Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile
CON 15.839 VOTI CONTRO 9.093 LA BASE VOTANTE DICE NO AL REATO DI CLANDESTINITA’… GRILLO NON RIESCE A INGABBIARE LA VOLONTA’ POPOLARE
Alla fine gli iscritti certificati al Movimento 5 Stelle hanno espresso il loro parere, così come richiesto da Beppe Grillo, sulla depenalizzazione del ‘reato di clandestinità ‘: 15.839 hanno votato per la sua abrogazione, 9.093 per il mantenimento.
I votanti sono stati 24.932 sugli 80.383 aventi diritto.
Tradotto: sarà questa la posizione ufficiale che i ‘cittadini’ pentastellati porteranno domani a Palazzo Madama quando sarà il momento di votare l’emendamento.
Una votazione che rappresenta una vittoria per l’ala dissidente Cinquestelle e una pesante sconfitta di chi ha cercato fino all’ultimo di portare il Movimento verso una deriva razzista.
Una norma che aveva scatenato un vero e proprio caso quando era stata presentata da due senatori a 5 stelle (Maurizio Buccarella e Andrea Cioffi). Grillo aveva lanciato un duro attacco contro gli esponenti perchè il tema non era all’interno del programma elettorale: “Decide il Movimento” aveva tuonato in un post a doppia firma con Gianroberto Casaleggio.
Il referendum lampo. Ma non sono mancate le polemiche.
Grillo aveva lanciato in mattinata, quasi all’improvviso, un referendum online tra gli iscritti per decidere la linea sull’abrogazione del reato di immigrazione clandestina. “Si chiede a tutti gli iscritti certificati al 30 giugno il parere vincolante sul voto che il gruppo parlamentare del Senato dovrà esprimere sul ‘reato di clandestinità ‘. Il sistema di votazione – concludeva Grillo – sarà attivo oggi lunedì 13 gennaio dalle ore 10 alle ore 17 e i risultati saranno comunicati ufficialmente sul blog alle 18”.
Le critiche di iscritti e dissidenti.
Una modalità contestata nei modi e nei tempi da alcuni iscritti. Il senatore Francesco Campanella, una tra le voci più critiche del Movimento, parlava del blog come “arma” e invitava a togliere “la pistola a Casaleggio”.
Campanella sottolineava anche l’orario in cui aveva ricevuto la mail per votare: 10.10, mentre le consultazioni si aprivano alle 10. E anche sul blog del leader M5S, effettivamente, il post in cui si annuncia il voto è stato pubblicato poco dopo le 10.30.
Decisamente più duro e diretto Luis Alberto Orellana, che contestava sul suo blog e rilanciava sui social network: “Stamattina ho ricevuto la mail dallo staff di Grillo alle 10.49 chiedendomi di votare, come tutti gli iscritti, a favore o contro il reato di clandestinità . Sarebbe dovuta essere una buona notizia. Per la prima volta si può sentire la voce degli iscritti. Finalmente. Invece no. Niente di tutto questo. Si tratta o dell’ennesima presa in giro o di una palese dimostrazione di totale incapacità e di approccio dilettantesco a una questione così importante”.
Queste le principali critiche di Orellana: “Si lasciano poche ore agli iscritti per esprimersi. Queste ore si riducono se si riceve la mail in ritardo. Se l’invio delle mail è stato fatto in ordine alfabetico i nostri attivisti con il cognome con la lettera zeta hanno avuto ancora meno tempo per votare. Le ore per votare, infine, coincidono con l’orario di lavoro”
I parlamentari M5S cosiddetti ‘ortodossi’, non appena diffusi i risultati del referendum, hanno cercato di rigirare la frittata: “E adesso chi dice che la democrazia a cinque stelle non esiste, è in malafede!” commenta, tra gli altri, la senatrice Elena Fattori;
“E adesso voglio sfidare chi dice che comanda Beppe Grillo!” concorda Angelo Tofalo. Più realisticamente diciamo che Grillo e Casaleggio hanno cercato fino all’ultimo di far passare la linea da becero-destra ma gli è andata male.
A gioire è anche Andrea Cioffi, uno dei due senatori che con un suo emendamento aveva proposto l’abolizione della norma: “Grazie a tutti per la partecipazione – il suo primo commento.
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Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL SENATORE ESPOSITO (PD): “HO DOVUTO PORTARE MIA MOGLIE A PARTORIRE IN UN’AUTO BLINDATA”… “MI PEDINANO INSIEME AL GIORNALISTA DE LA STAMPA”
“Eravate proprio belli tu e Numa ai giardinetti: vi vogliamo sempre vedere così”. 
È questo il post scriptum del biglietto che accompagnava le tre bottiglie molotov ritrovate sul pianerottolo di casa del senatore Pd Stefano Esposito, vicepresidente della commissione Trasporti a Palazzo Madama.
Un politico da sempre in prima linea a favore della costruzione della Tav.
Mentre Numa, Massimo, è un giornalista della Stampa che si occupa da tempo delle vicende di ordine pubblico legate alla protesta contro l’alta velocità Torino-Lione.
Da quasi tre anni è pedinato in ogni suo spostamento come testimonia un video recapitatogli via mail qualche giorno fa.
“È un video disgustoso – dice Esposito ad HuffPost -Numa è stato seguito per anni: si può vedere il suo indirizzo, il suo numero di telefono nonchè le targhe delle sue auto e la moglie quando va a fare la spesa”.
Esposito è arrabbiato, una rabbia che si mescola a stanchezza.
