Aprile 28th, 2014 Riccardo Fucile
SCOPPIA IL CASO, DURA PRESA DI POSIZIONE DELLA CANCELLIERA TEDESCA MERKEL: “PAROLE INCOMMENTABILI”
Le infelici parole di Silvio Berlusconi sui lager che per i tedeschi non sarebbero mai esistiti, pronunciate sabato nel corso di un comizio a Milano, scatenano la reazione oltre confine.
Dopo l’immediata replica di Martin Schulz e del Pse, arrivano oggi le dure prese di posizione di Jean-Claude Juncker e Angela Merkel.
Silvio Berlusconi “ritiri immediatamente le sue dichiarazioni” sulla Germania e “si scusi con i sopravvissuti dell’Olocausto e con i cittadini tedeschi”, dice per primo in una nota Juncker, candidato del Ppe alla presidenza della Commissione europea.
Segue poi, a ruota, la reazione indignata di Angela Merkel: quelle di Silvio Berlusconi sono “affermazioni talmente assurde che il governo tedesco non le commenta”, dice il portavoce del cancelliere tedesco, Steffen Feibert, rispondendo ad una domanda in conferenza stampa a Berlino.
Juncker, nella sua nota, si dice “disgustato” dalle frasi dell’ex premier italiano, che ieri ospite di Barbara D’Urso non ha minimamente accennato alla gaffe, e sottolinea che su “alcune cose non si scherza”.
“Per tutti quelli che hanno la storia europea in mente – ricorda il candidato del Ppe- questo è particolarmente vero per il terrore sperimentato durante l’Olocausto, costato la vita a milioni di innocenti. Mr. Berlusconi – si legge ancora nel comunicato- l’Olocausto non è una cosa da ridere”.
Gli attacchi del leader di Forza Italia sono “inaccettabili”, sostiene ancora l’ex premier lussemburghese, anche alla luce del fatto che “durante la crisi la Germania, come molti altri Paesi membri Ue, ha dimostrato una solidarietà senza precedenti con i Paesi europei in difficoltà . Questi Paesi hanno anche loro preso misure senza precedenti e spesso dolorose per stabilizzare le loro economie e finanze pubbliche”.
Per Juncker questa crisi ha scoperto molte ferite. “Noi ora dobbiamo guarire queste ferite – continua nella nota e non porre sale su di esse, come Berlusconi sta facendo con le sue dichiarazioni. Dobbiamo riunire l’Europa dopo la crisi, non creare ulteriori divisioni. Non c’è posto nella politica europea per dichiarazioni divisive, che tradiscono i valori su cui la Ue si basa”.
“L’Italia è una grande nazione – conclude Juncker – ma lo è anche la Germania. Tutti i 28 Paesi della Ue sono grandi nazioni. Nessuno ha il diritto di insultare gli amici e i partners della Ue”.
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Aprile 28th, 2014 Riccardo Fucile
LA CORTE DEI CONTI HA TRASMESSO ALTRI 15 NOMI ALLA MAGISTRATURA ORDINARIA… IL TITALE DELLE SPESE DICHIARATE NON AMMISSIBILI TOCCA I 400.000 EURO SOLO NEL 2012
Tutti insieme, appassionatamente. 
A farsi rimborsare a piè di lista un profluvio di spese che i giudici della Corte dei Conti hanno ritenuto ingiustificabili ed estranee ai compiti istituzionali, aprendo l’ennesimo fascicolo che porta i nomi di quindici consiglieri della Regione Liguria. Che vanno a rimpolpare l’elenco dei colleghi già pizzicati a cimentarsi in “spese pazze“.
Le new entry del 2012 riguardano Pd, Pdl, Udc, Lega Nord, Sel, Idv, Lista Biasotti, Diritti e Libertà , Liguria viva.
Il totale delle spese dichiarate non ammissibili tocca i 400mila euro nel solo 2012.
La lista dei gruppi che secondo la sezione di controllo della Corte dei Conti hanno usato con troppo disinvoltura il denaro pubblico si apre con il Pdl (9 consiglieri, una parte transitata nel Ncd, per 161.352 euro).
Secondo posto per l’Idv di Di Pietro (4 consiglieri fino a novembre, poi 1, per 78.120 euro).
Terza la Federazione della Sinistra (2 consiglieri, oggi 1. per 32.533 euro).
Quarta la Lega Nord (3 consiglieri, 32.156 euro, già restituiti 30.390).
Quinto il Pd (13 consiglieri, 24.861 euro), poi la lista Noi con Burlando (1 consigliere, Armando Capurro, 18.316 euro).
A seguire Sel (1 consigliere, Matteo Rossi, 13.405 euro), Riformisti Italiani (1 consigliere, Raffaella Della Bianca, 12.756 euro), Lista Biasotti (2 consiglieri, 9.063 euro, restituiti 5.088), Liguria Viva (1 consigliere, Ezio Chiesa, 6.273 euro), UdC (3 consiglieri, 5.386 euro. Le contestazioni penali a Rosario Monteleone si riferiscono al 2010-2011).
Diritti e Libertà (3 consiglieri fuoriusciti da Idv, 1.173 euro).
Tra le spese contestate, rimborsi chilometrici per 8.123 euro (Francesco Bruzzone, capogruppo Lega Nord), Champagne grand Cru (anonimi del gruppo Pdl ad Albenga, 725 euro, ma riferibili a Marco Melgrati) e scontrini di happy hour (Gruppo Idv, party di fine anno da 650 euro al bar Parador di Genova).
Una montagna della prelibata focaccia genovese per 500 euro di spesa conteggiati dall’Idv.
Un Ipod nano da 347 euro e un Ipad, libri e rimborsi chilometrici per un totale di oltre quattromila euro da Giacomo Conti, Federazione della Sinistra, il quale si difende: “Spese per attrezzature in dotazione al gruppo consiliare”.
