Settembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO TRE MESI SI RIPARTE DA ZERO
Il gioco dell’oca nel quale da tre mesi è impegnato il Parlamento sulla legge che dovrebbe abolire (così ce l’hanno curiosamente presentata) il finanziamento pubblico alla politica riparte dal via.
Nessuno si poteva illudere che il cammino del provvedimento filasse liscio.
Ma la decisione di ricominciare l’iter dalla commissione Affari costituzionali almeno un risultato l’ha ottenuto, oltre a quello di alzare l’ennesimo pallonetto a Beppe Grillo che dal suo blog accusa: «Restituite il malloppo».
Finalmente è caduto il velo di ipocrisia che ha circondato fin dall’inizio la proposta del governo di Enrico Letta. E si è finiti, com’era ipotizzabile, nel pantano.
La verità è che questa presunta abolizione del finanziamento pubblico, dopo il sacrificio imposto ai partiti scorso anno con il dimezzamento degli scandalosi rimborsi elettorali, risulta indigesta a tutti.
Indigesta per il centrosinistra, che pure ha fatto culturalmente passi da gigante dal punto di partenza, per esempio affidando la certificazione dei bilanci a un revisore esterno, principio poi reso obbligatorio per legge: i problemi economici a mantenere strutture come quelle del Pd ci sono eccome.
E non va affatto giù neppure al centrodestra, nonostante il suo leader Silvio Berlusconi sia stato il più lesto a cavalcare l’onda dell’abolizione del finanziamento in campagna elettorale.
Sotto i suoi governi il finanziamento pubblico dei partiti è cresciuto a dismisura, con leggine approvate da tutti quelli che ora le hanno bollate come vergognose.
Per una curiosa coincidenza, proprio mentre il parlamento era alle prese con questo provvedimento, procedeva in pompa magna l’allestimento della nuova sontuosa sede di Forza Italia in piazza San Lorenzo in Lucina, a Roma.
Con descrizioni da Mille e una Notte.
Così l’obiettivo di ciascuno è diventato quello di limitare i danni, se non mettere in difficoltà l’avversario.
O magari salire sul trenino di quella legge per portare a casa qualche indecente furbizia.
Ecco quindi spuntare dal fronte del Popolo della libertà un emendamento per depenalizzare il reato di illecito finanziamento ai partiti, la buccia di banana sulla quale sono scivolate legioni di parlamentari e di piccoli ras locali azzurri.
Un’idea che ha però fatto insorgere i deputati del Partito democratico, i quali la considerano semplicemente irricevibile: anche perchè i suoi elettori, già poco inclini alla comprensione di qualche umana debolezza democratica, li spellerebbero vivi. Allora è il Pd che insiste perchè venga messo un tetto ai finanziamenti privati, con la motivazione che senza un limite ai contributi i partiti possano essere preda dei condizionamenti: fosse di una multinazionale, di qualche finanziaria, o semplicemente di un riccone.
E come sempre capita, appena fanno una mossa i democratici trovano subito qualcuno pronto a scavalcarli a sinistra.
Spunta così, dalle parti di Sinistra, ecologia e libertà , la proposta di vietare di contribuire finanziariamente alla vita politica di un partito a coloro che hanno riportato una condanna in via definitiva per reati gravi.
Emendamento «ad personam», visto che individuare l’obiettivo è un gioco da ragazzi. Trattasi di Silvio Berlusconi, reduce dalla mazzata che gli ha appena assestato la Cassazione: quattro anni per frode fiscale, con tutto ciò che ne consegue.
Inutile dire che nessuna di queste proposte ha la minima possibilità di passare.
Perciò si riparte dal via, per un altro giro che dà speranze solo agli inguaribili ottimisti.
Nell’attesa che il tempo passi, e che magari con tutto quello che c’è da fare (e soprattutto da dire) quella legge già pasticciata in partenza finisca definitivamente spiaggiata.
La lista dei precedenti è lunghissima: il dimezzamento dei parlamentari, l’abolizione delle Province…
Anche su quelle cose, alla pari della presunta abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, non giuravano (quasi) tutti di essere d’accordo?
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
RISCHIO CONTA ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE… GIU’ IL TESSERAMENTO, IN MOLTE REGIONI MENO 50%
«Una conclusione unitaria sulle regole del congresso è nell’interesse di tutti, dobbiamo trovare questo
accordo».
Epifani pesa le parole dopo l’incontro con Renzi. Ma l’accordo non c’è.
E nell’Assemblea nazionale del Pd del 20 settembre quella che dovrebbe decidere data e modi per l’elezione del nuovo segretario democratico si potrebbe andare alla conta.
Un’ora e mezza di colloquio tra il sindaco fiorentino e il leader non sono serviti a dissipare le nuvole che sia addensano sia sul congresso che sul governo.
«Abbiamo parlato di regole sì, e non solo…», dice Epifani a incontro appena terminato.
Quel “non solo” riguarda le ultime uscite del “rottamatore” su Letta.
Il segretario gli ha rimproverato gli attacchi al governo.
