Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
L’INSOLITO CRESCENDO DI DICHIARAZIONI SCONSIDERATE SAREBBE MOTIVATO DAL FATTO CHE TRUMP FIN DALL’INIZIO NON HAI MAI PENSATO REALMENTE A DIVENIRE PRESIDENTE
Donald Trump non ha mai voluto diventare davvero presidente degli Stati Uniti. Lo so per certo.
Non vi dirò come.
Non sto dicendo che io e Trump abbiamo condiviso lo stesso agente, lo stesso avvocato, lo stesso stilista o che, se l’avessimo fatto, questo avrebbe significato qualcosa.
E di certo non sto dicendo di aver origliato nelle agenzie, nei corridoi della Nbc o altrove. Ma ci sono alcune persone che stanno leggendo proprio adesso, loro sanno chi sono.
E sanno anche che ogni parola contenuta nei prossimi paragrafi si riferisce a fatti realmente accaduti.
Trump era scontento del suo accordo come presentatore e star dello show di successo della Nbc “The Apprentice”. Per farla breve, voleva più soldi.
Precedentemente, aveva ventilato l’idea di correre per la presidenza, nella speranza che l’attenzione così ottenuta potesse garantirgli una posizione più forte nelle negoziazioni. Ma sapeva bene, poichè autoproclamatosi Re degli accordi commerciali, che il semplice dichiarare che farai una cosa vale nulla, ma farla sul serio ti fa ottenere l’attenzione di quei “bast…”.
Trump aveva iniziato a parlare con altri network della possibilità di spostare il suo show. Un altro modo per ottenere influenza (la paura di perderlo per qualcun altro): quando ha “segretamente” incontrato il dirigente di uno dei network, e la notizia si è diffusa, la sua posizione si è rafforzata.
In quel momento Trump sapeva che era tempo di giocare la mano vincente.
Ha deciso di correre per la presidenza. Ovviamente, non avrebbe dovuto correre davvero per la carica di presidente: solo fare il suo annuncio, tenere qualche mega-raduno pieno zeppo di decine di migliaia di sostenitori e aspettare che i primi sondaggi di opinione lo vedessero al primo posto, cos’altro altrimenti!
A quel punto avrebbe ottenuto l’accordo che desiderava e milioni di dollari in più rispetto a quelli che riceveva in quel momento.
Così, il 16 giugno dello scorso anno, ha percorso le sue scale mobili d’oro ed ha parlato. Senza uno staff per la campagna elettorale, nessun apparato a sostenere una campagna in 50 stati (d’altra parte non aveva bisogno di nessuna delle due cose perchè, ricordiamolo, non sarebbe stata una vera campagna elettorale) e senza un copione prestabilito, è uscito dai binari ed ha indetto una conferenza stampa in cui definiva i messicani “stupratori” e “spacciatori” e s’impegnava a costruire un muro per negare loro l’accesso al confine
Rimasero tutti a bocca aperta.
I suoi commenti risultarono così offensivi che la Nbc, lungi dall’offrirgli un salario più alto, lo licenziò in tronco con una laconica dichiarazione: “A causa delle recenti dichiarazioni di Donald Trump sugli immigrati, la NbcUniversal mette fine ad ogni rapporto commerciale con il Signor Trump”.
La rete dichiarò, inoltre, la cancellazione dei concorsi di bellezza gestiti da Trump: Miss Usa e Miss Universo. Boom.
Trump ne fu scioccato. Basta così con l’arte della negoziazione. Non se lo aspettava, ma si è attenuto lo stesso al piano per aumentare il suo “valore” agli occhi degli altri network, mostrando loro che milioni di americani volevano Lui come Leader.
Sapeva ovviamente (e le persone di cui si fidava glielo avevano detto) che non c’era alcun modo di vincere molte (se non alcune) primarie, che di certo non sarebbe stato il candidato repubblicano e che non sarebbe mai e poi mai diventato il presidente degli Stati Uniti. Ovviamente no! E neanche lo voleva!
La presidenza è un lavoro vero e noioso, devi vivere nel “ghetto” di Washington DC, in una piccola casa vecchia di 200 anni, umida, tetra e con soli due piani.
Un “secondo piano” non è un attico. Ma niente di tutto questo rappresentava una reale preoccupazione, perchè “Trump for President” era solo una trovata che sarebbe durata pochi mesi.