Persino un necrologio da 195 euro per la morte del parlamentare lombardo Giampiero Cantoni, ordinato da Roberto Bagnasco (ex Pdl ora FI: “E’ un clima di caccia alle streghe”), francobolli e coppe sportive per varie migliaia di euro (Gino Garibaldi, ex Pdl oggi Ncd).
E ancora, ricariche telefoniche per l’ex sindaco di Alassio, Marco Melgrati (Pdl), al quale viene contestata anche le spesa per una serie di rinfreschi organizzati nella cittadina del ponente.
Anche Franco Rocca risulta prodigo negli acquisti di ricariche telefoniche. Raffaella Della Bianca (ex Pdl ora Riformisti) invece per biglietti aerei e ferroviari, Alessandro Benzi (ex FdS poi Sel) per un viaggio a Cuba e un centinaio di bottiglie di vino. Molto attivo anche il vicepresidente del consiglio regionale, Luigi Morgillo (PdL), che ha messo a rimborso la bellezza di 3.190 euro di francobolli, sui 24.076 euro che gli vengono contestati.
Nel Pd Antonino Miceli per conti di alberghi, Alessio Cavarra (viaggio a Cracovia), Giancarlo Manti (pranzi vari ai parchi Alpi Liguri).
E ancora: tre pernottamenti all’hotel Plaza di Roma (5 stelle Lusso) dell’ufficio di presidenza di Rosario Monteleone, un nome già emerso nelle precedenti inchieste contabili e transitato anche sul terreno delle inchieste penali: è indagato dalla Procura della Repubblica.
La spesa per un premio di laurea da 700 euro e alcune serigrafie per la fondazione “Casa America” (500 euro) viene invece contestata a Michele Boffa (Pd), all’epoca vicepresidente, poi succeduto a Monteleone alla presidenza del consiglio.
Al PdL vengono contestate alcune migliaia di euro di spese per la presentazione di libri dell’attuale ministro, Maurizio Lupi e dell’ex direttore del Tempo e candidato (senza successo) per Scelta Civica alle elezioni politiche, Mario Sechi.
Tutto pagato con i soldi dei contribuenti.
L’intervento della Corte dei Conti ligure ha messo fine al festino.
Spiega Ermete Bogetti, il procuratore della Corte dei Conti della Liguria che indaga: “Il procedimento contabile prevede due gradi di giudizio. Se le accuse verranno provate gli interessati dovranno rifondere i denari spesi in violazione delle regole. Di tasca propria. In Piemonte numerosi consiglieri regionali indagati hanno preferito restituire i soldi per evitare il processo”
In nove anni di attività in Regione, come consigliere non ho mai presentato uno scontrino per un rimborso spese>, commenta Claudio Burlando, governatore della Liguria: “Come presidente della giunta mi attengo strettamente ai compiti istituzionali. Tutto ciò che sta fuori, non va mai in conto spese. A Bari a seguire Matteo Renzi ci sono andato a mie spese. Eppure si trattava di un impegno di natura politica e non personale>.
Molto prudente. E saggio, Burlando. “Ma no… Il problema è che la legge precedente era troppo lasca e di fatto non suggeriva controlli efficaci. Qualcuno non ha valutato bene come muoversi. La mia proposta è: azzeriamo e rifondiamo tutto. I gruppi si facciano carico degli errori e ripaghino il denaro indebitamente percepito”
Renzo Parodi
(da “La Repubblica“)
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Aprile 28th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX CAVALIERE PER RIMONTARE, IN VISTA DEL VOTO, ATTACCA PM E CONSULTA NELLO STUDIO DELLA D’URSO SU CANALE 5
Berlusconi cerca il miracolo. Lo fa a casa sua, a Cologno Monzese, negli studi di Barbara D’Urso, la platea che un anno e mezzo fa lo ha aiutato a risorgere quando tutti lo davano per spacciato.
Il suo è un comizio di un’ora e mezzo dove si fa accompagnare dalla conduttrice a parlare di paludi della politica come di Dudù, dalla corte costituzionale all’affidamento ai servizi sociali e a Beppe Grillo, definito “uno sfasciacarrozze che ha mandato in parlamento degli urlatori come lui”.
È arrivato di buon pomeriggio, senza troppi annunci come del resto farà stasera collegandosi a Piazza Pulita, la trasmissione della 7 condotta da Corrado Formigli.
In camerino con lui Mariarosaria Rossi e Deborah Bergamini, pochi altri fedelissimi che di volta in volta si sono affacciati per salutarlo. Padrone di casa, ovviamente.
Nello studio 10, scenografia di Domenica Live e di molti altri programmi, c’era un fabbro.
Fu lui, abituato com’era all’epoca, a tirare fuori il blocchetto degli assegni e a comprare lo studio. E alcuni che oggi sono al seguito della corte dei miracoli c’erano già allora.
Una volta in diretta torna Berlusconi, il solito. Non risparmia attacchi alla magistratura, ai “pubblici ministeri di sinistra” e nemmeno alla corte costituzionale, “11 membri di sinistra, solo quattro vicini al centrodestra”.
Ci arriva nel rispondere alla prima domanda della D’Urso, quella sull’affidamento ai servizi sociali: “Ho già parlato con una delle loro assistenti, mi sono messo a disposizione, credo che già da oggi dovrei essere convocato da coloro che gestiscono il centro dove andò a fare animazione o, comunque, quello che loro vorranno. Non è un problema. Sono a loro disposizione”.
Non pronuncia mai la parola condanna, perchè l’uomo davanti alle telecamere ci sa stare.
L’ora nel camerino gli è servita per ripassare un copione. Se uno si sintonizzasse e non conoscesse la sua storia, non essendoci il contraddittorio, può avere l’impressione di trovarsi davanti a un volontario, non a una persona che deve scontare una pena passata in giudicato.
Poi — prima di tirare una stoccata a Napolitano “non firmò una legge e mi fece perdere credibilità in Europa” — nella sua domenica, rispolvera l’argomento Matteo Renzi.
