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INTERVISTA A CANTONE: “LA CORRUZIONE NEMICO PIU’ DURO DELLA CAMORRA”

Giugno 8th, 2014 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELL’AUTORITA’ ANTI-TANGENTI CHIEDE L’ALT ALLE DEROGHE SUGLI APPALTI

«Non c’è qualcuno che abbia poteri salvifici nè che abbia la bacchetta magica». Il presidente dell’Autorità  anticorruzione, Raffaele Cantone, replica a chi lo chiama «San Cantone», rispondendo alle domande di Liana Milella sul palco della “Repubblica delle Idee”. Cantone non è un santo, ma ha le idee chiare
Ha incontrato Renzi a Napoli: che gli ha detto?
«Fate i vostri giochi, ma ricordati che ci siamo anche noi e chiediamo garanzie».
Il premier ha promesso che sarà  varato un provvedimento sulla corruzione che prevede poteri precisi all’Autorità  anticorruzione. Cosa si aspetta?
«Politica è la decisione su cosa deve controllare l’Autorità . È Renzi che deve decidere se possiamo ficcare il naso negli appalti già  assegnati o se ci dobbiamo muovere solo sui nuovi appalti. E politica è la scelta di come dobbiamo muoverci e cosa cercare. Voglio dire, il controllo cosa deve riguardare? Deve essere una specie di timbro, come una revisione – spesso falsa – o deve avere un senso?»
Non esistono bacchette magiche, ma esistono obiettivi, dunque. Da dove si comincia?
«La corruzione esiste in tutti gli Stati occidentali ed è molto difficile da prevenire. L’azione di contrasto è molto più difficile di quella alla camorra perchè spesso gli appalti truccati, sul fronte del rispetto formale delle regole, sono perfetti. Ma qualcosa si può fare, con le norme adatte e correggendo la legge sugli appalti che è fatta male».
Qual è una buona legge sugli appalti?
«Uno dei problemi è quello delle deroghe: perchè ormai riguardano praticamente tutti i grandi appalti e perchè di lì passano le camarille, le revisioni che gonfiano i capitolati e le consulenze agli amici degli amici alla base del sistema corruttivo».
Torniamo alle sue priorità .
«Per i vecchi appalti capire che margini d’azione abbiamo. Per i nuovi rivedere e ispirare a norme di trasparenza bandi, commissioni, aggiudicazioni ed esecuzioni. Una delle questioni da affrontare da subito, per esempio, è quella della trasparenza nella scelta delle commissioni di gara. Basterebbero degli elenchi di docenti universitari e membri di ordini professionali da cui sorteggiare i membri».
Quale volto ha la corruzione che lei vuole combattere?
«La corruzione tradizionale, quella con il passaggio di mazzette non esiste più, o quasi. Nel Mose sta emergendo un sistema rodato a trecentosessanta gradi. Ma siamo onesti: non è che se cambiamo le leggi, le persone diventano brave. E molte leggi ci sono già . Una parola chiave per me è la trasparenza».
Il Daspo per gli imprenditori come per i politici corrotti è una buona arma?
«Per i nuovi appalti c’è già  una norma nella legge Severino che consente alle stazioni appaltanti di cacciare a calci nel sedere chi non rispetta il patto di integrità . La norma c’è, ma non è applicata. La cacciata dalle gare per le imprese “inquinate” è un obbligo, ma è anche una questione tra le più delicate. Di certo si possono creare meccanismi per cui l’imprenditore che ha corrotto non ottenga vantaggi dal reato compiuto. Per la revoca degli appalti poi ci vuole una legge».
Il falso in bilancio va ripristinato?
«Si, con una pena a cinque anni. Il vero tema è quello dei tempi di prescrizione che sono inaccettabile. Comunque ricordiamoci che l’abolizione del falso in bilancio non è stata voluta solamente da Berlusconi. Il mondo dell’imprenditoria ha fatto festa. Dopo Tangentopoli pezzi di classe dirigente hanno fatto di tutto per smontare il sistema dei controlli, la politica è stata solo il braccio operativo ».

Cristina Zagaria
(da “la Repubblica”)

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BALLOTTAGGI, SI VOTA IN 148 COMUNI, CROLLA L’AFFLUENZA, OCCHI PUNTATI SU LIVORNO, MODENA E PADOVA

Giugno 8th, 2014 Riccardo Fucile

INCOGNITA RIFLESSI SCANDALO MOSE, I CINQUESTELLE A MODENA SUPPORTATI DA GIOVANARDI, SALVINI E MELONI CONTRO LA “PESTE ROSSA”

