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EURISPES: SI’ DEGLI ITALIANI A NOZZE GAY, EUTANASIA E CANNE

Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO DESCRIVE LA REALTA’ DI UN’ITALIA LIBERTARIA, CATTOLICA MA NON PRATICANTE…IL 48,7% FAVOREVOLE AL MATRIMONIO OMOSESSUALE. IL 47,1% ALLA MARIJUANA LIBERA, IL 60% ALL’EUTANASIA, IL 38,5% ALL’UTERO IN AFFITTO

Sono credenti praticanti ma solo per le feste comandate, si dividono sulla comunione ai divorziati e sul celibato sacerdotale ma sono sempre meno disposti a versare l’otto per mille alla Chiesa cattolica, credono sempre più (ma non ancora in maggioranza) che il Vaticano interferisca troppo sui diritti civili e questioni come aborto, fine vita, fecondazione assistita, scuola privata, e omosessualità , non inorridiscono davanti al matrimonio gay e sono sempre più possibilisti riguardo la legalizzazione dell’eutanasia ma sono ancora scettici sull’adozione di bambini per le coppie dello stesso sesso.
Considerano invece legittima la pratica dell’«utero in affitto» e sono favorevoli all’uso della pillola abortiva Ru486, al testamento biologico, alla liberalizzazione della cannabis
Confidano in Papa Francesco ma con meno fervore di prima ma sono fiduciosi anche nelle forze dell’ordine, in particolare nella polizia, e soprattutto nel governo Renzi che acquista dieci punti percentuali rispetto allo scorso anno arrivando al 28,6% dei consensi.
E naturalmente sono iperconnessi anche se ancora incollati alla televisione per tenersi “aggiornati”, in simbiosi con il telefonino e sempre più dipendenti da Whatsapp.
Sono gli italiani, almeno stando al Rapporto 2016 di Eurispes
Spiega il presidente Gian Maria Fara, che «l’invidia è il vizio che blocca l’Italia. Una vera e propria “sindrome del Palio” che non ci permette di trasformare la nostra potenza in energia».
Ma non sono gli unici freni, secondo l’Eurispes: c’è «la burocrazia e la iperproduzione di norme, leggi e disposizioni che trattengono la crescita e mortificano spesso l’ingegno degli spiriti migliori», e c’è «l’incapacità  della società  italiana di “fare sistema”: non più la società  liquida descritta da Bauman, ma una società  “evanescente” nella quale ognuno pensa a se stesso e che non riesce ad elaborare un progetto complessivo».
Deve essere anche per questo che è sempre meno netto il rapporto degli italiani con la propria fede.
Anche se sui diritti civili le idee stanno cominciando a schiarirsi.
Secondo i sondaggi Eurispes, il 71,1% si dichiara cattolico credente ma solo il 25,4% è praticante (al massimo, per il 31%, va in chiesa per le principali festività , e per il 21,1% solo in occasione di battesimi, matrimoni e funerali).
Ma chi è credente in cosa crede esattamente?
Il 75,2% nella vita eterna dopo la morte, il 73,2% ai miracoli, il 59,6% a Paradiso e Inferno e il 56,6% ad angeli e demoni.
Praticanti o no che siano, gli italiani si dividono sul celibato dei preti (favorevole il 51,6%), sulla comunione ai divorziati (sì dal 50,1%) e sulle donne a celebrare messa (il 50,7%).
Il 55,4% dice no all’8 per mille per finanziare la Santa sede, anche se nel 2015 il 37% dei contribuenti ha scelto esplicitamente di devolverlo alla Chiesa cattolica (oltre un miliardo di euro di contributi).
Infine, l’81,6% ritiene che Bergoglio abbia ridato slancio alla Chiesa ma l’anno scorso erano l’89,6%.
Riguardo il rapporto tra Stato e Chiesa: il 40,6% della popolazione italiana giudica eccessiva l’interferenza ecclesiastica sulle questioni etiche (il 37,1% su quelle socio-politiche come scuola pubblica o privata, economia, ecc.), il 35,2% ritiene che la Chiesa intervenga nella giusta misura (il 31% lo pensa per quelle politiche) e solo l’8,9% crede che non sia ancora sufficiente (il 14,6% per le politiche sociali).
È interessante notare l’appartenenza politica di coloro che considerano appropriata la presenza della Chiesa nel dibattito sulle questioni socio-politiche: il 41,2% appartiene al centrosinistra
Se poi si entra nel merito dei temi più dibattuti attualmente, l’Eurispes rivela che è favorevole alla tutela giuridica delle coppie di fatto, anche omosessuali, il 67,6% degli italiani, in aumento rispetto al 2015 (64,4%) .
Favorevole al matrimonio gay il 47,8%, in aumento del 7% rispetto al 2015, mentre solo il 29% si dice d’accordo con la possibilità  per le coppie omoaffettive di adottare figli
La gestazione per altri è considerata pratica legittima invece per un numero più alto di italiani: il 38,5%.
Sale il consenso per la pillola abortiva Ru486 (dal 58,1% dell’anno scorso al 61,3% attuale), per il testamento biologico (che passa dal 67,5% del 2015 al 71,6% del 2016), per la legalizzazione di hashish e marijuana (dal 33% al 47,1%) e per la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito (a favore, ma solo in presenza di malattie terminali, il 60%, ben il 4,8% in più rispetto al 2015).
La prostituzione perde invece consensi (dal 65,5% al 57,7%).
Qualcuno avvisi il Parlamento.

