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CAMORRA, RICHIESTA DI ARRESTO PER IL DEPUTATO LUIGI CESARO DI FORZA ITALIA

Luglio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

L’EX PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI NAPOLI DETTO “GIGGINO A PURPETTA” INDAGATO PER APPALTI A DITTE LEGATE AL CLAN DEI CASALESI

Ieri Giancarlo Galan in carcere a Opera per corruzione dopo il sì della Camera all’autorizzazione a procedere.
Oggi all’Aula di Montecitorio è stata inviata un’altra richiesta di arresto per un altro deputato di Forza Italia, Luigi Cesaro.
Era dal 2011 che gli inquirenti napoletani lo avevano messo nel mirino ma solo oggi la Dda ha spedito a Roma la documentazione con cui chiede il carcere per l’ex presidente della Provincia di Napoli, indagato in una inchiesta su presunte irregolarità  nella concessione di appalti del Comune di Lusciano (Caserta) a ditte legate al clan dei Casalesi.
Cuore dell’inchiesta le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Luigi Guida, che ha guidato per lungo tempo la fazione Bidognetti del clan dei Casalesi.
Secondo l’ipotesi accusatoria, numerosi appalti pubblici sono stati assegnati illegalmente a ditte vicine al clan, con l’estromissione forzata di imprese concorrenti. Tra gli appalti sospetti c’è quello per la costruzione di un impianto sportivo a Lusciano.
Nell’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto di Napoli Giuseppe Borrelli e dai sostituti Antonello Ardituro, Giovanni Conzo, Marco Del Gaudio e Cesare Sirignano, sarebbero coinvolti ex amministratori pubblici, l’ex consigliere regionale Nicola Ferraro e alcuni fratelli del deputato Luigi Cesaro.
I rapporti con la criminalità  organizzata sono stati sempre un “problema” per l’onorevole.
Dell’avvocato Cesaro parla il boss Raffaele Cutolo intercettato in carcere a colloquio con la nipote Rosetta: “Faceva il mio autista mi deve tanto”.
Il politico si è sempre difeso dicendo di essere stato assolto per non aver commesso il fatto dalla Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale.
Il nome del politico era spuntato anche in una inchiesta — in cui non risultava indagato — che faceva emergere la presunta confluenza dei voti della camorra sul suo nome. Casero era finito nella bufera mediatica anche perchè un condannato per corruzione era stato inserito nel cda del Teatro Stabile.
“Giggino a Purpetta”, già  indagato, nell’ottobre del 2012 si era dimesso da presidente provinciale per scegliere il seggio al Parlamento.
Per lui fu varata una complicata procedura di ‘decadenza’ in modo da consentire alla giunta e al consiglio provinciale di Napoli di rimanere in carica fino al 2014 con un facente funzioni.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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I RIBELLI RILANCIANO: “CON LE TAPPE FORZATE IL DISSENSO CRESCERA'”

Luglio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

ANCHE CALDEROLI CRITICA IL CALENDARIO…PER CHITI E’ “SUFERFICIALE ARROGANZA”

