Destra di Popolo.net

LA CONSULTA: “MAI DATO L’OK ALLE LISTE BLOCCATE”: LA PATACCA RENZI RISCHIA DI FINIRE DI NUOVO DAVANTI ALLA CORTE

Gennaio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

PERPLESSITA’ ANCHE SULLA SOGLIA DEL PREMIO

Una riflessione che pesa. Ovviamente se a farla è un giudice della Consulta. E soprattutto se la sua opinione è condivisa da molti suoi colleghi.
Praticamente da tutti quelli, un’ampia maggioranza della Corte, che il 4 gennaio hanno confermato la bocciatura del Porcellum.
Decisa il 4 dicembre, confermata e motivata un mese dopo.
La riflessione è questa: «Non sarei troppo sicuro nel ritenere che c’è un nostro pieno via libera a una legge elettorale in cui non sia prevista almeno una preferenza».
E allora quel riferimento alle liste corte, alla spagnola, quindi con candidati riconoscibili?
«Quello era un esempio per dimostrare quanto grande fosse lo svarione contenuto nel Porcellum, con le sue liste lunghe e bloccate».
L’interrogativo seguente è d’obbligo: quindi c’è il rischio che la futura legge elettorale, quell’Italicum frutto dell’incontro Renzi-Berlusconi, possa finire di nuovo davanti alla Consulta per un vizio di costituzionalità  almeno sulla questione delle preferenze?
Qui si raccolgono affermazioni convinte. E preoccupanti. Sulle quali riflettere.
Del tipo: «La Corte ha aperto una porta importante per porre subito la questione di costituzionalità . Se il ricorrente Bozzi è dovuto arrivare in Cassazione per veder recepita la sua istanza, adesso la faccenda è cambiata. Un nuovo ricorso potrebbe arrivare sui nostri tavoli anche subito».
Come andrebbe a finire? Anche in questo caso la risposta è assai pregnante: «La Corte, sta scritto nelle carte, non ha sdoganato un sistema senza preferenza».
È settimana “bianca” alla Consulta. Ma i giudici lavorano ugualmente.
È troppo fresca la bocciatura del Porcellum per non interrogarsi su che sta succedendo adesso.
Anche se la premessa è necessaria: «La Corte non dà  patenti di costituzionalità  sulle leggi in itinere o approvate nella loro interezza. I giudici valutano il singolo punto. Su quello si pronunciano. Proprio com’è avvenuto per il Porcellum».
Già , sul premio di maggioranza e sulle preferenze, giusto i due fantasmi di potenziale incostituzionalità  che cominciano ad agitarsi in queste ore. La preferenza che non c’è. La soglia minima per il premio di maggioranza, quel 35%, valutato come «ancora troppo basso».
Ma è la preferenza il vero scoglio. Perchè, come dicono alla Corte, il passaggio che riguarda la necessità  che ce ne sia almeno una viene considerato del tutto inequivoco. Anzi, chiarissimo.
Ovviamente i giudici sono stati attenti, nelle motivazioni, a non “sposare” un sistema elettorale, nè avrebbero potuto farlo. Ma hanno valutato il diritto costituzionale di un cittadino ad esprimere un suo pieno voto e quindi una sua scelta.
Per questo, alla Corte, ci si meraviglia sulla convinzione del palazzo della Politica che, sin dal primo momento, ha ritenuto che i giudici avessero sponsorizzato il sistema spagnolo e dato il via libera a quelle liste corte, da 3 a 6 candidati, che adesso fanno bella mostra di sè nel nuovo testo della legge elettorale.
Ma questo via libera invece non c’è. «Quello era solo un esempio di un sistema diverso da quello previsto dal Porcellum». Tutto qui.
«Ma non significava affatto che un sistema senza le preferenze sia costituzionale .

(da “La Repubblica“)

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BERLUSCONI INDAGATO CON I SUOI LEGALI: “TESTIMONI CORROTTI AL PROCESSO RUBY”

Gennaio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

CORRUZIONE IN ATTI GIUDIZIARI E’ L’IPOTESI DI REATO CHE VEDE COINVOLTI ANCHE LONGO E GHEDINI

L’ex premier Silvio Berlusconi e i suoi difensori, gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo, sono indagati a Milano nella inchiesta cosiddetta ‘Ruby ter’.
La loro iscrizione segue la trasmissione degli atti da parte del tribunale di Milano con l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari, in particolare dei testimoni.
Quarantacinque in tutto i nomi iscritti nel registro degli indagati: fra loro molti fra i testimoni del processo Ruby accusati di aver detto il falso.
“Si è proceduto alla dovuta iscrizione nel registro notizie di reato”, è scritto scarno comunicato stampa letto dal procuratore della repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati, a proposito dell’inchiesta.
“Il procedimento è assegnato al procuratore aggiunto Pietro Forno e al pubblico ministero Luca Gaglio” anche perchè “Ilda Boccassini ha comunicato che lei ha altri impegni più pressanti”.
Bruti Liberati ha spiegato che quando il tribunale dispone con sentenza ulteriori indagini, la prassi della Procura è quella di affidarle ai magistrati che hanno già  seguito la prima parte di inchiesta.
In questo caso si tratta dei procuratori aggiunti Boccassini e Forno e del pubblico ministero Antonio Sangermano, che però nel frattempo si è trasferito in un’altra Procura.
Di qui, e dal rifiuto di Boccassini, la scelta di affidare l’inchiesta a Forno e a un nuovo pm che lavora nel suo dipartimento.
Con la sentenza del 24 giugno scorso (il Cavaliere è stato condannato a sette anni di carcere per concussione e prostituzione minorile), i giudici della quarta sezione penale hanno disposto la trasmissione degli atti alla Procura per indagare sulle presunte false testimonianze.
Nelle motivazioni i giudici hanno chiarito che la gran parte di questi testimoni avrebbero detto il falso in aula con “deposizioni compiacenti” anche per “vantaggi economici e di carriera” che gli avrebbe garantito l’ex premier.
Lo stesso collegio nelle motivazioni ha denunciato la gravissima attività  di “inquinamento probatorio” portata avanti dal leader di Forza Italia a indagini e processo in corso, con Ruby e molte delle ragazze “pagate” per mentire.