Ribadisce in tv, al Tg3: «Renzi mi ha confermato che non creerà problemi al governo in una fase così difficile per il paese. Del resto sarebbe un gravissimo errore mettere in difficoltà un esecutivo che sta affrontando le condizioni dei nostri cittadini, non possiamo chiedere al centrodestra un atto di responsabilità e non farlo innanzitutto noi…».
È l’altolà al sindaco.
Parla Epifani di un’intesa sulla data, che in realtà non c’è.
Oggi si riunisce il “comitatone” per il congresso per tentare un compromesso.
Renzi è disponibile alla fine dell’automatismo tra segretario del partito e premiership (come del resto fece Bersani per permettergli di sfidarlo alle primarie del 2012), ma non vuole allungamenti dei tempi.
Chiede restino le regole di sempre.
I congressi locali perciò vanno fatti dopo le primarie nazionali.
È l’opposto della proposta di Epifani. Ed è difficile che su questo il sindaco ceda, perchè ritiene sia uno dei tanti trabocchetti disseminati lungo la strada della sua candidatura.
Teme di diventare il segretario di un Pd che non controlla, che nei territori esprime altre maggioranze.
I Democratici del resto sono in acque agitatissime, con un crollo dei tesseramenti. In Toscana è stato registrato un meno 50%; non è la sola regione.
Epifani avrebbe insistito per un congresso con tempi più lunghi, che coinvolga i circoli, che apra un dibattito approfondito.
Però anche Gianni Cuperlo, lo sfidante di Renzi e candidato della sinistra, è per non prendere tempo.
D’Alema, che appoggia Cuperlo, attacca: «Renzi sicuramente anche sull’onda di un enorme trascinamento mediatico è il candidato che appare come il vincitore annunciato.
Ma a me non interessano i vincitori, mi interessano i principi … e le idee, le proposte di Cuperlo sono indubbiamente superiori ».
Mentre il “rottamatore”, aggiunge, si candida a segretario parlando d’altro, come se stesse facendo una campagna per governare il paese: «Non ci sono però elezioni, e al governo del paese c’è un membro del nostro partito». Insiste anche sulla divisione tra la leadership del partito e la premiership: «Una regola che non ha più senso».
I renziani a loro volta contrattaccano. «D’Alema ha questa idea, quasi fosse la separazione delle carriere dei giudici», ironizza Paolo Gentiloni.
Dario Nardella invita ad avere «calma e serenità : gli attacchi a Renzi, dopo la sua intervista a “Porta a porta” sono una polemica inesistente».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Settembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE È DI UMORE NERO AD ARCORE, MA ASPETTA GLI EVENTI MENTRE I FIGLI GLI CHIEDONO IL PASSO INDIETRO… LUI È CONVINTO: NON SI DIMETTE E NON CHIEDERà€ LA GRAZIA
Insieme, quasi mano nella mano, per una volta concordi davvero, i ventitrè senatori in Giunta per le
Elezioni e le Immunità hanno deciso che la relazione di Andrea Augello (Pdl) verrà votata mercoledì intorno alle 20:30.
Quando il testo, che vuole salvare il condannato Silvio Berlusconi, verrà bocciato da Pd, M5S, Scelta Civica e chissà se pure dal mediatico socialista, eletto con i democratici, Enrico Buemi.
Poi la palla passa in mano a questa maggioranza che non rispecchia quella del governo e che farà il primo passo per far decadere il pregiudicato di Arcore, il quale già medita come mettere al sicuro il suo impero economico all’estero, con l’aiuto di qualche oligarca russo amico di Putin.
Entro metà ottobre si arriverà al voto decisivo nell’aula di palazzo Madama, dove al Pdl mancano — al massimo — 44 voti.
Nonostante in Giunta ci sia un clima di sintonia, da una parte determinazione e dall’altra quasi rassegnazione, nulla viene dato per scontato.
Perchè “restano le conseguenze politiche del voto”, ricorda lo stesso Augello.
E in simultanea, Daniela Santanchè suggerisce ai senatori in Giunta di dimettersi perchè le posizioni sono già state esposte sui giornali e in televisione.
Chiusa l’andata negli uffici di Sant’Ivo alla Sapienza, la partita si disputerà al Senato. Prima di prendere il pallottoliere, mentre i democratici temono l’effetto scrutinio segreto e dunque i franchi tiratori, ci sarà una seduta pubblica a cui potrebbe partecipare anche Silvio Berlusconi, se non vuole mandare un avvocato per esporre i punti della sua difesa. Che sono i soliti: la legge Severino non va applicata così com’è, ma va chiesto prima un parere esterno o alla Corte di Giustizia del Lussemburgo o alla Corte Costituzionale.
Ci sarà anche la diretta online, promette il presidente Dario Stefà no.
Ma non ci sono, salvo sorprese o cambi di pensiero, nuovi tecnicismi possibili per far slittare il voto in Giunta: anche se il Pdl potrebbe guadagnare altri dieci giorni sfruttando un cavillo presente nel regolamento, a quel punto si potrebbe scavallare la metà di ottobre.
Fa riflettere la sintonia fra i partiti di schieramento opposto che, ai fatti, non è mai stata in discussione perchè s’è sempre deciso all’unanimità , tranne il muro contro muro che Renato Schifani aveva denunciato sulle pregiudiziali.