Il “costitutional friday”. Il venerdì di ogni settimana dovrebbe essere dedicato alla riforma del nuovo Senato.
Gli altri giorni si affrontano i decreti, a cominciare dal decreto numero 91 che spazia dalle mozzarelle all’Ilva, oppure si discute di reddito di cittadinanza, Ecofin, anti corruzione, turismo, riforma portuale, acquedotto pugliese, cultura, delle quattro mozioni di sfiducia ad altrettanti ministri.
I senatori del M5S si sbizzarriscono nelle provocazioni in aula, a Palazzo Madama. Non vogliono sentire parlare della no-stop 9-24 per portare a casa il Ddl Boschi.
E il “venerdì costituzionale” è l’idea di Stefano Lucidi. Mentre Laura Bignami apre il fronte del sacro: «I cattolici vanno a messa di domenica, questo calendario parlamentare è offensivo per i nostri diritti di cattolici ».
E via, a chiedere il rispetto delle «confessioni religiose», sabato e domenica liberi e anche a Ferragosto che è la festa dell’Assunta
Non ne va in porto una delle proposte per dribblare i lavori a oltranza, neppure quella di lasciare tutto com’è, calendario cioè a tappe forzate ma non troppo, per la quale i grillini e Sel votano con Forza Italia e sono messi fuorigioco per 5 voti appena.
Allora oppositori, “ribelli” e malpancisti sperano nel boomerang: in aula cioè potrebbe mancare il numero legale, che sarà  la maggioranza a dover garantire attrezzandosi alla maratona parlamentare senza sgarrare.
I “dissidenti” del resto potrebbero a loro volta diventare “disertori”. E inciampare sul numero legale significa vanificare gli sforzi.
Diserzioni e trappoloni sono dietro l’angolo
Lucio Malan, forzista, tiepido sul Senato non elettivo ma disciplinato in obbedienza a Berlusconi, si sfoga: «Quando si comincia con il braccio di ferro, vuol dire che si è abbandonato il buonsenso. Ora il risultato sarà  che le file del dissenso si ingrossano, e addio… ».
Non teme tanto le diserzioni, Malan, ma il conflitto continuo e le trappole.
Roberto Calderoli, il leghista co-relatore del Ddl Boschi, è furente: «Questo è il modo per non farle più le riforme. Non c’è che da andare alle urne… questo calendario è insensato».
Nel caos di Palazzo Madama, i dissidenti dem capitanati da Vannino Chiti si mostrano ligi alla direttiva del partito e votano le sedute d’aula a oltranza.
Denunciando però «un pauroso deficit di politica». Chiti dice che «ci vuole il rispetto e non una superficiale arroganza ».
Quei 5 voti appena di scarto che hanno consentito a governo e Pd di imporre la nostop sono un brutto segnale – spiegano a una voce i dissidenti democratici – assicurando però che da parte loro ci sarà  «una battaglia forte e leale, niente trappole».
Poi la denuncia: «Come hanno potuto governo e maggioranza pensare addirittura alla “tagliola” cioè al contingentamento dei tempi che sulla riforma costituzionale è non solo inaudito ma inammissibile?».
La sessantina di emendamenti del “ribelli” del Pd restano. Tuttavia «noi non siamo sabotatori, come il voto sul calendario ha dimostrato», precisano Paolo Corsini e Corradino Mineo.
La «schiforma», la chiama il grillino Vito Crimi, non deve andare in porto ed ecco l’hashtag su Twitter #cittadinistatesereni e il tweet: “… è solo smontare la democrazia”. Segno che la battaglia per i 5Stelle è appena cominciata.
Se la decisione della conferenza dei capigruppo ha evitato che la “tagliola” si abbattesse sugli emendamenti, c’è però il cosiddetto “canguro” all’orizzonte, una sorta di effetto- domino che consente di sfoltirne un po’.
«I nostri emendamenti non sono cangurabili… », vanno all’attacco i grillini. Già  sono in azione i “pontieri”, ma senza grande successo per ora.
Laura Puppato parla in aula con il ministro Boschi per cercare di convincerla a modifiche senza stravolgere l’impianto della riforma: «Irrigidirsi non serve».
Su Twitter e Facebook si scatena la sfida.
Il senatore dem Francesco Russo, pro riforma, twitta: «Per mesi i grillini ci hanno fatto la predica su quanto si lavorasse poco in Parlamento. E ora parlano in 40 per evitare calendario che li fa stare qui nel week end! #Sapevatelo ».
Comunque nel Pd garantiscono che «contatti sono in corso» con Sel, con gli ex grillini, con i leghisti e che «l’ostruzionismo finirà ».
E se le barricate non verranno smantellate? Allora c’è sempre la carta di riserva, la madre di tutte le prove di forza, lo strappo per eccellenza: la crisi di governo.

Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)

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RENZI SENZA USCITE: ELEZIONI SUBITO NON E’ PIU’ TABU’

Luglio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

I FEDELISSIMI DEL PREMIER IPOTIZZANO ELEZIONI IN AUTUNNO: LUI PUNTA AD ANDARE AVANTI, MA NON SCARTA L’IPOTESI…. E IN SERATA VA DA RE GIORGIO