Dopo il primo turno delle amministrative di quindici giorni fa, che ha sancito il trionfo del Pd, oggi sono chiamati al voto 4.249.450 italiani per i ballottaggi delle elezioni comunali.
L’incognita, stavolta, è lo scandalo che ha coinvolto la realizzazione del Mose a Venezia, che potrebbe avere ripercussioni politiche, in termini sia di affluenza che di preferenze di voto. L’affluenza si registra in calo.
Alle 12 ha votato il 15.54%, contro il 21.55% del primo turno.
I seggi sono aperti in 148 Comuni dalle ore 7 alle 23, mentre in Sicilia dalle 8 alle 22 ma anche lunedì 9 dalle 7 alle 15.
Tra i centri chiamati al voto, 14 sono capoluoghi di provincia: Foggia, Biella, Vercelli, Verbania, Teramo, Livorno, Modena, Pescara, Terni, Bergamo, Cremona, Padova, Pavia, Caltanissetta. Mentre sono tre i capoluoghi di Regione: Potenza, Bari e Perugia. Lo scrutinio inizierà  al termine delle operazioni di voto.
I riflettori sono puntati, in particolare, su tre città : Livorno, Modena e Padova.
A Livorno e Modena, di lunga tradizione di sinistra, per la prima volta il Pd ha dovuto subire “l’onta” del ballottaggio ed è insidiato a distanza dal Movimento 5 Stelle.
A Livorno, in particolare, Marco Ruggeri (Pd) è forte del 39,9% dei consensi al primo turno; lo sfidante è Filippo Nogarin (M5s) che il 25 maggio ha ottenuto il 19%.
Ma Nogarin può contare sul supporto di almeno una lista civica di sinistra, per non parlare degli endorsement ricevuti da diversi esponenti del centro-destra.
Anche a Modena è in vantaggio un candidato del Pd, Giancarlo Muzzarelli, ma con uno scarto, almeno teoricamente, molto più ampio, visto che al primo turno ha sfiorato la vittoria con il 49,7%.
Anche qui l’avversario è un grillino: si tratta di Marco Bortolotti, che quindici giorni fa ha ottenuto il 16,3% dei voti e in queste due settimane ha raccolto altri appoggi da politici di centrodestra, come l’ex ministro Carlo Giovanardi (Ncd) che ha definito il M5S “il male minore”. Sostegno ai grillini anche da Lega Nord e Fratelli d’Italia.
A Padova, invece, è la Lega Nord che cerca il colpaccio contro il Pd, che schiera Ivo Rossi ( 33,8% al primo turno), che, da vice, ha sostituito Flavio Zanonato quando quest’ultimo è diventato ministro del governo Letta.
Tutte le speranze del Carroccio, che qui non ha mai vinto, sono puntate su Massimo Bitonci, che quindici giorni fa ha ottenuto il 31,4% dei voti, rendendo l’esito del ballottaggio molto incerto.

(da “La Repubblica”)

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BARBARA SPINELLI VA IN EUROPA: L’IRA DI SEL CHE PERDE UNA POLTRONA

Giugno 8th, 2014 Riccardo Fucile

PENOSA LITE A SINISTRA DOPO IL LEGITTIMO CAMBIO DI IDEA DELLA SPINELLI PER LA QUALE SI PROSPETTA LA VICEPRESIDENZA DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Barbara Spinelli ha deciso: siederà  in europarlamento con la sinistra del Gue, insieme e a sostegno del leader greco di Syriza Alexis Tsipras.
E a rimetterci sarà  Sel.
La sua doveva essere una candidatura di servizio, ma adesso per la giornalista si prospetta un ruolo di prestigio: la vicepresidenza della Commissione Europea.
Il nome della figlia di Altiero, uno dei padri dell’Europa, ha infatti un forte ascendente anche sul Pse.
«Il Parlamento in cui intendo entrare – dice Spinelli – dovrà , su spinta della nostra Lista e delle pressioni che essa eserciterà  in Europa e in Italia, essere costituente. Dovrà  lottare accanitamente contro lo svuotamento delle democrazie e delle nostre Costituzioni, a cominciare da quelle italiane e dal vuoto democratico che si è creato in un’Unione che non merita, oggi, il nome che ha».
Parlando poi della decisione di andare a Bruxelles, la Spinelli si dice certa «che i tanti elettori di Sel, battutisi con forza per la nostra Lista, approveranno e comunque accetteranno una scelta che è stata molto sofferta, visti i costi che saranno sopportati dal candidato del Centro designato come il primo dei non eletti».
Il cambio di rotta rischia però di mandare in frantumi il già  complicato tentativo di unità  delle sinistre oltre il Pd.
Nemmeno il tempo di festeggiare il superamento della soglia del 4% dell’Altra Europa.
Il gioco delle preferenze (al netto della rinuncia di Spinelli) aveva accontentato tutti: un eletto della società  civile, il giornalista Curzio Maltese di Repubblica ; uno di Sel, Marco Furfaro; una di Rifondazione, Eleonora Forenza.
Invece ora Spinelli, capolista nelle circoscrizioni Italia centrale e meridionale, ha deciso di optare per il centro, e così resta fuori Furfaro: «Al Sud non ero capolista, ma seconda dopo Ermanno Rea, e da molti verrei percepita come “paracadutata” dall’alto. Mi assumo l’intera responsabilità  di quest’opzione, che mi pare la più giusta, nella piena consapevolezza del prezzo che essa comporterà . Io volevo fare il sorteggio ma avete detto di no».
Così scrive Spinelli in una lettera aperta. Ma la reazione della platea riunita ieri al teatro Umberto è stata di assoluta sorpresa: «E questa che democrazia è?». Critiche anche dal comitato di Milano.
Nei giorni scorsi su internet si erano fronteggiati due appelli: uno affinchè Spinelli mantenesse la parola e rinunciasse al seggio; un altro affinchè Spinelli accettasse il seggio, «per unire società  civile e mondo dei partiti».
«Considero questa scelta grave – dice il coordinatore di Sel Nicola Fratoianni – perchè sottratta a un percorso collettivo. Sequestrato in modo autoritario da un singolo. Uno stile deludente e un po’ miserabile perchè Spinelli mai si è confrontata con nessuno».
E mentre Sabina Guzzanti firmava il primo degli appelli ma in realtà  voleva optare per il secondo («scusate, a furia di firmare appelli mi sono sbagliata…», ha scritto su Twitter) Maltese dalla “Repubblica delle idee” esprimeva soddisfazione: «Bella notizia. Meglio Barbara di Iva Zanicchi».