Dal suo bunker lombardo di Arcore, il Cavaliere assiste con umore nero ma oscillante alle manovre romane sulla sua decadenza.
Chi ha parlato con lui ieri, sostiene che stia diventando “sempre più falco” ma al momento la linea politica resta quella delle colombe del Pdl e del cerchio magico di familiari e amici: fare il passo indietro da senatore e chiedere la grazia a Napolitano.
I figli peraltro avrebbero già firmato la richiesta.
Se poi il voto del 18 settembre porterà ad altre minacce di crisi, basterà aspettare l’eventuale escalation di toni nei prossimi giorni con il ritorno in video dello stesso B. Racconta un falco: “Berlusconi non si dimetterà e non farà chiedere la grazia, questo è certo”.
Il solito balletto di dubbi, aggravato dal-l’ossessione per la “roba”.
Il vero obiettivo dei figli è la salvezza dell’impero paterno e l’incubo è quello che gli arresti domiciliari siano il primo passo verso il crollo, come già successo con Vittorio Cecchi Gori, questo l’esempio evocato ad Arcore.
Da Arcore arrivano resoconti su una fatidica “pista russa”.
L’amico Putin potrebbe dargli una mano nel trasferimento di beni, azioni e liquidità . Non sarebbe escluso nemmeno l’atto finale di una fuga, anche senza passaporto, verso l’Est. “A un uomo ricco come lui tutto è possibile”, dice una fonte di rango.
Nel suo bunker di villa San Martino, Berlusconi ragiona su tutti gli scenari.
Chi lo conosce, profetizza che alla fine “deciderà d’istinto, come ha sempre fatto”.
Anche se l’età e la depressione farebbero la loro parte. L’Huffington Post gli ha attribuito questa frase, a tavola con i familiari: “Certe volte penso che sarebbe meglio per tutti se morissi”.
Fabrizio d’Esposito e Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
HA GIà€ UN COSPICUO VITALIZIO DA PARLAMENTARE, UNA PENSIONE COLOSSALE E ORA AVRà€ UN SUPER STIPENDIO, CON TANTO DI AUMENTO
L’uomo giusto al posto giusto.
La decisione del presidente Giorgio Napolitano di nominare il 75enne Giuliano Amato giudice costituzionale al posto dell’uscente 76enne Franco Gallo, non risponde solo alla logica di prudente ringiovanimento delle istituzioni, e non va ridotta alla pur gettonatissima interpretazione del risarcimento dovuto a un vecchio sodale del presidente che in primavera ha trovato i veti Pd a sbarrargli la strada prima verso il Quirinale e poi verso Palazzo Chigi.
L’approdo di Amato alla Corte costituzionale (15 membri così scelti: 5 dal Quirinale, 5 dal Parlamento e 5 dalla magistratura), proprio nel momento in cui Silvio Berlusconi chiede alla Suprema corte di esentarlo dagli effetti della legge Severino, sancisce in modo esplicito quell’antico rapporto di complicità tra il potere politico e la Corte di cui la carriera di Amato è simbolo.
Una galoppata infinita tra Prima, Seconda e Terza Repubblica l’ha portato a essere braccio destro di Bettino Craxi a Palazzo Chigi (1983-1987), presidente del Consiglio (1992), presidente dell’Antitrust (1994-1997), ministro delle Riforme (1998), del Tesoro (1999), dell’Interno (2006-2008) e presidente dell’Enciclopedia Treccani, della Fondazione ItalianiEuropei e del circolo tennis di Orbetello (per limitarsi agli incarichi più significativi).
Ma i momenti chiave della carriera del “dottor sottile” sono scanditi da sottilissime questioni costituzionali.
La prima se la ricorda bene anche Napolitano.
Quando Amato scrisse i testi dei due cosiddetti “decreti Berlusconi” che restituivano l’agibilità dell’etere alle tv Fininvest oscurate dai pretori, fu l’allora capo dei deputati comunisti a tuonare contro un provvedimento “indubbiamente incostituzionale”, ma nel voto dell’aula sulla costituzionalità , i 60 franchi tiratori della maggioranza diagnosticati dal combattivo Napolitano furono compensati dal soccorso dei missini, che dieci anni dopo sarebbero stati sdoganati da B.: “I missini hanno salvato il decreto, in una logica di lotta distruttiva nei confronti del servizio pubblico”, tuonò Napolitano.
Poi le loro strade tornarono parallele come sempre.
Un giorno L’Espresso chiese a vari politici di dare un consiglio a Craxi premier: “Si guardi dai comunisti” disse Amato; “Si guardi dai democristiani”, disse Napolitano.
Adesso tutti e due si guardano dal Pd, sintesi delle loro fobie di 30 anni fa.
Nel 1992 Amato diventò premier e Napolitano presidente della Camera.
Naturalmente era all’ordine del giorno l’urgente riforma della Costituzione e già i due, 21 anni fa, vagheggiavano scorciatoie.
Amato disse in Parlamento, a proposito dell’immancabile Bicamerale: “I presidenti delle due Camere stanno valutando la possibilità di costituire la nuova commissione con un atto bicamerale non legislativo. Questo semplificherebbe molto le procedure di costituzione, consentendo anche un notevole risparmio sui tempi”.
