Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
TRA I PRESUNTI ASSASSINI ANCHE UN CRISTIANO, VIENE MENO L’IPOTESI CHE I MUSULMANI ABBIANO GETTATO IN MARE I CRISTIANI…. “SE CI FOSSE STATA UNA RISSA CI SAREMMO RIBALTATI”
Due settimane fa la notizia ha fatto il giro del mondo: una strage per motivi religiosi a bordo di un barcone in viaggio tra Africa ed Europa.
Musulmani che in alto mare si infuriano per le preghiere dei cristiani e li gettano fuori bordo, uccidendone almeno nove.
Già , ma allora perchè uno dei presunti assassini sostiene di essere battezzato e credere in Gesù Cristo?
Kaba Somauro è in carcere a Palermo, accusato assieme ad altre quattordici persone per il massacro nelle acque del Mediterraneo.
Ha 29 anni e la passione per il calcio, sogna un futuro da professionista del football e per questo ha lasciato la Costa d’Avorio e ha deciso di attraversare un continente.
La sua professione di fede adesso apre una crepa profonda nella ricostruzione della strage che ha colpito l’opinione pubblica italiana e internazionale.
Rilanciando i dubbi sulle cause del dramma: quella notte nel canale di Sicilia c’è stata un’esplosione di ferocia in nome dell’Islam o soltanto l’ennesima tragedia delle migrazioni nata solo dalle terribili condizioni del viaggio?
L’unica certezza è che diversi passeggeri, almeno nove ma alcuni testimoni parlano di dodici, sono caduti in acqua durante la traversata, senza scampo.
Alcuni avrebbero cercato disperatamente di restare a bordo, aggrappandosi agli altri migranti.
Le immagini dei soccorsi, che “l’Espresso” ha potuto esaminare, fanno comprendere le condizioni raccapriccianti del viaggio. Si vede un gommone con la prua sgonfia, carico in modo incredibile: più di cento persone, forse addirittura centoventi, accalcate in dodici metri di lunghezza.
La traversata sarebbe durata due giorni.
Il battello avrebbe lasciato le spiagge della Libia l’11 aprile, assieme ad altri tre-quattro scafi che si sono dispersi dopo la prima fase della navigazione.
Ma su quel gommone la situazione si è fatta subito tesa, perchè la prua ha cominciato a sgonfiarsi e imbarcare acqua.
La mattina del 13 aprile una telefonata al centro soccorso di Roma — un numero che i trafficanti memorizzano sempre sui cellulari satellitari che lasciano sulle barche — ha lanciato l’allarme.
Le autorità sono riuscite a ricostruire la posizione dei migranti e indirizzare nella zona le navi più vicine. Il cargo Ellensborg cambia rotta e alle 22.30 del 13 aprile entra in contatto con lo scafo stracolmo di persone, che vengono tratte in salvo nel giro di un’ora. Solo l’esperienza dell’equipaggio riesce a evitare una nuova tragedia.
Ma i migranti si mostrano calmi, forse perchè esausti per le condizioni del viaggio. I marinai li schedano, realizzando un fotokit numerato per ogni persona issata sul mercantile: sono 95 in tutto.
A quel punto il cargo fa rotta su Palermo, dove attracca nella tarda mattinata del 15 aprile. Solo lì, gli investigatori scoprono il massacro e vengono a sapere dei migranti morti in mare.
Alcuni dei superstiti forniscono una ricostruzione agghiacciante. Con la barca in difficoltà , per paura di morire, i cristiani – la minoranza dei passeggeri – iniziano a pregare. Quell’appello a un Dio che non è Allah scatena così la reazione dei musulmani che iniziano a gettare in mare gli infedeli.
Il Jihad in mezzo al mare è descritto da sei testimoni. Uno di loro ammette: «Non so cosa abbia scatenato l’inferno, forse il tono di voce più alto di quel ragazzo che piangeva e supplicava Dio di aiutarci, di non farci naufragare. Loro sembravano impazziti, lo hanno preso e lo hanno scaraventato in acqua. Solo perchè pregava. Abbiamo cercato di fermarli, ma loro erano di più. E ne hanno uccisi tanti».
L’aggressione — sempre secondo gli stessi testimoni — è stata bloccata da una catena umana formata dai cristiani e dall’arrivo del mercantile.
Sono questi sei testimoni a riconoscere informalmente gli autori della strage, indicando alla polizia i presunti assassini, che vengono sottoposti a fermo.
Il resto dei superstiti, ossia 74 persone, non vengono interrogati: di loro oggi non si hanno più notizie, ma è probabile che abbiano già lasciato i centri di accoglienza siciliani.
Gli agenti hanno poi messo a verbale la deposizione dei testimoni, mostrandogli tutte le foto dei passeggeri scattate dall’equipaggio della Ellensborg.
Il riconoscimento però non porta a risultati omogenei.
Un primo testimone riconosce 17 aggressori, il secondo indica 25 colpevoli, un terzo ne accusa soltanto sei. Così, quei verbali verranno chiusi e successivamente riaperti a distanza di poche ore.
Ai testimoni, questa volta, verrà chiesto il riconoscimento soltanto dei migranti già fermati sulla banchina del porto, con l’esibizione delle foto segnaletiche realizzate dalla Scientifica. I sei testimoni, questa volta, confermano il riconoscimento dei 15 già fermati.
Anche le persone sotto arresto confermano il massacro, ma danno una ricostruzione molto diversa delle cause.
Il loro è il racconto di una drammatica lotta per la sopravvivenza.
A bordo del gommone — spiegano nelle deposizioni difensive — tutti erano ammassati, senza divisioni nè per nazionalità , nè per religione: se in quelle condizioni si fosse scatenata una rissa, di sicuro l’imbarcazione si sarebbe ribaltata.