Poi è successo qualcosa. E francamente, se fosse accaduto a voi, forse avreste reagito allo stesso modo. Trump, con sua somma sorpresa, ha infiammato il paese.
Soprattutto quei cittadini tutt’altro che miliardari. È balzato dritto al primo posto nei sondaggi degli elettori repubblicani. I suoi raduni hanno iniziato a contare fino a 30,000 sostenitori. La Tv ha abboccato.
È diventato la prima celebrità americana capace di farsi ingaggiare per ogni show in cui voleva apparire… salvo poi non presentarsi di persona in studio!
Da “Face the Nation” al “Today Show”, fino ad Anderson Cooper, bastava fare una semplice telefonata per essere mandato in onda live.
Avrebbe potuto tranquillamente starsene seduto sul suo wc d’oro nella Trump Tower, per quel che ne sappiamo – e i media sembravano non avere alcun problema. Anzi Les Moonves, dirigente della Cbs, ha notoriamente ammesso che Trump è stato un toccasana per gli indici di ascolto e per la vendita di spot pubblicitari. Musica per le orecchie del narcisista rifiutato dalla Nbc.
Trump si è innamorato di se stesso ancora una volta e ben presto ha dimenticato la sua missione: ottenere un accordo vantaggioso per uno show televisivo. Ma state scherzando! Quella è roba da perdenti come Chris Harrison, chiunque egli sia (il presentatore di “The Bachelorette).
Non era più il re degli affari, ma il Re del Mondo. Ogni sua piccola riflessione veniva discussa ed analizzata ovunque e da chiunque per giorni, settimane, mesi! Questo non era mai accaduto in “The Apprentice”!
Presentare uno show? Ma lui era la star di tutti gli show e, presto, avrebbe vinto quasi tutte le primarie!
E poi… potete vedere il momento in cui ha finalmente realizzato quanto stava accadendo… quel momento di rivelazione: “Sarò davvero il candidato repubblicano, la mia vita ricca e meravigliosa è finita”.
È stata la notte in cui ha vinto le primarie del New Jersey. Il titolo su Time.com (http://time.com/) recitava. “Il discorso sommesso di Trump dopo la vittoria in New Jersey”.
Non una delle solite arringhe avventate e rabbiose, ma un discorso deprimente. Non c’era energia, felicità : solo la presa di coscienza che avrebbe dovuto portare a termine la trovata che aveva escogitato. Non sarebbe stata più solo una recita. Doveva lavorare sul serio
Presto, tuttavia, il karma gli ha presentato il conto.
Definire i messicani “stupratori” avrebbe dovuto squalificarlo fin dal primo giorno (come la dichiarazione secondo cui Obama non sarebbe nato negli Stati Uniti, rilasciata nel 2011).
No, ci sono voluti 13 mesi di commenti razzisti, sessisti e stupidi perchè iniziasse finalmente a rovinarsi con le sue mani mettendo a segno una tripletta: l’attacco alla famiglia di un militare ucciso, le offese alla medaglia al valore militare (la Purple Heart) e l’invito ai possessori di armi ad assassinare Hillary Clinton.
In quest’ultimo weekend, l’espressione sul suo volto la diceva lunga: “Odio tutto questo! Rivoglio il mio show!”.
Ma è troppo tardi. È merce avariata, la sua immagine è irreparabile. Uno zimbello mondiale e, peggio ancora, destinato a perdere.
Ma lasciate che vi snoccioli un’altra teoria: immaginiamo che Trump non sia così stupido o folle come sembra.
Forse il crollo delle ultime tre settimane non è stato un caso. Forse fa tutto parte di una nuova strategia per sottrarsi ad una corsa che non ha mai voluto portare a termine.
Perchè, a meno che non sia semplicemente “pazzo”, l’insolito crescendo quotidiano di dichiarazioni sconsiderate si spiega solo supponendo che Trump stia facendo tutto questo consapevolmente (o inconsciamente) così da doversi ritirare o incolpare gli “altri” per averlo buttato fuori.
Molti ora subodorano la mossa finale perchè sanno che Trump non vuole fare questo lavoro sul serio e, cosa ancora più importante, non può tollerare di essere definito ufficialmente e giuridicamente un perdente – perdente – la notte dell’8 novembre.
E non lo farà .
