Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA STRUTTURA E’ GERARCHICA, MA LA SUA OPACITA’ NON AIUTA I SERVIZI A INDIVIDUARNE I CENTRI NEVRALGICI
Se non fosse per quel ghigno da predoni medioevali dediti a razziare, stuprare, massacrare gli
“infedeli”, l’organizzazione dello Stato islamico (Is) è tale da scusare la congettura che dietro alle orde di Al Baghdadi vi siano menti dotate di fine acume strategico.
Le Intelligence, prese alla sprovvista dall’avanzata dell’Is, s’affannano a indagare la struttura operativa del «gruppo terroristico meglio armato e finanziato della storia». Da quel po’ che emerge, tuttavia, si tratta di una struttura articolata, concepita per la «lunga durata».
L’«opacità » dell’Is, conclamata dai servizi segreti, non aiuta a individuarne i centri nevralgici, primo bersaglio per la sua sconfitta.
Si sapeva quasi nulla persino di Abu Bakr al-Baghdadi, l’autoproclamatosi califfo «di tutti i musulmani» prima che l’ex predicatore «dall’aspetto mite e dalla voce gentile» cresciuto in un misero sobborgo di Samarra in Iraq uscisse dall’ombra in luglio con una rara apparizione nella moschea di Mosul.
Non viene in soccorso nemmeno l’uso di pseudonimi dal richiamo leggendario (Abu Bakr, come il primo Califfo dopo Maometto) fra i luogotenenti, pescati per la ferrea sudditanza: in primis dai Paesi del Golfo – sauditi e emirati – , dal Caucaso e dai ranghi degli iracheni ba’athisti, ex agenti dei servizi o dell’esercito di Saddam.
Lo stesso Al Baghdadi all’anagrafe è in realtà Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri “Califfo” da appena due mesi (dal 29 giugno), Al Baghdadi ha ereditato una struttura rigorosamente gerarchica dal suo predecessore, Abu Omar al-Baghdadi.
Questi era stato, fino alla morte nel 2010, il leader dello Stato islamico d’Iraq creato nel 2006, l’antesignano dell’Is.
Gli embrioni del “califfato” erano già abbozzati.
Al vertice siede il “califfo”, con poteri assoluti sui consigli del governo, e di vita e di morte sui sottoposti.
Il braccio “operativo” è il Consiglio della Sharia, composto da sei membri come quello del califfo Omar ai tempi di Maometto.
Retto da tre “Mufti”, due sauditi e un salafita del Bahrain, controlla l’osservanza delle norme da parte degli organi governativi. Una Shura riunisce i ministri incaricati di dirigere la “pubblica amministrazione”, dalla guerra alle finanze con la pubblicazione, nientemeno, di un bilancio annuale.
Il Consiglio militare conta fra gli otto e i tredici membri; per capo ha un ceceno, Omar al-Shishani, noto per l’algida crudeltà .
Il Consiglio di sicurezza raccoglie gli aguzzini inviati ad abbattere rivali e dissidenti, e a formare gli “inghimassi”, guerriglieri kamikaze.
I Comitati della Sharia applicano la sanguinosa “giustizia” – decapitazioni, flagellazioni, amputazioni – nonchè la “promozione della virtù e la prevenzione dei vizi”, sul modello dell’Arabia Saudita.
Quel che più distingue Al Baghdadi dai suoi empi pari, ad ascoltare gli esperti, è la sinistra abilità nel trasformare un ramo cadetto di Al Qaeda fino al 2010 sull’orlo del disfacimento, in un’organizzazione globale dalla notevole capacità militare, dal forziere miliardario, e con schiere di mujaheddin.
Insediati i propri governatori nelle regioni conquistate, i propri imam nelle moschee, una cassa unica dove accumulare i bottini di guerra, tra furti dei tesori delle banche, tasse e taglieggi, saccheggi e sequestri, il “califfo” ha imposto il proprio regno del terrore in una regione transnazionale che conta già otto province a cavallo della Siria e dell’Iraq mentre procede verso Aleppo e i confini con la Turchia, già assestato sulle frontiere di Libano e Giordania.
Si racconta che al Baghdadi, prigioniero al Bucca Camp, il carcere Usa in Iraq, il giorno del rilascio abbia salutato il colonnello Kenneth King con queste parole: «Ci vediamo a New York». King ha confessato al Daily Beast di «non aver colto la minaccia, quel giorno».
Una distrazione davvero costosa.
Alix Van Buren
(da “La Repubblica”)
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Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
MARINA: “IL PARTITO NON PUO’ OSTACOLARE I NOSTRI INTERESSI, SE DIVENTA UN PESO MEGLIO LIBERARSENE”… PAROLA D’ORDINE: APPOGGIARE RENZI SENZA COINVOLGIMENTO DIRETTO
«Silvio, la situazione peggiora. L’economia non riparte. Per noi è fondamentale che il governo vada avanti. Tu devi aiutare Renzi, sostenerlo».
Villa San Martino, il board aziendale si trasforma nell’ufficio politico di Forza Italia.
Per due volte in pochi giorni Fedele Confalonieri e Ennio Doris, Gianni Letta, Marina e Piersilvio Berlusconi si alternano di fronte al Capo nel corso di summit riservati che interrompono relax e vacanze.