“Io non ho mai detto di aver rotto con lui un dialogo. È stato un fraintendimento dei giornali. Con Renzi al quale non nascondo la mia stima, l’enorme capacità lavorativa e la simpatia, abbiamo una intesa per quello che riguarda la legge elettorale , che è una legge ordinaria. Sulle riforme le nostre obiezioni sono arrivate quando Renzi ha iniziato a parlare di nomine dei sindaci al Senato, di senatori nominati direttamente dal presidente della Repubblica. Quello non era in discussione. Io credo fermamente che delle riforme alla carta costituzionale siano necessarie per il governo del Paese. Ma non così. Il presidente del Consiglio ha pochi poteri, non può neanche sostituire un ministro. Sono 64 giorni che Renzi siede a palazzo Chigi e ha già aumentato le tasse sulla casa che saliranno del 32-34%, ha aumentato le imposte sui conti correnti elevandole al 26%, un punto di più della media europea. Insomma, Renzi non fa che continuare le vecchie abitudini della sinistra. Non c’è altro modo per abbassare le tasse che tagliare la spesa pubblica, noi abbiamo indicato dove, ma non sempre è stato possibile farlo perchè contro di noi c’è stato lo schieramento dei sindacati e dell’opposizione di sinistra che ha seguito la strada del tanto peggio tanto meglio. Ora — prosegue — vogliono consegnarci alla damnatio memoriae parlando dei 9 anni dei 20 anni in cui abbiamo governato come fallimento, come se noi non avessimo fatto nulla e invece io ho qui le 40 riforme fatte in 9 anni di governo. Abbiamo fatto più noi in 9 anni che tutti i 50 governi dal ’48 a oggi”. Per poi concludere. “Bisogna arrivare all’elezione diretta del presidente della Repubblica”.
Sull’argomento Alfano, a domanda precisa della D’Urso, l’ex cavaliere non entra nel merito. Non usa la parola traditore – a vederlo in faccia l’avrebbe voluto fare — ma appare quasi scontato che nelle prossime elezioni politiche, non le europee, l’obiettivo è di riportare a casa i fuoriusciti e non di continuare a perdere pezzi.
“È il tempo di creare una grande casa dei moderati. Purtroppo, fino a oggi, il male di questo Paese è che gli italiani hanno sbagliato a votare. Ma la politica ha bisogno di essere svecchiata, di ripartire, non di incancrenirsi in interessi di bottega”.
Il pubblico applaude. Lo invoca. Ma troppo facile, è a casa sua.
Non sappiamo se la stessa platea la troverebbe da Michele Santoro. Probabilmente no. Anche pare che abbia deciso che andrà anche a Servizio Pubblico.
Insomma, Berlusconi, da come parla e come si muove, non ha nessuna intenzione di farsi da parte. Giudica la pratica europee una transizione, quasi persa.
Parla di svecchiamento della politica, ma lui a mollare non ci pensa assolutamente.
Emiliano Liuzzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 28th, 2014 Riccardo Fucile
“SI CACCIANO I POVERI”: E POI VANNO ALLA SANTIFICAZIONE DI PAPA RONCALLI
Viale Papa Giovanni XXIII è un pezzo del cuore di Bergamo: si snoda dalla stazione ferroviaria al
centro, fende i palazzi senza soluzione di continuità offrendo prospettive da cartolina su Città Alta.
È il principale collegamento con le Mura e da metà anni 60 è dedicato ad Angelo Roncalli, il pontefice che oggi sarà proclamato santo ed è tra i più importanti figli della terra orobica
La canonizzazione è sentitissima, salutata da mesi con eventi ai quattro angoli della provincia. Sotto il Monte, terra natale di papa Roncalli, ospita frotte di pellegrini e il capoluogo non ha voluto essere da meno nell’omaggio.
L’amministrazione comunale ha commissionato un monumento, l’idea era installarlo proprio lì, sul viale.
Poi le dimensioni del gruppo scultoreo (alto tre metri, largo quattro) hanno suscitato un polverone e al momento l’opera se ne sta in attesa negli studi trevigiani di Carlo Balljana, l’autore.
Passo falso da nulla, rispetto a quanto succede alla vigilia della festa con le panchine anti-clochard.
Decisa a valorizzare la prospettiva da cartolina di cui sopra, oltre a dare lustro alla via che del nuovo santo porta il nome, la giunta di centrodestra ha varato una certosina opera di recupero estetico.
Non ci si è fermati al belletto, perchè, insomma, oltre alla santificazione c’è la campagna elettorale.
Così sul viale del Papa, centrale ma collegato alla stazione meta di senzatetto, tra aiuole rinfoltite e nuova pavimentazione sono comparse le panchine modificate.
Struttura in legno, bracciolo in ferro nel mezzo, funzionalità chiara: qui ci si siede, non ci si sdraia.
Debuttano, in ossequio al bon-ton, le panche anti-clochard: la tempistica fa l’effetto del gesso sulla lavagna, stride la tolleranza zero sulla strada dedicata a un pontefice passato alla storia come il «Buono».
«Semplicemente il decoro va tutelato, ce lo chiedono i cittadini. Qualcuno aveva anche domandato di togliere del tutto le sedute, non ci è sembrato il caso: l’area è molto turistica. E le panche sono fatte per sedersi», chiosa l’assessore alla Sicurezza, Massimo Bandera.
Che è leghista, come chi s’inventò l’accorgimento.
Era il 2007, il sindaco veronese Flavio Tosi installò le panche: tuonarono le parrocchie parlando di «vessazione», attaccò l’opposizione, il comico Crozza fece recapitare in municipio una poltrona con cactus per cuscino.
Eppure le panche scaligere sono ancora lì e la politica del bracciolo scomodo fa proseliti. Anche molti anni dopo.
Il sindaco Franco Tentorio taglia corto: «È un modo per evitare bivacchi».
I competitor al voto criticano: «Sfoggio muscolare».