(da agenzie)

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ALTRO PETALO DEL GIGLIO MAGICO A PALAZZO CHIGI

Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile

RENZI SISTEMA UN ALTRO AMICO A ROMA: SIMONE TANI, EX MANAGER A FIRENZE VA AL CIPE

Un altro fedelissimo del premier è in arrivo a Roma da Firenze. Simone Tani, legato a Matteo Renzi dai tempi in cui il capo del governo era segretario della Margherita, sta per ricevere un incarico al Cipe, il comitato interministeriale per la programmazione economica.
Attualmente Tani, 50enne, manager, è responsabile del piano strategico della città  metropolitana di Firenze.
E’ un altro fiorentino che si aggiunge alla squadra dei toscani fidati di cui il premier si è voluto circondare a Roma: dagli ‘angeli custodi’ Luca Lotti e Maria Elena Boschi, fino all’ormai famosa Antonella Manzione, capo dei vigili urbani a Firenze chiamata agli affari giuridici e amministrativi di Palazzo Chigi.
Nella cerchia del premier sperano che stavolta non ci siano polemiche, come quelle che si sono scatenate intorno all’idea di nominare Marco Carrai alla guida della cybesercurity di Palazzo Chigi: nomina sempre più in bilico da qualche giorno.
Anche perchè in passato Tani è stato spesso oggetto di polemiche, proprio per i suoi incarichi a Palazzo Vecchio.
Ex assessore alle aziende partecipate e strategie di sviluppo nella giunta comunale di Domenici (2000-2004), Tani è stato confermato a Palazzo Vecchio anche da Renzi, quando è stato eletto sindaco.
Non come assessore ma come dirigente di un ufficio che l’attuale premier creò appositamente per lui: per la “Attuazione del programma di mandato”.
Cosa che scatenò l’opposizione, come testimoniano le interrogazioni allora presentate. Era il 2010 e per Tani veniva contestata anche l’assunzione per chiamata diretta, senza concorso insomma. Una circostanza che lo ha visto nel mirino delle opposizioni anche recentemente.
Quando cioè l’attuale sindaco Dario Nardella gli ha assegnato, sempre per chiamata diretta, l’attuale incarico di responsabile del piano strategico della Città  metropolitana.
Ex dirigente dello sviluppo economico e innovazione prima della provincia di Firenze, poi del comune di Firenze, sempre al fianco di Renzi, ex manager alle risorse umane della General Electric, Tani sta per arrivare a Palazzo Chigi.
Dove sperano di evitare le polemiche stavolta, avendo messo da parte — così sembra per ora — la nomina del fidatissimo Carrai alla cybersecurity.

(da “Huffingtonpost”)

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L’EDILIZIA PUBBLICA NON BASTA: AIUTA SOLO 700.000 FAMIGLIE, UN TERZO DI QUELLE CHE HANNO BISOGNO

Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile

RICERCA NOMISMA: 758.000 ALLOGGI IN GESTIONE: 86% ASSEGNATO, 14% SFITTA O OCCUPATA ABUSIVAMENTE… SONO QUESTI I PROBLEMI VERI DELL’ITALIA

