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L’ONOREVOLE PAGA IL PORTABORSE IN NERO

Gennaio 9th, 2017 Riccardo Fucile

I PRIMI A NON USARE IL CONTRATTO A TUTELE CRESCENTI COI COLLABORATORI SONO PROPRIO I PARLAMENTARI… USANO I COCOCO O METODI NON LEGALI IN MODO DA SPENDERE POCO E INTASCARE DI PIU’

È stato sbandierato come lo strumento per dare più garanzie ai precari: eppure i primi a non applicare il nuovo contratto a tutele crescenti, Jobs Act, sono proprio i parlamentari. A cominciare da coloro che la riforma l’hanno votata.
Su 301 deputati Pd, ha scoperto l’Espresso, solo 14 lo hanno utilizzato coi loro portaborse.
E fra controlli solo formali e poca trasparenza, le forme di lavoro nero o sottopagato (quando non del tutto gratuito) proseguono, mentre un onorevole ha modo perfino fare la cresta sui costi sostenuti.
SPENDI UNO, INTASCHI DU
La chiave di volta del sistema si chiama “rimborso spese per l’esercizio del mandato”: 3.690 euro al mese esentasse per i deputati e 4.180 per i senatori, utilizzabili per pagare i collaboratori ma anche consulenze, affitti delle sedi o finanziare l’attività  politica (in tutto 43,8 milioni nel 2015).
Per ricevere l’intera somma, tuttavia, basta rendicontarne la metà : insomma, è possibile addirittura guadagnarci.
Alla Camera, ad esempio, solo 410 eletti dichiarano di avere un assistente: uno su tre, in pratica, riceve i soldi senza averne uno personale.
Per cambiare qualcosa si potrebbe far pagare gli stipendi direttamente alle Camere, come avviene all’estero e come chiede l’Aicp, l’associazione dei collaboratori parlamentari.
Lo prevedeva anche un progetto di legge approvato nel 2012, ma la fine anticipata della legislatura ha rimesso tutto in discussione.
In quella attuale, malgrado impegni e promesse, non è stato mosso un passo e da due anni un ddl analogo giace dimenticato in commissione Lavoro a Montecitorio.
In realtà  sarebbe sufficiente una semplice delibera dell’Ufficio di presidenza ma il punto è un altro: molti onorevoli girano una quota del denaro al partito e in tempi di abolizione del finanziamento pubblico fa comodo non spenderli.
Nel frattempo il sistema si presta a degenerazioni di ogni tipo, come mostra il questionario diffuso nelle settimane scorse proprio dall’Aicp.
La scadenza è fissata a gennaio ma i primi risultati provvisori, che l’Espresso presenta in anteprima, fanno riflettere: retribuzione parzialmente in nero nel 14 per cento dei casi; cocopro trasformati in cococo ma che di fatto, nascondendo forme di lavoro subordinato, restano illegittimi (18 per cento); stage non retribuiti, vietati dalla legge Fornero, che mascherano impegni full time che arrivano fino a otto ore al giorno.
UN FISCO AMICO
E il Jobs act? Il contratto a tutele crescenti è il preferito dai diretti interessati, perchè dà  maggiori diritti ma essendo più oneroso non ha avuto fortuna: su 902 portaborse, solo 92 ce l’hanno.
Con un paradosso doppio: fra i contrari alla provvedimento c’è chi l’ha usato, i favorevoli assai meno.
Nel 2015 il gruppo M5S a Montecitorio ha stabilizzato 25 dipendenti, suscitando l’ironia del Pd per via delle critiche grilline.
Eppure solo 18 deputati fra coloro che hanno votato la legge poi hanno applicato il Jobs act ai loro assistenti.
Tutti gli altri, che in pubblico l’hanno sostenuto, in privato si sono rifiutati di applicarlo. Oppure hanno recalcitrato, come racconta una collaboratrice che chiede l’anonimato temendo ritorsioni: «Ho dovuto insistere per passare dal cocopro all’indeterminato, anche se il mio parlamentare aveva votato la riforma. Se non sono costretti, tutti guardano solo la forma contrattuale più conveniente dal punto di vista contributivo».
Fra i “magnanimi” c’è pure chi ha fatto il furbo, spiega Marta (nome di fantasia): «Il senatore con cui lavoro ha trasformato la mia collaborazione in un subordinato a tempo indeterminato ma per non spendere di più mi ha fatto un part time. La retribuzione così è rimasta la stessa, anche se lo seguo tutta la settimana per l’intera giornata, lui in compenso ha usufruito degli sgravi».