Ma è don Fausto Resmini, che a un passo dal viale gestisce una mensa per i poveri, a dire tutto con un’immagine: «Ho visto i paletti, ho pensato alle punte per tenere lontani i piccioni che sporcano. Qui però parliamo di esseri umani. Si cacciano i poveri, ma non è così che si risolve il problema».
Roncalli, il santo, sarebbe stato d’accordo.
Anna Gandolfi
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 28th, 2014 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA DEL GEOMETRA CANTAGALLO ALLA BASE DEL PROCESSO “MARI-MONTI”: IL PAPABILE GOVERNATORE DEVE RISPONDERE DI TRUFFA E FALSO PER LA PROGETTAZIONE DELLA STATALE 81… AVREBBE FAVORITO IL GRUPPO TOTO
“Luciano D’Alfonso, in maniera entusiasta, disse che per fortuna Toto era riuscito a riprendersi l’appalto, spiegando che inizialmente l’asta se l’era aggiudicata una ditta del Nord Italia, se non ricordo male dell’Emilia-Romagna, mentre in seguito Toto era riuscito a riprendersela pagando un miliardo delle vecchie lire alla stessa ditta perchè si ritirasse, in modo tale che la Toto potesse subentrare come secondo miglior offerente”.
È il 2 settembre 2008, e il geometra Giuseppe Cantagallo rende questa testimonianza davanti alla Guardia forestale di Pescara e al Nucleo operativo dei carabinieri di Penne, Comune del Pescarese.
D’Alfonso è oggi candidato del Pd alla presidenza della Regione Abruzzo.
Cantagallo è una figura chiave del processo che ruota intorno alla progettazione e alla realizzazione della Statale 81, conosciuta come Mare-Monti: la strada fantasma bloccata dopo appena quattro mesi dall’inizio dei lavori, ma che sarebbe riuscita lo stesso a “ferire” la riserva naturale del lago di Penne.
È lui il progettista a cui venne chiesto “a parole” di occuparsi della redazione del progetto esecutivo.
Ed è lui a raccontare il rapporto disinvolto che sembra intercorrere tra l’ente pubblico Provincia e l’azienda privata Toto spa.
Il processo, che muove i primi passi, conta undici imputati, tra cui Luciano D’Alfonso che, in qualità di ex presidente della Provincia di Pescara, deve rispondere di truffa e falso.
Imputati anche Carlo, Alfonso e Paolo Toto accusati, a vario titolo, di corruzione, truffa aggravata e falso ideologico.
E poi, Fabio De Santis, ex responsabile del procedimento della strada, già finito sotto inchiesta a Firenze insieme alla cosiddetta “cricca dei Grandi appalti” del G8 della Maddalena; e il progettista Carlo Strassil, lo stesso che in una telefonata intercettata del 16 luglio 2009 rideva della ricostruzione dell’Aquila.
La prossima udienza ci sarà il 7 maggio e sarà dedicata all’ammissione delle prove.
Il Tribunale ha ammesso la richiesta delle parti civili di citare la Toto spa come responsabile civile nel procedimento.
“Con Toto ci si può parlare”. Secondo l’accusa, guidata dal pm Gennaro Varone, l’appalto è stato stravolto al fine di renderlo vantaggioso per l’impresa Toto.
È proprio Cantagallo, sentito per diverse ore dagli inquirenti, a ricostruire quella che sembra essere una regia occulta.
Il geometra riferisce di alcuni colloqui con D’Alfonso (risalenti ai primi mesi del 2001), uno di questi nell’ufficio di Lucio Marcotullio nella Brioni Roman Style di Penne. “D’Alfonso nell’occasione aveva con sè una fotocopia della Gazzetta ufficiale che pubblicava l’aggiudicazione della gara d’asta indetta per la realizzazione della Mare-Monti, che era stata definita opera di interesse nazionale….
Spiegando la cosa, D’Alfonso la commentava in maniera entusiasta dicendo testualmente, tra l’altro, ”…con Toto ci si può parlare!…è un’azienda vicina al nostro gruppo…” Ricordo bene che l’incontro avvenne prima della consegna dei lavori alla ditta Toto”.
Tra le promesse, un posto all’Anas.
È nell’aprile del 1999 che la Provincia dà a Cantagallo 30 milioni di lire con due bonifici, per la redazione dei rilievi topografici. Ma le spese da anticipare sono tante e il geometra non ci sta.
“Sono tornato a Pescara da D’Alfonso e gli ho chiesto un ulteriore acconto; questi mi rassicurò dicendo che mi avrebbe fatto prendere altri 30 milioni, ribadendo anche le promesse di una mia assunzione all’Anas e di lavori da parte dell’Anas stessa… Dopo quest’ultimo incontro avuto con D’Alfonso a Pescara”, continua Cantagallo, “quest’ultimo ha sempre evitato di incontrarmi e all’epoca non riuscivo a spiegarmene il motivo, mentre in seguito sono giunto alla conclusione che forse lui si aspettava di ricevere da me parte dei soldi erogatimi dalla Provincia. Ad essere sinceri, se lo avessi intuito prima, considerato il mio stato di bisogno dell’epoca, con una famiglia da sostenere con tre figli all’università , probabilmente avrei anche acconsentito”.
Filo diretto con Toto.
A maggio del 1999, Cantagallo era alle prese con la redazione dell’elenco prezzi necessario per la redazione del computo metrico, e aveva dei dubbi.
“Poichè Luciano D’Alfonso mi aveva detto di procedere celermente”, racconta il teste, “lo contattai rappresentando le mie difficoltà nella redazione di detto elenco; lui mi invitò, per risolvere il problema, a contattare un certo Rapposelli, comunicandomi il telefono dell’ufficio dello stesso. Preciso che il D’Alfonso si limitò a dirmi che era un geometra, senza specificare altro. Non so se ho ancora il numero di telefono, ma quando chiamai quel numero scoprii che era quello della Toto Spa di Pescara”.
La strada nella riserva per risparmiare.
