Giugno 7th, 2014 Riccardo Fucile
DAI DATI CENSIS EMERGE UN PAESE PENALIZZATO DALLA CATTIVA REPUTAZIONE: PESANO CORRUZIONE, COSTI E TEMPI DELLA BUROCRAZIA… PEGGIO DI NOI SOLO GRECIA E ROMANIA
Cattiva reputazione accumulata negli anni, corruzione, scandali politici, lungaggini burocratiche: sono queste le cause alla base del crollo degli investimenti esteri in Italia.
Un paese sempre meno capace di attrarre capitali esteri, più che dimezzati dall’inizio della crisi: sono questi i risultati del 6° numero del «Diario della transizione» diffuso dal Censis.
Il rapporto mette in luce le debolezze di un Paese che, pur restando la seconda potenza manifatturiera d’Europa e la quinta nel mondo, detiene solo l’1,6% dello stock mondiale di investimenti esteri, contro il 2,8% della Spagna, il 3,1% della Germania, il 4,8% della Francia, il 5,8% del Regno Unito.
Negli ultimi sei anni gli investimenti diretti esteri in Italia sono crollati: nel 2013 sono stati pari a 12,4 miliardi di euro, il 58% in meno rispetto al 2007, l’anno prima dell’inizio della crisi.
I momenti peggiori sono stati il 2008, l’anno della fuga dei capitali, in cui i disinvestimenti hanno superato i nuovi investimenti stranieri, e il 2012, l’anno della crisi del debito pubblico.
In Italia in media 233 giorni per aprire un’impresa, 97 in Germania
La crisi ha colpito tutti i Paesi a economia avanzata, ma l’Italia si distingue per la perdita di attrattività verso i capitali stranieri: «Ha un deficit reputazionale accumulato negli anni a causa di corruzione diffusa, scandali politici, pervasività della criminalità organizzata, lentezza della giustizia civile, farraginosità di leggi e regolamenti, inefficienza della pubblica amministrazione, infrastrutture carenti».
Con il risultato che l’Italia si piazza al 65° posto nella graduatoria mondiale dei fattori determinanti la capacità attrattiva di capitali per un Paese (procedure, tempi e costi per avviare un’impresa, ottenere permessi di costruzione, risolvere controversie giudiziarie): per ottenere tutti i permessi, le licenze e le concessioni di costruzione, in Italia occorrono mediamente 233 giorni, 97 in Germania.
In tutta l’Europa solo Grecia, Romania e Repubblica Ceca presentano condizioni per fare impresa più sfavorevoli delle nostre.
Per allacciarsi alla rete elettrica servono 124 giorni in Italia, 17 in Germania.
Per risolvere una disputa relativa a un contratto commerciale il sistema giudiziario italiano impiega in media 1.185 giorni, quello tedesco 394.
«L’Italia si posiziona in alto per quanto concerne indicatori come lo stile di vita, ma non primeggia per i fattori di sostegno allo sviluppo. Ne discende il forte interesse per il nostro Paese nel turismo e per l’acquisto di beni a elevata valenza simbolica, molto meno come area di destinazione di investimenti», rileva il Censis.
In Italia la crisi ha colpito anche il lavoro nero, messo in difficoltà dal «fai da te»: lo sostiene la Cgia di Mestre, secondo cui i posti di lavoro irregolari persi tra il 2007 e il 2012 ammontano a oltre 106.000 unità .
«La crisi ha tagliato drasticamente la disponibilità di spesa delle famiglie italiane – segnala il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi – Pertanto, anche per le piccole manutenzioni, per i lavori di giardinaggio o per le riparazioni domestiche non si ricorre nemmeno più al dopolavorista o all’abusivo».
Oltre al Censis, anche l’Aibe (associazione banche estere in Italia) aveva lanciato l’allarme a marzo sulla frenata degli investimenti, pubblicando l’Aibe index, un indice che posiziona l’Italia, in termini di attrattività dei capitali esteri, a un valore di 30 punti su una scala 100, molto indietro rispetto a Paesi come Germania e Stati Uniti.
I punti di forza: qualità manifatturiera e cultura
«Abbiamo molti punti di forza. Siamo un Paese che esporta grazie alla qualità della nostra manifattura. L’Italia è tutt’oggi l’11° esportatore al mondo, con una quota del 2,7% dell’export mondiale. E siamo un Paese che attrae persone. L’Italia è ancora la 5 destinazione turistica al mondo (dopo Francia, Usa, Cina e Spagna), con più di 77 milioni di stranieri che varcano ogni anno le nostre frontiere (+4,1% tra il 2010 e il 2013).
«E siamo un Paese che scambia cultura”: 2.673 i ricercatori italiani attualmente operanti all’estero, 23.400 gli studenti italiani inseriti nel programma Erasmus, 62.580 i giovani italiani che studiano in università straniere.
L’Italia è anche prima in Europa per numero di giovani «own account workers» lavoratori in proprio e senza dipendenti: 1,3 milioni sotto i 40 anni nel 2013, circa il 15% degli occupati di questa fascia di età , il doppio della media dell’area dell’euro (7,5%).
(da “La Stampa”)
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Giugno 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL GOVERNO “ROTTAMA” BONDI PER L’AMICO DELLA GUIDI. PRONTI NUOVI AZIONISTI
La rottamazione di Matteo Renzi sembra riguardare solo i vecchi dirigenti del suo partito, come
Massimo D’Alema.
Per il resto, il governo da lui presieduto preferisce affidarsi all’usato garantito.
E Piero Gnudi, il nuovo commissario straordinario dell’Ilva, nominato ieri al posto di Enrico Bondi, dallo Stato italiano di usura non ne ha poca.