“Massimo mi è venuto a trovare qualche giorno fa – afferma il senatore – per dirmi del video. Siamo scesi nel giardino davanti a casa e mentre parlavamo c’era qualcuno che ci guardava, ci spiava. Non è possibile, sono stufo”. La minaccia delle molotov davanti alla porta del suo appartamento con cui vive assieme alla sua famiglia può essere la goccia che fa traboccare il vaso. Portando il vicepresidente della commissione Trasporti ad abbandonare la politica.
“Non lo farei per paura: questo deve essere chiaro – spiega Esposito -. Però ho una famiglia, tre figli piccoli, e andare avanti così non si può. Ho dovuto accettare la scorta e mettere telecamere a casa. E tre mesi fa ho dovuto portare mia moglie a partorire su un’auto blindata. È tutto molto difficile da accettare”.
Il senatore aggiunge: “Andrò a Roma dove ho alcuni impegni, poi entro la settimana deciderò cosa fare insieme alla mia famiglia”.
Ciò che non va giù al democratico piemontese è l’essere stato sempre troppo solo.
“Questi gruppuscoli di delinquenti – dice – che con il movimento no Tav non c’entrano nulla e non sanno nemmeno di cosa si parli, hanno avuto gioco facile nell’individuarmi. Ormai sono diventato un simbolo per loro, dato che è da prima delle indagini della magistratura che metto in guardia sulla violenza che poteva crescere attorno alla costruzione della Torino-Lione”.
Una battaglia solitaria. “Ovvio che se contrasti queste intimidazioni in maniera corale – spiega Esposito – è più facile avere ragione. Purtroppo ci sono ancora troppi silenzi e troppi distinguo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile
DALLE 10 ALLE 17 POCHI INTIMI DECIDERANNO SUL REATO DI CLANDESTINITA’ PER CONTO DI OTTO MILIONI DI ELETTORI…ATTACCO DEI DISSIDENTI: “AVVISATI CON VOTO GIA’ IN CORSO”… SCOMMETTIAMO CHE L’ESITO SARA’ DI AFFOGARE GLI IMMIGRATI?
“Sì o no alla depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina?”. Gli elettori del Movimento 5 Stelle tornano alle urne e lo fanno online per votare il più delicato degli emendamenti.
Lo hanno presentato due senatori, Cioffi e Buccarella, a inizio ottobre, ma l’idea non era piaciuta ai leader Casaleggio e Grillo.
”Iniziativa personale”, è come avevano bollato la decisione dei due cittadini a Palazzo Madama con una lettera, la prima della storia del Movimento a doppia firma, pubblicata sul blog.
Seguirono riunione dei gruppi, incontri e una discesa a Roma di Beppe Grillo per spiegare il dietrofront e la presa di posizione contro gli stessi parlamentari.
Ora la decisione passa agli iscritti, ma non mancano le perplessità .
“Giovedì scorso”, ha commentato a ilfattoquotidiano.it il senatore Maurizio Buccarella, “abbiamo parlato dell’argomento tra noi parlamentari a Palazzo Madama. Ho letto un testo ai miei colleghi che avevo scritto per spiegare le ragioni del sì e del no e che avrebbe dovuto essere pubblicato a fianco del referendum.
Mi spiace non sia stato fatto. Sarebbe stato opportuno dare più informazioni e spiegare il tema delicato”.
Un’incomprensione che non è piaciuta a molti dei più critici del gruppo, ma che Buccarella cerca di minimizzare. “Sono aspetti da imparare per le prossime consultazioni online. E che sicuramente dobbiamo chiarire con Grillo e Casaleggio per avere una migliore comunicazione. Continuiamo ad essere i parlamentari più liberi della politica italiana”.
Chi non ci sta è invece il gruppo dei “dissidenti”.
“Togliamo quella pistola a Casaleggio”, ha scritto sulla sua pagina Facebook il senatore Francesco Campanella.
“Il blog gestito così diventa un’arma nelle mani di qualcuno che si è convinto di poter gestire più di 150 parlamentari con strategie di organizzazione di rete aziendale”. Duro anche Lorenzo Battista: “Abbiamo ricevuto una mail all’ultimo minuto”, ha detto a ilfattoquotidiano.it, “Abbiamo solo sette ore per votare e così ci giochiamo tutti i lavoratori: gli operai ad esempio cosa fanno, tornano a casa per votare? Chiudere il voto alle 17 è troppo presto. Non funziona così”.
Il senatore Luis Alberto Orellana invece parla di “dilettantismo”. “E’ una cosa molto positiva”, ha commentato, “poter avere il parere finalmente degli elettori. Ma come mai aspettare fino all’ultimo per comunicare la votazione? Chi fa parte dello staff di Casaleggio? Questo dimostra la totale incapacità di gestire temi legislativi da parte di queste persone”.
Così, a ventiquattro ore dal voto in Senato della legge sulle depenalizzazioni, arriva il referendum più delicato per gli iscritti al Movimento e il primo vero tentativo di “democrazia diretta“.
Il sistema operativo (quello che avrebbe dovuto essere “la piattaforma per la partecipazione”) è partito a dicembre 2013 con tre leggi messe online per ricevere commenti e osservazioni.
Un primo rodaggio ancora zoppicante, con le bozze piene di commenti e segnalazioni. Ma un primo passo. Ora si chiede il voto degli elettori per una questione urgente e il sistema sarà messo alla prova.
Manca però la società terza che certifica la votazione, o almeno non ne è stata data comunicazione come nel caso delle Quirinarie (elezioni per la scelta del candidato Presidente della Repubblica).
“Si chiede a tutti gli iscritti certificati al 30 giugno”, scrive Grillo sul blog, ”il parere vincolante sul voto che il Gruppo Parlamentare del Senato dovrà esprimere sul reato di clandestinità . Il sistema di votazione sarà attivo oggi lunedì 13 gennaio dalle ore 10:00 alle ore 17:00. I risultati saranno comunicati ufficialmente sul blog alle 18.00″.