Matteo Pucciarelli

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TANGENTI MOSE BIPARTISAN: SOLDI DALLA COOP ROSSA AL PDL

Giugno 8th, 2014 Riccardo Fucile

E IL COMPAGNO PIO SCHERZAVA: “SE VADO DENTRO NON ESCO PIU'”

C’è pure la tangente bipartisan in quel teatrino di burattinai, mazzette e miliardi di euro che si è innalzato attorno al Mose.
Soldi delle coop rosse, o presunte tali, che finiscono addirittura al Pdl, il partito del centrodestra, il partito di Silvio Berlusconi.
A testimoniare, una volta di più, che quello che si è visto nello scandalo Expo non era un caso sporadico, ma la prova della mutazione genetica di alcune cooperative di sinistra, diventate, alla bisogna, dei veri comitati di affari.
«No sai, al partito suo (il Pdl, ndr), gli ho appena portato io 150mila euro», dice Pio Salvioli in un’intercettazione ambientale dell’8 febbraio 2013, dalle parti di Piazzale Roma a Venezia.
Salvioli non è un imprenditore, nè un uomo che per un motivo o per un altro, per storia, per cultura, o solo per simpatia, è vicino al centrodestra.
È un ingegnere trevigiano, con un passato nel Pci prima, nel Pds e nei Ds poi.
L’uomo che ha sempre lavorato con le coop, tanto da guadagnarsi il soprannome di “compagno Pio”.
Salvioli, nel Consorzio Venezia Nuova, non è nemmeno uno qualunque. Fa parte del consiglio direttivo, è il braccio destro del patron Giovanni Mazzacurati (i due si chiamano quasi ogni giorno) ed è titolare di un contratto di collaborazione firmato con il Co.Ve.Co., il Consorzio “rosso” con sede a Marghera, nato nel 1954 e che oggi riunisce 85 cooperative in tutto il Centro Nord.
La quota del Co.Ve.Co. sul Mose non è enorme, appena il 2,63 per cento, ma è affidatario tramite la Clodia delle opere milionarie alla Bocca di Chioggia.
«Sto facendo il giro per distribuire – ride il “Compagno Pio” insieme con Andrea Rismondo, il rappresentante della Selc, altra consorziata con il Co.Ve.Co. – uno di questi giorni mi mettono in galera e buttan via la chiave… Devo andare a riferire al capo supremo (Mazzacurati, ndr) e vedo… però la Maria Teresa (Brotto, ex amministratrice di una società  ingegneristica, ndr) mi pare disponibile a dire la verità  ».
Segue un pezzo di conversazione incomprensibile, poi Salvioli continua: «No ma sai, siccome al partito suo (il Pdl, annotano i finanzieri all’ascolto) gli ho appena portato 150mila euro…e lei sa che gliel’ho portati io…».
Di quale verità  sia depositaria la Brotto, non è chiaro. È chiara ai magistrati, invece, la destinazione di quei bigliettoni.
Il 7 febbraio, il giorno prima, li ha consegnati a Sutto, un dipendente del Consorzio, il quale li ha portati poi a Renato Chisso, l’assessore alle Infrastrutture e alla Mobilità  della Regione Veneto, di Forza Italia.
Uno dei tanti modi per ungere il sistema e le pratiche. Ed evitare ostacoli.
Ancor più chiara, e sorprendente, è la provenienza del contante: «150mila euro – scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare – sono stati prelevati da Mario e Stefano Bacheto Boscolo ».
Vale a dire il presidente e il consigliere della Cooperativa San Martino, anch’essa nel consorzio rosso Co.Ve.Co., detentrice, attraverso quello, di una quota consistente del 22,4 per cento del Consorzio Venezia Nuova di Mazzacurati.
«Gli altri 10mila sono stati dati da Nicolò Buson, ex direttore finanziario della Mantovani».

(da “la Repubblica“)

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“LA MAZZETTA DI MILANESE ERA DESTINATA A TREMONTI”: I PM CHIAMANO L’EX MINISTRO

Giugno 8th, 2014 Riccardo Fucile

L’EX SEGRETARIA DI GALAN. “COSI’ IL DICASTERO DELL’ECONOMIA SBLOCCO’ I FONDI PER IL MOSE”