I top manager del berlusconismo indicano al Cavaliere la rotta. Avanti con l’esecutivo, senza un coinvolgimento diretto.
E l’ex premier, dopo qualche settimana di inconfessate tentazioni antigovernative, ammette che non esiste altra strada: «Se è quello che serve alle aziende, sosterremo Matteo ». Contestualmente, ordina ai suoi anche il black out delle polemiche: «Smettetela di attaccare Palazzo Chigi».
Da una parte Forza Italia, dall’altra alcune delle principali imprese del Paese: l’intreccio, come al solito, è inestricabile. «Il partito non può ostacolare i nostri interessi — è la linea di Marina — perchè se diventa un peso è meglio liberarsene…».
Anche le oscillazioni azionarie invitano alla prudenza. E impongono ai timonieri delle aziende di suggerire all’ex Cavaliere di procedere con i piedi di piombo.
I numeri parlano chiaro: dopo una primavera di curve ascendenti, ai primi di agosto Mediaset è precipitata ai livelli più bassi da un anno — se si esclude lo strappo di dicembre con il governo Letta — salvo recuperare qualcosa negli ultimi giorni.
Lo stesso vale per Mondadori, che ha perso posizioni in Borsa ed è inchiodata ai valori di settembre 2013.
Mediolanum, poi, ha risalito solo qualche gradino dopo più un mese in picchiata. «Serve stabilità premono Confalonieri e Doris altrimenti si fa dura»
L’”accerchiamento” aziendale non capita per caso. Un caldissimo luglio di battaglia sulle riforme ha mostrato tra i senatori azzurri una sacca di resistenza preoccupante, poco interessata ai diktat dei vertici.
Poi, in un agosto un po’ noioso — ma libero dall’incubo Ruby — l’ex premier ha addirittura valutato la pazza idea di stravolgere i piani, ribaltando il tavolo: «Renzi non sta rispettando quanto promesso. Se lo faccio cadere, si torna al voto. E noi, assieme al Pd, costruiamo un vero governo di larghe intese ».
Solo una suggestione? Probabile. Ma nel dubbio i figli maggiori — capitanati da Marina l’hanno preso sul serio: «L’esecutivo deve restare in piedi».
Il “come” l’ha suggerito Gianni Letta, impegnato come sempre a coltivare il dialogo con i vertici istituzionali: «Non è necessario entrare nell’esecutivo, basta aiutare Renzi quanto basta per non farlo cadere. E aspettare tempi migliori».
In fondo, Forza Italia si è già mostrata decisiva e non vede l’ora di continuare a farlo già di fronte all’ingorgo parlamentare di settembre e ad eventuali incidenti del governo sul dossier economico.
L’obiettivo di lungo periodo, però, resta quello di pesare soprattutto nel momento in cui si deciderà il successore di Giorgio Napolitano al Colle
Si procede così, allora. E gli umori della corte brianzola lo dimostrano.
«Come al solito toccherà al Presidente risolvere i problemi dell’Italia — ragionava qualche giorno fa l’ormai potentissima Maria Rosaria Rossi — e se davvero si prospetta un autunno caldo per il governo, beh, vorrà dire che ci toccherà aiutare Matteo… ».
Non a caso, dal quartier generale berlusconiano si dicono certi che Berlusconi sarà ricevuto da Renzi molto presto, alla ripresa dei lavori parlamentari di settembre.
Per discutere ufficialmente di riforme. Per ribadire, in realtà , la centralità di FI oltre lo steccato dell’opposizione .
Anche chi vive con disagio l’era renziana, come Renato Brunetta, si allinea e sulla Stampa arruola gli azzurri nel campo della coesione nazionale.
E pure una dura come Licia Ronzulli annuncia su Twitter: «FI non usa politica del “tanto peggio tanto meglio”, se ci sono misure utili per lo sviluppo e la crescita Paese, il dialogo è aperto». Raffaele Fitto, invece, continua a tessere silenziosamente la tela dell’opposizione interna, sostenuto dall’ala meridionale del partito. «Con il Presidente avremo altri incontri, ci confronteremo…»
Strategie e distinguo che interessano poco all’ex premier, allarmato per lo stato di salute delle aziende. Qualche ora libera, invece, preferisce investirla sul giocattolo che lo diverte di più, il Milan, nonostante anni amari e avari di vittorie.
La cessione di Mario Balotelli al Liverpool l’ha come sollevato, dopo che un Mondiale da incubo ha rischiato di “svalutare” l’attaccante: «E invece l’abbiamo venduto bene (20 milioni di euro, ndr) e ci siamo liberati del suo ingaggio. Sono felice — ha spiegato nelle ultime ore — finalmente è andato via. Non è uomo da Milan, è ingestibile. Anzi, è uno che distrugge lo spogliatoio. Non è altro che un “Cassano due”…».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Agosto 26th, 2014 Riccardo Fucile
UN DEDALO DI RIMPALLI, RIMANDI, COMMI E CAVILLI: IL PALLEGGIO CAMERA-SENATO SOPRAVVIVE
Questa volta Calderoli ha esagerato per difetto. 
La schiforma costituzionale approvata l’8 agosto dal Senato non è una merdina, come graziosamente l’ha definita nelle sue vesti di relatore, cioè di esperto. È una merdaccia sesquipedale.
