Luglio 4th, 2014 Riccardo Fucile
IL SUO “COMING OUT” E’ STATO UNO DEI PRIMI NEL MONDO DELLO SPETTACOLO ITALIANO
Leo Gullotta, attore e doppiatore, per anni tra le star più amate del «Bagaglino», dichiarò la sua omosessualità nel 1995, quando l’argomento in Italia assomigliava ancora un tabù.
A quasi vent’anni di distanza aspetta ancora una legge che gli permetta di avere gli stessi diritti delle coppie etero.
E, con l’aria di chi si è già scottato troppe volte, resta piuttosto scettico sul cambio di clima: «Se ne parla periodicamente – spiega – ma poi non succede mai nulla. Un Paese non cambia da un giorno all’altro».
Gullotta, cosa pensa delle parole di Berlusconi sui diritti civili degli omosessuali?
«Penso che sia tratti solo di una mossa mediatica. È difficile credere a una simile giravolta da chi per tutta la vita ha detto il contrario e si è comportato di conseguenza».
Lei ha conosciuto da vicino Berlusconi, ha lavorato a Mediaset per tanti anni.
«Io sono un artista, presto il mio lavoro ma questo non vuol dire leccare il fondoschiena. Non mi fido, questa è la verità , Magari Berlusconi avrà davvero cambiato idea, chissà , magari è stata l’età . O forse è un modo per riavvicinarsi all’elettorato dati i tempi che corrono».
Vede un clima più favorevole alle rivendicazioni omosessuali?
«Se il clima si modifica sono contento. Per ora vedo un clima di attesa e di speranza. C’è Renzi che sta lavorando e ha il consenso, è una persona che vuole guardare al futuro in modo diverso. Vedremo tra qualche mese se ci saranno risultati tangibili».
La società è pronta per l’estensione dei diritti civili?
«Per essere pronta una società lo deve dimostrare. Questo paese è stato reso omofobo, razzista, cattivo. Ci vorrà tempo. Non si possono cambiare opinioni e percorsi da un momento all’altro, soprattutto se guardiamo a tutti i fatti “pesanti” che accadono intorno a noi. È un paese malato… Io mi auguro di poter vivere sempre di più una società civile che dà diritti a tutti. Ma ci vuole del tempo. I segnali all’italiana, i politici che un giorno dicono una cosa e quello successivo cambiano idea, servono solo a destabilizzare ulteriormente i cittadini, a confonderli».
In realtà oggi c’è già una proposta in Parlamento. Prevede l’estensione di tanti diritti, fatta eccezione per l’adozione.
«Sarebbe un buon passo in avanti, lo spero. Ma non vorrei che oggi questo argomento facesse comodo e poi, come è già successo tante volte, non se ne riparli più per anni. In Parlamento stanno lavorando? Stanno discutendo? Ecco, aspetto che finiscano di discutere e che portino a galla qualcosa di concreto».
Magari è cambiata anche la sensibilità della Chiesa…
«Ecco, io credo che Papa Francesco sia il più politico di tutti. È capace di lanciare segnali straordinari, penso al messaggio sull’immigrazione, a quello sulla lotta alla mafia. Sa comunicare il bene, è une persona eccezionale».
I politici seguiranno il suo esempio?
«Mah… Se potevano essere influenzati dal Papa, si sarebbero già mossi da molto tempo».
Cosa consiglierebbe a un giovane omosessuale? Emigrare o «fidarsi» dell’Italia?
«No, non gli direi mai di lasciare questo Paese. Non bisogna vivere in “riserve indiane”. Semmai gli suggerirei di credere in se stesso, di essere sereno, di confrontarsi in maniera sana con tutti. L’importante è non arrendersi e ogni tanto fare un sorriso».
Anche Angelino Alfano dice sì alle unioni civili. Il leader di Ncd, «spiazzato» dall’apertura di Berlusconi e col timore di restare isolato, è pronto a discutere di una legge che estenda gran parte dei diritti «matrimoniali» anche alle coppie di fatto.
Lo svela in un’intervista a Repubblica nella quale, però, pone dei paletti al dibattito: «No ai matrimoni gay, no alle adozioni gay o all’utero in affitto, no alla reversibilità delle pensioni». Parole che assomigliano a una svolta anche se nel partito si rincorrono le reazioni che provano a sminuire l’apertura: «Ho letto e riletto l’intervista di Alfano e trovo la piena conferma di quanto Ncd e il sottoscritto hanno sempre sostenuto» spiega Carlo Giovanardi.
«Alfano ha confermato la linea del Ncd in tema di matrimonio e convivenze: la famiglia è quella naturale, costituita da un uomo e una donna» aggiunge Eugenia Roccella.
Ora l’attenzione si sposta sul testo unificato presentato in Commissione Giustizia dalla deputata del Pd Monica Cirinnà , che nei prossimi giorni dovrebbe andare in votazione e, se non dovessero presentarsi intoppi, approdare in Aula a settembre.
Tra le innovazioni previste, la creazione di un registro nazionale delle unioni civili cui potranno iscriversi le coppie etero o omosessuali dopo una cerimonia in municipio alla presenza di due testimoni, proprio come avviene per i matrimoni «classici».
Il «coniuge» potrà adottare il cognome del compagno e sarà tra i suoi eredi legittimi in caso di morte. Acquisirà anche i diritti-doveri dell’assistenza sanitaria e penitenziaria.
Nulla si dice riguardo la reversibilità delle pensioni mentre, in caso di scioglimento della unione, la procedura sarà molto più snella e rapida rispetto a quella del divorzio, pur restando gli obblighi legati al mantenimento di fronte a una situazione di indigenza.
Escluso il principio dell’adozione, con un’apertura esclusivamente al caso dei figli naturali preesistenti.
Di fatto si tratterebbe di una proposta che dovrebbe incontrare un largo consenso in Parlamento, anche se va un po’ oltre i paletti piazzati dal Nuovo Centrodestra.
Non è un caso se Maurizio Sacconi, tra i più intransigenti sul tema, abbia già dichiarato che «per noi il testo Cirinnà è inaccettabile».
Difficile, però, che non si arrivi alla quadra.