Sono domande a cui manca ancora una risposta, e i pm veneti stanno pensando di ascoltare Tremonti come persona informata dei fatti. Potrebbe essere chiamato già  nelle prossime settimane. Lui, e solo lui, può spiegare
LA VERITà€ DELLA DOGESSA
C’è in particolare una dichiarazione, messa a verbale nell’interrogatorio del 14 luglio 2013 da Claudia Minutillo, la “Dogessa”, l’ex segretaria di Giancarlo Galan, che ha bisogno di un qualche approfondimento.
«Tra i destinatari delle somme raccolte da Mazzacurati (Giovanni, il presidente del Consorzio Venezia Nuova che costruisce il Mose, ndr) vi erano… omissis… e Marco Milanese, uomo di fiducia di Tremonti. A quest’ultimo era destinata la somma di 500mila euro che l’ingegner Neri (stretto collaboratore di Mazzacurati, ndr) conservava nel suo ufficio al momento dell’ispezione della Guardia di Finanza».
La Minutillo, dunque, il testimone chiave dell’inchiesta ritenuta attendibile dai pm, è sicura.
Quei bigliettoni, dice, erano per Tremonti.
A scanso di equivoci lo ripete anche in un altro passaggio: «Neri li aveva nel cassetto, da consegnare a Marco Milanese per Tremonti, e li buttò dietro l’armadio. La Finanza sigillò l’armadio ma la sera andarono a recuperarli e furono poi consegnati a Milanese il 7 giugno del 2010».
Non c’è traccia nè prova, nelle 700 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, di un successivo approdo della somma nelle mani dell’ex ministro, che non è indagato.
Milanese, «il nostro amico», come lo definiscono gli uomini della cupola del Mose, «l’uomo con le mani in pasta in questa storia», come lo presenta Mazzacurati ai magistrati, ha la bocca chiusa, non parla.
Il suo nome è nell’elenco dei cento indagati dell’inchiesta sulle tangenti veneziane ma una ventina di giorni fa, pochi giorni prima che scattassero gli arresti, la procura ne ha revocato la richiesta di custodia cautelare, non si sa se in carcere o ai domiciliari
L’INCONTRO DELLA SVOLTA
Tremonti viene tirato in ballo anche da Piergiorgio Baita, l’ex presidente della Mantovani, quando gli viene chiesto di raccontare come avessero fatto a ottenere lo sblocco nel 2010 dei soldi del Comitato interministeriale per la programmazione economica.
Gianni Letta aveva consigliato a Mazzacurati di «trovare una strada» per rivolgersi a Tremonti. Quella strada si chiama Roberto Meneguzzo, è il direttore dell’azienda vicentina Palladio.
Costui fissa a Milano un appuntamento tra Tremonti e il presidente del Consorzio. «Quando ritorna a Venezia – spiega Baita in un verbale – Mazzacurati fa una convocazione d’emergenza dei soci e dice: “Se volete sbloccare il Cipe ci sono 500 mila euro da consegnare all’onorevole Milanese, almeno una settimana prima della delibera”».
La “pratica Milanese”, quindi, pare avviarsi subito dopo l’incontro faccia a faccia con Tremonti.
Cosa si sono detti in quell’appuntamento? Perchè tanta fretta, da parte di Mazzacurati, nel convocare i sodali che siedono nel Consorzio?
Sarà  poi Mazzacurati stesso ad ammettere di avere consegnato «in una scatola» il denaro al consigliere politico di Tremonti nella sede della Palladio Finanziaria, a Milano.
Quell’incontro, di pochi minuti, lo lascia perplesso. «Mi dice che si adopererà  e che pensa di riuscire… poi mi ha detto solo grazie, mi ha sorpreso questa cosa, perchè è un po’ imbarazzante anche, ma insomma, non importa… lui mi ha detto grazie».
IL VIA LIBERA DA ROMA
L’impegno porta i frutti sperati. Il 13 maggio 2010 il Cipe approva la delibera n. 31 per la «continuità  funzionale di opere di difesa idraulica».
Tradotto, significa che dopo molti mesi di stallo per le ditte del Mose stanno arrivando 400 milioni di euro dal governo Berlusconi.
Scrive il gip veneziano nell’ordinanza di custodia cautelare: «L’intervento di Milanese è stato determinante per l’introduzione di una norma ad hoc», l’ex finanziere è riuscito a contattare e a parlare «con Ercole Incalza e con Claudio Iafolla».
Sono persone che contano, sono il capo della struttura tecnica e il capo di gabinetto del ministero delle Infrastrutture.
E però – annota il gip – Milanese è stato «efficace» anche sul “fronte interno”, su chi cioè reggeva in quel momento il dicastero dell’Economia, Giulio Tremonti, il quale – secondo gli imprenditori veneziani arrestati – non era mai stato troppo favorevole allo sblocco.
Quello stesso 13 maggio, alle 16.15, Paolo Emilio Signorini, il capo dipartimento delle Politiche Economiche della presidenza del Consiglio, chiama Mazzacurati al telefono: «Non abbiamo potuto già  oggi dare la destinazione di 400 miloni al Mose, ma il ministero dell’Economia sta predisponendo una norma che dà  direttamente l’assegnazione…».
E poi, rassicura il presidente del Consorzio: «Mi sentirei abbastanza tranquillo perchè l’Economia mi è sembrata decisissima su questo, ora fanno la norma… sarà  molto rapido, li ho visti veramente molto molto decisi».

Fabio Tonacci e Francesco Viviano
(da “La Repubblica”)