L’edilizia residenziale pubblica è un salvagente troppo piccolo per dare sollievo a tutte le persone che avrebbero bisogno di una casa.
I dati di Nomisma, in un rapporto con Federcasa, parlano chiaro: soltanto 700mila famiglie riescono a usufruire degli alloggi pubblici, soltanto un terzo di chi vive una siutazione di disagio abitativo.
Ecco perchè il tema della casa si conferma uno dei più importanti da affrontare, come dimostra anche il dibattito intorno alle primarie del centro-sinistra a Milano.
“Al di fuori dell’edilizia residenziale pubblica esiste un disagio economico che ha coinvolto 1,7 milioni di nuclei familiari in affitto nel 2014”, si legge nella nota di Nomisma. Si tratta di famiglie che devono pagare d’affito più del 30% del loro stipendio, e quindi corrono sul filo della morosità  e di una “possibile marginalizzazione sociale”.
La ricerca precisa che “si tratta perlopiù di cittadini italiani (circa il 65%), distribuiti sul territorio nazionale in maniera più omogenea rispetto a quanto le recenti manifestazioni spingerebbero a far pensare. Se non vi sono dubbi che il fenomeno risulti più accentuato nei grandi centri, dall’analisi non sembrano emergere zone franche, con una diffusione che interessa anche capoluoghi di medie dimensioni e centri minori”.
Se questo è il bacino sul quale intervenire, i mezzi del pubblico sono spuntati: consentono di “salvaguardare poco più di 700.000 nuclei familiari, vale a dire un terzo di quelli che versano in una situazione problematica.
Rispetto al totale degli alloggi gestiti in locazione (circa 758 mila), nel 2013 risulta regolarmente assegnato l’86% degli alloggi su tutto il territorio nazionale (circa 652mila alloggi), mentre la restante quota del 14% risulta non assegnata o perchè sfitta o perchè occupata abusivamente”.
L’indagine, realizzata nella seconda metà  del 2015, dimostra che anziani a basso reddito sono le persone più fragili: “L’età  della persona di riferimento del nucleo familiare è tendenzialmente alta (il 28,3% supera i 75 anni, il 19,6% è compreso tra 65 e 75 anni) e ha un reddito molto basso (il 44,4% guadagna in un anno meno di 10.000 euro). I tempi di permanenza negli alloggi di edilizia pubblica sono abbastanza alti: il 49% vive lì da oltre 20 anni, il 28% da oltre 30 anni”.
Per Luca Dondi, direttore generale di Nomisma, “una risposta seria, convincente e necessariamente pubblica al tema del disagio abitativo dovrebbe rappresentare un obiettivo ineludibile di un’azione di governo effettivamente riformatrice”.

(da “La Repubblica”)

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INCONTRO RENZI-MERKEL FINISCE A SCARICABARILE SU JUNCKER

Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile

ATMOSFERA CORDIALE MA SENZA PASSI AVANTI SUI DOSSIER PROFUGHI E FLESSIBILITA’

