Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
“CAMPI NOMADI? MEGLIO LE PIAZZOLE DI SOSTA, SI INTEGRANO MEGLIO”: QUANDO CORRERE DIETRO AI MATTI PORTA AL REPARTO DI PSICHIATRIA… ECCO COSA ACCADE IN EUROPA
Poche ore fa, in visita a Firenze, la segretaria di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni ha sostenuto: “I
campi nomadi sono un modo per isolare queste persone, non per integrarle. Le piazzole di sosta possono farlo”.
“Stiamo proponendo su tutto il territorio nazionale l’allestimento di piazzole temporanee di sosta dove questi nomadi arrivano, pagano le utenze e dopo un periodo stabilito si devono spostare“.
La Meloni poi dice: “In altre nazioni ci sono piazzole di sosta attrezzate come queste che non riusciamo a fare noi. I campi nomadi legali esistono solo in Italia”
A parte l’umorismo involontario della migliore integrazione che le piazzole temporanee di sosta garantirebbero (è come sostenere la maggiore socializzazione degli automobilisti se si fermassero nelle corsie d’emergenza delle autostrade, rispetto all’autogrill), è il caso di informare la Meloni su cosa accade in Europa.
Anche perchè seguire dei matti per contendersi un pugno di voti può portare anche, nei casi gravi, al ricovero in psichiatria.
Il caso italiano
In Italia ci sono circa 180.000 persone di origine rom e sinti. Di questi, il 50% hanno nazionalità italiana e 4 su 5 vivono in regolari abitazioni, lavorano e studiano esattamente come gli altri cittadini italiani o stranieri nel nostro Paese.
La piaga dei campi nomadi interessa 40.000 persone. Insomma, 1 rom su 5 vive in un campo.
E già questo ridimensiona l’entità del fenomeno.
Campi che non dovrebbero esserci, dal momento che più volte la comunità europea si è espressa in tal senso, promuovendo iniziative per l’integrazione delle etnie, che vivono sparpagliate un po’ in tutta Europa.
A scorrere i Rapporti del Consiglio europeo, l’Italia sembra avere la maglia nera nella gestione della questione rom. La lista delle “mancanze” italiane è lunghissima.
Contrariamente agli altri paesi della vecchia Europa, non abbiamo una politica certa sui documenti di identità e di soggiorno mentre in altri paesi hanno la carta di soggiorno e anche i passaporti.
Nonostante molti Rom e Sinti vivano in Italia da decenni, non hanno la cittadinanza col risultato che migliaia di bambini rom nati in Italia risultano apolidi.
L’Italia, soprattutto, continua ad insistere nell’errore di considerare queste persone nomadi segregandole in campi sprovvisti dei servizi e diritti basilari mentre invece sono persone a tutti gli effetti stanziali.
Cosa accade in Francia
La Francia sembra aver adottato il modello migliore sul fronte dell’accoglienza per i rom.
Un modello che si muove tra l’accoglienza e la tolleranza zero, due parametri opposti ma anche complementari: da una parte la legge Besson che prevede che ogni comune con più di cinquemila abitanti sia dotato di un’area di accoglienza; dall’altra la stretta in nome della sicurezza.
Chi non rispetta le regole dei campi e dell’accoglienza è fuori per sempre.
I campi sono una soluzione di passaggio: si prevede, contestualmente, un programma immobiliare di case da dare in affitto ai gitani stanziali e terreni familiari su cui poter costruire piccole case per alcune famiglie semistanziali e in condizioni molto precarie.
Nella regione di Parigi sono stati creati campi per 560 posti in dieci anni e in tutto il territorio francese ce ne sono 10 mila, un terzo di quelli necessari.
Ma molti gitani e manouche vivono in case popolari e in vecchi quartieri. Pagano affitto, luce e acque. “Siamo responsabilizzati – racconta Arif, rom kosovaro, un pezzo della cui famiglia vive in Francia – viviamo nei centri abitati, non siamo emarginati, facciamo lavori come facchino, gommista, piccolo trasporto, pulizie, guadagniamo e firmiamo un Patto di stabilità per cui i ragazzi sono obbligati ad andare a scuola ed è vietato chiedere l’elemosina. Se siamo disoccupati per sei mesi abbiamo il sussidio e abbiamo anche gli assegni familiari. Certo chi sbaglia, chi delinque, chi ruba, chi non manda i figli a scuola, viene cacciato dalla Francia. E su questo punto siamo noi i primi ad essere d’accordo”.
Un altro risultato, visibile, è che in Francia difficilmente si vedono zingari in giro, ai semafori o nelle vie dei centri cittadini.
In campo lavorativo la città modello di integrazione rom è Lione.
A Lione il progetto Andatu ha mobilitato forze locali, civili e nazionali, coinvolgendo anche l’Ue e utilizzando fondi erogati dalla Commissione per migliorare l’accesso al lavoro per rom e sinti e l’accesso alle case pubbliche.
In più, vengono offerti gratuitamente corsi di lingua francese, periodi di training professionale e supporto piscologico per l’inserimentoaccattonaggio.
Cosa accade in Germania
In Germania i 120 mila circa Rom sono considerati per legge “minoranza nazionale”. Hanno diritti e doveri.
Sono state assegnate case, singole o in palazzine popolari, hanno avuto il sussidio per il vitto, chi ha voluto è stato messo in condizione di lavorare. Tutto questo al prezzo di rispettare i patti e la legge. Altrimenti, fuori per sempre.
Secondo l’ultimo rapporto del Fondo sociale europeo a Berlino il progetto Task Force OkerstraàŸe garantisce che rom e sinti vengano accettati dai loro vicini e pienamente integrati nella comunità , a cominciare dal quartiere dove trovano casa. Alle famiglie rom di Germania viene assicurato supporto legale nel rapportarsi con le autorità e vengono incoraggiate diverse attività sociali che coinvolgono i bambini.
Cosa accade in Spagna
La Spagna è il Paese europeo che registra la più alta presenza di rom e sinti, sono circa 750.000, l’1.6% della popolazione.