Una procedura “eccellente”, recensiva Amato. Sottigliezze.
Il capolavoro costituzionale venne pochi giorni dopo, con il famigerato prelievo dello 0,6 per cento dalle giacenze dei conti correnti bancari.
C’era da salvare la lira, messa in ginocchio dalla decisione di Amato di mettere in liquidazione l’Efim con i suoi 13 mila miliardi di debiti. E ai poveracci che hanno così pochi soldi da non poterli investire in titoli fu praticato l’asporto di 5.250 miliardi di lire.
Un’operazione clamorosamente contraria agli articoli 3, 47 e 53 della Costituzione (uguaglianza, tutela del risparmio, progressività delle imposte).
Tre anni dopo la Corte costituzionale, visto che lo Stato non aveva soldi per restituire il maltolto, opinò che lo scippo di Amato “incide sui depositi con un’aliquota invero di contenuta entità , tale da non potersi ragionevolmente considerare ablativa del patrimonio del soggetto”.
Invece la medesima Corte ha ritenuto fortemente ablativa la mossa di Giulio Tremonti che nel 2010 tagliò le pensioni sopra i 90 mila euro, tra cui quella di Amato, e gli stipendi dei magistrati, a cui sono agganciati quelli dei giudici costituzionali .
E così, opinando che “le decurtazioni dello stipendio, incidendo sullo status economico del giudice, creerebbero una sorta di dipendenza del potere giudiziario dal potere legislativo ed esecutivo” (gli aumenti invece no?), i giudici costituzionali ripristinarono il quantum con tanto di arretrati anche per se stessi.
Alla faccia degli esodati e delle altre vittime delle leggi retroattive.
C’è da dire che Amato sembra Gastone Paperone: dove si siede piovono soldi.
Per essere stato quattro anni all’Antitrust è riuscito a farsi dare, a 59 anni, una pensione di 22 mila euro lordi al mese, che si aggiungono ai 9 mila del vitalizio parlamentare.
Adesso arriva lo stipendio da giudice costituzionale (appena aumentato dai giudici costituzionali), che è pari a quello del magistrato più pagato (il primo presidente della Cassazione) maggiorato del 50 per cento.
Fanno 427 mila euro annui, pari a 13 mensilità da 32 mila. Così Gastone ha raddoppiato lo stipendio, e tutti pensano che a 63 mila euro al mese anche loro avrebbero un forte senso delle istituzioni.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
QUANDO AMATO SI ILLUMINAVA D’INCENSO
Un giorno o l’altro, magari da qualche casuale intercettazione o ritrovamento di elenchi o liste,
scopriremo le doti nascoste di Giuliano Amato, l’uomo che non doveva pensionarsi mai, la salamandra che passava indenne tra le fiamme, il dinosauro sopravvissuto alle glaciazioni, il “sederinodoro” (come diceva Montanelli) che riusciva a occupare contemporaneamente mezza dozzina di cadreghe alla volta.
I collezionisti di poltrone e pensioni troveranno l’elenco completo delle sue.
Ma qui c’è di più e di peggio: in un Paese dove nessuno riconosce più alcun arbitro imparziale, figura terza, autorità indipendente, non si sentiva proprio il bisogno di trapiantare un vecchio arnese della politica in quello che dovrebbe essere il massimo presidio della legalità costituzionale: la Consulta.
Già negli ultimi anni, spesso a torto e qualche volta a ragione, la Corte è finita nella rissa politica per sentenze o decisioni che puzzavano di compromesso col potere.
Specie da quando l’arbitro supremo che sta sul Colle ha smesso la giacchetta nera e s’è messo a giocare le sue partite politiche trasformando la Repubblica in sultanato (vedi bocciatura del referendum elettorale e verdetto sul caso Mancino).
Lo vede anche un bambino che di questi tempi la Consulta e gli altri organi di garanzia hanno bisogno di un surplus di indipendenza e di terzietà .
Invece che t’inventa Re Giorgio? Prende un suo amico, ex braccio destro di Craxi, deputato e vicesegretario Psi, vicepremier, due volte premier, ministro del Tesoro (due volte), dell’Interno, delle Riforme, degli Esteri, senatore dell’Ulivo e deputato dell’Unione, candidato al Quirinale nel ’99, nel 2006 e nel 2013, “vicino” (si dice così?) al Montepaschi, consulente Deutsche Bank, insomma ex tutto, e lo promuove giudice costituzionale.
Possibile che Napolitano non conosca un giurista meno incistato nel potere politico e finanziario di lui? Gli dicono nulla nomi come Pace, Carlassare, Cordero?
Già la Corte è piena di politicanti camuffati da giureconsulti e nominati dal Parlamento, cioè dai partiti.
Almeno il Quirinale avrebbe potuto, anzi dovuto scegliere una figura indipendente, fuori dai giochi, magari sotto i 50 anni (e, se non è troppo, donna): invece ha voluto il Poltronissimo. Nonostante certi suoi trascorsi, o forse proprio per quelli.