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PRENDI I SOLDI E CIANCIA

Giugno 8th, 2014 Riccardo Fucile

ANTI-CORRUZIONE, SOLO CHIACCHIERE: CHI OFFRE DI PIU’? TANTO E’ TUTTO GRATIS

Il guaio vero non è solo quello che i politici non fanno contro la corruzione, ma anche quello che non dicono.
Il che fa pensar male comunque, perchè delle due l’una: o hanno la testa vuota e non sanno di che cosa parlano, o lo sanno benissimo ma hanno la testa bacata.
Prendiamo Renzi che, essendo appena arrivato, non dovrebbe avere nulla di personale da nascondere.
Appena uno scandalo gli esplode in mano, se ne esce con dichiarazioni tonitruanti. Dopo il caso Expo annunciò “il Daspo per chi ruba”.
Risultati concreti: zero assoluto.
Dopo il caso Mose, la spara ogni giorno più grossa. Mercoledì è “turbato”. Giovedì vuole incriminare i corrotti per “alto tradimento”. Venerdì li vuole “fuori dalla politica”, mentre i suoi giannizzeri fingono di non conoscere il sindaco Orsoni per la decisiva ragione che non s’è iscritto al Pd che l’ha candidato, fatto eleggere e sostenuto per quattro anni.
Ieri si accorge che forse Orsoni c’entra col Pd e promette di “mandare a casa i ladri a calci nel sedere”.
Oggi dirà  che vuole prenderli a ceffoni. Domani che gli sputerebbe in faccia. Dopodomani che meritano una bastonata in testa e pure qualche cinghiata.
Poi che li cospargerebbe di miele e li lascerebbe lì sotto il sole legati a un albero infestato di formiche rosse.
Chi offre di più? Tanto è tutto gratis.
Intanto giovedì il nuovo ddl anti-corruzione (già  necessario visto che il precedente, detto comicamente Severino, partorito 16 mesi fa dal governo Monti e votato dagli stessi partiti che sostengono ufficialmente o ufficiosamente il governo Renzi, è un colabrodo) era pronto per il voto in commissione e l’approdo nell’aula della Camera martedì, magari completato e inasprito con emendamenti del governo.
Ma Renzi l’ha bloccato, annunciandone uno nuovo di zecca che ancora non c’è, però garantisce che arriva venerdì (non si sa ancora a che ora).
Così la rumba riparte da zero e se ne riparla fra qualche mese. Tutti sanno che l’azzeramento l’ha imposto B. da Cesano Boscone, non volendo sentir parlare di falso in bilancio e minacciando di bloccare la boiata del Senato.
Ma Renzi racconta che “il rinvio è stato una mia scelta” perchè “occorre una duplice risposta, strutturale e culturale assieme”. Perbacco. “Bisogna ripartire dall’emergenza educativa”. Perdindirindina. “Cambiare radicalmente il processo amministrativo, l’impostazione della procedura”. Ah bè, allora.
Quindi se politici, imprenditori, funzionari, amministratori, manager, tecnici e alti ufficiali rubano sempre su tutto, collezionano Tintoretto e Canaletto, seppelliscono milioni nell’orto, scrivono pizzini su carta commestibile per poi mangiarseli a colazione, è perchè sono poco educati, culturalmente svantaggiati, strutturalmente traviati dalle procedure.
L’idea che le grandi opere servano soltanto a far girare soldi da rubare per sfamare la Banda Larga e che gli onesti siano pochi deviati infiltrati in un sistema fondato sulla razzia, non sfiora Renzi nè i cervelloni che lo circondano.
Infatti continuano a trattare la corruzione come un incidente di percorso, un’eccezione di poche mele marce (i famosi “ladri” che, beninteso, diventano tali solo in Cassazione, ergo ci rivediamo fra 10 anni).
E, anzichè fermare la rapina, spaccano il capello in quattro tirando in ballo la burocrazia e l’educazione, disquisendo su tesserati e non, o addirittura (la Moretti, che Dio la perdoni) sulla minor gravità  del finanziamento illecito di Orsoni rispetto alla corruzione di Galan.
La scena ricorda Prendi i soldi e scappa, con Woody Allen che tenta di rapinare la banca consegnando all’impiegato un bigliettino con scritto “Agite con calma, siete sotto tiro”.
Ma l’altro non capisce perchè legge “aprite con calma, siete sotto giro”. Allora si apre un ampio e articolato dibattito fra decine di persone sulla lettera g che sembra una p e sulla t che pare una g, fino alla scena finale dell’aspirante ladro in guardina, condannato su due piedi a 10 anni di galera, senza attenuanti, prescrizioni, indulti, servizi sociali.
A noi manca giusto il finale. Sempre.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A FINI: “IL CENTRODESTRA E’ UNA BABELE, VA RICERCATO UN PROGRAMMA COMUNE”

Giugno 8th, 2014 Riccardo Fucile

“IL CENTRODESTRA NEGLI ULTIMI DUE ANNI HA PERSO 9 MILIONI DI VOTI: PER RISALIRE OCCORRE ASCOLTARE LE RAGIONI DI CHI NON CI HA PIU’ VOTATO PERCHE’ NON SI FIDA PIU'”