Toni cortesi e atteggiamento costruttivo, ma sui grandi nodi – migranti e flessibilità  – Roma e Berlino restano divise.
Entrambe puntano il dito contro la Commissione europea, addossando al presidente Jean Claude Juncker la responsabilità  dell’impasse.
Sull’emergenza migranti Matteo Renzi delude Angela Merkel ma dà  la colpa a Juncker: i fondi per la Turchia non saranno sbloccati fino a quando Bruxelles non si degnerà  di rispondere ad alcuni quesiti.
“In Commissione europea sono molto impegnati ma trovano sempre le occasioni di fare conferenze stampa con i giornalisti, quindi troveranno il tempo anche per questo…”, commenta velenoso il premier.
L’altra frecciata è sulla flessibilità . L’Italia – argomenta Renzi – non chiede nuove regole di flessibilità , ma solo che vengano applicate quelle già  esistenti e che si dia seguito all’accordo politico che ha portato all’elezione di Jean Claude Juncker a presidente della Commissione Ue.
“La Commissione europea – ricorda Renzi – ha adottato il 13 gennaio del 2015 una comunicazione sulla flessibilità . Noi stiamo chiedendo di cambiare delle regole, ma che le regole siano applicate e senza equivoci sul fatto che la flessibilità  per noi è una condizione necessaria dell’accordo che ha portato all’elezione di Juncker, non come Paese membro ma come partiti politici. Io non ho cambiato idea sulla flessibilità , spero non l’abbia cambiata nemmeno Juncker”.
Il premier italiano non nasconde le divergenze con Berlino per quanto riguarda i conti. “Abbiamo sulla politica economica non sempre la stessa posizione. Su alcune dinamiche di gestione dello Stato e delle politiche economiche non la pensiamo allo stesso modo. Non è una novità . Ma deve essere chiaro che in questi due anni l’Italia ha messo mano a riforme attese da vent’anni. Non è stato facile fare la riforma del mercato del lavoro in un anno, senza violare i parametri di Maastricht. Non è stato facile fare la riforma della legge elettorale, della giustizia civile, della Costituzione”.
L’Italia – prosegue Renzi – è convinta che il debito debba scendere, ma la flessibilità  è una condizione necessaria: “nessuno ha dubbi sul fatto che il debito in Italia debba scendere. Per molti aspetti è sostenibile, i risparmi privati sono il doppio del debito pubblico, ma siamo i primi a dire che dobbiamo far scendere il debito. Non lo dico per fare un piacere ad Angela, ma per fare un piacere ai nostri figli, ai nostri nipoti”. Al tempo stesso, per il premier “non c’è alcun dubbio, la flessibilità  è una condizione dell’elezione di Jean Claude Juncker, non credo abbia cambiato idea. L’Italia non crede si possa tornare a politiche allegre di bilancio, ma le politiche di austerity da sole non funzionano”.
Su questo la padrona di casa è tutt’altro che bellicosa.
“Non mi immischio, spetta alla Commissione decidere”.
Sugli accordi circa la flessibilità , “accettiamo il fatto che l’interpretazione spetti alla Commissione, non a noi. Non mi immischio in queste cose. In Consiglio poi ne prendiamo atto”.
Merkel riconosce a Renzi di aver varato una riforma del lavoro che “si muove nella direzione giusta”. “Il famoso Jobs Act si muove secondo me nella direzione giusta”, spiega la cancelliera tedesca, “ma anche tutte le strutture dell’intero sistema in Italia. Vorrei augurare una ‘mano felice’ a Matteo Renzi per quanto riguarda il successo di queste riforme, sarà  un contributo importante all’avvenire dell’Europa e dell’Italia innanzi tutto”.
Più delicato il nodo immigrazione, con Berlino che spinge per l’attuazione immediata dell’accordo con la Turchia – lo stanziamento “iniziale” di tre miliardi di euro per la gestione dei profughi. L’Italia non ha ancora sbloccato la sua parte di contributo, e non lo farà  fino a quando da Bruxelles non arriveranno risposte chiare: “Siamo disponibili e volenterosi di fare la nostra parte. Non abbiamo nessun problema con la Turchia o la Germania sui finanziamenti” per affrontare l’emergenza migranti. Ma “stiamo aspettando che le istituzioni europee ci diano risposte su alcuni quesiti su come intendere questo contributo e altri contributi sull’immigrazione” dal punto di vista della flessibilità  nel patto di bilancio: “speriamo che le risposte che abbiamo chiesto a Bruxelles sulla computazione di questi denari possano arrivare il prima possibile”.
Il finanziamento italiano all’accordo Ue con la Turchia, dunque, resta congelato in attesa di avere chiarimenti su come “intendere e concepire questo contributo”.
Da questo punto di vista, il bilaterale è tutt’altro che risolutivo: Angela Merkel insiste sull’urgenza di attuare l’accordo con Ankara; Renzi risponde che l’Italia ha già  detto sì, ma che prima di dare il via libera occorrono parole chiare da Bruxelles.

(da “Huffingtonpost”)

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“PIU’ PREPARATE DEGLI UOMINI E PRONTE A SCENDERE IN PRIMA FILA”: SEMPRE PIU’ NUMEROSE LE DONNE IN POLIZIA

Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile

SONO 15.300 SU 98.957, MA PIU’ SI SALE IN GRADO E MAGGIORE E’ LA LORO PRESENZA

Le donne in divisa, specialmente nei ranghi della Polizia di Stato, stanno aumentando e ricoprono ruoli sempre più importanti.
Una crescita, racconta Repubblica, che si può analizzare osservando le cronache degli ultimi due anni.
Una donna è entrata nel reparto speciale dei Nocs, un’altra è diventata dirigente generale, poi ancora una donna è stata scelta per far parte delle nuove Unità  di primo intervento antiterrorismo.
Ultimo caso quello di Genova, in cui una donna, Maria Teresa Canessa- vice questore aggiunto – si è sfilata il casco e ha dato la mano a un operaio durante il corteo di protesta per l’Ilva: “Perchè siamo tutti lavoratori”, ha commentato.
Si legge su Repubblica, in un articolo di Fabio Tonacci
Da quando nel 1981 la Polizia da corpo militare è stata convertita in amministrazione civile, la presenza femminile si è fatta sempre meno timida e sporadica. Il punto è che adesso quelle carriere iniziate allora sono arrivate “a maturazione”.
A cavallo tra il 2013 e il 2014 l’amalfitana Maria Rosaria Maiorino è stata promossa dirigente generale, primo e finora unico caso: “Ho 36 anni di servizio alle spalle – racconta – quando iniziai a Cagliari le donne erano come le mosche bianche. I colleghi non erano abituati e vedevo sguardi perplessi. Poi però ho conquistato la fiducia di tutti con il mio carattere: conta soprattutto quello, nel nostro ambiente. Non mi sono mai messa sul piedistallo, man mano che acquisivo ruoli di comando: con i colleghi ho sempre condiviso i momenti belli e quelli difficili, prendendomi le mie responsabilità . Mai mi è capitato che un ordine venisse disatteso perchè sono una donna”.
Secondo i dati del Dipartimento di pubblica sicurezza, le poliziotte sono 15.300, su un totale di 98.957.
Un dato che aumenta quando si sale di qualifica.
Se tra gli agenti e gli assistenti ci sono 10.858 donne contro 60.330 uomini, nel ruolo di direttori ci sono 942 donne e 1.728 uomini.
Un gradino sopra, tra i primi dirigenti, le donne (250) sono la metà  dei colleghi maschi (552).
Una spiegazione logica c’è, spiega La Repubblica: nei concorsi per diventare commissario e iniziare la carriera da funzionario le donne mediamente hanno risultati migliori e si presentano con titoli di studio più alti.
Certo, finora nell’organico appare una sola dirigente generale, la Maiorino. E non ci sono mai stati capi della polizia che non fossero uomini. Anche le prime linee sono ormai terra di conquista delle poliziotte, che si tratti di reparti scelti o dei commissariati “di frontiera”.
Al comando del San Carlo Arena di Napoli, che ha competenza anche sul difficile Rione Sanità , c’è da due anni e mezzo Francesca Fava.
“Sono in polizia da 25 anni, e mi ricordo bene l’ironia e la diffidenza che avvertivo nei colleghi quando parlavo alla radio. Ora le cose sono cambiate, c’è più rispetto”.

(da “Huffingtonpost“)

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UN ESERCITO DI SINGLE E POCHI FIGLI: E’ LA GENOVA CHE VA AL FAMILY DAY

Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile

NEL REGNO DEL CARDINAL BAGNASCO: 45% DI PERSONE SOLE, 27,3% DI COPPIE SENZA FIGLI… LA REALTA’ E’ BEN LONTANA DAL CONCETTO DI FAMIGLIA DA SPOT DELLE MERENDINE… IN UN ANNO 1.335 MATRIMONI E 745 DIVORZI