E Madrid rappresenta anche un modello per gli altri Paesi dell’Ue: non ci sono campi nomadi e il processo di integrazione tra popolazione locale e minoranze etniche è molto avanzato.
Nel campo della sanità la Spagna si distingue come esempio positivo. Il ruolo chiave è svolto dai “mediatori sanitari”, che lavorano per migliorare l’accesso e le condizioni sanitarie dei rom di Spagna.
Viene chiamato “modello Navarra”, dal nome della provincia che per prima ha fatto passi in tal senso diversi anni fa. All’interno del programma per il fondo sociale europeo (ESF) per la lotta alla discriminazione, la Fondazione Secretariato Gitano gioca in Spagna un ruolo chiave per l’integrazione sociale e lavorativa delle comunità rom e sinti.
Cosa accade in Danimarca e Svezia
Secondo il rapporto del Fondo sociale europeo 2014, Danimarca e Svezia sono dei modelli per l’integrazione di rom e sinti nel campo dell’istruzione.
In Danimarca il progetto Hold on tight Caravan, finanziato dal ministero per l’Educazione, promuove l’integrazione dei giovani appartenenti a minoranze etniche e il loro inserimento nel mondo del lavoro.
Oggi in Danimarca un numero sempre più alto di studenti rom e sinti ha accesso alle università e al servizio pubblico di scuola superiore.
In Svezia l’associazione per l’educazione in età adulta con sede a Goteborg offre borse di studio e supporto finanziario ai rom che non sono riusciti ad andare a scuola.
Tutte queste nazioni non hanno avuto l’illuminazione della Meloni e non hanno pensato che l’integrazione si potrebbe realizzare con le piazzole di sosta.
In efetti non tutte le destre europee hanno la lungimiranza di certa sedicente destra italiana.
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
BAGARRE ALLA CAMERE TRA CRISANTEMI, URLA DI “COGLIONE”, “FASCISTI” E “VAI A FARE IN CULO”…RENZI: “MI MANDINO A CASA SE VOGLIONO”
Le opposizioni sono esplose in un moto di protesta quando il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi ha annunciato che il governo avrebbe posto a questione di fiducia sull’Italicum.
“Ci prendiamo la nostra responsabilità — ha replicato il presidente del Consiglio con un paio di tweet — La Camera ha tutto il diritto di mandarmi a casa, se vuole”.
In precedenza l’Italicum aveva superato i primi ostacoli, ma al governo non è bastato. Non è bastato a Renzi.
Ha voluto evitare rischi e ha voluto fare presto. Aveva promesso di chiudere la partita senza ferite entro le elezioni regionali, piccolo crinale della storia sia del Pd con il nuovo dna renziano sia del governo stesso.
Così l’esecutivo ha impiegato pochi minuti per riunirsi e dare il via libera a quello che sembrava “l’eventuale impiego” della fiducia.
Anzichè eventuale, è stato effettivo: la Boschi, appena uscita dalla riunione, si è presentata nell’Aula di Montecitorio e ha chiesto di porre la fiducia.
Fin lì l’Italicum aveva superato tutte le prime prove, alcune delle quali con il voto segreto: 4 pregiudiziali di costituzionalità , tre questioni di merito, la questione sospensiva. Tutti aspetti tecnici che però avevano mostrato una certa solidità della maggioranza.
La decisione del governo ha scatenato le proteste delle opposizioni, come prevedibile.
Dai banchi del M5s qualcuno ha urlato “Fascisti!“.
Maurizio Bianconi, fittiano di Fi, da sempre contrario al Patto del Nazareno, ha gridato “Vergogna” ed è stato richiamato all’ordine dalla presidente Laura Boldrini che ha fatto non poca fatica a mantenere l’ordine.
Alcuni deputati di Sel hanno lanciato crisantemi in Aula: “E’ il funerale della democrazia“, ha spiegato il capogruppo Arturo Scotto.
“Non consentiremo il fascismo renziano — ha aggiunto, gridando, il capogruppo berlusconiano Renato Brunetta — faremo di tutto per impedirlo, dentro e fuori questa Aula. Non consentiremo che questa Aula sia ridotta a un bivacco di manipoli renziani”.
“La gente — ha aggiunto il capogruppo Massimiliano Fedriga (Lega Nord) — si sta svegliando e ha capito che siete un bluff”.
Ma il dibattito è presto degenerato.
Si è arrivati presto all’insulto e la miccia è stato l’intervento di Ettore Rosato, vicecapogruppo vicario del Pd (il più alto in grado dopo le dimissioni di Roberto Speranza).
“Vergogna, vergogna!”. “Elezioni, elezioni!” hanno urlato i Cinque Stelle.
Di nuovo alla Boldrini c’è voluto del bello e del buono per riportare la calma: “Questa è un’Aula parlamentare bisogna lasciar parlare. E’ questione di rispetto”.
I deputati dei Cinque Stelle hanno distribuito insulti prima a lui (“coglione”, “vai a fare in culo”) poi alla presidente della Camera Laura Boldrini: “Collusa!” ha urlato Diego De Lorenzis.
“Lei — ha replicato la Boldrini — non può esprimersi in questi termini sulla presidenza. Ne dovrà rispondere”.
Parole che scatenano proteste cui Boldrini replica: “Contrastate le spiegazioni con gli insulti. Insultate, insultate pure. Complimenti…”.
La presidente della Camera aveva appena finito di spiegare come la questione di fiducia possa essere posta anche sulla legge elettorale (al contrario della vulgata).
La presidente della Camera ha citato l’articolo 116 comma 4 del regolamento dell’assemblea di Montecitorio che esplicita i casi in cui non si può porre la fiducia (e la legge elettorale non è tra questi).
Per contro il M5s cita una violazione dell’articolo 72 della Costituzione sulla formazione delle leggi. Ma la Boldrini ha citato una serie di precedenti, spiegando che “ci vorrebbe una esplicita modifica del regolamento della Camera, senza il quale la esclusione della possibilità di porre la fiducia sarebbe arbitrario”, ha concluso la presidente.
In questo modo passa in secondo piano, almeno per il momento, la lotta interna al Pd e l’atteggiamento che terrà la minoranza del partito.