Carlantonio Solimene
(da “il Tempo“)
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Luglio 4th, 2014 Riccardo Fucile
INTERVISTA A ENRICO OLIARI, PRESIDENTE DI GAYLIB: “IL RICONOSCIMENTO DELLE COPPIE DELLO STESSO SESSO E’ ORMAI PREVISTO IN TUTTA EUROPA, SOLO L’ITALIA E’ INDIETRO”
Enrico Oliari, presidente di Gaylib – l’associazione delle persone omosessuali che si riconoscono nel
centrodestra – resta scettico di fronte all’apertura di Berlusconi.
Ma invita tutti a non fraintendere le parole dell’ex premier: «Non seguiamo le prese di posizione della sinistra, ci sono soluzioni a questi temi più vicine alla nostra tradizione».
E, di conseguenza, boccia l’ipotesi adozioni: «Una coppia dello stesso sesso non è idonea allo sviluppo di un bambino».
Oliari, si aspettava la svolta di Berlusconi?
«Assolutamente no, sono rimasto scioccato. Dopo anni in cui ci si è limitati alle barzellette, finalmente è stato detto qualcosa di più vicino alle nostre tematiche. Va specificato che la politica italiana tutta – non solo Berlusconi, ma anche il centrosinistra – è palesemente indietro rispetto al resto d’Europa. Il riconoscimento delle coppie dello stesso sesso è ormai previsto in tutta l’Europa occidentale tranne che in Italia. Siamo stati superati persino dal Sudafrica e da paesi del Terzo mondo».
Si fida di Berlusconi?
«Non so quanto le sue parole siano sincere. Certo, quando si dice di voler fare una rivoluzione liberale, questa rivoluzione parte anche dal riconoscimento dei diritti dei gay. Invece in tutti questi anni c’è stata una chiusura totale rispetto alle nostre istanze, così come su tutte le tematiche etiche. Meglio tardi che mai… Ma devo aggiungere che Gaylib non è mai stata coinvolta dai nostri partiti. Si fa presto a dire “apriamo ai gay” quando si è all’opposizione».
Nessun contatto neanche nelle ultime settimane?
«Qualcosa si sta muovendo. Di certo dispiace che persone provenienti dalla nostra area politica abbiano deciso di iscriversi a un’associazione di sinistra come l’Arcigay. Dal canto mio, spero che l’apertura si trasformi in qualcosa di più concreto e che si apra una fase di confronto con le formazioni politiche di centrodestra. Finora è mancata anche questa possibilità ».
Non crede che il comunicato di Berlusconi sia stato troppo vago?
«No. Io credo che qualsiasi tematica possa essere affrontata fornendo soluzioni di centrodestra. Non è necessario ripetere le cose che si dicono a sinistra. Quelle associazioni sono su posizioni molto radicali, penso al matrimonio, alle adozioni. Invece ci sono soluzioni adottate in tanti paesi – Austria, Germania, Svizzera – che prevedono il riconoscimento delle coppie gay senza dover cambiare il nostro impianto culturale che risente della forte presenza della Chiesa».
Quindi nessuno spazio alle adozioni?
«Nel nostro ordinamento giuridico neppure le coppie eterosessuali hanno il diritto di adottare. Semmai, possono essere considerate più o meno idonee alle adozioni. Lo Stato, invece, prevede il diritto del minore a essere adottato. Di fronte a questa impostazione, il problema neanche si pone. Perchè è difficile che un giudice possa ritenere idonea una coppia con due persone dello stesso sesso. Lo sviluppo di un bambino prevede una serie di processi identificativi – mi viene in mente il complesso di Edipo – difficilmente conciliabili con una coppia omosessuale».
Non è un ragionamento anacronistico? All’estero è consentito.
«No, non è anacronistico. L’adozione è stata permessa in Spagna – non senza polemiche vibranti – e in pochissimi altri Paesi. I diritti che noi reclamiamo sono molto più elementari: assistere il proprio partner in ospedale, andarlo a trovare in carcere. Cominciamo a parlare di questo, poi passiamo al resto. Anche perchè i detrattori di questa “rivoluzione liberale” non avrebbero problemi a ritorcerci nuovamente i bambini contro».
Tema reversibilità delle pensioni: non c’è il rischio di sfasciare le casse dello Stato?
«Se io mi sposo con una donna la reversibilità della pensione è prevista. Cosa cambia se mi sposo con un uomo? Sono soldi che io ho versato allo Stato, per i quali io ho lavorato, non pretendo mica qualcosa che non mi appartiene».
Come andrà a finire?
«Io spero che tutto questo non si limiti alla polemica di qualche giorno. La società è cambiata. Quando io ho cominciato la militanza gay, nella mia città eravamo in cinque a essere usciti allo scoperto. Ora è una cosa normalissima. Mi fa paura chi parla di famiglia tradizionale. Non è mai esistita nella storia. Penso a mio padre: aveva undici fratelli. Ora un caso del genere finirebbe sui giornali. La società si evolve di continuo. E se proprio si vuol parlare di famiglia tradizionale, bisogna riconoscere che se non si fanno più figli è colpa della crisi economica, non di altro. Si incominci ad affrontare quel problema invece di colpevolizzare i gay».
Car. Sol.
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Luglio 4th, 2014 Riccardo Fucile
IN BALLO ORA C’È LA GUIDA DEL “GIORNALE”… IL PESO DELLA PASCALE
Esiste un posto dove le truculente faide della corte berlusconiana si riverberano senza filtri e senza ipocrisie.
Quel posto è la redazione centrale del Giornale, in via Negri a Milano, vicino alla Borsa.
A ingaggiare quello che ormai è un duello mortale sono Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti, rispettivamente editorialista e direttore del quotidiano fondato quarant’anni fa da Indro Montanelli buonanima.
Chi dei due, alla fine, rimarrà in piedi, vincitore?
L’ultimo scontro tra Feltri e Sallusti è andato in scena sul sito di Dagospia con lettere a mo’ di comunicati delle Brigate rosse.
A scatenare la pugna un articolo de l’Espresso che riesuma la querelle sulla campagna del Giornale contro Dino Boffo, il direttore di Avvenire che si dimise nell’estate del 2009.
