Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile
IL RISCHIO DI UN COLOSSALE DEPISTAGGIO
È “la più importante operazione di declassificazione della storia repubblicana”, proclama Marco Minniti, autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, subito dopo la firma, da parte del presidente del Consiglio Matteo Renzi, della direttiva che dispone la declassificazione degli atti relativi alle stragi di Gioia Tauro, piazza Fontana, piazza della Loggia, Peteano, Italicus, stazione di Bologna, Ustica, rapido 904.
Gli specialisti di intelligence, ma anche i magistrati che hanno indagato sulle stragi, sono scettici. “Non uscirà nulla di nuovo”.
Le ragioni dello scetticismo sono forti, intanto perchè dire “togliamo il segreto di Stato” non ha senso, poichè il segreto di Stato non c’è, non è opponibile ai fatti di strage e di eversione dell’ordine democratico.
Del resto, non è mai stato opposto ai magistrati su piazza Fontana, su Brescia, su Bologna (solo sull’Italicus), eppure i processi per strage sono tutti pieni di tracce di depistaggi e di carte negate.
E, più vicino nel tempo, i processi sul sequestro di Abu Omar sono stati resi impossibili dal segreto di Stato, per intervento degli ultimi presidenti del Consiglio (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta) e della Corte costituzionale.
È dal 2007 che assistiamo a una promessa di trasparenza che non viene mai mantenuta.
Già nella riforma dei servizi segreti varata quell’anno si diceva che il segreto sarebbe stato a tempo.
Invece non sono mai stati completati i regolamenti attuativi, così siamo rimasti al segreto che resta segreto.
Ora ci riprova Renzi, che promette la declassificazione, di fatto già contenuta nella legge del 2007. Vedremo come e quando avverrà .
Non promette bene l’annuncio della diluizione nel tempo dei versamenti agli archivi pubblici: per seguire, come annunciato , l’ordine cronologico, i fascicoli dovranno essere spacchettati, con il risultato che un documento prodotto in un certo anno risulterà incomprensibile, se non addirittura fuorviante, se slegato da tutti gli altri.
Che cosa, poi, diventerà pubblico?
Prevedibilmente, i documenti già acquisiti nei decenni scorsi dalle autorità giudiziarie che hanno indagato sulle stragi, sul golpe Borghese, su Gladio…
Tutte carte che stanno già negli archivi della Casa della memoria o nei libri di studiosi come Giuseppe De Lutiis o Aldo Giannuli.
Chi deciderà che cosa tirar fuori dai cassetti? Chi prenderà la responsabilità di esibire carte nuove e davvero significative, ammesso che siano state conservate, dopo il passaggio negli archivi dei servizi di tanti magistrati (da Rosario Minna a Libero Mancuso, da Leonardo Grassi a Gianpaolo Zorzi, da Carlo Mastelloni a Felice Casson, fino a Guido Salvini)?
Se qualcosa di nuovo dovesse arrivare, qualcuno dovrà spiegare come mai l’ha negato, in passato, ai magistrati che l’avevano chiesto.
E quella spiegazione sarebbe l’ammissione di un reato, benchè forse prescritto.
Ci sono quattro cose che Renzi potrebbe invece utilmente fare (chieste a gran voce da quella strana comunità che si è formata in Italia, composta da investigatori, magistrati, ricercatori, famigliari delle vittime, cittadini a caccia della verità ).
Uno. Completare i regolamenti attuativi della riforma del 2007, che darebbero finalmente alla desecretazione un carattere strutturale e non “eccezionale”, come fa la direttiva di ieri. Magari aggiungendo anche un elenco di tutti gli archivi dove stanno i depositi da declassificare: non c’è, è il vero mistero italiano.
Due. Farsi dire dov’è l’archivio dell’Arma dei carabinieri: nessuno lo sa, nessun magistrato l’ha scoperto e dunque è probabile che resti fuori anche dalla mirabolante declassificazione promessa ieri.
Tre. Chiedere gentilmente se nell’operazione finestre aperte è coinvolto anche l’archivio del Quirinale, che già rispose picche al giudice che chiedeva carte sul progetto del principe Borghese di far arrestare il presidente Saragat da Licio Gelli nel 1970.