Credetemi, l’ho conosciuto. Ho trascorso un pomeriggio con lui. Preferirebbe invitare i Clinton e gli Obama al suo prossimo matrimonio anzichè avere la lettera scarlatta marchiata sulla fronte dopo la chiusura degli ultimi seggi, la sera in cui andrà in onda l’ultimo episodio del Donald Trump Show, cancellato per sempre.
Michael Moore
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
DA UN ANNO IMPEDISCE LA CIRCOLAZIONE MA NESSUNO LO RIMUOVE
Compie un anno «di vita» il grande masso che, staccatosi dalla parete della montagna il 18 agosto del 2015, ha invaso la strada che collega Castelcivita con Ottati e lì è rimasto ad ostruire il passaggio.
Nel silenzio delle istituzioni chiamate ad intervenire.
Il Comune accusa la Provincia, questa prende tempo, in un rimpallo burocratico umoristico su chi avrebbe titolo ad imtervenire e rimuoverlo.
Niente da fare, è passato un anno e il masso rimane sempre sulla carreggiata, impedendo la circolazione delle vetture.
I cittadini degli Alburni, che ogni giorno vivono i disagi di una viabilità compromessa da quest’intralcio, hanno deciso sarcasticamente di festeggiare con torta e candeline.
Ecco quindi come si presenta oggi quel pezzo di roccia, «vestito a festa», di cui recentemente si è occupato Sergio Rizzo sul Corriere della Sera.
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
SIAMO 32° IN GRADUATORIA NELLA CAPACITA’ DI GOVERNARE E FORNIRE SERVIZI PUBBLICI
L’Italia ha un sistema pensionistico che non garantisce un futuro ai giovani, ci sono pochi aiuti alle
famiglie, un indice di povertà fra i più alti, e investimenti insufficienti in istruzione e in ricerca.
Questi non sono problemi isolati uno dall’altro: secondo il nuovo rapporto della Fondazione Bertelsmann (pubblicato in Italia in esclusiva da La Stampa) la scarsa capacità di rispondere ai bisogni dei cittadini è dovuta a un sistema politico la cui efficienza si piazza appena al 32° posto fra i 41 Paesi dell’Ocse (cioè occidentali o assimilabili).
Ci sono aspetti positivi, che il rapporto individua nel Jobs Act e nelle misure fiscali del governo Renzi a favore delle aziende, ma il percorso delle riforme necessarie è appena all’inizio.
TRE GRADUATORIE
Il nostro Paese si piazza un po’ meglio nella classifica della democrazia (23° posto) e in quella relativa alla qualità della «governance» (cioè l’efficacia e la trasparenza dell’azione di governo, un 25° posto).
Tenendo conto di tutte le variabili, l’Italia si merita un voto di sintesi 5,35 (su 10) per l’efficienza del sistema politico, mentre lucra un 7,23 per la democrazia e un 6,16 per la qualità della «governance». Forse la gran parte di noi si aspettava un voto più basso per quest’ultima voce.
Da notare però che in questo quadro non lusinghiero l’Italia sta un po’ risalendo la china in tutte e tre le classifiche Sgi appena citate: l’azione del governo Renzi viene più volte valutata in positivo dal rapporto Bertelsmann, per quanto senza trionfalismo.
LA FIGURACCIA DEL G7
Un altro aspetto curioso del rapporto rivela che (entro certi limiti) mal comune, mezzo gaudio: se noi italiani ci piazziamo male fra i 41 Stati dell’Ocse, anche gli altri del club ristretto del G7, cioè i grandi Paesi che si incontrano periodicamente per stabilire le linee strategiche del mondo sviluppato, e che (si suppone) devono dare l’esempio a tutti gli altri, in realtà si piazzano male nell’Sgi delle prestazioni politiche: soltanto due dei Grandi, cioè la Germania e il Regno Unito, si collocano fra i primi dieci (al sesto e al nono posto rispettivamente) mentre gli Stati Uniti, che come indole danno lezioni a tutti, sono appena al 26° posto; per fare un’analogia con la classifica della serie A di calcio, gli Usa sarebbero nella parte destra, cioè fra chi non lotta neanche per la Uefa League.
Invece ai primi cinque posti si piazzano i Paesi scandinavi e la Svizzera e all’ultimissimo la sempre più derelitta Grecia.
QUELLO CHE FUNZIONA
Per focalizzarci sull’Italia, e cominciando dalle note positive, il rapporto Bertelsmann parla bene della riforma del mercato del lavoro, perchè ha promosso (è il giudizio della Fondazione) «contratti di lavoro più flessibili, ma allo stesso tempo a lungo termine e meno precari».