La votazione rischia di spaccare il gruppo all’interno, con una parte “critica” già in subbuglio da alcuni giorni. Il più duro è Francesco Campanella, senatore del Movimento 5 Stelle: “Questa vicenda del reato di clandestinità è stata gestita dal blog in modo discutibile. Non è così che va gestita la democrazia diretta. La vita delle persone non è un videogioco nè una battuta da condividere sui social media. Il Movimento 5 Stelle è un fenomeno troppo serio per essere gestito in questo modo”. La sua critica riguarda i tempi ridotti per la consultazione: “Indetta senza il preavviso necessario. Siamo tutti d’accordo sul fatto che le leggi votate in parlamento hanno conseguenze serissime? à‰ così che vogliamo gestire la vita dei nostri concittadini? A mò di rischiatutto?”.
Perplesso anche il senatore Fabrizio Bocchino: “Questi temi”, scrive su Facebook, “non possono essere liquidati con votazioni frettolose. Mesi di lavoro dei nostri colleghi, liquidati da un mezzo paragrafetto presentato agli attivisti con una email mandata già a votazione aperta e con solo poche ore per fare una scelta. Questa non è democrazia diretta, secondo me. La democrazia diretta non è decidere su un tema come il reato di clandestinità con un frettoloso ‘click dal telefonino’”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile
LA SQUADRA DELLE GIOVANI MARMOTTE TARGATA RENZI
Avete presente Qui, Quo, Qua e il Manuale delle giovani marmotte? I tre nipotini svegli e saggi, che
indagano, capiscono, sbrogliano le situazioni? E alla fine tirano lo zio Paperino fuori dai guai in cui si è cacciato…
Ci ho provato a fermare il flusso dei ricordi, ma non ci sono riuscito. Più mi addentravo nella cronaca politica, più leggevo quel che Renzi e i suoi dicono e ripetono in questi giorni, più la sensazione di essere in un episodio di Paperino si impadroniva inesorabilmente di me.
Prima le battute, non si sa se originali o un po’ trasfigurate dai suoi, sul povero e confuso zio Paperino, il presidente del Consiglio Enrico Letta: «Ormai siamo diventanti i badanti di questo governo. Sanno solo combinare guai e noi dobbiamo rimediare» (la Repubblica, 9 gennaio).
Poi le baldanzose parole con cui la giovane marmotta Renzi presenta la prima versione del «Jobs Act»: «Qui c’è un sommario, con le prime azioni concrete, formulato insieme ai ragazzi della segreteria a partire da Marianna, che si occupa di lavoro, e di Filippo, che è responsabile economia».
La sensazione di essere in un fumetto di Walt Disney è irresistibile.
La stragrande maggioranza delle persone normali, che lavorano e non vivono di politica e di talk-show, sa forse chi è Qui-Matteo, ma non ha la minima idea di chi siano Quo-Filippo e Qua-Marianna.
Ma non importa, quel che importa veramente è solo il messaggio: siamo amici, siamo ragazzi, siamo ottimisti, abbiamo un piano per voi.
Un piano che vi salverà , farà ripartire l’Italia, un Paese «che ha le risorse per essere leader in Europa e punto di attrazione nel mondo» perchè il mondo «ha fame di bello, quindi di Italia».
Mah, sono perplesso, e anche un po’ pentito. Pensate un po’.
Non ho mai avuto la tessera di un partito. Non ho mai votato Pd. Però alle penultime primarie (quelle vinte da Bersani e perse da Renzi) ero andato a fare la coda e a votare.
A votare per lui, mentre quasi tutti i miei amici e conoscenti preferivano Bersani (ora preferiscono Renzi).
Ho votato per Renzi non solo e non tanto perchè con lui avevamo l’occasione di archiviare Berlusconi (anzichè eliminarlo per interposta magistratura), ma perchè mi ero scaricato da youtube il discorso di Verona, e ci avevo trovato diverse ottime idee. Perchè avevo letto il suo programma, e molte proposte mi sembravano non solo giuste, ma realistiche, e realizzabili in tempi brevi.
Perchè con Renzi avevano lavorato o lavoravano persone di grande valore, studiosi con delle idee sul futuro dell’Italia. Gente che da anni analizzava i problemi, e pensava le soluzioni. Che quasi sempre sono complesse, controintuitive, e richiedono anni di duro lavoro sui dati, sulle leggi, sul funzionamento dell’economia e della società . Insomma, mi pareva che nel giornalino a fumetti del sindaco di Firenze un posto di rilevo fosse riservato anche ad Archimede pitagorico, non solo allo zio Paperino e ai suoi simpatici nipotini.
Vedo ora che le cose non stanno così.
Il mercato del lavoro è, probabilmente, l’oggetto più complesso di cui la politica possa essere chiamata ad occuparsi.
Riformarlo in modo non disastroso richiede competenze di economia e di diritto che si acquisiscono solo in anni e anni di studi. E infatti, molto saggiamente, Renzi aveva fatte sue diverse proposte degli esperti, e segnatamente il «Codice semplificato del lavoro» di Pietro Ichino, un testo frutto di anni di lavoro e ormai perfettamente pronto ad essere trasformato in legge dello Stato.
Una riforma a costo zero che renderebbe più facile fare impresa in Italia, e che si può varare in pochissimo tempo, se c’è la volontà politica.
Ora invece, in una situazione in cui non si sa neppure se il governo arriverà a maggio, Renzi parla di «presentare» (notate bene: presentare, non approvare) il Codice semplificato «entro 8 mesi», ossia entro settembre (Jobs Act, Parte C, punto 1).