Quattro. Che ne sarà dei documenti degli Uffici Sicurezza Patto Atlantico? Sono collegati con i ministeri della Difesa e degli Esteri, ma hanno copertura Nato: sono dunque fuori dalla disponibilità dell’Italia?
“Attenti”, dice un magistrato che indagò su Bologna, “se fatta senza controlli e garanzie di terzietà , questa operazione può diventare una distribuzione di polpette avvelenate, o addirittura un colossale depistaggio. Non più dei processi ormai, andati come sono andati, ma della storia”.
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile
DOPO I GRILLINI, ANCHE I BERLUSCONIANI D’ACCORDO CON LA PROPOSTA DELLA SINISTRA PD… RENZI NON CORRE PIU’
Da Paolo Romani a Maurizio Gasparri, da Paola Taverna a Vito Crimi, da Felice Casson a
Corradino Mineo.
Sembra un film di fantascienza, ma questi senatori si potrebbero ritrovare a comporre il fronte anti-Renzi sulla riforma del Senato.
Appena il disegno di legge del ministro per le Riforme Maria Elena Boschi ha iniziato il suo iter parlamentare in commissione Affari costituzionali Forza Italia ha fatto sapere di sostenere la proposta di un Senato elettivo.
Ed è questa la base del testo proposto alcune settimane fa dall’ex ministro Vannino Chiti e firmato da altri 21 senatori Pd che — nonostante le ripetute insistenze dei renziani e dello stesso ministro Boschi — non hanno alcuna intenzione di arrendersi.
Il Movimento Cinque Stelle si era subito dimostrato disponibile a sostenere il ddl Chiti e lo stesso Gian Roberto Casaleggio — nell’intervista al Fatto Quotidiano — aveva spiegato che ci sarebbe solo la necessità di un paio di emendamenti migliorativi.
Eccola, dunque, la strana maggioranza trasversale formata dai due principali gruppi d’opposizione e da un piccolo pezzo della maggioranza (cioè del Pd).
Senza contare che la proposta potrebbe raccogliere consensi tra gli altri gruppi di minoranza (Sel e Gal, per esempio) e di maggioranza (i Popolari di Mauro, spesso pronti a protestare nelle ultime settimane).
Sì a un Senato elettivo, ma mantenere il patto sulle riforme tra Berlusconi e Renzi che invece escludeva questa soluzione.
Lo hanno detto in commissione Affari Costituzionali del Senato, durante il dibattito sulle riforme, il presidente dei senatori di Forza Italia, Paolo Romani, e il capogruppo in Commissione, Donato Bruno.
Sia Romani che Bruno hanno osservato che dal dibattito in Commissione emerge una maggioranza trasversale in favore di un Senato elettivo (minoranza Pd con il ddl Chiti, Movimento Cinque Stelle e ora i berlusconiani), mentre il disegno di legge proposto dal governo prevede che esso venga eletto dai consigli regionali.
Forza Italia ha suggerito, come formula concreta, che i senatori di ciascuna regione vengano eletti contestualmente ai consigli regionali direttamente dai cittadini.
Meno di dieci minuti prima il presidente del Consiglio Renzi aveva difeso la sua riforma. “L’abolizione del Cnel è facile, è unente inutile e anche sul titolo V sono tutti d’accordo — ha scritto su Twitter — Il passaggio sul Senato non è del tutto chiarito, si discute come deve essere composto, se una parte deve elettiva ma è una contraddizione con l’impostazione di fondo e qualcuno non vuole le 21 personalità decise da Colle. Togliendo l’indennità ai senatori e facendo sindaci e presidenti di Regione fai una rivoluzione e semplifichi il procedimento legislativo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI PARMA BOCCIA CASALEGGIO: “NON E’ TECNICAMENTE FATTIBILE: NON SI INIZIA AD AMMINISTRARE UNA CITTA’ PER POI LASCIARE LE COSE A META'”
La verifica degli iscritti M5s sull’operato del sindaco “non è tecnicamente fattibile”.
Il primo cittadino di Parma Federico Pizzarotti chiude alla possibilità caldeggiata dal senatore del Movimento Vito Crimi e, indirettamente, da Gianroberto Casaleggio, di una consultazione online per giudicare il suo lavoro di amministratore della città emiliana.
“La verifica? Non è tecnicamente fattibile — ha detto martedì sera a margine della trasmissione di Tv Parma Agorà – E poi cosa facciamo? Cominciamo ad amministrare una città e poi ce ne andiamo e lasciamo le cose a metà ?”.
