Destra di Popolo.net

A LA7 ARRIVA ANCHE FLORIS, MA LA RETE E’ GIA’ SATURA DI TALK SHOW

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

L’EMITTENTE DI CAIRO HA GIA’ UN PALINSESTO NUTRITO, DA SANTORO ALLA INNOCENZI, DA PARAGONE ALLA GRUBER, DA FORMIGLI A MENTANA

Solo una settimana fa, il lunghissimo balletto degli ultimi mesi sembrava destinato a concludersi con un accordo. Oggi, invece, la Rai ha annunciato l’addio di Giovanni Floris alla tv pubblica con un comunicato scarno: “Dopo dodici anni di conduzione di Ballarò e dopo una proficua esperienza quasi ventennale in azienda, Giovanni Floris lascia la Rai che, nel ringraziarlo per il lavoro svolto, gli porge i migliori auguri per il suo futuro professionale”. Stop. Fine delle trasmissioni.
E per quanto riguarda il futuro professionale del conduttore del talk politico di RaiTre, in realtà  possiamo parlare di presente: è stato già  raggiunto l’accordo con La7, con Floris che passa nella squadra di Urbano Cairo con un contratto faraonico di 4 milioni di euro per tre anni.
Offerta decisamente maggiore rispetto a quella di viale Mazzini (meno di due milioni per la stessa durata del contratto), e nonostante le trattative serrate continuate fino all’ultimo, la Rai non ha accettato le condizioni economiche chieste dal giornalista.
Del probabile addio di Giovanni Floris si parlava ormai da mesi, e le voci si erano fatte più insistenti dopo il battibecco avuto in diretta tv con Matteo Renzi.
Ospite di Ballarò, il premier era stato incalzato sulla Rai e sulla decisione del governo di prelevare 150 milioni di euro dalle casse della televisione pubblica, con un Floris iper-aziendalista che chiedeva conto di una mossa che avrebbe potuto favorire Mediaset, svuotando le già  disastrate casse Rai.
Forse per questo, durante la trattativa, il giornalista aveva chiesto un compenso milionario.
Nelle ultime settimane, poi, si era diffusa la notizia di una trattativa tra il giornalista e Mediaset, ma lo stesso Piersilvio Berlusconi aveva smentito tutto.
Oggi, però, la svolta definitiva e il passaggio a La7, dove Floris ritroverà  Maurizio Crozza, ma dovrà  ritagliarsi uno spazio adeguato in una rete già  satura di talk show: gli innumerevoli speciali di Enrico Mentana, Servizio Pubblico di Michele Santoro, La Gabbia di Gianluigi Paragone, Otto e mezzo di Lilli Gruber, Piazzapulita di Formigli, la sorpresa di fine stagione AnnoUno di Giulia Innocenzi e tutti gli altri programmi di approfondimento politico del mattino.
Abituato a essere la stella incontrastata della politica su RaiTre, il neomilionario Giovanni Floris saprà  adattarsi a una realtà  decisamente più piccola come La7?
E chi già  gode di rendite di posizione conquistate negli anni, anche in quelli più bui, quando La7 non andava così di moda, vorrà  cedere il proprio spazio, guadagnato con così tanta fatica?
Non resta che attendere, settembre è dietro l’angolo.

Domenico Naso

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FLORIS “BALLERA'” A LA 7: ADDIO ALLA RAI E CONTRATTO DA 4 MILIONI IN TRE ANNI

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

IL CONDUTTORE; “ALLA RAI DEVO TUTTO, MA RIMETTERSI IN GIOCO E’ GIUSTO”… POTREBBE ESSERE SOSTITUITO DA GERARDO GRECO DI AGORA’