E descrivono la situazione: molti passeggeri, soprattutto quelli stivati a prua, erano aggrappati al tubolare dello scafo, un po’ per tirarlo su, un po’ per evitare che l’acqua allagasse l’imbarcazione.
Una lotta per non morire durata quasi 70 ore, tra le onde: quelle che avrebbero fatto cadere in mare diverse persone, tra le quali anche migranti di fede musulmana.
Vittime della stessa disperazione e non dell’odio religioso.
Piero Messina
(da “L’Espresso“)
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Aprile 27th, 2015 Riccardo Fucile
POI SI ACCORGE CHE LA SUA “BUONA SCUOLA” RISCHIA DI FARGLI PERDERE LE REGIONALI E PROVA A MEDIARE
A un passo dall’approvazione del suo Italicum, Matteo Renzi tenta il tutto per tutto. Obiettivo:
recuperare tutti i voti possibili dalla minoranza Pd, spaccare quel fronte sempre variegato ma anche sempre più arrabbiato col premier, andare in aula possibilmente con la certezza che i numeri andranno a posto, l’Italicum sarà legge e il governo resterà in piedi.
Per questo il premier scrive una lettera ai circoli del Pd, mobilita i segretari regionali e oggi ben 19 su 21 lanciano un appello a favore dell’Italicum, mentre – secondo fonti di minoranza – la manovra non gli riesce sui segretari provinciali.
Il premier fa il segretario e chiama a raccolta il partito, quel partito che si trova spaesato di fronte ai mancati inviti a Bersani e agli altri leader storici per la festa dell’Unità di Bologna.
Quel partito che nella sua componente più vicina al mondo della scuola, professori e studenti, tre giorni fa ha contestato il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini proprio alla Festa di Bologna.
Ed è questo l’altro cavallo di battaglia della strategia del premier: il ddl di riforma della scuola.
Va corretto, ordina ai suoi mentre a Palazzo Chigi è furibondo per quella parola, “squadristi”, pronunciata dalla Giannini all’indirizzo dei suoi contestatori.
Un errore da matita blu per il premier.
Renzi manda in avanscoperta Guerini e il presidente Pd Matteo Orfini a correggere la Giannini. È una bocciatura sonora e pesante al ministro. Che resterà in carica fino all’approvazione de ‘La Buona scuola’, poi si vedrà , dicono nei giri renziani: non è un mistero che tra lei e il premier non ci sia empatia, aggiungono.
Ma il punto per Renzi ora è correggere il disegno di legge, provvedimento dove lui ha inserito la figura del “preside allenatore”, tra i punti che ora risultano più contestati.
E dunque via in commissione alle modifiche: presidi meno centralisti, ma affiancati dal collegio docenti nella elaborazione del piano formativo.
E in più, area riservata per i docenti di seconda fascia nel concorso che verrà bandito a ottobre.
In questo modo il premier spera di ‘sgonfiare’ la partecipazione allo sciopero indetto dai sindacati per il 5 maggio, sciopero che rischia di far slittare gli scrutini di fine anno. E che rischia di tradursi in pesanti cali di consenso per il Pd alle prossime amministrative.
Perchè il ddl scuola parla direttamente a una grossa fetta dell’elettorato Pd. Bisogna starci attenti.
Ammesso che l’Italicum vada in porto senza grossi traumi. In quanto, ragiona il premier con i suoi, ormai la minoranza ha aperto le danze in vista del congresso 2017: già da ora, facendo leva sul ritrovato attivismo politico di Enrico Letta e Romano Prodi, scatenati nelle critiche al governo.
Due fronti, dunque. Italicum e scuola.
Non approvare l’Italicum “sarebbe il più grande regalo ai populisti…” e “ai tanti che credono nel potere dei tecnici: quelli che pensano che la parola politica sia una parolaccia e bisogna affidarsi ai presunti specialisti che ci hanno condotto fin qui, prima dell’arrivo al governo del Pd”.
E’ un riferimento nemmeno tanto velato alle voci che corrono in Parlamento, quelle che indicano la nascita un altro governo nel caso in cui Renzi si dimettesse per la mancata approvazione della legge elettorale
Questa mattina in aula alla Camera ci sarà un primo test sull’Italicum.
Trattasi del voto segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità della legge elettorale presentate dall’opposizione.
I bersaniani dovrebbero respingerle, proprio per tenere il punto e affondare la critica contro un’eventuale decisione del governo di porre la questione di fiducia sull’Italicum.
Ma non è escluso che domattina qualche dissenso interno al Pd si faccia vivo già sulle pregiudiziali di costituzionalità , nascosto dietro il voto segreto.
Dal governo sperano che dia buoni frutti l’opera di dissuasione messa in campo dal ministro all’Agricoltura Maurizio Martina su un pezzo di Area Riformista.
Mentre il premier è al lavoro sull’idea di sostituire il capogruppo dimissionario Roberto Speranza con un esponente di minoranza, proprio per non risparmiare colpi nel tentativo di spaccare l’opposizione interna.
E’ un lavorio che punta a evitare il voto di fiducia, sbocco che però resta all’orizzonte. Non in questa settimana, dicono fonti renziane, non ce ne sarebbe il tempo. Più probabile la prossima, dopo l’inaugurazione dell’Expo il primo maggio e dopo la visita del premier alla Festa dell’Unità di Bologna domenica prossima, nella fossa del leone insomma.
Il pallottoliere del capogruppo vicario Ettore Rosato e del sottosegretario Luca Lotti conta una ventina di irriducibili nella minoranza Pd. Il resto dovrebbe rientrare. Dovrebbe.