Nel 1983, spedito da Craxi e commissariare il Psi travolto dallo scandalo Zampini, Amato rimproverò al sindaco Novelli di aver portato il testimone d’accusa in Procura anzichè “risolvere politicamente la questione” (tipo insabbiarla).
Nell’84-85 ispirò i vergognosi decreti Berlusconi — le prime leggi ad personam di una lunga serie — donati da Craxi all’amico Silvio quando tre pretori sequestrarono le antenne Fininvest fuorilegge.
Infatti nel ’94 il Cavaliere riconoscente lo issò all’Antitrust, dove Amato non si accorse mai del monumentale trust berlusconiano sul mercato della tv e della pubblicità (in compenso sbaragliò impavido un temibile trust nel ramo fiammiferi e accendini).
Non riportiamo qui, per carità di patria, i fax di Bettino da Hammamet sul “professionista a contratto” che in tante campagne elettorali non s’era mai accorto delle tangenti al Psi.
Molto più interessante è la sua intervista del 2009 a Report.
Bernardo Iovene gli ricorda che il decreto Craxi-Berlusconi del-l’85 era “provvisorio” e doveva durare solo 6 mesi, in attesa della legge di sistema sulle tv; ma lui s’inventò che era solo “transitorio”, quindi non andava neppure rinnovato una volta scaduto.
Anzichè arrossire e nascondersi sotto il tavolo, Amato s’illumina d’incenso: “Sa, noi giuristi viviamo di queste finezze: la distinzione fra transitorio e provvisorio è quasi da orgasmo per un giurista… Quando discuto attorno a un tavolo tecnico e qualcuno dice ‘questa cosa è vietata’, io faccio aggiungere ‘tendenzialmente’…”.
Ora che dovrà esaminare la legittimità delle leggi firmate dall’amico Giorgio, sarà tutto un orgasmo.
Provvisorio e tendenziale.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL CASO RIVA E I LICENZIAMENTI ANNUNCIATI
“Se fossi il papa” — chi non comincia così, oggi. Se fossi il papa, visiterei le discariche dell’Ilva. Ma andiamo per ordine.
Nel 2008, in cambio di qualcosa, i Riva padroni dell’Ilva diventarono, versando 120 milioni, il secondo azionista dell’Alitalia rattoppata, dopo Air France.
Settantuno di quei milioni sono stati ora sequestrati dalla Guardia di Finanza, insieme al patrimonio che i Riva avevano scorporato dall’Ilva, per metterlo al riparo: il totale di questo secondo sequestro (il primo superava di poco il miliardo) è di 916 milioni di euro.
Sono porzioni pazientemente stanate dalle proprietà Riva per coprire la cifra di 8,1 miliardi, fissata dalla magistratura come l’equivalente di quanto i Riva avevano sottratto al risanamento ambientale.
“Riva Acciaio” ha annunciato ieri la chiusura di sette stabilimenti, Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco), e due di servizi e trasporti (Riva Energia e Muzzana Trasporti), per un complesso di 1500 lavoratori.
Ritorsione che vuol mettere questi lavoratori contro quelli dell’Ilva tarantina, e gli uni e gli altri contro Procura e Gip di Taranto, Patrizia Todisco.
Curiosamente, all’elenco di fabbriche serrate (su cui si è equivocato, scambiando Ilva Acciaio, restata della famiglia Riva, con l’Ilva commissariata di Taranto, Genova ecc.: del resto il garbuglio societario era fatto apposta per confondere le acque) si sono aggiunti i 114 lavoratori tarantini della centrale elettrica, la cui chiusura è impensabile se non progettando un’eruzione vulcanica del siderurgico: ai 114 è però stato annunziato che non ci sono soldi per pagarli. Perchè i Riva credano che appartenga ancora a loro l’alimentazione elettrica della fabbrica commissariata è difficile capire: e se una distrazione ci fosse stata, sarebbe bene che il governo si sbrigasse a rimediare con un decreto aggiuntivo, e tanto meglio se vi comprendesse anche gli stabilimenti chiusi per ritorsione.
Si sbaglierebbe a vedere nella serrata dei Riva un gioco delle parti col già loro Enrico Bondi, che il governo ha lasciato dov’era nominandolo, da amministratore delegato, commissario. Quasi ottantenne, Bondi non è stanco di rottamare e riparare.
È probabile che non tenga in conto i Riva, e ne sia detestato.
Non li ha traditi: era andato lì per offrire il suo curriculum alle banche, e raddrizzare un naufragio che nemmeno la Concordia.
Se è vero, come sostiene la Guardia di Finanza, che intendeva continuare a servirsi dei “fiduciari”, la gerarchia ombra coloniale, dai vertici ai capireparto, cui i Riva si affidavano per il lavoro sporco, ora finita nelle indagini (e in galera), è un bruttissimo scivolone.
Il fatto è, spiegano, che per lui — aretino, mordace, suo padre fabbricava casse da morto, non sta lì per i soldi ma per la sfida, e lavora sedici ore al giorno — raddrizzare significa tagliare, ridimensionare, produrre.
Ridimensionare quanto? Fino a sette milioni di tonnellate.
Tagliare quanto? 5, 6 mila teste.
Dei posti di lavoro, e anche dell’ambiente, ammesso che gli importi — non so — comunque non pensa che sia propriamente affar suo.