Ora è ufficiale. Giovanni Floris lascerà  la Rai per andare a far parte della squadra di La7. “Dopo dodici anni di conduzione di Ballarò e un’esperienza quasi ventennale in azienda, Floris ci lascerà ”.
Annuncia in un comunicato l’azienda nazionale che “nel ringraziarlo per il lavoro svolto, gli porge i migliori auguri per il suo futuro professionale”.
Anche se qualche anno fa Repubblica aveva confermato che il conduttore aveva raggiunto un accordo con il direttore generale della Rai Luigi Gubitosi, dell’addio di Floris al servizio pubblico si parlava da settimane, anche in riferimento a possibili passaggi a Mediaset, smentiti due giorni fa dal vicepresidente Pier Silvio Berlusconi.
Secondo indiscrezioni, la tv di Stato gli avrebbe proposto 1,8 milioni mentre l’offerta di Urbano Cairo sarebbe stata almeno doppia.
La tv pubblica, infatti, pur essendo pronta a venire incontro alle richieste del giornalista sul piano editoriale allungando il programma fino a mezzanotte e proponendogli una striscia quotidiana su Rai3, non era disposta ad accettarne le pretese economiche, rimanendo ferma sul compenso precedente di circa 1,8 milioni in tre anni.
Secondo le voci che circolano a Viale Mazzini, da La7 sarebbe arrivata invece un’offerta di 4 milioni in tre anni.
Floris aveva avuto di recente una discussione con il premier Matteo Renzi durante una puntata di Ballarò sui tagli che il governo avrebbe fatto all’azienda pubblica.
“I tagli toccano anche a voi della Rai”, aveva detto il premier al conduttore di Rai 3.
“L’improvviso addio di Floris è molto grave“, ha commentato   il deputato del Partito democratico e segretario della commissione di vigilanza Rai, Michele Anzaldi.
“La trattativa della Rai è stata gestita in maniera decisamente discutibile. I vertici devono venire immediatamente in commissione di vigilanza per chiarire come sono andate le cose”.
Anzaldi continua sottolineando l’importanza di Ballarò per il palinsesto del servizio nazionale, e si interroga sulle possibili ragioni dietro quest’improvviso passaggio di rete: “Sarebbe grave se si scoprisse che non vi sono solo ragioni economiche dietro la scelta di chiudere la collaborazione con il conduttore”.
Vertici dell’azienda interpellati anche dal sindacato dei giornalisti Rai Usigrai, che chiede a Viale Mazzini “un’azione di verità  su costi, ingaggi e perdite di credibilità ”.
Mentre Maurizio Gasparri si domanda se possa essere in corso un editto di Renzi contro il conduttore: “Floris va via dalla Rai perchè ha avuto il coraggio di fare domande scomode a Renzi? C’è un editto sul conduttore di Ballarò?”.
In apertura dell’edizione serale, il direttore del TgLa7, Enrico Mentana, puntualizza che “c’è un accordo in corso ma nulla è ancora stato concluso“.
“Essendo una materia delicata è inutile mettere bandierine fino a che non si è raggiunta la vetta — continua Mentana -. Ma sarebbe bello avere anche Floris in squadra nel caso la trattativa si chiudesse”.
Rispetto alle motivazioni di questa scelta, Floris non attribuisce alcuna colpa all’azienda pubblica: “Gli devo tutto, ma rimettersi in gioco è salutare e giusto” non solo per me, ma anche “per il pubblico che mi ha sempre seguito e sostenuto”.
Quanto al prossimo conduttore di Ballarò, il direttore di Rai3 Andrea Vianello non si esprime ed è possibile che punti ad un nome esterno, anche se a viale Mazzini danno in pole position conduttore di Agorà , Gerardo Greco.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“DA SILVIO UNA RESA A RENZI”: CRESCE LA PROTESTA IN FORZA ITALIA

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

IL LEADER RICHIAMA ALL’ORDINE I DISSIDENTI, MA IL MALUMORE DILAGA PER L’ACCORDO SULLA RIFORMA DEL SENATO

«Una resa». Due parole, sconsolate e rassegnate, saltano di bocca in bocca tra i parlamentari di Forza Italia in attesa dell’incontro con Berlusconi.
A Montecitorio, stranamente movimentato di giovedì pomeriggio, i forzisti di tutte le sfumature ripetono queste due parole.
Poi c’è pure chi ne aggiunge una terza: «Una resa incondizionata».
Si fa riferimento all’accordo chiuso tra il Cavaliere e Renzi sulle riforme costituzionali e sulla legge elettorale. I dissidenti saranno chiamati all’ordine: da Brunetta a Minzolini, fino a quei quasi 40 senatori che vogliono un Senato elettivo.
L’incontro di stamane tra il premier e l’ex premier ha sigillato l’intesa del Nazareno, quando i due si incontrarono nella sede del Pd e si discusse soprattutto di legge elettorale.
A gennaio si stabilì come doveva essere cambiato il Senato per superare il bicameralismo perfetto.
Allora si disse – genericamente – che quella parte del Parlamento non doveva essere eletta direttamente dal popolo, ma essere espressione delle autonomie. Ora ci saranno tanti piccoli aggiustamenti di composizione e di competenze, ma quell’idea rimane: ed è l’idea tutta partorita a Palazzo Chigi e che Forza Italia sostanzialmente sta trangugiando.
Altra storia è invece la legge elettorale: su questa Berlusconi era stato più chiaro.
Ha accettato obtorto collo il doppio turno ma ha ottenuto una serie di sbarramenti per i piccoli partiti che saranno costretti ad allearsi con il vecchio padre padrone del centrodestra, pena l’irrilevanza e l’impossibilità  di eleggere un deputato.
E poi le liste bloccate, niente preferenze.
Un’altra delle richieste di Berlusconi che il segretario del Pd ha sottoscritto nonostante la ribellione all’interno del suo partito e le richieste da parte dei 5 Stelle.
Ecco, questo impianto è rimasto, a cominciare dalle liste bloccate che consentono ai padroni dei partiti di decidere chi mettere in lista.
Niente preferenze che permettano ai “ras” di alzare la testa, come pensava di fare Fitto alle Europee (ha preso quasi 240 mila voti e ha chiesto le primarie, ma Berlusconi non gliele vuole dare).
Ora la «resa» è consegnata all’assemblea dei parlamentari di Forza Italia ed è Berlusconi in persona a spiegarla con effetti speciali ai quali nel suo partito però nessuno crede più.
Prima di entrare nella sala della Regina le varie sfumature berlusconiane spiegavano che il Cavaliere non ha più la forza del leone, ora che pure Pier Silvio si è arruolato ai “laudatores” di Matteo.
Il padre, come sempre il più perspicace, lo aveva fatto per primo. E poi ha altro a cui pensare. Per sè (il processo Ruby con sentenza il 18 luglio) e per suo figlio Pier Silvio (processo Mediatrade) .