Sgravi che per un tempo pieno arrivano a ottomila euro in tre anni
D’altronde la fantasia fiscale non manca: per avvalersi delle agevolazioni previste per particolari categorie di neo-assunti c’è chi ha aperto ditte individuali o posizioni Inps e Inail come lavoratori autonomi.
Qualcuno col cambio di contratto ci ha perfino rimesso, grazie a un’altra furbizia dell’onorevole di turno: lasciare inalterato il lordo ma col risultato di un netto più basso per effetto delle ritenute.
E c’è pure chi l’impiego lo ha perso, come il collaboratore del Cinque stelle Massimo De Rosa. Invece di trasformare il contratto a progetto, come prevede la nuova legge, il deputato ha dato il benservito all’assistente, che gli ha fatto causa chiedendo oltre 20 mila euro fra differenze retributive, tfr e mancato preavviso e ha perfino prodotto una mail che dimostrava un tentativo di fargli firmare una lettera di dimissioni in bianco.
Alla fine i due sono arrivati a una conciliazione e l’importo, fa sapere De Rosa, è stato pagato proprio col rimborso spese per l’esercizio del mandato.
Ma la somma, malgrado la decantata trasparenza, è top secret: «Non posso rivelare la cifra, per evitare che la vicenda sia usata in modo politico c’è una clausola di riservatezza».
Curiosità : negli anni scorsi il dipietrista Francesco Barbato, divenuto celebre per le sua battaglie moralizzatrici, fece inserire una condizione identica nella transazione con la sua ex collaboratrice. Pagata in nero come l’assistente di Gabriella Carlucci, che fu condannata.
ONOREVOLE IN TRIBUNALE
Dopo numerose inchieste che hanno svelato la diffusione del lavoro nero, ora i badge per accedere in Parlamento sono rilasciati solo a chi ha un regolare contratto depositato negli Uffici di Questura di Camera e Senato.
Ma neppure questo ha sradicato il fenomeno: i controlli sono solo formali e il modo di aggirare la legge non manca. Basta un pass giornaliero in cui il portaborse viene accreditato come “visitatore” e il gioco è fatto.
E sarebbe proprio questo l’escamotage utilizzato dal forzista Domenico Scilipoti, di recente citato a giudizio dal suo ex collaboratore: dopo due mesi in nero, anzichè contrattualizzarlo come promesso, lo avrebbe mandato via senza nemmeno dargli la somma pattuita.
L’assistente, che a sostegno della sua tesi ha esibito numerose conversazioni Whatsapp con la segretaria dell’onorevole, sarebbe entrato negli uffici del Senato con accrediti temporanei redatti tramite la pagina intranet del parlamentare.
Scilipoti non commenta: «Non ho nessuna causa» si limita a dire.
Impossibile avere un’idea di quanti casi simili possano esserci.
Benchè sotto schiaffo, molti preferiscono tenere la testa bassa: la paura di farsi terra bruciata intorno e non lavorare più nell’ambiente è forte.
Così, per una media di 1.200 euro, si può finire anche a dover pagare bollette, fare la spesa o ritirare le camicie in lavanderia del proprio datore.
Per quanto rare, le controversie finite in tribunale però non mancano.
Da poco si è tenuta la prima udienza del processo fra Paolo Bernini (M5S) e il suo ex assistente Lorenzo Andraghetti, uno storico ex militante bolognese che lo accusa di licenziamento illegittimo per ragioni politiche e chiede 70 mila euro di risarcimento.
Per la difesa, invece, l’allontanamento sarebbe giustificato dalla redazione di scritti critici col Movimento, culminata nella partecipazione a una iniziativa di fuoriusciti, tale da compromettere “l’elemento fiduciario”.
A Lecce è in corso una causa fra la dem Teresa Bellanova e il suo ex collaboratore locale Maurizio Pascali.
Al centro della disputa, le immancabili questioni fiscali e i risparmi connessi all’apertura della partita Iva. Falsa secondo l’assistente, che aveva un unico committente e operava nella sede della federazione del Pd; del tutto in regola per l’onorevole, trattandosi di lavoro autonomo.