E non solo per il contenuto (i senatori non più eletti dai cittadini, ma nominati dai consigli regionali, l’immunità , l’innalzamento delle firme per le leggi popolari da 50 a 150 mila).
Ma anche per la forma. Che, com’è noto, è anche sostanza: una prosa che pare uscita dalla penna di un malato di mente in avanzato stato di ubriachezza, in un dedalo di rimandi, rimpalli, commi, cavilli, circonlocuzioni, supercazzole burocratesi che deturpano anche l’estetica della Costituzione, nota finora per la cristallina chiarezza e la sintesi tacitiana.
Prendiamo solo tre dei 47 articoli “riformati” da questi squilibrati: il 70, il 71 e il 72, che illustrano l’iter di formazione delle leggi.
L’attuale articolo 70 conta 9 parole: quello nuovo 363.
L’art. 71 quadruplica, da 44 a 171 parole.
Il 72 le raddoppia: da 190 a 379.
Roba da regolamento condominiale, non da Carta costituzionale.
Si dirà : ma d’ora in poi finisce il bicameralismo perfetto. Sì, buonanotte: il palleggio Camera-Senato (e di nuovo Camera e di nuovo Senato, in caso di leggi emendate strada facendo) sopravvive “per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali in materia di tutela delle minoranze linguistiche, di referendum popolare, per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, secondo comma, lettera p), per la legge di cui all’articolo 122, primo comma, e negli altri casi previsti dalla Costituzione”.
E le altre leggi? “Sono approvate dalla Camera dei deputati”. Quindi il Senato non le tocca più? Magari: “Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata”.
Cioè la Camera, a maggioranza semplice, può infischiarsene delle modifiche proposte dal Senato. Ma non sempre: fanno eccezione “i disegni di legge che dispongono nelle materie di cui agli articoli 114, terzo comma, 117, commi secondo, lettera u), quarto, quinto e nono, 118, quarto comma, 119, terzo, quarto, limitatamente agli indicatori di riferimento, quinto e sesto comma, 120, secondo comma, e 132, secondo comma, nonchè per la legge di cui all’articolo 81, sesto comma, e per la legge che stabilisce le forme e i termini per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea”: in questi casi, per snobbare le indicazioni del Senato, la Camera deve votare a maggioranza assoluta.
Senza dimenticare che “i disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.
Per tali disegni di legge le disposizioni di cui al comma precedente si applicano nelle medesime materie e solo qualora il Senato della Repubblica abbia deliberato a maggioranza assoluta dei suoi componenti”.
E non è mica finita, perchè “il Senato della Repubblica può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei deputati di procedere all’esame di un disegno di legge. In tal caso, la Camera dei deputati procede all’esame e si pronuncia entro il termine di sei mesi dalla data della deliberazione del Senato della Repubblica”.
Tutto chiaro, no?
Quindi, ricapitolando. Il disegno di legge parte dalla Camera, che lo approva. Il Senato può metter becco su richiesta di almeno 1/10 dei senatori entro 10 giorni. Poi può votarlo uguale o emendarlo entro 20 giorni. A quel punto la Camera lo riapprova come pare a lei (recependo o ignorando le modifiche del Senato) a maggioranza semplice. Ma non sempre: per una lunga serie di materie, se vuole fregarsene del Senato deve farlo a maggioranza assoluta.
Per chi fosse sopravvissuto fin qui, c’è poi il caso delle leggi di bilancio e dei rendiconti annuali: il Senato ha solo 15 giorni per rimaneggiarli, e deve farlo a maggioranza assoluta; nel qual caso la Camera, per ignorare le modifiche senatoriali, vota a maggioranza assoluta, mentre per recepirle le basta quella semplice.
Sempre più difficile: che succede ai ddl di conversione in legge dei decreti del governo? Il Senato deve cominciare a esaminarli entro 30 giorni da quando arrivano alla Camera, pure se questa non ha ancora finito di vagliarli: anche perchè il governo può imporre alla Camera di votarli entro e non oltre 60 giorni, all inclusive.
Tutto questo, si capisce, allo scopo di snellire, semplificare e accelerare secondo i dettami del pie’ veloce Matteo.
Otto giorni fa il Sole 24 Ore ha tentato di illustrare graficamente il nuovo percorso delle leggi: ne è uscito una specie di gioco dell’oca per repartini psichiatrici che, se tutto va bene, moltiplicherà i tempi, paralizzerà le procedure, arroventerà le risse e aumenterà i contenziosi fra governo e Parlamento e fra Camera e Senato.
L’Ucaf, Ufficio Complicazione Affari Semplici, ha colpito ancora.
Chiamate l’ambulanza.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 25th, 2014 Riccardo Fucile
LA RUSSIA RALLENTA L’ECONOMIA TEDESCA E SPIANA LA STRADA ALLA NOMINA DELLA MOGHERINI IN EUROPA
L’ultimo indizio è arrivato nel pomeriggio direttamente da Jean Claude Juncker.
Nella prossima Commissione, ha spiegato il nuovo presidente, le donne “sono notevolmente meno degli uomini” ma verranno ricompensati con “portafogli importanti o uno o due posti di miei vice”.