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)

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LIVORNO, FARSA CINQUESTELLE: IL SINDACO REVOCA LA NOMINA DI UN ASSESSORE DOPO 24 ORE

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

A UN MESE DALL’ELEZIONE GIUNTA ANCORA IN ALTO MARE… SELEZIONATA E POI MESSA DA PARTE LA TITOLARE DELLA DELEGA ALLA MOBILITA’: “ERA CANDIDATA CON L’ALTRA LISTA”… E SE NE SONO ACCORTI SOLO DOPO LA NOMINA?

La prima in consiglio comunale senza giunta, una squadra di assessori che ancora non c’è a quasi un mese dalla storica vittoria al ballottaggio contro il Pd e ora la nomina e la revoca a uno dei (pochi) assessori selezionati (su 900 curriculum) nel giro di 24 ore. L’inizio del mandato non è certo quello che il sindaco M5s Filippo Nogarin aveva sognato.
L’ultimo caso è stato quello dell’architetto Simona Corradini che Nogarin aveva scelto come assessore alla mobilità  e al commercio: era stata scelta dal sindaco tra i 900 curriculum arrivati e nonostante non avesse i “requisiti minimi” necessari per partecipare alla selezione pubblica lanciata a metà  maggio dal Movimento 5 Stelle.
La Corradini infatti si era candidata al consiglio comunale di Livorno con la lista civica di sinistra Città  Diversa e le regole della selezione escludevano però di poter prendere in considerazione soggetti che si fossero candidati in altre liste.
“Vista la consistenza e lo spessore del curriculum” il sindaco aveva però deciso di fare “un’eccezione”: “Mi assumo io la responsabilità  di questo passo — aveva dichiarato Nogarin martedì scorso al momento della nomina — sarebbe un peccato privarsi di una professionalità  così alta. L’architetto ha presentato un curriculum di 8 pagine ricco di titoli, pubblicazioni e docenze”.
Ma dopo 24 ore la marcia indietro. Non solo per le polemiche, ma anche per quello che viene definito “aperto confronto” con la sua maggioranza, i 20 M5s che siedono in consiglio comunale.
“Nogarin — si legge in una nota del Comune — dopo un aperto confronto con i consiglieri di maggioranza è tornato sui suoi passi stroncando così sul nascere ogni polemica”.
Tutto da rifare quindi.
Nelle prossime ore ripartiranno quindi i colloqui per scegliere un nuovo assessore al commercio e alla mobilità . “
Il lavoro per arrivare a definire la squadra di governo sembra procedere a rilento. L’ingegnere aerospaziale che è riuscito a sconfiggere il centrosinistra al ballottaggio si è insediato ufficialmente a Palazzo civico l’11 giugno scorso.
La giunta pentastellata è al momento composta soltanto dal vicesindaco Stella Sorgente (che ha le deleghe all’istruzione e alle politiche giovanili) e dall’assessore all’Urbanistica e allo Sviluppo Economico Alessandro Aurigi.
Il resto della squadra è ancora tutto da trovare.
“I colloqui sono in corso, a breve saranno ufficializzate altre deleghe. Serve calma. Il caso Corradini è stato causato anche dalla troppa pressione”.
Troppa pressione dopo un mese?

David Evangelisti
(da “il Fatto Quotidiano”)

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MILANO, LA PROVINCIA DECADE MA ARRIVANO ASSUNZIONI E CONSULENZE LAST MINUTE

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

SI E’ SISTEMATO IL CERCHIO MAGICO DEL PRESIDENTE PODESTA’: POSTI E STIPENDI NELLE SOCIETA’ CONTROLLATE… COMPRESA LA PEDEMONTANA CHE NON HA FONDI PER ULTIMARE I CANTIERI

