Destra di Popolo.net

PROFUGHI A CAPALBIO, L’ULTIMA SPIAGGIA DELLA SINISTRA

Agosto 19th, 2016 Riccardo Fucile

LUOGO SIMBOLO DELL’ITALIA RADICALCHIC AVREBBE DOVUTO APRIRE LE PORTE…CHE VERGOGNA VEDERE L’INTELLIGENZA ANDARE IN VACANZA E NASCONDERSI

Capalbio non è solo Capalbio. Ci sono luoghi che trascendono ciò che sono, smettono di essere definiti dalle piazze e dagli affreschi, non sono descritti nemmeno dai volti, dai palazzi o dalle scalinate ma diventano simbolo creato dall’immaginazione. Capalbio è uno di questi luoghi.
Non è per la grazia del suo meraviglioso borgo, per la dolcezza della sua costa, o quantomeno non è più solo per la sua bellezza armoniosa che Capalbio campeggia nel nostro immaginario.
Capalbio è la storia delle estati della nostra Repubblica: della prima, della seconda e adesso di questa indecifrabile terza. La piccola Atene – definizione romantica in cui Capalbio con un po’ di civetteria si riconosce – dove nel tempo delle ferie si sono incontrati da sempre intellettuali, dirigenti di partito, imprenditori, giornalisti e artisti progressisti e di sinistra.
Capalbio è divenuta – forse persino suo malgrado – il dolce ritrovo degli intellettuali. Parola che nel tempo della rabbia, che è il nostro tempo, sta subendo sui social network lo stesso destino semantico di “parlamentare” o “consigliere comunale” – per non parlare di “assessore”: troppo spesso sinonimi, per le nuove generazioni, di èlite. E quindi, immancabilmente, di corruzione.
E che cosa ti combina l'”intellighenzia” di Capalbio? Che cosa si fa per spegnere la rabbia e il qualunquismo?
I fatti sono noti. Profughi in fuga dalla guerra o semplici poveri cristi in cerca di un futuro migliore.
Certo, come in ogni emigrazione da qualche parte si nasconderà  anche qualche brutto ceffo (non siamo stati noi a regalare agli americani Al Capone e Lucky Luciano?).
Certo, in questi giorni c’è l’allarme per le infiltrazioni jihadiste. Ma qui stiamo parlando di immigrati a cui è stato già  riconosciuto appunto lo stato di profughi. A Capalbio, come a tanti altri comuni d’Italia, è stato chiesto di esserci, nel tentativo di arginare l’emergenza. Quindi ospitarne, nel caso, cinquanta.
E che è successo? Capalbio ha fatto le barricate. Sì, il sindaco (per la cronaca, il piddino Luigi Bellumori) sarà  anche stato inopportuno, comportandosi come qualsiasi sindaco di un piccolo centro turistico, protestando per la decisione del prefetto: terrorizzato magari che i migranti allontanino le famiglie, che i ristoranti si svuotino, che la spesa turistica diminuisca.
Ma Capalbio non è solo Capalbio: non è un piccolo centro turistico come un altro. E proprio per questo la piccola Atene doveva rispondere diversamente: in nome della sua storia.
Il flusso di migranti, ben poco a dire il vero, avrebbe dovuto essere al centro di una risposta intelligente come i suoi villeggianti.
Di fronte all’emergenza, Capalbio avrebbe dovuto rispondere in tutt’altro modo: focalizzando la sua estate su questo tema, essendo questa terra di dibattiti e incontri.
Il che non avrebbe voluto dire trasformare una legittima vacanza in penitenza.
Nè tanto meno ospitare i migranti nelle proprie case (richiesta subdolamente razzista che si diffonde come un morbo online a chiunque sostenga politiche d’accoglienza “portateli a casa tua”).
Invece, col loro silenzio, gli intellettuali di Capalbio non hanno fatto che fornire munizioni ai soliti fustigatori dei Radical Chic.
Ecco: Radical Chic l’espressione mutuata da Tom Wolfe è una accusa sempreverde al di là  di qualsiasi riflessione seria sul caso.
Si sa da dove deriva: ma è bene fare una veloce sintesi. Se potete, rifiondatevi su quel libro di Wolfe, Radical Chic, pubblicato in Italia da Castelvecchi (meraviglioso).
È il reportage di una serata particolare.
A New York. In casa di Leonard Bernstein: il grande direttore d’orchestra nonchè autore di West Side Story. Tra gli ospiti, il regista da Oscar Otto Preminger e i leader dei Black Panthers.
Il libro racconta come la moglie di Bernstein, in una casa lussuosissima, raccogliesse fondi per i combattenti delle Pantere Nere. Wolfe fa capire come in quella casa si respirasse quasi l’eccitazione per qualcosa di esotico, lontano e proibito. Il tutto sapeva di impostura: il gioco puramente intellettuale di chi, da lontano, prende parti che nella vita reale non è costretto a sostenere, di chi insomma nella propria posizione può permettersi di giocare con le idee, senza doverne pagare mai il prezzo.
Questo e molto altro si conserva dunque in quelle pagine e nella definizione di Radical Chic. Ma da allora – era il 1970 – quel titolo viene ormai usato come uno slogan dispregiativo.
Chiunque decida di vivere del proprio lavoro culturale e abbia posizioni progressiste e democratiche diventa “radical chic”. Provare a ragionare su certi temi, provare a cercare la mediazione, subito viene etichettato come furbesco e ipocrita.
Radical Chic oggi è uno slogan qualunquista. Un insulto generico.
Il fatto è che questa volta Capalbio ha risposto esattamente come nelle pagine di Tom Wolfe si muovono gli intellettuali americani alle prese con i “pericolosi” ribelli: attraenti da lontano, disgustosi da vicino.
Ora, i migranti destinati a Capalbio non saranno certo i nuovi Black Panters. E nelle villette sul mare in Toscana non svernano certo i nuovi Bernstein (o i nuovi Preminger).
Ma non ci voleva neppure l’intelligenza di Tom Wolfe per comportarsi con più buonsenso. Non lo sanno, nella piccola Atene, che il disgusto più grande, nella gente, nasce proprio quando si vede il problema migrazione scaricato lontano dalle loro case e quindi piombato nelle periferie?
I loro figli, nelle scuole che frequentano, forse non si imbattono in quelle classi formate per la maggior parte da bambini immigrati.
Le spiagge che frequentano – come la ormai mitica “Ultima spiaggia” – non sono come le spiagge libere e popolari piene di famiglie d’ogni cultura.
Molto più facile – dicono i delusi dalla risposta di Capalbio – parlare di integrazione quando i problemi sono lontani. Non la vivono, i sostenitori dell’integrazione, la difficoltà  dell’integrazione.
Ecco perchè da Capalbio ci si sarebbe aspettati una reazione diversa. Avete presente l’immagine dei migranti (video) che entrano nella stazione di Monaco accolti dalla gente? Ricordate il milione di euro raccolti, sempre a Monaco, non dai circoli intellettuali (che pure tanto si sono impegnati e schierati) ma dagli ultras del Bayern?
Certo: Capalbio non è Monaco. Ma tanto più dopo questa brutta storia non è più solo Capalbio. La piccola Atene avrebbe potuto fare la differenza.
Che delusione invece questo silenzio di tutti gli intellettuali – quasi tutti: Asor Rosa è stata una delle pochissime eccezioni.
Che vergogna vedere non “l’intellighenzia” ma l’intelligenza andare in vacanza.
E nascondersi.

Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A MARTELLI: “A CAPALBIO TANTI INTELLETTUALI SONO CADUTI NELLA TRAPPOLA”

Agosto 19th, 2016 Riccardo Fucile

L’EX MINISTRO: “HANNO SCOPERTO L’ACQUA CALDA DELL’IMMIGRAZIONE IN ESTATE”

Claudio Martelli, 73 anni tra pochi giorni, ex ministro della Giustizia tra il 1991 e il 1993, lei è uno storico frequentatore di Capalbio…
«La conosco dal 1972, da quando non esisteva l’“Ultima spiaggia”, e si andava con l’ombrellone portato da casa. Era un luogo selvaggio di grande fascino, insieme al borgo storico e a un’atmosfera unica. Ho avuto casa, poi l’ho venduta, ora andrò in agriturismo con i figli piccoli»
Oggi è una spiaggia elegante, ritenuta assai snob
«Mai percepito questo snobismo, nè un’aria da èlite anche se ci sono professori, intellettuali, il principe…»
Parla di Nicola Caracciolo, che ha casa lì
«Certo. Persona squisita, grande ambientalista, difensore storico di quei luoghi, a partire dalla sua battaglia contro la centrale nucleare di Montalto. Oggi dice, sugli immigrati, che bisogna capire che ci sono territori un po’ speciali. Penso abbia le sue ragioni, ho stima e simpatia per lui. Anche se stavolta non ci sono minacce nucleari nè pericoli di inquinamento»
Insomma, cosa pensa di questo caso Capalbio legato ai cinquanta immigrati? Come giudica le reazioni di una certa «sinistra capalbiese»?
«Penso che quella sinistra fosse attesa al varco dalla destra, e dai tanti ex della sinistra, che pensavano: “e adesso vediamo come vi grattate la rogna degli immigrati, voi intellettuali di Capalbio con la puzza sotto il naso…”. E in tanti sono caduti nel tranello con tutte le scarpe, comportandosi come i comuni mortali. Davvero scoprendo l’acqua calda del dramma immigrazione in piena estate. Mi viene da ridere».
Perchè parla di «comuni mortali»?
«Perchè la reazione della sinistra e dell’amministrazione di Capalbio è identica a quella che si registrerebbe in una periferia romana o milanese. È l’atteggiamento comune di fronte all’arrivo improvviso in massa dell’altro, lo spiega nei suoi scritti Hans Magnus Enzensberger. Ricordiamo l’ex Pastificio Pantanella a Porta Maggiore a Roma, occupato nel 1990 da centinaia di immigrati. Fu la stessa storia, ma in periferia e ben 26 anni fa… Insomma, non c’è assolutamente niente di nuovo sotto il sole di Capalbio»
Il sindaco pd di Capalbio, Luigi Bellumori, teme che l’inserimento forzato dei cinquanta nel villaggio di Poggio del Leccio possa provocare problemi di vario tipo
«Un sindaco è un sindaco e deve risolverli, i problemi, non temerli o immaginarli. Se non va bene quella soluzione perchè troppo ghettizzante, che individui locali dismessi, scuole o cascine inutilizzate, uffici postali abbandonati, disseminando gli immigrati in diverse realtà  locali favorendo così l’inserimento, lui conosce il territorio. Insomma, parliamo di cinquanta persone! Abbiamo la tendopoli a Milano, il disastro di Ventimiglia, il caso della stazione di Como, non pensiamo al Sud… A Capalbio si potrà  pur trovare un modo per affrontare la questione».
Bellumori chiede ai vacanzieri sotto l’ombrellone di smetterla di chiacchierare, di rimboccarsi le maniche e di cercare «nuovi percorsi con l’amministrazione»
«Io penso invece che chi va a Capalbio in vacanza abbia tutto il diritto di stare sotto l’ombrellone perchè c’è un sindaco impegnato nel suo lavoro. Se non è in grado di affrontare l’emergenza, lasci il suo ufficio e se ne vada anche lui in spiaggia e lasci il posto ad altri»
Chicco Testa ha detto: «gli immigrati vengano pure a Capalbio, ma non stiano tutto il giorno a bighellonare».
«Conosco bene Testa, non era solo una facile battuta. Ha ragione: occorre inserire gli immigrati e trovare loro un’occupazione. Ho letto anche l’intervista del prefetto Mario Morcone al Corriere. Mi sembra un approccio corretto: anche se mi chiedo perchè la proposta sia venuta dal capo Dipartimento immigrazione e non dal governo, da un ministro, da un sottosegretario. Vedo gravi lacune dello Stato e dell’esecutivo: il problema è di fatto demandato ai Comuni. Ma dov’è un piano serio dello Stato per la requisizione e l’uso delle caserme inutilizzate, delle scuole dismesse? Aggiungo che c’è una questione legata al rispetto dell’autorità . Le impronte vanno prese a tutti, ci sono articoli del codice molto chiari. Se qualcuno si sottrae, basta fermarlo e obbligarlo a farlo. Senza alcuna violenza fisica, sia ben chiaro: ma è un obbligo. E poi penso alle espulsioni, troppo spesso una inutile formalità : senza accompagnamento alla frontiera, che espulsione è?».
L’Italia riuscirà  ad affrontare l’emergenza?
«Bisognerà  guardare alla Germania. Certo, sono assai più organizzati di noi. Ma in un anno hanno assorbito più di un milione di immigrati. Possiamo riuscirci anche noi».
E per il caso Capalbio?
«Citerei il vecchio Cartesio, e il suo principio di buonsenso…».