A uno di questi punta da tempo Federica Mogherini, in corsa per la poltrona di Alto Rappresentante per la Politica Estera, e l’evoluzione del contesto geopolitico, con le sue ricadute sulle economie regionali dell’Eurozona, potrebbe darle la spinta definitiva.
Questo suggerisce l’ultimo, ennesimo, segnale di allarme che arriva dalla Germania: la flessione più pesante delle attese dell’indice IFO sulla fiducia delle imprese tedesche.
Indice spinto al ribasso soprattutto dalla crisi in Ucraina e dalle sanzioni contro la Russia che rischiano di mettere in seria difficoltà le esportazioni del Paese verso Mosca, uno dei maggiori partner commerciali della Germania.
Secondo l’Istituto nazionale di statistica, un impresa su dieci, tra quelle che hanno rapporti commerciali con l’estero, vende prodotti in Russia.
Secondo un report di Deutsche Bank, tra le principali economie europee, in termini assoluti e non percentuali, l’economia tedesca è quella che sarebbe più penalizzata da un peggioramento dei rapporti tra i due Paesi.
Le esportazioni verso la Russia costituiscono circa il 3,1% del totale (contro il 2,1 della Francia e il 2,6 dell’Italia) e valgono circa 1,5 punti percentuali di Pil.
Numeri da riscrivere ora che le sanzioni cominciano a sortire i loro effetti.
Nei primi sei mesi dell’anno l’export verso la Russia è calato del 15,5% rispetto al 2013. Prima ancora che le misure venissero rafforzate dopo la tragedia del volo abbattuto sui cieli ucraini e prima che Mosca decidesse di mettere in pratica a sua volta le proprie controsanzioni.
Per la Germania l’impatto sull’economia rischia di essere molto pesante. Un altro report di Deutsche Bank ha previsto per l’anno una caduta delle esportazioni del 20/25%.
Numeri importanti per un Paese che ha scelto da tempo l’export come locomotiva del proprio prodotto interno lordo, segnato invece da una domanda interna e da investimenti stabilmente troppo bassi.
Quel -0,2% di frenata dell’economia tedesca nel secondo trimestre comunicato dall’Istituto di statistica nazionale, seppur temporaneo e ancora non condizionato eccessivamente dal peso delle sanzioni, ha offerto un ulteriore elemento di preoccupazione.
A marzo la principale banca tedesca calcolava un possibile impatto negativo di 0,5 punti sulla crescita del Paese nel caso in cui il calo delle esportazioni raggiungesse il 30%. Una batosta per un’economia che, malgrado il passo falso del secondo trimestre, confida ancora di potere crescere — secondo le stime dell’Istat tedesco — dell’1,8% entro la fine dell’anno. Forse, ed è quello che lasciano intendere anche le borse oggi, anche grazie alla spinta delle “misure non convenzionali” annunciate qualche giorno fa da Mario Draghi e di cui anche la Germania potrebbe giovare.
È in questo quadro che si incastra la partita delle nomine Ue ed è in questo intreccio che il nome di Federica Mogherini potrebbe essere vista con un occhio diverso da Berlino.
Il ministro degli esteri italiano, osteggiato da una parte dei paesi dell’Est proprio perchè considerata eccessivamente filorussa, ora potrebbe tornare non così sgradita proprio ad un altro dei suoi principali detrattori iniziali, la Germania, ora preoccupata dall’impatto sulla propria economia delle sanzioni alla Russia.
Dopo settimane di abboccamenti, il valzer delle prese di posizioni ufficiali l’ha fatto partire oggi Angela Merkel, annunciando di sostenere la nomina di Luis de Guindos, spagnolo e popolare, a capo dell’Eurogruppo.
Sul fronte interno dal sottosegretario alla presidenza Sandro Gozi, plenipotenziario del governo nella trattativa con Bruxelles, è arrivato invece l’endorsement ufficiale per il francese Pierre Moscovici, in pole position per il posto di sostituto di Olli Rehn come Commissario agli Affari Economici e Monetari.
Condizioni che fanno salire le quotazioni di Federica Mogherini al posto della baronessa Ashton dopo la costituzione dell’asse Roma-Parigi per sponsorizzare reciprocamente le proprie candidature.
E persino il settimanale Der Spiegel, che soltanto un mese fa era arrivato a definire “sconsiderata” la candidatura della Mogherini ora si trova a riconoscere che ad oggi “è considerata la favorita per la successione della britannica Catherine Ashton”. Qualcosa è cambiato a Berlino e dintorni, e il ministro italiano, alla fine dei conti, si può rivelare un’opzione favorevole anche per Angela Merkel.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 25th, 2014 Riccardo Fucile
SE L’AVESSE FATTO BERLUSCONI ORA SAREBBERO TUTTI IN PIAZZA… UN PROVVIDEMENTO DEMAGOGICO CHE RIGUARDERA’ APPENA 1.000 DIPENDENTI A CUI BISOGNERA’ PAGARE IN PIU’ IL SALARIO ACCESSORIO, I BUONI PASTO E LA PRODUTTIVITA’
Il 1 settembre scatta il dimezzamento dei permessi sindacali previsto dal decreto di riforma della
Pubblica amministrazione convertito in legge il 7 agosto.
A prevederlo è una circolare del ministro Marianna Madia firmata mercoledì scorso, il 20 agosto.