Altrimenti sarà scontato il voto di fiducia: che passerà , lo dicono anche dalla minoranza.
Il vero incubo resta il voto finale sul provvedimento, voto segreto ed esposto alle imboscate. Se non passa la legge, si va a casa, conferma Renzi.
Non è detto, ribattono ufficiosamente i bersaniani: decide il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 27th, 2015 Riccardo Fucile
A SOSTEGNO DELLA POLI ARRIVERA’ SILVIO, CHE PRIMA ANDRA’ AL SANTUARIO DI PADRE PIO: FORSE SI AFFIDERA’ A LUI
«Io rappresento la destra», continua a ripetere Adriana Poli Bortone nella campagna elettorale che la vede candidata, con il sostegno di Forza Italia, alle Regionali pugliesi.
Cosa rappresenta in realtà lo decideranno gli elettori, visto che la “riserva di Arcore” è scesa in campo all’ultimo minuto per tentare di arginare l’avanzata du Schittulli e Fitto.
Ha stupito qualcuno il 25 Aprile della candidata «di destra»: a braccetto dello sfidante Pd Michele Emiliano era a Turi (Bari), per ricordare Antonio Gramsci nella cella dove è stato imprigionato dal regime fascista.
«Ho sentito che dovevo rendere omaggio anche io a Gramsci, si tratta di un gesto di pacificazione. Serve rispetto verso coloro che hanno combattuto per gli ideali in cui credevano e per quanti sono caduti».
Ma il 25 Aprile di Poli Bortone e di Emiliano ha mostrato anche come la sfida elettorale tra i due sia orientata a una sospetta complicità .
Oltre a pubblicare selfie con l’avversaria, il candidato Pd spende parole del tipo: «È Bortone il mio avversario».
Che sia una simpatia ad arte per cercare di marginalizzare Schittulli?
Entrambi ex sindaci, una a Lecce l’altro a Bari: «Ci siamo conosciuti allora. All’inizio gli diedi anche una mano, poi è diventato bravissimo per conto suo»: assist ricambiato.
Con Giorgia Meloni invece «c’è freddezza, e mi dispiace»:
«Sono legata a FdI-An – dice del partito a cui ancora appartiene – e non comprendo il ragionamento politico della Meloni».
Certo, sarà difficile da spiegare anche agli elettori questa situazione: FdI, il suo partito, sostiene un altro candidato, Francesco Schittulli; che corre con gli azzurri vicini a Fitto contro Poli Bortone, che però ha il sostegno di Berlusconi.
«Sì, è una situazione molto difficile da comprendere» ammette la Poli Bortone.
Intanto Berlusconi programma una puntata in Puglia: «L’ho sentito ieri mattina. Ne suoi piani c’è anche una visita al santuario di San Pio, ma sarà una visita privata. Se vuole lo accompagnerò, ma non sarà un appuntamento elettorale, mai strumentalizzare».
Infatti l’ha reso noto.
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Aprile 27th, 2015 Riccardo Fucile
TRA INDAGATI E PASSI INDIETRO: I CASI DI ALFIERI E MAGLIULO IMPUTATI DI CORRUZIONE E VOTO DI SCAMBIO… LE VICENDE DI ERCOLANO E GIUGLIANO
I pianti del dirigente di partito Nello Mastursi segnano una giornata da incubo per il Pd campano. 
Il nodo degli impresentabili in lista non si scioglie. Anzi. Si aggroviglia.
La scadenza del 2 maggio si avvicina e i democratici sono ancora in alto mare, non c’è l’ufficializzazione delle liste per le regionali.
La convocazione domenicale della direzione campana Pd avrebbe dovuto ratificare le delibere delle segreterie provinciali.
Ma da Salerno e Caserta piombano come macigni i casi Franco Alfieri e Dionigi Magliulo.
Alfieri, sindaco deluchiano di Agropoli in via di decadenza con il pretesto del ricorso a una multa, è imputato di corruzione per una vicenda di appalti gestiti quando era assessore provinciale ai Lavori Pubblici.
Nel tardo pomeriggio Alfieri ha deciso di rinunciare. Nonostante le proteste dei deluchiani, il diktat di Renzi e Guerini è passato e lui ha deciso di fare un passo indietro. Non si candiderà nemmeno nelle civiche deluchiane.
Magliulo, che invece si è dimesso con tutti i crismi da sindaco di Villa di Briano, è imputato di voto di scambio con l’accusa di aver comprato consensi alle elezioni comunali.
I due sono in campagna elettorale da mesi. Ma Matteo Renzi avrebbe ordinato di cancellarli dalla lista.
Repubblica ha rivelato che Lorenzo Guerini avrebbe inviato un sms perentorio: “Se passano i due sindaci sotto processo io mi dimetto”.
Il segretario regionale Assunta Tartaglione è chiamata ad eseguire. Lo comunica.
Auspica che i due facciano un passo indietro. Altrimenti, dice, il partito provvederà d’imperio.
La direzione degenera nel caos. Alfieri e Magliulo protestano ad alta voce. Lo sponsor di Magliulo, l’europarlamentare casertano Nicola Caputo, che pagò sulla propria pelle l’esclusione dalle liste per le elezioni politiche a parlamentarie già vinte per un avviso di garanzia nell’inchiesta sulla Rimborsopoli campana (che però non gli è stata d’impedimento l’anno dopo per andare a Strasburgo), twitta: “Tra pochi mesi la verità verrà fuori ed il partito dei forcaioli a corrente alterna dovrà chiedere scusa ad un uomo, ad un dirigente politico, ad un capace amministratore, ad un amico … a Dionigi!”. La partita non è chiusa del tutto.