(da “il Corriere della Sera”)

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INTERVISTA A CANTONE: “LA CANNABIS VA LEGALIZZATA, LO DICO DA PAPA'”

Agosto 19th, 2016 Riccardo Fucile

“SPERO CHE I MIEI FIGLI NON LA USINO MAI, MA IL FENOMENO E’ DIFFUSISSIMO”

Raffaele Cantone, quindi ha cambiato idea: adesso dice sì alla proposta di legalizzazione della cannabis?
«Ho cambiato idea sì, ma stiamo attenti: io non offro certezze sul tema».
Che vuol dire? Lei è un magistrato. Di più: oggi è il capo dell’Anticorruzione e ci dice che non ha certezze? Pensa che la legalizzazione della cannabis possa togliere profitti alla criminalità  organizzata?
«Questo è il punto meno importante: con la cannabis la criminalità  organizzata non guadagna molto. Il suo core business sono gli stupefacenti pesanti, non la cannabis».
E allora?
«Allora ci sono due considerazioni molto importanti che mi hanno portato a cambiare idea su questo punto. Anche se…».
Anche se?
«La vera considerazione che mi ha portato a cambiare idea sono stati i miei figli: da quando sono diventati più grandi ho cominciato a guardare questo fenomeno della cannabis da una finestra molto diversa».
Ha cambiato idea sulla legalizzazione nelle vesti di papà ?
«Sì».
Ma lei cosa farebbe se vedesse i suoi figli fumare spinelli?
«Spero che non succeda mai. Sono assolutamente contrario all’uso degli stupefacenti».
Quindi? Papà  Raffaele che considerazioni ha fatto sulla legalizzazione della cannabis?
«Intanto ho potuto constatare quanto è diffuso il fenomeno tra i ragazzini di oggi. Infinitamente di più di quando ragazzino ero io. Visto questo, la domanda sorge spontanea: siamo sicuri che la politica proibizionista di questi decenni abbia funzionato?».
Evidentemente no?
«Evidentemente. E vogliamo renderci conto di quanti ragazzini entrano in diretto contatto con la criminalità  organizzata quando vanno a comprarsi il fumo per strada?».
Tanti?
«Tutti quelli che fumano non hanno alternative per procurarsi la cannabis. E certo che sono tanti, basta guardare i numeri delle relazioni antidroga. Ecco, questa è una cosa che io vorrei evitare, grazie alla legalizzazione. Ma non solo».
Cosa altro?
«Sappiamo che cosa si vanno a comprare i ragazzi quando comprano il fumo illegale?».
Che cosa si vanno a comprare?
«Schifezze trattate anche chimicamente. Io penso che questo trattamento sia fatto ad arte in modo che i ragazzi diventino dipendenti e, peggio, arrivino alle droghe pesanti. Ai tempi miei non era così».
Lei nella sua vita ha mai fumato spinelli?
«Ma va là , io non ho mai fumato nemmeno una semplice sigaretta. Però…».
Però?
«Ho conosciuto tante persone che hanno fumato spinelli e nessuno di loro è mai finito a consumare droghe pesanti. Dire che la canna è l’anticamera dell’eroina, o di altre droghe pesanti, è soltanto una leggenda metropolitana. O, meglio, lo era: adesso con i trattamenti chimici non possiamo più essere sicuri di niente».
Ha letto che nella proposta di legge della legalizzazione della cannabis c’è anche la possibilità  di coltivare piantine in casa?
«Sì, ho letto».
Lei pensa che per controllare quanto un figlio consuma di cannabis possa avere senso coltivare le piante in casa?
«Non lo so, di questo non ho proprio idea. Posso solo dire che a casa mia non le farei coltivare mai».
Mai?
«Sono contrario all’uso degli stupefacenti, l’ho già  detto. Come ho già  detto che su questa materia io non porto certezze».