Bolognese, 76 anni, prodiano ma amico anche di Casini, di Fini, di Monti e di molti altri, è in pista dai tempi dell’Iri, la holding in cui prosperavano i boiardi di Stato.
Da allora ha girato aziende pubbliche e private, rigorosamente di grossa taglia.
Dall’Iri all’Eni, da Unicredit all’Enel. Tra il 1995 e il 1996 è stato consigliere economico del Ministro dell’Industria.
A partire dal 1994 ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell’Iri, del direttivo di Confindustria, della giunta di Assonime (associazione tra le società italiane per azioni), della strategica postazione, come vedremo, dell’Aspen Institute, per poi divenire ministro, con il governo Monti, degli Affari regionali, Sport e Turismo.
Fin qui il curriculum ufficiale che chiarisce la stazza del personaggio.
La sua nomina, però, è una scelta basata sulla garanzia .
Fino a ieri, infatti, Piero Gnudi svolgeva il compito di consigliere personale della ministra Federica Guidi, la stessa che una decina di giorni fa si è interessata al processo di ricapitalizzazione dello stabilimento di Taranto, innescando la fuoriuscita di Bondi.
L’ex commissario — che ieri si è limitato a ringraziare tutti i dipendenti dell’Ilva “per il lavoro svolto” — è entrato in rotta di collisione con la famiglia Riva a cui voleva imporre un piano industriale basato sull’utilizzo degli 1,8 miliardi sequestrati dalla procura di Milano.
Da quel momento in poi, la famiglia più inquisita d’Italia si è mossa per farlo fuori.
Il passaggio decisivo è stata la definizione di una cordata per rilevare una quota dell’Ilva e realizzare un’alleanza con il colosso Arcelor Mittal.
La cordata, capeggiata dai “signori dell’acciaio” italiano, da Duferco a Marcegaglia, si è riunita con la ministra Guidi, e quindi con Piero Gnudi, al ministero dello Sviluppo dove sono stati ricevuti anche gli indiani di ArcelorMittal.
Gnudi, grande amico del padre della Guidi a cui ha fatto da mentore dai tempi della Rolo Finance, è la persona che più di tutti potrà garantire questo passaggio.
Non a caso, la sua prima dichiarazione pone l’accento sul “problema di trovare nuovi azionisti”, garantendo comunque gli operai che lo stabilimento non chiuderà .
Al limite del conflitto di interessi, Gnudi fa parte di una rete di affari comuni riunita nell’Aspen Institute, simbolo del’economia italiana fatta di relazioni e interessi incrociati.
Dell’Aspen Institute, presieduto da Giulio Tremonti, Gnudi è stato componente della giunta esecutiva mentre la ministra Guidi fa parte del Consiglio generale.
Tra i soci sostenitori ci sono tutti i protagonisti di questa storia: la Marcegaglia, la Duferco, la Ducati Energia della famiglia Guidi, fino alla società di consulenza Roland Berger che ha bocciato, per conto dei Riva, il piano industriale di Bondi.
L’operazione di salvataggio dei Riva, quindi, sembra ben avviata anche se dovrà fare i conti con i vincoli del risanamento ambientale e con l’andamento dei processi. Problemi, però, che potrebbero essere affrontati, e risolti, uno alla volta.
Non a caso, i legali dei Riva hanno presentato domanda di ricusazione dei giudici tarantini per spostare il processo dalla città .
“Invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia” dice il verde Angelo Bonelli criticando la scelta del governo.
La Fim Cisl, unico dei sindacati a parlare ieri, chiede invece che venga applicato il “piano di Bondi”.
Ma da oggi Bondi alla testa dell’Ilva non c’è più.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA DELL’EURO NON E’ LA BCE MA LA MANCANZA DI UNA CASA BIANCA EUROPEA
Avete mai provato a raffrontare un biglietto da dieci euro con uno da dieci dollari?
Su di un lato della banconota americana c’è il ritratto di Alexander Hamilton (uno dei primi ministri del Tesoro Usa). Dall’altro c’è la Casa Bianca.
Sulla euro banconota da un lato si vede una mappa geografica dell’Europa, dall’altro dei dettagli architettonici vagamente familiari. Non preoccupatevi se non riuscite a riconoscerli, perchè quegli edifici non esistono.
Non riuscendo a mettersi d’accordo su quali erano i simboli dell’Europa, i paesi dell’eurozona hanno preferito disegnare degli edifici di fantasia, che ricordano solo vagamente monumenti storici europei.
Da questo semplice paragone si può facilmente desumere il dramma dell’euro: non solo una moneta senza Stato (come ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia nelle sue Considerazioni citando Tommaso Padoa Schioppa), ma anche una moneta senza un popolo.
Un popolo si riconosce nei suoi eroi comuni. Da Galileo Galilei a Leonardo da Vinci, da Maria Montessori a Giuseppe Verdi, questi erano gli eroi italiani celebrati sulle banconote in lire.
Ma in Europa questi eroi comuni non esistono. Non esistono neppure valori comuni.
Le banconote americane hanno scritto in cima “In God We Trust” (riponiamo la nostra fiducia nel Signore).
Come potrebbe farlo un’Europa che non solo ha rifiutato le proprie radici cristiane, ma sta diventando sempre più atea?
L’Europa è quella che ci viene rappresentata sulle nostre banconote: un’astratta espressione geografica con qualche frammento di storia comune.
È possibile sostenere una moneta comune senza uno Stato e senza un popolo?
Che c’entra, mi diranno in molti, un popolo con la moneta? Forse che quel coacervo di popoli che era l’Impero austroungarico non aveva una moneta comune?
E così l’Impero romano e molti imperi multietnici dell’antichità ?