Una, la Pedemontana, rischia di dover bloccare i cantieri perchè non ha soldi per terminare infrastrutture fondamentali per la viabilità  in regione.
L’altra, la Serravalle, ha avuto un crollo di valore dopo anni di gestione dissennata.
Eppure nelle due società  della Provincia di Milano c’è sempre un posto e uno stipendio se sei nel cerchio magico del presidente Guido Podestà .
Fino a pochi giorni fa, per consiglieri comunali e provinciali del Nuovo centrodestra, per assistenti del presidente e funzionari della provincia, Pedemontana e Serravalle sono state un porto sicuro al riparo dalle turbolenze della politica.
Mentre il componenti di Palazzo Isimbardi è decaduto con l’ultima seduta dello scorso 23 giugno, due suoi componenti avevano già  trovato una scrivania libera in Pedemontana.
Il consigliere provinciale Paolo Gatti, Ncd, presidente della commissione Urbanistica, per esempio, è stato assunto lo scorso 16 aprile 2013 con un contratto a tempo determinato che scadrà  nell’aprile 2015.
«Ho saputo del bando pubblicato sul sito di Pedemontana – conferma – Mi occupo dei rapporti con le amministrazioni locali interessate ai lavori, guadagno circa 1.500 euro netti al mese».
Una sua collega di partito, Maria Maddalena Scognamiglio, passata dall’Italia dei Valori a Forza Italia e poi finita in Ncd, è stata assunta in Pedemontana lo scorso 7 gennaio e ci rimarrà  fino al 31 dicembre 2016.
Nel palazzo di Milanofiori ad Assago troveranno Gianbattista Fratus, che ha avuto un contratto a tempo determinato già  nel dicembre 2012.
Fratus, consigliere provinciale della Lega dal 2009, candidato del Carroccio a sindaco a Legnano nel maggio 2012, e da allora consigliere comunale, resterà  in Pedemontana almeno fino al dicembre 2015, quando scadrà  il suo contratto.
«C’era un bando per una posizione da contabile. Avendo lavorato 35 anni in un’azienda privata, ho fatto la domanda col curriculum, poi dei colloqui – spiega – Sono all’ufficio acquisti. Guadagno 1.500 euro mensili più straordinario».
Fratus smentisce collegamenti con la politica. «Ero già  in Provincia, ma ho fatto i colloqui normalmente con il direttore e con l’ufficio del personale. Con l’amministratore delegato di Pedemontana, Marzio Agnoloni, ho parlato solo quando c’è stata la firma».
È invece a tempo indeterminato, dal primo luglio 2013, il rapporto di lavoro di un altro fedelissimo di Podestà , Marcovalerio Bove, ora capogruppo Ncd in Comune a Palazzo Marino.
Bove, ex consigliere in Zona 5, è stato assunto come impiegato.
«Ero già  a tempo determinato in un’altra azienda – spiega Bove – Quando ho fatto il passaggio ho chiesto di mantenere lo stesso contratto, senza aumenti. La mia è stata solo una scelta professionale».
Marcovalerio è figlio dell’ingegnere Luigi Bove, consulente di Serravalle e amico di Podestà . Il comitato elettorale del consigliere comunale, alle ultime amministrative, era in via Scarlatti 30, sede delle società  del presidente della Provincia.
Bove junior respinge però qualsiasi sospetto di favoritismi da parte di Podestà .
«Ho una laurea in Bocconi e un percorso professionale chiaro. Ho partecipato a un bando pubblicato sul sito di Pedemontana, in un momento di grande espansione della società ».
Dello stesso gruppo di collaboratori del presidente fa parte anche Marzio Ferrario, 26 anni, assistente politico di Podestà  prima di essere nominato assessore alle Partecipate, qualche giorno fa, nel rimpasto di una giunta che decadrà  a dicembre.
E dopo aver lavorato a fianco di Podestà , come segretaria con un contratto a termine, due giorni fa – il primo luglio – è stata assunta in Pedemontana anche Clara Tessarin.
Il suo contratto scadrà  il 30 giugno 2015.
Una storia a sè è quella di Adriana Rita Pavin, una dipendente di Palazzo Isimbardi di 71 anni, andata in pensione.
La donna, amica della famiglia Podestà , l’11 ottobre 2013 ha ottenuto un “conferimento di incarico gratuito di collaboratore di staff del presidente”, «considerato – si legge nell’atto – che occorre avvalersi di una figura professionale idonea a fornire supporto al presidente con particolare riferimento alle attività  di comunicazione con interlocutori istituzionali e con i cittadini».
Un mese dopo, a novembre, Pavin ottiene però un altro incarico, questa volta ben retribuito, da Serravalle.
Una consulenza “aziendale” da 30mila euro per dieci mesi, scadenza il prossimo settembre, per “supporto nelle relazioni istituzionali, accademiche, commerciali e internazionali”.
In Serravalle, società  che negli ultimi anni ha visto andare a picco il suo valore, ha trovato posto anche Leone Talia, un funzionario della prefettura passato poi in Provincia.
Dopo tre anni da responsabile del settore Appalti, è stato assunto nel dicembre 2012 come risk manager in Serravalle.
«C’era un bando, ho partecipato a una normale selezione di cui sono venuto a conoscenza. Ho una posizione da quadro. Talia ha partecipato anche alla campagna elettorale di Podestà . «Conosco bene Podestà  e lo stimo – replica lui – È una gran brava persona, per tre anni ho lavorato molto bene».
In Serravalle l’ultima new entry ha un nome noto.
Almeno a chi conosce la storia di Afol, l’Agenzia di formazione e orientamento al lavoro, finita sotto accusa da parte della Corte dei conti per le assunzioni e le consulenze fuori controllo, oggetto di numerose denunce in consiglio da parte del consigliere provinciale Massimo Gatti (Rifondazione). Di Afol, dal settembre 2012, dopo essere stata inserita dal 2010 in cda da Podestà , è presidente Silvia Sardone.
Che oggi compare fra le più recenti assunzioni in Serravalle. Ha un contratto a tempo indeterminato da impiegato, ha preso servizio da due giorni come “specialista in risorse umane”. «Afol è un incarico politico a zero euro, in Serravalle invece ho partecipato a una selezione pubblica – si difende Sardoni, 32 anni – Ho due figli, una laurea e un dottorato di ricerca, ho cercato un lavoro e ho ottenuto questo posto. Non voglio essere discriminata perchè faccio politica».