Alessandra Arachi
(da “il Corriere della Sera”)

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ALEPPO: “NON PIANGEVA E NON URLAVA, VIVEVA UNO SHOCK TOTALE”

Agosto 19th, 2016 Riccardo Fucile

PARLA AL GUARDIAN IL CRONISTA CHE HA FILMATO IL PICCOLO OMRAN: “E’ UN SIMBOLO, MA QUI NON E’ UN CASO ECCEZIONALE”… I CRIMINALI SIRIANI E   RUSSI BOMBARDANO I CIVILI

“Ho visto tanti bambini salvati dalle macerie, ma questo bambino, con la sua innocenza, non aveva idea di cosa stesse succedendo. E’ arrivato in uno stato di shock totale”.
Con queste parole, riportate dal Guardian, Mustafa al-Sarout, un giornalista di base ad Aleppo, racconta la genesi del video che ha come protagonista il piccolo Omran Daqneesh, diventato il simbolo del dramma dei civili in Siria.
E’ stato al-Sarout a girare il video che ha fatto il giro del mondo e che ha scosso le coscienze di tutti.
Nelle immagini, Omran viene estratto dalle macerie, provocate dai bombardamenti, e viene portato dentro un’ambulanza. Seduto su una sedia arancione, il bambino porta la sua mano al volto, coperto in una pasta di sangue e polvere sotto un ciuffo di capelli sporchi e guarda la macchia rossa sulle sue dita. “Ho fotografato un sacco di attacchi aerei ad Aleppo, ma non c’era così tanto come in quella faccia, il sangue e la polvere mescolati, a quell’età  “.
“Era spaventato e scosso. Era al sicuro nella sua casa, forse addormentato. E poi la casa è crollata su di lui. Quando lo abbiamo estratto fuori non piangeva nè urlava, era proprio in uno stato di shock”, spiega Sarout, che si dice stupito del fatto che il suo video abbia suscitato così tanta attenzione.
“I bambini – sottolinea – vengono bombardati ogni giorno, questo non è un caso eccezionale. Questo bambino è il simbolo di milioni di bambini della Siria e delle sue città “.
Sarout parla dei bombardamenti che stanno provocando morte e distruzione in Siria. “Gli attacchi aerei russi e quelli del governo siriano sono la quotidianità “.
E sugli attacchi in cui è rimasto coinvolto Omran, il giornalista ricorda che “c’è stata un’immensa distruzione nel quartiere, c’erano così tante persone ferite, c’erano persone che passeggiavano in giro per la strada e correvano a nascondersi all’interno degli edifici, rimanendo poi intrappolati tra le macerie quando gli edifici sono crollati”.

(da “La Repubblica”)

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DALLA NASCITA ALLA TOMBA, LA VITA A RATE DEGLI ITALIANI AL TEMPO DEI TASSI A ZERO

Agosto 19th, 2016 Riccardo Fucile

OGNI FAMIGLIA ORMAI E’ ESPOSTA PER 20.000 EURO

Dalla culla alla tomba, i debiti ci accompagnano lungo tutto l’arco della vita, come dovrebbe fare il nostro welfare, ormai sempre più zoppicante.
Appena nasce il signor Rossi si ritrova già  sul groppone un passivo (virtuale) di oltre 37mila euro: è, in proporzione, la sua quota del totale dell’indebitamento pubblico nazionale, che ha abbondantemente superato i 2mila miliardi di euro.
Il debito per il momento è solamente potenziale, ma si cominceranno a fare i primi conti con lo Stato quando si tratterà  di pagare le tasse (in media, secondo i calcoli della Cgia di Mestre, un lavoratore versa all’Erario 12mila euro l’anno).
Ma la vita a rate spesso parte già  all’università , quando da studenti può servire un prestito, per poi passare ai finanziamenti per la macchina e la casa.
Dopo arrivano le spese per gli elettrodomestici, le vacanze, la salute.
E se il governo riuscirà  a varare la riforma delle pensioni, chi sceglierà  l’uscita anticipata, dovrà  chiedere un prestito pure per andare in pensione.
È l’ennesimo segnale che andare in rosso, nel Paese delle formiche, non è più un tabù.
I numeri
Dall’ultima fotografia scattata da Bankitalia e Istat emerge che ogni famiglia è esposta in media per 20mila euro.
Poco, rispetto all’America che si è fatta sbranare dalla crisi dei subprime, ma la cifra, secondo gli analisti, è destinata a lievitare piuttosto in fretta, perchè i tassi a zero sono un incentivo non di poco conto per gli italiani che preferiscono pagare un pezzo alla volta.
Fino a poco tempo fa l’idea di indebitarsi per studiare manco si palesava.
E invece, da un po’, pure in Italia hanno iniziato a prendere piede i cosiddetti prestiti d’onore per saldare le tasse con gli atenei.
Non serve la busta paga, di solito il finanziamento dura cinque anni e viaggia su cifre basse: si parte da 2mila euro, ma è il battesimo del fuoco nel mondo delle rate.
Auto e casa
Quando poi il signor Rossi decide di fare un salto dal concessionario, gli si presenta una delle offerte più classiche: le 72 rate da versare in sei anni valgono una bella auto (il prezzo medio è di 14.668 euro).
Trovato il lavoro e magari anche una moglie, il grande sogno degli italiani diventa la casa. E qui il passaggio in banca per il mutuo è quasi obbligatorio.
Dopo qualche anno in frenata, i tassi d’interesse al minimo – spiega l’Abi che, ormai, si viaggia attorno all’1,5% – hanno dato la scossa: nei mesi scorsi c’è stata una crescita dell’1,4 per cento.
La stretta, però, si fa sentire sull’età : il primo finanziamento, raccontano dall’ufficio studi di Tecnocasa, si stipula a 38,7 anni. Media parecchio alta, che scende di colpo quando ci si sposta al Nord: a Milano, ad esempio, si firma a 36,3 anni.
La fine del «tunnel immobiliare», di solito, si intravede solo ventiquattro anni più tardi, alle soglie della pensione, quando si riesce finalmente a estinguere il mutuo. In media, tocca restituire 123.000 euro.
Il credito al consumo
In mezzo, però, è un fiorire di finanziamenti, carte revolving, scadenze. Innanzitutto perchè la casa va arredata.
Una fotografia di Assofin spiega che il 7% di chi si rivolge al credito al consumo lo fa per acquistare mobili – il valore medio, dice Prestitionline.it, è 9.599 euro – il 32% elettrodomestici, l’8% per ristrutturare.
E poi ci sono da gestire le spese correnti, specie se la famiglia si allarga.
Con la nascita di un figlio in molti finiscono per rivolgersi alle finanziarie. Di solito si chiede 8.713 euro spalmati su 84 mesi, che finiscono catalogati alla voce “prestito liquidità ”.
E talvolta si va in rosso pure per organizzare le vacanze: nell’estate del 2015, per pagare viaggi e soggiorni, sono stati chiesti 26 milioni di euro.
Le cifre sono basse, dice l’osservatorio di Facile.it e Prestiti.it: 1.600 euro in media, ma le previsioni per quest’anno sono in crescita.
L’estate 2016 porta pure una novità  per 88 mila contribuenti: chi è esposto con Equitalia può stipulare un piano di rientro, ovviamente a rate, che dovrebbe tradursi in un tesoretto da 3,7 miliardi per lo Stato italiano.
Salute e pensione
Quando passano gli anni, al signor Rossi può servire anche un prestito per fare un intervento chirurgico o seguire una terapia (i finanziamenti per le spese mediche e sanitarie viaggiano attorno a quota 6600 euro).
E se vuole andare in pensione qualche anno prima per godersi la vita, finisce per perdersi ancora nel labirinto delle rate.
Calcolano i sindacati che con il debutto dell’Ape -l’anticipo progettato dal governo- un impiegato che guadagna 2500 euro al mese pagherà  una rata da 499 per ritirarsi dal lavoro tre anni prima.
Diventato nonno, per aiutare figli e nipoti, il signor Rossi ha ancora una chance, ricorrere alla cessione del quinto: su una pensione di 2500 euro al mese dovrà  sborsare 500 euro, consapevole che non ci sarà  pace neppure da morto.
La spesa media di un funerale è di 2.900 euro e in media di 3mila euro per un loculo. Spese che, stavolta, dovranno essere pagate dagli eredi. Però con il conto corrente del caro estinto.

