Settembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
CLAMOROSA SVOLTA SUI PROFUGHI: IL 61% DEGLI ITALIANI VUOLE ACCOGLIERLI, SOLO IL 32% E’ PER RESPINGERLI
La marcia di Matteo Renzi al governo procede senza scosse e senza accelerazioni particolari. Da tempo
non riesce più a sollevare entusiasmo.
Le speranze, attorno a lui, si sono raffreddate. Ma, per ora, non sembra in pericolo.
Le vicende politiche interne e le emergenze esterne – per prima: la vicenda drammatica dei profughi – non hanno indebolito il sostegno al governo.
Questa, almeno, è l’idea che si ricava dal sondaggio dell’Atlante Politico condotto nei giorni scorsi da Demos.
Oggi, infatti, Renzi appare un leader senza alternativa, anche se è incalzato da opposizioni che hanno basi ampie e radicate.
Il PD resta, comunque, il primo partito, fra gli elettori. Conserva il livello di consensi rilevato prima dell’estate. Anzi, lo migliora, seppure di poco.
Supera, infatti, il 33%. Seguito, a distanza, dal M5s. Che si avvicina al 27%, il dato più elevato, da quando è sorto (secondo l’Atlante Politico).
Dietro di loro, la Lega di Salvini staziona, intorno al 14% e supera Forza Italia. Più che per meriti propri, per demerito del partito di Berlusconi, che scivola all’11%.
Il minimo da quando, oltre vent’anni fa, è “sceso in campo”, trainato dal suo leader e padrone. Tra le altre forze politiche, si osserva il declino dei centristi NCD e Udc. Ormai ridotti ai minimi termini (meno del 3%).
Anche il PD di Renzi, in caso di elezioni con il nuovo sistema elettorale, l’Italicum, appare comunque lontano dal 40%.
La soglia prevista per conquistare la maggioranza dei seggi al primo turno.
Dovrebbe, dunque, affrontare un ballottaggio, nel quale, secondo le stime del sondaggio di Demos, nessuno dei possibili sfidanti sembra in grado di batterlo.
Tuttavia, solo nei confronti della Lega il distacco del PD appare largo. Quasi 30 punti.
Di fronte al M5s oppure contro un “cartello” di destra, che riunisse Lega e FI, il PD si affermerebbe, ma non di larga misura. Sfiorando il 54%.
Nell’insieme, non si colgono segni di svolta nè di grande cambiamento, in questo sondaggio. Semmai, la conferma di una fase di fragile stabilità .
Ribadita dagli orientamenti verso i principali leader.
Anche in questo caso, Matteo Renzi primeggia. Ma si attesta sugli stessi livelli degli ultimi mesi. Il 42%. È, dunque, il “preferito” fra gli elettori.
Davanti a Matteo Salvini, in sensibile calo (-6) di gradimento personale. E a Giorgia Meloni. Che dispone di un consenso assai maggiore del proprio partito.
È, invece, interessante osservare come Luigi Di Maio ottenga un indice di fiducia superiore a Beppe Grillo, fra gli elettori nell’insieme.
Nella base del M5s, il fondatore – e “amplificatore” – risulta, però, ancora il più apprezzato (da circa il 70%).
Ma Di Maio, il successore più accreditato, dispone anche qui di un livello di gradimento, comunque, ampio, prossimo al 60%. Segno che il M5s si è, in parte, autonomizzato da Grillo.
Comunque, non è più identificato solo con la sua figura. E, probabilmente, anche per questo mantiene una base di consensi molto ampia.
Così, Renzi e il suo governo procedono in mezzo a molte difficoltà , ma non ne sembrano penalizzati in misura eccessiva.
Il gradimento del governo, come quello personale del premier, è sceso di oltre 10 punti rispetto a un anno fa. Ma dall’inizio dell’anno appare stabile. E, negli ultimi mesi, perfino in lieve crescita. Sopra il 40%.
La valutazione sulle principali politiche del governo, peraltro, non è peggiorata. In alcuni casi, anzi, è perfino migliorata. In tema di lavoro, di fisco.
Ma, soprattutto, in tema di immigrazione. Argomento della lettera inviata dal premier a Repubblica.
L’ondata degli sbarchi, l’emergenza dei profughi, negli ultimi mesi, non sembrano aver danneggiato l’immagine del governo e di Renzi. Al contrario.
Infatti, la quota di cittadini che vede negli immigrati un “pericolo per la sicurezza” oggi è poco più di un terzo della popolazione. Il 35%. In giugno era il 42%.