Venne fuori che Boffo era stato condannato per una brutta storia di molestie, ma il Giornale allora diretto da Feltri pubblicò anche un’informativa falsa in cui Boffo era indicato come “omosessuale attenzionato dalle forze dell’ordine”.
Le conseguenze di quella storia furono tantissime, ma soffermiamoci su due.
La prima fu un’indagine aperta dalla Procura di Napoli per scoprire chi si fosse intrufolato abusivamente nel sistema informatico per avere i precedenti penali di Boffo.
La seconda fu la sospensione di Feltri dall’ordine dei giornalisti (tre mesi) che consentì a Sallusti d subentrargli alla direzione.
L’Espresso è andato a scavare proprio in quell’inchiesta napoletana e ha pubblicato un interrogatorio di Feltri del 2012, rimasto sinora segreto, sulla genesi degli articoli su Boffo, a fine agosto, che vennero “tradotti” come una vendetta contro il direttore del quotidiano dei vescovi italiani, colpevole di criticare B. per la sua satiriasi.
Le rivelazioni del Diretùr sono esplosive, smentiscono altre versioni circolate e in un futuro non lontano potrebbero aiutare a riscrivere la storia di quell’incredibile estate: gli scandali sessuali di B., il rapporto tra la “Ditta” del faccendiere pregiudicato Bisignani, alias la P4, e il Corsera di Ferruccio de Bortoli, l’amicizia tra Gianni Letta e il giro del cardinale Bertone, allora Segretario di Stato Vaticano.
Ecco cosa raccontò Feltri: “La catena era Santanchè, Bisignani, Bertone, è quello che mi fu detto da Sallusti, quando lui era condirettore. Io ero il direttore e mi sono fidato senza pormi tanti problemi”.
A questo punto, a Dagospia , è arrivata la reazione di Sallusti, che rivela di essere stato sentito anche lui dai pm di Napoli: “Come ho già avuto modo spiegare ai magistrati della Procura di Napoli, non ha alcun fondamento la ricostruzione fatta da Vittorio Feltri. I nomi citati da Feltri non hanno nulla a che fare con quella vicenda, nè avrei potuto farli in quanto avrei violato il dovere alla riservatezza delle fonti che è baluardo inviolabile del nostro mestiere. Durante la mia deposizione a Napoli ho avuto la netta sensazione che i magistrati fossero più stupiti e allibiti di me delle parole di Feltri”.
La controreplica di Feltri non si è fatta attendere.
Oltre a confermare i nomi della “catena”, aggiungendo che “la signora Santanchè mi disse che il cardinale Bertone mi avrebbe invitato in Vaticano per ringraziarmi di aver pubblicato la vicenda Boffo”, Feltri spiega perchè non ha invocato il segreto professionale: “Ho rinunciato perchè sarebbe stato assurdo coprire una fonte infedele imbrogliona. Mentre Sallusti non ha svelato la fonte delle notizie false su Boffo, di fatto proteggendo i falsari che mi avevano danneggiato. Perchè?”
Fin qui il tormentone su Boffo.
Ma la tensione tra Sallusti e Feltri è altissima già dalla fine di giugno. Colpa stavolta dell’Intraprendente , giornale online nordista guidato da Giovanni Sallusti, nipote di Alessandro.
Anche qui la guerra è manifesta. Giovanni Sallusti ha infatti attaccato Feltri e Pascale per la svolta gay di Forza Italia e ha fatto capire il vero obiettivo del Diretùr : sostituire Sallusti e tornare per la terza volta in 20 anni alla guida del Giornale.
Il pezzo di Sallusti nipote però è stato letto anche ad Arcore e una furibonda Pascale avrebbe costretto Sallusti zio a un sms di scuse. Non solo.
Nella versione divulgata dal cerchio magico del Condannato c’è anche un pranzo consumato tra B. e Feltri per sancire il cambio in via Negri.
A un utente azzurro che su Twitter lo ha provocato sull’ingresso nel cerchio magico di Pascale e Rossi, Dudù e Toti, Feltri ha opposto una risposta lapidaria: “Non sono mai uscito dal cerchio magico, ci sono sempre stato”.
Altro veleno nei confronti della coppia Sallusti-Santanchè (che lo stesso Feltri soprannominò “Rosa e Olindo”) da mesi bersaglio della Fidanzata del Condannato. Forse, chi resterà in piedi sarà Feltri, magari da direttore.
Questione di giorni?
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 4th, 2014 Riccardo Fucile
E LA STAMPA ASSERVITA CANTO’ LE ODI DEL TELEMACO DE NOANTRI
Siccome è tutto fuorchè stupido, Matteo Renzi ha capito subito come trattare la stampa italiana. 
Che, geneticamente governativa chiunque governi, si accontenta di poco e viene via per molto meno: le basta un titolo al giorno. E lui glielo dà , inventandosi una trovata ogni 24 ore.
Non una legge o un decreto, che costano fatica e non sono il mestiere suo. Ma una slide, un tweet, un hashtag, un selfie. Tanto quelli si bevono tutto.
L’altroieri erano arrivati in massa a Strasburgo tutti emozionati, come se il semestre europeo a guida italiana fosse un alto riconoscimento alla Grandeur Renziana e non un evento di routine che si ripete stancamente ogni sei mesi, a turno, per tutti gli Stati membri dell’Ue (nel 2012 toccò persino a Cipro).
Lui sapeva benissimo che la stampa internazionale avrebbe snobbato l’evento, infatti ha parlato non tanto ai pochi eurodeputati presenti in aula (in gran parte italiani, con Pittella capoclaque), ma ai telespettatori dei tg.
E alla fine ha disertato la conferenza stampa per volare a Porta a Porta.
Il discorso scritto (chissà da chi) con le linee programmatiche, conscio che non se lo filerà nessuno, l’ha lasciato sul tavolo senza leggerlo: troppo noioso (come i decreti che dovrebbero seguire alle slide, e infatti non seguono mai) per affascinare i boccaloni in Patria.