Giuseppe Bottero, Luca Fornovo
(da “La Stampa”)

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LA DIFFIDA DEL SINDACO LEGHISTA DI BONDENO E L’USO CHE UN CITTADINO NE POTREBBE FARE: QUELLO CHE BOSSI CONSIGLIAVA CON IL TRICOLORE

Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile

MINACCIA DI RITORSIONE   I CONCITTADINI AFFINCHE’ NON ACCOLGANO I PROFUGHI, ISTIGA A DISOBBEDIRE A LEGGI DELLO STATO E   DICHIARA IL FALSO DIFFONDENDO DATI TAROCCATI… OVVIAMENTE LE ISTITUZIONI FANNO FINTA DI   NULLA INVECE CHE COMMISSARIARLO E DENUNCIARLO

Il sindaco di Bondeno (Ferrara) , il leghista Fabio Bergamini ‘diffida’ i suoi concittadini esortandoli a non accogliere in casa ‘finti’ migranti.
E stavolta siamo alle minacce e al delirio:   “Riterrò i cittadini personalmente responsabili nel caso in cui dovessero prendersi in casa i profughi” dichiara.
Responsabli di che? Di ottemperare a una norma prevista dalla legge italiana ( e non padagna) che a sua volta si rifà  a convenzioni internazionali?
Tutto ha inizio nei giorni scorsi quando   la prefettura di Ferrara ha avviato un’indagine conoscitiva finalizzata a verificare la disponibilità  di ulteriori immobili ubicati nella provincia e potenzialmente idonei ad ospitare i cittadini stranieri, mettendo a disposizione di chiunque voglia affittare immobili per l’accoglienza, sull’homepage della prefettura, un apposito modulo per comunicare la propria disponibilità , secondo le modalità  contenute in un avviso pubblico datato 11 agosto avente come oggetto “manifestazione di interesse per utilizzo immobili da destinare al servizio accoglienza stranieri”.
Quindi il sindaco comico non solo istiha i concittadini a non ottemperare a una legge dello Stato, ma arriva pure a “diffidarli”, rivendicando il reato quando afferma che “come sindaco mi riservo di intraprendere tutte le azioni utili a scoraggiare l’accoglienza”.
Non contento diffonde dati falsi atti a turbare l’ordine pubblico quando afferma che “solo il 2-3 per cento degli stranieri che richiedonolo stato di rifugiato ne hanno diritto”, smentito dai dati ufficiali certificati che attesta la percentuale di richieste accolte al 40%.
Un sindaco che in un Paese normale sarebbe già  stato commissariato in 24 ore e denunciato all’autorità  giudiziaria.
Ma dato che siamo in Italia, accontentavevi di usare la suddetta delibera seguendo i consigli dati a suo tempo da Bossi circa l’utilizzo del tricolore.

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I DEBITI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE VERSO LE AZIENDE RISALGONO A 65 MILIARDI

Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile

DENUNCIA DELLA CGIA DI MESTRE: “TEMPO MEDIO DI PAGAMENTO 131 GIORNI, IL DOPPIO DELLA MEDIA UE”