Che cosa è successo?
Renzi non condivide più il testo che egli stesso ha sottoscritto più di un anno fa?
Ne ha pronto un altro e diverso? Perchè far passare tanto tempo?
Che fine ha fatto il decisionismo del sindaco di Firenze?
Come si fa ad accusare lo zio Paperino di inerzia, di lentezza, di praticare la politica degli annunci, se poi Qui-Quo-Qua, con l’unico disegno di legge pronto, perfezionato in anni e anni di lavoro e di consultazioni, prevedono di «presentarlo» l’autunno prossimo?
Di per sè, questa esitazione non sarebbe preoccupante se il resto del documento contenesse proposte precise, piani dettagliati, idee incisive e ben strutturate.
Ma non è così. La bozza del «Jobs Act» è, per ammissione dei suoi stessi estensori, poco più che un insieme di «spunti», su cui — dicono — «ci apriremo alla discussione. Con tutti».
Ma che tipo di discussione? E che significa «con tutti»?
La risposta ce la dà lo stesso Renzi nell’intervista di ieri al Corriere della Sera: «Abbiamo sottratto la discussione agli “esperti” e l’abbiamo portata in pubblico. I dilettanti hanno fatto l’arca. Gli ‘esperti’ hanno fatto il Titanic».
Come dire: la specie si è salvata con l’arca di Noè, opera di dilettanti, il disastro del Titanic è quel che ci aspetta se ci affidiamo agli esperti.
Curioso. Negli ultimi anni un simile elogio dell’incompetenza l’avevo sentito solo dalla deputata Pd Marianna Madia («metto la mia inesperienza al servizio del Paese»), nelle cui dichiarazioni, tuttavia, almeno si poteva avvertire una punta di autoironia. Con Renzi no.
La metafora dell’arca di Noè e l’elogio del dilettantismo sono così sfacciati che l’intervistatore, Aldo Cazzullo, non riesce a trattenersi e gli chiede: «È segretario da un mese e già si celebra?».
Difetto di stile a parte, resta la domanda di sostanza: perchè Renzi snobba gli esperti ed esalta i dilettanti?
L’unica risposta che riesco a darmi è la seguente.
Il problema numero 1 di Renzi non è costringere lo zio Paperino a riformare il mercato del lavoro in modo utile all’Italia.
Se questo, o principalmente questo, fosse il suo scopo, incalzerebbe il governo con proposte ben definite, scelte fra le molte che sono disponibili da anni e che un aspirante premier dovrebbe ben conoscere.
Il problema numero 1 di Renzi, a giudicare dai suoi comportamenti, è logorare Letta, e al tempo stesso convincere l’elettorato che solo lui, l’enfant terrible della politica italiana, potrà fare quello che il duo Letta-Alfano non sono stati in grado di fare.
Per questo servono i dilettanti.
I dilettanti sono perfetti per aprire dibattiti, lanciare slogan, animare i talk-show, riempire le cronache dei giornali di «retroscena» più o meno succosi.
I dilettanti sono preziosi sia perchè alimentano l’idea che i problemi abbiano soluzioni semplici, sia perchè aiutano a creare un clima di partecipazione (o di guerra di tutti contro tutti) che permette ai leader populisti di offrirsi come salvatori della patria. L’idea di Grillo di far scegliere la legge elettorale alla mitica Rete non è molto distante dall’idea di Renzi di affidare ai dilettanti un problema formidabile come la riforma del mercato del lavoro.
Del resto, basta provare a immaginare che cosa succederebbe se Renzi avesse il coraggio di proporre, anzi di imporre, al premier Letta una delle proposte messe a punto dai detestati esperti di mercato del lavoro, i vari Ichino, Boeri o Garibaldi
Il risultato sarebbe la spaccatura del Pd, l’ostilità della Cgil e della Fiom, un’ennesima rottura del fronte di sinistra fra riformisti e massimalisti.
In breve: Renzi potrebbe candidarsi a premier, ma senza l’appoggio pieno e convinto del suo popolo.
Ecco perchè quel che mi aspetto, di qui a marzo (poi la campagna elettorale sommergerà tutto e tutti), sono solo diversivi.
Tanti discorsi su legge elettorale, riforme istituzionali, costi della politica, ma pochissime azioni veramente incisive per dare un posto di lavoro ai giovani e alle donne.
Per ridurre i costi della politica basta una rivolta popolare, ma per riformare il mercato del lavoro, sfortunatamente, ci vogliono persone competenti, molto competenti.
Fossi Renzi, mi terrei stretto il Manuale delle giovani marmotte ma non rinuncerei mai a fare due chiacchiere con Archimede Pitagorico.
Luca Ricolfi
(da “La Stampa”)
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Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI: “BASTA MELINE O TRATTO CON SILVIO”…IN ATTESA DELLE MOTIVAZIONI DELLA CONSULTA
Matteo Renzi riunisce subito il Pd. Non vuole aspettare la direzione di giovedì.
Oggi arriva a Roma e ha convocato, stasera alle 8 e mezzo a Largo del Nazareno, i capigruppo, gli uffici di presidenza e i referenti democratici nelle commissioni parlamentari.
All’ordine del giorno il patto di governo. Sottotitolo: la legge elettorale, il tema che gli sta più a cuore.
«Il mio sistema preferito è lo spagnolo», spiega il segretario ai fedelissimi che lo sentono tutti i giorni.
Un modello quasi bipartitico, quindi super bipolare. Lo stesso che piace a Berlusconi. «Ma del Cavaliere non mi fido quindi sono pronto a ragionare anche del doppio turno», aggiunge Renzi.