Caos anche nei comuni.
A Ercolano, come anticipato domenica 19 aprile dal Fatto Quotidiano, il commissario del circolo Teresa Armato ha cancellato la celebrazione delle primarie e ha designato candidato sindaco il renziano Ciro Buonajuto, incontrato da Renzi durante la visita a Pompei.
Per l’ex senatrice Armato, Buonajuto “è la persona che risponde meglio alle richieste di innovazione e discontinuità ”.
Il Pd di Ercolano sta attraversando vicende politicamente drammatiche: tesseramento gonfiato e in odore di camorra, mezza giunta Pd inquisita per corruzione, col sindaco uscente, Vincenzo Strazzullo, che si era candidato alle primarie per cercare la riconferma ma ha rinunciato dopo la notifica dell’avviso di garanzia.
Buonajuto ha accettato, invocando una fase nuova, «un taglio netto con il recente passato», ma il Pd locale è in fermento.
La parlamentare Luisa Bossa parla di “commedia che rischia di diventare dramma”, paragona il commissariamento a “una pantomima”.
E Antonio Liberti, fino a pochi giorni fa segretario cittadino del Pd di Ercolano, che l’87% degli iscritti voleva candidare a sindaco senza passare per le primarie, accusa il commissario di aver “eseguito l’ordine impartito da Roma”.
C’è il rischio di scissione e di corse solitarie. Dem col simbolo contro dem senza simbolo.
Liberti si mantiene vago: “Il nostro sarà un progetto politico non una lista. Siamo in una fase di riflessione, non è facile prendere una decisione contro il simbolo del nostro partito anche perchè noi rappresentiamo la stragrande maggioranza del Pd”.
A Giugliano, invece, tutto era pronto per la conferenza stampa di presentazione di Emanuele D’Alterio, l’uomo che era stato scelto per superare il nome del dirigente della Regione Campania Antonio Poziello, vincitore delle primarie ma imputato di associazione a delinquere e tentata truffa per un vecchio progetto di formazione professionale.
La conferenza è stata sconvocata all’improvviso senza spiegazioni. Che nei fatti sono arrivate ieri, quando D’Alterio ha annunciato il ritiro, lasciando in ambasce il commissario Peppe Russo.
Anche qui una parte del Pd ‘minaccia’ di sganciarsi dalle decisioni ufficiali del partito e sostenere Poziello, che non vuole ritirarsi.
Ma se in casa Pd si piange e si litiga, in Forza Italia le cose non vanno molto meglio. Tanto che Berlusconi vuole togliere il suo nome dal simbolo.
Anche in Campania, una delle poche regioni dove il candidato Governatore, l’uscente Stefano Caldoro, ha concrete possibilità di vittoria.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 27th, 2015 Riccardo Fucile
PROGETTO OLIMPIADI: RENZI E MALAGO’, UN CAPPELLO SOPRA IL BUSINESS
Il crimine non è una disciplina olimpica. Ma con impavido tempismo, appena scoperchiata Mafia Capitale, il giovane Matteo Renzi e l’amico Giovanni Malagò, una coppia di piacioni di professione, hanno candidato Roma per i Giochi del 2024.
Siccome l’Italia è tutta bella e tutta cara, e non soltanto la capitale è votante, Renzi s’è inventato l’Olimpiade itinerante: un po’ a Firenze per il Brunelleschi, a Napoli e in Sardegna per la vela e il mare, a Milano per le bici. E perchè escludere Torino, Venezia o il Vaticano, che dispone di campetti di pregiata erbetta inglese?
Come spesso accade, Ignazio Marino ha incassato.
Non il denaro: la gomitata politica, che non è per niente sportiva.
L’ex chirurgo fa il bonario, però s’è imputato. E non fa passare nulla, non concede nulla al rampante Malagò, già designato prossimo sindaco di Roma.
Entro il 15 settembre va formalizzata la candidatura, ma nè la giunta comunale, nè l’assemblea capitolina hanno approvato un documento valido.
Anzi, non l’hanno neanche abbozzato o discusso.
Per la sfiancante corsa al 2024, che sarà definita fra un paio di anni, il Campidoglio ha accontato una miseria: 150.000 mila euro.
Marino s’è “dato” coraggio. Il guaio è che le ripicche non lasciano un graffio. Il Coni ha il controllo assoluto, e non per una ribalda gestione di Malagò, di per sè ribaldo, ma perchè Matteo gli ha prestato (non regalato) il potere.
A differenza di Gianni Alemanno e Silvio Berlusconi che spesero milioni di euro per le Olimpiadi 2020 e poi furono bloccati da Mario Monti, stavolta non esiste un comitato promotore che riunisce comune, governo e Coni.
Malagò ha affidato la gestione a Coni Servizi, una società di proprietà del ministero del Tesoro. Marino non dovrà imprecare sui soldi che mancano: gli 8 milioni necessari per avviare la macchina li mette lo Stato.
Con l’obolo di governo, Malagò s’assicura il controllo totale, può fare e disfare, allestire conferenze stampa, centellinare annunci più o meno inutili con quel tipo di prosopopea che ricalca lo stile renziano.
Per imbellettare l’immagine di Roma, il presidente del Coni ha arruolato Luca Cordero di Montezemolo, che ha accettato di sfidare la sorte, spavaldo, dopo aver legato il suo ciuffo al fallimento dei mondiali di Italia ’90.
Anche il ruolo di Montezemolo è simbolico.
Talmente simbolico, o meglio ancora metafisico, che il Coni non ne ha deliberato la nomina. Che importanza? Zero, decide Malagò.
Correzione: Malagò con il nullaosta di Renzi.