Un’altra lode (cauta) arriva per le riforme del sistema fiscale volute da Renzi, definite «elementi di stimolo per un’economia in crescita nel 2015, dopo tre anni di recessione». Sempre secondo lo studio, «soprattutto le agevolazioni fiscali concesse alle imprese e ai redditi bassi hanno stimolato l’economia».
Su questo aspetto, come sulla politica del lavoro, in Italia le opinioni sono discordi, ma la Fondazione Bertelsmann, stilando una sotto-classifica sulle riforme del fisco, dice che «l’Italia è il Paese che si è mosso di più e meglio fra i 41 dell’Ocse negli ultimi anni», essendo salita dal 33° posto del 2014 all’attuale 19°.
MOLTO RESTA DA FARE
Da qui a dire che va tutto bene ce ne corre. L’indice di povertà in Italia è altissimo: un 12,7% da confrontare (per esempio) con il 5,7% di uno Stato tutt’altro che ricco come la Repubblica ceca.
Il rapporto identifica come «particolarmente problematici i settori della politica familiare e delle pensioni». Nelle politiche a sostegno della famiglia l’Italia è al 36° posto, e la carenza è acutissima negli asili nido, cosa che «contribuisce a spiegare la bassa natalità e la bassa presenza delle donne nel mercato del lavoro».
Sulle pensioni il rapporto Bertelsmann prende una posizione controversa, lodando la crescita a 67 anni dell’età di uscita dal lavoro e lancia l’allarme per le «nere prospettive previdenziali dei giovani».
Soluzioni? Bisognerebbe migliorare queste prospettive «investendo di più nell’istruzione e nella ricerca».
Quest’ultima raggranella solo l’1,31% del prodotto lordo contro la media Ue del 2%. Ma la Bertelsmann non si aspetta grandi cambiamenti, con il debito pubblico al 132,6% del Pil.
LO STILE DI COMUNICAZIONE DI RENZI
Il rapporto avanza riserve sulla maniera in cui il governo italiano gestisce la comunicazione.
Di frequente Matteo Renzi comunica di persona con i mass media o attraverso Twitter, anticipando provvedimenti sulle più varie questioni, «fino a oscurare le comunicazioni delle altre personalità di governo».
Ma capita che lo faccia senza tener conto dello stato di avanzamento dei vari dossier. Questo «talvolta dà l’impressione che certe politiche governative non siano sufficientemente meditate». È la sindrome che qualcuno in Italia ha definito «annuncite».
Luigi Grassia
(da “La Stampa”)
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Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
IL CAPO DELL’IMMIGRAZIONE, UN PIANO PER OCCUPARLI CON COMUNI E PRIVATI: “AVRANNO UN RIMBORSO SPESE CON CUI SI PAGHERANNO L’ASSISTENZA”
«Coinvolgiamo nel lavoro i migranti».
L’idea viene dal Viminale, dal prefetto Mario Morcone, capo del Dipartimento Immigrazione.
Prefetto, cosa intende?
«Alcuni sindaci hanno già attivato progetti di volontariato che vedono i migranti protagonisti. È ora di fare un passo in avanti».
Sa di affrontare un tema poco popolare?
«Sì, ma non possiamo più lasciare queste persone appese in attesa di un destino che cada dall’alto. E che si abbrutiscano passando la giornata ad attendere il pranzo e la cena».
Pensa a tutti i migranti?
«Solo quelli che sono legittimamente sul nostro suolo: i rifugiati o chi ha già presentato la richiesta di asilo».
Possono o devono lavorare?
«Possono, nell’interesse loro e della collettività . Per carità , nessun obbligo. Semmai possiamo pensare a un meccanismo premiale».
Di che tipo
«Chi mostra buona volontà e capacità di inserirsi nel nostro contesto sociale potrebbe ottenere un’attenzione diversa nell’accoglienza».
Una corsia preferenziale?
«C’è il permesso umanitario. Attualmente viene dato per motivi di vulnerabilità ai bambini e ai malati. Potremmo usarlo in questo senso. Dopo un anno la verifica servirebbe da incentivo a comportamenti virtuosi».
Il lavoro presuppone una paga. O pensa a un volontariato gratuito?