La variante alla Mare-Monti che entra nella riserva naturale, secondo Cantagallo, “serviva sicuramente per recuperare il ribasso d’asta”. Proprio per quanto riguarda la variante al progetto, Cantagallo parla di un incontro che gli sarebbe stato preannunciato telefonicamente dallo stesso D’Alfonso, all’inizio dell’estate del 2001.
Alla riunione, dice il progettista, era presente anche Carlo Toto “che mi venne presentato in quell’occasione, tant’è vero che Fornarola (ndr allora sindaco di Penne) gli chiese di darmi un lavoro, ma questi disse che se ne sarebbe riparlato in seguito”.
Il racconto prosegue: “Entrando in ufficio, notai aperta una planimetria sulla quale era già stata tracciata una variante alla Mare-Monti che sicuramente aveva portato Carlo Toto, che prevedeva una sostanziale modifica del tracciato con l’inserimento di un viadotto”.
Melissa Di Sano
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 28th, 2014 Riccardo Fucile
I DUE SANTI
Dinanzi ad una folla sterminata, composta e commossa, papa Francesco eleva alla gloria degli
altari Angelo Roncalli e Karol Wojtyla.
“Uomini coraggiosi”, li chiama. Sottolineando l’autenticità del loro parlare e credere, riconducendo le loro diversità nel solco della testimonianza appassionata che ognuno è riuscito a dare.
È la giornata dei quattro papi, evento straordinario per la Chiesa. Lo spirito dei romani, impassibile dinanzi a qualsiasi inedito della storia, twitta ironicamente: “Oggi a Roma più papi che linee della metropolitana”.
Quattro papi all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, ma la giornata non diventa l’esaltazione del papato.
Una regia precisa, voluta da Francesco, imprime al rito di massa il sigillo della sobrietà , della non-retorica.
Non si sentono urla entusiaste, non si sentono slogan ritmati. La passione per Giovanni Paolo II che anima larga parte della platea, stretta fra il colonnato del Bernini e che si prolunga fino a Castel Sant’Angelo in una fiumana di fedeli di ogni nazione, non esplode in manifestazioni di tifo.
Francesco ha voluto una celebrazione che sia una messa, non una parata trionfale, e il filo del suo discorso è lontano da ogni apologia del ruolo papale.
Centro e capo della Chiesa — fa intendere nella sua predica — è il Cristo con le sue “piaghe”.
Gli uomini, anche i papi, valgono in quanto sono capaci di confrontarsi con le ferite del Cristo e di “vedere in ogni persona sofferente Gesù”. È uno spostamento di accento, che demitizza le figure papali ed era già presente nel discorso di addio di Benedetto XVI, quando accennò che chi guida la Chiesa non è il pontefice, ma Cristo. Impressionante, ancora una volta, è la lunga preghiera silenziosa praticata in piazza San Pietro da centinaia di migliaia di persone seguendo Francesco.
È una giornata particolare questo 27 aprile 2014. Punto di arrivo e di partenza per la Chiesa cattolica. Giovanni XXIII, così spesso sabotato in vita, riceve il massimo riconoscimento che le forze ecclesiastiche conservatrici vollero negargli, impedendo che fosse acclamato santo al termine del Concilio.
E vengono finalmente soddisfatti tutti coloro — polacchi in testa — che reclamarono la santificazione di Giovanni Paolo II già durante il suo funerale.
I polacchi rappresentano la massa d’urto dei pellegrini stranieri giunti a Roma. Per loro Wojtyla è un eroe nazionale. Un grande sovrano, simbolo di religione e di patria. Bandiere e striscioni polacchi straripano in piazza rispetto ai vessilli di altri paesi.
Ma non sfugge che la folla in questa occasione è calata a confronto con giornate passate. Il primo maggio 2011, quando fu beatificato Wojtyla, i pellegrini erano un milione. Tra il 4 e il 7 aprile 2005, quando una massa infinita di fedeli e uomini e donne di ogni religione e visione del mondo si mise in file per via della Conciliazione per entrare in basilica e dare un ultimo saluto a Karol, i partecipanti erano tre milioni. Questa volta sono mezzo milione intorno a San Pietro e altri trecentomila sparsi nelle piazza romane davanti ai teleschermi.
Per tutti, però, è un’esperienza indimenticabile, a cui — ripetono — “dovevano prendere parte” . Molti arrivano in piazza san Pietro già con le valige, pronti per partire dopo la cerimonia. Molti hanno bivaccato la notte alla bell’e meglio per poter conquistare i posti più vicini al sagrato. Molti hanno pregato nella veglia notturna organizzata nelle chiese romane.
È una giornata particolare, perchè di fronte a due miliardi di telespettatori (tanti ne calcola il Vaticano sul pianeta) Francesco ha invitato Benedetto XVI a prendere parte al rito e va ad abbracciarlo due volte, all’inizio e alla fine.
Ratzinger, il viso più disteso e rasserenato rispetto ai mesi scorsi, è arrivato per primo sul sagrato. Tutto bianco nei paramenti e con una grande mitria vescovile bianca in testa. Resta il simbolo di una dedizione assoluta alla Chiesa.
E Francesco, portandolo sotto la luce dei riflettori mondiali, lancia il messaggio che la cattolicità dovrà abituarsi a vedere pontefici in pensione. Forse tra dieci anni sà rà lui — Bergoglio — al medesimo posto, seduto in prima fila accanto all’altare.
L’omelia di Francesco concede poco agli elogi e all’illustrazione delle biografie, è misurata, non c’è spazio per improvvisazioni.
Il papa argentino legge il testo con il volto grave. Se accenna a Roncalli e Wojtyla è per illustrare l’immagine di Chiesa, che sta proponendo da un anno: “testimonianza della bontà di Dio e della sua misericordia”. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, dice, hanno conosciuto le tragedie del Novecento, ma non ne sono stati sopraffatti. Più forte in loro era Dio, era la fede in Cristo Redentore, “più forte in loro era la misericordia di Dio”.