Questa sintonia ha permesso a Claudia Bugno, una dirigente ministeriale ex consigliere nel Cda di Banca Etruria (con il papà del ministro Maria Elena Boschi vicepresidente), di ottenere il coordinamento del comitato promotore.
E Marino, offeso, ha ingaggiato per 37.000 euro un ex assessore di Barcellona, Enric Truno y Lagares , per importare i fasti catalani dell’edizione del ’92.
Assunti i rimedi pallitiavi, e queste per adesso sono davvero scaramucce con Malagò (leggi pure Renzi), l’ex chirurgo minaccia di fare il referendum consultivo sui Giochi per far esprimere i romani.
Le previsioni sono scontate: i romani, disillusi, bocceranno il progetto. È presto, per ora è (è ancora) un’ipotesi. Al Comitato Olimpico Internazionale sono grati a Renzi per aver inaugurato la maratona burocratica e lobbistica da qui al 2024, ma sono sei le città che potrebbero sfidare Roma: Baku, Boston, Budapest, Amburgo, una metropoli indiana e la più blasonata, Parigi, che in quell’anno vuole celebrare un centenario olimpico.
Oltre i simboli e la grandeur, i Giochi rappresentano un impiccio.
Vedi il Brasile, stremato già dopo i Mondiali, tra balletti coreografici e rivolte feroci.
La Norvegia con Oslo si è ritirata per quelle invernali del 2022, resiste la Cina con Pechino, impegnata in un farsesco ballottaggio con Almaty, in Kazakistan, il regno del dittatore Narzabayev. Vincerà la Cina. E vinceranno gli sprechi.
A Pechino non sanno come smaltire le strutture del 2008.
I Giochi vanno contro la logica economica. Anche se parsimoniosa, l’Italia dovrebbe spendere almeno 10 miliardi di euro.
Nessuno s’è bevuto la farsa degli imprenditori impazienti di investire su Roma 2024.
E non è il caso di affrontare la questione scadenze, consegna dei lavori.
Già L’Expo di Milano è un umiliante gioco di ritardi e ruberie. Forse sarebbe saggio candidare Roma per il 2054.
Per iniziare domani con gli appalti.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 27th, 2015 Riccardo Fucile
L’INGRESSO SENZA CONTROLLI DI SICUREZZA… “QUANDO CHIAMANO IO CI SONO, PAGANO SUBITO A FINE GIORNATA”
Gli abusivi non si arrampicano sul muro di cinta, non si infilano nei buchi, non si calano dall’alto dei
camion: semplicemente, camminano. In massima sicurezza.
A duecento metri di distanza da uno degli ingressi principali dell’Expo per i dipendenti dei cantieri, sottoposti a doppi e serrati controlli, c’è un cancello.
All’inizio un filo di ferro lo tiene ancorato alla rete metallica. Con il passare dei minuti e degli ingressi il filo di ferro cade, viene lasciato a terra e si apre un varco che consentirebbe anche l’entrata di una motocicletta.
Oppure, volendo e spostando senza fatica il cancello, perfino d’una macchina.
Le prime guardie delle società di sicurezza che hanno ricevuto da Expo l’affido della vigilanza, si posizionano intorno alle 7.
Nell’arco del periodo che abbiamo esaminato (dalle 6 alle 7) è passata una camionetta dell’esercito. Poco è cambiato.
Il varco, che introduce all’area dell’Esposizione universale ed è peraltro in una zona con un certo traffico di veicoli, è conosciuto e battuto.
Gli abusivi ci arrivano direttamente. Senza nemmeno telefonare per avere indicazioni viabilistiche dai compagni che probabilmente li aspettano da dentro e che li avrebbero «convocati».
Giorni feriali oppure domenica sarebbe uguale e nulla cambierebbe. Venerdì inizia l’esposizione, il tempo stringe.
Va da sè che questo «fronte» del cancello, a metà strada tra la stazione ferroviaria e il carcere di Bollate, oltre a evidenziare la fragilità del sito dell’Expo nonostante le migliaia di rassicurazioni, racconta come si possa entrare e girare evitando i canali previsti dal regolamento.
Fino ad adesso – si spera – dal cancello sarebbero transitati solo «innocui» operai, muratori, elettricisti. Italiani e stranieri.
Bisogna capire se davvero è andata così, chi e come potrà dimostrare il contrario, chi sono gli abusivi e se questi abusivi potrebbero essere addirittura lavoratori «in nero». Un «nero» che potrebbe essere un «effetto collaterale» della catena di subappalti magari sconosciuti agli organizzatori dell’esposizione universale, invece «traditi» dai vincitori degli appalti.
Già si è polemizzato, per voce di altre società di sicurezza con importanti clienti, su quali garanzie possano fornire le aziende di vigilanza volute da Expo. L’aggiudicazione dei servizi – è l’accusa – sarebbe stata fatta al ribasso.
E le aziende starebbero esternalizzando parecchi servizi.
Con la scelta che andrebbe su altre ditte a volte ritenute «poco affidabili» dalle stesse nazioni «titolari» dei padiglioni stranieri (compresi Paesi di peso e di potere); e con i lavoratori delle ditte che non sempre risponderebbero ai requisiti necessari.
Vero? Oppure sono voci maligne alimentate dalla concorrenza delusa per l’«esclusione»?
Di vero c’è che da un lato ferma è la richiesta di «aiuti» da fuori, e testimonianza ne sono le molteplici riunioni in Prefettura con i vertici delle forze dell’ordine (lunedì scorso c’erano il capo della polizia e il comandante generale dei carabinieri); ma dall’altro lato, dall’interno, il sistema presenterebbe delle falle.
Oggi, con probabilità , il varco «incriminato» sarà sigillato e finirà sotto «massima custodia».