Barbara Pollastrini parla della fiducia come di “strappo incomprensibile”.
Pippo Civati ha invece annunciato che voterà no alla fiducia e ha votato contro il governo quando si è trattato di pronunciarsi sulle pregiudiziali di costituzionalità .
Per il resto silenzio di tomba.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
“IN ITALIA MERITO E’ SOLO UN’EPITAFFIO SULLA LAPIDE DI UN PAESE INCANCRENITO”
Buongiorno Matteo,
mi permetto di darti del tu perchè finora il tuo modo di porti con gli italiani è stato molto “friendly”, e perchè, come me, sei una persona giovane, che verosimilmente rifugge dalle formalità .
Tu hai sempre detto di voler lavorare “per” e “con” gli italiani. Hai posto sempre l’accento sul voler ricominciare partendo dalla rottamazione di ciò che non va.
Hai sempre parlato di Buona Scuola, affermando che il sistema scolastico sia in qualche modo il fulcro del sistema Italia. Vi è venuto in mente di scardinare il vecchio sistema delle graduatorie per premiare, attraverso concorsi pubblici, il merito.
Sicuramente l’avrete fatto anche sulla base dell’articolo 97 della Costituzione, che recita “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.”.
Più che giusto, secondo la Costituzione la norma generale per accedere al tanto agognato posto pubblico è il concorso. Gli altri metodi di reclutamento devono essere eccezioni.
La norma (peraltro primaria nella gerarchia delle fonti) parla chiaro e voi a questa vi sarete sicuramente appellati, senza pensare alle orde di precari che dopo anni di sacrificio oggi si troveranno ad affrontare un concorso per la stabilizzazione.
Alla collocazione in graduatoria si sostituirà il merito. Ben venga il merito. Ci speriamo tutti, nel merito.
Io ti dico però, Matteo, che la parola “Merito” in Italia è solo un’epitaffio sulla lapide di un Paese ormai incancrenito.
Ad esempio, ne sai qualcosa, Matteo, del fatto che i laureati in Scienze Politiche Nuovo Ordinamento (Ordinamento creato da politici come te, non da sfigati come me), non hanno potuto partecipare agli ultimi concorsi banditi dal Ministero per l’insegnamento?
Non mi dilungo su questo, sebbene io rientri nella categoria dei tagliati fuori con un illustre curriculum da 110 e lode a 25 anni (ormai di anni ne ho 33 come Cristo).
Ma, come ti ho detto, non mi dilungo perchè non è per parlarti solo ed esclusivamente dei miei problemi che scrivo.
Ne sai qualcosa, Matteo, del fatto che ai concorsi pubblici il fatto di poter favorire un candidato è diventato ormai più la regola che l’eccezione?
Sai che a detta di molti tante volte i posti sono attribuiti in base all’appartenenza ad un partito, e direi anche al grado di servilismo e sottomissione al sistema?
Parli tanto di Europa e del fatto che l’Italia in qualche modo debba riuscire ad adeguarsi agli standard europei, ma tanto per farti un altro esempio, non so se tu abbia mai sostenuto un esame di inglese per prendere un certificato.
Anche per ottenere un semplice Pet.
Sai che per conseguire un Pet si seguono molti più criteri di sicurezza e imparzialità che per sostenere un normale concorso pubblico in un qualunque paese d’Italia?
A me è capitato di sostenere concorsi pubblici in comuni in cui tutte le domande all’orale erano uguali per cui mentre il primo candidato sosteneva l’esame, gli altri stavano in un’altra stanzetta perchè non potessero sentire le domande.
Roba che un candidato qualunque si deve studiare tomi e tomi di leggi che manco gli impiegati conoscono, mentre se uno per caso sa le domande, studia quelle risposte ed è a cavallo.
Difatti una volta quello che poi divenne il vincitore non ha neanche aspettato di conoscere il risultato finale perchè aveva fame, mentre gli altri attendevano morti di fame con il fiato in gola, perchè il posto era per la vita.
Lo sai, Matteo, che quando vogliono i Commissari dicono solo sì sì sì e non fanno altre domande, e quando non vogliono spulciano?
Erano molto più imparziali i concorsi che si svolgevano in Cina per diventare mandarini secoli fa.
Non riuscite proprio a trovarlo un criterio di selezione più oggettivo, magari mettendovi seriamente d’impegno?
Che poi ora concorsi pubblici non ce ne sono quasi più, ma quando non garbano alle amministrazioni, li annullano e li rifanno.
A parte i concorsi, sai che da quando i Comuni devono ricoprire al 100% il costo di alcuni servizi, nelle famiglie italiane, in base al numero di componenti familiari e ai metri quadri della propria abitazione, stanno arrivando botte di 500 euro e più a famiglia solo per il servizio di raccolta dei rifiuti?
Non è che se si è in più componenti si è più ricchi! Nella maggior parte dei casi sono bocche in più da sfamare perchè disoccupate, ma del reddito non tenete conto ovviamente. E non andate a caccia di evasori, soprattutto quando denunciano zero euro di reddito.
E ancora, per caso sai che i commercianti non ce la fanno più a sopravvivere? Sono oberati di tasse e soffocano lentamente. Al tg dicono che ci stiamo riprendendo, ma le vendite parlano chiare. Forse siamo scemi noi, che non riusciamo a trovare il punto di contatto fra i numeri delle statistiche e il Paese reale.
Ancora, sai che per avere una cavolo di disoccupazione per pochi mesi di lavoro ho dovuto combattere per mezzo anno con l’Inps?
Mi spettava di diritto, ma la domanda era finita in non so quale meandro dell’Istituto, e ancora non ho visto soldi.
Capisco che ci sia tanto da fare. E’ un momento nel quale gli impiegati si trovano davanti gente arrabbiata (giustamente, aggiungerei) come non mai prima nella storia, ma non è che per sopperire a questo il call center Inps funzioni meglio degli sportelli. Se non sei fortunato trovi gente che non sapendoti rispondere ti sbatte anche il telefono in faccia.
E non è che la gente abbia voglia di fare il diavolo a quattro per un sussidio, ma in altri Paesi (Europei, non dell’Isola che Non C’è) funzionano gli uffici di collocamento.