Sandro De Riccardis

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“COSI’ FUNZIONAVA LA MACCHINA DEL FANGO”: VITTORIO FELTRI COINVOLGE BERTONE, SALLUSTI E LA SANTANCHE’

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

CASO BOFFO: A PASSARE LE CARTE AL QUOTIDIANO DI BERLUSCONI FURONO LA PITONESSA E BISIGNANI…ECCO I PROTAGONISTI DEL FALSO SCOOP CHE FECE SALTARE IL DIRETTORE DI “AVVENIRE”

«Bertone, Bisignani, Santanchè… Fu Alessandro Sallusti a dirmi che la fonte della velina su Dino Boffo era il cardinale Tarcisio Bertone, che l’aveva data a Luigi Bisignani e Daniela Santanchè. Poi era arrivata a Sallusti. È questo quello che ho raccontato ai magistrati. Davanti ai pm si deve dire la verità ».
Vittorio Feltri non ci pensa un secondo a rispondere alla domanda e in un’intervista esclusiva conferma a “l’Espresso” quello che lui stesso confidò due anni fa a un giudice della procura di Napoli, quando raccontò per la prima volta l’origine del finto scoop che costrinse l’allora direttore di “Avvenire” alle dimissioni.
Nessuno prima di oggi sapeva che nel 2012, in effetti, il pm Gianfranco Scarfò in forza alla procura partenopea chiamò Feltri in gran segreto nei suoi uffici sotto il Vesuvio, per interrogarlo come persona informata sui fatti.
Il magistrato stava cercando di capire chi era entrato nel casellario giudiziario per cercare informazioni su Boffo, e chiese così al giornalista quale fosse la genesi della notizia infamante pubblicata il 28 agosto 2009 sulla prima pagina de “Il Giornale”, nella quale il direttore del quotidiano cattolico veniva descritto come “noto omosessuale attenzionato dalla polizia”.
«Dissi al pm che la catena era Santanchè, Bisignani, Bertone… è quello che mi fu detto da Sallusti, quando lui era condirettore», ricorda Feltri.
«Dopo, non so se fosse vero… Io ero il direttore, e mi sono fidato senza pormi tanti problemi. Mi sembrava che fosse assolutamente credibile. Però io non so se posso dirvi queste cose, il magistrato mi chiese di non raccontarle a nessuno… Anche se dopo tanto tempo, forse, si possono dire».
A cinque anni di distanza dalla pubblicazione della velina che distrusse la carriera di Boffo e annichilì quella parte della Chiesa avversa alla morale libertina dell’allora premier Silvio Berlusconi, “l’Espresso” è così in grado di ricostruire la vicenda, indicando per nomi e cognomi presunti mandanti, complici e esecutori materiali dell’assassinio mediatico di Dino Boffo.
A fine agosto 2009 “Il Giornale” pubblicò spezzoni di due documenti.
Uno, autentico, riguardava una faccenda già  raccontata in passato da “Panorama”: «il supermoralizzatore Boffo» nel 2004 era stato infatti querelato da una giovane ragazza di Terni per molestie telefoniche, una vicenda che si concluse con una multa da 516 euro e un decreto penale di condanna.
Il secondo documento pubblicato da Feltri era invece una velina anonima, mai allegata agli atti del Tribunale di Terni, in cui Boffo viene indicato, appunto, come un omosessuale «attenzionato dalle forze dell’ordine».
“Il Giornale” la definisce un’informativa di polizia, e azzarda una tesi: Boffo avrebbe avuto una relazione non con la giovane Anna, ma con il suo fidanzato. La lettera è un falso totale.
«C’era una fotocopia dove si raccontavano certi fatti, io ho dato un’occhiata», ammette Feltri a “l’Espresso”.
«Quando ho saputo che la fonte era quella ovviamente mi sono fidato. Poi non lo so… visto quello che è successo facevo bene a non fidarmi. È facile dirlo dopo, ma quando il tuo condirettore ti viene a dire una cosa del genere, non è che metti in dubbio la sua parola. Nel pomeriggio mi hanno detto che era tutto tranquillo, tutto normale. Io ho dato il via alle pubblicazioni senza la minima preoccupazione. Ho detto al magistrato che Sallusti mi disse che l’origine di quella velina era Bertone. Non potevo fregarmene di questa roba, mi ha detto che la fonte, la provenienza era quella. Mi sono fidato».
Oltre a Bertone, Feltri (che al “Foglio” spiegò che la velina gli era arrivata «da una personalità  della Chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente») ha dichiarato al magistrato che Sallusti gli fece anche i nomi del faccendiere Luigi Bisignani, da poco condannato per associazione a delinquere per l’inchiesta P4, e Daniela Santanchè, che sarebbero stati una sorta di “passacarte” per conto del prelato.
Una volta davanti al magistrato l’attuale direttore de “Il Giornale” ha negato in toto la versione del suo vecchio maestro.
Il pm Scarfò non ha mai depositato le testimonianze, nè quella di Feltri ne quella di Sallusti. L’inchiesta ha finora portato alla sbarra solo un cancelliere del palazzo di giustizia di Santa Maria Capua Vetere, Francesco Izzo, accusato di accesso abusivo al sistema informatico: è lui l’uomo che – secondo il magistrato – a marzo 2009 consultò indebitamente il casellario per estrarre i precedenti penali di Boffo.
Dopo due anni, il processo è alle fasi finali, in attesa della requisitoria del pm. Sarà  probabilmente l’unico a pagare.
A parte Feltri, sospeso dall’Ordine per tre mesi. «Ho pagato io solo come sempre succede» chiude Feltri. «C’è quel cretino del direttore che ci va di mezzo. È normale… Ho sbagliato a fidarmi, evidentemente. Ma talvolta capita, nella vita, di fidarsi».