Il metodo delle verifiche non è proprio percorribile per Pizzarotti perchè “andrebbero normate stabilendo un preciso iter. Non è chiaro chi dovrebbe votare: tutti gli attivisti? Chi partecipa alle assemblee? Chi ha già votato on line? Sino ad oggi poi sono state fatte per coloro che sono all’opposizione e sempre in modo informale”.
“A noi piace essere misurati una volta completato il mandato per quello che abbiamo effettivamente realizzato — ha poi aggiunto — Io so l’impegno che ci siamo assunti e so come lo stiamo assolvendo: non si può certo dire che abbiamo fatto il passo più lungo della gamba”.
Sull’attacco di Casaleggio, che nell’intervista esclusiva a ilfattoquotidiano.it aveva ricordato il fallimento di Pizzarotti sulla questione dell’inceneritore, il primo cittadino ha ripetuto quanto già dichiarato in giornata per poi concludere: “Considerazioni di questo tipo gettano ombra sulla città e questo è ciò che non vogliamo”.
Nei giorni scorsi anche l’assessore all’ambiente del Comune era intervenuto contro le parole del confondatore M5s che, diceva, “pontifica senza sapere”.
E pure col leader Beppe Grillo non è mancato l’attrito. L’ex comico aveva infatti accusato il sindaco di non essere d’accordo con le regole del Movimento, in riferimento a un’intervista rilasciata durante le elezioni online per scegliere i candidati del Movimento.
Attacchi ai quali Pizzarotti ha replicato dedicando a Grillo i versi di una canzone di Leonard Cohen (“C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce”)
Pizzarotti sulla Gazzetta di Parma smentisce inoltre le voci di un possibile abbandono del Movimento 5 Stelle.
”Simpatie con Civati? Fantapolitica. Faccio il mio lavoro e non salto su nessun’altra poltrona. Lo stesso Civati — ha proseguito — ha detto di non avere nemmeno il mio numero di telefono”, ha aggiunto il primo cittadino che però, sulle espulsioni volute da Grillo, ha ribattuto: “La questione sono le motivazioni: deve esserci un’evidenza molto chiara del perchè si fanno le espulsioni“.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile
DODICI REGOLE PRECISE CUI ATTENERSI… MA STASERA SARA’ OSPITE DI PORTA A PORTA
Questo pomeriggio inizierà di fatto l’affidamento in prova ai servizi sociali di Silvio Berlusconi
che dovrà espiare, dopo la condanna definitiva per il caso Mediaset, un anno di pena perchè altri tre anni sono stati condonati con l’indulto.
È attesa per le 18, salvo imprevisti, la firma da parte dell’ex premier del decreto delle prescrizioni, dodici regole ben precise, stabilite una settimana fa dal Tribunale di sorveglianza di Milano che gli ha concesso la misura alternativa della detenzione domiciliare. E stasera il leader di Forza dovrebbe essere ospite di Porta a Porta.
Con la sottoscrizione del documento in cui i giudici hanno messo nero su bianco i ‘paletti’ entro i quali l’ex premier si dovrà muovere e che comunque gli consentiranno l”agibilità politica’ prenderà il via il percorso di “rieducazione” che comprenderà anche l’assistenza agli anziani del centro di Cesano Boscone dell’Istituto Sacra Famiglia.
Un appuntamento ‘fisso’ per Berlusconi: una volta alla settimana per almeno quatto ore di fila.
Intanto davanti alla sede milanese di piazza Venino dell’Uepe, l’Ufficio esecuzione penale esterna, dove Berlusconi firmerà le prescrizioni davanti al responsabile dell’ente, dottoressa Severina Panarello, ci sono giornalisti, qualche telecamera e anche qualche curioso.
Berlusconi, contestualmente alla firma del verbale con le 12 prescrizioni, dovrà concordare anche un programma operativo.
Si tratta di fissare data e orario del colloquio, si presume con cadenza mensile, il giorno settimanale previsto per l’attività e le modalità con cui l’ex premier assisterà gli anziani ricoverati nella struttura di Cesano Boscone ed eventualmente mettere a punto altri dettagli.