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BERLUSCONI TAGLIA GLI STIPENDI ALLE OLGETTINE PER PAURA DEL RUBY-TER

Gennaio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

DAL 1° GENNAIO SCORSO VIA IL MENSILE DI 2.500 EURO

Da alcune settimane, Silvio Berlusconi non corrisponde più la paga alle oltre trenta cosiddette “olgettine”.
Dalla fine del 2013, a quanto pare, le ragazze che hanno percepito in questi ultimi anni 2.500 euro al mese, in media, hanno visto chiudersi i rubinetti dai conti correnti personali del leader di Forza Italia.
Troppo alto il rischio di finire ai domiciliari fin dai prossimi giorni, avrebbero intimato gli avvocati Ghedini e Longo.
Il fatto è che domani con molta probabilità  la Procura di Milano deciderà  se aprire formalmente le indagini per corruzione di testimone nel filone cosiddetto Rubyter. L’eventuale sospetto di reiterazione del reato – il pagamento delle testimoni, appunto – potrebbe fornire ai pm una motivazione valida per la misura cautelare.
Il Cavaliere ha preferito dunque correre ai ripari: «Io non le pago più quelle lì ed è bene che si sappia».
La situazione era precipitata quando nei mesi scorsi ben sette delle “papigirls” avevano ammesso in sede processuale di essere stipendiate da Silvio Berlusconi.
Si tratta di Marysthelle Polanco, Elisa Toti, Iovana Visan, Eleonora De Vivo, Myriam Loddo, Aris Espinoza e Lisney Barizonte.
Ma il sospetto dei magistrati di Milano, stando a quanto emerso dal processo Ruby e dalle indagini successive, è che a ricevere il “beneficio” siano state almeno una trentina di altre persone poi finite nelle maglie delle indagini.
Il leader di Forza Italia vuole anche evitare che possa scattare il sequestro dei conti correnti dai quali sarebbero partiti inquesti anni i pagamenti.
Della mossa Berlusconi ha parlato con alcune delle persone più fidate, con i dirigenti del partito, poco prima di partire alla volta del beauty center sul Garda dove si trova da martedì con la Pascale, Giovanni Toti e consorte per buttare giù chili e brutti presentimenti.
Ha confidato la preoccupazione che lo attanaglia, ma anche con l’intento di far circolare l’informazione: perchè chi debba sapere, sappia che quell’andazzo è finito.
Sta di fatto che il clima si è fatto di nuovo pesante, anche nei capannelli forzisti in Transatlantico.
La sensazione diffusa è che la vera mannaia potrebbe scendere non tanto il 10 aprile, con l’udienza del Tribunale di sorveglianza di Milano sull’applicazione dei servizi sociali post condanna Mediaset.
Ma ben prima, se verrà  formalizzata l’apertura dell’inchiesta per corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza e se verrà  riconosciuto il rischio di reiterazione del reato.
«Il capo rischia di finire ai domiciliari anche prima se i giudici si convinceranno che il reato c’è stato davvero», si dicevano ieri mattina alcuni deputati durante la pausa dei lavori.
Il nuovo spettro si chiama Rubyter. Escluso che il settantesettenne già  condannato a quattro anni in via definitiva possa finire in carcere, ma i domiciliari potrebbero integrare le eventuali «esigenze cautelari». Questo il timore.
Che va di pari passo con quello di trovarsi decapitati, privi di leader e del mattatore proprio a ridosso della campagna elettorale per le Europee.
Che si aprirà  proprio quel 10 aprile, quando si deciderà  intanto sui servizi sociali. Figurarsi cosa comporterebbe, la misura restrittiva, se dovesse pesare anche sulla campagna per le Politiche a maggio o comunque tra un anno.
Berlusconi vuole anticipare le tappe rispetto al sipario che comunque scenderà  per lui tra 50 giorni.
La dieta full immersion di questi giorni, le immagini di ieri dal lago con Toti in abiti bianchi, prelude all’avvio anzitempo della campagna elettorale, con uscite tv e comizi. «Non abbiamo tempo da perdere», va ripetendo.
E le dispute interne al partito le giudica davvero secondarie, comunque risolte a modo suo.
Da ieri circola l’ipotesi che possa fare una puntata domenica alla kermesse per il ventennale della «discesa in campo», organizzata da Raffaele Fitto nella sua Bari dopo l’annullamento di quella nazionale a Roma.
Bagno di folla da tremila e passa elettori pugliesi convocati al Palatour del capoluogo. Nessun invito ad altri parlamentari lealisti per non dare l’impressione della convention di corrente, certo l’appuntamento è una risposta al clima da “rottamazione” che spira da Arcore.
«Se il presidente ci farà  l’onore di esserci saremo entusiasti, sarà  il protagonista assoluto – spiega Fitto – Diversamente, celebreremo comunque».