Qui, negli uffici di collocamento, per sostenere i quali presumo l’Italia spenda una barca di quattrini in stipendi vari, ti dicono pure “Gli annunci cercali su Internet perchè sono più aggiornati di quelli che abbiamo appeso al muro noi”.
A un certo punto non è che noi siamo troppo esigenti, non ci sappiamo accontentare o balle varie. E’ proprio che in Italia non funziona niente.
Visti gli esempi che ti ho prodotto, ritieni ancora che la Buona Scuola sia il fulcro di tutto? Lasciatelo dire da una persona che sulla propria formazione ci ha investito tempo e denaro (diciamo non tanto io quanto la mia famiglia per pagarmi gli studi).
In questa Italia qua io ho tratto la più dolorosa conclusione potessi mai trarre.
Il problema non è la scuola. Il mio livello di istruzione, per questa Italia, è sin troppo alto.
Non fa che acuire il dolore e la consapevolezza che, qui, non c’è posto per me!
Buona giornata Matteo, e buona riflessione.
Manuela Podda
(da “Jack’s Blog”)
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
GIA TRE CONDANNE E UN ASSOLTO PER VIZI PROCEDURALI
La prima condanna per le “spese pazze” firmate dai consiglieri regionali della Lombardia era stata disposta dalla Corte dei conti.
Oggi è arrivata anche la giustizia penale. Il giudice per l’udienza preliminare Fabrizio D’Arcangelo ha mandato a processo 56 consiglieri e ne ha condannati tre a pene tra i 18 e i 24 mesi.
Quest’ultima pena è stata inflitta — con il rito abbreviato — all’ex vicepresidente regionale Pd Carlo Spreafico.
Tre sono stati gli imputati prosciolti (che non aveva chiesto riti alternativi) e uno invece è stato assolto (che aveva chiesto il rito abbreviato). Ma il riconoscimento di non colpevolezza è arrivato per vizi procedurali.
A processo Nicole Minetti e Renzo Bossi
I politici erano accusati a vario titolo di peculato e truffa. Il processo inizierà il primo luglio. Davanti ai giudici dovranno presentarsi anche Nicole Minetti, memorabili le sue richieste di rimborso per creme e anche un libro dal titolo “Mignottocrazia” e Renzo Bossi, figlio del Senatur, che avrebbe comprato videogiochi, sigarette e Red Bull.
Al Trota tra il 2010 e il 2012 vengono contestati 15.757,21 euro per aver messo in conto spese anche caramelle, gomme da masticare, cocktail come mojito, campari e negroni, patatine, barrette ipocaloriche, giornali, sigarette, un I-Phone, auricolari, un computer e il libro “Carta Straccia’ di Giampaolo Pansa.
Per l’ex igienista dentale si profila un altro guaio giudiziario dopo la condanna in appello per il caso Ruby.
Dalle aragoste alla nutella, tra le spese anche i gratta e vinci
L’inchiesta della Procura di Milano era stata chiusa il 5 marzo dell’anno scorso.
Conti alla mano, secondo i pm, i soldi pubblici spesi allegramente e illecitamente ammontavano a poco più di 3 milioni di euro.
Ma lo scandalo era scoppiato alla fine del 2012. Tra le spese gli uomini della Guardia di Finanza aveva rendicontato anche scontrini per comprare dolci in pasticceria oltre che per fare colazioni con brioche e caffè, noleggi auto e taxi, lecca lecca e anche biglietti gratta e vinci.
Soldi pubblici, secondo l’accusa, erano stati utilizzare per pagare cene a base di aragosta e sushi oppure merende con piadine e nutella.
Nella lista della spese dei consiglieri erano finite anche cartucce usate per la caccia comprate e le immancabili ostriche.
A sorpresa erano spuntati scontrini per l’acquisto di fuochi d’artificio da un rivenditore cinese. E poi computer e moltissimi articoli di elettronica, tra cui stampanti e web cam.
Poi cene in pizzerie napoletane, l’acquisto di un ovetto Kinder sorpresa, carne in macelleria, oltre a giocattoli come un Pinocchio e una clessidra. Ma anche aerei di carta da 15 euro e sono indicati anche numerosi scontrini per comprare birra, grappe e panini, in bar in orari notturni.
Inchiesta iniziata dopo i casi Boni e Nicoli e Cristiani
L’inchiesta sulle spese dei consiglieri era iniziata con le verifiche al leghista ed ex presidente del Consiglio regionale Davide Boni, accusato di corruzione, e all’ex assessore del Pdl Franco Nicoli Cristiani.
Dalle intercettazioni ambientali erano state riscontrate spese e fatture giustificate come impegni ‘istituzionali’ che di istituzionale, però, avevano ben poco.
A giudizio gli ex assessori della giunta Formigoni
Tra gli altri dovranno affrontare il processo davanti ai giudici della X sezione penale anche gli ex assessori della giunta Formigoni Romano Colozzi, Massimo Buscemi e Giulio Boscagli, l’ex presidente del consiglio regionale Davide Boni e l’ex consigliere Stefano Galli (entrambi in quota al Carroccio), tutti all’epoca dei fatti esponenti della maggioranza.
Per le opposizioni sono stati rinviati a giudizio Chiara Cremonesi, Luca Gaffuri ed Elisabetta Fatuzzo.
Dei quattro imputati che avevano scelto il rito abbreviato, il gup ha condannato oltre a Spreafico anche Alberto Bonetti Baroggi, eletto nelle liste del Pdl e che ha restituito alla Corte dei Conti la cifra contestata, e a un anno e mezzo di carcere Angelo Costanzo (Pd).
Assolto invece per un vizio procedurale Guido Galperti, attuale deputato del Partito Democratico. Prosciolti sempre per vizio procedurale gli ex assessori Gianni Rossoni e Mario Scotti e l’ex capogruppo del Pd Carlo Porcari.
Stralciata invece la posizione del’ex assessore Franco Nicoli Cristiani che ha chiesto di patteggiare una pena di oltre 2 anni in continuazione con la condanna già patteggiata per la vicenda della discarica di Cappella Cantone.