(da “L’Espresso“)

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PERCHE’ GRILLO VUOLE ALLEARSI CON ALDE? CI SONO 700.000 BUONE RAGIONI

Gennaio 9th, 2017 Riccardo Fucile

I MOTIVI ECONOMICI CHE NESSUNO CITA: FINIRE TRA I NON ISCRITTI SIGNIFICA PERDERE I “FONDI 400” DESTINATI AI GRUPPI: 40.000 EURO L’ANNO PER OGNI PARLAMENTARE, UN TESORETTO DI 680.000 EURO

Tutti i riflettori sono puntati su David Borrelli. È il braccio destro di Davide Casaleggio a Bruxelles e componente dell’associazione Rousseau l’uomo che avrebbe condotto la trattativa con l’ALDE per conto di Beppe e il responsabile della svolta europea che sta facendo litigare il MoVimento 5 Stelle.
Non a caso lui ieri non ha parlato del voto sulla sua pagina Facebook, preferendo il basso profilo. Ma, essendo europarlamentare, questo esclude che nel gruppo nessuno sapesse del voto di ieri, come hanno sostenuto alcuni onorevoli a 5 Stelle.
E a molti ieri è tornata in mente la famosa trasmissione di Mentana in cui Borrelli venne fatto oggetto di attenzioni e complimenti da parte di Mario Monti, il che fece partire un’ingloriosa macchina del fango nei confronti dell’europarlamentare, accusato di vicinanza al Nemico Pubblico Numero Uno.
In realtà , come si comprendeva anche dal post pubblicato sul blog di Grillo, le ragioni dell’alleanza sono squisitamente pragmatiche, come ha ricordato Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera:
Ma è proprio qui che si gioca la vera battaglia ed è qui un nodo (forte) degli interessi in ballo. Interessi economici. Finire tra i non iscritti significherebbe perdere buona parte dei «fondi 400» destinati ai gruppi («circa la metà », dicono fonti interne al Movimento). Si tratta di una cifra di circa 40 mila euro all’anno per ogni parlamentare, un tesoretto di circa 680 mila euro usati dai pentastellati anche per finanziare attività  sul territorio. Un passo che potrebbe mettere in difficoltà  i 5 Stelle.
C’è di più, però.
Ieri tre europarlamentari hanno sostenuto di non sapere nulla del voto in partenza sul blog. Ed è evidente che non è stato fatto sapere ad alcuni perchè evidentemente erano contrari alla linea dell’alleanza con l’ALDE.
Borrelli e Casaleggio hanno evidentemente voluto promuovere un voto senza alcuna informazione preventiva nei confronti dei votanti, e senza nessun dibattito interno al MoVimento, sia per quanto riguarda gli eletti che gli iscritti.
Un comportamento del genere avrebbe portato alla ribellione di qualunque eletto M5S che avesse a cuore la propria dignità . Eppure all’orizzonte nessuno sembra voler porre la questione politica all’interno del M5S.
Il leader di ALDE, dimostrando ieri di saper raggiungere vette sconosciute dell’abiezione, ha miserabilmente cancellato lo status in cui criticava i 5 Stelle nel 2014.
Verhofstadt evidentemente ritiene di poter prendere in giro i suoi elettori eliminando lo status senza nemmeno fornire una riga di spiegazione sull’accaduto.

(da “NextQuotidiano”)

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NELL’ALDE NON VOGLIONO I GRILLINI: LA SVOLTA EUROPEISTA DEL M5S SPACCA IL GRUPPO