E’ stato ai margini del Parlamento per più di un anno. E zitto. Oggi decide di tornare in campo e di riorganizzare una destra che ‘non può essere rottamata’ perchè nel Dna di questo ideale c’è proprio conservazione e tradizione.
A BlogSicilia parla Gianfranco Fini che il prossimo 28 giugno presenzierà  a un’assemblea pubblica rivolta a quegli elettori del centrodestra che negli ultimi due anni hanno scelto altro o di non votare.
Presidente Fini, abbiamo letto che ha scelto di tornare in campo, ma come sono stati questi mesi senza politica attiva?
“Semmai senza il Parlamento. Attraverso l’associazione   che ho costituito, ‘Liberadestra’, e le innumerevoli presentazioni del libro che ho scritto, ‘Il Ventennio’, un contatto con la società  e con la polis, la parola politica deriva da questo, c’è stato”
Recentemente ha detto di tornare in politica con modalità  diverse, quali?
“Il 28 giugno è convocata a Roma un’assemblea aperta, unico requisito siccome è un evento autofinanziato è quello di versare un obolo, ed è rivolta agli elettori del centrodestra, quegli elettori che purtroppo negli ultimi due anni in numero enorme non lo hanno scelto: ci sono 9 milioni di voti che non sono più nell’ambito del centrodestra. Il punto che credo significativo è ‘L’Italia che vorresti, le tue idee per la destra che non c’è’. Io farò un’introduzione indicando, senza polemiche, solo alcuni dei principi e dei programmi che la destra moderna o un centrodestra moderno devono presentare e poi ascolterò il parere di questa platea. Attenzione, però, il rientro in politica non si significa voler fare dei partiti, sono cosciente che siamo in una fase in cui serve un rinnovamento che è cosa diversa da rottamazione e non mi considero un uomo per tutte le stagioni. Spero di poter allenare una nuova squadra”.
Lei dice di non essere un uomo per tutte le stagioni, ma un sondaggio de Il Tempo la colloca ancora in testa al gradimento fra i vari leader del centrodestra che effetto le fa?
“Ovviamente mi ha fatto piacere, ma come onestamente ha scritto lo stesso giornale non è un sondaggio scientifico e un piccolo test che è la riprova che forse il tempo è galantuomo. Ma è storia di ieri”
In un’intervista che ha rilasciato pochi giorni fa al Tg3 lei ha detto che il centrodestra è un po’ una torre di Babele, non è che questo stato di confusione è cominciato proprio qui in Sicilia, la regione del 61 a zero dove vi siete divisi?
“La sua terra ha spesso ha anticipato, nel bene e nel male, delle dinamiche che poi si sono mosse a livello nazionale. Lei non ha torto quando dice che certamente alcuni sintomi della divisione interna al centrodestra, ma anche di una confusione di carattere programmatico, in Sicilia dovevano essere avvertiti qualche tempo fa. Vista dal Continente, la Sicilia, proprio perchè è gelosa della sua autonomia che in passato ha anche dato vita a delle dispense politiche diverse rispetto a quelle nazionali, ha sempre goduto di una sorta libertà  di azione. Mi spiego meglio: anche la nascita di movimenti fortemente autonomistici collegati o polemici col centrodestra rientra in questa fisiologia”
E oggi dialogherebbe con uno come Nello Musumeci, col quale ebbe qualche frizione (uscì da An e fondò Alleanza Siciliana) che dall’opposizione a Crocetta cerca di ricostruire il percorso della destra?
“Proprio Nello lo conosco da una vita. Non è che abbia delle preclusioni al dialogo nei confronti di chiunque anche perchè si fa presto a verificare se un dialogo sia finalizzato a qualcosa oppure ad interessi di potere. Guardi, oggi nel centrodestra c’è chi vuole uscire dall’Euro e chi sta anche nel Partito popolare, chi sostiene il Governo Renzi e chi invece sta all’opposizione, chi condivide le riforme istituzionali del patto fra Berlusconi e Renzi e chi le avversa. Il dialogo nel nome dei programmi va fatto con tutti, ma poi bisogna capire se si ha   una posizione o meno. Insomma nel centrodestra serve un comune denominatore”
E con chi trovarlo?
“Le ripeto, i soggetti in campo oggi sono quattro: Forza Italia, Nuovo centrodestra, Fratelli d’Italia e la Lega che insieme, negli ultimi due anni, hanno perso nove milioni di voti. Io cerco di rovesciare lo schema del ragionamento se iniziamo questo processo di ricostruzione, che è molto difficile, dalla coda cioè chi sono gli alleati, chi è il leader, rischiamo di non uscirne. Iniziamo, invece, dalla testa ovvero che vuole il centrodestra, quali sono i punti qualificanti, anche perchè non si voterà  domani e una volta definito il perimetro comune, i valori ed i programmi c’è tutto il tempo per affrontare la questione”
Dopo l’assemblea di Roma sono previsti degli altri appuntamenti?
“Certamente, ma soprattutto la rete sta dando un contributo notevole e la cosa mi fa ricredere sulla efficacia dello strumento, diciamo così. Poi luglio e agosto sono mesi tradizionalmente complicati e da settembre ci sarà  la replica in ogni regione, quindi anche in Sicilia”
Stamani confidando a un trentenne di realizzare questa intervista, lui mi ha risposto: ‘pensa da ragazzino avevo un poster nella mia stanza con il volto e la scritta di ‘Fini ti fidi’ e alle Europee non ho votato’. Che ne pensa?
“E’ l’interlocutore ideale nel senso che, purtroppo, come lui tantissimi non sono andati a votare e nel passato avevano votato destra e il centrodestra, il primo dovere che abbiamo è quello di chiederci perchè ammettendo gli errori che abbiamo commesso, ma soprattutto cercando di capire le ragioni per le quali non si fida più. E secondo me, più che riferite a degli errori nei comportamenti, che sono umani, c’è scarsa possibilità  di comprendere cosa vuol dire oggi essere di destra, che tipo di identità  e di programmi porta avanti una forza di destra o che si definisce tale. In termini spicci: se lei comprasse del vino per come è fatta la bottiglia o l’etichetta cerca di sapere se il contenuto è buono…”
Indro Montanelli, nel 1994, scrisse una frase che oggi potrebbe assomigliare a una profezia ‘con Berlusconi la parola destra diventerà  impronunciabile per almeno 50 anni, per ragioni di decenza’, da giornalista quanto vede realizzata questa previsione fatta venti anni fa?
“Certamente l’idea della destra che Berlusconi voleva dare, quella della rivoluzione liberale, del grande cambiamento, purtroppo non si è tradotta in realtà . Ma quel che è peggio è che nel corso del tempo questa è diventata sinonimo di posizioni che per certi aspetti danno ragione alla profezia di Montanelli soprattutto per quello che riguarda il senso dello Stato, la necessità  di comportamenti che siano in sintonia con i principi che si affermano. Troppe volte, poi, si è ceduto alla richieste della Lega, che in alcuni momenti, avevano minato perfino l’identità  unica nazionale, che è un altro presupposto della destra. Tuttavia, non sono così catastrofista: è un’immagine, quella della destra per molti aspetti sfregiata, colpita, ma è un’immagine che può essere ricostituita partendo dalla   idee e dai programmi e affidando il compito di farlo ai più giovani. Vede, noi non possiamo rottamare perchè la destra è anche conservazione di una tradizione e non si butta alle ortiche una tradizione, un’esperienza, un vissuto, ma rinnovare certamente sì…”

Francesco Lamiani
(da “BlogSicilia“)

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MENO MALE CHE SILVIO CI SARÀ