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RENZI, MONOLOGO CATODICO: IL NULLA (MA DETTO BENE)

Gennaio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

AD ASCOLTARLO CI SI SENTE TUTTI PIU’ GIOVANI, FORSE PERCHE’ IL PIU’ VECCHIO E’ LUI

Sta sempre in tivù, e fa bene. C’è da capirlo. È l’uomo del momento, quasi tutti i giornalisti fanno a gara a chi lo celebra di più.
Matteo Renzi sa usare il piccolo schermo e non ignora che i suoi apostoli non siano altrettanto capaci.
Maria Elena Boschi, la Karina Huff di Jerry Calà  Renzi, ha candidamente ammesso a Ballarò che le mancate preferenze del “Verdinum” sono una concessione al maestro Berlusconi (“C’è un veto di Forza Italia, convincetelo voi”).
Una titanica Simona Bonafè, a Piazzapulita, ha rivelato che i renziani votarono contro la mozione Giachetti (che lei stessa aveva firmato) “per agevolare le riforme con Berlusconi”.
E la tenera Alessia Morani, a Ballarò, ha deliziato oltremodo con le sue perle economiche (criticata in merito, ha risposto piangiucchiando e gridando al complotto: “Tutti noi renziani dobbiamo abituarci ai giornalisti di parte, di destra, pagati per infangarci, per demolire subito il nuovo che nasce, che cresce”).
Ovvio, dunque, che Renzi preferisca andare personalmente in tivù: per evitare i danni altrui. Per quanto uno e trino, a volte anche lui sbaglia.
Una volta dice che ha il treno che gli parte e quindi non può dilungarsi, un’altra rifiuta di commentare le dimissioni di Cuperlo perchè “ha già  risposto la Madia” (la qual cosa, a ben pensarci, costituisce un’aggravante più che un’attenuante).
Solitamente, però, Renzi è assai efficace. La sua tecnica televisiva è molto semplice: entrare in uno studio e occuparlo.
Il suo sport preferito è il monologo catodico con supercazzola prematurata: a destra, ovviamente.
Due sere fa era a Porta a Porta. Con lui, oltre a Vespa, un solitamente spumeggiante Marcello Sorgi. Il direttore dell’Avvenire, drammaticamente ossessionato dal tema delle coppie gay.
E Paolo Scaroni, amministratore delegato Eni, impegnatissimo a plaudire qualsivoglia pensiero (parola impegnativa) di Renzi.
Il segretario Pd rappresenta certo il nuovo, e guai a chi non lo sostiene. Guardandolo da Vespa, colpiva però una volta di più l’analogia con Berlusconi.
La “profonda sintonia” non è solo nelle idee, nella claque (da Lele Mora a Briatore), nel personalismo, nel decisionismo, nel superomismo: è pure nella logorrea mediatica. Fiumi di parole, neanche fosse il leader di una cover band dei Jalisse.
La zuppa del Renzi non cambia mai.
Un po’ di iconoclastia rubacchiata al discount (“I partitini si arrabbiano? Si arrangiano. Basta al potere di ricatto”).
Una spruzzata di numeri distribuiti a caso, per dare l’idea che lui è competente e ne sa (quando un politico è in difficoltà , nove volte su dieci si rifugia in una percentuale buttata là  come una ciliegina rancida su una torta scaduta).
Citazionismo diffuso, battutine da Pieraccioni debole, inchini al compagno riformista Tony Blair.
E il mantra eterno delle primarie vinte (il consenso elettorale usato come clava contro i contestatori: anche questo, se è lecito asserirlo, ricorda vagamente i sillogismi berlusconiani).
Quando Renzi va in tivù, più che argomentare dilaga. Più che disquisire, tracima. Più che il nuovo che avanza, sembra il vecchio che indietreggia.
Decisionista come Craxi, logorroico-catodico come Berlusconi.
È una (presunta) Terza Repubblica che somiglia tanto alla Seconda, e pure alla Prima. Nelle idee labili, nei concetti sdruccioli: nel dire niente, ma dirlo bene.
Sembra quasi di essere tornati indietro di vent’anni.
Ci si sente tutti più giovani, osservando e ascoltando Renzi.
Forse perchè il più vecchio è proprio lui.