L’essenziale del Vangelo, insiste Francesco, senza paura di ripetersi, è l’amore, la misericordia, in semplicità e fraternità . E qui si è avvertito che il papa argentino si stava rivolgendo con insistenza alla Chiesa, alla Curia, agli episcopati, al clero, ai credenti di oggi. Il Concilio, ha spiegato, è servito per riportare la Chiesa alla sua “fisionomia originaria”.
Diseguale, nella sua breve omelia, è stata la descrizione dei due pontefici.
Francesco è parso più vicino a Giovanni XXIII, definito “docile allo Spirito Santo”, guida-guidata dallo Spirito. Wojtyla è stato definito il “Papa della famiglia”. Appellativo giusto, vista l’insistenza con cui ha trattato i temi familiari, ma limitato se si guarda all’ampiezza del suo pontificato.
Marco Politi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 28th, 2014 Riccardo Fucile
LA VEGLIA SUI SAMPIETRINI
Un sacerdote con il breviario, capelli corti, tonaca nera, attraversa una viuzza con i sampietrini malfatti, che ancora non sono le cinque, o forse le quattro. Ha il passo agitato. Ha la fretta di chi s’è segnato un appuntamento da anni e adesso rischia di fare tardi e lo spaventa — l’incedere lo testimonia — la figuraccia che non contempla perdono.
Questa sagoma con il colletto bianco sparisce appena supera le prime statue di ponte Sant’Angelo, per una notte sorvegliate da migliaia di pellegrini, migliaia di coperte, sacchi a pelo, indumenti caldi, che soltanto qualche ora prima, che ancora la notte era fresca, cantavano e ballavano per ingannare la fatica e l’attesa.
Anche senza il sostegno coreografico di una ventina di pastori peruviani che saltavano, battevano le mani e incitavano la folla, e pure quelli che sfidavano il Tevere e bivaccavano ai suoi margini, ignari dei ratti famelici pronti a depredare le provviste.
Una suora col giornale, sdegnata per il vano contributo di tre consorelle, alza la mano con una bottiglietta d’acqua: “Me la apri, per favore? Grazie, questo è un gesto di carità ”.
La suora sfoglia le pagine con timidezza per non fare rumore, per non svegliare una distesa di uomini e donne, tanti ragazzi, che non mollano il posto davanti a un maxischermo ancora spento, ora che sono le cinque esatte, e che presto farà vedere immagini di repertorio.
Un gruppo di amici libanesi, ventenni, punta un varco accessibile fra le mura di Castel Sant’Angelo e il tratto pedonale di lungotevere, che agenti presidiano percorrendo cento metri avanti e indietro senza sosta.
In quel momento, che le cinque sono passate da un po’, un conforto di aurora lo suggerisce, la polizia sta per smantellare le barricate intorno a piazza San Pietro per far entrare i fedeli e sottoporre le carovane ai controlli.
Il gruppo di amici libanesi ha ciccato quel momento, e così avanza a rilento fra i pellegrini che sbadigliano. Uno di loro imbraccia una bandiera libanese, più che altro uno striscione con i colori bianco e rossi e il cedro verde nè chiaro nè scuro, e comincia a intonare una Ave Maria, piano, lento, poi forte, ancora più possente.
Un signore africano rinuncia, non ha voce per cantare e non ha la tempra per seguire i libanesi e allora, cordiale, s’avvicina a un signore italiano che picchetta un quadrato di sampietrini dove c’è spazio per una sediolina pieghevole e, magari, per allungare le gambe.
Il signore africano chiede ospitalità al signore italiano che rivendica il possesso di un amico, che non s’intravede (eppure sono quasi le sei), di quel pezzetto di territorio conquistato con estrema accortezza: “à‰ occupato”.
I volontari non fanno neanche in tempo a dividere via della Conciliazione in due settori, per motivi di sicurezza, che i drappelli polacchi e i ritratti di Wojtyla già troneggiano ovunque e spediscono in minoranza i francesi, gli spagnoli, gli argentini, gli africani, gli asiatici ben rappresentati dai filippini, che con apprezzabile educazione non spingono mai chi li precede e camminano con un’attenzione che sfiora l’apprensione.
Non sono neanche le sei e venti — gli ambulanti già vendono il drappo vaticano a un euro, roba di plastica — che Piazza San Pietro sta per essere circondata: comitive munite di ombrelli e cartelli affluiscono da qualsiasi angolo, non possono indugiare, non c’è spazio per tutti.
E i varchi nascosti dal colonnato (con poliziotti ben visibili) sono l’ultimo ostacolo. La gente protesta con sempre maggiore fastidio, urla “vergogna, vergogna” e in tanti si sentono male perchè la calca è insopportabile e molti, per evitare il peggio, sono costretti a scavalcare le (basse) recinzioni di ferro.
La scalinata di San Pietro è un giardino di fiori, piante e decori. Il tempo sta per scadere, che le otto sono ormai dimenticate.
Ma una compagnia di adolescenti spagnoli s’è arresa a una spietata evidenza, e le fermate di metropolitana chiuse lo certificano: queste piazze (e pure questo articolo) non possono contenere 800.000 pellegrini che vogliono assistere a una domenica con quattro papi, e neanche il coraggio dei polacchi che hanno guadato la Mitteleuropa con macchine scassate.
Gli spagnoli anticipano Francesco e recitano la messa assieme a un sacerdote con un microfono, c’è anche un uomo tanto paziente che regge un altoparlante, ma i ragazzi preferiscono la cuffia.
La celebrazione comincia prima che siano le dieci come previsto. Comincia prima che Francesco proclami santi Roncalli e Wojtyla.
In questi giorni, forse, gli orologi non servivano.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 27th, 2014 Riccardo Fucile
CON L’ITALICUM CONTANO LE COALIZIONI E DIFFICILMENTE I CINQUESTELLE POTRANNO SUPERARE DA SOLI QUELLA DI CENTRODESTRA
È tutta una pantomima elettorale. Questa è la spiegazione più plausibile di quanto sta avvenendo
in questi giorni su Italicum e riforma del Senato.
