invece Guglielmo Epifani, la cui attività legislativa risulta nulla, come quella di Pier Ferdinando Casini, mentre Giulio Tremonti ha riproposto la separazione fra banche commerciali e d’affari per fissare, così ha scritto, «un limite allo strapotere del capitalismo finanziario».
Primo Di Nicola e Paolo Fantauzzi
(da “l’Espresso)
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