Quelle monete erano basate sul valore intrinseco del metallo prezioso con cui erano state coniate. Non così le banconote.
Secondo una recente teoria economica (la cosiddetta teoria fiscale del livello dei prezzi) il valore delle banconote si basa sulla fiducia nello Stato emittente.
Dei semplici pezzi di stoffa verde (i dollari sono fatti di stoffa non di carta, da cui il termine spesso usato dai nostri emigranti di “pezze”) assumono valore perchè un governo comune è disponibile ad accettarli come pagamento per le proprie imposte.
Più che in Dio i detentori di dollari ripongono la loro fiducia nella Casa Bianca e nelle sua disciplina fiscale.
Se le imposte presenti e future non sono sufficientemente elevate rispetto alla spesa pubblica (ovvero il governo americano è in forte deficit), quei pezzi di stoffa perderanno di valore, ovvero ci sarà inflazione.
Se invece quella disciplina dovesse essere eccessiva, quei pezzi di stoffa aumenteranno di valore, ovvero ci sarà deflazione.
In Europa un governo comune non c’è.
A sostenere il valore delle nostre banconote è la fiducia nella disciplina fiscale di tutti i governi dell’eurozona. Ed è proprio perchè questa fiducia manca (almeno da parte dei tedeschi) che la disciplina di bilancio è stata introdotta per trattato: il patto di stabilità prima ed il cosiddetto “fiscal compact” poi.
Il fiscal compact (in vigore dal 2015) impone a tutti i paesi dell’area euro un deficit pubblico strutturale (ovvero aggiustato per gli effetti del ciclo economico) inferiore all’1 per cento del Pil. I paesi come l’Italia con un rapporto debito/Pil superiore al 60 per cento dovranno non solo contenere il loro deficit strutturale allo 0.5 per cento del Pil, ma anche ridurre l’eccedenza di questo rapporto su di un arco di vent’anni.
Difficilmente l’Italia potrà adeguarsi a questi limiti.
Certo è che se tutti lo faranno, la politica fiscale dell’eurozona sarà eccessivamente rigida. Secondo la teoria fiscale del livello dei prezzi, è questo il motivo per cui l’eurozona scivola lentamente nella deflazione.
Non sono interamente convinto da questa teoria, che non spiega come mai il Giappone non è in iperinflazione.
Ma fa riflettere, soprattutto alla luce delle persistenti tendenze deflattive nell’area euro.
E ci suggerisce che il problema dell’euro non è nella Bce, ma nella figura mancante sulle banconote: l’inesistente Casa Bianca europea.
Luigi Zingales
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Giugno 7th, 2014 Riccardo Fucile
INUTILE ILLUDERSI: SI CONTINUA CON L’ANDAZZO DELLE DEROGHE ALLE PROCEDURE DI CONTROLLO SULLE GRANDI OPERE
Nella lotta contro la corruzione dilagante, il governo rischia di apparire sopraffatto e disorientato. 
Come se, al di là dei proclami, fosse privo dell’attrezzatura politica necessaria.
Neanche la trionfale vittoria elettorale del 25 maggio riesce a cancellare questo senso d’impotenza di fronte a un fenomeno che ha oltrepassato ogni cupa immaginazione.
Matteo Renzi deve smentire il dubbio che la rottamazione si applichi solo ai suoi concorrenti diretti, in una logica di mera sostituzione, mentre in giro si continua a rubare.
Da segretario del Pd è chiamato a debellare senza reticenze i gruppi d’interesse economico-affaristico che hanno trovato protezione nelle strutture territoriali del suo partito.
Ma come capo del governo gli tocca chiedersi se in un frangente così drammatico, di fronte a un sistema che si rivela marcio, Alfano al Viminale e Lupi alle Infrastrutture siano gli uomini giusti al posto giusto.
Dopo gli arresti di Venezia, i due esponenti del Ncd, di cui è risaputa la familiarità con alcuni responsabili degli scandali, hanno ripetuto solo che «i lavori delle grandi opere devono continuare». Fatichiamo a immaginarceli protagonisti della necessaria opera di risanamento.
«Le regole ci sono, il problema sono i ladri», dice Renzi.
Ma se l’illegalità è divenuta prassi nell’assegnazione delle opere pubbliche, approfittando di deroghe ai meccanismi di controllo, ciò si deve alle continue incertezze normative che l’opinione pubblica e gli stessi imprenditori hanno percepito come volontà politica lassista.
Ieri Massimo Giannini ha elencato una sequenza di provvedimenti annunciati e mai varati, nonchè di cavillosi dietrofront, da cui si deduce che la lotta alla corruzione non è mai divenuta una priorità dell’azione di governo.
Al contrario, lo scandalo del Mose di Venezia rivela che grandi aziende titolari di commesse pubbliche sono in grado di assoldare sindaci, assessori, ex ministri e ufficiali della Guardia di finanza, per sottometterli alle loro convenienze.
Lo Stato al servizio degli affari, in una logica perversa di distorsione del mercato che non solo umilia la democrazia, ma reca danni irreparabili alla nostra economia.
Il ricatto non ha fine neanche quando la magistratura scoperchia il malaffare.
Perchè ora subentra la logica del fatto compiuto: non si possono lasciare i lavori a metà .
Dopo il danno, la beffa.
Se la Maltauro si è aggiudicata con la frode gli appalti per le aree di servizio (67 milioni) e le vie d’acqua (42 milioni) dell’Expo di Milano, chi mai oserà estrometterla?
In fondo è solo la capofila, ci sono altre aziende coinvolte nei cantieri…
Quanto alle dighe mobili della laguna di Venezia, già realizzate all’80%, stessa storia, nessuno è in grado di sostituire la Mantovani.