Qualora, invece, per qualsiasi cambio di programma o urgenza inderogabile, l’ex capo del Governo oggi alle 18 non dovesse presentarsi all’Uepe, da quanto si è saputo, avrebbe già concordato un nuovo appuntamento per domani mattina.
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Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile
GLI ALFANIANI MINACCIANO DI NON VOTARE IL TESTO, POI IL GOVERNO METTE LA FIDUCIA E CI RIPENSANO: “BATTAGLIA IN SENATO”
È difficile spiegare cosa è accaduto ieri alla Camera sul decreto lavoro: è sempre difficile, lo diceva decenni fa Enzo Forcella proprio parlando della cronaca parlamentare, raccontare una guerra finta come se fosse vera.
Per questo conviene partire dai dati di fatto: il governo ha chiesto la fiducia sul provvedimento, il voto di oggi sarà senza sorprese visto che tutti i partiti della maggioranza hanno annunciato il loro sì, la questione ricomincerà durante il passaggio in Senato.
Altre certezze sul tema: questo decreto — nonostante i ministri dell’Economia e del Lavoro Padoan e Poletti — lo giudichino nientemeno che “fondamentale”, non cambierà quasi nulla e non ha alcuna speranza di innescare l’ircocervo della crescita.
Si tratta, infatti, di poche — e in genere pessime — norme sui contratti a termine e l’apprendistato, non certo del “mitico ” Jobs act, che è una legge delega che verrà approvata, forse, entro dicembre.
Su questa minuzia s’è innescata la guerra finta di cui sopra: uno scontro di posizione in cui gli attori ondeggiano tra il desiderio di ottenere visibilità in tempo di elezioni e la mancata comprensione della pochezza del casus belli.
Nuovo Centrodestra e quel che resta di Scelta Civica e Udc, nel weekend pasquale, hanno abbandonato gli esercizi spirituali per mettere a verbale: “Noi questo testo non lo votiamo”. Poco importa che quel testo nascesse per mettere una pezza — al solito peggio del buco — alle norme più sconclusionate della precedente legge Fornero, allegramente votata da tutti gli interessati.
Per alfaniani e soci, nel merito, è inaccettabile che si preveda — per le aziende sopra i 30 addetti — la prescrizione di assumere il 20% degli apprendisti, dopo 36 mesi di contratto, prima di assumerne di nuovi: in sostanza un’impresa con 50 dipendenti, dopo aver formato per tre anni 7 apprendisti, dovrebbe alla fine assumerne uno per poter dedicarsi alla formazione di un’altra decina di giovani che non intende assumere.
Male, per Ncd e gli altri, pure che si preveda che durante l’apprendistato si faccia formazione col controllo della regione.
O che non si possa avere in azienda solo contratti a termine o che se un imprenditore non rispetta il limite dei 36 mesi per il lavoro temporaneo poi un giudice può costringerlo ad assumere il precario.
Roba inaccettabile, che stritola la libertà d’impresa, dicono montiani e Ncd (e pure Forza Italia).
La faccenda, ieri mattina, rischiava di complicarsi: in commissione Bilancio, per il parere, la maggioranza rischiava di andare sotto per l’assenza dei ribelli e pure di un bel pezzo del Pd. Solo l’interruzione della seduta decisa dal presidente Francesco Boccia e l’arrivo in massa di 11 sostituti (tutti renzianissimi, dal tesoriere Bonifazi al trio Carbone-Guerini-Ermini) ha fatto sì che arrivasse l’ok, anche se per soli due voti.
Nel frattempo si teneva, sempre alla Camera, un vertice di maggioranza assai tormentato.
Il ministro Poletti, dopo attenta riflessione, proponeva la sua mediazione ai presenti: nessuna modifica al Senato (anche perchè il decreto scade il 20 maggio e in mezzo ci sono pure un po’ di ferie); niente assunzione per i contratti a termine che eccedono i 36 mesi, ma un più modesto indennizzo in denaro; la formazione dell’apprendista a scelta dell’azienda potrà essere regionale o… aziendale.
Cesare Damiano, alfiere della cosiddetta sinistra Pd e presidente della commissione Lavoro, aveva già festeggiato come una grande conquista il fatto che i contratti temporanei potranno essere rinnovati al massimo cinque volte, anzichè otto.
Ieri, visto il casino, ha provato il colpaccio bolscevico: noi votiamo le proposte di Poletti, ma i rinnovi devono scendere a quattro.