Nei prossimi sei giorni, dunque, “tutte le associazioni sindacali rappresentative dovranno comunicare alle amministrazioni la revoca dei distacchi sindacali non più spettanti”.
Il taglio dei permessi, che “non si applica” alle Rsu, ovvero le Rappresentanze sindacali unitarie, ”è finalizzato alla razionalizzazione ed alla riduzione della spesa pubblica”.
Il dimezzamento dei distacchi e dei permessi ”vale”, secondo il governo, per le casse pubbliche, 115 milioni.
Per Carmelo Barbagallo, segretario generale aggiunto Uil, “questa scelta non c’entra nulla con la spending review. Da tale operazione, infatti, non scaturirà alcun risparmio per lo Stato; anzi, il rientro dei distaccati comporterà un aumento dei costi per le casse pubbliche, perchè occorrerà pagare a questi dipendenti anche il salario accessorio, i buoni pasto e la produttività ”.
Poi la sferzata: “Al ministro Madia, comunque, diciamo che abbiamo già adempiuto al rispetto della tempistica fissata in questa legge. Auspicheremmo che altrettanta velocità si possa registrare sul fronte della riduzione dei costi della politica. Così come ci attendiamo che ci si affretti a riaprire il tavolo per il rinnovo dei contratti per i lavoratori della P.A., considerato che, da oltre cinque anni, i pubblici dipendenti non hanno più aumenti salariali: lo Stato è diventato il peggiore e il più inadempiente datore di lavoro”.
Anche il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, a margine del Meeting di Rimini ha detto di aspettarsi dal governo “che rinnovi i contratti dei pubblici dipendenti fermi scandalosamente da ben sette anni” e ha escluso che possa essere “l’ennesimo taglio dei distacchi sindacali, che peraltro la Cisl non ha contrastato, a risolvere i problemi della Pubblica amministrazione”.
“Non ci siamo fasciati la testa nel passato e non ce la fasceremo neanche stavolta, anche se si tratta di diritti sindacali fondamentali in una democrazia”, ma quello che serve è “un piano trasparente e dettagliato di riforma di tutta la Pubblica amministrazione da discutere con il sindacato”.
In particolare, il segretario chiede un “assetto nuovo di regioni, enti locali e sanità che sono il pozzo senza fondo di tutti gli sprechi della spesa pubblica italiana ed il luogo di corruzione negli appalti e nelle varie consorterie. Non vorremmo che ogni volta si dia la stessa notizia del taglio dei distacchi per evitare di discutere di queste questioni che sono il nocciolo della crisi italiana”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 25th, 2014 Riccardo Fucile
NELL’OSPEDALE DI MANFREDONIA IN TRE ANNI SPESI 2,5 MILIONI DI EURO PER ACQUISTARE DISINFETTANTI “IN MANIERA ABNORME E A PREZZI GONFIATI”… LA DENUCIA DI UN MEDICO CHE SCOPRE I COSTI REALI
La truffa “abnorme” ai danni della sanità pubblica, secondo la Procura di Foggia, è partita dall’ospedale di Manfredonia.
Era qui che erano necessari solo novanta flaconi di disinfettante per le sale operatorie. E sarebbe bastato spendere ottomila e cinquecento euro.
Ovvero novantacinque euro per ogni flacone da cinque litri.
Invece la Asl di Foggia ne ha acquistati ben mille e duecento, arrivando a tirare fuori in tre anni (dal 2009 al 2011) quasi due milioni e mezzo di euro di soldi pubblici.
E pagando ogni singola bottiglietta (sempre da cinque litri) 1900 euro (Iva inclusa).
La Guardia di finanza ha accertato che la fornitura in questione era anche “inutile”, in quanto materiale simile era “già presente” nella farmacia dei tre ospedali coinvolti nella truffa (Manfredonia, San Severo e Lucera).
Ma non è tutto: un milione e mezzo di euro per i flaconi d’oro erano in realtà “ordini falsi”, “mai autorizzati” e pagati dal servizio sanitario con l’utilizzo di timbri e firme fasulli.
Altro che spendig review: tre ospedali del tavoliere delle Puglie per due imprenditori erano diventati l’albero della cuccagna, il rubinetto dei soldi facili.
E correvano tangenti, viaggi gratis e perfino buoni di benzina per i pubblici funzionari dell’ufficio “patrimonio” che “inventavano” gli ordini del disinfettante d’oro e non solo quello.
Il fornitore: “Costa di meno? L’ho scoperto dopo su internet…”.
E’ tutto scritto in un’informativa della Gdf che ora è al centro della richiesta di rinvio a giudizio per sette indagati tra pubblici funzionari e imprenditori.
E l’inchiesta che il prossimo 24 settembre arriverà davanti al giudice per le udienze preliminari è partita grazie ad un medico, un responsabile dell”ospedale di San Severo, Giuseppe D’ Alessandro, che davanti all’arrivo della prima fornitura di Trigene – questo il nome del disinfettante – con relativa bolla d’accompagnamento, è saltato sulla sedia davanti al prezzo d’acquisto.
“Quando mi venne mostrata la comunicazione dell’ufficio patrimonio con l’ordine del Trigene, non avendone mai sentito parlare e sorpreso per il costo esorbitante, ho accennato al direttore amministrativo le mie perplessità in merito – ha raccontato ai finanzieri -.