Il governo, parecchio tempo fa, aveva dato per risolto il problema dei mancati pagamenti alle aziende da parte delle pubbliche amministrazioni; ma la Cgia (associazione degli artigiani) denuncia che molti dei vecchi debiti non sono stati ancora pagati e altri se ne accumulano in continuazione, tanto che si è tornati al totale di 65 miliardi di arretrati che aveva fatto scattare l’allarme al suo tempo.
«A nostro avviso il dato è sottodimensionato — segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo — ma dall’ultima stima elaborata dalla Banca d’Italia emerge che i mancati pagamenti della pubblica amministrazione ammontano a 65 miliardi di euro: 34 a causa dei ritardi di pagamento e altri 31 sono legati ai tempi di pagamento contrattuali, che secondo la direttiva europea entrata in vigore nel 2013 non possono superare i 30-60 giorni dall’emissione della fattura».
Il problema, secondo la Cgia, sta proprio in questo punto.
«Secondo Intrum Justitia, che monitora annualmente i ritardi di pagamento di tutte le P.a. d’Europa, l’Italia rimane fanalino di coda nella graduatoria dei 27 Paesi Ue — prosegue Zabeo – con un tempo medio di pagamento registrato quest’anno di 131 giorni. Un arco temporale più che doppio rispetto al limite fissato da Bruxelles. In altre parole, a differenza di quanto sostiene la Banca d’Italia, noi riteniamo che anche una buona parte di questi 31 miliardi di euro siano ascrivibili alla cattiva abitudine della nostra Pa di pagare con grave ritardo i propri fornitori».
«Non vorremmo — conclude Zabeo — che per rinnovare il contratto dei dipendenti pubblici, per ritoccare le pensioni e per far quadrare i conti pubblici dopo la frenata del Pil si decidesse, tra le altre cose, di ritardare ulteriormente i pagamenti della P.a.. Una prassi, quest’ultima, che fino a qualche anno fa ha consentito a molti esecutivi di recuperare ingenti somme di liquidità , gettando però sul lastrico moltissime imprese».

Luigi Grassia

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HOLLANDE SI CONFESSA IN UN LIBRO: “QUANTO E’ DURA FARE IL PRESIDENTE”

Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile

“NEL 2017 IL MIO RIVALE SARA’ SARKOZY”

In attesa del verdetto delle primarie socialiste sulla sua ri-candidatura, il presidente francese Francois Hollande si confessa in un libro firmato dai giornalisti Antonin Andrè e Karim Rissouli, in uscita questa settimana per le edizioni Albin Michel, di cui il settimanale Le Point svela alcuni estratti.
Tra i pensieri di Hollande, anche la convinzione che nel 2017 affronterà  Nicholas Sarkozy per l’Eliseo.
Il volume, ‘Conversazioni private con il presidente’, raccoglie prese di posizioni e confidenze rilasciate da Hollande in una serie di oltre trenta interviste, svolte lungo tutto il suo mandato.
Dal peso della carica ai giudizi sui rivali politici, dalla disoccupazione ai dissidi interni nel governo, gli argomenti menzionati sono numerosi e spesso delicati.
Essere presidente, ammette Hollande, “è molto più duro di quanto avessi immaginato”, ma il suo bilancio gli pare tutto sommato positivo e capace di lasciare una traccia.
“Ho risolto il problema (di cadere nell’oblio): il Mali, la risposta agli attentati, il matrimonio per tutti, la legge Macron… una volta risolto quel problema, si può fare di tutto per proseguire”
Ciò non significa però, dice Hollande in un altro passaggio, che intende candidarsi a tutti i costi per un secondo mandato il prossimo anno.
“Non farò la scelta di candidarmi se, evidentemente, non potesse tradursi in una possibilità  di vittoria”, spiega, aggiungendo che “non sarebbe un dramma” se non dovesse essere rieletto, ma anzi “potrebbe essere una sorta di liberazione di non essere più là …”.
Nel libro non manca qualche stoccata al grande avversario Nicolas Sarkozy, che “ha più qualità  degli altri ma anche più difetti” e a suo parere sarà  il candidato del centrodestra alle presidenziali, ma anche al Premier Manuel Valls, dipinto da alcuni come il suo vero grande rivale nella corsa all’Eliseo.
“Ha dimostrato di essere stato all’altezza per tre anni”, dichiara Hollande, ma con il passaggio parlamentare forzato della riforma del mercato del lavoro ha commesso “un errore rilevante di comunicazione”.
E, in generale, “fa un errore quando pensa che il dibattito sia tra due sinistre. Non c’è stata comunicazione verso i francesi, c’è stata comunicazione da una parte della sinistra contro un’altra parte della sinistra. Questo non permette di chiarire quello che facciamo”.

(da “Huffingtonpost”)

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L’ALTRA FACCIA DI RIO: LE FAMIGLIE SFRATTATE PER FARE SPAZIO AI GIOCHI

Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile

L’INTERESSE DI INVESTITORI E IMPRENDITORI HA OBBLIGATO I RESIDENTI ORIGINARI DELLA ZONA AD ANDARSENE

Il porto di Rio de Janeiro di questi tempi è un immenso cantiere colorato, punteggiato di gru e operai impegnati ad assemblare, una rotaia dopo l’altra, la nuova linea ferroviaria leggera che sfreccia attraverso la Zona Sud.
Tutti gli edifici sono in ristrutturazione, oppure sul punto di cadere a pezzi. Su alcuni sono apparsi cartelli con la scritta “alugo”, in affitto, ma i più sembrano solo abbandonati. Tra questi c’è casa di Paulo.
Nato a Rio nella favela di Rocinha 61 anni fa, da tre Paulo Cezar De Paula vive con la moglie Damiana e il figlio undicenne Izac in una baracca di otto metri quadri, costruita all’interno di uno dei tanti depositi dismessi.
Il suo hangar azzurro si trova a pochi passi dalla Cidade do Samba, dove carri colorati aspettano tutto l’anno il carnevale, e a due fermate di tram da Praà§a Maua, il cuore della città  olimpica, dove sorge il nuovo Museo del Domani, disegnato dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava.
«Vivere qui nella zona portuaria è come stare in una miniera d’oro» spiega Paulo, che di lavoro fa il parcheggiatore.
«La mia famiglia e io viviamo qui dentro per evitare che qualcuno da fuori venga e occupi lo stabile al posto nostro».
Nel 2013, i De Paula e altre 120 famiglie furono sfrattati dall’edificio abbandonato che occupavano da sette anni, dopo che il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti D’America, Donald Trump, svelò il progetto di costruire cinque Trump Towers da 38 piani nel quartiere in cui si trovavano, Porto Maravilha (il Porto Meraviglioso.)
Le torri erano parte del ben più ampio piano di riqualificazione urbana da 2.2 miliardi di euro previsto dalla città  per la zona del porto – determinante nella scelta di Rio come futura città  ospite dei Giochi del 2016.
Come spesso avviene nelle grandi città , l’interesse di investitori e imprenditori edili ha obbligato i residenti originari della zona ad andarsene, perchè sfrattati o incapaci di far fronte all’aumento degli affitti, lasciando così spazio all’arrivo di classi più alte.
Le quotazioni immobiliari nella zona di Gamboa, dove dovevano essere costruite le Trump Towers prima che il progetto entrasse nell’attuale fase di stallo, è salito del 400% dopo il lancio del piano urbano Porto Maravilha nel 2009, stando ai dati raccolti dall’organizzazione non governativa brasiliana ComitઠPopular da Copa e das Olimpiadas do Rio de Janeiro.
L’edificio che i De Paula e le altre famiglie occupavano prima di essere sfrattati era stato abbandonato dalla segreteria del porto di Rio più di 20 anni prima.
«Ci sono così tanti edifici abbandonati là  fuori, e così tanta gente che ha bisogno di una casa» continua Paulo. La loro esperienza era durata sette anni ed era stata un successo: gli abitanti dell’edificio lo avevano rimesso a posto e se ne prendevano cura, e avevano stabilito alcune regole rigide – come il divieto di consumare alcol – che ne facevano un posto sicuro anche per i più piccoli. «Ma con l’arrivo di tutti questi nuovi progetti e uffici hanno dovuto cacciarci via».
Più di 670 famiglie in totale sono state rimosse con forza dalle loro case da quando il progetto di rinnovo della zona del porto è cominciato.
Nonostante le proteste, e le numerose pressioni affinchè i Giochi Olimpici lascino un’eredità  positiva nelle città  che li ospitano, la ristrutturazione del porto di Rio sembra destinata a diventare solo l’ennesimo spinoso esempio di quali tensioni siano generate dallo sforzo per conservare il passato e investire nel futuro.
«C’è una connessione diretta tra progetto di riqualificazione urbana di Porto Maravilha e il progetto Olimpico. Le Olimpiadi servono come elemento catalizzatore di risorse per il piano di riqualificazione e legittimano queste trasformazioni» osserva Orlando Santos Jàºnior, professore di pianificazione urbana all’Università  Federale di Rio de Janeiro (UFRJ). «Ogni cosa è giustificata dalle Olimpiadi».
Per alcune delle città  che hanno ospitato le Olimpiadi ci sono state delle conseguenze positive: una decisiva spinta democratica a Seoul, un miglioramento della rete dei trasporti a Pechino – con un aumento di capacità  per quattro miliardi e mezzo di persone – e un piano di riqualificazione urbana rivoluzionario a Barcellona, da tanti oggi ancora considerata l’Olimpiade modello.
Nonostante la corsa contro il tempo e una pioggia di critiche da parte dei media, impegnati soprattutto a lanciare l’allarme sui rischi di contaminazione per gli atleti che dovevano gareggiare nell’inquinata baia di Guanabara o sull’eventualità  di contrarre il virus Zika, Rio è di fatto riuscita a completare le enormi sedi sportive destinate a ospitare le gare e alcuni musei di prim’ordine, a ristrutturare l’aeroporto, e a costruire strade e una rete ferroviaria leggera che aiuti a sveltire gli interminabili spostamenti tra il centro della città  e le periferie.
L’eredità  più importante – e più controversa – dei giochi, però, sarà  quasi sicuramente la ristrutturazione multi-miliardaria del porto.
Un’area storicamente popolare, il porto è stata la culla del patrimonio afro-brasiliano del paese, dove, secondo le ultime stime, sono sbarcati tre milioni di schiavi Africani tra il 16esimo e il 19esimo secolo.
Il piano di riqualificazione urbana era già  stato incluso nella candidatura di Rio a Cidade Olimpica nel 2016.
Quando venne lanciato nel 2009, diventò il primo accordo pubblico-privato del paese, nel quale il governo brasiliano si trovava in associazione con un consorzio di tre imprese locali che comprendeva Odebrecht e OAS – entrambe coinvolte nel gigantesco scandalo di corruzione della compagnia statale Petrobras, costato al Brasile, secondo le stime, tra i 7.9 e i 11.4 miliardi di euro.
La “rivitalizzazione”, come l’hanno chiamata gli ideatori del progetto, includeva l’abbattimento del Perimetral, la leggendaria circonvallazione sopraelevata che percorreva la costa della città  per un chilometro, e prevedeva la costruzione di tunnel e il rinnovo di strade, marciapiedi, e di 700 chilometri di impianti idrici e fognature.
«L’area portuale aveva bisogno di investimenti» afferma Clarissa da Costa Moreira, una ricercatrice specializzata in pianificazione urbana. «Ma in ogni città  del mondo si è obbligati a includere una percentuale di alloggi sociali, non ho mai visto una cosa del genere».