Vale a dire, il sistema che metterebbe d’accordo la maggioranza di governo, che Angelino Alfano sponsorizza come unica scelta e che, per salvare l’esecutivo, è stato “adottato” anche da Enrico Letta.
Il doppio turno è la proposta storica del Partito democratico. Avrebbe perciò la strada spianata all’interno delle varie correnti del Pd.
Il punto però sono i rapporti di fiducia instauratisi nella coalizione. «I tempi per me sono importantissimi. Se dovessi capire che Alfano svicola, rinvia o mette dei veti, mi tengo la porta aperta dell’accordo con Berlusconi. Va rispettata la scadenza del 27 gennaio in aula alla Camera. Non posso permettermi di perdere la faccia accettando slittamenti ».
Per questo Renzi tiene «l’arma carica» del dialogo con Forza Italia. Per far capire ad Alfano che non accetta dilazioni.
L’incontro con Berlusconi viene rimandato. Il sindaco non lo esclude ma lo immagina come la fine di un percorso.
«Semmai dovessimo sederci a un tavolo con lui sarà per sottoscrivere un’intesa già preparata. E non saremo soli: coinvolgerò tutte le forze che condividono la stessa riforma»
Adesso bisogna solo aspettare le motivazioni della sentenza con cui la Corte costituzionale ha cancellato il premio di maggioranza del Porcellum.
Il presidente Gaetano Silvestri e il relatore Giuseppe Tesauro le avrebbero già pronte nel cassetto.
Elaborate dopo un lungo confronto perchè la sentenza è a suo modo “storica”: coinvolge il rapporto tra governo e Parlamento (la governabilità ), il rispetto della sovranità popolare, il legame tra cittadini ed eletti. I princìpi-cardine di una Costituzione. Ma il testo c’è.
Oggi potrebbe diventare pubblico, secondo alcune indiscrezioni. Al massimo, con qualche limatura, si potrebbe arrivare a mercoledì. Renzi attende le motivazioni per accelerare in maniera definitiva.
E per capire su quale dei tre modelli proposti, che lui considera ancora tutti validi, si può procedere velocemente.
La commissione Affari costituzionali ha messo in calendario audizioni di esperti fino a giovedì.
Dopo è necessario arrivare a un testo base da votare. «Penso sarà un testo della maggioranza – spiega il capogruppo del Pd alla Camera Roberto Speranza –. Pd, Ncd e Scelta civica possono convergere sul doppio turno di coalizione. Mi sembra difficile fare una legge contro Alfano, verrebbe giù il governo.
Ma Renzi fa benissimo a tenere aperto il canale con Berlusconi.
Dev’essere sterilizzato il potere di ricatto del Nuovo centrodestra». Il passaggio della direzione di giovedì non è secondario. In quella sede potrebbe emergere una maggioranza chiara a favore del doppio turno. Ma il segretario racconterà gli esiti delle consultazioni anche sulle altre proposte.
Ci lavorano Dario Nardella, che ha sentito anche il Ncd Cicchitto e la responsabile Riforme Maria Elena Boschi, che oggi alle 12 riunisce i membri Pd della commissione Affari costituzionali.
La Boschi ha parlato con il ministro Gateano Quagliariello che le ha confermato la linea Maginot degli alfaniani: il doppio turno e basta.
Questo non impedisce a Renzi, a Nardella e alla stessa Boschi di continuare la trattativa con Denis Verdini e Renato Brunetta.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile
NCD ANTICIPA UNA PROPOSTA “PIU’ MODERNA” CON IL SUPERAMENTO DELL’ART 18
Il Jobs Act di Matteo Renzi? «Roba del secolo scorso. E’ molto più moderno il nostro piano per il
lavoro». Angelino Alfano boccia senza appello le proposte del segretario del Pd e apre un nuovo fronte di scontro, dopo le unioni civili.
«Il Pd abbia più coraggio – polemizza il leader del Nuovo centrodestra – e sul lavoro non ci proponga idee e regole del Novecento».
Il ministro, che sabato ha tenuto a Bari la prima convention del nuovo partito, annuncia che un testo del Ncd è già pronto, preparato da Maurizio Sacconi, e che la prossima settimana sarà presentato a Letta, «al quale ribadiremo che il sostegno al governo è legato alla stipula di un contratto che possa fare il bene del-l’Italia ».
Un altolà che provoca l’immediata reazione, non solo dei democratici ma anche di Scelta Civica, in sintonia sul Jobs Act con Renzi.
Le critiche di Alfano sono «surreali» per Davide Faraone, responsabile welfare pd, perchè se c’è qualcosa di vecchio questo è proprio il piano Ncd, «il ministro faccia anche qualcosa, non commenti solo le proposte degli altri».
E Marianna Madia, responsabile Lavoro: «Sacconi è stato ministro del Lavoro, ma ancora siamo qui a parlare di riforme, a dimostrazione di quanto sia stata efficace la sua azione».
Il piano Alfano-Sacconi non piace nemmeno a chi nel Pd è lontano dalle posizioni del leader, come Cesare Damiano.
«Alfano dimostra una notevole faccia tosta – replica il presidente della commissione Lavoro della Camera – visto che quella del Ncd è una stanca riedizione di proposte di Berlusconi».
Polemico il vicepresidente di Scelta Civica, Renato Balduzzi, «non vorrei che le battute sul superamento del Novecento sottintendessero la volontà di tornare al secolo ancora precedente».
Ma per Alfano il piano per il lavoro del Ncd rappresenta «il completamento di una stagione di riforme che si era avviata con Marco Biagi».