Quest’ultimo mi ha invitato a segnalare subito la cosa per iscritto”. La nota è arrivata fino ai tavoli dell’assessorato regionale ed è poi finita in Procura. E da lì è partita l’inchiesta. L’imprenditore che ha “venduto” il disinfettante ad un prezzo “abnorme”, Ettore Folcando, ora ha chiesto il patteggiamento.
E ha raccontato agli inquirenti di aver scoperto il costo “reale” del Trigene solo dopo l’avviso delle indagini “navigando su Internet”.
Sostenendo di essere stato truffato a sua volta in quanto rivenditore. “Quando ho saputo dell’indagine ho fatto delle verifiche e ho scoperto che il prezzo di vendita del Trigene era molto più basso… Ho acquistato tramite internet dei flaconi di Trigene, pagandoli al prezzo di 95,75 euro per ciascun flacone Iva compresa. Ho fatto fare delle analisi ed ho scoperto che si tratta dello stesso prodotto acquistato dall’Asl Fg a 1600 euro”, mette a verbale.
Alla Asl nessuno verificava i prezzi.
Scrive la Procura di Foggia nella richiesta di rinvio a giudizio: “L’imprenditore Folcando propone ai suoi interlocutori, cioè gli impiegati dell’Asl di Foggia preposti all’istruttoria delle pratiche di acquisto, prezzi abnormi rispetto a quelli offerti dal mercato, certo che nessuno ne verificherà mai la congruità e solleverà obiezioni, poichè le forniture sono state decise, come si vedrà , sulla base di accordi illeciti”.
E aggiunge: “Il quadro che emerge dalle risultanze acquisite nei procedimenti richiamati è quello di un ufficio area gestione del patrimonio diretto da funzionari che non esercitano alcun filtro di tecnicità e correttezza; in tale contesto ambientale, è assicurata al funzionario Di Stefano Nazario tutta la libertà d’azione che gli consente di commettere innumerevoli azioni delittuose”.
Il funzionario collettore di tangenti.
Scrive la Procura di Foggia: “Le indagini svolte evidenziano il ruolo di primo piano svolto dal Di Stefano Nazario all’interno dell’Asl di Foggia, quale collettore di tangenti. Anzitutto, occorre sottolineare come il Di Stefano, nonostante fosse in possesso della qualifica di coadiutore amministrativo e, quindi, non abilitato ad istruire le pratiche amministrative oggetto dell’inchiesta sia stato destinato a tali incombenze da tutti i dirigenti che si sono succeduti nella carica di direttore dell’area patrimonio dell’Asl Fg, e cioè Lamedica Silvano, Granatiero Raffaele e De Francesco Romolo.
Quali le ragioni dell’affidamento di tali compiti al Di Stefano? La risposta al quesito la fornisce lo stesso Di Stefano nel corso dell’interrogatorio reso davanti al pubblico ministero: in sintesi, il Di Stefano ha dichiarato di aver agito fedelmente su disposizione dei suoi capi servizio e di aver ricevuto tangenti non solo per sè, ma anche per il Granatiero Raffaele, il De Francesco Romolo e per l’Inchingolo Savino (quest’ultimo, sub commissario dell’ Asl di Foggia).
Ovviamente, sia il Granatiero che il De Francesco, in tutte le occasioni in cui sono stati sentiti, hanno preso le distanze dall’operato del Di Stefano Nazario, attribuendogli la responsabilità esclusiva dell’istruttoria delle pratiche oggetto dei diversi procedimenti penali”, conclude la Procura.
Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica”)
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Agosto 25th, 2014 Riccardo Fucile
IL CENTRO PER L’IMPIEGO DI CHIETI OFFRE POSTI INADEGUATI: UN ESCAMOTAGE PER AGGIRARE LA LEGGE 68/99 SULLE QUOTE RISERVATE… L’ITALIA, GIA’ SANZIONATA DALLA UE, RISCHIA UNA SECONDA CONDANNA
Il centro per l’impiego di Chieti cerca gruisti, carrozzieri, saldatori, verniciatori, sarti tagliatori,
manutentori meccanici.
Queste le offerte di lavoro riservate a luglio ai diversamente abili, in base alle legge 68/99.
Molto difficile, però, immaginare un disabile nei panni del gruista o del saldatore.
Di certo non potrebbe salire su una gru Lorenzo Torto, un ragazzo di 26 anni di Chieti affetto da tetraparesi spastica e costretto su una sedia a rotelle.
E’ stato lui a scoprire il fatto e a presentare un esposto alla Procura, corredato dalla sentenza della Corte di giustizia europea che l’anno scorso ha sanzionato l’Italia per non aver recepito la direttiva 2000/78, che combatte le discriminazioni in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.
“Mi auguro che il magistrato si pronunci al più presto, stabilendo se queste mansioni decisamente fisiche siano compatibili con la condizione di diversamente abile”.
Torto è oggi tra i più attivi paladini nella battaglia per i diritti dei disabili italiani nel mercato del lavoro.
Proprio una sua petizione fu alla base della condanna del nostro Paese — dove l’84% dei portatori di handicap in età lavorativa non ha un impiego – da parte dell’Europa. L’anno scorso è stato anche convocato dal Parlamento europeo per presentare le sue richieste.