“Caro Matteo, non amo il ruolo del grillo parlante ma l’evoluzione delle resistenze al cambiamento conferma la mia previsione che questo Parlamento non è in condizione di fare le riforme. E allora torno a dirti: andiamo a votare”.
La lettera aperta di Roberto Giachetti, vice presidente della Camera renzianissimo, al premier, viene diffusa nella tarda mattinata.
Il Senato è un pantano incontrollabile, le riforme costituzionali sembrano entrate in una palude senza via d’uscita e l’ingorgo parlamentare rischia di fare arenare insieme a loro praticamente tutti i decreti.
“Meglio votare con il Consultellum che insistere con questo ostruzionismo che colpisce e uccide la speranza di milioni di italiani”, insiste Giachetti.
La sua non è una voce nel deserto.
E l’orizzonte del voto viene preso in considerazione pure a Palazzo Chigi. “Il Presidente del Consiglio non ha paura delle elezioni”, ripetono i suoi.
Certo, il sistema proporzionale non è il massimo, e certo in questa fase Renzi dovrebbe chiedere agli italiani un consenso sulla base di cose non ancora fatte.
Ma non è detto che l’alternativa non sia peggiore del male. “Meglio andare a votare adesso, subito, in autunno. Meglio additare ai cittadini chi è che ha fatto crollare le riforme. Meglio non lasciare agli altri il tempo di riorganizzarsi. Fanno ostruzionismo? È tutta benzina per Matteo”, commenta a Montecitorio un renziano doc.
E allora, ecco che tra gli scenari possibili per il voto non si parla più solo della prossima primavera, ma addirittura si valuta l’ipotesi autunno.
Minacce a quella che il segretario regionale della Toscana, Dario Parrini, anche lui ultra-renziano, definisce “vetocrazia e non democrazia”.
Minacce più che reali intenzioni, per ora: perchè la posizione ufficiale di Renzi è un’altra. Punta ai 1000 giorni, al 2018.
E si mostra ancora una volta fiducioso: “Non capiscono che ogni giorno di ostruzionismo in più è un’ulteriore iniezione di consenso per il governo”, commenta a sera parlando con i suoi.
Per chiarire il concetto, ha coniato l’hashtag #mentreloro: “loro” sarebbero i Palazzi, Camera e Senato, contrapposti all’esecutivo che lavora.
“Sulle riforme, l’importante è arrivare al traguardo”, commenta il premier.
Ma l’appello di Giachetti lo registra: in altre parole lo tiene presente. Anche se a Palazzo Chigi si fa notare che i parlamentari non saranno mai disposti a suicidarsi, e dunque alla fine cederanno, consegnando al premier le riforme che vuole.
Su questo presupposto, Renzi continua ad agitare l’ipotesi elezioni. Pensando che alla fine comunque è lui il più forte.
E a sera va da Giorgio Napolitano: si parla quasi esclusivamente di Europa.
Il premier sa che il Presidente non sarebbe d’accordo con un’ipotesi di voto anticipato. Ma sa anche che tutto dipende dalla possibilità  di portare a casa quelle riforme alle quali Re Giorgio ha legato sia l’inizio che la fine del suo mandato.
E infatti il monito-appello di ieri in materia lo recepisce come un assist al suo lavoro. E dunque, Renzi se si dovesse rendere conto che non ce la fa ad andare avanti, che questo Parlamento non lo segue, non dovrà  far altro che scegliere il momento per lui migliore e indicare al Colle e all’Italia i colpevoli “frenatori”.
Per chi non avesse capito ci pensa il presidente del Pd, Matteo Orfini in serata a chiarire a In Onda: “O si vota per le riforme o per le elezioni”.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano)

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IL FIGLIO DI CASALEGGIO A MONTECITORIO, POLEMICA E GIALLO

Luglio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

“E’ QUI PER INSTALLARE DELLE APP” FA SAPERE LO STAFF M5S… MA SI PARLA DELLA CONTESTATA PIATTAFORMA INFORMATICA PER I PARLAMENTARI