«Non penso a una paga con tariffe nazionali. Ma a una retribuzione che potrebbe essere ridotta: la decurtazione servirebbe per recuperare i costi dell’accoglienza».
Mira al rientro delle spese o all’integrazione?
«Miro a dare loro un futuro e far sì che non siano solo un peso per la comunità : l’inclusione, poi, impedisce la radicalizzazione e giova alla sicurezza. Questa emergenza si può trasformare in un’occasione di sviluppo».
Le diranno: e gli italiani che non hanno un lavoro
«Io mi occupo di immigrati. Dei cittadini italiani se ne dovrebbero occupare altri ministeri. Se mi danno l’incarico cercherò soluzioni per quel problema. Attualmente mi piacerebbe che a rompermi la testa non fossi solo io che sono un prefetto».
E allora chi?
«La soluzione non può essere dirigista con un “super-qualcuno” che decide su tutto e tutti. Ma con chi è sul territorio. Presidenti di Regione e sindaci per primi».
La casa ai rifugiati genera proteste. Anche, come anticipato dal Corriere, a Capalbio: lì due cittadini hanno fatto ricorso al Tar.
«Nè Capalbio nè Portofino potranno sottrarsi alle proprie responsabilità perchè i sindaci temono di perdere consenso».
Ma 50 rifugiati in un comprensorio nel centro storico non è una scelta criticabile
«L’accoglienza diffusa è quella che noi preferiamo. Si poteva prevedere una soluzione diversa».
Il sindaco lamenta che è stata imposta dal prefetto.
«Se ci fosse un progetto adeguato i prefetti si asterrebbero dal fare bandi di gara. È ovvio che non puoi fare il furbacchione, prendendoti due immigrati e pensando di essere a posto. Altrimenti finisce così: il prefetto, che da qualche parte li deve mandare, trova l’albergo e fa la gara».
L’Europa a febbraio aveva sollecitato progetti per impiegare i rifugiati. L’idea nasce da lì?
«No. L’Europa è chiusa nelle piccole paure. Servono un salto di qualità e politici coraggiosi».
Quali lavori potrebbero svolgere i profughi?
«Ci sono settori che hanno bisogno: l’agricoltura, le costruzioni, l’assistenza agli anziani».
Come evitare lo sfruttamento e i business criminali?
«Ci sono sanzioni penali. C’è un protocollo sulla legalità . Non pensiamo di trattarli come schiavi. Certo, dove c’è il formaggio arrivano i topi. Bisogna tenere lontano affaristi e garantire trasparenza. Ma non possiamo più essere prigionieri dei “no” dei sindaci che mirano più alla caduta di Alfano o di Renzi che a risolvere la situazione».
Virginia Piccolillo
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
E’ IL SIMBOLO DELL’ORRORE DELLA GUERRA
A volte basta una sola, potentissima foto per racchiudere l’orrore di una guerra intera. Nelle ultime
ore a far indignare e commuovere l’opinione pubblica riguardo ai bombardamenti che la Siria subisce quotidianamente c’è lo scatto di un bambino indifeso e scioccato, seduto all’interno di un’ambulanza con lo sguardo perso nel vuoto e la faccia coperta per metà dal suo sangue.
Visibilmente frastornato, Omran Daqneesh – questo il nome del bambino – ha cinque anni e ieri è rimasto contuso insieme ad altri bambini nel quartiere Qaterji, a causa di un bombardamento aereo. L’attacco non ha ancora un autore certo – si potrebbe trattare ugualmente di un’azione di un esercito siriano come di un attacco russo – e ha distrutto diverse abitazioni ad Aleppo.
Nel video girato dalla testata locale Aleppo Media Center si vede chiaramente il momento dell’arrivo dell’ambulanza e quello in cui i soccorritori tirano fuori dalle macerie Omran, per posizionarlo poi all’interno dell’ambulanza stessa.
Oltre al video del recupero sono state scattate diverse foto al bambino, rimasto totalmente muto a causa dello shock.
Secondo il Telegraph, il piccolo sarebbe poi stato portato al più vicino ospedale e sarebbe stato curato per le ferite riportate alla testa. Coccolato dai medici, ora Omar starebbe molto meglio. Almeno fisicamente.
Il volto sporco e insanguinato del bambino siriano – che ha dovuto passarsi più volte la mano sulla faccia per realizzare cosa fosse successo – è l’immagine perfetta di un guerra che troppo spesso fa vittime tra i civili e che ormai sembra essere del tutto fuori controllo.