I tagli (prepensionamenti, certo, ma il grosso saranno licenziamenti) sono questione di un paio di mesi. I 1500 di ieri sono un anticipo e un sovrappiù.
Per i tagli dovrebbero esserci i sindacati, per l’ambiente e la salute il vicecommissario Ronchi.
I sindacati confederali l’altro giorno, quando un operaio è stato vendicativamente licenziato, ed è andato sui tetti con altri compagni a discutere se convenisse buttarsi giù o scendere (sono scesi: evviva), hanno fatto finta che non li riguardasse: avevano un’altra sigla sindacale.
Con un solo operaio alla manovra ferroviaria c’è più sicurezza, dicono.
Claudio Marsella, schiacciato, soccorso con un ritardo sul quale si pronuncerà la magistratura, e morto, è un tragico incidente, dicono.
Ci sono decine di km di binari, locomotori da guidare, carri da agganciare, basta sentirsi male (a dicembre è successo di nuovo: un operaio è restato svenuto a lungo; un altro si è fratturato un braccio, ma almeno poteva chiamare) e non c’è nessuno a soccorrere e chiedere aiuto.
Più operai si intralciano, dicono! Ma basta che uno accompagni l’altro, e intervenga solo alla bisogna.
Ebbene: il consiglio comunale di Taranto, all’unanimità (più unica che rara) ha chiesto che si ripristini la libertà sindacale all’Ilva, condiviso le ragioni del licenziato, e chiesto l’immediato reintegro.
L’arcivescovo Santoro, che non viene dall’Argentina ma ha fatto un suo tirocinio in Brasile, ha comunicato la sua “vicinanza e solidarietà a Marco Zanframundo — l’operaio licenziato — e ai suoi amici”.
Segni dei tempi, che i sindacati dovrebbero leggere: ai cancelli dell’Ilva e nelle strade dei Tamburi si aggira uno spettro, e anche negli altri posti lasciati sguarniti. Lo spettro, l’avete capito, è papa Francesco. Ci mancava lui, penserà qualcuno. Fatto sta che qualcuno ci mancava.
Fossi papa, visiterei le discariche. Dentro l’Ilva hanno una lunga storia da raccontare. Il fatto è, scuote la testa qualcuno, che perfino i suoli e gli argini che dovrebbero contenerle sono fatti di strati di rifiuti speciali, di quelli che la legge dichiara non conferibili.
Accanto all’Ilva, la Cementir sta chiudendo la sua area a caldo, il cuore della produzione e dell’occupazione; non smaltirà più la loppa d’altoforno, lo scarto della ghisa dell’Ilva altamente inquinante, che da qualche parte dovrà andare — a cementare il mare, come a Trieste o a Bagnoli? …
Del piano che metta insieme la sbaragliata siderurgia italiana si sa poco o niente. La cokeria di Taranto potrebbe esser sostituita da quella meglio governata di Piombino, che potrebbe compensare la chiusura dell’altoforno con il forno elettrico, e guadagnarsi con la Concordia e il porto riattrezzato il credito per le rottamazioni navali a venire, che la legge europea non farà più andare a impestare il terzo e quarto mondo… Altrettanti naufragi di cui fare virtù, se si sapesse. C’è un ministro dell’ambiente giovane e, per così dire, impregiudicato.
Ci crede, Andrea Orlando, alla copertura dei parchi minerali (950 milioni, se arrivano), discariche a norma secondo le migliori tecnologie disponibili, controllate da Ispra e Arpa…
Non è un papa, solo un ministro, e di un governo tramortito — ma anche i papi sono diventati a scadenza.
Governo, e suoi commissari, hanno un piano che si aggira sui 2 miliardi, o poco più. Magistratura di Taranto e suoi esperti avevano calcolato 8 miliardi, e ordinato un sequestro equivalente: arrivato a poco più di due, finora.
Poi c’è quel problema dei tumori,e quell’altro problema dei posti di lavoro.
Adriano Sofri
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Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
IL REGOLAMENTO DE SENATO IMPORREBBE A TUTTI I PARTITI DI PUBBLICARE I LORO CONTI SU INTERNET
Trasparenza? No grazie. 
Nonostante scandali e proteste sui costi della politica, i partiti ancora non si sono messi in regola con le nuove norme approvate mesi fa che impongono la pubblicazione on line delle spese dei gruppi parlamentari.
Lo rivela un’inchiesta del settimanale ‘l’Espresso’ nel numero in edicola venerdì 13 settembre.
Mancano all’appello i conti del Pdl e della Lega. Compito in bianco anche per Scelta Civica.
E perfino i Cinquestelle, sbarcati in parlamento cavalcando le campagne anticasta, si sono adeguati all’andazzo generale: i conti restano nei cassetti .
Come rivela ‘l’Espresso’, solo il Pd e il gruppo dei partiti autonomisti (altoatesini, valdostani e altri minori) hanno messo in rete sul loro sito internet il dettaglio delle spese dei primi quattro mesi della legislatura, da marzo a luglio.
Questo, infatti, è quanto prevede il nuovo regolamento approvato dal Senato, il 16 gennaio, in piena campagna elettorale.