Le immagini del grande esodo dall’Africa e dalla Siria verso l’Europa hanno modificato il sentimento popolare, oltre che l’atteggiamento di molti leader di governo (per prima: Angela Merkel).
Così, alla paura e all’ostilità si sono sostituite l’apertura e la pietà . E se, fino a pochi mesi fa, tra gli italiani gli sbarchi erano considerati un’invasione, da respingere, erigendo muri e barriere, oggi prevale il sentimento – e l’orientamento – di “accoglienza”.
Sostenuto da oltre il 60% degli intervistati: ben 20 punti in più rispetto a giugno. Una vera “svolta d’opinione”.
Nella politica italiana, dunque, si annuncia un autunno tiepido.
Con un leader solo al comando, circondato da opposizioni che faticano a presentarsi come vere alternative di governo.
Il M5s: è canale dell’insoddisfazione popolare. Ma anche soggetto di controllo democratico a livello centrale e locale. La Lega di Salvini: appare sempre più Ligue Nationale. Versione italiana del Front National di Marine Le Pen. Che, tuttavia, si è affermata interpretando le paure degli elettori moderati.
Forza Italia, infine, declina, in modo inevitabile e inesorabile, insieme al leader che l’ha inventata. E da cui non può prescindere.
Matteo Renzi, dunque, prosegue la sua marcia. Aiutato dalla ripresa positiva del mercato e dell’economia. Dalla timidezza degli avversari. Visto che l’opposizione più insidiosa, oggi, appare quella “interna” al PD
Così, il 46% degli elettori, ormai, ritiene che governerà fino alla scadenza naturale della legislatura.
Il dato più elevato da quando è in carica. A differenza del passato, paradossalmente, ciò avviene proprio quando sembra avere smesso i panni del velocista.
Del leader ipercinetico, sempre in movimento, una riforma dopo l’altra, un “fatto” dopo l’altro.
Mentre, al contrario, ha rallentato la corsa, ridimensionato le pretese. Un premier (più) lento, che riflette il sentimento di un Paese stanco.
Di miracoli e di promesse.
Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica”)
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Settembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
TRATTATIVE IN CORSO PER ASSICURARE AL GOVERNO VOTI IN PIU’
Il Ponte sullo Stretto unisce Palazzo Madama a Palazzo dei Normanni. 
Perchè anche la Sicilia è un laboratorio della nuova alleanza tra Renzi e Alfano.
Da settimane il partito del ministro dell’Interno, di fatto, ha ammorbidito il ruolo di opposizione per avvicinarsi alla Giunta. È accaduto, per dirne una, che i suoi voti sono stati determinanti per approvare la “riforma delle province”, dopo settimane di battaglie d’Aula.
E adesso è in discussione l’ingresso in giunta. L’offerta, benedetta da palazzo Chigi, è stata già recapitata ad Alfano.
E a Castiglione, il potente sottosegretario indagato sulla vicenda del Cara di Mineo, che in questi giorni ha più volte dichiarato sui giornali locali: “Pronti alle riforme con Crocetta”.
L’ingresso in giunta oggi renderebbe naturale quello schema su cui lavora, tra le intemperanze di Crocetta e le fibrillazioni del Pd, il segretario regionale Fausto Raciti. Ovvero l’alleanza organica tra Pd e centro, inteso come Udc e Ncd per il dopo Crocetta, quando cioè si voterà in Sicilia: “Crocetta — dicono fonti del Pd siciliano — va avanti in modo trasformistico, perchè non ha una maggioranza e raccatta voti qua e là . Si deve passare da uno schema trasformistico a uno politico. E o facciamo l’alleanza col centro o vince Grillo”.
L’Udc siciliano (e romano) è già un pilastro solido dell’alleanza grazie all’ottimo rapporto tra Renzi e Casini (uno di quelli che più ha raffreddato i bollori del premier sul voto anticipato) e tra Raciti e l’ex ministro D’Alia, vero pupillo di Casini e considerato da molti (nel Pd) il candidato naturale alla carica di governatore in uno schema di centrosinistra siculo.
Paradossalmente ma non troppo, la determinazione del Pd all’accordone è pari all’indecisione di Alfano.
Il quale, pochi giorni fa, ha detto ai vertici locali del Pd che, piuttosto che entrare subito in giunta, preferirebbe andare al voto nella prossima primavera in un’alleanza col Pd.
Per due motivi.
Il primo è che in tal modo riuscirebbe a far rientrare la Sicilia in un accordo nazionale sulle amministrative (e quindi sulle politiche) perchè è chiaro che la coalizione che si presenterà alle amministrative sarà quella che poi competerà per la guida del paese.