Ma proprio questo è il punto, come giustamente sottolinea il commissario anticorruzione Raffaele Cantone: «Nessuno deve poter ottenere vantaggio dalla propria attività delittuosa».
Le tangenti distribuite sono spiccioli rispetto ai profitti che Maltauro e Mantovani, ma anche Manutencoop e altre imprese, otterranno grazie alla corruzione dei faccendieri e dei politici amici.
Qui può intervenire un governo intenzionato a ripristinare le regole di mercato.
Chi ha danneggiato i concorrenti sfuggendo al rischio imprenditoriale, chi ha scelto la scorciatoia di un tanto a te e un tanto a me, chi ha turlupinato le istituzioni con le formule magiche del project financing e del main contractor, ricavando fondi neri con le sovrafatturazioni, deve subire la revoca degli appalti.
Lo ha chiesto a Milano il sindaco Pisapia, ricordando che queste aziende per lavorare avevano sottoscritto con la Prefettura un protocollo di legalità che le impegnava a «denunciare ogni illecita richiesta di denaro formulata prima della gara o nel corso dell’esecuzione dei lavori». Pena «la possibilità di revoca degli affidamenti o di risoluzione del contratto».
Parole inequivocabili, alle quali ora devono seguire i fatti: se è inevitabile, le maestranze degli imprenditori rei confessi continuino pure a lavorare sotto commissariamento; purchè sia loro espropriato ogni profitto illecito.
Lunedì si riuniscono in assemblea a Milano gli imprenditori di Assolombarda. C’è da augurarsi che il loro presidente Gianfelice Rocca sia il primo esigerlo.
Ma è inutile farsi illusioni: se l’andazzo delle deroghe alle procedure di controllo sulle grandi opere ha proliferato fino a incancrenire il sistema, ciò si deve a una legittimazione venuta dall’alto.
Forse la classe politica riteneva che in tempi di crisi economica la briglia sciolta potesse facilitare le imprese; o forse più realisticamente suoi esponenti vi hanno colto l’occasione per arricchimenti facili. Fatto sta che il risultato è sotto gli occhi di tutti.
La lotta alla corruzione in Italia non può essere delegata a singoli specialisti, mentre i ministri si occupano delle riforme.
Siamo diventati il paese delle cricche e delle cupole che, insieme alle mafie, si sostituiscono alle istituzioni nel governo del territorio.
Per scoperchiarle, Renzi dovrà mettersi alla testa di una mobilitazione civile; facendo saltare molti compromessi di potere che fin qui parevano avvantaggiarlo.
Gad Lerner
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Giugno 7th, 2014 Riccardo Fucile
COSI’ LE INCHIESTE RITRAGGONO UNA CLASSE DIRIGENTE DA FILM DI VANZINA
La prossima volta si accenderanno la sigaretta con la banconota da cento euro. Berranno lo champagne dalla scarpetta di qualche Samantha.
Con la Limousine, i tangentisti moderni hanno già dato: sono rimasti loro, insieme con le quattordicenni che ci fanno dentro le feste di compleanno, a palpitare per l’auto bislunga.
L’ex generale della Guardia di finanza, Emilio Spaziante, la noleggiava a Dubai per andare dall’aeroporto all’albergo e viceversa.
La banda del Mose è stata individuata così: entrate un po’ troppo alte, uscite decisamente altissime.
Spaziante, nell’attesa del dettaglio che sarà irresistibile, leniva i dolori della vita al volante di auto sportive, al timone di barche da diporto, ammollo in piscine con villa. È tutto già ampiamente sceneggiato e, guarda un po’, Marco Milanese, l’ex braccio destro di Giulio Tremonti rientrato alla grande nelle vicende veneziane, qualche anno fa vantava un parco macchine comprensivo di una Ferrari e una Bentley, automobile che a memoria d’uomo è stata posseduta soltanto dalla regina Elisabetta e da Gianfranco Funari.
E intanto prenotava e disdiceva dei costosi fine settimana a New York perchè contava di andarci con Sabrina Ferilli e Christian De Sica.
Succede da quando lo stile del corrotto è diventato la prosecuzione di Vacanze di Natale con altri mezzi.
È tutto quello che ci rimane impresso. Il Suv Bmw X5 di Francone Fiorito. La foto di Roberto Formigoni con slippino e marsupio Eastpak sulle bianche spiagge caraibiche. Lo scatto glorioso e vanaglorioso del povero Claudio Scajola con moglie sottobraccio e alle loro spalle il finestrone stile Berghof che incornicia il Colosseo.
Le feste in toga del consigliere laziale Carlo De Romanis, con maschere da suino e grappoli d’uva calanti su gioiose scollature.
Si ruba, si arraffa, si malversa, si intasca ormai semplicemente per vivere in una dimensione strabiliante e caricaturale.
Il campione assoluto è stato Luigi Lusi, il cassiere della Margherita che si era comprato una palazzina nel più lussuoso quartiere di Toronto, e nel frattempo tirava a fine mese in una villa di Genzano, mille e seicento metri quadri con ascensore interno, sala biliardo, idromassaggio, palestra, sauna, impianto di domotica.
Se ne andava in giro per il mondo. A Parigi soggiornava al Mercure Ivry sur Seine (in fondo un atto di modestia), a Londra al Carlton (già meglio: 2mila e 600 euro a notte). Un regime mensile da 30mila euro di media, con un record personale di 78 mila, esclusi gli extra tipo la settimana con moglie alla Bahamas per 70 mila euro.
Le ricevute dei suoi ristoranti testimoniano gusti sintonizzati sul prezzo: spaghetti al caviale, tartufi di mare, ostriche, cannolicchi, ricci, aragoste, astici.