Andrea Scanzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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NOMINE, RENZI BENEDICE L’INDAGATO SCARONI

Gennaio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

IL MANAGER DELL’ENI SOTTO ACCUSA PER CORRUZIONE INTERNAZIONALE SI SENTE SICURO DELLA CONFERMA DOPO L’INTESA ESIBITA IN TV COL SEGRETARIO PD

L’occasione è quasi ufficiale, il salotto di Porta a Porta di Bruno Vespa, la sintonia è così totale che sembra una promessa di riconferma: Matteo Renzi, segretario del Pd, e Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni che a maggio spera di ottenere un quarto mandato alla guida dell’azienda nonostante sia sotto inchiesta dalla Procura di Milano per corruzione internazionale. Uno suggerisce, l’altro completa, il dissenso, effimero, è solo lo spunto per chiarire dettagli.
Nella notte di Rai1 gli spettatori svegli per l’incontro tra il politico più potente e il più temuto dei manager pubblici sono pochi, ma attentissimi.
E il messaggio arriva chiaro: se nella stagione di nomine nelle partecipate del Tesoro che si sta per aprire Renzi chiederà  a Enrico Letta che qualche testa cada, non sarà  quella di Paolo Scaroni.
La benedizione è efficace, ora la coppia più a rischio sembra essere quella che guida Finmeccanica, l’amministratore delegato Alessandro Pansa e il presidente Gianni De Gennaro che, secondo il Giornale, potrebbe andare alla segreteria del Quirinale.
Franco Bernabè, da quando ha lasciato Telecom Italia, è libero e da anni il suo nome è accostato al colosso della difesa, magari è la volta buona.
Scaroni si sente tranquillo, l’Eni, che domina dal 2005, resterà  cosa sua: sia che ottenga la conferma come amministratore delegato sia che, questa l’idea alternativa che coltiva da qualche mese, si trasferisca alla presidenza al posto di Giuseppe Recchi affidando la guida operativa dell’azienda al suo fedelissimo Claudio De Scalzi, oggi direttore generale di Eni a capo della divisione Exploration & Production, la più importante dell’azienda, quella che si occupa di cercare ed estrarre il petrolio e il gas.
In teoria il presidente dovrebbe avere solo una funzione di garanzia e vigilare sull’amministratore delegato.
Ma salendo sulla poltrona più alta, per quanto meno operativa, Scaroni avrebbe il controllo assoluto sul gruppo per tramite di Descalzi. “Io so cosa ho in testa”, ha replicato sibillino il sindaco di Firenze a chi gli chiedeva se fosse il caso di dare una legittimazione così plateale a un manager che, a parte aver patteggiato per le mazzette pagate dalla sua Techint all’Enel durante Tangentopoli, ora è sotto indagine per la presunta corruzione di esponenti del governo algerino per far ottenere contratti miliardari alla Saipem, una controllata dell’Eni .
Da giorni colpiva che la vaghezza delle proposte economiche di Renzi su tutte le materie avesse una sola eccezione: l’energia, un campo in cui, sia pure con parecchie giravolte, il segretario del Pd è sempre prodigo di dettagli.
Vuole tagliare il costo dell’energia del 10 per cento, “Scaroni sarà  per farlo pagare a Snam e Terna”, dice il sindaco, lasciando intendere di conoscere perfettamente la posizione del manager che preferisce scaricare tutto il costo dell’eventuale taglio della bolletta lontano dall’Eni, cioè sulle reti.
à‰ la stessa tesi che Renzi aveva sostenuto in una puntata di Otto e Mezzo, prima di scrivere nel JobsAct una proposta completamente diversa, cioè la revisione dei sussidi concessi alle grandi imprese energivore.
Ora si è riconvertito alla linea che piace a Scaroni, con cui è d’accordo anche nel censurare gli incentivi esorbitanti alle energie rinnovabili: il capo dell’Eni vorrebbe un taglio drastico del 20 per cento, Renzi non si sbilancia sulla percentuale ma dice che Scaroni ha “perfettamente illustrato” le ragioni per cui le imprese italiane pagano troppo l’elettricità .
Di corruzione internazionale e degli scandali che hanno travolto Saipem non si parla, ovviamente.
Raccontano che Renzi e Scaroni abbiano una consuetudine che si è intensificata in queste settimane.
In diretta tv il sindaco lo tratta come uno dei tanti amici-consulenti di cui si circonda per le questioni economiche, dal finanziere Davide Serra ad Andrea Guerra di Luxottica.
Il manager e il sindaco si conoscono da tempo.
Sui giornali toscani si parlò molto del matrimonio dell’anno del 2012, quello tra Bruno Scaroni, figlio di Paolo (e da un anno manager delle Generali, di cui il papà  è consigliere di amministrazione), e Violante Mazzei.
Il sindaco di Firenze non poteva mancare , ovviamente. Il padre della sposa, Jacopo, è uno dei poteri forti fiorentini che circondano Renzi, per due anni presidente dell’Ente cassa di risparmio di Firenze, una fondazione bancaria azionista di Intesa Sanpaolo che nel 2012 ha investito 10 milioni di euro nell’aggressivo fondo Algebris di Davide Serra. “Renzi non ne sapeva niente”, assicurò Mazzei al Fatto che aveva rivelato l’investimento.
In teoria il governo Letta ha introdotto una procedura di selezione dei manager pubblici che dovrebbe assicurare trasparenza: società  di “cacciatori di teste” scatenati sul mercato internazionale.
Ma alla prima occasione Letta e il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni hanno confermato i vertici in scadenza (incluso il presidente delle Ferrovie dello Stato Lamberto Cardia) senza che si sia mai avuta notizia di alcuna gara internazionale.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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RETROSCENA-VERGOGNA, FORZA ITALIA RASSICURA LA LEGA: “IL SALVA-SALVINI LO INSERIREMO DOPO CON UN EMENDAMENTO”

Gennaio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

RENZI SAPEVA TUTTO E LO HA GARANTITO A BERLUSCONI: NEGA LE   PREFERENZE AGLI ITALIANI PER FARE IL FAVORE AI PADAGNI … MA RENZI CON CHI STA? CHE INTERESSI RAPPRESENTA? COSA PENSANO I 3 MILIONI DI ELETTORI DELLE PRIMARIE DEI SUOI FAVORI AGLI XENOFOBI?