“Giammai”, è stata la risposta del Ncd, Maurizio Sacconi, omologo di Damiano in Senato, su tutti.
Risultato: niente mediazione e governo costretto a mettere la fiducia sul testo uscito dalla commissione.
Ncd e gli altri si piegano: “Votiamo la fiducia, ma in Senato sarà battaglia”.
Riassunto serale di Matteo Renzi: “Queste polemiche sono tipiche della campagna elettorale, ma con tutto il rispetto noi vogliamo governare. Sui dettagli discutiamo ma alla fine si chiuda l’accordo perchè non è accettabile non affrontare il dramma della disoccupazione”.
Peccato che questo decreto non serva allo scopo.
Marco Palombi
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Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LA LETTERA DI SANDRO A “LA STAMPA”
La lettera comincia così: “Gentile Direttore, la mia impressione è che il centrodestra non solo
sia diviso ma privo di una strategia per il futuro”.
Firmato Sandro Bondi, ex ministro, uomo simbolo del berlusconismo militante passato, politico e poeta.
Una lettera inviata a La Stampa, una lettera in cui Bondi non è affatto tenero con l’attuale Forza Italia ancora viva solo e soltanto grazie al carisma di Silvio Berlusconi: “Resta – scrive – un gigantesco problema che riguarda l’identità del centrodestra in Italia”.
Il motivo? Secondo l’ex ministro l’insediamento di Renzi a Palazzo Chigi e l’arrivo di Papa Francesco sul soglio pontificio hanno cambiato le cose.
Ecco il Premier appunto, Bondi non fa mancare il suo elogio all’ex rottamatore: “Rappresenta – spiega – senza dubbio la prima vera cesura nella sinistra italiana rispetto alla sua tradizione comunista”.
E per argomentarlo utilizza un’equazione: “Blair sta alla Thatcher come Renzi sta a Berlusconi”.
Dunque dato il fatto che ora “comanda” Renzi, secondo l’ex ministro è venuto il momento di accettare che la famosa e tanto invocata, da Berlusconi e dai suoi, rivoluzione liberale non c’è stata: “Non ha potuto farla – il riferimento è all’ex Cav – perchè i suoi principali alleati, da Fini a Casini, da La Russa a Bossi erano fuorchè liberali”.
E così, spiega Bondi, riconosciuto il fallimento bisogna guardare avanti.
Il che significa una cosa sola per il centro destra: scegliere se fare opposizione dura al Premier oppure incalzarlo e sostenerlo nel suo impeto riformatore e modernizzatore: “Mi piacerebbe – conclude – che Berlusconi dicesse chiaramente che se Renzi farà cose giuste lo sosterrà e che se lo criticherà e lo avverserà con fermezza solo se non manterrà fede alle sue promesse di cambiamento e di modernizzazione dell’Italia”.
(da “Huffington Post“)
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Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile
RENZI: “NON PARTECIPERO’ ALLA PARTITA DEL CUORE, I GRILLINI HANNO SPORCATO UN EVENTO IMPORTANTE”…SI ATTENDONO SUICIDI DI MASSA
Alla fine Matteo Renzi ha desistito, niente partita del cuore in diretta Rai a sei giorni dal voto per le Europee: “Non parteciperò – scrive su Facebook il premier – sono il presidente del Consiglio di un paese che non merita polemiche ridicole come questa. Non hanno paura di me calciatore. Hanno paura di chi vuole cambiare l’Italia, restituire speranza, cambiare la protesta in proposta”.
Un Renzi in piena overdose di narcisismo mattutino, pari solo alla suo proverbiale esibizionismo sui prati, pone fine alla sua partecipazione alla marchetta televisiva.
Dopo le critiche dei giorni scorsi, l’intervista di Fico (presidente della Commissione vigilanza Rai), la difesa del suo partito e di Gino Strada che quella partita, per conto di Emergency, aveva organizzato, Renzi usa Facebook per spiegare le sue ragioni senza risparmiare attacchi a M5s: “Grazie alla rabbia e alla paura dei grillini per la prima volta si sporca un evento come la partita del cuore che da anni unisce gli italiani. Strumentalizzare gli 80 euro, i segreti di stato, gli investimenti sulle scuole è ancora polemica politica. Strumentalizzare – conclude – la beneficenza no”.