La mitologia del mollusco ha attraversato questa lunga stagione a cui, a fine cena, manca soltanto lo stuzzicadenti d’oro.
Andate su google, digitate qualcosa come “tangenti” e “lusso” ed escono tavolate da dozzine di fauci, in Sicilia o a Verona, in Piemonte o a Bari, con cozze pelose, ostriche di Normandia, e poi tagliolini al tartufo bianco d’Alba, Barolo, Sassicaia, ed ettolitri di champagne, lo champagne arriva a cascate, forse perchè la mazzetta non si abbina più col Lambrusco.
I soldi non finiscono mai, ma è la fantasia a fare la differenza. È vero, andavano tutti a farsi l’aperitivo all’Hotel De Russie, tutti a mangiare gamberi vivi da Assunta Madre, intanto che si facevano intercettare anche il ruttino. Tutti a scattare il selfie delle vacanze invernali con Francesco Totti e Christian Panucci alle Maldive.
Tutti avevano al polso Patek Philippe da 20 mila euro o Rolex acquistati a SanktMoritz coi brillanti al posto dei numeri.
Nel giro di Diego Anemone (quello della casa a Scajola) si scambiavano Audemars Piguet e Chopard. Però uno come Francesco Belsito, il cassiere della Lega del Cerchio magico, si era fermato sulla concretezza da fumetto investendo in lingotti d’oro e diamanti.
Un consigliere regionale piemontese (Marco Botta) coi quattrini dei rimborsi si era dotato di mazze da golf.
In Calabria — un po’ più al pane e ‘nduja — si erano comprati i biglietti per lo spettacolo della lap dance.
Angelo Balducci, già gentiluomo di Sua Santità , è riuscito a farsi pagare tende per 19 mila euro, che non si osa immaginare quante finestre avesse.
La consigliera regionale del Pdl del Lazio, Veronica Cappellaro, non soltanto aveva accumulato un conto da 17 mila euro da Pasqualino al Colosseo, ma aveva messo in nota spese un book fotografico da mille euro, per un profilo patinato.
Si va ormai oltre la criminalità , si sconfina quotidianamente in commedia, di quelle con le attrici sotto la doccia e caratteristi flatulenti.
Infatti Veronica Cappellaro finì poi alla festa della cacca — spiacenti, è testuale — proprio davanti a Palazzo Chigi, in casa di un certo Paolo Pazzaglia, autodefinitosi imprenditore e playboy.
Tazze da bagno all’ingresso, scopini col pongo marrone, buffet modellato sul tema, diciamo così, e per completare fialette aromatizzate.
Era una protesta contro la politica a causa della quale siamo immersi fino al collo dentro l’elemento in questione.
Si affogò l’amarezza un flà»te via l’altro
Mattia Feltri
(da “La Stampa”)
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Giugno 7th, 2014 Riccardo Fucile
“PER VINCERE GLI APPALTI DEVI ESSERE NEI GRUPPI DI POTERE, DI INFLUENZA E DI GESTIONE”
«Almeno fino agli anni ’90-93, i partiti comunque sia avevano un proprio ordinamento, una
gerarchia, una logica, bella o brutta, sbagliata, giusta, questo è un altro ragionamento ».
Adesso invece, è l’analisi del tangentista di Mani pulite prima, e del «Sistema Expo» poi, è una sciagura.
Con una situazione «sfarinata», spiega Enrico Maltauro, cinquantottenne timoniere dell’azienda di famiglia vicentina. Oggi, in Italia, è la cruda visione di chi ha vissuto da dentro questo sistema, i riferimenti non sono più i partiti, «ma hanno caratteristiche assolutamente personali, personalizzate».
Per accaparrarsi gli appalti – giura Maltauro – bisogna essere «nei gruppi di potere, di influenza, di gestione». Ed è per questo che per tentare di rilanciare l’azienda di famiglia – l’indagato tiene a sottolineare che l’anno prossimo festeggerà 100 anni di vita – «ho avuto la necessità , diciamo così, di impostare una mia comunicazione con la, chiamiamola, politica»
È questa la confessione che Maltauro rende ai magistrati milanesi che lo hanno arrestato lo scorso 8 maggio.
Rinchiuso in carcere, a fianco i suoi legali Dedola e Grasso, Maltauro non cerca alibi, ma lucidamente spiega perchè si è affidato prima a Sergio Cattozzo – ex esponente ligure dell’Udc – e poi all’intera cupola di Primo Greganti e Gianstefano Frigerio.
Conferma tutto, con un’analisi quasi sociologica da addetto ai lavori.
Rivolgersi alla cupola? «Uno stato di necessità ». Perchè «una persona che fa il mio mestiere ha l’assoluta necessità di avere un contatto, di avere un interlocutore, di avere un rapporto con le stazioni appaltanti».
Oggi – è il punto su cui ragiona l’imprenditore – «esiste una totale e assoluta invadenza e una dominanza della politica, con le sue diramazioni»
A suo modo, e paradossalmente, è lo stesso capo della cupola Frigerio a confermare l’analisi. Paradossale perchè Frigerio respinge alla radice la ricostruzione dei magistrati milanesi riscontrata dallo stesso Maltauro.
Ma conferma perfettamente la descrizione dell’impianto, a modo suo.
Per raccontare la sua attività lavorativa, il «professore» dice di svolgere «un’attività di rapporti con una serie di imprenditori che venivano a parlarmi dei loro problemi ».
E allora lui, che di professione risolve problemi, si attiva.