Il single giovane, piacente e dedito alla bella vita è (probabilmente) un’illusione.
Di certo, a Genova è più corretto parlare di persone sole: 134.074 persone svegliandosi al mattino trovano la casa vuota.
E le famiglie composte da una sola persona rappresentano ormai il 45% del totale, quasi una ogni due.
Seguono le famiglie composte da due persone, prevalentemente da coppie senza figli (27,3%).
È questa la quotidianità  complessa di nuclei familiari che hanno ben poco a che fare con la famiglia ideale, da spot delle merendine.
Ma per rivendicare quello che il cardinale Bagnasco ha definito «un fatto antropologico, non ideologico», nel giorno del Family Day partiranno da Genova almeno sei pullman. Sono i difensori della famiglia formata da marito e moglie, possibilmente con prole.
I dati del Comune
Ma la quotidianità  è più complessa, più avanti di chi cerca di codificarla. Più della politica che si divide sulle modalità  per normare le adozioni di fronte alle rivendicazioni del mondo omosessuale. E più delle prese di posizione di quella parte del mondo cattolico che rifiuta la definizione “famiglie” e rivendica il valore della “famiglia”, al singolare,
Per capire la realtà  è più utile usare, come una mappa, i dati del notiziario statistico del Comune, elaborati e integrati partendo dalla situazione attuale a Genova: 593.232 residenti (in calo del 2,7% rispetto a cinque anni prima).
E confrontarli con quelli della Curia, i numeri piccolissimi del Tribunale ecclesiastico che aprirà  il suo anno giudiziario alla vigilia di San Valentino, il primo appuntamento dopo il Sinodo della famiglia di papa Francesco.
Matrimoni e convivenze
Il dato medio degli anni Novanta è di 2.551 matrimoni, quello degli anni Duemila è di 1.928. Nell’ultimo quinquennio si scende a 1.461.
Il crollo del sì, in Comune e più ancora davanti al prete, è consolidato: dieci anni fa a fronte di 2.035 matrimoni ce n’erano 877 religiosi e 1.158 civili (428 dei quali con un coniuge già  divorziato).
Oggi si scende a 1.335 matrimoni di cui 894 civili (392 dei quali con un coniuge già  divorziato) e soli 441 religiosi, meno della metà .
Dal 2011 in poi sono diminuiti anche i divorzi, anche se l’andamento è discontinuo e sfugge ogni logica: l’anno record della fine dell’amore è stato il 2011 con 1.036 scioglimenti di matrimonio, l’anno dopo sono stati 549, poi 660 nel 2013 e 745 nel 2014.
La Chiesa e il mondo gay
Regolare davanti a Dio la fine di un legame, o formalizzare davanti a un ufficiale distato civile un legame ommosessuale: sembrano due questioni distantissime, ma le unisce un dato di fatto: entrambe riguardano una sparuta minoranza.
Quanti si rivolgono al Tribunale ecclesiastico? Nel 2014 sono state 66 le coppie genovesi che hanno avuto dalla Curia il placet per un nuovo matrimonio in chiesa, e appena 52 quelle che hanno iniziato una causa per ottenere l’annullamento.
In parallelo, anche il registro delle unioni civili, istituito a Genova nel 2013 ha ancora numeri minimi: 70 coppie dall’inizi dell’attività  (con una partenza a razzo nel 2013, 43 coppie in pochi mesi, e un rapido rallentamento) non istituisce un nuovo status ma intende equiparare «le coppie unite civilmente a quelle sposate nel godimento di benefici e nell’erogazione di servizi della civica amministrazione».
L’iscrizione, recita il regolamento, « può essere richiesta da due persone maggiorenni, di sesso diverso o dello stesso sesso, residenti e coabitanti nel Comune di Genova, non legate da vincoli di matrimonio ma da un vincolo affettivo che si traduce in impegno reciproco all’assistenza morale e materiale».
Poco più della metà  dei matrimoni riguarda coppie omosessuali (23 coppie, 12 maschili e 11 femminili) e 43 di sesso diverso, compresi transessuali.
C’è già  stata anche la trascrizione di un matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto all’estero.

(da “il Secolo XIX”)

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MONSIGNOR SPA, TUTTI GLI AFFARI DEI VESCOVI

Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile

RICCHE SOCIETA’ CON INVESTIMENTI IN TUTTI I SETTORI, COMPRESO I COMPRO-ORO. BANDITI DALLA CHIESA, E GESTIONI SPESSO OPACHE

Il presidente dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, nel benedire il Family day contro la legge per le unioni civili è stato lapidario: «Mi sembra una grande distrazione del Parlamento rispetto ai veri problemi dell’Italia».
Problemi poco etici e molto venali però si riscontrano anche nelle 227 diocesi italiane dove si nasconde un patrimonio di società  private, quote azionarie, partecipazioni bancarie e imperi sanitari.
Un mosaico di ricchezza così vasto solo parzialmente censito e gestito in maniera totalmente opaca, come racconta l’inchiesta de “l’Espresso”.
Monsignori a capo di società  per azioni, holding a controllo ecclesiastico che continuano a crescere: la diocesi di Bologna ha conquistato il controllo totale del pacchetto azionario del colosso dell’automazione Faac (un miliardo e settecento milioni l’intero valore) ed è sponsor della squadra di serie A della città .
A Trento la «finanziaria del vescovo» ha 44 partecipazioni azionarie per 116 milioni di euro di valore, incluse quote di fondi internazionali che — nonostante l’opposizione della diocesi — hanno acquisito una catena di compro-oro, attività  che la chiesa stessa ritiene sfrutti la disperazione dei ceti più deboli.
Gli scandali sono una via crucis quotidiana: a Padova il dominus assoluto di tutte le attività  della Curia è il commercialista coinvolto nella retata del Mose.
A Milano la Guardia di Finanza indaga sulla presunta truffa dei fondi Expo per il Duomo spariti senza lasciare traccia.
In Sicilia, dietro i buchi nei conti diocesani di Mazara del Vallo e Trapani, si nascondono ville e fortune sottratte al patrimonio vescovile e una storiaccia di sesso, bugie e soldi.
Molti fedeli cominciano a dire basta. E il sinodo diocesano di Bolzano ha chiesto la liquidazione di tutti i patrimoni.