Gennaio 9th, 2017 Riccardo Fucile

VERHOFSTADT L’AMBIZIOSO SPINGE PER IL SI’, MA I SUOI SI RIBELLANO

La giravolta europeista di Beppe Grillo divide il gruppo Alde, l’Alleanza dei liberali e democratici d’Europa nella quale il leader M5S punta a entrare dopo il clamoroso addio all’Ukip di Nigel Farage.
Per Guy Verhofstadt, presidente del gruppo liberale, il matrimonio s’ha da fare: se la base grillina dirà  sì, Verhofstadt inviterà  i suoi a valutare con spirito costruttivo le condizioni per dare il “benvenuto” ai Cinque Stelle.
All’interno dell’Alleanza, però, monta la protesta: sono in molti, infatti, a considerare inammissibile l’ingresso nel gruppo di una forza politica (almeno fino a ieri) euroscettica.
A capo degli “indignati” c’è Sylvie Goulard, ex consigliera politica di Romano Prodi, che in un’intervista a Repubblica giudica “poco credibile” la conversione di Grillo:
“Mi oppongo all’ipotesi del passaggio del Cinque Stelle da noi, e come me anche un certo numero di colleghi di Alde avanza la sua contrarietà ”.
Il motivo? “Per una incompatibilità  di fondo, per ragioni molto concrete. Il mio è un gruppo di stampo europeista. Come potrei mai credere a una ‘conversione’ europeista di Beppe Grillo, con tutto quello che afferma e scrive sul suo blog? Non è questione di fare la guerra alle persone o ai movimenti. Qui si parla di divergenze sostanziali […]. I Cinque Stelle erano nel gruppo di Nigel Farage, l’animatore della Brexit, alla quale io mi sono profondamente opposta. Grillo ha lanciato la proposta di un referendum sull’euro, mentre per me la moneta unica è la priorità ”.
Per Goulard, il Movimento Cinque Stelle è pericoloso e rappresenta una minaccia, “come tutti i movimenti che giocano e fanno leva sul nazionalismo”.
“Quanto alle affinità  tra Beppe Grillo e Marine Le Pen — aggiunge l’eurodeputata — per fortuna non passo le mie serate insieme a nessuno dei due, ma per quel che vedo mi sembrano molto vicini. Stesso spirito, stessa ispirazione”.
E ancora: “Il movimento di Grillo parla di spaccature, di alleanze tra i Paesi del Sud e del Nord dell’Europa, fa montare l’avversione contro la Germania di Merkel, e mettere i popoli l’uno contro l’altro è estremamente pericoloso”.
Verhofstadt, insomma, dovrà  fare i conti con una forte opposizione interna, nel caso in cui la base M5S dica sì all’entrata in Alde.
Ma l’ex premier belga è molto determinato ad andare fino in fondo per ambizioni personali: Verhofstadt, infatti, è candidato alla presidenza dell’Europarlamento contro gli italiani Antonio Tajani del Partito popolare europeo e Gianni Pittella dei Socialisti e democratici.
L’ingresso dei deputati grillini consentirebbe al gruppo di diventare la terza formazione nell’Europarlamento, aumentando così potere politico e risorse finanziarie.
Motivo per cui Verhofstadt è disposto ad andare fino in fondo: in giornata potrebbe incontrare il leader M5S e già  nel pomeriggio fronteggiare i suoi.
Per Nigel Farage, la mossa di Grillo è illogica e destinata a far perdere consensi al Movimento. “Con scelte simili sono pronto a scommettere che il Movimento 5 Stelle perderà  consensi”, dichiara in un’intervista a Repubblica. “Da un punto di vista politico sarebbe completamente illogico per il Movimento 5 Stelle scegliere di unirsi al gruppo più fanaticamente filo-europeo del Parlamento di Strasburgo. L’Alde non appoggia l’uso dei referendum, nè il fondamentale principio della democrazia diretta. Ed è anche la voce più forte all’interno del Parlamento europeo a favore della creazione di un esercito della Ue. Tutte posizioni in contrasto con quelle del Movimento 5 Stelle”, spiega Farage facendo sapere anche di non aver avuto alcuna avvisaglia da Grillo.
“L’Ukip – aggiunge – non è stato contattato preventivamente dal Movimento 5 Stelle, non sapevamo niente di questo voto indetto da Grillo per decidere con chi allearsi a Strasburgo. E per la verità  non ne sapevano niente nemmeno molti parlamentari europei dello stesso Movimento”.

(da “Huffingtonpostpost“)