Ha ragione, peccato che sia stato lui a strumentalizzarla.
Il Premier dice così addio al sogno di giocare insieme ai suoi idoli Baggio, Batistuta e Antognoni: “Anche – spiega – se mi costa dal punto di vista personale perchè giocare con Baggio, Batistuta e Antognoni per uno come me che ama il calcio (non ricambiato, lo so) era un piccolo sogno: inutile nascondersi, siamo uomini”.
Si compri le figurine Panini come tanta gente comune e la finisca di speculare alle spalle degli italiani indigenti a cui non ha destinato un euro solo perchè sono meno di quelli che ha gratificato con 50-80 euro, sottraendoli ad altri.
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Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile
L’AMMINISTRATORE DELEGATO DEL TORCHIO PRESENTA AL CDA LE DURE RICHIESTE DI ETIHAD PER SALVARE L’EX COMPAGNIA DI BANDIERA… MA SE NON ACCETTA SARà€ FALLIMENTO SICURO
La passione di Alitalia non è finita con la Pasqua, anzi, probabilmente è appena cominciata, e
la trattativa con gli arabi di Etihad si sta presentando come la stazione di una straziante via crucis. Tra la compagnia araba e quella italiana è in corso da alcuni giorni uno scambio di lettere e il consiglio di amministrazione di ieri pomeriggio della società di Fiumicino è stato usato dall’amministratore Gabriele Del Torchio per comunicare agli azionisti il succo di queste pratiche epistolari.
Per tirar fuori dai 350 ai 500 milioni di euro con cui acquisirebbero tra il 40 e il 49 per cento della società italiana, i capi di Etihad guidati dal falco James Hogan continuano ad alzare la posta aggiungendo pretese a pretese.
Una sfilza: 3.000 dipendenti da mandare a casa o in subordine da scaricare sullo Stato italiano e quindi sui contribuenti.
E poi la trasformazione in azioni della compagnia dei 400 milioni di debito vantati da Banca Intesa e Unicredit che sono anche già socie rispettivamente con il 21 e il 13 per cento.
E infine la manleva sul contenzioso con l’ex azionista di punta Carlo Toto e con la low cost Windjet fallita e su tutte le partite pregresse relative al braccio di ferro con l’Agenzia delle Entrate a causa delle società di diritto irlandese con cui la compagnia italiana ha affittato gli aerei.
Mentre dal governo italiano gli arabi vorrebbero provvedimenti per le compagnie low cost a cui dovrebbero essere negati i finanziamenti considerati aiuti lesivi della concorrenza.
Ciliegina sulla torta, ora spingono con sempre maggiore convinzione pure sulla pretesa di entrare dalla porta principale nel capitale e nella gestione di Adr-Aeroporti di Roma, la società dei Benetton che ha in concessione Fiumicino.
Gli arabi presentano l’acquisto di una quota iniziale di almeno il 20 per cento dello scalo romano come l’ennesima condizione imprescindibile.
Il percorso che prospettano è questo: prima deve essere chiusa la partita con Alitalia e subito dopo deve essere aperto il capitolo Fiumicino.
Dal loro punto di vista l’aeroporto romano non è separabile dalla vicenda della compagnia italiana rappresentando un tassello della strategia di espansione nel mercato aereo italiano ed europeo.
Per Etihad le piste capitoline possono diventare una base di lancio per i voli verso l’America del nord e del sud e anche uno scalo per convogliare verso Abu Dhabi i passeggeri diretti verso l’Estremo oriente e l’Australia.
Al nord puntano invece sull’aeroporto di Linate a tutto svantaggio di Malpensa.
Stando così le cose è sempre più chiaro che gli arabi stanno usando Alitalia come il cavallo di Troia per mettere le mani sui gangli vitali del trasporto aereo nazionale.
I Benetton sono da una parte tentati dall’alleanza internazionale, ma dall’altra anche impauriti. Tentati perchè un socio di peso come Etihad dell’emiro di Abu Dhabi potrebbe dare impulso allo sviluppo dell’aeroporto, ma pure impauriti dalla potenza finanziaria degli arabi che dove vanno diventano padroni.
Questa situazione di potenziale sudditanza degli interessi nazionali a quelli arabi è il grazioso ricordino lasciato da Silvio Berlusconi al quale nel 2008 venne in mente con una piroetta di impostare mezza campagna elettorale sull’accattivante quanto sconclusionato slogan “Alitalia agli italiani”.