Michele Sasso
(da “L’Espresso”)

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NEW YORK TIMES: “RENZI CERCA UN POSTO AL TAVOLO DEL POTERE EUROPEO”

Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile

LA STRATEGIA DEL PREMIER ITALIANO: “APPROCCIO CONFLITTUALE PER SPEZZARE L’ASSE FRANCO-TEDESCO”

“Il premier Renzi punta ad avere un ruolo al tavolo del potere europeo”. Così il New York Times titola un lungo articolo in cui si descrive la nuova strategia adottata dal presidente del Consiglio italiano in Europa.
L’articolo si apre con una mesta consideraizone. “L’Italia ha dato molto all’Europa, ma tra queste raramemente c’è stata la leadership”.
E proprio un ruolo di leadership il nostro Paese vorrebbe ora ottenere, spezzando l’asse franco-tedesco che ha storicamente guidato le decisioni del continente.
“Tra tutti gli stati membri dell’Unione europea, l’Italia è importante ma non sempre influente”, si legge.
“Francia e Germania hanno tradizionalmente dettato l’agenda europea, mentre l’Italia è sempre stata un patrner minore”:
Ora però, rileva il Nyt, il premier italiano vorrebbe rompere questa tradizione. Con l’Unione europea sempre più divisa politicamente e colpita dalla crisi, il primo ministro sostiene ora che la voce dell’Italia debba essere ascoltata e presa sul serio”. Un “approccio conflittuale” che, si spiega, non ha mancato di “creare nuove tensioni nel blocco”.
Un’offensiva che può innescare anche conseguenze politiche..
“Prendere una posizione più dura con Bruxelles lo aiuta a respingere le sfide politiche populiste”, scrive il Nyt, sottolineando come “gli altri leader europei seguiranno la direzione di Mr Renzi, in special modo gli Stati del sud dove i governi di centrosinistra stanno guadagnando terreno”.
L’articolo riprende anche i malumori sulla questione migranti espressi dal premier nella sua intervista alla Faz.
“Se si cerca una strategia complessiva per la soluzione dei profughi, non può bastare se Angela prima chiama Hollande e poi chiama il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, e io apprendo del risultato sulla stampa”.

(da “Huffingtonpost”)