Meglio favoleggiare a botte di “selfie dell’Europa stanca”, “non siamo un puntino su Google Map”, “mettiamo i puntini sulle i”, “non siamo l’ultima ruota del carro” , “la smart Europe che vogliamo costruire” (senza — beninteso — spiegare come), “i tedeschi non facciano gli splendidi” (la prossima volta dirà loro: “Bella raga’, scialla crucchi, state manzi”).
E soprattutto piazzare la trovata del giorno: la “Generazione Telemaco”, copiata da un libro dello psicanalista Massimo Recalcati e destinata a riempire i titoli di giornali e tg. Che puntualmente hanno abboccato. Repubblica: “La missione di Telemaco”. Corriere: “Generazione Telemaco in attesa di crescita”. L’Unità : “Telemaco è un punto di partenza”. La Stampa: “Il fattore Odissea”, “Telemaco, mille geniali metafore”. Messaggero: “Format Telemaco per salvare l’eredità dei padri”. Il Foglio: “L’Odissea di Renzi”. Un poema. Omerico.
In assenza di Cazzullo, ancora disperso in Brasile sulle tracce del renziano Prandelli, ecco avanzare le lingue e le bave concorrenti.
Sallusti tripudia per la “Dichiarazione di guerra” ai crucchi maledetti: “Finalmente Renzi manda un vaffa alla Germania”, finalmente un “italiano che reagisce all’arroganza tedesca”, come “non si vedeva dai tempi di Berlusconi con Schulz”, ragion per cui “su questo punto la penso esattamente come Pier Silvio”, ma solo su questo punto.
Su La Stampa, Silvia Ronchey scioglie inni omerici al “transfert geniale di Matteo Renzi con Telemaco, che l’ispirazione sia stata mediata dalla musa di uno psicanalista lacaniano o che gli sia venuta direttamente da Omero”.
Segue l’epico ritratto dell’Acheo di Rignano sull’Arno: “Alto e squadrato, eloquente e conciso, come figlio di Ulisse e rappresentante dell’evocata ‘generazione Telemaco’, Renzi funziona nell’immagine anche meglio dell’efebico Telemaco televisivo della nostra, se non della sua, infanzia. Soprattutto funziona l’immagine di un’Italia-Itaca in cui anche il locale Parlamento è sopraffatto dai Proci… Ma Atena, dea della ragione, affianca Telemaco e lo rassicura”.
E questa dev’essere la Boschi. Il nostro eroe lancia “un messaggio volutamente intriso di antica, dolente e anche umile lucidità mediterranea”.
Non può mancare su Repubblica la benedizione della Musa Lacaniana, al secolo Massimo Recalcati, autore del saggio ispiratore Il complesso di Telemaco: “Oggi è il tempo dei figli e del loro viaggio: Telemaco, diversamente da Edipo, non vuole la pelle del padre, non rifiuta la filiazione, non entra in conflitto mortale con i suoi avi. Sa che per riportare la Legge ad Itaca bisogna unire le forze, bisogna rifondare un patto tra le generazioni”.
Mica per nulla, l’altra sera, il Telemaco de noantri ha depistato le sirene della stampa estera, inforcato la prima smart-nave e veleggiato verso l’Italia per riabbracciare gli amati avi Bruno & Silvio.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
“ORA CI DICE LUI COSA DOBBIAMO FARE”… NAPOLITANO CORRE IN SOCCORSO DI “BOCCAPERTA”
«Il premier italiano Matteo Renzi dice che la fotografia dell’Europa è il volto della noia e ci dice che cosa dobbiamo fare…».
Lo ha detto il presidente della Bundesbank a Berlino, Jens Weidmann, intervenendo alla giornata del consiglio economico della Cdu.
Nel suo discorso, Weidmann ha sottolineato che «fare più debiti non è il presupposto della crescita».
Il “falco” della Bundesbank non ha resistito, e ha citato il selfie di Matteo Renzi, per lanciare il suo monito davanti a una platea di conservatori della Cdu, contro la flessibilità sul patto di bilancio e sulle riforme che «vanno fatte e non solo annunciate».
«Fare più debito non porta crescita», ha scandito il presidente della Bundesbank. Weidmann ha segnalato inoltre che i tassi sui titoli di stato di Italia e Spagna «non sono mai stati così bassi».
Una situazione che non aiuta a irrobustire la volontà riformatrice dei paesi sovraindebitati: «C’è il timore che i tassi bassi non siano usati per consolidare i bilanci, quanto piuttosto per finanziare altre spese».
Al suo fianco, il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, che ha ribadito la necessità di riforme, crescita e investimenti: «Ci si deve attenere a quello che è stato concordato – ha detto, spiegando di «rifiutare il dibattito sulla flessibilità » così come viene proposto.
«Bisogna certamente promuovere la crescita, e fare investimenti».
Citando due volte i colloqui con Pier Carlo Padoan, ha ribadito che vi è accordo sul tema della implementazione: «abbiamo parlato di come migliorarla in alcuni Paesi». Non è possibile, ha insistito, che i 6 miliardi destinati alla occupazione non siano utilizzati perchè non vi è la possibilità di farlo.
Poi il ministro ha allargato l’orizzonte del suo discorso: «Saremo pragmatici – ha spiegato – Per cambiare i trattati in Europa servono due anni», non si può ogni volta passare attraverso il sentiero stretto delle regole.
E a chi scrive che il governo Merkel vuole un’Europa tedesca, ha risposto: «Non vogliamo un’Europa tedesca, ma un’Europa forte».
L’asse del Nord esige segnali concreti prima di aprire all’uso pieno della flessibilità dei trattati previsto dall’Agenda strategica approvata dal Consiglio europeo la scorsa settimana.
E desta preoccupazione lo studio di Mediobanca, che prevede una manovra pesante, da almeno 10 miliardi dopo l’estate.
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Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
CHI PROCURA ALLARME SOCIALE VA PERSEGUITO IN BASE ALLA LEGGI VIGENTI
Delle ricadute, anche sotto il profilo sanitario, che le ondate di sbarchi producono nel Paese se ne è
parlato, ieri, nella giornata di organizzata dalla Marina militare al Comando in Capo della Squadra Navale, partendo anche dalla notizia, di pochi giorni fa, di un paziente «isolato a bordo» probabilmente colpito da una patologia infettiva: tubercolosi o vaiolo, si era detto, invece si trattava di varicella.