Emiliano Fittipaldi e Nello Trocchia
(da “L’Espresso“)

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NIENTE FLESSIBILITÀ, I TEDESCHI ATTACCANO RENZI A STRASBURGO

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

TRAUMATICO DEBUTTO DEL SEMESTRE EUROPEO…. MR. SPOCCHIA:“NON PRENDO LEZIONI”

Il semestre di presidenza dell’Unione europea da parte dell’Italia non poteva cominciare peggio, con il premier Matteo Renzi sotto attacco dei tedeschi e la grande coalizione europea tra socialisti e popolari che vacilla, mettendo a rischio la conferma di Jean Claude Juncker alla guida della nuova Commissione europea.
Il premier Matteo Renzi arriva a Strasburgo per la seduta inaugurale della legislatura e per presentare il programma dell’Italia dei prossimi sei mesi.
Dodici minuti di intervento che saranno ricordati per l’espressione “generazione Telemaco”, quella dei figli (il padre di Telemaco era Ulisse) che deve “meritarsi il peso dell’eredità ”.
Un discorso che ottiene applausi, ma prudente: nessun riferimento esplicito alla necessità  di rivedere i trattati sul rigore, nessuna rivendicazione del (presunto) successo ottenuto al Consiglio europeo della settimana scorsa, riforme in cambio di flessibilità , nessuna denuncia delle inadempienze europee nelle tragedie dei migranti.   L’attacco di Manfred Weber arriva a freddo: il capogruppo del Partito popolare europeo (i conservatori) colpisce proprio sulla flessibilità : “Abbiamo imparato due lezioni dalla crisi: dobbiamo rimanere fedeli alle regole e applicarle, il debito non è la soluzione”.
E per essere più esplicito: “La flessibilità  di bilancio è la strada sbagliata”.
Weber è un ingegnere tedesco di 42 anni che da dieci è europarlamentare, uomo forte della Csu in Baviera, è considerato il leader emergente della Germania in Europa, l’uomo su cui Angela Merkel si appoggia per controllare il Parlamento, oltre alle altre istituzioni europee.
A Strasburgo i dibattiti sono sempre tosti, i parlamentari sono più preparati dei loro omologhi nazionali e pronti a dare battaglia nel merito dei dossier più che sulla comunicazione (le tv contano meno).
Ma un attacco come quello di Weber non era atteso.
Renzi non la prende bene. Il premier sperava in una partenza più tranquilla, tanto che si era prenotato la puntata speciale di Porta a Porta per celebrare il suo lancio europeo. E invece Weber trasforma l’inizio della presidenza italiana in quella che potrebbe essere la prima crisi della grande coalizione europea tra popolari, socialisti e liberali. Interpretazione minimalista: Weber è appena diventato capogruppo, deve ancora prendere le misure, nella sua foga di parlare al suo elettorato tedesco ha scavalcato in intransigenza anche la posizione ufficiale di Berlino (la flessibilità  si può avere ma solo nel limite fissato dai trattati attuali).
Interpretazione più seria: lo scontro è profondo e porterà  alla bocciatura di Juncker come presidente della Commissione europea, il voto è il 16 luglio.
“Se cade il punto della flessibilità  non c’è il compromesso e cade l’accordo su Juncker” , dice Gianni Pittella, l’eurodeputato del Pd che è appena diventato capogruppo dei socialisti.
L’intervento di Weber, secondo Pittella, è “un passo falso” che “se fosse confermato metterebbe a rischio la collaborazione” tra Ppe e S&D” (il Pse ora si chiama Socialisti & democratici).
Martin Schulz invece prova a raffreddare: “Le parole di Weber non mettono in discussione l’accordo su Juncker”. E Renzi: “Non accettiamo lezioni”.
La questione è su due livelli.
Primo: la grande coalizione è più complessa da gestire del previsto, come dimostra il fatto che Schulz ha ottenuto 70 voti in meno del previsto nell’elezione alla presidenza. Dai socialisti spagnoli insidiati da Podemos (il partito degli indignati) alla destra francese dell’Ump assediata dal Front National, sono tante le componenti fuori controllo della maggioranza.
Il Parlamento in questa legislatura avrà  più poteri, ma sarà  anche molto più politico, quindi difficile da controllare.
Seconda questione: Ppe, Pse, e tutto il Parlamento hanno vinto la loro battaglia costringendo il Consiglio — cioè i governi nazionali — a indicare come presidente della Commissione il capofila del partito che ha preso più voti alle elezioni, Juncker del Ppe.
Una rivoluzione che ha fatto indignare la Gran Bretagna di David Cameron, è la prima volta che i leader si piegano al volere degli elettori, in una interpretazione estesa del trattato di Lisbona che dice solo di “tenere conto” del risultato del voto.
Juncker come simbolo della democrazia elettorale. Ma nessuno ama l’ex premier lussemburghese, nei giri brussellesi da vent’anni.
E ora che è stato affermato il principio, fissando il precedente, si potrebbe anche cambiare nome scegliendo qualcuno più gradito a destra e sinistra se il lussemburghese non prendesse la fiducia quando si presenterà  all’Europarlamento il 16 luglio.
Mentre Renzi ha un paio di mesi per tradurre in risultati concreti questo chiacchiericcio sulla flessibilità : con una crescita del Pil per il 2014 stimata a +0,2 per cento invece che lo 0,8 con i tagli alla spesa pubblica molto difficili da fare e con le coperture strutturali degli 80 euro ancora da trovare, al premier servono margini di manovra per evitare di dover fare tagli e tasse alla vigilia del 2015.
L’anno in cui potrebbe essere costretto a chiamare le elezioni anticipate, sia che le riforme istituzionali falliscano sia che vengano completate.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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UN CAFONE A STRASBURGO: RENZI SALTA LA CONFERENZA STAMPA, STUPORE E PROTESTE DEI GIORNALISTI STRANIERI