Il video e la foto arrivano a pochi giorni dalla pubblicazione di una lettera inviata al presidente Usa Obama da un nutrito gruppo di medici siriani, nella quale si chiedeva aiuto per i tanti civili colpiti dai bombardamenti. Ma questa foto e questo video valgono molto più di tante parole.
Intanto l’inviato speciale dell’ Onu per la Siria, Staffan de Mistura, ha annunciato di avere sospeso l’attività della sua task force umanitaria affermando che i continui combattimenti ostacolano gli aiuti ai civili. De Mistura è tornato a chiedere una tregua di almeno 48 ore, in particolare ad Aleppo.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
ERA UN ESPONENTE DI FORZA ITALIA: “INTOLLERABILE STILE POLITICO”
“L’ho destituito: ha scritto cose che il mio stile politico proprio non può tollerare”. Così, in una intervista a Repubblica, il sindaco di Benevento ed ex ministro Clemente Mastella, commenta le parole su Facebook rivolte alla moglie di Renzi scritte dal’assessore, Gerardo Giorgione, il più votato tra i candidati di Forza Italia.
E aggiunge: “Non me lo sarei mai aspettato. Ho subito sulla mia pelle gli attacchi alla famiglia so cosa vuol dire”.
Come finisce al referendum? “Se il No è fatto solo di intellettuali, come sembra, vince il Si” ma afferma che lui voterà No.
E del suo ruolo di sindaco dice: “Mi hanno lasciato un deficit di 60 milioni, però ho avuto un successo stupefacente, chiudendo la bocca a tutti i feticisti dell’imbecillità in giro per l’Italia” e “m’intrigherebbe ricostruire il Centro”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
ROSSI: “IN TOSCANA CI SONO CITTADINI CHE HANNO MESSO A DISPOSIZIONE LA PROPRIA CASA, DA NOBILI E BOIARDI MI SAREI ASPETTATO SOLIDARIETA'”
“Non mi interessa fare la guerra al sindaco di Capalbio, non ce l’ho con lui. Ho letto sui giornali cose
che non mi sono piaciute. Troppi no. Mi sarei aspettato da nobili ambientalisti e boiardi di Stato un sentimento di solidarietà forte che invece non c’è stato. E allora vorrei ricordare che in Toscana ci sono cittadini chi hanno messo a disposizione la propria casa per accogliere i profughi, mi sembra un segnale forte e importante”.
Così il governatore della Toscana Enrico Rossi, in un’intervista a Repubblica.
“Il sindaco di Capalbio non dice che non vuole i profughi, contesta la decisione della prefettura di assegnarne 50 concentrati in pochi immobili senza consultarlo e chiede trasparenza sugli appalti”, osserva Rossi.
“Da tempo io contesto la politica del ministro Alfano sulla collocazione dei profughi. Secondo me è sbagliato procedere con gli appalti affidando tutto alle prefetture anche se i prefetti sono pure bravi. Serve un coinvolgimento delle regioni e dei sindaci che conoscono bene i territori e le realtà in cui operano. Altrimenti succedono le cose a cui assistiamo”.
“La mancanza di informazione e di coinvolgimento delle realtà locali produce spesso reazioni negative e timori. La gente vuole trasparenza, vuole giustamente sapere chi vince gli appalti, chi c’è dietro”, dichiara Rossi.
“Sono convinto che se ci fosse una maggiore relazione con il territorio e con chi lo governa gran parte delle proteste verrebbero riassorbite”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
ERRORE CONCETTUALE, MISURA ISLAMOFOBA, UNA PROVOCAZIONE, UN ASSIST ALL’ISIS, UNA MISURA ANTI-FEMMINISTA
Il divieto imposto da alcune municipalità francesi di indossare il “burkini” in spiaggia, avallato dal primo ministro francese Valls, è un errore per almeno 5 motivi e rischia di rivelarsi un boomerang per la Francia proprio in un momento in cui, come gli stessi fautori del divieto affermano, “bisogna evitare le provocazioni e lavorare per abbassare le tensioni”.
1) È un errore concettuale.
È sbagliato accostare il “burkini” al burka. Il “burkini” è una sorta di muta da subacqueo con il cappuccio, che lascia scoperto il viso, le mani e i piedi. Sul mercato ce ne sono di vari modelli e colori. Piace soprattutto alle giovani perchè permette loro di seguire la moda e osservare la copertura del corpo e della testa mentre fanno il bagno.