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RENZI DISTRIBUISCE POLTRONE: ORA NCD HA PIU’ MINISTRI CHE VOTI

Gennaio 28th, 2016 Riccardo Fucile

ESECUTIVO DA 56 A 64 MEMBRI, 4 NUOVE POLTRONE AL PARTITO DI ALFANO: ECCO I NOMI

La squadra di governo di Matteo Renzi sale da 56 a 64 membri e quattro sottosegretari cambiano ministero.
Il consiglio dei ministri di giovedì ha infatti dato il via libera al rimpasto dell’esecutivo e nominato i nuovi titolari di alcune cariche vacanti da mesi.
Tre degli otto freschi di nomina e cinque sui 12 coinvolti dal rimpasto sono del partito di Angelino Alfano.
“Dal manuale Cencelli al manuale Renzelli, con Ncd che ha più ministri che voti #rimpasto #todocambia”, ha commentato via Twitter il senatore bersaniano Miguel Gotor.
Teresa Bellanova (Pd) diventa viceministro allo Sviluppo economico, Gennaro Migliore (Pd) e Federica Chiavaroli (Ncd) sottosegretari al ministero della Giustizia, Antimo Cesaro (Scelta civica) e Dorina Bianchi (Ncd) alla Cultura, Enzo Amendola (Pd) sottosegretario agli Esteri, Antonio Gentile (Ncd) va allo Sviluppo economico, Mario Giro (ex Scelta civica, ora Democrazia solidale) agli Esteri con delega all’immigrazione.
Traslocano invece Ivan Scalfarotto (Pd), che passa da sottosegretario alle Riforme allo Sviluppo economico, Enrico Costa (Ncd), ora viceministro alla Giustizia, che diventa titolare degli Affari regionali con delega alla Famiglia e Simona Vicari (Ncd), ora sottosegretario allo Sviluppo, che passa alle Infrastrutture.
Enrico Zanetti (Scelta civica) viene promosso da sottosegretario a viceministro all’Economia.
Infine è ufficiale che Tommaso Nannicini, attuale consulente economico di Matteo Renzi, diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio, come il premier aveva annunciato la settimana scorsa.
Costa, relatore del lodo Alfano, agli Affari regionali vacanti da un anno
Il deputato Ncd Costa, ex berlusconiano e già  celebre per essere stato relatore del Lodo Alfano per garantire l’immunità  tra gli altri all’ex Cavaliere, passa dalla carica di viceministro alla Giustizia a quella di ministro degli Affari regionali.
Vacante dalle dimissioni di Maria Carmela Lanzetta (Pd), che il 25 gennaio 2015 lasciò il governo per andare a far parte della giunta regionale di Mario Oliviero in Calabria, salvo rinunciare due giorni dopo in polemica per la nomina di un altro consigliere sfiorato da un’indagine per voto di scambio.
La delega all’immigrazione va a Giro, ex consigliere di Riccardi
Mario Giro da sottosegretario agli Esteri viene promosso a viceministro. Dal 1975 è membro della Comunità  di Sant’Egidio dove è stato responsabile per le Relazioni internazionali. E’ stato consigliere del ministro Andrea Riccardi nel governo Monti.
Il leader di Scelta civica diventa vice di Padoan
A via XX Settembre, come rivelato da ilfattoquotidiano.it nei giorni scorsi, il sottosegretario Enrico Zanetti diventa viceministro. Per lui, però, non ci sarà  l’attesa delega al fisco e le sue competenze verranno definite più in avanti. La promozione del leader di Scelta civica modifica gli equilibri al Tesoro e rende meno salda la poltrona della direttrice dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi, di cui Zanetti già  lo scorso autunno aveva chiesto le dimissioni.
Migliore, l’ex capogruppo di Sel convertito al renzismo
Sono due i nuovi sottosegretari alla Giustizia: Gennaro Migliore (Pd) e Federica Chiavaroli (Ncd). Il primo è l’ex capogruppo di Sel che a ottobre 2014 in diretta su Rai3 a Ballarò aveva annunciato il suo passaggio con Renzi. Pochi mesi prima aveva abbandonato il partito di Nichi Vendola dopo uno scontro con il leader sul decreto Irpef e il bonus di 80 euro. Chiavaroli, iscritta all’albo dei commercialisti, professione imprenditrice, è stata eletta senatrice nel 2013 nelle fila del Pdl. Pochi mesi dopo ha aderito al Nuovo Centrodestra, di cui è diventata vicecapogruppo a palazzo Madama.
Scalfarotto lascia la Boschi e passa allo Sviluppo
Ivan Scalfarotto, fino a oggi sottosegretario alle Riforme, lascia il dicastero di Maria Elena Boschi in cui è entrato alla nascita del governo Renzi per passare a quello di Federica Guidi. Scalfarotto, ex manager ed ex consigliere di circoscrizione a Foggia per i Verdi del Sole che ride, londinese d’adozione e fondatore del primo circolo di “Libertà  e Giustizia” all’estero, nel 2005 si è candidato alle primarie dell’Unione, arrivando sesto. Dal 2009 al 2013 è stato vicepresidente del Pd. Omosessuale dichiarato e attivista per i diritti gay, sostiene il ddl Cirinnà  sulle unioni civili.
Gentile, il “cinghiale ferito che ammazza tutti”
Insieme a Scalfarotto diventa sottosegretario allo Sviluppo Antonio Gentile. Colui che nel marzo 2014, agli albori del governo Renzi, fu per 72 ore sottosegretario ai Trasporti ma dovette dare le dimissioni travolto dall’accusa di aver fatto pressioni sul quotidiano Ora della Calabria che stava per pubblicare un articolo su un’inchiesta a carico del figlio Andrea, a cui la procura di Catanzaro contestava i reati di abuso d’ufficio, falso ideologico e associazione per delinquere in relazione a una vicenda di consulenze d’oro assegnate dall’Azienda sanitaria provinciale.
Il direttore Luciano Regolo si rifiutò di fermare il pezzo e a quel punto intervenne lo stampatore e presidente di Fincalabra Umberto De Rose che cercò di mediare con l’editore del giornale invitandolo a non pubblicare la notizia perchè “il cinghiale, quando viene ferito, ammazza tutti”.
Al posto della Barracciu l’Ncd Bianchi e Cesaro (Scelta Civica)
I due nuovi sottosegretari alla Cultura sono Dorina Bianchi e Antimo Cesaro. A ottobre 2015 si era liberato un posto dopo che la deputata Pd Francesca Barracciu aveva fatto un passo indietro perchè rinviata a giudizio per spese pazze in merito alla sua attività  di consigliera regionale. Bianchi, medico, eletta nel 2001 in Senato nel centrodestra, ha militato prima nel Ccd, poi nell’Udc.
E’ passata poi al centrosinistra (prima Margherita e infine Pd) per poi finire nuovamente nel centrodestra: Udc, Pdl e infine Ncd.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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