Quando furono approvate le sue idee, ricorda il vicepremier, «l’Italia guadagnò più di un milione di posti di lavoro, poi l’occupazione si è bloccata e la disoccupazione è aumentata ».
Fra i punti principali, come ha spiegato il presidente dei senatori Maurizio Sacconi, l’idea di «liberare il lavoro per liberare i lavori». Con l’obiettivo di semplificare, liberare apprendistato e anche lavoro a tempo indeterminato, ovvero «superamento dell’articolo 18».
Va «liberata » anche la contrattazione in azienda sia a livello individuale che collettivo. Altro punto chiave, le tasse sul lavoro, «va detassato il lavoro produttivo per aumentare i salari. Ci riferiamo – spiega Sacconi – al salario di produttività ». Quella di Renzi invece «è una proposta timida, come ha detto anche Brunetta».
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile
LE CARTE DELL’INCHIESTA SUL BAR DELL’OSPEDALE CHE FU OGGETTO DELLE PRESUNTE PRESSIONI
Il sindaco Fausto Pepe anticipa: «Molto probabilmente domani mattina (stamani, ndr) firmerò una ordinanza di chiusura del bar. Abbiamo accertato che sono stati eseguiti lavori abusivi in assenza di un parere della Sovrintendenza. I gestori del bar avevano presentato una autocertificazione infondata, che sarà posta all’attenzione della Procura della repubblica per gli evidenti profili penali».
Un brutto colpo per il ministro delle Politiche agricole, Nunzia De Girolamo.
Il bar della cugina, aperto nella struttura ospedaliera del Fatebenefratelli, stava molto a cuore alla futura ministra.
In uno scampolo di discussione registrata da un indagato, Felice Pisapia, a casa del padre della ministra, Nunzia De Girolamo non è stata tenera: «Stronz.. quelli del Fatebenefratelli… facciamogli capire che un minimo di comando ce l’abbiamo… mandagli i controlli e vaffanc…». Ora, tutte le pieghe della vicenda sono al vaglio della magistratura.
E c’è da scommettere che le sorprese, nella prossime ore, non mancheranno.
Se a Roma la «politica» prova a difendere la ministra denunciando le registrazioni delle riunioni come un atto abusivo e illegale (ministro Alfano), e comunque annunciando (Nunzia De Girolamo) che (la ministra) non è indagata, negli studi legali di Benevento, affollati anche di domenica mattina, si fa spallucce.
Non convince la linea Maginot tracciata dalla difesa De Girolamo.
«Non è una intercettazione abusiva – sostiene l’avvocato Enzo Regardi – ma una registrazione di una conversazione tra presenti ed è uno strumento di prova».
Tredici pagine, quelle depositate (per errore) dalla Procura.
L’avvocato Regadi che difende il principale indagato della inchiesta su una serie di truffe all’Asl di Benevento, Felice Pisapia, capo Servizio bilancio della Asl cittadina, domani depositerà al Riesame di Napoli, competente per decidere sulle misure cautelari personali, altre quattrocento pagine di trascrizione di due riunioni a casa del padre della ministra De Girolamo, presenti i vertici della Asl, la futura ministra, i suoi collaboratori.
Esplicita criticamente il gip Flavio Cusani: «Dall’esame del fascicolo trasmesso dal pm, emerge che non tutti gli atti di indagine risultano essere stati trasmessi a questo gip con la richiesta in esame, avendo il pm provveduto a tenerne riservati alcuni (di cui è rimasta però traccia fra gli atti trasmessi), evidentemente non strettamente conferenti ai fatti per i quali richiede l’applicazione di misure cautelari».
In realtà , l’avvocato Regardi ad una Procura impaurita – e bene inserita nella società civile beneventana con mogli, mariti e parenti nelle professioni (da avvocati a tecnici) che vivono di incarichi e consulenze da parte delle amministrazioni pubbliche – aveva depositato le trascrizioni complete delle due riunioni, ma con una scelta «discutibile», secondo la difesa di Pisapia, non le ha messe a disposizione delle parti.
Non è l’unica «stranezza» di questa inchiesta, perchè nella stessa ordinanza di custodia cautelare contro Pisapia e rappresentanti di società e aziende, emerge una dialettica molto accentuata tra pm e gip.
Lo «spessore delinquenziale» di Pisapia non intimorisce la Procura che si limita a chiedere al gip soltanto l’obbligo di dimora mentre chiede e ottiene i domiciliari per gli altri indagati.
Ma c’è un passaggio del gip nella sua misura che lascia ipotizzare che la mannaia della giustizia sia destinata ad abbattersi contro quel «ristretto direttorio politico-partitico» che governa la Asl.
Ininfluente la proclamazione di innocenza della ministra («Non sono indagata»), perchè quel «direttorio», «costituito al di fuori di ogni norma di legge», è composto da «componenti esterni all’amministrazione».
È un direttorio politico che ha fatto riferimento al Pdl. A Nunzia de Girolamo e ai vertici Asl da lei indicati.
La vicenda del bar, dell’appalto del 118, e poi una quarantina di consulenze esterne.
Storie affiorate in questi giorni di «clamore mediatico». Per l’appalto del 118 il direttorio aveva deciso di farlo vincere a una ditta che aveva sponsorizzato il congresso del Pdl, danneggiando le ditte che non erano sostenute.
Un superteste, Arnaldo Falato, mette a verbale: «Il direttore generale Rossi mi disse che la gara del 118 doveva essere bloccata assolutamente».
Rossi è quello che dalla registrazione della riunione a casa De Girolamo, pronuncia lo scioglilingua: «Nunzia io non resterei un secondo di più qui all’Asl se non per te e con te; perchè la nomina l’ho chiesta a te, tu me l’hai data ed è giusto che ci sia un riscontro».