Giugno 7th, 2014 Riccardo Fucile

NESSUN NUOVO LEADER ANTI-RENZI, BERLUSCONI NON VUOLE SAPERNE DI ABDICARE

Follow the money, consigliava la gola profonda del Watergate, seguire i soldi per capire che succede, «segua i soldi», ripete oggi la gola profonda azzurra, e sia, in Forza Italia si parla di questo, non della leadership futura.
Segui i soldi per capire perchè Sandro Bondi se n’è andato e adesso appare sollevato da un peso.
Segui i soldi, perchè ora che la cassa è vuota e «siamo con l’acqua alla gola», s’è doluto Silvio Berlusconi, la tesoreria del partito è finita in mano a Maria Rosaria Rossi, la badante del Capo.
Segui i soldi per decifrare le mosse di Denis Verdini, il senatore toscano amico di vecchia data di Matteo Renzi: lui più ancora che il partito, è a corto di liquidi. Non ha più la banca, alcune società  sono sotto sequestro, dopo mesi di feroci litigi si è ricongiunto alla Rossi e a Francesca Pascale, per stare vicino a Berlusconi e ai suoi affetti più cari, la cassa.
Per ottenere l’obiettivo ha mollato Raffaele Fitto, autonomo e super-votato candidato forzista alle europee, il nuovo nemico del cerchio magico di Arcore.
E pazienza se la ricerca di un anti-Renzi nel centrodestra non risulta neppure cominciata.
Fosse per Verdini e chissà , per Berlusconi, non inizierebbe mai.
Scene di un pomeriggio a Montecitorio. Il leghista Matteo Salvini, insolitamente a Roma, conferisce con Umberto Bossi in cortile, ed è un’oasi di tranquillità  nel panorama terremotato del centro-destra.
In fondo, Salvini ha combattuto la sua battaglia, ha messo in minoranza il padre fondatore travolto dallo scandalo e guarda alle prossime tappe.
Mentre in Forza Italia si accapigliano su congressi, primarie, senza spezzare il tabù: basta con Berlusconi.
Si prepara l’ufficio di presidenza per il prossimo 10 giugno, dopo i ballottaggi, l’inquieto Fitto lo vorrebbe trasmettere in streaming, l’unica volta che è successo andò malissimo, con Gianfranco Fini in piedi a gridare «che fai, mi cacci?» contro il Cavaliere, l’inizio del disastro.
Eppure era un Pdl vincente che aveva conquistato quasi tutte le principali regioni e governava il Paese con la sinistra dilaniata, figuriamoci ora che le parti sono rovesciate. E che al posto dei finiani ci sono i fittiani.
«Bisognerebbe uscire dal nostro psicodramma, aprirci all’esterno, fare i conti con la novità  Renzi che cambia tutto. E invece siamo in una dinamica di corte. Sciacallaggio», sospira la gola profonda azzurra che come sempre in questi casi non è una sola persona ma un sentire collettivo.
I numeri delle elezioni europee del 25 maggio sono stati catastrofici per le due anime dell’ex armata berlusconiana, di lotta e di governo.
A Brescia, una roccaforte, la città  dell’ex ministro Mariastella Gelmini, Forza Italia ha conquistato un misero 14 per cento e l’Ncd di Angelino Alfano il 3,8, mentre il Pd è a un passo dalla maggioranza assoluta, il 46 per cento.
A Roma città , le due liste degli ex berlusconiani insieme non fanno il 16 per cento. Meglio al Sud, ma a trainare la lista di Forza Italia c’era l’odiato Fitto, mentre l’Ncd è una costola dell’Udc di Pier Ferdinando Casini, i 378mila voti raccolti sono merito dei centristi, senza l’apparentamento il partito di Alfano sarebbe andato sotto il due per cento.
Chi si azzarda a parlare di anti-Renzi, in questo momento?
A frenare la marcia trionfale del premier ci pensa Roberto Calderoli, con il suo carrello di migliaia di emendamenti sul testo di riforma del Senato, la Lega nell’attuale Parlamento è minuscola ma rinvigorita dal risultato elettorale, Salvini mira a egemonizzare il corpaccione berlusconiano con i referendum e il suo movimentismo, è pronto a correre alle primarie per la leadership della coalizione se mai si faranno, non ha più bisogno dell’emendamento salva-Lega nella legge elettorale, come appena due mesi fa.
Ad averne disperata necessità , semmai, sono gli alfaniani. Con quelle percentuali, se vigessero ancora le regole della vecchia politica, difficilmente potrebbero conservare tre ministeri-chiave come l’Interno, le Infrastrutture e la Salute.
Invece non succede nulla, per Renzi il problema è superato in partenza, mai in tre mesi di governo si è fatto fotografare accanto a un ministro dell’Ncd, mai Alfano ha messo piede nella sala delle conferenze stampa di Palazzo Chigi.
Quando il premier ha visitato l’Expo milanese Maurizio Lupi era a distanza, e meno male che i rapporti personali tra i due sono ottimi.
La caccia all’anti-Renzi vede fuori gioco, almeno per ora, Alfano, indeciso se tornare a casa, ad Arcore, o rassegnarsi a un destino da cespuglio di destra del renzismo. L’operazione Ncd è fallita, alle prossime elezioni rientreranno in pochi fortunati, qualcuno è governativo per convinzione (Gaetano Quagliariello, Beatrice Lorenzin, Nunzia De Girolamo), il resto dei peones torna a guardare in direzione di Forza Italia, dove si spera nel fatto nuovo, un colpo di scena, una classe dirigente più accogliente di quella che circonda Berlusconi.
Il triumvirato composto da Francesca Pascale, Mariarosaria Rossi e Alessia Ardesi, la portavoce della fidanzata di Silvio, con il contorno del racconto sulle imprese di Dudù «che sta facendo finire la nostra storia nel ridicolo», impreca un deputato forzista, e dei veleni a mezzo stampa verso i pretendenti al trono azzurro.
A partire da Fitto, su cui si abbatte la maledizione di Berlusconi: «Mi vuole commissariare, mi giudica morto».
L’idea di votare su un documento firmato da Berlusconi e di creare, per la prima volta nella storia del partito azzurro, una maggioranza e una minoranza non ha seguito neppure tra i critici, «perchè da noi le minoranze non hanno mai avuto vita lunga», sospira un fittiano.
Servirebbe un’abdicazione modello Juan Carlos, e senza indicazione dell’erede, una stagione repubblicana nel centro-destra per scegliere una strategia e un leader che contrasti Renzi-pigliatutto.
E invece i sudditi si ribellano, ma il monarca di Arcore preferisce trattare in prima persona la resa con Renzi, una rendita di posizione che gli consenta di atteggiarsi a padre della patria, indispensabile per riscrivere la Costituzione. Apprezza le bordate del premier contro la Rai, lui non avrebbe saputo fare di meglio, a beneficiarne è la sua Mediaset.
Un ritorno all’ispirazione originaria, venti anni fa era entrato in politica per questo motivo. Non ha più la forza di uscire dall’angolo, ma è ancora in grado di bloccare i candidati alla successione: Salvini è un’altra generazione, Alfano si è distaccato, con Fitto è rottura, da Giorgia Meloni si sente distante ideologicamente, di facce nuove come il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo non si fida.
L’unico anti-Renzi che l’ex Cavaliere concepisce è se stesso. Ma con un avversario così il premier fiorentino può durare vent’anni. E il berlusconismo si chiude con un’altra anomalia: dopo aver bloccato per due decenni l’elettorato moderato ora rischia di consegnarlo alla sinistra.
E a una nuova stagione di democrazia bloccata.