A sentire un’autorevolissima fonte berlusconiana, “la soluzione è in un emendamento che ci facciamo carico noi di presentare in un secondo momento. Renzi e Berlusconi hanno parlato anche di questo punto, e si risolverà  tutto”.
Parole che chiudono una giornata di convulse trattative sulla legge elettorale.
Per capirne il senso occorre riavvolgere il nastro e partire dall’inizio.
Secondo piano del palazzo dei gruppi della Camera dei deputati, primo pomeriggio.
I membri Dem della commissione Affari costituzionali sono riuniti. La presentazione della bozza della nuova legge elettorale si allungano.
I partiti sono bloccati sulla clausola “salva Lega”. Che non sarebbe altro che un codicillo per permettere a un partito dalla forte rappresentanza regionale di accedere al Parlamento anche qualora non riuscisse a superare le soglie di sbarramento.
Difficilmente il Carroccio, nelle condizioni date, supererebbe quota 5%.
Per questo agli uomini in camicia verde occorre una riga nel testo che gli permetta di arrivare a Montecitorio al semplice raggiungimento di una soglia più elevata (12/15%) in tre regioni contigue.
Quel che è uscito dall’incontro tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi non è andato giù a uno come Umberto Bossi. Fuma il sigaro a due passi dal Transatlantico, e davanti ai cronisti lascia cadere parole che pesano come il piombo: “Se non inseriscono quella clausola l’unica strada sarebbe una lotta di liberazione per la quale siamo già  pronti”.
È l’acme di un pressing che va avanti da giorni.
Gli uomini di Matteo Salvini hanno marcato stretto Denis Verdini e quel piccolo gruppetto che per conto di Forza Italia sta seguendo la questione. E hanno fatto breccia.
Gli azzurri aprono, il Pd non è persuaso, ma non si mette di traverso.
L’alt arriva dal Nuovo centrodestra.
Spiega un esponente di prima fila: “Se facciamo passare questa cosa perde totalmente il senso della possibile alleanza con il Cavaliere. Un conto è tentare di rappresentare il 5% in tutto il paese, una sfida che ci entusiasma e che siamo certi di portare a termine con successo. Un altro è costringerci alla regionalizzazione per competere con la Lega. Noi non siamo nati per questo”.
C’è un problema di seggi, al di là  della volontà  di salvaguardare l’ambizione nazionale degli uomini del vicepremier.
Se la Lega accedesse tramite una scorciatoia, la quota dei seggi attribuiti al partito di Alfano verrebbe sensibilmente ridotto. Così da Ncd il no che arriva è secco.
È in questa cornice che va inquadrata la riunione dei deputati del Pd al secondo piano di Montecitorio. Ironia della sorte, proprio a due passi dagli uffici dei lumbard.
Il tentativo di venirene a capo è frenetico. Maria Elena Boschi, responsabile delle Riforme di via del Nazareno entra e esce dalla sala del summit, in contatto telefonico diretto con il sindaco di Firenze.
La diplomazia forzista si mette in moto. E tranquillizza gli alleati storici: “Per noi il salva Lega è compreso nel pacchetto, facciamo intanto partire la bozza, la emendiamo insieme in una fase successiva”.
È un post su Facebook del segretario federale del Carroccio il segnale del via libera: “La Lega non ha bisogno di aiutini o leggi elettorali fatte su misura”, una palese menzogna.
Un segnale di fumo perchè Forza Italia possa chiudere alla luce del sole un accordo anche con Alfano, forte dell’assicurazione che sembra arrivare dall’entourage di Palazzo Grazioli: le camicie verdi stiano tranquille, vedranno rientrare dalla finestra quel che oggi è uscito dalla porta.

(da “Huffingtonpost“)

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ITALICUM, ALFANO FA SALTARE (PER ORA) LA CLAUSOLA “SALVA LEGA”, NELLE LISTE OBBLIGO DEL 50% DI DONNE