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IL CASO ALDE E LA DEMOCRAZIA ALL’INSAPUTA DEL M5S

Gennaio 9th, 2017 Riccardo Fucile

SI E’ VOTATO SENZA CHE I PARLAMENTARI EUROPEI FOSSERO INFORMATI DELL’INIZIATIVA, PER EVITARE IL DIBATTITO INTERNO

Cadono dalle nubi. Alcuni europarlamentari nel giorno del voto per sancire l’alleanza tra l’ALDE e il MoVimento 5 Stelle al Parlamento Europeo sostengono di aver scoperto della votazione soltanto ieri mattina, quando è stata pubblicata sul blog di Beppe Grillo.
Uno di questi è Marco Zanni, che su Facebook scrive di aver ricevuto la notizia “con sorpresa e sconcerto questa mattina. Io come eurodeputato del M5S non ne sapevo niente e come voi attivisti ho saputo tutto oggi”.
Un altro europarlamentare che si dice all’oscuro di tutto è Marco Affronte, che sul suo profilo Facebook personale sostiene che «la decisione del voto di oggi è stata presa all’oscuro di tutti gli eurodeputati. Detto questo, per noi un gruppo vale l’altro, finchè manteniamo la nostra autonomia di voto. L’ALDE è a favore del TTIP e molto pro-establishment, tanto per dire. Io ho votato per restare in EFDD soprattutto per le modalità  con cui si è arrivati a questa votazione e per la possibilità  che ci dà  Efdd di poter lavorare su più dossier».
Guarda caso però l’europarlamentare non scrive nulla sulla sua pagina facebook. Strano, visto che dovrebbe essere uno strumento di comunicazione più importante rispetto al profilo.
Ma tranquillizzatevi: tra chi lavora in Europa c’è chi di questo voto sapeva evidentemente tutto.
È il caso di Ignazio Corrao, europarlamentare molto vicino alla Casaleggio, che si prestò anche a uno spot per invogliare al voto sullo statuto.
Sulla sua pagina Facebook Corrao sposa completamente l’idea di un’alleanza con l’ALDE, non esprime nessuna sorpresa o sconcerto riguardo la decisione di votare oggi, segno che sapeva che sarebbe successo, e difende la scelta.
Anche Tiziana Beghin pubblica tranquillamente il post di Grillo ma senza schierarsi e soprattutto senza parlare di sorpresa e sconcerto per il voto odierno.
Stessa cosa fanno Isabella Adinolfi e Rosa D’Amato. In silenzio invece David Borrelli, che è un membro della Fondazione Rousseau, così come altri che hanno intuito la mala parata.
È quindi evidente che o i deputati fingono di non aver saputo nulla del voto (improbabile) oppure, semplicemente la decisione di far votare gli iscritti è stata presa a loro insaputa, e non casualmente: proprio invece con l’intenzione di non far effettuare un dibattito interno su questa decisione, come di solito si fa nei movimenti democratici.
Ma se Zanni e Affronte hanno capito il motivo della mancata informazione nei loro confronti (ed è probabile che non siano stati informati quelli che si erano già  detti contrari all’alleanza) hanno appena assaggiato sulla loro pelle come funziona l’uno vale uno nel M5S.
Dovrebbero semplicemente trarne le conseguenze. “In termini politici sarebbe completamente illogico per i 5 stelle unirsi al gruppo più eurofanatico del Parlamento europeo”, fa sapere intanto l’eurodeputato dell’Ukip Nigel Farage, copresidente del gruppo Efdd.
Farage spiega di avere contattato Beppe Grillo oggi e di essersi “congratulato con lui per le posizioni sempre più dure su euro e immigrazione”.
Secondo Farage, il supporto 5 stelle al gruppo ALDE “non durerà  a lungo”.

(da “NextQuotidiano”)

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MARRA RESTA IN CARCERE: RESPINTA LA RICHIESTA DI SCARCERAZIONE

Gennaio 9th, 2017 Riccardo Fucile

IL TRIBUNALE DEL RIESAME NON CONCEDE GLI ARRESTI DOMICILIARI AL BRACCIO DESTRO DELLA RAGGI

Raffaele Marra resta in carcere. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame, respingendo l’istanza con cui l’avvocato Francesco Scacchi aveva chiesto la scarcerazione per l’ex responsabile del Personale del Campidoglio.
In subordine, il difensore aveva chiesto la concessione della misura meno restrittiva degli arresti domiciliari.
Ma, dopo essersi riservato per qualche giorno la decisione, il Tribunale delle Libertà  oggi ha ritenuto di non concedere alcun alleggerimento della posizione dell’ex dirigente capitolino, che resta quindi detenuto nel carcere romano di Regina Coeli.
Marra, accusato di corruzione in concorso con l’immobiliarista Sergio Scarpellini, era stato arrestato il 16 dicembre scorso in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Roma, Maria Paola Tomaselli.
A finire in carcere insieme a lui quel giorno anche lo stesso Scarpellini. Nell’ordinanza, il giudice aveva giustificato l’applicazione della massima misura cautelare, attestando la “sussistenza di un concreto e attuale pericolo di reiterazione di condotte delittuose analoghe a quelle già  accertate e ciò anche in considerazione del ruolo attualmente svolto da Marra all’interno del Comune e della indubbia fiducia di cui gode da parte della sindaca Virginia Raggi”.
L’accusa per Marra, in pratica, era quella di aver ricevuto una maxi tangente da 367mila euro da Scarpellini.
Tramite due assegni circolari da 250mila e 117mila euro provenienti dai conti personali dell’immobiliarista, Marra sarebbe infatti riuscito ad acquistare una casa in via Prati Fiscali 258, a Roma, intestata poi alla moglie Chiara Perico nel giugno del 2013.
All’epoca dei fatti Marra rivestiva il ruolo delicato di direttore del Dipartimento Partecipazioni e Controllo del gruppo Roma Capitale.
Il 23 dicembre scorso, invece, lo stesso gip aveva concesso gli arresti domiciliari a Scarpellini, pronunciandosi favorevolmente su una richiesta di scarcerazione avanzata dai suoi difensori. Un’istanza a cui, anche in ragione dell’età  avanzata dell’indagato, non si era opposta nemmeno il pm Barbara Zuin.