Maria Grazia Pompa, dirigente del ministero della Salute, conferma che la tbc resta «la patologia più frequente tra i migranti, «abbiamo registrato casi di malattie esantematiche, come la varicella, e 27 casi di tbc su 43mila arrivi del 2013, tutti si sono manifestati qui e adeguatamente curati. Per quanto riguarda gli agenti positivi al test qualche giorno fa, bisogna dire che questo test rileva solo il contatto con la malattia, e risulterebbe positivo nel 25% della popolazione italiana», che conta «circa 4.500 casi annui di tbc dopo che la malattia, nel 1993, è riemersa».
Rassicurazioni, nel corso del convegno, sono arrivate anche da Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive «Lazzaro Spallanzani»: «L’operazione Mare Nostrum ha rischi prossimi allo zero grazie alla scrupolosa applicazione delle norme di prevenzione», e «risultare positivi al test non significa essere ammalati».
Il comandante in Capo della Squadra Navale, ammiraglio Filippo Maria Foffi, ha sottolineato come «in passato, quando Mare Nostrum non c’era, non avevamo contezza di chi arrivava sul nostro territorio, oggi al contrario siamo in grado di stabilire in anticipo l’identità di chi entra in Italia e soprattutto il suo stato di salute».
Intanto, il Campidoglio, infatti, conferma che uno dei due richiedenti asilo deceduti due settimane fa in due residence occupati risultava affetto da tbc «anche se non virale, quindi non contagiosa», precisano dal Comune.
Erica Dellapasqua
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Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
ALTRO CHE ANNUNCI DEL GOVERNO, IN CALABRIA I MAGISTRATI SONO NEL NUMERO PIU’ BASSO D’ITALIA: “TROPPO POCHI E COSTRETTI A FARE MIRACOLI”
Persino il Papa è andato in Calabria a portare solidarietà alle vittime della ‘ndrangheta. E ha scelto, non a caso, Cassano allo Jonio, il paese dove i sicari delle ‘ndrine hanno ucciso il piccolo Cocò.
Il comune calabrese ricade nel territorio di competenza della procura antimafia di Catanzaro e della sezione giudici indagini preliminari della stessa città .
Qui però a contrastare il crimine ci sono pochissimi giudici e ancora meno pm.
A Catanzaro, distretto giudiziario che comprende quattro province per quel che riguarda le indagini sulla ‘ndrine, scarseggiano le toghe.
La prima a denunciarlo è stata Gabriella Reillo, presidente della sezione dei giudici per le indagini preliminari del tribunale.
«L’ufficio del Gip di Catanzaro ha competenza sul territorio di Catanzaro, Cosenza, Crotone e Vibo, in cui operano sette Tribunali: Lamezia Terme, Castrovillari, Cosenza, Crotone, Paola, Vibo Valentia e lo stesso Catanzaro, per un bacino di utenza, correlato alla popolazione, di oltre un milione di persone» spiega a l’Espresso il presidente.
Ma i giudici che si occupano di valutare le richieste dei pm, dagli arresti alle intercettazioni, e di svolgere i processi con i riti alternativi (abbreviato e patteggiamento) sono soltanto sette compreso il presidente di sezione.
Il confronto con altri tribunali che hanno un bacino di utenza simile o addirittura minore ha dell’incredibile: a Catania, distretto da 788.809 utenti, sono presenti 13 giudici, un presidente aggiunto e uno presidente di sezione; il tribunale di Palermo, con il suo milione e mezzo di utenti (circa 300 mila in più di Catanzaro), ne ha 22 di giudici; a Salerno e Bari ce ne sono 11 per un bacino che è la metà del capoluogo calabrese.
«In sostanza il distretto di Catanzaro è il più popoloso dopo quello di Napoli e Palermo ma anche quello che in proporzione presenta il minor numero di giudici in servizio, sei, e in organico, sette».
Per questo combattere ad armi pari la ‘ndrangheta diventa una missione impossibile. L’escalation della criminalità calabrese è sottolineata costantemente dagli organi investigativi e dai dati ufficiali che provengono da fonti governative.
“L’intervento in questo campo è avvertito come urgente tant’è che il Ministro dell’Interno ha dichiarato, in aprile, che sarebbero stati inviati in Calabria 800 agenti di polizia giudiziaria e, di recente, il presidente del Consiglio, ha tenuto una riunione a Reggio Calabria per confermare l’attenzione verso la lotta alla criminalità organizzata in questa Regione» continua il giudice, che commenta amareggiata: «La constatazione che ancora una volta si segue l’opinione diffusa che per contrastare la mafia necessita potenziare il settore delle indagini, mi ha indotto a intervenire, rompendo il naturale riserbo del giudice, per segnalare l’emergenza in cui versa il settore giudiziario, che pure è il naturale referente di quelle indagini e lo strumento perchè le ipotesi investigative diventino concreti provvedimenti coercitivi e, poi, sentenze di condanna».
Il territorio è segnato da numerose faide tra ‘ndrine storiche ed emergenti.
Il numero di omicidi continua a crescere. Gli ultimi casi hanno scosso l’opinione pubblica e portato Papa Bergoglio fino in Calabria, commosso dalla morte del piccolo Cocò.
Esecuzioni che a volte riguardano persone estranee, colpite per errore. Come Antonio Maiorano, un operaio di Paola, o come il piccolo Domenico Gabriele, di undici anni, raggiunto da un proiettile mentre giocava a pallone a Crotone.
E anche ragazzi e bambini che hanno la sola colpa di essere parenti di affiliati mafiosi, come Carminuccio Pepe, di sedici anni, ucciso nella zona di Cassano, o la figlia di Luca Megna, di soli cinque, colpita al cervello, rimasta in coma con danni permanenti, o lo stesso Cocò, ucciso nell’agguato contro il nonno.
Nel 2013 sono stati trattati e definiti dalla sezione Gip di Catanzaro 121 casi di omicidio e 50 di tentato.
La maggior parte sono legati alle faide tra consorterie contrapposte.