La sua richiesta verrà valutata da un altro gup il prossimo 30 aprile.
Il giudice D’Arcangelo depositerà le motivazioni degli abbreviati entro 15 giorni.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
IL PREMIER SI VANTA DEL SOSTEGNO DEI PARTIGIANI: MA IN TANTE PIAZZE ITALIANE IL 25 APRILE È STATO ANCHE UN GIORNO DI RIVOLTA CONTRO LE RIFORME RENZIANE
Matteo Renzi lo ripete (ufficiosamente) da giorni: “Mi contestano sull’Italicum, ma quando sono
stato a Marzabotto i partigiani di novant’anni mi hanno detto: ‘Vai avanti”.
Luca Lotti invece lo ha promesso nero su bianco su Repubblica: “Cambieremo la Costituzione nel solco della Resistenza”.
Nel pieno dello scontro sull’Italicum, Renzi e il suo “giglio magico” rivendicano l’appoggio di chi fece la Resistenza, come a cercare una legittimazione.
Ma l’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani, a gennaio ha lanciato un appello contro la legge elettorale e l’abolizione del Senato, che già contestava da un anno.
E il 25 aprile, nel 70° anniversario della Liberazione, ha ribadito il no alle riforme renzianissime in tante piazze d’Italia.
Roma, Porta San Paolo: Ernesto Nassi e Tina Costa
“La legge elettorale e la riforma del Senato di questo governo sono un rischio concreto per la nostra democrazia e la nostra Costituzione”.
Ernesto Nassi, presidente dell’Anpi di Roma, lo ha sibilato davanti al palco di Porta San Paolo: il luogo dove iniziò la resistenza partigiana nella capitale, nel quale il 10 settembre 1943 l’esercito italiano e tanti volontari cercarono di fermare l’occupazione tedesca della città .
“Atti di autoritarismo sono già in atto, in commissione Affari costituzionali hanno tolto dieci deputati così, in un sol colpo” ricordava Nassi.
Convinto che “con un Senato non elettivo è a rischio la Carta”.
Accanto a lui Tina Costa, 90 anni, “staffetta” sulla Linea Gotica durante la guerra: “Rischiamo che ci tolgano la libertà , e la libertà è stata scritta con fiumi di sangue. La Costituzione non può essere cambiata, va applicata”.
Treviso, piazza dei Signori: Umberto Lorenzoni
Quasi una parola d’ordine, lanciata dal palco: “Oggi la Resistenza va portata avanti contro la deriva autoritaria”.
Umberto Lorenzoni, 88 anni, presidente dell’Anpi di Treviso, ce l’aveva con le riforme di Renzi: “L’Italicum è peggio del Porcellum, enon si rispetta la Costituzione”.
Il partigiano che la guerra l’ha combattuta sulle Prealpi (nome di battaglia, Eros) vuole stare ancora in trincea: “Non intendo offendere nessuno, ma come Anpi saremo sempre a difesa dei valori della Costituzione repubblicana”.
Alessandria, quei no alla Boschi e alla Pinotti
Il caso è tracimato anche sulla stampa nazionale, la settimana scorsa. Perchè ha fatto rumore il veto dell’Anpi di Alessandria (e di quella nazionale) al ministro Maria Elena Boschi, la responsabile delle Riforme, come oratore nella celebrazione cittadina della Liberazione.
L’aveva invitata il sindaco, Maria Rita Rossa, renziana. Boschi non avrebbe comunque potuto accettare, avendo già scelto Sant’Anna di Stazzema per il suo 25 aprile.
Ma l’Anpi (che avrebbe voluto Sergio Cofferati) ha subito fatto muro: contro la Boschi, come contro Andrea Orlando e Roberta Pinotti, altri nomi proposti dal sindaco.
“Nulla di personale, solo una questione di opportunità politica” ha dichiarato al Secolo XIX il vicepresidente provinciale, Roberto Rossi, spiegando: “Non condividiamo la riforma costituzionale che questo governo sta portando avanti, così come non ci convince il progetto della nuova legge elettorale.
Immagini cosa sarebbe successo il 25 aprile: allo stesso microfono la Boschi avrebbe difeso le riforme e noi le avremmo contestate.”. E sono stati fiumi di polemiche, nella Liguria dove la sinistra e il Pd sono spaccati in vista delle Regionali.
E l’Anpi, con una nota, ha optato per un no più istituzionale: “Non possiamo accettare come oratore ufficiale per il 25 aprile un ministro che rappresenta la maggioranza degli italiani, ma non tutti i cittadini, mentre la Resistenza è patrimonio di tutti gli antifascisti”.
Catania, palazzo del Comune: Santina Sconza
“Si ribelli al governo Renzi”. La presidente dell’Anpi di Catania, Santina Sconza, lo ha tuonato in faccia al deputato del Pd Giovanni Burtone, nel bel mezzo della cerimonia per i 70 anni della Liberazione, nel cortile del palazzo comunale.
“Lei deve ribellarsi a questo esecutivo che vuole stravolgere la Costituzione, frutto delle lotte partigiane” lo ha esortato dal microfono, sotto gli occhi Santino Serrao e Nicolò Di Salvo, gli ultimi due partigiani di Catania ancora in vita.
Burtone, figlio di un altro partigiano, ha cercato una via d’uscita: “Non sono qui in rappresentanza di un partito politico, sono qui perchè qui mio padre ogni anno faceva il suo discorso”.
Ma Sconza l’ha ripetuto: “La Costituzione non si tocca”.
Piacenza, piazza Cavalli: l’oratore Bersani
Ha giocato in casa, con evidente soddisfazione. Il 25 aprile Pier Luigi Bersani l’ha celebrato nella sua Piacenza, come oratore graditissimo all’Anpi.
Contenta, di sentirgli dire: “Davanti ai cambiamenti bisogna sapere dove mettere i piedi, con una semplificazione della democrazia si possono indebolire la mediazione sociale e il ruolo dei soggetti della società . Cambiamenti per adeguarsi ai tempi sì, ma nel solco di quei valori di 70 anni fa”.
Parole di protesta, nel giorno della Liberazione.