Guido Ruotolo
(da “La Stampa“)
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Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile
DOMANI IL DUELLO DEL RIESAME… I TIMORI DI NUOVE CARTE IMBARAZZANTI PER LA DE GIROLAMO
Dove si potevano sottrarre, scrive il gip Flavio Cusani, «per notevole periodo di tempo, ingenti
somme di denaro senza che nessuno se ne accorgesse ».
Dove s’erano radicate «prassi permissive, pregresse e nuove».
Si annuncia tesissimo, domani, il duello tra accusa e difesa dinanzi al Riesame di Napoli.
Si discute formalmente della posizione di Felice Pisapia, l’ex dirigente all’obbligo di dimora con l’accusa di truffa, che con le sue intercettazioni ha inguaiato Nunzia De Girolamo e lanciato gravi accuse sul suo cerchio magico e sul manager Michele Rossi. Saranno probabilmente depositati altri brani delle registrazioni che fanno tremare l’entourage del ministro.
L’avvocato di Pisapia, Vincenzo Regardi, ha sempre sostenuto che non si tratta di «intercettazioni illegali», ma di «registrazioni tra presenti», quindi «documenti e non atti», e in quanto tali utilizzabili.
D’altro canto, stando all’ordinanza, l’allora deputata sedeva in cima al «direttorio » extra legem che si occupava «di ogni aspetto gestionale della Asl, in funzione di interessi personali e di ricerca del consenso, con modalità a dir poco deprimenti e indecorose».
Una ricostruzione, quella del gip, che rivela più di una divergenza, forse uno strappo, con la Procura.
Ma, se un mese dopo, questa è la radiografia di un’inchiesta che fatalmente assume le sembianze del caso De Girolamo, allora vanno confrontati inediti atti e dichiarazioni politiche, ipotesi giudiziarie e testimonianza di un ministro.
Vediamoli.
Afferma il ministro alle Politiche agricole: «Non posso che ribadire di non aver mai indicato un primario, una ditta, di non aver mai favorito parenti».
Proviamo ad interrogare i fatti, o quelli che come tali si presentano.
Quindi “Mai indicato un primario”. Il caso Molinaro.
Bisogna tornare al teste Asl Arnaldo Falato, che dinanzi al pm dice anche del marchio che lo accompagna.
«Tenga presente – dice Falato – che sono stato coinvolto nell’inchiesta su Mastella». Falato affronta il tema dei primari. «Del risentimento politico nei miei confronti mi parlò l’allora commissario dell’Asl, Enrico Di Salvo (ordinario all’Ateneo Federico II, stimato chirurgo napoletano, ndr).
Accadde che andavano in pensione anticipata due primari, il dottor De Maria pneumologo e il dottor Verusio radiologo.
Eravamo pronti a sopprimere quei posti». Obiettivo perseguito da Di Salvo, per adesione all’austerity e alla volontà del governatore Caldoro.
Ma cosa accade? Arrivano nella stanza di Di Salvo gli amici di Nunzia, si mettono di traverso: sono Luigi Barone, oggi capo della segreteria politica, e Giacomo Papa, oggi suo vicecapo di gabinetto.
Falato: «Alla soppressione si opposero sia Luigi Barone, sia Giacomo Papa, che ebbero due scontri violentissimi con me, volendo gli stessi favorire il subentro, al posto di uno, del dottor Giovanni Molinaro. Io ebbi il torto di dire che non era possibile perchè Molinaro non era nemmeno specialista in radiologia».
Come poteva diventare primario di Radiologia? Sempre Falato: «Papa mi disse di non preoccuparmi, perchè lui insegnava Diritto sanitario e avrebbe risolto lui il problema. Dopo di me andarono a parlare con il professor Di Salvo che mi riferì di un colloquio burrascoso, e dopo non molto tempo decise di dimettersi ».
Repubblica rintraccia il professor Di Salvo, che oltre ad essere capo dipartimento, è a capo di una missione umanitaria in Benin.
«È vero, ci furono divergenze forti – svela – . Ma nessuna richiesta mi fu fatta dalla De Girolamo ».
Ma a che titolo i due signori, nè medici nè dipendenti venivano nella sua stanza e si opponevano? In nome di chi? «Se diamo retta alla vox populi, certo, tutta Benevento sapeva che erano vicini a lei. In ogni caso, dissi no. Si capiva tra l’altro che i due ignoravano completamente le norme».
“Mai indicato una ditta”.
Il caso Sanit-Modisan. Appena arriva alla Asl il dg Michele Rossi, voluto dalla De Girolamo, comunica a Falato «che la gara del 118 si deve assolutamente bloccare». A gestire il servizio all’epoca è il binomio Sanit-Modisan. La prima è fatta fuori. Rossi, senza sapere di avere un registratore sotto il naso, dice: «Quelli non li voglio».
La Sanit ha presentato un esposto in Procura, avanza profili di «gravi abusi». La Modisan avrebbe finanziato congressi Pdl con altri imprenditori.
“Mai favorito parenti”.
I fatti raccontano un’altra storia. Lo zio del ministro, Franco Liguori, è l’attuale gestore del bar dell’ospedale Fatebenefratelli. Ha un bel dire che è stato «vittima di attacchi strumentali», oggi scatta lo stop dei vigili per mancanza di titoli. La De Girolamo si attiva per frenare il concorrente («Mandagli i controlli e vaffa»).
E poi, gli amici. Scrive il gip che il direttorio si occupava persino «di faccende spicce, come rimediare al sequestro di latticini di un rivenditore amico».
Quel rivenditore è Giovanni Perfetto, 39 anni, comico tv. Dice: «Sì è vero, violai i sigilli, mi rivolsi a Barone. Ma solo perchè era un giornalista locale».