”Purtroppo l’Italia non ha ancora recepito pienamente questa direttiva comunitaria, nonostante il pronunciamento europeo. È trascorso oltre un anno e nulla di concreto si è mosso. Se proseguiamo su questo binario riceveremo presto una seconda condanna. E intanto assistiamo a questi schiaffi alla dignità umana”.
Ma come è potuto succedere che alcune imprese, con il viatico di un Centro per l’impiego, abbiano messo nero su bianco offerte del genere?
“La direttiva europea”, spiega Torto, “parla chiaro. Impone al datore di lavoro di assumere lavoratori diversamente abili ma al tempo stesse chiede di trovare soluzioni ragionevoli. E quindi afferma, al di là del buon senso, che mai un disabile potrebbe andare a fare il gruista o l’elettricista o altre mansioni impossibili“.
Di conseguenza, secondo Torto, “la ricerca del Centro per l’impiego di Chieti è un falso in atto pubblico. La colpa è sia delle aziende, sia, ovviamente, del centro per l’impiego stesso: possibile che i suoi funzionari leggano quel genere di mansioni e non ne colgano al volo l’assurdità prima di firmare? Non si rendono conto della sofferenza che arrecano a persone già costrette a vivere su una sedia a rotelle?”.
A chi finiranno, dunque, questi posti di lavoro sulla carta riservati agli invalidi?
“È il classico metodo. A un certo punto diranno: “Io ho cercato dei disabili, come ci impone la legge, ma non li ho trovati””, sostiene Torto.
“Quindi, trascorso un determinato lasso di tempo, assumeranno persone perfettamente sane in quota legge 68/99. È un meccanismo perverso”.
La legge 68/99 (“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”) ha come finalità “la promozione dell’inserimento e della integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato”.
I datori di lavoro sono obbligati a assumere un lavoratore disabile se l’azienda occupa dai 15 ai 35 dipendenti, due dai 36 ai 50 dipendenti e il 7 per cento di tutti gli occupati se l’impresa conta più di cinquanta addetti.
“La 68/99 non vale nulla, perchè in realtà non obbliga il datore di lavoro ad assumere un diversamente abile, non avendo in sè sistemi sanzionatori tali da punire il datore di lavoro disonesto”, è la conclusione di Torto.
“O meglio, una sanzione esiste: due o tre euro per ogni giorno “fuorilegge”. Una miseria. All’imprenditore conviene pagare la penale”.
Maurizio Di Fazio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 25th, 2014 Riccardo Fucile
ASSESSORI REVOCATI IN 24 ORE, ALTRI NOMINATI ALL’INSAPUTA DI NOGARIN
Due assessori indicati pochi giorni fa all’insaputa del Sindaco, altri nominati il mese scorso e revocati nel giro di 24 ore. A quasi ottanta giorni dalle elezioni amministrative la Giunta comunale di Livorno non è ancora al completo.
E così il comune strappato alla sinistra, il vanto M5s nella disfatta alle ultime elezioni amministrative, la bandiera sventolata da Grillo dopo la debacle alle Europee rischia di diventare un pericoloso boomerang per tutto il Movimento.
Ma niente paura: il sindaco Filippo Nogarin, che da sempre è sembrato un tipo tra modello Happy hour e afflato alternativo, da San Vito Lo Capo nel trapanese, con un selfie con alle spalle un mare cristallino, ha rassicurato gli animi di chi iniziava ad essere in apprensione per le sorti del Comune toscano: “Non esiste un caso assessori. Ho deciso che nomino San Vito Lo Capo. Che mare!”.
Con tanto di smile alle fine del post.
Insomma, un qualcosa che in tanti – a leggere i commenti su Facebook – non hanno gradito, non trattandosi – San Vito – ne’ di un assessore al Bilancio ne’ di un amico da chiamare in causa per l’Ice Bucket Challenge.
Un selfie, quello del Sindaco, che sembra più una cartolina inviata dalle vacanze ai cittadini livornesi, di quelle con scritto “baci e abbracci”.
Che Nogarin fosse un primo cittadino fuori dal comune, qualcuno direbbe in tutti i sensi, si era capito, ma la sua Giunta, dalla storia complicata, sembra esserlo ancor di più.
Tanto da essere ancora under construction.
Una prima formazione era stata presentata il 9 luglio ma era incompleta: mancava, come manca ancora oggi, un assessore al Bilancio.
Anche altri incarichi sono ancora al centro di sostituzioni e discussioni a causa delle proteste degli iscritti grillini livornesi.
A sole 24 ore dalla nomina di Simona Corradini come assessore alla Mobilità , ad esempio, gli attivisti del Movimento 5 Stelle hanno inviato al Sindaco una richiesta di sostituzione, motivandola con la presunta incompatibilità di Corradini con le regole e con i valori del partito perchè si era presentata alle elezioni nelle liste di un altro movimento.
Così Nogarin ha accolto la richiesta.
Stesso copione, anche se le richieste sono state accolte solo in parte e sono in via di definizione, è stato recitato pochi giorni dopo.
A metà luglio sempre gli attivisti del Movimento 5 Stelle hanno chiesto di sostituire gli assessori alla Cultura, Serafino Fasulo, e all’Ambiente, Giovanni Giordani, poichè i due erano già stati candidati a precedenti elezioni amministrative con partiti diversi dal M5S.