Gennaio 22nd, 2014 Riccardo Fucile

DEPOSITATO IL TESTO IN COMMISSIONE

Dopo un lunga giornata di consultazioni e rinvii, il testo base della legge elettorale Renzi-Berlusconi è stato depositato in commissione Affari costituzionali della Camera.
Due articoli in tutto, ma molto corposi.
Il primo: «Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati». Il secondo, che probabilmente verrà  gettato al macero qualora si faccia in tempo a cancellare con legge costituzionale il Senato elettivo: «Modifiche al sistema di elezione del Senato della Repubblica».
Nel testo ci sono lo stop alle candidature multiple («Nessun candidato può essere incluso in liste con il medesimo contrassegno o con diversi contrassegni in più di un collegio plurinominale») e l’ipotesi di un premio di maggioranza del 18% a chi ottiene «almeno il 35% di voti validi del totale nazionale».
In questo modo, il vincitore ottiene un totale di 340 seggi alla Camera. In caso nessuno ottenga il 35%, si va al doppio turno.
Nelle liste è previsto l’obbligo del 50% di donne: «A pena di inammissibilità  nel complesso delle candidature circoscrizionali di ciascuna lista nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al 50 per cento con arrotondamento all’unità  inferiore e nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali non possono esservi più di due candidati consecutivi del medesimo genere».
NODI DA SCIOGLIERE
Mercoledì sera il testo base verrà  adottato con una votazione, ma Scelta civica ha già  fatto sapere che non intende dare il suo assenso. I nodi ancora da sciogliere durante la discussione in Parlamento sono ancora molti: la «norma salva Lega», innanzitutto, che prevede un lasciapassare per i pariti regionali che non superano le soglie di sbarramento nazionali (8% per i non coalizzati e il 5% per i partiti coalizzati).
In pratica la Lega avrebbe la sua rappresentanza parlamentare a patto che raggiunga almeno il 15% in una sola regione o il 10% in tre circoscrizioni.
La «norma salva Lega», inizialmente inserita nel testo su richiesta di Forza Italia, è stata cancellata all’ultimo minuto dopo i mal di pancia nel Pd e soprattutto dopo una riunione di fedelissimi di Alfano, convocata a Palazzo Chigi, durante la quale si era escluso di concedere una chance all’alleato storico del Cavaliere.
Alla fine, la norma è stata accantonata e così Alfano ha potuto firmare il testo base per il Nuovo centro destra.
LA ROAD MAP
L’agenda per l’approvazione della legge prevede la discussione sugli emendamenti da mercoledì sera a venerdì, quando, sempre in serata, scadrà  il termine per la presentazione degli emendamenti. Poi, un’interruzione nel fine settimana per consentire il congresso di Sel in modo da votare gli emendamenti in commissione lunedì e martedì.
Mercoledì 29 si andrà  in aula con soli due giorni di ritardo per poi avviare un iter con tempo contingentati nel mese di febbraio (come prevede il regolamento della Camera). Fonti parlamentari, comunque, segnalano un’altra possibilità : avanti tutta in aula per approvare la legge entro la fine della prossima settimana.
LE REAZIONI AL «SALVA LEGA»
Durante la giornata di mercoledì sono stati parecchi i commenti e le reazioni al «salva Lega». Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia)interviene così: «La cosa strana è che Berlusconi vuole salvare la Lega e ammazzare gli altri alleati».
Di segno opposto il commento del neo segretario leghista, Matteo Salvini: «La Lega non ha bisogno di “aiutini” ”
Maria Elena Boschi, la responsabile del settore riforme del Partito democratico, ha chiesto lumi ai colleghi del Senato. In particolare alla senatrice Doris Lo Moro (Pd) che fino a qualche settimana fa era relatrice insieme a Donato Bruno (FI) del cosidetto «pillolato», ovvero il penultimo schema della legge elettorale.
In quel testo, la norma «salva Lega» prevedeva che, alla Camera, superano lo sbarramento nazionale anche i partiti che raggiungono il 10 per cento in tre circoscrizioni e, al Senato, i partiti che ottengono il 15 per cento in una Regione. Questa norma, concordata a suo tempo al senato tra Pd, FI e Lega, dovrebbe essere il punto di caduta anche nel testo Renzi-Berlusconi.
Il problema infatti ora si ripropone e il Carroccio ha fatto le sue richieste all’alleato di Forza Italia anche perchè il risultato di febbraio 2012 ha prodotto un esito incerto: tanto da mettere a rischio la stessa costituzione dei gruppi parlamentari della Lega che, non avendo parlamentari e senatori sufficienti, hanno dovuto chiedere in prestito due senatori e due deputati.
L’aiutino per il Carroccio è arrivato da un drappello di parlamentari eletti in Sicilia. I gruppi infatti si chiamano Lega e Autonomie.
LE PLURICANDIDATURE
Un altro problema messo sul tavolo dai rappresentanti del Nuovo centro destra di Angelino Alfano è quello delle multicandidature, che però potrebbe presentare profili di costituzionalità .
L’Italicum prevede un meccanismo casuale che non mette direttamente in collegamento i voti espressi e il candidato eletto. Non sapendo dove scatta il quorum (visto che il riparto dei seggi è nazionale su base proporzionale) il partito di Alfano ritiene irrinunciabile la necessità  di poter presentare i candidati forti in più collegi.
E subito Renato Schifani, presidente di Nuovo Centrodestra: «La nostra firma comporta la condivisione dell’impianto complessivo della proposta, ma non certo quello dell’inaccettabile metodo di selezione dei candidati attraverso liste bloccate. Questo sia ben chiaro».
Sisto comunque, ha detto che le norme «riguardanti la Lega non saranno comprese nel testo base. C’è da giurarci però che le norme «salva Lega» verranno presentate sotto forma di emendamenti.