Cos’ha fatto, in fondo, Frigerio secondo Frigerio? «Un’attività che in America potrebbe definirsi di lobbying, perchè per lo più venivano presentate delle persone (imprenditori, ndr), ad altri operatori (pubblici ufficiali, ndr ) ».
Frigerio nega le tangenti, ma non l’azione di lobbying.
E in cambio di «finanziamenti ai miei libri e alla loro realizzazione e presentazione, io chiamavo il pubblico ufficiale e gli dicevo “ricevi questo imprenditore, che è molto bravo” ».
Un’attività legittima, secondo Frigerio, il che però cozza con i risultati delle indagini.
E così ammette candidamente di avere fatto da sponda con il Pirellone. «Ho partecipato molte volte a dibattiti sulla Città della Salute (progetto finito nel calderone dell’inchiesta su Expo, ndr), ma in termini di contenuti».
Frigerio dice anche di essere «anche andato a parlare con i pubblici ufficiali in Regione». Lobbying, e non solo. Confessa, senza considerarlo un reato o un fatto disdicevole, come «ad esempio il direttore del Monzino (un ospedale milanese, ndr ), lo mandavo dall’assessore alla Sanità , o dal direttore generale, a spiegargli perchè tecnicamente era utile questa cosa qui (il progetto della Città della salute, ndr ) ».
Sembra secondario al professore sapere che i pm milanesi Gittardi e D’Alessio, siano convinti – come emerge dalle carte – che a finanziare la campagna elettorale proprio di quell’assessore alla Sanità (Mario Mantovani di Forza Italia) del governo regionale targato Roberto Maroni, sia stato proprio lo stesso Frigerio.
E che una volta nominato il nuovo direttore generale della sanità , lo abbia ricevuto nei suoi uffici e fatto incontrare con imprenditori a lui vicini.
Forse, come dice Maltauro, questa è solo la dimostrazione dello «sfarinamento» del sistema.
È il dopo-Mani pulite.
(da “la Repubblica”)
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Giugno 7th, 2014 Riccardo Fucile
QUADRI PER 40 MILIONI DI EURO, 200.000 EURO UMIDI DI TERRA: MOLTE LE SORPRESE PER I FINANZIERI DURANTE LE PERQUISIZIONI
Tre quadri del pittore veneziano Canaletto e uno del Tintoretto, risalenti al diciottesimo e al sedicesimo secolo. Valore stimato, se ne sarà confermata l’autenticità , tra i 20 e i 40 milioni di euro. I finanzieri che si sono presentati giovedì mattina con il mandato di perquisizione nella casa romana di Alessandro Mazzi, vicepresidente del Consorzio Venezia Nuova, uno dei nomi eccellenti finiti agli arresti nell’inchiesta Mose, sono rimasti senza parole di fronte a quello che si è presentato ai loro occhi. Così come si sono stupiti di trovare 200mila euro in contanti, umidi e sporchi di terra, probabilmente perchè conservati per settimane in una buca, in una delle abitazioni di quello che è stato il loro ex Comandante in Seconda, il generale in pensione Emilio Spaziante.
Sono i risultati più sorprendenti delle decine di ispezioni disposte dalla procura di Venezia, insieme al blocco dei beni (circa 9 milioni di euro) per i coinvolti nell’inchiesta sulle tangenti del Mose.
Alessandro Mazzi non è un nome qualunque, nell’imprenditoria italiana.
Oltre ad essere il numero due del Consorzio Venezia Nuova, è a capo della Mazzi Scarl (che detiene il 30,3 per cento del Consorzio) e del colosso Grandi Lavori Fincost srl.
Le quattro tele rinvenute nella villa del costruttore, che si trova nel quadrante nord della Capitale, sono state poste sotto sequestro: sono tutte sprovviste della certificazione della Soprintendenza per i beni artistici.
«Significa – ragiona un investigatore – che potrebbero essere frutto di una compravendita al mercato nero, oppure di un semplice omesso tracciamento, di cui però Mazzi dovrà rendere conto». Una perizia di autenticità e di provenienza sarà fatta nei prossimi giorni.
Erano nascosti, invece, i 200mila euro in banconote di grosso taglio ritrovati nella residenza dell’ex generale casertano, di cui i pm veneziani nella richiesta di custodia al gip, ne ricordano il tenore di vita smodato: «Auto sportive, barche di lusso, villa con piscina, altri prestigiosi immobili sono nelle sue disponibilità patrimoniali. Come orologi, tele e arredi di valore ».
Quando si spostava a Milano per i suoi viaggi settimanali «non mancava di scegliere alberghi da 1000 euro a notte e, in occasione di un viaggio a Dubai, voli in business class e una limousine come taxi».
Conti in tasca a Spaziante che la procura è stata costretta a fare a corredo della sproporzione rilevata di «2,09 milioni di euro tra quanto è entrato in dieci anni e quanto è uscito», sulla base di accertamenti sul reddito.
Al momento della perquisizione era presente la compagna di Spaziante, Carmela Clima, che non ha dato spiegazioni nè della provenienza delle banconote, nè del perchè fossero umide e intrise di terra.
Fabio Tonacci
(da “la Repubblica”)
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Giugno 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL TARIFFARIO DEGLI APPALTI: FINO AL 50% DI FONDI NERI… UN EURO SU CINQUE SPRECATO PER LE SPESE EXTRA
C’è un miliardo di troppo nel prezzo del Mose, cantiere costato ad oggi 5,6 miliardi pubblici.
Quel miliardo di troppo lo ha evidenziato il più importante tra i costruttori, il Piergiorgio Baita che ha guidato la Mantovani spa fino al suo arresto, 28 febbraio 2013.
Quel miliardo non è servito a far crescere la mastodontica opera idraulica, ad assumere i progettisti più qualificati, a pagare macchinari, bonifiche, straordinari.