Il burka invece è un indumento che copre integralmente la figura umana, nascondendo il volto e il resto del corpo, ed è stato imposto con la violenza dai talebani in Afghanistan.
In Francia attualmente la legge vieta il burka e il niqab in quanto coperture del volto, ma non vieta la copertura del capo se non nelle scuole.
Quindi il divieto del burkini non ha un fondamento giuridico esplicito nella legislazione anti-velo attualmente in vigore.
2) È una misura islamofoba.
Discrimina una specifica parte della popolazione francese, le donne musulmane velate, che continuano a essere il principale obiettivo di quella particolare forma di razzismo che tocca i musulmani detta islamofobia.
Per molte musulmane e musulmani un tale divieto accresce il senso di esclusione, ed eventualmente il risentimento e la radicalizzazione, per l’impossibilità di esprimere le proprie convinzioni religiose e i propri principi.
3) È una provocazione.
Il divieto è percepito da molti musulmani come una misura che polarizza le posizioni mentre crescono le paure speculari da una parte e dall’altra della popolazione. Accostare, come si sta facendo in questi giorni, il conservatorismo nei costumi sociali al terrorismo è sbagliato e smentito dalla realtà .
4) È un assist per la propaganda del sedicente Stato islamico.
L’Isis fa proselitismo in Francia e in Europa come nessun altro gruppo terroristico era riuscito a fare fino a ora, per la sua capacità di plasmare gli immaginari.
Una delle narrazioni più potenti su cui l’Is fonda la sua propaganda è quella che descrive i musulmani sotto attacco e privi di diritti nei paesi occidentali in cui vivono.
5) È una posizione anti-femminista.
Malgrado ci siano pressioni sociali nella scelta di indossare il velo, la gran parte delle donne che oggi si velano in Europa lo fa per una libera scelta individuale.
Negare la libertà di scegliere sui propri corpi è una decisione che va contro il diritto all’autodeterminazione delle donne.
Per queste 5 ragioni sbaglia chi pensa che sarebbe giusto negare il burkini anche qui in Italia, dove, d’altronde, le donne musulmane che lo indossano sono un’assoluta minoranza.
Al momento non c’è una questione d’ordine pubblico, a meno che non la si voglia creare a tavolino per fini elettorali o per semplice noia agostana.
Renata Pepicelli
Docente universitaria, esperta di mondo islamico
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 18th, 2016 Riccardo Fucile
“POLEMICA STRUMENTALE, DOBBIAMO IMPARARE A VIVERE INSIEME”
«Dobbiamo imparare a vivere insieme, e questo vuol dire anche conoscenza dei simboli di altre
culture e loro accettazione quando non ledano le esigenze della sicurezza. La paura dell’abbigliamento delle musulmane mi appare strumentale. Se posso permettermi: coglierei questa circostanza per alzare un po’ il tono del confronto che, in alcune circostanze, m’è parso un tantino mortificante nei toni e nelle parole»: è la prima risposta del vescovo Nunzio Galantino, segretario della Cei, alla questione del burkini che gli poniamo chiamandolo al cellulare.
Il vescovo sta tornando a Roma dalla Puglia, la sua terra.
Guida da solo, da solo ha appena cambiato una ruota ma accetta ugualmente il colloquio sul «costume» da bagno delle musulmane comparso nelle ultime settimane su alcune spiagge francesi.
«Esigenze di cautela sono comprensibili. Ma ci vuole anche buonsenso: è difficile immaginare che una donna che entra in acqua stia realizzando un attentato. Ovviamente dobbiamo chiedere altrettanto buonsenso alle comunità musulmane che sono tra noi quando rivendicano la libertà di seguire le proprie tradizioni: quella libertà non deve limitare la nostra sicurezza».
La linea francese è molto netta. Una ministra francese ha detto che il burkini va combattuto in quanto «ostile all’emancipazione delle donne», mentre il sindaco di Cannes l’ha bandito in quanto «simbolo dell’estremismo islamico»…
«Questo della guerra sui simboli è un terreno nel quale mi è difficile capire fino in fondo la Francia. Preferisco non entrare nella logica della loro laicità , soprattutto quando arriva a giustificare il dileggio e a ridicolizzare in maniera volgare la sensibilità religiosa altrui: vedi le gratuite volgarità esibite dalle vignette di Charlie Hebdo. Per me e per l’Italia dico che il mondo dei simboli non si presta a ordinanze stagionali magari dettate da esigenze elettorali. Il modello francese ha le sue ragioni e le rispetto, ma nel caso specifico di sicuro non lo vedo facilmente esportabile in Italia».