Voleva quindi farsi cattiva pubblicità da solo? «Insomma, non pensavo che fosse andato dal ministro a perorare la mia causa, sono un ragazzo onesto».
Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 13th, 2014 Riccardo Fucile
DALLE 170 PREFERENZE CHE LA ESCLUSERO DAL CONSIGLIO COMUNALE DI BENEVENTO AL PARLAMENTO CON LA LISTA BLOCCATA
Come esultava Nunzia De Girolamo, il 12 marzo del 2012, per il suo successo nel congresso del Pdl a Benevento: “Le file per votare e l’interesse dei nostri tesserati per questo congresso dimostrano la grande vitalità del partito sannita”.
La prediletta di Berlusconi era l’unica candidata ma contava l’affluenza alle urne.
Al termine della giornata il risultato fu ottimo: votanti 6.743 su 10.529 iscritti aventi diritto. Non male per una deputata eletta con il Porcellum che mancò l’elezione al consiglio comunale di Benevento raccogliendo circa 170 preferenze.
Nel 2012 invece le cose andarono diversamente per lei e per il suo cerchio magico. Fu eletto vicecoordinatore Luigi Barone e poi anche Giacomo Papa.
Esattamente i collaboratori del ministro presenti alla riunione del “comitato” che impartiva direttive ai manager dell’Asl di Benevento a casa del padre di Nunzia De Girolamo nel luglio 2012.
Felice Pisapia, il direttore sanitario dell’Asl di Benevento indagato per truffa e malversazione, ha raccontato nell’interrogatorio pubblicato ieri dal Fatto la sua versione di quella campagna elettorale e l’andamento dei pagamenti nei confronti di due ditte impegnate nel servizio 118 per la Asl. “Michele Rossi, direttore generale dell’Asl di Benevento voleva favorire Modisan e danneggiare la Sanit. Così Sanit veniva demonizzata mentre la società Modisan, siccome sponsorizzava la campagna elettorale che c’era stata per il congresso del 2012 per il Pdl, veniva esaltata (…) come emerge dagli incontri politici ai quali ho partecipato”.
Dopo l’incontro del luglio 2012 registrato a tradimento da Pisapia, e nel quale Nunzia De Girolamo, Papa e Barone, il direttore generale della Asl, Michele Rossi e il direttore sanitario Mino Ventucci parlarono della gara del 118 (12 milioni per tre anni di appalto) ci fu un altro incontro dopo l’estate in un agriturismo, registrato dallo stesso Pisapia.
Papa era arrabbiato con lui perchè non gli aveva portato a domicilio, nella casa al mare di Palinuro, il capitolato di gara, come richiesto.
Al pm Giovanni Tartaglia Polcini, il 14 gennaio del 2013 Pisapia racconta: “Dovevo consegnare personalmente copia dei capitolati da predisporre all’avvocato Papa a Palinuro. Poi l’avvocato avrebbe operato le modifiche e lo avrebbe restituito a me per l’Asl. Ma non andai e non è mai avvenuto”.
Tutte accuse da verificare. Intanto si scoprono particolari nuovi sui verbali di Arnaldo Falato, il dirigente medico responsabile del Servizio organizzazione aziendale dell’Asl di Benevento che ha raccontato al pm Giovanni Tartaglia Polcini la sua versione dello spoil system beneventano.
Il direttore generale Michele Rossi sarebbe diventato il portatore degli interessi personali ed elettorali della ministra (non indagata) nella gestione della sanità pubblica, alimentando un sistema di promozioni e rimozioni che premiava gli amici e metteva in un angolo i nemici della vecchia guardia mastelliana.
In una denuncia allegata agli atti dell’inchiesta, l’ex Udeur Falato rivela che il 27 maggio 2013 fu convocato da Rossi nella sua stanza per “comunicazioni”.
Alla presenza di tutti gli alti dirigenti dell’Asl, tra cui il solito direttore sanitario Ventucci, gli fu sottoposto un contratto di lavoro per un incarico “confezionato ad arte, del tutto inconsistente, al solo fine di punirmi per i miei trascorsi mastelliani” di dirigente a Montesarchio.
Contratto che prevedeva un compenso aggiuntivo a titolo di “posizione aziendale variabile” pari a 30.000 euro circa, “del tutto spropositato rispetto all’incarico e superiore al valore massimo degli incarichi di massima affidabilità affidati in Asl che si attestano sui 10-11.000 euro annui. Capii — sostiene Falato — che era il prezzo per comprare il mio assenso: un regalo personalizzato”.
Piccatissima la lettera di rifiuto che ricostruisce l’episodio con toni sarcastici: “La situazione mi ha fatto sentire tanto Fantozzi, una voce immaginaria mi diceva: ‘Fantozzi merdaccia siediti, firma e falla finita, sei alla presenza di tutti i direttori megagalattici. Suvvia!”.
Il 14 gennaio 2013 Falato con il pm Giovanni Tartaglia Polcini ricostruisce così la tentata soppressione di due posti di primari, tra cui quello di primario radiologo, per mandare in pensione anticipata i titolari e risparmiare.
“Si opposero alla soppressione sia Luigi Barone che l’avvocato Giacomo Papa, che ebbero con me due diversi incontri violentissimi, perchè volevano favorire il subentro nel posto di primario del dottor Giovanni Molinaro. Io ebbi il torto di dire che non era possibile perchè Molinaro non era nemmeno specialista in radiologia. Mi ricordo che Papa mi disse di non preoccuparmi perchè lui insegnava diritto sanitario all’università ed avrebbe potuto risolvere il problema”.
Vincenzo Iurillo e Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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