Il secondo è che in tal modo terrebbe unito un partito che in Sicilia, come a palazzo Madama, è ormai una guerra di bande.
E in Sicilia, come a Roma, si registra l’insofferenza (crescente) di Renato Schifani.
Il quale vorrebbe prima garanzie sul cambio della legge elettorale (per votare le riforme) e in Sicilia non ha mai rinunciato al vecchio sogno di correre da governatore.
Sia come sia, la grande trattativa tra Pd e centristi è aperta.
E, a Roma come in Sicilia, dell’indecisione di Alfano approfitta quella vecchia volpe di Denis Verdini.
A Palazzo Madama ha contattato uno ad uno i malpancisti di Ncd. Per la serie: “Altro che Angelino, se venite con me allora sì che contate. Arriviamo a quota 20 e al quel punto ci spetta un ministro”.
In Sicilia il suo plenipotenziario sul territorio è Saverio Romano, ex ministro ai tempi del governo Berlusconi e per un periodo fittiano.
Romano, che in Sicilia è stato uomo forte dell’Udc di Totò Cuffaro, nell’Isola è fiero avversario della saldatura tra centro casinian-alfaniano e sinistra.
E in questi giorni sta stabilendo un’interlocuzione con la Giunta di Crocetta, con l’obiettivo di rafforzarla. Operazione di cui è al corrente Verdini ma anche Luca Lotti. È stato il potente sottosegretario a palazzo Chigi a far capire ai vertici del Pd siciliano di assecondare i desideri di Verdini (e Romano) in questi giorni complicati a palazzo Madama.
Nel suo schema uno non esclude l’altro, anzi c’è posto per tutti nel partitone della Nazione: Romano e Castiglione, Verdini e Alfano. In Sicilia come a Roma.
Questo Ponte sullo Stretto c’è già .
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
EMILIANO: “E’ UNA VITTORIA DI GRUPPO, COME DEVE ESSERE PER L’ITALIA”… RENZI FARA’ ANCHE UNO SPOT, MA E’ GIUSTO CHE SIA PRESENTE UN RAPPRESENTANTE DELL’ITALIA AI MASSIMI LIVELLI
Cambio di programma nell’agenda di oggi del presidente del Consiglio. Sarà una finale senza precedenti.
Sulla scia della straordinaria vittoria agli US Open di Roberta Vinci e Flavia Pennetta, Matteo Renzi è in partenza per New York, assieme al presidente del Coni Giovanni Malagò e al presidente della Federazione Italiana Tennis Angelo Binaghi, per assistere alla prima finale tricolore del Grande Slam, in programma alle 21 ora italiana.
Quindi Renzi non parteciperà alla cerimonia inaugurale della 79esima edizione della fiera del Levante (al suo posto ci sarà il sottosegretario Claudio De Vincenti).
“Renzi va a festeggiare la Puglia a New York” commenta il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. “Sarei andato lì anche io ma il mio dovere mi impone di essere oggi a Bari, alla Fiera del Levante” dice con ironia.
Tra Renzi ed Emiliano ultimamente ci sono stati aspri confronti su la riforma della scuola (che il presidente della Regione vorrebbe impugnare di fronte la Consulta) ma anche sulle ferrovie e sul decreto “sblocca Italia”.
Ma non è questo il giorno, questo è il giorno della Puglia.
“Al loro rientro la Regione tributerà a Flavia e a Roberta gli onori che meritano” continua Emiliano, commentando la doppietta italiana. “E’ la vittoria della volontà , dei sacrifici, che sono i sacrifici – sottolinea Emiliano – dei loro genitori, dei loro nonni, delle loro famiglie, dei loro allenatori, della loro federazione”.
“E’ una vittoria di gruppo come deve essere per l’Italia”, conclude Emiliano.
Oronzo Pennetta, per tutti ‘Ronzino’, il papà di Flavia, sta cercando un volo per partire e andare negli Usa a godersi la finale tutta italiana, pugliese, di un grande Slam. “Sto facendo i calcoli, per verificare se c’è un modo di arrivare in tempo a New York. E’ una impresa eccezionale, – dice il papà di Flavia – due ragazze pugliesi che sono cresciute mano nella mano, sulla terra rossa, qui in Puglia che hanno conquistato gli Us Open. Sono state fenomenali”.