In un’intervista di tre mesi addietro al quotidiano francese «La Croix» Francesco disse che se una donna musulmana vuole portare il velo «deve poterlo fare».
«Lo dico anch’io e penso alle nostre suore, penso alle nostre mamme contadine che lo portavano fino a ieri e alcune lo portano ancora oggi. Lo stesso, si capisce, deve valere per un cattolico che voglia portare una croce, o per un ebreo che indossi la kippà . Ogni persona ha diritto a mostrare la propria fede anche nell’abbigliamento, se lo ritiene opportuno. Si vigili che non vi siano usi strumentali dei simboli religiosi, ma se ne garantisca la piena libertà , legata alla libertà di coscienza, alla libertà di opinione e alla libertà religiosa. La libertà da riconoscere ai simboli religiosi va considerata alla pari della libertà di esprimere i propri convincimenti e di seguirli nella vita pubblica».
Ma i simboli in contesti conflittuali possono risultare esplosivi come la dinamite: a fine luglio abbiamo visto il sangue in una chiesa di Francia…
«È stato un fatto mostruoso, peggiore di altri, ma non unico e non nuovo. Avevamo già visto il sangue in piazza San Pietro con l’attentato del 1981, l’anno prima l’arcivescovo Romero era stato ucciso durante la messa, nel 2006 don Andrea Santoro ha sparso il suo sangue mentre pregava in una chiesa a Trabzon, in Turchia. Stavolta per fortuna abbiamo avuto una buona reazione di condanna di quel gesto da parte di ambienti musulmani. Non ancora sufficiente, ma più forte rispetto a ogni precedente occasione».
L’uccisione di padre Hamel ha comportato una presenza di musulmani nelle chiese in segno di solidarietà e anche questa mano tesa ha turbato chi non vuole commistione di simboli. Che direbbe lei se domani ci fosse qualche iniziativa per portare i cristiani nelle moschee?
«Speriamo – nel caso – di arrivarci preparati. Stavolta eravamo impreparati. Non condivido l’atteggiamento di chi ritiene del tutto trascurabile la necessità di rispettare la sensibilità e talvolta anche la difficoltà da parte di alcuni a capire subito il senso di certi gesti. Intendiamoci: quella solidarietà è stata un bene per tutti. Ma la sua espressione nel contesto delle celebrazioni domenicali, o subito prima o subito dopo di esse, ma all’interno della chiesa, qualche aspetto problematico lo presenta. Si possono trovare modalità meno invasive ma ugualmente forti e significative. Non è necessario che l’abbraccio avvenga in chiesa, o domani in moschea».
Che dice della disputa sulla costruzione di nuove moschee in Italia?
«Dovremmo essere severi nel controllo dell’uso delle moschee ma favorevoli alla loro costruzione. La moschea semiclandestina in uno scantinato è più pericolosa, immagino, di una che opera alla luce del sole e nel rispetto di norme per la sicurezza in tutti i sensi. Ma soprattutto il musulmano che si vede negato il diritto a pregare in un luogo dignitoso è più vicino alla radicalizzazione di uno che si vede accolto in quell’esigenza prioritaria».
Le sue considerazioni non mi sembrano improntate a una percezione drammatica della situazione…
«Altro che! La situazione è drammatica ma vorrei pormi tra quanti cercano di non farsi schiacciare e di darne una lettura improntata a ragionevolezza e responsabilità . Chissà che questo dramma al quale tutti stiamo assistendo non ci aiuti ad andare un po’ oltre gratuite banalità e perverse strumentalizzazioni per aiutarci a fare qualche passo avanti sulla strada della integrazione vissuta in sicurezza. A riscoprire il valore del martirio, per esempio, che nulla ha a che vedere con la pazzia suicida dei kamikaze. E anche quello dei simboli e persino quello del pudore. Me lo lasci dire: trovo paradossale che ci allarmi una donna troppo vestita mentre sta facendo il bagno al mare!».
Luigi Accatoli
(da “il Corriere della Sera”)
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