È servito solo ad alimentare il Consorzio Nuova Venezia, appaltatore unico della diga da trenta chilometri.
Fin qui la magistratura ha certificato 22,5 milioni di tangenti consegnate dal consorzio a sindaci e presidenti di Regione, magistrati delle acque e della Corte dei conti, consiglieri regionali, finanzieri, spioni.
A questo bottino minimo (il 4 per mille del valore dell’opera, ben al di sotto della media delle mazzette italiane) vanno però aggiunti i costi delle “utilità ” certificate: le ville ristrutturate a carico della pubblica comunità , i soggiorni in grand hotel di Venezia e Cortina, i voli privati, le vacanze in Toscana pagate alla famiglia di Paolo Emilio Signorini, funzionario della Presidenza del Consiglio.
E, ancora, i contratti a progetto offerti nelle “aziende Mose” a figli e fratelli di magistrati, le molte assunzioni precisamente inutili: la figlia di Paolo Splendore, direttore dei servizi segreti del Triveneto, la figlia di Giovanni Artico, importante funzionario della Regione Veneto, quindi Giancarlo Ruscitti, ex funzionario della sanità utile per ottenere l’appalto dell’ospedale di Padova.
Il conto del malaffare s’impenna, infine, contabilizzando le consulenze inutili, gli studi idrogeologici commissionati e neppure letti.
«Tutti insieme noi costruttori abbiamo girato al consorzio cento milioni l’anno», dice l’ingegner Baita, maggior azionista Cnv da undici stagioni.
Fanno un miliardo, qualcosa in più, lasciando fuori i venti precedenti anni di vita del raggruppamento Nuova Venezia. È una tangente globale pari al 20 per cento dell’opera: i conti iniziano a tornare.
LE “PUBBLICHE RELAZIONI”
Nelle 437 pagine delle richieste di arresto della procura veneziana si trovano molte conferme a quella cifra sprecata, un miliardo di euro, in illecite “pubbliche relazioni”. Le regole della tangente collettiva – i costruttori dovevano fare una colletta ogni volta che veniva richiesto – le impose il capo supremo Giovanni Mazzacurati quando prese in mano le redini del consorzio monopolista in Laguna.
Nel 2002. «La mia azienda aveva appena rilevato le quote del Consorzio appartenute a Impregilo, un investimento da 70 milioni che ci trasformava negli azionisti più importanti», ha messo a verbale l’amministratore della Mantovani, Piergiorgio Baita. «L’ingegner Mazzacurati mi convocò e, in sede, mi precisò una serie di regole non scritte che vigevano tra i soci. La più importante era questa: dovevamo impegnarci tutti a retrocedere al consorzio, in nero, le somme concordate». Il secondo obbligo era che «nessuna delle singole imprese, salvo ordine supremo, poteva permettersi di pagare direttamente politici e funzionari: le tangenti dovevano sempre passare attraverso il consorzio». Mazzacurati, che pretendeva di essere l’unico a gestire i rapporti politici più alti – incontrò diverse volte a Roma Silvio Berlusconi e Gianni Letta “per spiegare come stavano i lavori del Mose e farli procedere più velocemente” – , riceveva le buste di denari personalmente dai costruttori. Altre volte mandava uno dei suoi collaboratori: Luciano Neri o Federico Sutto. Raccoglievano e consegnavano al presidente. «Era Mazzacurati a decidere il fabbisogno di fondi extracontabili, a scegliere chi doveva anticipare le somme neimomenti di crisi. Era lui, durante le campagne elettorali, a dettare gli importi del finanziamento ai partiti. Noi della Mantovani e quelli di Fincosit sostenevamo rappresentanti del Pdl, Condotte e Coveco il Pd. Solo lamia azienda ha retrocesso alconsorzio sei milioni di euro ».
Retrocesso, si dice così. Significa “ restituire in nero” parte del denaro pubblico ricevuto per trasformarlo in tangente.
LE SOVRAFATTURAZIONI
Già , nel tempo il collezionista di “rientri” aveva perfezionato il“ sistema di retrocessione”, come illustra il prospetto recuperato dalla finanza nel novembre 2011. Le quattro aziende più importanti – la Mantovani, laCoedmar, la Fincosit e la cooperativa Coveco – si facevano carico di “ritornare” al loro consorzio il 50-6-0 per cento degli importi indicati nelle “prestazioni di servizio”, studi idrogeologici econsulenze tecniche. La stessa aliquota (50-6-0 per cento del l’appalto) le aziende dovevano riconsegnarla sulla voce “anticipazione di riserve” (fondi messi da parte in attesa di richieste urgenti). Infine, le quattro grandi aziende grandi e le due minori dovevano garantire il 5-6 per cento dei ricavi derivanti dai “lavori in sasso”: la gettata di massi fatta per alzare dighe alle quattro bocche del Mose. «Il sospetto che qualcuno di noi costruttori cercasse di barare al gioco della colletta c’era », confessa Baita.
Spiegano i magistrati: «Accettato l’importo richiesto, leimprese stipulavano con il consorzio contratti fittizi per prestazioni sovradimensionate nel l’importo. I contratti venivano tutti predisposti dal ragionier Neri ». Un esempio? «La coop Coveco riceveva una fattura dalla sua azienda San Martino di 2-00 mila euro e faceva la fattura di200 mila euro al Consorzio Venezia Nuova. Dopo un mese Pio Savioli con la sua macchinetta andava a prendere 1-00 mila euro in contanti dalla San Martino e li portava in Piazzale Roma all’amico Neri ».
Che li girava a-Mazzacurati, che li distribuiva a-Orsoni e Galan.