Se non sarà a Flushing Meadows, la partita Oronzo Pennetta la vedrà a casa, a casa di Flavia, al quartiere Casale: “Sto valutando, perchè in queste situazioni – dice – non sai mai che fare, magari puoi creare agitazione, tensioni in più e non deve assolutamente accadere. Questo è già un risultato straordinario, lo è comunque vada proprio perchè ci sono loro, Roberta e Flavia. Ma se Flavia porta a casa lo slam lo sarà di più”.
Angelo Vinci, padre di Roberta, è molto emozionato dopo le parole della figlia che ha dichiarato dopo la vittoria di vivere “il giorno più bello della sua vita”. A Brindisi e Taranto c’è un grande entusiasmo per questo traguardo inimmaginabile. Taranto seguirà la supersfida del tennis di stasera attraverso un maxi schermo che sarà installato in piazza della Vittoria nel centro della città .
“Roberta Vinci – afferma il sindaco di Taranto Ezio Stefano – la nostra Roberta lasciatemela chiamare affettuosamente così, ha mostrato al mondo intero la parte migliore di Taranto. E per questo, a nome di tutti i cittadini che rappresento, le sono immensamente grato”.
Quella che si disputa oggi a New York sarà la decima sfida tra Roberta Vinci, 32 anni, e Flavia Pennetta, 33. Ma tutte, compresa l’ultima proprio ai quarti di finale degli US Open del 2013, impallidiscono e scompaiono di fronte all’importanza dell’appuntamento odierno.
Flavia è in vantaggio 5-4 e ha vinto gli ultimi due confronti. Roberta non vince dal 2009. Per entrambe è la prima finale in uno Slam, per entrambe è il momento più alto della carriera.
Così come è impossibile fare un pronostico: la Pennetta ha schiantato Simona Halep in 59 minuti. La Vinci ha risposto battendo in rimonta la numero 1 del mondo. Attualmente la Pennetta è 26esima della classifica mondiale, la Vinci 43esima.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
LA SORELLA DELLA BRINDISINA: “IMPRESSIONATA DAL SUO SGUARDO”… IL PADRE DELLA TARANTINA: “CHE CARATTERE”
La prima sfida la vinse Roberta, oltre vent’anni fa. L’ultima se l’è presa Flavia, nel 2013. 
Flushing Meadows, New York, quarti di finale degli Us Open.
Oggi Roberta Vinci, 32enne di Taranto, e Flavia Pennetta, 33enne di Brindisi, sono andate oltre. Battendo rispettivamente la numero 1 al mondo Serena Williams e la numero 2 Simona Halep, hanno scritto nei libri del tennis una storica finale agli Us Open.
Nel distretto del Queens, le due regine sono italiane. E hanno un passato comune.
Michelangelo Dell’Edera, direttore tecnico istituto superiore di formazione Roberto Lombardi della Federtennis, racconta che a undici anni Roberta usava la racchetta junior come fosse un fioretto.
La conobbe al circolo tennis di Galatina, dove Angelo Vinci portò la figlia con una racchetta e un carico di speranze. O di bei presentimenti, chissà . Quattro anni dopo, Dell’Edera prese in consegna anche Flavia Pennetta.
Sono passati più di vent’anni di alterne fortune per le due pugliesi, migliori nel singolare per la brindisina e nel doppio per la tarantina (ma anche Pennetta è stata numero 1), fino alla piena consapevolezza e alla maturità che ha fatto di queste due brillanti e tenaci Over 30 le dominatrici di Flushing Meadows 2015.
“Flavia ce l’ha fatta, ora speriamo nel miracolo di Roberta” aveva detto Donato Calabrese, numero della Federtennis Puglia, prima del match fra Williams e Vinci. “Visto? I miracoli accadono” ha commentato mezz’ora dopo l’impresa di quest’ultima, nel frastuono dei clacson e dei cori da stadio che hanno colorato la tranquilla sera di fine estate a Taranto.
“Che mia figlia stesse giocando bene l’avevamo visto – ha commentato un emozionato Angelo Vinci, al telefono – tranquilla, senza pressione. Ma potesse battere la Williams, in casa sua, dopo aver perso il primo set, non me l’aspettavo. Quando ho visto come affrontava il pubblico statunitense intimandogli di applaudire anche lei ho pensato: che carattere, tutta suo padre! Oltre al carattere, però, ha vinto mettendo in evidenza abilità tecnica e spirito di sacrificio. Ha ipnotizzato Serena, aspettando il momento giusto, sul tre pari del terzo set: lì è finita la partita. Siamo già felici così, certo se dovesse vincere sarebbe una gioia senza pari”.
Anche a casa Pennetta c’è grande euforia per la prima finale nel singolo della brindisina agli Us Open.