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“SCARPE ROTTE E SENZA PROTEZIONE”: COSI I VIGILI DEL FUOCO SPENGONO I ROGHI TOSSICI NELLA TERRA DEI FUOCHI

Gennaio 22nd, 2014 Riccardo Fucile

COME SONO COSTRETTI A LAVORARE GLI UOMINI IN PRIMA LINEA NEL NAPOLETANO

Sono arrivati i decreti legge, le leggi speciali, le commissioni d’inchiesta, i commissari straordinari, le ispezioni dei ministri, i sopralluoghi dei parlamentari di tutti i colori politici, le discussioni in Parlamento; è arrivata l’indignazione, l’esercito, gli osservatori speciali, i nuovi piani per la raccolta rifiuti, perfino un numero di telefono anti roghi e una legge che punisce penalmente chi appicca un rogo tossico.
Ma non sono arrivate le mascherine. Sì, quelle che si mettono davanti alle vie respiratorie per evitare un tumore al polmone, ad esempio.
I vigili del fuoco, nella terra dei fuochi, dove si registrano circa 2000 incendi di materiale tossico all’anno (a cui vanno aggiunti quelli non censiti), intervengono ‘come possono’.
Nel video denuncia del Corriere della Sera si vede un grosso rogo. Si trova alle spalle di due affollatissimi centri commerciali: Ikea e Leroy Merlin.
La strada che porta a quest’ultimo è costellata di rifiuti industriali. Con i veleni interrati dalla camorra non c’entrano niente. O quasi. I roghi tossici sono una miscela esplosiva di pneumatici, fili di rame, grandi elettrodomestici non rottamati, bidoni di vernici e solventi, sacchi di stoffe e pelli delle piccole aziende tessili e calzaturiere della zona.
Aziende e fabbriche sconosciute al fisco ma note a tutti. Sono nei seminterrati, nei “bassi” dei palazzi abbandonati. Molto spesso sono specialisti della contraffazione.
Tutti sanno chi sono e in quale scantinato lavorano. E anche a che ora e dove si vanno a liberare dei rifiuti industriali prodotti.
Si stima una produzione di circa 200 tonnellate di scarti industriali al giorno.
Una buona parte viene smaltita in questo modo. Cioè bruciandoli.
E’ un cocktail micidiale che sprigiona un fumo nero come la pece, non si riesce a respirare.
Il rogo inizia verso le 20,30 di domenica sera.
Aspettiamo l’intervento dei vigili, che non arriva. Chiamiamo il 115. La gente ci passa accanto in auto come se niente fosse, abituata a uno scenario che ormai è normale coreografia da queste parti.
Dal centralino ci assicurano che una squadra sta per arrivare.
Intanto la collinetta di rifiuti prende fuoco. Ogni tanto si sente qualche piccola esplosione. Sono i gas contenuti nei frigoriferi abbandonati da chi invece doveva rottamarli o i coperchi dei bidoni che saltano in aria. Ma ci sono anche pneumatici esausti che costituiscono sistematicamente la base di ogni rogo.
Restiamo chiusi in auto tutto il tempo, a pochi metri dall’incendio. L’aria diventa veleno, brucia la gola e le narici. Inizia una tosse stizzosa.
Alle 21,30, un’ora dopo l’inizio del rogo tossico e mezz’ora dopo la nostra telefonata al 115 arriva la camionetta dei pompieri. Il grosso dei rifiuti è andato in fumo.
Scendono dal mezzo con la sola divisa. Nessuno adopera misure di protezione.
A mani nude impugnano gli idranti e iniziano a spegnere le fiamme. Incoscienza? Illegalità ? Superficialità ?
No. Semplicemente non li hanno. O meglio: ‘Li conserviamo per quando proprio non ne possiamo fare a meno. Di mascherine, ad esempio, ne abbiamo solo una. Sono monouso. Se le usiamo ora significa che in caso di intervento in un appartamento in fiamme non abbiamo niente con cui proteggerci’.
Tanto basterebbe per gridare allo scandalo. Sarà  per questo che un pompiere ci avvicina e ci chiede di non riprenderli.
Un altro vigile ci mostra i suoi stivali. Sono logori, pieni di lacerazioni, usurati. ‘Ci ripetono sempre che per il momento non possiamo avere dei ricambi’, aggiunge.
Nessuno stupore. ‘Per regolamento dovremmo cambiare le divise dopo ogni intervento ma oltre a questa che indossiamo non ne abbiamo un’altra’.
Da tempo, alcune associazioni e comitati nati nella Terra dei fuochi chiedono il biomonitoraggio tossicologico di chi è in prima linea contro i roghi: i pompieri.
“I controlli li facciamo ma una volta all’anno, in genere nel periodo di ferie”. “La paura è tanta, soprattutto per le nostre famiglie ma intanto gli interventi li dobbiamo fare” aggiunge il collega accanto. Entrambi sono dell’opinione: “…purtroppo se qui vuoi lavorare…”.
Torniamo il giorno dopo sullo stesso posto. Ci sono i resti di bidoni, fusti di liquami industriali, elettrodomestici di ogni tipo, amianto, fili di rame, inerti di edilizia.
Tutto bruciato, trasformato in concime di morte. Perchè il buio della notte non ci aveva permesso di vedere quello che c’è alle spalle: ettari di terreni arati e coltivati.