«E’ ovvio che con questa mole di lavoro pressochè costante – ci sono anche le archiviazioni, le proroghe di indagini, le intercettazioni, i decreti penali, le circa 4.000 istanze annue che provengono dalle parti i procedimenti ordinari tra cui quelli di Pubblica Amministrazione – non si può evadere tutto in tempi brevi. E nel periodo in cui non si riesce a provvedere, le vittime continuano a vivere nella paura, e ad avere la percezione di una giustizia lenta e quindi lontana, sostanzialmente ingiusta, cui non può riporsi fiducia».
Insomma, ben venga il potenziamento dei team investigativi della procura, ma se i giudici sono pochi non sono in grado di evadere le proposte dei pm e quindi le indagini si arenano negli uffici.
Con il rischio di non riuscire a intervenire in tempo per bloccare omicidi e violenze sugli imprenditori che hanno denunciato.
Infatti se il magistrato invia una richiesta urgente di arresto perchè dalla telefonate intercettate sono emersi segnali di un imminente agguato, il gip deve fare in fretta abbandonando i fascicoli su cui stava lavorando.
Ma può anche succedere che quella richiesta, visto il carico di lavoro e i pochi giudici presenti, non venga letta in tempo, lasciando ai killer il tempo di agire.
La procura antimafia di Catanzaro e quindi il tribunale hanno a che fare con le cosche più feroci della Calabria.
«Qui operano delle associazioni di stampo mafioso storiche che hanno una elevata capacità di condizionamento e di infiltrazione nei settori economici, istituzionali e politici» puntualizza il giudice. Ci sono i “Farao” di Cirò (con ramificazioni in Emilia, Lombardia e Germania); i “Lanzino-Cicero”, i “Muto”, gli “Acri”, i “Serpa “ della provincia di Cosenza; i “Megna” di Papanice, in provincia di Crotone; gli “Arena” di Isola Capo Rizzuto; i potenti “Mancuso” di Limbadi. E sono solo alcuni dei clan presenti. La maggior parte di queste ‘ndrine intrattengono stretti rapporti con le famiglie mafiose della provincia di Reggio Calabria. Alcune gestiscono il traffico di cocaina con collegamenti internazionali e in varie zone dell’Italia del Nord. Altre godono di appoggi politici di altissimo livello e hanno agganci nella massoneria che conta.
Secondo i dati diramati dal ministero dell’Interno nella regione ci sono 160 organizzazioni criminali, per un numero di 4.389 affiliati: 2.086 sono presenti nel territorio di Reggio Calabria e 2.303 nel territorio del distretto di Catanzaro.
La differenza è che nella sezione indagini preliminare del tribunale di Reggio Calabria lavorano 11 giudici. «Si scade addirittura nel ridicolo se si considera che la metà delle inchieste antimafia calabresi ricadono su sette giudici, quelli di Catanzaro» prosegue.
Nel periodo in cui non si riesce a intervenire, le vittime e la comunità continuano a vivere nella paura.
Percepiscono una giustizia lenta e “ingiusta”. Si sfalda così il rapporto di fiducia costruito a fatica negli ultimi anni.
Eppure i vertici dell’ufficio hanno sollecitato ripetutamente i governi. Ma nessuno ha mosso un dito. Parole tante, fatti nemmeno uno.
«Dico solo che è sempre stato elevato nella gestione delle risorse da parte dei governi degli ultimi venti anni il “gap” tra l’antimafia parlata e quella praticata. Mentre al ministero si dibatte sul piano generale di riordino degli organici della magistratura e al Csm ci si interroga sul tipo di parere da fornire, qui si rischiano nuove vittime di gravi reati per l’impossibilità di operare con mezzi adeguati» denuncia il giudice Reillo che più di un mese fa ha scritto al presidente del Consiglio Matteo Renzi.
L’appello però è caduto nel vuoto, il premier infatti non ha mai risposto alla missiva.
La denuncia ha trovato sponda nel Comune di Lamezia Terme guidato dal sindaco antimafia Gianni Speranza: «Le operazioni promosse dalla Procura antimafia di Catanzaro negli ultimi due anni contro la criminalità organizzata del lametino hanno determinato il risultato importassimo della liberazione del territorio da fattori di malvagità che, per lungo tempo hanno impedito l’esercizio di diritti fondamentali dei cittadini, politici, civili ed economici, in forma individuale e collettiva. Grazie a questa azione la legalità è stata ripristinata in maniera diffusa, il funzionamento adeguato di tali uffici assicura tutela e protezione a tutti i cittadini».
Non va meglio per la procura.
La distrettuale antimafia catanzarese ha in organico solo sette magistrati. Ma di fatto sono soltanto cinque.
Con la conseguenza che i sostituti procuratori si trovano quotidianamente di fronte alla scelta di seguire le indagini in ufficio per giungere a provvedimenti di custodia cautelare o di seguire i processi per giungere alle sentenze di condanna.
«Da una pianta organica di diciotto unità , dopo gli ultimi due trasferimenti, siamo diventati dodici: sei per l’antimafia e altrettanti per l’ordinaria. Dovremo gestire circa due mila procedimenti ciascuno in tempi rapidi, facendo dei veri e propri miracoli, ma in queste condizioni è evidente che qualcosa dobbiamo tralasciarla. Abbiamo, oltre ai procedimenti antimafia, altri dieci mila ordinari; a Catanzaro arriva di tutto, dalle indagini sui temi dei rifiuti a quelli per i parchi eolici».
L’allarme è stato lanciato dal procuratore capo di Catanzaro nel gennaio del 2013. A distanza di un anno e mezzo le cose alla distrettuale antimafia del capoluogo calabrese sono addirittura peggiorate.
Oggi, infatti, i sostituti procuratori in forze sono cinque, e rimarranno tali certamente sino alla fine dell’anno. E molto probabilmente anche oltre.
Il confronto con altre procure è significativo. Catanzaro ha tanti pm quanti ne ha l’antimafia bolognese e quella di Genova. Anche lì c’è una forte presenza mafiosa, ma di certo il fenomeno è meno violento che nella culla delle cosche.