“Sono rimasta impressionata dallo sguardo di Flavia – racconta Giorgia Pennetta, sorella maggiore della tennista 33enne brindisina – sembrava in trance agonistica, non ha tradito smorfie neppure quando era sotto di un break nel secondo set”.
E ancora: “Lei dice sempre che questo torneo le piace – rivela Giorgia – le porta bene e gioca come se fosse a casa sua. Secondo me invece è talmente serena da giocare ancora meglio che a casa sua”.
Davanti agli schermi, per la finale, ci sarà un tifoso speciale della Pennetta, il suo primo mentore Bobo Ciampa. Due giorni fa aveva confidato di preferire la Halep come avversaria per la semifinale, che però non ha guardato: “Davvero ha vinto in questo modo? Che notizia meravigliosa. E la finale no, non me la perderò”.
Comunque vada, la Puglia vincerà gli Us Open.
Per la gioia, fra gli altri, del pugliese Isidoro Alvisi, consigliere nazionale della Federtennis: “Il tennis è l’immagine vincente della Puglia. Queste due ragazze sono straordinarie, sono sulla cresta dell’onda da oltre dieci anni e continuano a giocare per migliorarsi”.
L’unico rammarico di Alvisi è legato al mancato percorso comune, nel doppio di Pennetta e Vinci, che assieme vinsero il Roland Garros junior nel 1999.
Ma ora è tempo di pensare al presente: “Siamo pronti a goderci questo Apulia’s Day a New York. E’ il sogno di una vita”.
E nella città che non dorme mai, Flavia e Roberta sono pronte a coronare il loro sogno: New York, New York.
Antonino Palombo
(da “la Repubblica“)
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Settembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
“ANCHE IO GIURO SULL’ONORABILITA’ DELLL’ARMA, MA NON SU QUELLA DI COLORO CHE EBBERO IN CUSTODIA MIO FRATELLO”
Caro Ignazio La Russa,
ricordo perfettamente le sue perentorie parole pronunciate subito dopo la morte di mio fratello
Vorrei chiederle, è da Paese civile e democratico che il Ministro della Difesa prenda una posizione così netta in un’inchiesta penale ancora in embrione, per assolvere coloro che viceversa oggi paiono essere sul banco degli imputati?
Io le chiedo, avvocato La Russa, lei allora quando pronunciò quel monito parlava con cognizione di causa o parlava per principio?
Lei affermò, in tono perentorio, che i carabinieri non c’entravano nulla. E giurò sulla loro onorabilità .
Anch’io giuro sull’onorabilità dell’Arma dei Carabinieri, ma non su quella di coloro che ebbero a che fare con mio fratello.
Che parlasse con cognizione di causa o senza cognizione di causa, io credo che lei ci debba delle scuse.
È normale che in un Paese civile e democratico un ministro del governo interferisca in modo così pesante nell’attività della Magistratura per l’uccisione di un cittadino?
Non si sente in colpa per tutto questo tempo perso?
Non vorrei essere nei suoi panni.
Ilaria Cucchi
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 12th, 2015 Riccardo Fucile
SMENTITA LA PERIZIA UFFICIALE: “AVEVA UNA FRATTURA LOMBARE RECENTE”
“Ricordo il maresciallo Mandolini arrivare in ufficio con passo veloce. In quel periodo ero al comando
di Tor Vergata. Aveva la faccia tesa. “Come stai?”, gli chiesi. Si mise la mano sulla fronte: “È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato un ragazzo arrestato”. Era preoccupato e scosso, mi salutò e andò nell’ufficio del mio comandante, Mastronardi”.
R. C., appuntato scelto dei carabinieri ricorda così quel 16 ottobre del 2009, il giorno successivo all’arresto di Stefano Cucchi.
La sua testimonianza e quella della collega, resa all’avvocato Fabio Anselmo il 14 maggio scorso e poi al procuratore capo Giuseppe Pignatone è registrata su un nastro. Ed è grazie a queste denunce che la procura di Roma ha riaperto il caso Cucchi e ha già iscritto nel registro degli indagati, dopo aver ascoltato 14 testimoni, tre carabinieri per falsa testimonianza.
Si tratta del maresciallo Mandolini, all’epoca dei fatti comandante della stazione Appia (dove sembra appunto essere avvenuto il primo pestaggio) e gli appuntati De Bernardo e D’Alessandro, in servizio in quella caserma.