Le dichiarazioni di Berlusconi hanno fatto scalpore, ma erano prevedibili. Era scontato che una volta accertata la possibilità di poter fare campagna elettorale nonostante l’affidamento ai servizi sociali ne avrebbe approfittato per non lasciare a Renzi la scena.
La sostanza è che a Berlusconi non conviene rompere nè sulla riforma elettorale nè su quella del Senato.
Per tanti buoni motivi.
Sulla prima il Cavaliere sa benissimo, e nel caso se lo fosse dimenticato c’è Verdini a ricordarglielo, che l’Italicum conviene anche a lui e non solo a Renzi e al Paese.
Con questo sistema elettorale, e in particolare con il sistema di soglie di sbarramento che abilmente Verdini è riuscito a imporre, anche una Forza Italia indebolita resterebbe comunque il polo di aggregazione dello schieramento moderato.
Cosa potrebbero fare i vari Alfano, Salvini, Meloni davanti alla prospettiva di dover superare l’8% dei voti alla Camera se decidessero di correre da soli?
Con l’Italicum la loro sopravvivenza parlamentare sarebbe nelle mani di Berlusconi.
È lui il solo che potrebbe concedere lo sconto sulla soglia dall’8% al 4,5%.
A meno che non pensino di allearsi con Renzi.
O di mettersi tutti insieme per fare una coalizione che superi la soglia del 12 % prevista appunto per le coalizioni.
Tutte ipotesi che fanno sorridere. Non c’è che dire Verdini l’ha pensata bene.
E ora Berlusconi butterebbe tutto a mare? Poco credibile.
Ma c’è dell’altro nell’Italicum.
C’è un ballottaggio che scatta non al 40 %, al 45 % o al 50%, come avrebbe voluto chi scrive, ma al 37%.
Questo per dare al centro-destra la possibilità di poter vincere al primo colpo senza dover ricorrere a un secondo turno rischioso. Ora si parla di un ripensamento del Cavaliere dopo aver visto che i sondaggi per le elezioni europee lo danno al terzo posto. Ma è un timore mal posto.
Al ballottaggio vanno partiti singoli e coalizioni. Il M5s è un partito singolo. Forza Italia si presenterà con una coalizione. Difficile che abbia meno voti del M5s. Il problema di Forza Italia non è il sistema elettorale, ma la leadership e la proposta politica.
Un ragionamento simile vale per la riforma del Senato. Berlusconi sa che si tratta di una riforma molto popolare.
È realistico che voglia passare tra le fila dei conservatori? Certo, vorrà dire la sua, visto che non tutti i dettagli della proposta del governo sono stati concordati con il patto del Nazareno.
La tirerà per le lunghe per non dare a Renzi un trofeo da sventolare in campagna elettorale, ma sui punti essenziali l’accordo c’è.
I senatori non saranno eletti a suffragio popolare, non daranno la fiducia e non saranno retribuiti. Su tutto il resto a tempo debito si potrà negoziare.
Sulla composizione, per esempio.
L’attuale progetto è incentrato su una doppia parità . Stessi seggi per tutte le regioni. Ugual numero di rappresentanti delle regioni e dei comuni. Dubitiamo, conoscendo il pragmatismo del premier, che si impunterà su questo.
Nè lo farà sulla questione dei 21 membri della società civile nominati dal Capo dello stato. Anche sulle funzioni del nuovo Senato è possibile qualche modifica.
Speriamo però che non siano tali da snaturare uno degli obiettivi principali del progetto che è la drastica semplificazione del processo legislativo.
Resta un dubbio. Se il ragionamento sviluppato fin qui fosse sbagliato?
In fondo Berlusconi ci ha abituato a giravolte repentine di cui hanno fatto le spese gli interlocutori che di volta in volta si sono fidati di lui.
Non si può escludere che abbia deciso di dar retta a Toti e al teorema dell’«abbraccio mortale» con Renzi. Se così fosse si aprirebbe un diverso scenario. Non uno scenario elettorale però.
Non è credibile che si possa votare in autunno contro la volontà di Napolitano e di Alfano.
Tra l’altro lo si potrebbe fare solo con l’attuale sistema di voto, quello della Consulta. Ma è molto rischioso. Meglio sarebbe con l’Italicum.
Ma senza Berlusconi ci vogliono i voti di Alfano per approvarlo. E Alfano i voti li darà presumibilmente a due condizioni.
La prima è che non si vada a votare subito. La seconda è che si cambi l’Italicum del Nazareno.
Basterebbero due modifiche per convincere il leader del Ncd: una soglia unica al 4% e il voto di preferenza.
Forse basterebbe anche solo la prima. Infatti con una soglia unica al 4% – sia per chi sta dentro che per chi sta fuori dalle coalizioni – Alfano conquisterebbe quella autonomia che le soglie “verdiniane” gli negano.
Per Renzi non sarebbe un problema visto che con il ballottaggio un vincitore ci sarebbe comunque. Tra l’altro queste modifiche servirebbero anche a disinnescare l’opposizione della minoranza del Pd.
Tutto sommato questo scenario non sarebbe negativo per Renzi. §Sarebbe invece molto negativo per Berlusconi. Per questo siamo propensi a credere alla tesi della pantomima elettorale.
In ogni caso basta aspettare il 25 Maggio per sapere come stanno veramente le cose.
Roberto D’Alimonte
(da “Il Sole 24 ore“)
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Aprile 27th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX SOTTOSEGRETARIO, ORA IN CARCERE, PER OTTENERE UN INCONTRO CON IL CAVALIERE AVEVA CHIAMATO VERDINI
Quando Nicola Cosentino aveva deciso di costituire il neo partito Forza Campania, Silvio Berlusconi non ne ha voluto sapere, negandosi per mesi al telefono.