A rinforzo della protesta che arriva dai magistrati, esce allo scoperto anche il procuratore aggiunto di Catanzaro, Giovanni Bombardieri che a “l’Espresso” spiega: «Bisogna necessariamente ridisegnare l’organico della nostra procura distrettuale, ormai sempre in continua emergenza. Questa è una priorità assoluta non più procrastinabile. Con cinque sostituti, a fronte della criminalità organizzata operante nei due terzi del territorio calabrese, stiamo veramente facendo i miracoli, basti vedere le recenti operazioni portate a termine. C’è assoluto bisogno di rinforzi. È una situazione drammatica. Situazione che andrebbe affrontata e risolta globalmente, senza più indugi. Gli uffici distrettuali vanno potenziati. Più volte in passato il procuratore capo, Lombardo ha rappresentato tale emergenze. Ma le sue parole, purtroppo, sono non hanno sortito alcun effetto».
Un paradosso la dice lunga sulla condizione surreale che vivono in procura: «Se i sette tribunali circondariali su cui siamo competenti convocassero, per ipotesi, udienze dei processi antimafia nella stessa giornata, non ci sarebbero sufficienti sostituti pm.
C’è la necessità di cambiare passo nella lotta alla ndrangheta.
Spesso rispondere in ritardo significa vanificare il risultato giudiziario e avvantaggiare così le cosche.
Ritardare la risposta giudiziaria può essere avvertito come assenza, debolezza, delle istituzioni, e noi non possiamo permettere che ciò avvenga, specialmente in una terra come la Calabria in cui veramente occorrono risposte tempestive»
Chi denuncia fatti di ndrangheta ha bisogno di sentire vicino lo Stato.
Il rischio, altrimenti, è che i cittadini si rivolgano ai boss che rispondono rapidamente ai bisogni della popolazione.
«Chi ha avuto il coraggio di denunciare, lo ha fatto riflettendo a lungo prima di farlo, se però queste persone non vedranno risultati, prima di collaborare ancora ci penseranno due volte. La carenza di organico e l’impossibilità di disporre di un numero adeguato di sostituti ci spinge a selezionare delle priorità in base all’urgenza del momento, spesso agiamo seguendo l’emergenza e la gravità delle situazioni oggetto di indagine. Rinviando a dopo le altre pur delicate indagini».
Alla faccia della prevenzione.
Contro la ‘ndrangheta quindi basterebbe qualche toga in più e un annuncio in pompa magna in meno.
Giovanni Tizian e Paolo Orofino
(da “L’Espresso”)
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Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
“IL PATTO CON RENZI E’ UNA RESA”… BERLUSCONI COSTRETTO A PRENDERE TEMPO
Alla fine Silvio Berlusconi è costretto a concedere una frenata, sia pur timida: “Non posso non tener
conto di questo disagio. Ci rivediamo martedì”.
Perchè per la prima volta scoppia il dibattito, dentro la monarchica Forza Italia.
Dibattito vero. Come nei partiti veri.
È nel corso della riunione con parlamentari e senatori che l’ex premier assiste alla possibile esplosione del suo gruppo, di fronte alla “resa” a Renzi sulle riforme.
Su una ventina di interventi, i favorevoli al patto sono solo tre.
Gli altri esprimono critiche all’accordo su cui Berlusconi aveva stretto la mano a Renzi in mattinata, nel corso dell’incontro a palazzo Chigi.
Un vecchio volpone come Berlusconi capisce che, in queste condizioni, la tenuta del gruppo è a rischio.
E in Aula si rischia il Vietnam. Anche perchè, nella riunione pomeridiana, i big sono rimasti taciturni, lasciando parlare i soldati semplici.
Segno che è solo una prima fase della faida. Parlano in chiave critica Minzolini, la Bonfrisco, Lucio Malan e la pattuglia pugliese.
A favore Romani, e in versione più prudente Gasparri. Gli altri si scrutano, ascoltano, in clima di tensione crescente.
Per la prima volta viene messa in discussione la linea del capo.
Perchè l’accordo non contiene neanche una bandierina per Forza Italia.
Non solo non c’è il presidenzialismo, o il semi, ma al posto dell’elezione diretta c’è una specie di “elezione di terzo grado”, come la chiamano i deputati azzurri che hanno dimestichezza con la materia: i cittadini scelgono i consiglieri regionali e i sindaci, i quali a loro volta indicano i senatori, che poi eleggono il capo dello Stato.
E poi l’intero impianto del nuovo Senato risulta un rospo indigeribile per un partito come Forza Italia, considerata l’attuale geografia elettorale.
Aleggia il sospetto che Berlusconi abbia negoziato più in termini personali che politici.
“Ci ha venduto a Renzi per tutelare se stesso e le aziende”: è questa la frase ripetuta a microfoni spenti da truppe mai tanto deluse e sconfortate.
Una vendita che ha certo a che fare con i guai giudiziari del Capo, convinto che l’Appello su Ruby confermerà il primo grado e che il regalo di Natale della Cassazione sia la perdita della libertà .
Ma che ha a che fare soprattutto col quel partito Mediaset, diventato un grande supporter di Renzi. In fondo, dice chi sa davvero le cose, l’unico settore dove Renzi non ha asfaltato un bel niente è quello delle concessioni tv.
E anche sulla Rai ha annunciato tagli più che riforme che possano stimolare Mediaset in un’ottica di concorrenza.
Un business che vale un Senato, un po’ come una messa per Parigi.
Aziende, ma anche giustizia. Nel senso di “riforma”: “Renzi — dice l’ex premier — ci ha assicurato che ci coinvolgerà ”. Non sarebbe un caso che Renzi l’abbia annunciata ma senza portare un provvedimento concreto, a partire dal falso in bilancio. E giustizia significa anche nomine. Fonti vicine a Berlusconi assicurano che sui due membri del Csm e della Corte costituzionale è in corso una trattativa.
Preparata da Verdini e Lotti, ma su cui ci sarebbe stato uno scambio con Berlusconi.
Insomma, per il partito Mediaset l’attuale situazione assomiglia tanto a una specie di “appoggio esterno al governo” grazie al tavolo delle riforme.
Una manovra in cui il sacrificio di Forza Italia è un costo calcolato per restare nel gioco che conta.