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

“MANCANZA DI RISPETTO E CATTIVO ESEMPIO”… “FACILE PARLARE SENZA RISPONDERE ALE DOMANDE”… LA STAMPA STRANIERA ATTACCA IL PREMIER ITALIANO

“La conferenza stampa si doveva fare, no question”, sbotta il corrispondente della Bbc. “In democrazia non si possono saltare questi confronti, non mi ricordo un precedente simile”.
“Mancanza di rispetto per chi lavora”, non si tiene il giornalista tedesco di Deutsche Verkehrszeitung. “In questo modo Renzi ha dato subito il cattivo esempio nel contesto della presidenza italiana”.
Altrettanto seccata la collega di Agence Europe: “Facile presentare un programma senza rispondere ai giornalisti”.
Queste le reazioni della stampa internazionale alla scelta di Matteo Renzi di non tenere la tradizionale conferenza stampa dopo la presentazione del semestre di presidenza italiano al Parlamento europeo di Strasburgo.
Preferendo rientrare in Italia per partecipare a Porta a Porta in serata.
Stupore e proteste tra i giornalisti di tutta Europa, stipati in sala stampa per ascoltare il programma del premier italiano.
L’indiscrezione serpeggiava già  in mattinata, ma nessuno voleva crederci. L’incontro era stato programmato da giorni per le 17 nella briefing room del Parlamento. E la notizia che il presidente del Consiglio del Paese che eredita per sei mesi la guida del Consiglio Ue gestendone l’agenda politica non avrebbe tenuto il tradizionale confronto con i corrispondenti di quotidiani, tv, agenzie e siti web sembrava assurda. Eppure così è stato. Man mano che i rumor si sono concretizzati, è montata la rivolta. “Ma come? E noi come facciamo?”.
Inevitabili le richieste di informazioni ai giornalisti italiani, impossibile fornire risposte sicure.
Poi la conferma della cancellazione è arrivata dal neo eletto presidente del Parlamento europeo, il tedesco Martin Schulz.
Che, nel suo incontro con la stampa insieme al premier greco Antonis Samaras, presidente uscente del semestre greco, ha spiegato: “Niente conferenza a causa della fitta agenda di Renzi che deve rientrare immediatamente a Roma”.
Poi la battuta: “Se volete posso tenere la conferenza stampa per lui”.
Un’uscita che, si mormora, nasconde una certa irritazione del tedesco per la scelta di Renzi.
Comprensibili le critiche, anche perchè, visto che il Parlamento europeo si riunisce a Strasburgo solo una volta al mese e non sempre l’agenda dei lavori parlamentari è particolarmente interessante, molti giornalisti vengono in Francia esclusivamente in occasioni eccezionali.
La presentazione del semestre di presidenza da parte di un primo ministro è una di queste. Proprio per evitare le scontate ripercussioni sui rapporti con la stampa internazionale, lo staff del premier ha cercato fino all’ultimo di salvare il salvabile, ipotizzando almeno un veloce punto stampa dopo il discorso in Aula e all’uscita dell’emiciclo.
Ma anche questo appuntamento è saltato, visti i molti interventi degli eurodeputati. “Se ci teneva alla conferenza stampa non doveva fissare appuntamenti in prima serata in Italia”, osserva una giornalista di Agence France Press.
Non proprio un debutto da manuale, insomma.
Ma in linea con i preparativi del semestre, anch’esssi non all’altezza delle aspettative. E dire che, commentando le lacune della preparazione, fonti della presidenza italiana avevano spiegato i ritardi con la “esplicita volontà  di lasciare a Matteo Renzi l’onere e l’onore di delineare le priorità  italiane a Strasburgo il prossimo 2 luglio”.