L’ex sottosegretario adesso si trova nel carcere di Secondigliano, arrestato lo scorso 3 aprile nell’ambito di un’inchiesta per estorsione aggravata dal metodo mafioso, con l’accusa di aver costretto un imprenditore a chiudere un distributore di benzina a Casal di Principe, concorrente alle aziende di famiglia.
Prima dell’arresto però aveva provato a fare pressione sugli ex colleghi, da Daniela Santanchè al senatore Vincenzo D’Anna, passando per Denis Verdini, affinchè gli facessero incontrare l’ex premier.
A rivelarlo è l’ultima informativa depositata al Riesame nell’ambito del processo in corso a Santa Maria Capua Vetere, dove Cosentino è imputato per corruzione e reimpiego illecito di capitali aggravati dalle finalità mafiose.
La Cassazione, ritenendo che Cosentino non fosse un politico ininfluente, aveva annullato la revoca delle misure cautelari decisa dal Riesame e disposto un loro nuovo pronunciamento sulla detenzione in carcere.
Nel frattempo, però, sono scattate le manette per le accuse nell’ambito dell’indagine sui carburanti dei Cosentinos’.
Agli atti della procura di Santa Maria ci sono diverse telefonate fatte da Cosentino nelle settimane precedenti all’arresto. È il 6 febbraio scorso quando contatta il senatore Vincenzo D’Anna, vice presidente del gruppo parlamentare Gal (Gruppo Autonomie e Libertà ). D’Anna, dopo aver salutato il collega, gli passa un tale Gino, ancora da identificare.
Gino: Ma tu per le Europee fai qualcosa, spero… immagino?!
Nicola: Penso di si, vediamo un po’ che dice il ‘Capo in Testa’ lì eh… non mi pare negli ultimi tempi mi voglia troppo bene! O almeno non tanto lui ma… l’entourage! Il problema è che io qua ho Dudù.. hai capito? E quindi (ride) che probabilmente non mi vuole troppo bene.
E Dudù potrebbe essere una metafora per indicare Francesca Pascale, che a detta dell’ex segretario, lo tiene lontano dall’ex premier.
Poi il telefono ritorna nelle mani di D’Anna.
D’Anna: dice che De Siano è andato da Berlusconi, che ha detto che per il momento non si tocca niente.
E che non si fanno nomine nè del vicecoordinatore nè dei coordinatori provinciali… perchè la situazione non è delle migliori… perchè lui dice che si farà il governo Renzi ed entreremo anche noi… e dura fino al 2018!
Qualche giorno dopo, il 13 febbraio, la procura intercetta una nuova conversazione con il senatore D’Anna.
Nicola: Io ti ho chiamato perchè.. questi insomma.. Il fatto che chiamano la Ruggiero, il fatto che ce ne vogliono scippare uno ad uno (…) significa che non hanno alcuna intenzione di recuperare, se non quella di dire: “Prendetevi Caserta e non ci rompete il ca…”.
Bisogna chiedere a Berlusconi un incontro. E a Berlusconi 4, 5 senatori di voi dovete chiamarlo e dirgli: “Noi ti dobbiamo parlare, adesso” (…) Devi dire: “Senti bello! Ma tu a questi. A uno gli hai dato il governo della Regione e noi non contiamo un cazzo! A quest’altro gli hai dato il partito a livello regionale. (…) Ma almeno ci vuoi dare i coordinatori provinciali o no? O ce ne dobbiamo andare da questo partito?”
Insomma Cosentino annuncia una battaglia che come dice a Vincenzo D’Anna, si deve fare con l’appoggio dei senatori, “dal momento in cui oggi i senatori valgono 10 volte tanto, rispetto ad un parlamentare”.
Il 18 febbraio viene intercettata ancora un’altra conversazione tra i due, e l’ex senatore racconta un episodio.
D’Anna: mi ha chiamato il professor Mennini, che sta dentro il collegio di difesa di Berlusconi e mi ha detto “ma che ca… hai ? Il cavaliere ti ha nominato 20 volte. Dice “Ma questo D’Anna com’è che vuole diventare renziano? Io ho detto: digli al Cavaliere che noi non siamo diventati renziani, però se lui ce ne caccia, andiamo dove cazzo vogliamo noi”.
Ma al di là del ricatto, Cosentino vuole assolutamente incontrare l’ex premier .
Così il 28 gennaio scorso contatta Daniela Santanchè. Dopo aver ribadito che “non c’è nessuna scissione” con Forza Italia, l’ex parlamentare si lamenta di essere boicottato e avverte: “Se vanno a dire che Cosentino non c’ha manco più il voto della moglie, che è finito, la gente qua si ribella! Anzi, invece di ringraziarmi, mi si attacca pure con operazioni di piccolo sabotaggio… Questa gente è nata insieme a me, non mi lascerà mai”.
La Santanchè gli consiglia di parlare direttamente con Berlusconi: “Bisogna parlare con lui, farlo ragionare, dirgli le cose!”.
E Cosentino spiega: “Non me lo passano!”. Così Cosentino si sfoga: “Non vorrei che la Bosnia che si verifica in Campania poi possa essere il preludio a una Bosnia allargata ad altri territori”.
Se la Santanchè non riesce, o forse non vuole metterlo in contatto con il Cavaliere, Cosentino ci prova tramite Denis Verdini.
Il Fatto ha pubblicato il 18 febbraio scorso le foto di un incontro tra i due a Caffè Ciampini. Ma i colleghi si erano già sentiti al telefono.
Agli atti, c’è un messaggio di Cosentino del 30 gennaio: “Caro Denis, sarebbe un bel segnale di disgelo inserire quando e se si farà , l’ufficio di presidenza, il sen. Sarro”.
Il 28 marzo, la procura intercetta una telefonata. Verdini rassicura: “Vieni a Roma domani, che alle 3 andiamo dal presidente io e te”.
Passano solo sei giorni e Cosentino viene arrestato.
Vincenzo Iurillo e Valeria Pacelli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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