Antonio Crispino
(da “il Corriere della Sera”)

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DALLE SLOT ALL’ENERGIA: I FAVORI DEI PARTITI PER RIPAGARE LE LOBBY

Gennaio 22nd, 2014 Riccardo Fucile

AL MINISTERO DELL’AGRICOLTURA SI DICHIARANO IN 84: PESCATORI, ALLEVATORI DI CAVALLI E INDUSTRIALI DI CARNI

Anacaitpr. Non è un errore di battitura, magari al posto di Anacapri.
Anacaitpr sta per Associazione nazionale allevatori del cavallo agricolo italiano da tiro pesante rapido ed è una delle 84 persone giuridiche portatrici di interessi particolari al ministero delle Politiche agricole, quello di Nunzia De Girolamo.
In una sola parola: lobbismo.
In Italia, solo nel mondo dell’agricoltura si è tentato di regolamentare e rendere trasparente questa attività  che evoca realtà  sinistre che si muovono nell’ombra, capaci di curare solo gli interessi particolari a scapito di quelli della collettività .
Un business che è impossibile quantificare e che gira attorno alla politica e alle grandi burocrazie.
Ci sono i benefici che si ricavano dalle leggi e dagli assalti alla diligenza. E poi ci sono i contributi a partiti e parlamentari.
Per quale motivo un’azienda dovrebbe finanziare un deputato o un senatore?
I settori più invadenti sono questi: assicurazioni, banche, energia, tabacchi, sanità , editoria, gioco d’azzardo.
E il governo Letta, come già  con Monti, rappresenta il terreno ideale per le lobby. Massimo Micucci, socio dell’ex dalemiano Claudio Velardi in Reti, società  di lobbying, ha descritto in una lettera aperta al Movimento 5 Stelle la giungla attuale: “Anche questo governo aveva in programma una regolamentazione della rappresentanza di interessi e non se ne è fatto nulla perchè quella ‘lobby del caos’ che è la tecnocrazia dominante, ha sbarrato il passo al tentativo di rendere davvero obbligatorie interazione e trasparenza”.
L’accusa è rivolta a quelli che preferiscono mantenere il loro potere di mediazione, come capi di gabinetto e funzionari ministeriali, e che bloccano ogni tentativo riformista.
Micucci si chiede anche che fine abbia fatto l’Unità  per la trasparenza del ministero delle Politiche Agricole, incaricata di redigere l’elenco dei lobbisti “agricoli”.
L’organismo, infatti, non è stato aggiornato dai tempi del ministro tecnico Catania e sul sito del Mipaaf è possibile leggere tra i componenti il nome di Ernesto Carbone, oggi parlamentare renziano.
Dice: “È una sciatteria del ministero di cui non so nulla. Da vicecapo di gabinetto di Catania ne facevo parte, ma ora non più. Se non funziona più è un’occasione persa”.
Nell’elenco c’è di tutto: associazioni di cavalli, allevatori, frantoi, energie agroforestali, industriali di carni, salumi e vino, consorzi della pesca.
Oltre alla filiera ministeriale, c’è poi quella parlamentare.
Micucci riassume altro caos: “I presidenti di commissione favoriscono gli emendamenti che gli piacciono, i gruppi fanno spesso da passacarte. La presenza del governo in aula, nonostante tutta l’attività  sia di origine governativa, è scarsa o concertata sulla base dei provvedimenti che interessa seguire. Se un provvedimento interessa i commercialisti ci va un sottosegretario che si occupa o ha rappresentato i commercialisti”.
Per gli ex politici, e non solo, il lobbismo è una grande occasione per riconvertirsi e mettere a frutto le loro relazioni nel Palazzo.
Da qui nascono società  come Reti, ma non solo.
In Italia ci sono altre quattro società  di spessore, che vantano clienti importanti, bisognosi di curare i loro affari presso i “decisori politici”: Cattaneo Zanetto (quest’ultimo è stato un forzista molto inserito), Fb e associati (Fb sta per Fabio Bistoncini), UtopiaLab di Giampiero Zurlo, Open Gate di Franco Spicciariello.
Cattaneo Zanetto, sul suo sito, si rifiuta di pubblicare l’elenco dei clienti per una questione di riservatezza, Open Gate invece lo fa e c’è persino l’Uefa-Europa League.
Nel suo advisory board c’è Giorgio Mulè, direttore di Panorama, caso ufficiale di giornalista-lobbista.
Altro esempio è il sito centrista di Formiche, dove informazione e relazioni si legano a doppio filo.
Gli incroci di interessi e nomi sono ampi e fittissimi. Da Open Gate (dove siede anche Tullio Camiglieri, ex uomo Sky) c’è un link che rimanda ad Arel, il centro studi di Enrico Letta.
Alcuni numeri della pensosa rivista che produce sono aperti da saggi di Giulio Napolitano, docente universitario di diritto e figlio di Re Giorgio.
Questo è il lobbismo   italico, bellezza. E questi i servizi che offre. Da un sito già  citato: “Mappatura dei principali decision maker e influencer; programma di accreditamento con i decisori politici di Governo e Parlamento; attività  diretta di rappresentanza degli interessi del cliente; presentazione di emendamenti e position paper presso le istituzioni; monitoraggio dell’attività  legislativa; reporting periodico sull’iter dei provvedimenti legislativi; intelligence sullo scenario politico italiano”.
Sì anche l’intelligence. Del resto come auspica Micucci, con una regolamentazione “noi faremmo i consulenti politici e non i peripatetici nei corridoi”.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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