R. C. non ha assistito al pestaggio, però dice cose importanti. “Non sapevo chi fosse Cucchi, ma quando in tv ho sentito della morte di quel ragazzo ho capito che la persona massacrata di botte era quella di cui parlava il maresciallo Mandolini che il 16 ottobre venne di corsa alla stazione Tor Vergata per parlare col mio comandante”.
E ancora: “Il figlio di Mastronardi, Sabatino, anche lui carabiniere alla stazione Tor Sapienza, parlando del caso Cucchi mi disse: “ho visto ‘sto ragazzo male male. Mamma mia come l’hanno ridotto”.
La notte dell’arresto Sabatino ha visto Cucchi massacrato di botte e mi disse che non volevano tenerlo nelle celle della caserma per come era combinato. “Me l’hanno portato messo male, era in pessime condizioni” “.
Quindi secondo la ricostruzione dell’appuntato, Cucchi fu portato, dopo la perquisizione a casa (che avvenne all’1.30 di notte e in cui i genitori lo videro “sano”), alla stazione Appia, picchiato e poi accompagnato alla caserma Tor Sapienza.
Federica Angeli
(da “La Repubblica”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
IL PRESSING RENZIANO GENERA UNA REAZIONE NEL PRESIDENTE DEL SENATO
Ciò che sembra perfino ovvio in tempi normali, in alcuni momenti “politici” può diventare dirompente. È il caso della frase, breve e asciutta, consegnata da Piero Grasso ai cronisti, dopo giorni in cui sono proliferate svariate interpretazioni del suo pensiero e interessate previsioni dei suoi atti, da tante improvvisate Cassandre: “Io dirigo l’aula. Quando sarà il momento deciderò io”. Punto.
Ciò che ovvio in tempi normali è significativo dopo che, per giorni, nel governo in parecchi hanno descritto Grasso intento a rassicurare palazzo Chigi sul destino, in Aula, del famoso articolo.
E dopo che, ad esempio, si è apertamente pronunciata (a favore di palazzo Chigi) la presidente della Commissione Affari costituzionali Anna Finocchiaro.
Grasso non ha ancora deciso, e deciderà in autonomia, sulla base di regole e precedenti.
Nel ribadire questa sua prerogativa fa capire che non ci sarebbe nessun conflitto istituzionale qualora la decisione fosse, ad esempio, il contrario di quel che pensano il ministro Boschi e la Finocchiaro.
E già questo è un dato politico non irrilevante.
Soprattutto dopo giorni in cui spifferi di palazzo Madama gli hanno attribuito posizioni nella quali non si riconosce.
E dopo giorni in cui i falchi renziani hanno esercitato forme di pressing, dirette o indirette, costringendolo a smentite che avrebbe volentieri evitato.
Ecco, questo elemento di fastidio emerge, connaturato alla natura rigorosa dell’uomo che per trent’anni ha fatto il magistrato in Sicilia negli anni più difficili delle guerre di mafia.
Pensare che le sue decisioni possano essere “politicamente” condizionabili e prese non in autonomia è solo una perdita di tempo.
Tempo invece che, secondo Grasso, dovrebbe essere impiegato a costruire l’unica via d’uscita che vede possibile: “Da questa situazione — è il suo pensiero — se ne esce solo con un accordo politico”.
E lo scouting in atto non si può certo definire una forma di accordo politico. Per questo sperava che il frutto della riunione di Renzi con i senatori portasse a un accordo solido. E invece è prevalso lo schema dei falchi del premier, fatto di caccia al voto del singolo senatore per andare alla conta.
Bastava ascoltare le parole di Lotti alla festa dell’Avanti: “Se ci sarà bisogno ci rivolgeremo ad altre. E Verdini è un senatore come gli altri”.
È esattamente una via, questa, su cui il presidente del Senato mantiene tutte le sue perplessità e un crescente pessimismo della ragione privato, opposto all’ottimismo della volontà mostrato in pubblico.
Tutto sta precipitando verso una drammatica conta.
Drammatica per il Pd ma anche per tutto il Parlamento. Perchè, ha lasciato intendere Grasso nei giorni scorsi, con un accordo solido che si fonda su una maggioranza ampia, non è difficile superare l’ostruzionismo di migliaia di emendamenti.
Gli strumenti ci sono, eccome. Ma il dibattito politico non sembra andare in questa direzione, quella dell’accordo.
Anzi, va nella direzione opposta.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
MAI COSI’ IN ALTO IL TENNIS ITALIANO: LA BRINDISINA TRAVOLGE LA HALEP, LA TARANTINA PIEGA SERENA WILLIAMS E COMPIE IL MIRACOLO
Flavia Pennetta e Roberta Vinci scrivono la storia del tennis italiano: la finale degli Us Open è loro. 