A un certo punto si sparge la voce: «C’è Casaleggio alla Camera». Ah, era previsto per settembre, ha anticipato? «No, non Gianroberto, Davide».
E così, per la prima volta, il figlio del guru dei 5 Stelle fa la sua apparizione alla Camera. Lo staff minimizza e si trincera subito dietro un no comment. Poi fa trapelare la sua versione: «È venuto solo ad aiutare i tecnici dei computer a installare delle app nei nostri server».
Non è la prima volta che Davide Casaleggio fa la sua apparizione pubblica.
A maggio, il giovane è stato visto al fianco di Beppe Grillo e Claudio Messora a Bruxelles, nel vertice internazionale dove si decidevano le alleanze.
Una presenza che non era passata inosservata e che poi è stata attribuita a una sorta di supplenza causata dai guai di salute del padre. Ma in molti avevano parlato di un ruolo crescente di Davide, che lavora nella Casaleggio Associati da anni, all’interno del Movimento. Tanto da suscitare ironie e battutine tra gli avversari: «È il Trota dei 5 Stelle» (riferimento a Renzo Bossi).
La visita di ieri, nonostante le smentite, fa crescere i sospetti su un suo ruolo nel Movimento. Ma c’è un’altra spiegazione. Più scottante.
Perchè ieri è scoppiato un caso che covava da giorni tra i parlamentari a 5 Stelle e che riguarda Massimo Artini.
Il deputato toscano era stato incaricato sin dall’inizio di lavorare alla piattaforma informatica che doveva essere dedicata ai parlamentari a 5 Stelle. Lavoro delicato, fatto d’intesa con Casaleggio.
E che ha portato alla creazione, oltre al blog di Grillo, del portale Lex (rivolto anche ai militanti, per intervenire sulle proposte di legge) e di uno specifico dei parlamentari.
Bene, raggiunto il risultato (non per tutti soddisfacente, anche perchè i nuovi sistemi sono rimasti agganciati al server della Casaleggio associati), Artini avrebbe creato un sistema parallelo.
Una piattaforma dedicata alla Difesa, con una pagina inserita nel blog di Grillo che conduceva direttamente a un server di sua proprietà .
Chi votava un sondaggio sul blog di Grillo, usando le sue password, finiva sul server di Artini. Questa l’accusa, tutta da provare. Potrebbe trattarsi solo di un equivoco tecnico.
Così come sono da provare tutte le illazioni e le fantasie galoppanti tra alcuni deputati, che parlano di furti di password, immaginano complotti, infiltrazioni dei servizi e fiancheggiamenti renziani.
Da provare anche che Casaleggio junior sia venuto per sciogliere i dubbi su questa vicenda. Su Facebook erano in parecchi a segnalare problemi sul sondaggio: «C’è una falla nell’autenticazione del sito – scrive Maurizio Manca – Siccome il dominio è registrato a tuo nome mi rivolgo a te. I membri del nostro meetup che ci hanno contattato hanno paura di un caso di phishing».
Artini smentisce tutto e si arrabbia: «Solo stupidaggini. Se ci fosse qualcosa di illecito o di illegale lunedì non avremmo pubblicato i dati del sondaggio sulla rappresentanza militare». Questioni interne a parte, resta il posizionamento esterno.
Luigi Di Maio, dopo l’altalena dei giorni scorsi, rilancia il dialogo: «Aspettiamo fatti dal Pd. siamo disponibili ad altri tavoli ma aspettiamo fatti concreti».

Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera“)