Verrà chiesto conto alla società di vigilanza responsabile del tratto. Però forse, lungo il consistente perimetro dell’Expo, potrebbero esserci altri passaggi nascosti.
La presenza del cancello degli abusivi è nota sin dall’arrivo dei lavoratori nella stazione ferroviaria.
All’altezza degli ultimi binari, attraversando uno scalo già inaugurato ma che ancora necessita di interventi, si sbuca in superficie e ci si immette sulle strade che portano all’esposizione.
I muri sono affollati di scritte contro l’Expo, i pali di bigliettini per affittare appartamenti nei dintorni.
Incontriamo un ragazzo italiano, alto, con barbetta, e un altro ragazzo tunisino, magro. Il primo è più disponibile, il secondo ci mostra il tragitto per raggiungere il varco e una volta lì si raccomanda: «Fatti i c… tuoi, che qui lavoriamo in tanti».
L’italiano racconta: «Ogni tanto mi chiama un amico. Io aggiusto i bagni, m’intendo anche di impianti elettrici. Se c’è bisogno, mi faccio trovare pronto. Pagano subito. E cosa faccio, butto via i soldi?».
Non bastassero le testimonianze, le fotografie e i video, ci sarebbero alcune considerazioni da fare, dopo la premessa che tutti i lavoratori di Expo devono essere registrati e «monitorati» nei loro spostamenti.
Difficile che gli abusivi entrino dal cancello per accorciare il cammino verso i cantieri: a duecento metri, come detto, c’è uno degli accessi regolari che all’alba – così era ieri – non hanno fastidiose code.
Difficile che il varco non porti dentro l’Expo: altrimenti, se la zona è «neutra», quando si sono posizionate, le guardie non avrebbero allontanato tutti gli altri operai che tentavano l’«assalto».
Difficile che gli abusivi si servano del cancello per prendersi un pausa caffè.
Dal varco non abbiamo visto uscite ma esclusivamente entrate. E poi il bar è lontano, quantomeno a chiedere agli operai che ci conducono al «bar Expo 2015», gestito da cinesi.
Sulla vetrina c’è scritto che la domenica è chiuso: questa domenica è aperto, fuori si raggruppano lavoratori. Fumano, leggono la Gazzetta .
Sembrano scene di una Milano antica, quella dei quartieri della Bovisa e della Bicocca, gli operai scaricati dai tram e dai treni, il ritrovo fuori dai bar per un goccino d’ordinanza, infine l’incolonnamento verso le fabbriche.
Andrea Galli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 27th, 2015 Riccardo Fucile
QUANDO FUI MIGRANTE ANCHE IO
Ho letto della dichiarazione di Gianni Morandi che, di fronte a certe reazioni negative, infastidite, sugli sbarchi di migliaia di profughi, ricordava che anche noi italiani siamo stati emigranti, e subito la Rete era stata intasata di violenti attacchi contro il cantante.
Ho lasciato passare qualche giorno, per rispetto all’impegno di Morandi.
Ora voglio portare un mio contributo di memoria, che credo possa comunque dare un qualche appoggio, da lontano, a quanto egli ci ricordava.
Sono stato un migrante anche io. In realtà , a quel tempo – era la prima metà degli anni Sessanta – più modestamente si diceva “emigrante”, con la “e”, e quello sono stato anche io.
Vivevo a Reggio Calabria (aveva appena terminato il liceo, iniziavo l’Università , prima di “emigrare” a Genova), e in quegli anni dai piccoli paesi della mia terra c’era molta gente che partiva per la Germania, a cercare lavoro e fortuna.
Erano gli “emigranti”, contadini e manovali che tentavano di sfuggire dalla miseria di campagne senza speranza, con la valigia di cartone e la coppola in testa.
Allora, pur da ragazzo, mi interessavo molto di sociologia (cosa misteriosa, in quei primi anni Sessanta, appena agli inizi nella elaborazione della nostra cultura), e leggevo tutti i libri di sociologia americana che la piccola, preziosa, biblioteca dell’Usis presso la Camera di commercio teneva nei suoi scaffali, Riesman, Mills, Packard.
Volli fare, dunque, una esperienza diretta, sul campo, trasformandomi in emigrante.
Chiesi alla mamma (papà era morto, noi eravamo una famiglia modesta, ma non povera) di aiutarmi a fare l’emigrante, quello che tanti ragazzi e tanti uomini di famiglie che noi conoscevamo erano davvero, e non “facevano”.
Sapevo bene che vi era una differenza di fondo, tra quei poveracci che partivano da disperati e me che, invece, “fingevo” di essere un disperato ma partivo, diciamo, per studio.
E però assumevo il valore di quella differenza, e tentavo di controllarla per rendere più autentica la mia esperienza.
Sapevo anche di avere strumenti culturali più articolati di tanti che partivano nel viaggio della speranza, ma mi riproponevo di non farmene condizionare: quello che mi interessava era apprendere direttamente delle difficoltà di vita in un ambiente completamente diverso, delle reazioni che queste difficoltà imponevano, e di come gli emigranti italiani subissero – o gestissero – queste reazioni.
Mi informai alla biglietteria della stazione Centrale, e mi feci dare dalla mamma 34.000 lire, che erano, giuste giuste, il prezzo di un biglietto di andata e ritorno in Terza classe per Duesseldorf, importante città industriale della Germania Occidentale. Se fosse stato necessario, non si sa mai, avevo il mezzo per poter comunque rientrare; e però partivo come un vero “emigrante”, con i soldi contati e una povera valigia: vi stipai un paio di maglioni, calze e mutande, qualche pezzo di pane biscottato, due vasetti di marmellata e (soltanto questo, immagino, differente dagli emigranti “veri”) una grammatica italiano-tedesco, che si usava nelle lezioni di tedesco che a quel tempo si potevano ascoltare alla radio, nel pomeriggio alle due, con i corsi anche di francese e di inglese.