E dell’Anpi, non proprio renziana.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
SANCITO IL PASSAGGIO DI POTERE… LO ZAMPINO DELLA PASCALE IN CAMPANIA… PER FITTO IL LOGO “OLTRE”
Il triumvirato ha deciso della “vita” e della “morte” di aspiranti candidati e consiglieri uscenti a caccia di conferma, blindato fino a ieri sera in una stanza al primo piano di San Lorenzo in Lucina.
Ultimi ritocchi alle liste di Puglia e Toscana, le regioni dei dissidenti in odor di scisma Fitto e Verdini. Ora il più è fatto.
Ma con questa operazione Mariarosaria Rossi, Antonio Tajani e Marcello Fiori si insediano alla guida del partito, in mano loro le chiavi che più pesano: quelle della selezione dei candidati. Coordinatori di fatto della futura Forza Italia, mentre un leader sempre più distratto e immerso nei dossier Milan e Mediaset (di ieri l’interesse rilanciato dai francesi di Vivendi), si terrà lontano da Roma anche in questa settimana pur delicata, tra Italicum e chiusura liste per le regionali del 31 maggio.
Non che l’amministratrice e tesoriera Rossi, il vicepresidente del Parlamento europeo Tajani (che per di più sogna di diventare presidente tra un anno) e il neo responsabile enti locali Fiori riceveranno quell’incarico formale.
Di coordinatori non ci sarà più bisogno, va ripetendo in questi giorni Berlusconi ai tanti che gli chiedono cosa sarà questo Partito repubblicano all’americana tanto sbandierato.
«Partito leggero, niente organigrammi, funzionerà come un comitato elettorale in prossimità delle elezioni», è la sua risposta. Sta di fatto che lo scettro che per parecchi anni è stato del plenipotenziario sulle candidature, Denis Verdini, adesso è passato di mano, il senatore toscano è stato tenuto fuori dalla decision room di San Lorenzo in Lucina (dove pure mantiene un ufficio).
A lui è stata garantita, nella messa a punto di ieri, la ricandidatura dei suoi consiglieri uscenti in Toscana, anche per evitare lo strappo definitivo, affiancati però da un certo numero di candidati vicini a Deborah Bergamini.
Ma il potere reale sta ormai altrove.
Anche perchè i triumviri appena insediati sono destinati a dettare legge ormai anche alle future politiche, integrati però da Giovanni Toti, consigliere politico del capo per adesso impegnato nella campagna in Liguria, e dalla stessa Bergamini, responsabile comunicazione.
Chi cerca i nuovi potenti, i pochi che contano davvero in quel che resta di Forza Italia, è alla porta di questi cinque che deve bussare.
Di candidati, i tre in questi giorni ne hanno respinti almeno dieci, perchè — raccontano — il debito nei confronti del partito era incolmabile.
Altre decine di candidati sono stati graziati da una maxi sanatoria dell’ultimora con pagamento di “una tantum” alle casse di Forza Italia o con l’impegno a organizzare incontri e appuntamenti elettorali in questo mese di campagna.
Perchè l’essere in regola coi contributi al partito è una delle tre condizioni fondamentali dettate dalla Rossi nella circolare di un mese fa.
Parità di genere e tra uscenti e volti nuovi sono le altre “svolte” introdotte nelle liste di Forza Italia che non avranno più il nome Berlusconi a trainarle.
«Mi ritengo soddisfatta del lavoro fatto » si limita a dire Mariarosaria Rossi, che è andata avanti col lavoro nonostante le diffide e le denunce (dal campano D’Anna) di chi la ritiene priva di legittimazione.
Avvocati difensori incaricati da Fi sono pronti a entrare in azione in queste ore per respingere eventuali istanze last minute davanti ai giudici.
Va detto che la terna dei plenipotenziari è stata via via affiancata da pochi, fidati e interessati fedelissimi.
Quando si è discusso delle liste in Campania, per esempio, oltre al coordinatore Domenico De Siano sembra che un occhio lo abbia buttato anche Francesca Pascale, compagna del leader.
E poi Toti sulla Liguria, Brunetta sul Veneto, Bergamini sulla Toscana.
Fitto intanto è già “Oltre”, il nome del suo listone civico che in Puglia sosterrà Francesco Schittulli contro la forzista Poli Bortone.
Se seguirà immediata scissione con nascita dei gruppi parlamentari autonomi dipenderà dalla reazione di Berlusconi.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
C’È UN VARCO APERTO AGLI “IRREGOLARI”… “NON SI TIMBRA PIÙ ALL’USCITA”. BUFERA SU MANPOWER: “TEMIAMO PAGHE SOTTO I 5 EURO L’ORA”
Il commissario Expo Giuseppe Sala è ottimista e irritato. 
Ottimista perchè l’esposizione “il 1° maggio sarà pronta”, continua a ripetere.
Irritato perchè il Corriere della Sera ieri ha raccontato il “varco abusivo” da cui — sotto l’occhio del cronista — entrano all’alba, dalle 6 alle 7, lavoratori irregolari, forse necessari per completare i lavori nella grande corsa finale prima dell’inaugurazione. Sala smentisce: “Il varco in questione è una postazione temporanea ed è presidiato 24 ore su 24”, così dice una nota ufficiale della società Expo 2015 Spa.
“Come mostra il video pubblicato su corriere.it  , il giornalista si è fermato sull’ingresso”, prosegue la nota. “Se fosse entrato sarebbe stato bloccato dalla vigilanza, come peraltro successo nello stesso luogo ad altri giornalisti nei giorni scorsi”.
“Sono amareggiato”, confessa Sala, “al di là dei contenuti che cercheremo di capire. A parte che ho fatto fare una verifica rapida e mi risulta che il cancello ci sia, ma poi chi entra trovi delle guardie, quindi questo è un po’ da verificare. Dopo di che, tra giornali e Expo c’è una regola non scritta, ma a cui ci si attiene, di fronte a cose che sono ritenute gravi: si chiama prima e si sente la versione dell’altra parte. Io, è meglio che la gente sappia”, ha detto Sala a una radio privata, “ho ricevuto una telefonata ieri sera alle 23, dunque con il chiaro intento di non sentire la nostra opinione, e quindi che ognuno faccia la sua parte. Che pensassero un po’ ai 9 mila lavoratori che stanno lavorando sotto l’acqua per cercare di finire questa opera… Per cui sono assolutamente irritato, dopo di che se sarà così ne risponderemo, ovviamente perchè siamo a rispondere alla collettività , però ogni tanto si perde veramente un po’ il senso della misura”.