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IL RAGLIO DEL VENTAGLIO

Luglio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

NON SI E’ MAI VISTO UN GOVERNO CAMBIARE LA COSTITUZIONE A TAPPE FORZATE CON LA COMPLICITA’ DEL QUIRINALE

Erano alcuni giorni che Giorgio Napolitano non interferiva nei lavori parlamentari e non s’impicciava in quel che resta della libera stampa, ma ieri alla cerimonia del Ventaglio ha recuperato su entrambi i fronti in una botta sola.
Non contento della maggioranza più bulgara dai tempi della Cortina di Ferro e anzi allarmato dalla sopravvivenza a Palazzo Madama e nell’opinione pubblica di alcuni vagiti di opposizione al pensiero unico renzusconiano, ha pensato bene di dare una legnata a quei quattro gatti che osano sottolineare gli aspetti duceschi e castali della presunta “riforma del Senato”: “Non si agitino spettri di insidie e macchinazioni di autoritarismo”.
Ce l’aveva con l’appello del Fatto, che ha superato le 150 mila firme, con i 5Stelle, con Sel e con la sparuta pattuglia di dissidenti nel Pd, nei vari centrini e nel centrodestra.
Noi, per parte nostra, possiamo assicurargli che il suo monito irrituale e illegittimo ci fa un baffo: continueremo ad agitare gli spettri di autoritarismo di due controriforme che — secondo i migliori costituzionalisti — concentrano molti poteri e aboliscono molti controlli sulla figura mostruosa di un premier-padrone che fa il bello e il cattivo tempo e impediscono ai cittadini di scegliersi i deputati e addirittura di eleggere i senatori.
Non è vero — come afferma il presidente — che “la discussione sulle riforme è stata libera”: di quale discussione va cianciando? Tra chi e con chi?
I cittadini sono totalmente esclusi dal processo riformatore, visto che non hanno mai votato per questa maggioranza e questo governo, non hanno mai eletto questo premier (se non a sindaco di Firenze) e l’ultima volta che andarono alle urne per il Parlamento (febbraio 2013) nessun partito sottopose loro l’idea di abolire le elezioni per il Senato e confermare le liste bloccate per la Camera.
Anzi tutti i partiti promisero di abolire il Porcellum per restituire agli elettori il sacrosanto diritto di scegliersi i parlamentari, non per farne un altro chiamato Italicum.
Napolitano sostiene che le critiche alle “riforme” “pregiudicherebbero ancora una volta l’esito della riforma della seconda parte della Costituzione” e il superamento del “bicameralismo paritario, un’anomalia tutta italiana, un’incongruenza costituzionale sempre più indifendibile e fonte di gravi distorsioni del processo legislativo, quasi idoleggiato come un perno del sistema di garanzie costituzionali”.
E purtroppo anche qui mente: i senatori dissidenti, i costituzionalisti critici e anche noi del Fatto abbiamo avanzato fior di proposte per differenziare poteri e funzioni di Camera e Senato, quindi è falso che vogliamo conservare il bicameralismo paritario: vogliamo semplicemente un Senato elettivo, con ruoli diversi da quelli attuali, ma non degradato a dopolavoro part time per sindaci e consiglieri regionali nominati dalla Casta e coperti da immunità  full time.
Ed è una balla che il processo legislativo sia bloccato o distorto dal bicameralismo, come dimostrano le peggiori porcate approvate in meno di un mese.
In ogni caso non spetta nè al Colle nè al governo, ma al Parlamento stabilire se e come la Costituzione vada cambiata: non s’è mai visto un governo cambiare la Carta fondamentale a tappe forzate, con la complicità  del Quirinale.
Non foss’altro perchè il capo dello Stato e i membri del governo giurano sulla Costituzione esistente e si impegnano a difenderla, non a smantellarla.
Senza contare che il governo sta in piedi solo grazie a un premio di maggioranza che non dovrebbe esistere, e invece gli consente di impedire — con i due terzi estrogenati — ai cittadini di esprimersi nel referendum confermativo.
Non manca, e ti pareva, un monitino alla stampa: Sua Altezza intima ai giornalisti — che peraltro obbediscono in gran parte col pilota automatico — di astenersi “dal gioco sterile delle ipotesi sull’ulteriore svolgimento delle mie funzioni da presidente: una valutazione che appartiene solo a me stesso”.
In realtà  appartiene alla Costituzione, che fissa in 7 anni il mandato presidenziale, e pure ai cittadini, che hanno il sacrosanto diritto di sapere se e quando se ne va   Il finale è da manuale: sotto con la “riforma della giustizia”, ovviamente “condivisa”. Con chi? Con il pregiudicato, à§a va sans dire.
L’estate scorsa, dopo la condanna di B. per frode fiscale, il presidente annunciò che era venuto il gran momento; ora, dopo l’assoluzione di B. per il caso Ruby, ribadisce (con notevole coerenza) che è giunta l’ora.
Cos’è cambiato? Roba forte: “È arrivato il riconoscimento espresso da interlocutori significativi per ‘l’equilibrio e il rigore ammirevoli’ che caratterizzano il silenzioso ruolo della grande maggioranza dei magistrati”.
E chi sarà  mai l’“interlocutore significativo”?
Ma il pregiudicato B., naturalmente: il fatto che insulti i giudici che lo condannano ed esalti quelli che lo assolvono (anche perchè al primo insulto finisce al gabbio) è un evento epocale, meraviglioso, balsamico che — svela il monarca — “conferma quello che ho sempre asserito”: anche Napolitano, come il Caimano, pensa che “la grande maggioranza dei magistrati fa il proprio lavoro silenziosamente, con equilibrio e rigore ammirevoli”.
Viva i magistrati muti che assolvono i potenti aumma aumma.
A dire il vero, ci sarebbe l’ultimo ritrattino dell’Interlocutore Significativo per la riforma della Costituzione e della Giustizia, tracciato dall’amico Emilio Fede: quattro parole icastiche, “Mafia soldi soldi mafia” col contorno di Dell’Utri & famiglia Mangano.
Ma che sarà  mai. Fortuna che Totò Riina non ha ancora chiesto udienza al Quirinale, a Palazzo Chigi e al Nazareno per proporsi come Interlocutore Significativo.
A questo punto sarebbe difficile dirgli di no.
E soprattutto spiegargli il perchè.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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