Vinte le elezioni, il centrodestra sbattè subito la porta in faccia ad Air France che era disposta a prendersi la compagnia italiana a condizioni relativamente assai meno iugulatorie di quelle imposte ora dai conquistatori arabi.
Da quel momento per Alitalia non c’è stato un attimo di tregua e i “patrioti” berlusconiani sono passati da un rovescio all’altro.
Dopo aver eseguito la due diligence (verifica) sui conti Alitalia, gli arabi conoscono le condizioni in cui versa la compagnia di Fiumicino e sanno di poter impugnare il coltello dalla parte del manico. Senza il loro ingresso l’azienda italiana muore in due secondi strangolata dai debiti, con il loro ingresso campa, ma sottomessa.
Loro arabi, al contrario, senza Alitalia possono vivere benone e crescere in Europa e nel mondo. Alla prova dei fatti, rispetto ai francesi si stanno dimostrando negoziatori più spietati e comparando l’oggi con il 2008 è come se Alitalia fosse caduta dalla padella nella brace.
Il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, uno dei politici più vicini a Berlusconi ai tempi del no ad Air France, ripete con ottimismo che l’accordo con Etihad ci sarà sicuramente.
Ma più che l’espressione di una certezza le sue parole sembrano un auspicio.
Daniele Martini
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Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile
IN NOME DELL’ITALIANITà€ BERLUSCONI FECE SALTARE L’AFFARE COI FRANCESI… ECCO I RISULTATI DEI “CAPITANI CORAGGIOSI”
Rieccoci al capolinea. Pare che l’Alitalia sia in crisi nera.
Il fatto è che lo è almeno da un quarto di secolo, da quella calda estate del 1988 in cui il presidente dell’Iri Romano Prodi cacciò Umberto Nordio, storico padre-padrone della compagnia di bandiera, accusandolo di pigrizia nella ricerca di alleanze internazionali.
In questi 25 anni l’unico settore del trasporto aereo che ha potuto razionalizzare e ottimizzare è quello della stampa specializzata, in grado di ripubblicare sempre lo stesso articolo, scritto chissà quando e da chi, senza rischiare l’errore grossolano.
Il mondo è cambiato, l’Alitalia no.
Il trasporto aereo ha avuto un boom che rimarrà nei libri di storia, l’Alitalia è sempre più piccola.
Gli italiani volano low cost, i piloti italiani pilotano low cost, e la politica italiana continua a coccolarsi l’immortale fabbrica di debiti come se fosse un tesoro irrinunciabile.
Come se i cugini francesi fossero sempre in agguato per strapparci questa gioia chiamata, con retorica novecentesca, “compagnia di bandiera”. E così la storia si ripete.
Nella primavera del 2008 l’Air France se la stava prendendo con debiti e tutto, imponendo 2.000 esuberi. Apriti cielo.
I sindacati, storici complici nella gestione allegra a base di assunzioni clientelari, si misero di traverso.
Silvio Berlusconi ne approfittò per issare la bandiera elettorale della “italianità ” da difendere.
Il capo di Air France, Jean Ciryl Spinetta, disse al premier Prodi (ancora lui) che non si fidava di firmare un contratto che il suo prevedibile successore a Palazzo Chigi avrebbe fatto saltare.
Il salvataggio orchestrato per B. dal numero uno di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, è un capolavoro da studiare in tutte le facoltà di economia.
Gli esuberi sono passati da 2.000 a 3.200 ufficiali, in realtà molto di più perchè quanti fossero veramente i lavoratori Alitalia non si è mai capito di preciso, tanti erano i precari e gli stagionali. Fondendo l’Alitalia con l’Air One sono stati imbarcati circa 14 mila dipendenti, non più di due terzi dei lavoratori effettivi.
Sono stati lasciati a terra 850 piloti, un terzo del totale, professionalità che erano costate a tutti i contribuenti anni di addestramento.
Il debito di circa 4 miliardi, che Spinetta era pronto ad accollarsi, è rimasto sul groppone dello Stato, affidato al liquidatore Augusto Fantozzi, oggi alle prese con i successori che resistono alla corresponsione degli augusti onorari pretesi.