L’irritazione del commissario non tiene conto dei precedenti: ai primi di aprile due giornalisti del sito fanpage.it   sono entrati da uno degli ingressi principali senza tessera di riconoscimento, semplicemente indossando caschetto e gilet ad alta visibilità , per arrivare, indisturbati, sotto Palazzo Italia.
Qui hanno deposto una scatola con la scritta “bomba”.
Sala, subito dopo, li ha descritti come “persone che hanno del buon tempo da perdere” e ha garantito che sulla vigilanza dei varchi ci sarebbe stato un giro di vite.
Eppure il 25 aprile un cronista del Fatto Quotidiano ha raccontato di essere entrato nel sito Expo attraverso un canale scolmatore del torrente Guisa.
Poi è stata la volta del Corriere, che ha aggiunto che da un varco non presidiato, a poca distanza da un ingresso ufficiale, entrerebbero i lavoratori non regolari, quelli che una tessera non ce l’hanno perchè non hanno neppure un contratto.
I sindacati confermano l’allentamento dei controlli in entrata e in uscita: “Il cantiere, con le quasi 9 mila persone che ci lavorano in questi giorni, è un delirio”, racconta Antonio Lareno, responsabile Expo della Cgil, “non stupisce dunque che riesca a entrare qualche lavoratore in nero. Ma credo sia un aspetto marginale, anche perchè il più delle volte vengono individuati. Però da metà febbraio, cioè da quando sono fortemente accelerati i lavori nel sito espositivo, non c’è più l’obbligo di mettere sul badge identificativo la fotografia personale, nè di timbrare al termine del turno. Abbiamo continuato a segnalare che in questo modo si incentivano gli ingressi irregolari”.
Il sindacalista segnala anche un altro aspetto che ritiene preoccupante, ora che si va verso l’apertura al pubblico del sito: quello relativo ai turni del personale di vigilanza. Un affare da quasi 20 milioni di euro, affidato a un raggruppamento d’imprese che comprende Allsystem, Sicuritalia e Ivri.
“Per risparmiare, le imprese stressano gli orari, facendo fare agli addetti 12 ore di lavoro al giorno: così rischiamo che a Expo possa succedere quello che è accaduto al Palazzo di giustizia di Milano. Ci vogliono invece turni compatibili con le soglie di attenzione”, chiede Lareno.
Su questo, i sindacati stanno conducendo trattative con Expo Spa.
Il personale di vigilanza è un esercito di 1.500 guardie private, di cui 900 armate e 600 da collocare agli ingressi, con competenze di procedure aeroportuali.
Secondo i sindacati, almeno una delle quattro aziende che hanno vinto la commessa diretta per la sicurezza starebbe inoltre garantendo compensi “molto inferiori alle regole: 4,6 euro all’ora, contro un minimo di 6,5”.
Sono le tre sigle sindacali Cgil, Cisl e Uil di Milano a denunciare anche il tentativo di forzare gli accordi sindacali: puntano il dito su Manpower, l’agenzia che in Expo gestisce “il lavoro in somministrazione e che in violazione degli impegni assunti non ha fornito informazioni sul proprio operato”.
I sindacati ipotizzano che l’agenzia di lavoro interinale voglia utilizzare per i lavoratori richiesti dai padiglioni esteri contratti “al ribasso fino al 30 per cento rispetto alla normativa italiana”: “Temiamo che vogliano applicare contratti diversi da quelli collettivi nazionali, con una riduzione dei compensi anche sotto i 5 euro all’ora”.
Secondo i sindacati, Manpower avrebbe raccolto per i padiglioni stranieri 150 mila candidature di lavoro, da cui sta selezionando i 4 o 5 mila lavoratori richiesti. Manpower smentisce, citando l’“utilizzatore finale” (cioè, si suppone, il Paese ospitante): “Per tutti i contratti attivati per conto dei Paesi espositori sono stati adottati i contratti applicati dall’utilizzatore finale, nel pieno rispetto della normativa vigente in Italia”.
Intanto, a tre giorni dall’apertura, la corsa contro il tempo continua.
Gianni Barbacetto e Marco Maroni
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
BOCCIARE L’ITALICUM PER MANDARE A CASA RENZI
I deputati chiamati a votare Sì o No all’Italicum dovrebbero portarsi in aula due libriccini.
Uno, piuttosto noto, s’intitola Costituzione della Repubblica Italiana ed è stato scritto fra il 1946 e il 1947 da un’Assemblea costituente appositamente eletta dai cittadini con il sistema elettorale più democratico che esista: il proporzionale.
Il secondo, piuttosto ignoto, è il Discorso sulla servitù volontaria dello scrittore francese Etienne de la Boètie, che lo ultimò intorno al 1549 ma potè pubblicarlo clandestinamente, solo nel 1576, e con un altro titolo, Il Contra uno.
E basta leggerne qualche riga per capire il perchè: “Vorrei soltanto riuscire a comprendere — scrive De la Boètie — come sia possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante città e tante nazioni talvolta sopportino un tiranno solo, che non ha altro potere se non quello che essi stessi gli accordano, che ha la capacità di nuocere loro solo finchè sono disposti a tollerarlo, e non potrebbe fare loro alcun male se essi non preferissero sopportarlo anzichè opporglisi”.
Il pensatore francese, che è un po’ il papà di tutti gli anarchici, sosteneva che il potere diventa tirannide non tanto per la prava volontà dei dittatori, quanto piuttosto per la supina condiscendenza dei cittadini che diventano sudditi senza neppure accorgersene.
E incoraggiava tutti gli spiriti liberi alla resistenza passiva contro i regimi autoritari che li opprimevano, rassicurandoli sul fatto che non avrebbero dovuto versare neppure una goccia di sangue: bastava che non collaborassero.