La brindisina, testa di serie numero 26, ha sconfitto nella prima semifinale la romena Simona Halep, seconda forza del tabellone, con il punteggio di 6-1 6-3 in un’ora di gioco.
Ma l’impresa che sconvolge il mondo del tennis la compie Roberta Vinci: un 2-6, 6-4, 6-4 a Serena Williams che interrompe il sogno della statunitense di vincere tutti e quattro i tornei dello Slam nella stessa stagione a distanza di 27 anni da Stefi Graf.
La finale tutta italiana si giocherà sabato alle 18 italiane, e potrà essere seguita in diretta video su Eurosport e testuale su Repubblica.it.
E’ la prima finale tutta italiana, sia sui campi di Flushing Meadows che in un torneo dello Slam.
Con Pennetta e Vinci diventano cinque le giocatrici azzurre a raggiungere la finale di uno dei quattro tornei più importanti del mondo, dopo il successo al Roland Garros di Francesca Schiavone nel 2010 e le finali ancora della Schiavone e di Sara Errani ottenute sempre sulla terra parigina, rispettivamente, nel 2011 e nel 2012.
FLAVIA DOMINA
Dal punto di vista delle emozioni, il match che ha offerto meno al pubblico neutrale è stato quello della Pennetta.
La brindisina comanda dall’inizio alla fine: parlano chiaro i suoi 23 colpi vincenti (16 gli errori), oltre il doppio della romena, ferma a 10 (con 23 errori). Nel primo set dopo che entrambe le giocatrici tengono la battuta nei primi due game l’azzurra infila 5 giochi consecutivi, strappando due volte il servizio alla Halep e chiudendo 6-1 in appena 28 minuti, con uno dei suoi classici rovesci lungo linea.
Break della Pennetta anche in avvio di seconda frazione ma questa volta la Halep ha una reazione intensa dal punto di vista agonistico, mettendo a segno il contro-break, strappando il servizio a zero.
La romena sembra riuscire a dare una svolta ala sua serata quando sale sul 3-1, strappando ancora il servizio alla Pennetta. Qui però esce la solidità della Pennetta, unita anche alla perfezione della strategia tattica: la Halep inizia a rincorrere da una parte all’altra i colpi della brindisina fino allo sfinimento atletico. Per la Pennetta è la quarta vittoria in cinque confronti diretti con la numero 2 del mondo, non tardano ad arrivare i complimenti del fidanzato Fabio Fognini che, su Twitter, esclama: “Strepitosaaaaa”.
“‘RIMASTA SEMPRE POSITIVA”
“Sono molto felice – ha detto a fine gara la Pennetta – essere qui è straordinario. E’ andato tutto bene fin dal primo punto. Anche quando mi sono ritrovata sotto sono rimasta positiva. Tutto mi rende felice e non ho parole per raccontare le mie emozioni. Ho cercato di spingere tanto e sbagliato pochissimo per allontanarla dalla riga di fondo”. Superato alla grande anche l’inizio di secondo set negativo. “Non è stato semplice. Ho cercato di mantenere la calma. Ho perso due game nel modo sbagliato. Poi ho ripreso a giocare come ho fatto nel primo set”.
IL PRODIGIO DI ROBERTA
Ma l’impresa incredibile l’ha compiuta Roberta Vinci: nella seconda semifinale la tarantina ha eliminato Serena Williams, numero uno del tabellone e della classifica Wta, con il punteggio di 2-6 6-4 6-4.
La Williams, dopo aver condotto abbastanza agevolmente il primo set, ha iniziato a soffrire il tennis della Vinci. Poche prime palle di servizio, ma una costanza negli scambi sofferta dalla statunitense.
La Williams già lo scorso mese di luglio aveva rischiato grosso a Wimbledon contro Hather Watson, ma alla fine era riuscita a trovare il guizzo della fuoriclasse per restare a galla.
La Vinci questa cosa non gliela ha permessa: non si è inconsciamente accontentata di essere arrivata ad un passo dall’impresa, ha insistito con grande ferocia agonistica ed ha avuto la meglio.
“E’ il momento più bello della mia vita. Scusami Serena, chiedo scusa agli americani ma oggi era la mia giornata”, commenta con gli occhi lucidi e la faccia incredula Roberta . “Sono orgogliosa di me stessa e ringrazio il mio allenatore, sono veramente felice di questo momento”.