Di fronte al solco profondo tra “partito Mediaset” e partito parlamentare l’ex premier è scisso. La ragione dice di blindare l’accordo con Renzi senza se e senza ma.
Le critiche dei frondisti parlano alla sua pancia, al vecchio leone che prova quantomento una ferita narcisistica nel concede al giovane fiorentino il posto nella storia che lui non ha mai avuto. Per questo difende il patto del Nazareno con argomenti poco convincenti, criticando l’impianto iniziale con troppi sindaci ed evitando di difendere convintamente l’accordo sottoscritto la mattina.
Tanto che Verdini si alza per fare due passi nella sala, proprio mentre Berlusconi parla. Al tempo stesso però l’ex premier chiede ai suoi di votare, tanto “è solo la prima lettura”. E lasciando intendere che, tra la prima e la seconda si svolgerà la trattativa vera.
Finito lo sfogatoio, non si vota. Rinviato anche il voto a martedì.
Finita la trattativa con Renzi, inizia quella interna per non spaccare Forza Italia.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
PIERSILVIO SCEGLIE IL CORE BUSINESS DI FAMIGLIA
Primum Mediaset.
Tra la difesa dei bilanci dell’azienda e la difesa dei consensi del partito, Pier Silvio Berlusconi ha optato apertamente per il core business di famiglia, con un endorsement per Matteo Renzi che – lo sapeva – «susciterà sorpresa».
Così infatti è stato, soprattutto in Forza Italia, dove si è avvertito un senso di vuoto e di smarrimento per il modo in cui il figlio ha diviso ciò che per venti anni il padre aveva tenuto unito.
C’è un motivo quindi se ai piani alti del Biscione i navigatori più consumati hanno provato ieri ad attenuare l’impatto determinato dalle parole del vice presidente Mediaset, che mai si era esposto in modo tanto compiuto sulle questioni politiche, finendo per esporre anche l’azienda, il partito, la famiglia.
È vero, come ogni impresa il Biscione è sempre stato filo governativo, ricavandone dividendi e tutele anche dopo la «discesa in campo» del Cavaliere.
«Mediaset è un patrimonio nazionale», disse Massimo D’Alema, seppellendo l’ascia di guerra che Walter Veltroni aveva usato con i referendum (persi) sugli spot.
E fu la svolta. Per certi aspetti, insomma, Pier Silvio Berlusconi non avrebbe fatto altro che applicare con Renzi l’insegnamento di Fedele Confalonieri, secondo cui «la politica è la politica, l’azienda è l’azienda».
E in tempi di opposizione la linea di lotta stabilita ad Arcore non può confliggere con la linea di governo decisa a Cologno Monzese: «Il nostro mestiere va bene se va bene l’economia», dice spesso «zio Fedele».
È andata avanti così per venti anni, anche dopo il «complotto» che ha estromesso Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi: montiani con Monti, lettiani con Letta, renziani con Renzi, «e sempre in periodi distanti da campagne elettorali», questa era la regola.
Finchè Pier Silvio, l’altra sera – presentando i palinsesti delle reti tv – ha dichiarato di «tifare» per il premier, accordandogli «la fiducia che si merita», e sottolineando soprattutto come il Paese oggi abbia bisogno «di stabilità », oltre che di riforme.
È un’opinione che confligge con la linea politica portata avanti finora dal padre, che da quando ha rotto con il governo Letta ha sempre teorizzato l’imminenza delle elezioni in modo da tenere uniti il suo partito e il suo bacino di consensi.
Il vice presidente di Mediaset è parso rompere uno schema, o comunque evidenziare il logoramento dello schema che ha tenuto insieme Biscione e Forza Italia, passato alla storia come il «partito-azienda».
Ennio Doris, amico di vecchia data del Cavaliere, respinge questa definizione «che gli avversari di Berlusconi hanno sempre usato per attaccarlo», e fornisce una spiegazione di quanto è accaduto: «Nella realtà dei fatti i figli di Silvio sono sempre rimasti fuori dalla politica. E ora che hanno incarichi ai vertici delle loro imprese sta emergendo la totale separazione tra i destini delle aziende e quelle del partito». alla telenovela su un’eventuale prosecuzione della dinastia berlusconiana in politica: «Sarebbe da pazzi scendere in campo quando c’è già il più forte di tutti. Se non succede qualcosa, Renzi vince per venti anni».
Resta da capire se la sortita del vice presidente Mediaset sia il frutto di un convincimento personale maturato nel tempo o di un eccesso di comunicazione su una materia così sensibile.
Di certo c’è che in una parte della famiglia e del management le sue parole sono giunte inaspettate: perchè un conto è invitare il governo a non caricare di ulteriori norme un settore come quello televisivo già gravato da molti vincoli, altra cosa è gareggiare con Murdoch nel sostenere il premier tramite la tv.
E comunque non è questo che preoccupa Marina Berlusconi, quanto l’imminente sentenza sul «caso Mediatrade» che riguarda anche il fratello, e che viene vissuta con l’ansia di chi sente la propria famiglia «sotto assedio».
È una spada di Damocle che va ad aggiungersi a quella posta sul capo del padre, in appello sul «caso Ruby».
Luglio si preannuncia come un mese cruciale per la famiglia Berlusconi e per il suo impero: diviso tra i verdetti giudiziari e la necessità di decidere se restare in Spagna nella pay-tv con un forte investimento o vendere a Telefonica uscendo da quel mercato.
Ed è evidente che in quel mondo oggi la politica non è più prioritaria, che la tutela delle imprese val bene il sacrificio della politica.
Se definitivo o momentaneo si vedrà .
Per ora Pier Silvio «tifa» Renzi, a cui – come racconta Doris – «la storia è caduta addosso»: «E il premier può davvero inaugurare un lungo ciclo, grazie anche a Silvio Berlusconi, che con spirito di sacrificio sta appoggiando il percorso delle riforme. Ma alle parole Renzi dovrà far seguire i fatti. Perchè se l’economia non dovesse ripartire, ne pagherebbe le conseguenze».
«La cosa peggiore è deludere le promesse», ha detto l’altra sera Pier Silvio.
Sta in questo frammento l’unico margine di ambiguità , quasi che il tifo celi in realtà una sfida.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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