Negli anni ’90, Moreira lavorò con il comune di Rio per elaborare un programma pilota di ristrutturazione e riabilitazione di edifici in disuso prima di restituirli ai loro residenti originari. Il programma pilota non fu poi portato avanti, e Moreira sostiene che il progetto di riqualificazione urbana sia stato dato in mano a imprese edilizie con poca attenzione ai bisogni della classe operaia e delle fasce della popolazione che tradizionalmente abitavano il quartiere. «Il progetto esiste dal 2009, e hanno presentato un piano per costruire alloggi sociali solo a causa delle forti pressioni sociali e mediatiche nel 2015, sei anni dopo».
Proprio nel 2009 fu deciso che 380 famiglie sarebbero state rimosse da Morro da Providàªncia, la collina che sorge alle spalle del porto e che ospita la più vecchia favela della città , perchè la zona era stata dichiarata ‘a rischio geologico’.
Altre 291 sarebbero state sloggiate per far spazio a una funicolare che avrebbe facilitato i trasporti. In totale, un terzo degli abitanti di Morro da Providàªncia fu minacciato di perdere la propria casa.
Un’agguerrita campagna mediatica e una conseguente azione legale riuscirono a mettere temporaneamente in pausa il progetto del governo, fino a oggi ancora in sospeso, ma nel frattempo 140 famiglie erano già  state sfrattate, secondo uno studio del ComitઠPopular. La vicenda ora è in attesa di giudizio.
Anche le famiglie come quella di De Paula, che hanno perso la propria casa per fare spazio alle Trump Towers nel 2013, hanno trovato un accordo con il comune di Rio, dopo lunghe trattative che hanno visto coinvolti pubblici ufficiali della città , attivisti dei diritti umani e residenti.
Questi ultimi potevano scegliere se ricevere un compenso economico per lo sfratto o essere trasferiti in alloggi sociali.
«Ci hanno offerto di trasferirci in quartieri periferici, lontani dal centro», ricorda Roberto Gomes do Santos, 49 anni, che aveva preso parte alle trattative con il comune subito dopo gli sfratti. «Ma noi abbiamo combattuto molto per ottenere questo edificio nel centro, così che i più poveri, che hanno costruito questa parte della città  con il proprio sudore, non ne vengano cacciati».
Mentre i gruppi collettivi più organizzati sembrano trovare un modo di rispondere alle pressioni del governo della città , un’altra comunità  nativa dell’aera portuaria è sempre più a rischio.
I caseggiati popolari più tradizionali di Rio – che di solito ospitano piccoli monolocali autonomi con bagno e cucina in comune, abitati da un massimo di sei persone ciascuno – sono una testimonianza della storia della città .
Furono costruiti nei primi anni di vita del porto, per alloggiare lavoratori della zona e discendenti degli schiavi africani liberati. Conosciuti da tutti come cortià§os, questi caseggiati non sono però riconosciuti dal governo della città  di Rio, che in questo modo ne esclude i residenti da qualsiasi tipo di trattativa.
Questo è il caso di Luis Carlos Rodrigues, che vive da solo in un caseggiato popolare nel vivace centro di Porto Maravilha.
Affitta una delle 59 stanze singole a disposizione nell’edificio a due piani, per poco meno di 100 euro al mese. I residenti, quasi tutti uomini e lavoratori – e per la maggior parte brasiliani, eccetto qualche immigrato – condividono la cucina sul ballatoio e un bagno.
Per tutti, l’ubicazione dell’edificio è la sua qualità  più importante. Rodriguez per esempio, che è un venditore ambulante, deve essere il più vicino possibile alle arterie commerciali del centro, per vendere Coca Cola, biscotti, noccioline e, quando piove, ombrelli.
«Questo tipo di abitazioni è legale a San Paolo ma non a Rio» racconta il professore universitario Orlando Santos Junior, che attualmente è impegnato in uno studio approfondito su questi caseggiati popolari, il primo nel suo genere.
«L’illegalità  automaticamente mette gli abitanti dei cortià§os in una situazione molto precaria. I proprietari degli immobili non garantiscono loro delle condizioni di vita adeguate, perchè sanno che queste case potrebbero essere chiuse da un momento all’altro».
Il governo sostiene di avere un potere limitato sugli interventi di natura sociale previsti dal piano di riqualificazione urbana, dato che il denaro investito non viene direttamente dai suoi conti. Secondo la città  – e il CDURP, la Companhia de Desenvolvimento Urbano da Regià£o do Porto do Rio de Janeiro, ovvero l’ente creato per rappresentare il governo nelle lunghe trattative con il consorzio vincitore – le quote di denaro pubblico investite nell’accordo pubblico-privato derivano dalla vendita di diritti sull’aria degli immobili nella zona del porto, dove le imprese edili non avevano il permesso di costruire oltre una certa altezza. I ricavati delle vendite di questi diritti sull’aria dovrebbero poi essere investiti nel progetto di Porto Maravilha, insieme a capitali privati.
L’offerta però non ha suscitato l’interesse che il governo sperava.
Nel mezzo di una profonda crisi finanziaria, pochi investitori hanno comprato diritti sull’aria per portare avanti progetti immobiliari nella zona del porto, facendo sì che una grande quantità  – pari a quasi un miliardo di euro – fosse alla fine comprata dalla Caixa Econà’mica Federal, la banca di proprietà  del governo.
Il denaro usato per comprare i diritti sull’aria veniva dal fondo di indennità  della banca, creato negli anni ’60 per proteggere dipendenti licenziati senza una giusta causa. Alcuni critici del progetto sostengono che l’uso di fondi federali lo renda un investimento pubblico.
«Per loro è importante sostenere che sia un investimento privato e non pubblico, così da evitare che l’opinione pubblica prenda parte nella vicenda» sostiene Renata Neder, consigliere per i diritti umani di Amnesty International in Brasile.
Altri sostengono anche che il porto nella sua forma odierna sia un’estensione della terraferma costruita artificialmente dal governo e di conseguenza, in quanto suolo pubblico, debba avere a cuore gli interessi di tutta la popolazione.
Ma Rio sembra aver preso una strada diversa.
«Il dibattito su questi progetti è stato completamente rimosso dalla sfera pubblica e le Olimpiadi sono servite come giustificazione», conclude Santos, «nulla viene discusso perchè tutto serve alle Olimpiadi».

Caterina Clerici, Diane Jeantet
(da “La Stampa“)

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