Infine una terza richiesta è stata depositata nei confronti dell’assessore all’Urbanistica, Alessandro Aurigi, che “in quanto conclamato amico di Nogarin, rende criticabile e accusabile il M5S di non essere coerente con i propri principi”.
Ad Aurigi sarebbe stato ridimensionato l’incarico ma sotto il depotenziamento dei suoi compiti ci sarebbe un vero e proprio scontro tra Nogarin e Marco Valiani, primo dei non eletti pentastellati in Consiglio comunale, che avrebbe sollevato il caso. Valiani, che aveva aperto due gruppi su Facebook utilizzando il logo dei 5S e il nome di Beppe Grillo, è stato diffidato dallo stesso Sindaco diventato poi bersaglio di critiche da parte della minoranza grillina livornese che lo ha soprannominato: “Lo sceriffo a 5 stelle”.
L’ultimo capitolo, per il momento, è stato scritto il 19 agosto quando due nomine sono state comunicate dal capogruppo M5S, Francesco Bastone, agli altri capigruppo del Comune.
Il Sindaco, in un primo momento, si è dissociato dicendo di non saperne niente: “La nomina è di mia competenza, io sono in ferie e finora non l’ho fatta. Sono in vacanza”. Ed è subito selfie.
Salvo poi precisare: “Il capogruppo ha solo anticipato alcuni passaggi sulla ridistribuzione delle deleghe che appena rientrerò dalle ferie formalizzerò”.
Quale sarà la sorte ancora non si sa anche perchè da uno scambio di mail, divenute pubbliche, emergono nomi discordanti.
La strana storia del Comune toscano, piena di aneddoti, di annunci e di smentite in meno di ottanta giorni, si arricchisce di uno striscione anti-Israele apparso ad Effetto Venezia, la festa estiva di Livorno, il 25 luglio scorso: “Fermare il genocidio a Gaza. Israele vero terrorista”.
Striscione che non è stato rimosso dal Sindaco. Anzi, “l’hanno attaccato e lì sta”, ha detto Nogarin riferendosi ai gruppi della sinistra antagonista che hanno affisso l’accusa a caratteri cubitali contro la politica israeliana.
“Grave? A me sembra una frase generica”, anzi ha aggiunto, “quello striscione aiuta a sviluppare un ragionamento”.
Di certo, Nogarin dovrà ragionare, tornato dalle vacanze, sui suoi assessori e su un consiglio comunale senza Giunta.
In fondo lui, che a suo modo è un personaggio da film, ama definirsi “Un genio ribelle” come quello della pellicola “Will Hunting” di Gus Van Sant (ma purtroppo Robin Williams non c’è più).
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 25th, 2014 Riccardo Fucile
NELLA RELAZIONE CONSEGNATA AL MINISTERO DELL’AMBIENTE L’ESPERTO SOTTOLINEA CHE “SEMMAI BISOGNEREBBE DARE INFORMAZIONI CORRETTE SUL COMPORTAMENTO DA TENERE DA PARTE DI CHI SI INOLTRA NEI TERRITORI DELL’ORSA”
Il comportamento dell’orsa Daniza, che a ferragosto ha ferito un cercatore di funghi in Trentino,
“e’ perfettamente normale, e non e’ affatto indice di pericolosita’ dell’animale”.
E’ il parere dell’etologo Roberto Marchesini contenuto in una relazione consegnata oggi al ministero dell’Ambiente.
Secondo l’esperto, “per considerare ‘deviante’ un comportamento animale deve esserci una aggressione non motivata che avviene al di fuori dell’habitat naturale, mentre nel caso dell’orsa queste condizioni non si sono verificate.
Cercare funghi e’ ovviamente un’attivita’ che porta l’essere umano a frequentare luoghi silvestri dove e’ possibile entrare in rapporto con gli animali che vi dimorano sulla base di precise esigenze ecologiche — scrive l’esperto — come peraltro compreso dai piani di reintroduzione.
Sia chiaro: se si mette in discussione questo punto e’ lo stesso progetto di reintroduzione che decade”.
Piu’ che l’allontanamento delle specie, continua Marchesini, sarebbe utile dare informazioni corrette sui comportamenti per chi si inoltra nei loro territori.
”E’ certo che l’incontro debba aver avuto quel margine di sorpresa che si presta a essere equivocato da una mamma che sente come primo obbligo naturale e istintuale di difendere i propri cuccioli — sottolinea l’etologo — Un comportamento umano siffatto sarebbe salutato come il piu’ grande gesto di autentica generosita’ e non si capisce perche’ lo stesso comportamento debba tradursi nella stigmatizzazione di pericolosita’ dell’animale in questione. O Daniza era pericolosa a prescindere, per il fatto di appartenere a una specie di grossa mole, o non puo’ diventarlo a seguito di questo episodio. Ma c’e’ di piu’: se consideriamo la forza che puo’ mettere un orso in un comportamento di aggressione, e se paragoniamo l’esiguita’ delle ferite riportate dall’aggredito, non possiamo non dedurre che l’orsa non voleva affatto produrre seri danni ma solo spaventare e allontanare. Anche in questo caso — conclude Marchesini — cio’ depone per un grande equilibrio comportamentale”.
(da “Meteoweb”)
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