Alessio Pisanò

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RENZI EVITA I GORNALISTI E SCAPPA A “PORTA A PORTA”

Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile

SALTA LA CONFERENZA STAMPA CON SCHULZ:   PREFERISCE IL COMIZIO IN TV… GIà€ SI PARLA DI ELEZIONI ANTICIPATE IN PRIMAVERA

Mancano pochi minuti alla fine del Tg 1 ed ecco che irrompe il collegamento.
Musica di “Via col vento” in sottofondo, appare lo studio di “Porta a Porta”.
Abito blu e cravatta rossa, Matteo Renzi, in piedi. Accanto a lui Bruno Vespa, anche lui in piedi.
Il premier chiarisce subito lo “spirito” della sua presenza: “Siamo andati in Europa, abbiamo detto le nostre cose. Ma il tempo in cui andavamo a farci fare le lezioncine è finito. Anche basta”.
Per dare la sua versione dei fatti sull’apertura di “’sto semestre”, Renzi ha fatto addirittura riaprire il salotto di Vespa.
Pre-meditando l’auto spottone, Matteo salta pure la conferenza stampa rituale a Strasburgo. E unisce l’utile al dilettevole: dove l’utile è la possibilità  di fare un comizio tv, il dilettevole è evitare di rispondere alle domande dei giornalisti europei. L’apertura del semestre però è stata tuttaltro che trionfale: ma Renzi non si perde d’animo. Porta avanti la sua filosofia: “Se facciamo l’Italia, questo paese lo portiamo fuori dalla crisi. Io sono molto tranquillo”.
Perchè “questi (i rigoristi europei, ndr) stanno facendo gli splendidi”.
Poi, il leit motiv preferito: “Era dal 1958 che nessuno prendeva tutti questi voti”. Vespa ascolta, intercala. Ogni tanto prova a fare più che qualche domanda qualche obiezione. Per esempio sulla casa. “Lei deve essere chiaro sull’Imu, sulla Tasi. Perchè tassare le case agli italiani sarebbe come tassare la birra o i wurstel ai tedeschi”, dice, pensando evidentemente alla sua villa a Ponza.
Renzi prende tempo. Scherza: “Avrei qualcosa da ridire sul paragone”.
Però, “non sono in condizione di prendere l’impegno sulla casa”. Divaga: “Posso farlo sulla dichiarazione dei redditi precompilata, sulla semplificazione…”.
E con la stessa abilità  si rifiuta di prendere in considerazione la velata critica sul fatto che sulla giustizia più che di riforma si è trattato di pochi appunti.
Ma il comizio entra nel vivo quando si parla della riforma del Senato.
Perchè al momento Renzi sa che si tratta dell’unico vero biglietto da visita che può offrire all’Europa.
E infatti l’ordine di scuderia alla Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama è stato chiaro: votare tutto il più presto possibile.
Non cambiare nulla, nodi rimandato all’Aula (come si affretta a promettere la Boschi sull’immunità ). E infatti, i lavori si sono velocizzati. Questo è l’accordo con Berlusconi. Che però va registrato.
Annuncia Renzi a Vespa: “Domani (oggi, ndr.) è il giorno in cui dovremmo incontrarci sia con Forza Italia che con i Cinque Stelle”.
Poi chiarisce di nuovo l’ordine di priorità  e di importanza, che non è cambiato. Vince il patto del Nazareno. Tant’è vero che il vicesegretario, Guerini quasi in contemporanea al premier dà  la linea, quella ufficiale: “Incontreremo i Cinque Stelle solo se rispondono ai dieci punti”.
La porta è aperta, ma decisamente secondaria. Ecco Renzi: “Berlusconi ha mantenuto tutti gli impegni. La vicenda è abbastanza ben incanalata su legge elettorale, Senato, Titolo V”.
Non a caso ieri Piersilvio diceva: “Come italiano e come imprenditore tifo per le riforme subito e per la fretta del governo. Renzi ha una chance unica e una grandissima responsabilità ”.
Oltre ad essere “il più bravo comunicatore dopo mio padre”. Qualche problema c’è e Renzi lo sa bene. Per esempio sulla legge elettorale: Forza Italia non ha nessuna intenzione di farsi scavalcare dai Cinque Stelle.
Non molla sull’impianto dell’Italicum. Renzi sceglie ancora: “Il problema del sistema elettorale di Grillo, il complicatellum, è che chi vince non governa”.
Quello del Nazareno resta l’asse privilegiato, al netto di sorprese di B. Anche perchè Matteo è in campagna elettorale: l’autunno si avvicina, il rischio di schiantarsi sulla manovra è concreto.
E allora, deve cercare di portare a casa almeno il sì del Senato alle riforme. E soprattutto la legge elettorale. Dopodichè si può anche votare, magari in primavera come alcuni cominciano a dire.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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