Ogni quadrimestre, recita la norma, ciascun gruppo deve pubblicare in rete “gli estremi dei mandati di pagamento, assegni e bonifici bancari”.
Le disposizioni del Senato sono molto più stringenti (chissà perchè) rispetto a quelle sulla stessa materia varate dalla Camera solo un paio di mesi prima (novembre 2012). A Montecitorio è sufficiente presentare un resoconto annuale della gestione del gruppo, accompagnato dall’ok formale di una società di revisione.
Non è invece richiesta la pubblicazione online dei giustificativi di spesa, obbligatoria al Senato.
Queste regole sono però rimaste in buona parte lettera morta, visto che la maggioranza dei partiti ha pensato bene di far finta di niente.
E così, alla voce trasparenza del sito “PdlSenato” non c’è niente che faccia riferimento al rendiconto di entrate e uscite.
Idem per quanto riguarda Scelta Civica.
E il gruppo Grandi Autonomie e Libertà , meglio noto come Grande Sud, alla voce amministrazione ha messo in rete una pagina vuota.
Dai numeri del rendiconto si scopre invece che il gruppo dei senatori Pd ha speso un milione e 350 mila euro alla voce stipendi e contributi dei 46 dipendenti (più sette collaboratori) del gruppo.
Poi ci sono le spese varie. Alla voce “auto presidente” sono associate uscite per oltre 2 mila euro tra metà marzo e fine luglio.
Per presidente si intende con ogni probabilità il capogruppo Luigi Zanda.
Vittorio Malagutti e Andrea Palladino
(da “l’Espresso“)
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Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
RIUNIONE CON AVVOCATI E FIGLI: TEME IL SEQUESTRO DELLE AZIONI
Altri sette giorni di fibrillazione, nell’attesa che la Giunta si decida a decidere. Ancora una settimana appesa agli umori del «pregiudicato che tiene tutti in ostaggio», come nella spietatissima barzelletta propalata dal web.
Fino a mercoledì chissà quante altre volte la fine del mondo sarà annunciata e poi rimangiata…
Gli amici del Cavaliere ci scherzano bonariamente («Oggi l’hai visto su? Lo troveremo giù?»).
Sugli alti e bassi di Berlusconi, Vespa regola il suo barometro serale.
Ma alla gente, quella che l’indomani deve pagare le bollette, che è in ansia per una possibile guerra alle porte di casa, che dalla politica cerca soluzione ai propri guai, da tutto questo sta ricavando noia.
Non risulta ci siano sondaggi in grado di quantificare al Cavaliere questo fastidio collettivo per i suoi tentennamenti.
Ma tra i più saggi intorno a lui, il pericolo dell’assuefazione è ben colto. Come nella favola di Esopo, evocare tutti i santi giorni la crisi senza poi mai metterla in atto determina alla lunga l’«effetto sbadiglio», la sensazione che neppure nelle minacce Silvio vada preso sul serio.
Solita riunione con gli avvocati Coppi e Ghedini, consueta partecipazione dei figli al dibattito mille volte ripetuto se convenga domandare la grazia.
I rampolli del Cavaliere pare abbiano sottoposto al padre una richiesta di clemenza già scritta e solo da firmare. Lui, per il momento, si sarebbe rifiutato.
Corre voce che la vera segretissima ragione di questi ripetuti summit consista in una sistemazione patrimoniale avviata da Berlusconi a favore dei figli, una corsa contro il tempo per evitare contraccolpi giudiziari della condanna (sequestri di pacchetti azionari e provvedimenti simili) sui vasti interessi dell’azienda di famiglia. Sarà una coincidenza, ma ieri il titolo Mediaset è passato parecchio di mano con un aumento in Borsa di oltre il 3 per cento.
Sebbene il relatore Augello sia riuscito a rinviare il voto fino a metà della prossima settimana, compiendo quasi un miracolo, per il Cav è troppo poco, bisogna tergiversare all’infinito. La Santanchè gli sussurra all’ orecchio: «Fai cadere il governo, così si tornerà alle urne e il Senato non farà in tempo a votare la tua decadenza».
Su questo lei e Quagliariello giorni fa si erano già amabilmente confrontati, poichè il ministro delle Riforme è certissimo che le elezioni anticipate esistano solo nella mente dei «falchi», Napolitano non le concederà mai, e comunque si voterebbe troppo in là per scongiurare la decadenza…
Spiega uno dei rari saggi rimasti nel Pdl: «Tutti stanno recitando una commedia per far contento l’impresario, cioè Berlusconi. Ma si capisce che già pensano alla prossima scrittura…».
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile
I PM APRONO UN’INCHIESTA SUI RAPPORTI TRA BANCA E POLITICA
Una spartizione tra Pd e Pdl dove la sinistra ha sempre prevalso e poi è scesa a patti. 
Accordi su nomine e affari che venivano discussi a livello locale e avallati dai vertici nazionali del partiti, passando per la presidenza del Consiglio.
Nell’inchiesta sulla gestione del Monte dei Paschi di Siena, si apre il capitolo di indagine più delicato.
È quello che porta direttamente nelle stanze della politica romana.