Migliaia di dipendenti Alitalia sono andati in cassa integrazione, allungata con apposita legge fino a sette anni, a spese di Pantalone.
Gli unici che ci hanno guadagnato sono i cosiddetti “patrioti”, che hanno risposto all’appello di Passera e hanno messo insieme 850 milioni per far ripartire la nuova Alitalia sull’onda del mitico “piano Fenice”.
La crema dell’imprenditoria italiana, capitanata da Roberto Colaninno, lo scalatore di Telecom Italia.
Alcuni sono finiti male prima della nuova Alitalia, come Salvatore Ligresti e Emilio Riva, arrestati. E questi due, come tutti gli altri, hanno buttato i loro soldi sapendo che la gratitudine del capo del governo non avrebbe mancato di manifestarsi.
Qualche esempio? La famiglia Benetton poteva farsi riconoscere sontuosi aumenti nelle tariffe autostradali di Atlantia; l’allora presidente di Confindustria Emma Marcegaglia pochi mesi dopo avrebbe portato a casa a canone vile le strutture turistiche della Maddalena realizzate per il G8; lo stesso Riva aveva in ballo una complicata Autorizzazione integrata ambientale per l’Ilva di Taranto, andata a buon fine.
È finita come doveva. Guardate chi sono oggi i principali azionisti dell’Alitalia moribonda che si sta consegnando senza condizioni agli emiri di Etihad.
Al primo posto c’è, con il 20,59 per cento, Intesa Sanpaolo. Al secondo posto ci sono le Poste Italiane, con il 19,48 per cento: il numero uno Massimo Sarmi si è precipitato a buttare 75 milioni pubblici per fare la respirazione bocca a bocca al carrozzone dei patrioti, sperando di guadagnarsi meriti governativi in vista delle nomine di primavera, e senza calcolare che l’Alitalia non porta bene, e no lo ha fatto nè a lui nè al governo che ha cercato di toglierla alle grinfie francesi per “trattare da posizioni di forza”.
Al terzo posto c’è Unicredit, con il 13 per cento: anche la seconda banca italiana ha finanziato i patrioti, e c’è rimasta impigliata.
Il capo di Unicredit, Federico Ghizzoni, potrà ringraziare Passera, che nel 2008 versò lieto il suo obolo di 100 milioni in conto capitale, perchè allora si teorizzava la “banca paese”, una specie di dèpendance del governo Berlusconi.
Passera ci credeva: “Abbiamo investito 100 milioni di euro in Alitalia, contribuendo a salvare 14 mila posti di lavoro. Era un’azienda praticamente fallita e noi pensavamo che, com’è avvenuto, potesse essere ristrutturata”.
Ecco come l’hanno ristrutturata.
Anno 2009, 326 milioni di perdita; 2010, 160 milioni di rosso; 2011, 69 milioni in fumo.
Rocco Sabelli, ex braccio destro di Colaninno prima alla Tim poi alla Piaggio, ripeteva più o meno tutte le settimane che il pareggio dei conti era in vista, bastava aspettare.
A un certo punto se n’è andato, senza mai dire perchè. Al suo posto fu pescato un certo Andrea Ragnetti, manager di esperienza internazionale, proveniente dalla Philips dove si era messo in luce proponendo all’austera multinazionale olandese il lancio del vibratore di marca. Ragnetti ha fatto danni nel solo 2012, chiuso con una perdita di 280 milioni per la quale è stato accompagnato alla porta con una buonuscita di un milione di euro.
Niente in confronto al trattamento dei manager dell’era pubblica, come Giancarlo Cimoli e Francesco Mengozzi, oggi a processo per “bancarotta per dissipazione”, che se non altro rende l’idea.
Al posto di Ragnetti è arrivato Gabriele Del Torchio, che continua a parlare di imminente rilancio , come se niente fosse.
Intanto nel 2013 ha incassato una perdita vicina ai 500 milioni.
Fatte le somme dei numeri qui elencati, l’Alitalia dei Patrioti — con flotta e mercato quasi regalati, senza un euro di debiti e con il personale ben alleggerito — ha prodotto in cinque anni 1,3 miliardi di perdite, pari a 700 mila euro al giorno, pari a 30 mila euro l’ora, pari a poco meno di 500 euro al minuto.
I vecchi boiardi della Partecipazioni statali in confronto erano geniali e onesti.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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