“Ho perso il primo set, ho cercato di rimanere attaccata al match e quando ho servito per il match tremavo tutta.Non dovevo pensare a Serena, che è la migliore”, analizza aggiunge la Vinci, che poi scherza in italiano con il suo allenatore quando gli fanno notare che era data a 300 dai bookmakers: “Coach, quanti soldi ho vinto?”.
Un match deciso da chi ha tenuto più saldi i nervi: “Alla fine eravamo entrambe sotto pressione. Mi sono detta ‘metti la palla in campo, cerca di mettere tutte le palle in campo e non pensare a Serena che sta dall’altra parte della rete: palla in campo e corri” dice sorridendo.
Ora tocca a Flavia Pennetta… “Una finale tutta italiana… Stupendo”. “Questa vittoria la devo a me stessa, alla mia tenacia, al mio gioco. Voglio ringraziare il mio team, il mio allenatore. Sono davvero felice. Voglio godermi questo momento”
(da “La Repubblica”)
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Settembre 11th, 2015 Riccardo Fucile
IL DEMOGRAFO ROSINA: SITUAZIONE SIMILE ALLA GERMANIA
Germania e Italia sono i Paesi a maggior tasso di invecchiamento d’Europa, e tra i primi nel mondo dopo il Giappone.
Come tutti gli esperti confermano, molto presto questo fenomeno in progressivo aggravamento rischia di creare gravi conseguenze.
«Non solo sull’economia, ma anche sul welfare, sulla spesa sanitaria – spiega Alessandro Rosina, professore di Demografia alla Cattolica di Milano – e in ultima analisi anche dal punto di vista della sostenibilità sociale».
Sì, perchè un Paese ha bisogno del motore produttivo economico e culturale assicurato dalle giovani generazioni. Che in Europa si stanno riducendo, contraendo la quota di popolazione potenzialmente produttiva, e al contrario incrementando – per quanto si sposti sempre più in avanti l’età di pensionamento – la popolazione anziana
Nuove generazioni
Italia e Germania hanno una struttura demografica assolutamente analoga, con la fecondità e la natalità in calo, e tanti anziani (nel Belpaese un pochino più longevi).
Nella triste classifica del tasso di dipendenza strutturale degli anziani – il rapporto tra la popolazione di 65 anni e più, e quella tra 15 e 64 anni – noi abbiamo 33,1 anziani ogni 100 «attivi», loro 31,5.
La Turchia ne conta 11,3, la Nigeria solo 4,5.
Ma il problema si affronta in modo molto differente, come mostra la decisione della cancelliera Angela Merkel di accogliere per diversi anni 500 mila immigrati l’anno.
«La differenza è tutta qui – afferma il demografo – la Germania sa cogliere per tempo le trasformazioni in corso, cercando di capire come guidarle per ridurre i rischi»
Si sa che nel Paese della Merkel da sempre si investe sulla qualità , puntando sulla ricerca, la formazione e la valorizzazione del capitale umano.
Ma ora c’è anche un problema quantitativo che riguarda le giovani generazioni. Che vengono rafforzate attirando in Germania talenti – la scelta di molti giovani «cervelli» italiani – ma anche immigrati extraeuropei.
Politiche miopi
Secondo Rosina, l’Italia in questi anni ha fatto politiche di contrasto e non di valorizzazione della qualità dell’immigrazione, attirando le persone più «necessarie» e più facili da includere.
La Germania, al contrario ha saputo guardare lontano, «sa di quali competenze dispone e quali deve attirare». E dunque, c’è il serio rischio che mentre i giovani italiani più qualificati andranno all’estero, «noi attrarremo immigrati con professionalità inferiori, badanti al nero, braccianti agricoli sfruttati o manovali».
Senza alternativa
Detto questo, secondo le inesorabili leggi della demografia l’apporto di nuovi giovani non basterà alla Germania (e non basterebbe neanche per noi, va da sè) per arrestare in modo efficace lo sbilanciamento demografico.
«È impossibile pensare che all’invecchiamento si possa rispondere esclusivamente attraverso più immigrazione, a meno di muovere flussi migratori tali da essere ingestibili anche per Paesi ricchi», chiarisce Alessandro Rosina.
C’è un impatto nell’immediato; ma i nuovi arrivati cominciano anche loro ad invecchiare. E dal punto di vista della natalità dopo due generazioni anche gli immigrati tendono a convergere sulla media della popolazione autoctona».
Insomma, il gap tra noi e il resto d’Europa e del «Primo Mondo» si restringerebbe, ma non si chiuderebbe.
Servirebbe per forza un aumento della natalità .
Roberto Giovannini
(da “La Stampa”)
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