Sono le deposizioni degli amministratori locali, di coloro che per statuto devono indicare i nomi da sottoporre alla scelta per la composizione dei consigli di amministrazione, a delineare quanto è accaduto negli ultimi anni.
Svelando come alla fine ci fosse sempre la necessità di trovare un’intesa che potesse garantire le varie parti.
Spesso ignorando quali fossero le reali esigenze finanziarie e soprattutto le garanzie per gli azionisti.
La maggior parte dei verbali sono stati depositati all’inizio di agosto scorso, quando i pubblici ministeri Antonio Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso hanno chiuso la prima istruttoria sull’acquisizione della banca Antonveneta avvenuta alla fine del 2007 per 9,3 miliardi di euro, con una plusvalenza calcolata in almeno tre miliardi di euro rispetto a quanto era stata pagata tre mesi prima dalla banca Santander.
«Le anime dei Ds»
Era stato il presidente della Fondazione Gabriello Mancini il più incisivo nel delineare i meccanismi di designazione in un interrogatorio del 31 gennaio 2013: «Era il presidente Giuseppe Mussari che decideva le nomine e mi informava. Il suo riferimento era Franco Ceccuzzi, di area dalemiana. Posso dire che aveva un cordiale rapporto anche con Walter Veltroni quando divenne segretario del Pd. Il punto di riferimento nel Pdl era l’onorevole Denis Verdini. Altra persona con cui aveva rapporti era Gianni Letta. Ricordo che Letta affermava che Mussari era il suo riferimento in banca, mentre io ero il suo riferimento in Fondazione».
Altri importanti dettagli li ha forniti ai magistrati Maurizio Cenni, sindaco di Siena dal 2001 al 2011.
Viene ascoltato come testimone il 4 ottobre 2012 e dichiara: «Devo dire che le diverse anime dei Ds erano fortemente interessate alla gestione di Banca Mps. È sufficiente leggere i giornali dell’epoca per ricordare ciò che l’onorevole Vincenzo Visco o l’onorevole Massimo D’Alema, ad esempio, pensavano della banca. Affermavano che era antistorico che una realtà di soli 60 mila abitanti potesse gestire, attraverso gli enti locali, un gruppo bancario importante comne Mps. Affermavano che la banca doveva crescere, doveva acquisire altri gruppi bancari, essere più presente sul mercato italiano e internazionale. L’acquisizione di Antonveneta avviene anche in ragione della pressione psicologica che vi era sulla banca».
I cinque componenti
In uno stralcio di verbale reso noto qualche settimana fa, Fabio Ceccherini il presidente della Provincia di Siena dal 1999 al 2009, chiarisce che nel 2006, per le nomine di Mancini a presidente della Fondazione e Mussari a presidente della banca, di averne parlato «con Cenni, Ceccuzzi e con Franco Bassanini che era stato eletto nella circoscrizione di Siena e assieme all’onorevole Giuliano Amato erano quelli maggiormente attenti al territorio e alla banca. Ebbi colloqui anche con D’Alema che esprimeva perplessità sulla governance»
Altri dettagli sono stati aggiunti dal politico nel corso di quell’interrogatorio del 4 ottobre 2012. In particolare Ceccherini specifica che «il presidente nomina cinque componenti della deputazione» e sostiene di aver cercato sempre «di privilegiare il territorio per la nomina degli stessi». Secondo lui «c’era interesse, ma non ingerenza da parte dei responsabili nazionali dei Ds in ordine alle scelte riguardanti la banca». Ma specifica come proprio D’Alema «riteneva il sistema di nomine medievale perchè troppo legato agli enti locali e auspicava un’apertura, un suo maggior radicamento sul territorio nazionale e una politica industriale che fosse più attenta alle esigenze del mercato»
L’accordo con il Pdl
Agli atti dell’inchiesta c’è la bozza di un patto siglato tra Ceccuzzi e Verdini predisposto il 12 novembre 2008 per la spartizione delle nomine. In calce ci sono i nomi, ma non le firme ed entrambi hanno dichiarato che «si tratta di una bufala».
In realtà le «regole» fissate in quel documento sono le stesse poi ripetute a verbale da numerosi protagonisti come il senatore del centrodestra Paolo Amato che ai magistrati, parlando della nomina di Alberto Pisaneschi nel Cda di Mps in quota Pdl, aveva dichiarato: «Pisaneschi non è stato nominato da Verdini, ma è stato il frutto del “groviglio armonioso” senese. Poi Verdini lo ha gestito».
Una linea confermata da Mancini secondo il quale «per questa scelta è stato necessario l’avallo di Gianni Letta e il via libera finale di Silvio Berlusconi».
Non solo. Chiarisce Mancini: «Dopo l’acquisizione, la presidenza di Antonveneta venne affidata a Pisaneschi su indicazione di Mussari. Egli motivava questa sua indicazione con opportunità politica poichè Antonveneta aveva i suoi maggiori interessi in Veneto, regione a forte connotazione politica di centrodestra e dunque era opportuno che il presidente fosse della medesima area politica. Mussari mi disse di aver informato il presidente della Regione Giancarlo Galan dell’acquisizione di Antonveneta».
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: denuncia, Partito Democratico, PD | Commenta »