“Non c’è bisogno di combattere questo tiranno, nè di toglierlo di mezzo; si sconfigge da solo, a patto che il popolo non acconsenta alla propria servitù. Non occorre sottrargli qualcosa, basta non dargli nulla”.
E tutto il suo enorme potere verrebbe giù come un castello di carte al primo soffio di vento.
“Sono dunque i popoli stessi che si lasciano incatenare, perchè se smettessero di servire, sarebbero liberi. È il popolo che si fa servo, si taglia la gola da solo e, potendo scegliere tra servitù e libertà , rifiuta la sua indipendenza e si sottomette al giogo: acconsente al proprio male, anzi lo persegue”.
Ovviamente Renzi non è un tiranno, anche se ogni tanto gli piacerebbe.
Ma molti suoi oppositori — per non parlare di tanti cittadini anestetizzati da tv e stampa governative — si comportano come se lo fosse.
Non per paura di repressioni, ci mancherebbe. Ma di piccole vendette di potere.
Per una sorta di horror vacui da poltrone.
Per quel naturale conformismo che rende più comodo e meno faticoso lasciar fare e lasciar passare tutto, che non contestare e mettersi di traverso su qualcosa.
E anche per un generale senso di spossatezza che fa dire a tanti: ma sì, lasciamolo lavorare, ne abbiamo provati tanti, tentiamo anche questo, che poi peggio di chi l’ha preceduto non può essere.
Questo atteggiamento può persino esser comprensibile con le varie riformette ordinarie del governo.
Ma oggi, in Parlamento, è in gioco ben altro: una legge elettorale che ci terremo per anni e che stravolge la democrazia parlamentare come l’abbiamo conosciuta fin qui molto più e peggio di come faceva il Porcellum.
Un gruppo di costituzionalisti e intellettuali ha lanciato un estremo appello per chiedere “a tutti i parlamentari di ritrovare la propria dignità e la forza di rappresentare davvero la Nazione senza vincolo di mandato, come la Costituzione loro garantisce ed impone”.
Cioè di fermare questo scempio incostituzionale e dannoso per tutti i cittadini. I quali cittadini cominciano ad accorgersene, visto che — almeno quelli che dicono di conoscere l’Italicum — sono decisamente contrari.
Sappiamo bene quali sono i numeri alla Camera in questa che potrebbe essere l’ultima lettura, in mancanza di modifiche al testo licenziato dal Senato.
Se è vero che neppure Verdini presterà il soccorso azzurro all’amico Renzi, la minoranza del Pd sarà più che mai decisiva.
Ed è bene che tutti gli elettori democratici facciano sentire — con email, lettere, telefonate e messaggi sui social network — a Bersani, Cuperlo, Bindi & C. il peso della responsabilità che si assumerebbero votando Sì o anche non votando No all’Italicum (o alla fiducia al governo, se Renzi avrà la sfrontatezza di porla).
Le ragioni costituzionali — come ricorda l’appello — sono tutte dalla parte del No.
Ma, se i peones della sinistra Pd imbullonati alla poltrona non vogliono farlo per noi, lo facciano almeno per se stessi.
Le minacce di Renzi e dei suoi giannizzeri sono sparate con pistole a salve.
Anzi, i peggiori rischi la minoranza interna li corre proprio se l’Italicum passa: a quel punto Renzi avrà buon gioco ad andare alle elezioni anticipate, prima di perdere altri consensi, e certamente spazzerà via i suoi oppositori escludendoli dall’elenco dei capilista bloccati con elezione assicurata.
Se invece l’Italicum non passa, a Renzi non conviene più azzardare le urne (semprechè Mattarella gliele conceda) per un semplicissimo motivo: si voterebbe con il Consultellum, cioè col proporzionale puro.
E,se son veri i sondaggi, lui prenderebbe il 35%, e il 15 mancante per governare dovrebbe andare a mendicarlo da B. per una riedizione delle larghe intese che gli sarebbe (a Renzi, non a B.) letale.
Quindi chi non vuole consegnare l’Italia a un uomo solo per chissà quanti anni, oggi sa quel che deve fare: bocciare l’Italicum e presentare subito un ddl che ripristini il Mattarellum.
“Questo vostro padrone che vi domina — scriveva De la Boètie — ha solo due occhi, due mani, un corpo, niente di diverso da quanto possiede l’ultimo abitante delle vostre città , eccetto i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite… Decidete una volta per tutte di non servire più, e sarete liberi”.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
“A SENTIRE POLETTI SOLO LA DIGOS E POLIZIA”
Stavolta il Pd non si è lasciato cogliere di sorpresa. 
In occasione della visita del ministro del Lavoro Giuliano Poletti alla Festa dell’Unità di Bologna, il 27 aprile 2015, sono state rinforzate le misure di sicurezza.
Dopo le contestazioni di venerdì scorso alla ministra dell’istruzione Stefania Giannini, costretta ad annullare l’incontro a causa della protesta di studenti e precari della scuola, carabinieri e agenti di polizia in tenuta antisommossa hanno presidiato il Parco della Montagnola, luogo della kermesse, tenendo lontani i “soliti professionisti della contestazione organizzata”, li definisce in una nota il Partito Democratico.
Gli antagonisti (una ventina di attivisti dei centri sociali, tra cui il collettivo Hobo) hanno provato ad avvicinarsi all’area del dibattito ma sono stati respinti sotto la pioggia.
Uno dei manifestanti, nella concitazione, è stato colpito alla testa da una manganellata.
La contestazione è proseguita poi all’esterno del parco, dove è stato esposto uno striscione con la scritta: “Festa dell’Unità chiusa per mafia. Poletti a lavorare gratis vacci tu. No Expo”, in polemica con la recente proposta del ministro sul lavoro estivo per gli studenti, esternazioni che avevano sollevato un polverone.
“Una festa del Pd deserta, dentro ci sono solo Digos e polizia” hanno lamentato i manifestanti
“E tutto questo per il ministro del lavoro gratuito e del Jobs Act che sta portando sul lastrico un’intera generazione”.
(da “Huffingtonpost”)
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