Ma di tedesco non sapevo davvero nulla, solo un po’ di francese appreso a scuola e un pizzico di inglese studiato per mio conto con un giovanotto inglese che faceva l’insegnante a Reggio.
Arrivai a Duesseldorf distrutto dal lungo viaggio, stranito, incerto.
Però, in testa al binario dove ero sbarcato vidi, sorpreso, interessato, alcune parole in varie lingue, e perfino (incredibile! che fortuna!) in italiano: il cartello diceva “Benvenuti, lavoratori. Se avete bisogno, possiamo aiutarvi”.
Era la Kolping Haus, un’organizzazione caritatevole evangelica, che dava assistenza alle migliaia di italiani che arrivavano a cercare lavoro.
Mi aiutarono, mi ospitarono in una soffitta, dove dormivamo in 24 emigranti di ogni paese, mi fecero il credito di un Marco al giorno, e mi insegnarono come fare i documenti per essere assunti in fabbrica.
Trovai lavoro come manovale in un’acciaieria, mi alzavo alle 5 del mattino e ci tornavo al tardo pomeriggio.
Pulivo le macchine, pulivo i capannoni, facevo i lavori d’ogni manovale, a poca distanza dai fuochi dell’altoforno.
Non c’erano italiani, nel mio capannone, soltanto tedeschi, quasi tutti tedeschi, con un portoghese e un colombiano.
Quando avevo un attimo di pausa, mi nascondevo dietro un tavolone di ferro e leggevo qualche pagina della grammatica; poi chiedevo ai lavoratori tedeschi di verificare il mio apprendimento del vocabolario tedesco: il naso, la mano, il vestito, mangiare, lavorare, parlare…
Mi seguivano incuriositi, ma mi trattavano anche con qualche disprezzo, e dicevano parole che io non capivo e però li facevano ridere di me.
Un giorno, uno dei capiofficina mi sorprese con il mio libro: mi rimproverò aspramente, a lungo, con parole che non conoscevo ma il cui tono era assai chiaro; e mi portò in direzione, tenendomi per il braccio. I direttori mi interrogarono, duri, seri, sfogliando con curiosità quel libro della Eri che il capoofficina gli aveva consegnato; io cercai di spiegare quello che potevo, con il mio poco inglese che riuscivo a manovrare,
Credo dicessero parole assai dure sugli “Italianen”, ma poco alla volta – appreso che ero un giovanotto che stava per andare all’università , e a quel tempo erano davvero pochissimi coloro che potevano fare lo studente – mi perdonarono: non mi licenziarono, ma mi imposero di non portare più in fabbrica quel mio libro . (Tra parentesi, erano tali le condizioni di lavoro nel capannone che, ogni volta che tornavo dalle macchine e dai torni a sfogliare il libro, le pagine che avevo lasciato aperte erano coperte da una sottile, diffusa, polvere di ferro.)
Non lo portai più, il mio libro di tedesco, e però mi facevo insegnare le parole dai miei compagni tedeschi. I quali, saputo chissà come, che non mi avevano licenziato perchè ero (“addirittura”) uno studente universitario, cambiarono completamente il loro atteggiamento verso di me: mi sorridevano, cercavano di aiutarmi nel mio lavoro pesante, arrivavano a invitarmi a cena a casa loro, che sarebbe stato un onore. Uno studente universitario! Una figura sicuramente di prestigio, un “signore”!
Per rabbia rifiutai, perchè ero la stessa persona che fino a un giorno prima loro avevano trattato con disprezzo e ora volevo vendicarmi. Sbagliavo, ma non ce la feci.
Imparai poco alla volta a capire di più, a tradurre quella lingua impossibile, e a districarmi.
Un sabato sera mi feci coraggio, decisi di uscire, di andare in un locale vicino dove i tedeschi mi avevano detto che si poteva ballare, che c’erano molte ragazze sole. E ammiccavano.
Ci andai, impacciato, timido, curioso, ma interessato soprattutto alle ragazze.
Entrai titubante, guardandomi intorno, cercando di capire la gente dentro quel fumo e quella musica sparata a volume alto, e di guardare quelle ragazze bionde che a me sembravano tutte bellissime, fantastiche, come a Reggio nemmeno avrei potuto sognare.
Dopo qualche minuto mi feci coraggio, e appena l’orchestrina attaccò un pezzo mi avvicinai a una ragazza; non sapevo ballare, ma il desiderio d’immaginare chissà quale avventura facile e ora a portata di mano mi diede coraggio.
Una ragazza, bellissima, mi sorrise, e si alzò in piedi per accompagnarmi nel piccolo spazio dove le coppie già ballavano.
Ma un uomo mi si avvicinò e, guardandomi in tutta la mia evidente diversità ri spetto all’ambiente, mi disse “Nein, Nein”, scuotendo la testa.
Mi chiese chi mai io fossi. Gli risposi – con il mio poco tedesco – che ero uno studente italiano, e ricordando il nuovo rispetto che ora mi mostravano in fabbrica i miei compagni tedeschi ero certo di avere, così, un buon lasciapassare.
Quell’uomo ascoltò aggrottato, nel fragore alto della musica, poi disse nuovamente, duro, aspro, “Nein! Nein”.
Mi prese per il braccio (era molto più alto di me, e grosso, e forte), e mi accompagnò alla porta, dove mi mostrò con il dito teso un cartello che io nemmeno avevo visto quand’ero entrato, preso com’ero dal mio imbarazzo e dalla mia curiosità .