Alla fine di ogni esercizio le singole imprese dovevano taroccare i loro bilanci annuali per spiegare gli esborsi extra Mose.
E predisporre relazioni con l’elenco delle riunioni edegli incontri formali. «Attività mai svolte », dicono i magistrati, «che saranno coperte da Valentina Croff, rappresentante legale del Consorzio ». Per telefono, intercettati, si sentono dirigenti di società quantificare il falso: «Per merce sollevabile con i moto pontoni posso mettere trenta tonnellate?…No, è rischioso, metti solo dieci ».
Giuseppe Caporale e Corrado Zunino
(da “La Repubblica”)
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Giugno 6th, 2014 Riccardo Fucile
PREDICANO LA LOTTA ALL’EVASIONE, MA IN PATRIA IL LEADER DEL UKIP E I SUOI HANNO DOVUTO RISPONDERE DI RECENTE DI ALCUNE OPERAZIONI POCO CORRETTE …E ALL’EUROPARLAMENTO IL GRUPPO EDF HA SUBITO MOLTE DEFEZIONI
Mentre i grillini decideranno entro la fine del mese se aderire all’Edf, Nigel Farage deve affrontare nuove polemiche in Gran Bretagna.
Gli argomenti su cui si dibate sono la lotta all’evasione fiscale e l’immigrazione su cui il M5S dovrà pur fare alcune attente riflessioni prima di chiudere definitivamente l’accordo.
Sul primo tema Nigel Farage è recidivo.
Già lo scorso anno si scoprì che aveva aperto un fondo in un paradiso fiscale offshore, per aggirare il fisco e ridurre l’importo delle tasse da pagare. In quell’occasione si scusò con gli elettori: “Sono stato uno stupido, ma in fondo non sono ricco e non lo sarò mai”.
Pochi giorni or sono il leader dello Ukip ha ammesso di aver fatturato nel 2013, attraverso una società di cui è proprietario, la Thorn in the Side Limited, tutti i cachet delle apparizioni televisive e degli eventi a cui era stato invitato.
Così facendo ha pagato al fisco solo il 20% delle 40mila sterline guadagnate anzichè il 40%.
Non male per chi in campagna elettorale si è battuto, a parole, contro l’evasione fiscale dei ricchi e delle aziende.
Non male per chi aveva attaccato il sindaco di Londra Livingston per aver fatto altrettanto: “Un’ipocrisia tipica della sinistra inglese”, aveva tuonato.
Ora sono i suoi colleghi alla Camera dei Deputati a urlargli contro. Primo fra tutti il Ministro del Tesoro: “E’ un pessimo esempio per i cittadini inglesi”.
E a poco sono valse le sue scuse – “un’ingenua distrazione, la legge me lo permette, in pratica è una forma legale di evasione” – quasi peggio del silenzio.
E se il giochetto gli ha portato un bel risparmio, 9 mila sterline al Fisco inglese contro le 20mila circa se avesse fatturato individualmente, la polemica monta a dovere.
E lui non fa nulla per spegnerla: “In fondo è legittimo se si riesce a non pagare più tasse del dovuto”.
Chi lo decida non è chiaro, ma Farage non si scompone.
Il che deve essere una caratteristica comune a molti dei membri dello Ukip.
E’ il caso anche dell’europarlamentare Nathan Gill, “smascherato” da un quotidiano gallese mentre ammette di impiegare nelle proprie aziende numerosi immigrati filippini e dell’est Europa, affollati in dormitori, a dispetto di una campagna elettorale fondata sul blocco immediato dell’immigrazione che ruberebbe il lavoro agli inglesi (“Stop Open Door, Enough’s Enough” recitava uno dei più popolari slogan dello Ukip).
Anche Gill, come il suo leader, non ha perso tempo a cadere dall’albero: “Ma noi non diciamo che bisogna bloccare l’immigrazione ma solo porvi un limite”. In realtà non è così e per farsi un’idea basta leggere il programma elettorale.
Ma a seconda delle situazioni, per lo più personali, lo Ukip cambia versione facilmente.
Lo stesso Manifesto del partito, redatto nel 2010 sulla falsariga delle politiche liberiste thatcheriane, è oggi ripudiato da Farage (“Un centinaio di pagine di spazzatura che onestamente non l’ho mai letto”) e sostituito con un cocktail di politiche assistenzialiste e generiche promesse di riduzione delle tasse.
Nel frattempo il gruppo di Farage all’Europarlamento subisce continue emorragie di adesioni.
L’Europe of Freedom and Democracy, che nella precedente legislatura contava ben tredici nazioni e 25 europarlamentari ora si vede costretta a fare a meno del “Partito del Popolo Danese” e dei “I Finlandesi” che sono stati accolti due giorni fa nel Gruppo dei Conservatori e Riformisti.
Al momento l’EDF ha come membri certi solo lo UKIP e i fiamminghi dello Staatkundig Gereformeerde Partij. Mentre il Partija Tvarka ir Teisingumas (Lituania) e i nazionalisti slovacchi sono in trattativa per aderire all’Alleanza per la Libertà di Marine Le Pen. La Lega Nord, ex membro dell’EDF nella precedente legislatura, aveva già optato per la leader del Front National.
Così in poche ore Nigel Farage si trova con soli due partiti e una trattativa promettente con Beppe Grillo, nonostante le molte perplessità dei neoletti grillini.
Un lavoro che potrebbe rivelarsi del tutto inutile a fronte dell’esigenza di trovare almeno altre quattro Nazioni per fare finalmente gruppo.
Pensieri e problemi, soprattutto per i grillini che si trovano davanti un alleato scomodo se non addirittura sconveniente.
Marzio Brusini
(da “L’Espresso“)
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