Marco Damilano
(da “L’Espresso”)

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INTERVISTA AL PROF VANNUCCI: “LA CORRUZIONE IN ITALIA NON E’ PIU’ REATO”

Giugno 7th, 2014 Riccardo Fucile

IL DOCENTE CHE DIRIGE IL MASTER IN ANALISI DELLA CORRUZIONE: “SI APPELLANO SEMPRE ALL’EMERGENZA PER FARE TUTTO IN REGOLA: LA MANGIATOIA E’ ASSICURATA”

“In Italia i colletti bianchi sono solo lo 0,4 per cento dei detenuti, a fronte di una media europea dieci volte superiore, anche se da noi le tangenti sono molto più comuni che nel resto della UE. Ma se ci concentriamo solo sulle mazzette, i dati sono ancora più incredibili: in tutto il Paese, i condannati che si trovano in carcere per corruzione sono meno di dieci”.
La fotografia del professor Alberto Vannucci, che dirige il Master in Analisi e prevenzione della corruzione all’università  di Pisa, racconta una realtà  dove lo scandalo del Mose non dovrebbe creare alcuno scalpore: “È lo stupore che mi stupisce. Mose, Expo 2015, G8 alla Maddalena, mondiali di nuoto e così via avevano tutti un epilogo scontato, come ogni grande opera realizzata con quei criteri. Non potrebbe essere altrimenti”.
È rassegnato professore?
Il problema è che la corruzione, di fatto, è stata depenalizzata.
Addirittura?
Sono stati scientificamente introdotti meccanismi che hanno reso il lavoro dei magistrati sempre più difficile.
Poi c’è l’ultima legge delega del governo, ennesimo salvacondotto per i colletti bianchi.
Se prima erano quasi certi di farla franca, ora ne avranno la matematica certezza. E manterranno pure la fedina penale pulita.
Per sfuggire al processo, però, bisognerà  risarcire i danni provocati.
Le assicuro che resta comunque molto conveniente: le somme di denaro che s’intascano sono davvero ingenti. Provvedimenti come l’abolizione del falso in bilancio, la salva-Previti, le altre varie leggi ad personam, e quest’ultima legge delega sono criminogene.
Eppure Renzi promette interventi rigorosi per contrastare questo fenomeno, che tra l’altro costa all’Italia 60 miliardi di euro ogni anno.
È una contraddizione tipica della politica italiana. È difficile capire se questa legge delega, coi suoi sconti di pena e i suoi regali ai colletti bianchi, è frutto di superficialità , incapacità , o peggio di malafede. Del resto il premier è legato a una maggioranza eterogenea, che da sempre, in alcune sue componenti, è molto sensibile a queste istanze.
La maledizione delle grandi intese.
Per le cricche direi che è una benedizione. Comunque l’armonia bipartisan, nell’avallare questo sistema di corruzione ormai endemico, è diffusa. Il Mose è l’esempio perfetto: sono finiti nei guai, tra gli altri, un sindaco di sinistra e un ex presidente di regione di destra. E parliamo di un’opera interminabile, che ha già  sforato di parecchi anni i tempi previsti, triplicando i costi, ponendo al centro questa figura — unica in Europa — del concessionario unico. Soggetto potentissimo che tiene tanti a libro paga, tra cui politici a sua completa disposizione. La corruzione sa trasformarsi e adattarsi in modo duttile a contesti diversi, non è una realtà  omogenea. Expo e Mose, per esempio, sono casi completamente diversi.
Com’è possibile che, nonostante i continui scandali, sia ancora così semplice sfuggire ai controlli?
C’è una governance multi-livello della corruzione che coinvolge dall’amministratore locale ai vertici delle istituzioni. È un sistema ben consolidato e mai scalfito, che dagli anni Ottanta si appella all’emergenza per fare tutto in deroga, garantendo così una perenne mangiatoia di Stato. Si sono appellati all’emergenza persino per i festeggiamenti dei 500 anni dalla scoperta dell’America, prevedibili da 5 secoli
C’è anche un problema di burocrazia ?
Certo. Se vuoi rispettare le leggi vai incontro all’incapacità  della Pubblica amministrazione, all’inefficienza delle procedure, alla cattiva allocazione delle risorse. Per questo l’emergenza è diventata, da noi, la norma: si accumulano scientificamente ritardi, come per Expo 2015, così da procedere in deroga.
Cosa si può fare?
Riformare il sistema aiuta, ma il problema, come dice il commissario Cantone, è soprattutto culturale. Questo non dev’essere però un alibi per autoassolversi. Bisogna investire con lungimiranza sull’istruzione e recuperare l’effetto deterrente delle condanne: i corrotti devono pagare e la società  deve riconoscere la gravità  di certi reati. La sanzione, insomma, dev’essere anche sociale. Ma essere ottimisti è difficile: il secondo più votato alle Europee, con voto di preferenza, è proprio un condannato in primo grado per corruzione.

Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Qutodiano“)

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