Ora che sapevo un po’ di tedesco, lessi e tradussi: “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”.
Me ne andai, la ragazza che avevo invitato, bellissima, già ballava sulla pista tra le braccia di un ragazzo biondo.
Il mio progetto “sociologico” lo ressi per più di due mesi, rientrando in Italia giusto in tempo per l’inizio delle lezioni all’università .
Appresi molto, parlai con molti emigranti “veri”, presi nota dei loro rapporti difficili con gli operai tedeschi.
E mi portai dentro, e mi porto tuttora, il segno forte di quella esperienza, e il cartello bianco appeso alla porta di quel caffè, con quelle sue parole sprezzanti, quel “Verboten” che mai dimenticherò e che subito mi torna addosso quando vedo attorno a me il disprezzo usato contro i migranti che vengono in Italia a cercare speranza, fortuna, una vita nuova.
Siamo stati migranti anche noi.
Ci chiamavamo emigranti, a quel tempo, e ora lo abbiamo dimenticato.
Mimmo Cà ndito
(da “La Stampa”)
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Aprile 27th, 2015 Riccardo Fucile
UFFICIALMENTE PERCHE’ PUNTA ALLA “RIABILITAZIONE”, MA C’E’ CHI LO ATTRIBUISCE A NON VOLER FARSI COINVOLGERE NEL DISASTRO ANNUNCIATO
Niente “Berlusconi” nel simbolo di Forza Italia alle Elezioni regionali, in attesa della “piena riabilitazione”.
La decisione è stata presa già una settimana fa dopo un confronto interno al partito tra chi voleva che il riferimento al presidente azzurro rimanesse e chi invece consigliava di toglierlo per proteggere il leader da un eventuale danno d’immagine in caso di flop elettorale.
Alla fine è stato proprio l’ex cavaliere a scegliere di non mettere per ora la faccia sulle schede, in attesa della piena riabilitazione politica, che secondo lui, dopo aver scontato ai servizi sociali la pena per la condanna Mediaset, arriverà con una sentenza della Corte europea dei diritti umani.
L’ex premier, all’ultima riunione con i suoi deputati, ha precisato che lui tornerà definitivamente in campo solo quando avrà ottenuto la piena dignità e sarà stata riconosciuta la sua completa innocenza.
Di certo, non si risparmierà per la campagna elettorale, andrà in tv e farà comizi, evitando però di andare in piazza, perchè — ha spiegato l’altro giorno — “possibile bersaglio di attentati dell’Isis”.
In realtà , dicono le malelingue, l’assenza del nome del logo di Fi sarebbe da attribuire al fatto che Berlusconi, sondaggi alla mano, teme un risultato negativo: chance di vittoria ci sono solo in Veneto, Liguria e Campania.
D’altro canto, le chance di incassare la vittoria nelle altre regioni sono molto scarse. Quasi a zero in Puglia, a causa delle divisioni interne agli azzurri e al centrodestra che vedono schierati due candidati presidenti: Francesco Schittulli e Adriana Poli Bortone. “L’unità del centrodestra in Puglia è ancora possibile — dice Luigi Vitali, segretario regionale di FI — ma si può trovare solo intorno alla candidata presidente che Fi e Lega sostengono, e a patto che l’altro candidato faccia un passo indietro”, magari immaginando per sè “un’alternativa” che potrebbe essere “un ticket, l’assessorato alla Sanità , o una candidatura in Parlamento”.
Ma non è solo la Puglia a creare incertezza dentro lo stato maggiore di Fi: agitazione si sarebbe registrata anche in Toscana intorno alla scelta di Fratelli d’Italia di allearsi con la Lega e convergere sulla candidatura di Claudio Borghi, rinunciando al proprio candidato.
Per chiudere le liste comunque c’è ancora qualche giorno e Berlusconi in settimana sarà a Roma anche per fare il punto con lo stato maggiore del partito.
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Aprile 27th, 2015 Riccardo Fucile
CENTINAIA DI AGENTI DI SCORTA A UN PROVOCATORE…DOPO 15 MINUTI SCAPPA DA ANCONA…E A PORTO RECANATI DOVE VOLEVA ENTRARE NEL CONDOMINIO MULTIETNICO TROVA 600 PERSONE A RESPINGERLO E CAMBIA STRADA
Piazza Roma blindata, ad Ancona, per l’intervento di Matteo Salvini. 
Anche una carica degli agenti per allontanare i contestatori, che hanno lanciato uova e bottiglie.
Il segretario della Lega ha iniziato a parlare verso le 12 in una piazza super-sorvegliata da agenti della Questura e carabinieri che impedivano di avvicinarsi al leader della Lega.
In piazza numerose persone a contestarlo.
Sono stati lanciati fumogeni e si sono levate salve di fischi. I contestatori hanno tentato di raggiungere la zona della piazza dove Salvini stava parlando con un megafono, ma sono stati bloccati dagli agenti.
Dopo appena 15 minuti Salvini ha lasciato frettolosamente la piazza, superscortato si è diretto a Porto Recanati.
Matteo Salvini è stato respinto da un cordone di cittadini e immigrati a Porto Recanati.
Il segretario leghista sarebbe dovuto entrare nell’Hotel House, il condominio multietnico abitato soprattutto da nordafricani, ma cittadini e migranti hanno fatto “muro”.
Non è riuscito ad entrare, è stato bloccato poco prima dell’entrata da un cordone di 600 persone che lo hanno affrontato con cori («buffone») e striscioni.
Le forze di polizia non hanno sfondato il cordone e Salvini è ripartito per Macerata.
(da “il Messaggero“)
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