(da agenzie)

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PAPA FRANCESCO CAMBIA: CEI, MILANO, ROMA, VIA AL RISIKO DELLE NOMINE

Gennaio 9th, 2017 Riccardo Fucile

BAGNASCO, SCOLA E VALLINI IN SCADENZA… ECCO I NOMI PIU’ ACCCREDITATI ALLA SUCCESSIONE

Andare avanti nel rinnovamento e nello stesso tempo tenere unita la Chiesa.
Per Papa Francesco il 2017 apre una sorta di “secondo tempo” del suo pontificato. Al centro del quale spiccano i rapporti con il fronte conservatore e una serie di nomine considerate decisive: dai vertici della Cei fino alla sostituzione di Angelo Scola e Agostino Vallini a Milano e a Roma.
Appuntamenti nei quali il Papa intende mantenere il punto sul piano pastorale senza dividere la comunità  episcopale.
Frenando sia le intemperanze del fronte conservatore che le mosse di chi ha tentato di sfruttare il “nuovo corso”.
Nello scorso autunno ci sono state due date che hanno mostrato quanto la “componente” ecclesiale stenti ad assimilare pienamente lo stile bergogliano: l’8 ottobre e il 15 novembre.
Nel primo di questi due giorni l’attuale presidente della Cei, Angelo Bagnasco, è stato eletto presidente della Conferenza episcopale europea. Con Bagnasco il rapporto è sempre stato corretto ma formale.
Per la nomina al vertice dell’episcopato europeo il Pontefice non è intervenuto anche se molti erano convinti che il suo apprezzamento si concentrasse sull’arcivescovo di Westminster, Vincent Nichols, che è arrivato alla vicepresidenza della Conferenza.
Uno schema analogo si è realizzato il 15 novembre. I vescovi americani hanno eletto al loro vertice Daniel Di Nardo.
L’arcivescovo di Houston, esponente del movimento ProLife, è noto negli Usa per le sue posizioni conservatrici. È stato uno dei tredici cardinali che nel 2015 hanno firmato la lettera critica in occasione del Sinodo. Non solo.
Alla vicepresidenza è stato votato Josè Gomez, arcivescovo della potente ed estesa diocesi di Los Angeles, e anch’egli rappresentante dell’ala meno innovatrice della Chiesa statunitense.
E a questo punto il candidato con più chance per succedere nel 2019 allo stesso Di Nardo. Per quest’incarico, sembrava in un primo momento che il più accreditato fosse Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, nominato proprio da Francesco.
Un episodio segnato con la matita rossa anche perchè avvenuto a pochissimi giorni di distanza dalla vittoria di Trump per la Casa Bianca.
Il presidente eletto degli Stati Uniti non ha mai nascosto in campagna elettorale le sue idee anche sulle questioni etiche. Il suo vice, Mike Pence, è stato scelto proprio per l’appartenenza al mondo degli evangelici.
Ideologo dei Tea-Party e del conservatorismo compassionevole. E forse non è un caso che lo stesso Trump abbia ingaggiato in alcuni momenti un vero e proprio duello a distanza con il Pontefice.
Due casi che se associati alle perplessità  della Chiesa africana e asiatica su gay e aborto, fanno capire quanto sia ancora alta la tensione.
Una prova ulteriore è lo scontro interno, apparentemente minore, all’Ordine di Malta che ha portato alla sfiducia del Gran Cancelliere (una sorta di primo ministro), disubbidiente al richiamo del suo Gran Maestro (figura assimilata ad un capo di Stato), su vicende che riguarderebbero l’assistenza in Africa e l’uso di preservativi. Francesco ha istituito una commissione d’inchiesta ma vuole evitare uno show down considerando che il Patrono dell’Ordine è il cardinale Raymond Burke, uno degli autori della famosa richiesta di chiarimenti sulla esortazione apostolica Amoris Laetitia.
Il Papa sta dunque preparando il suo “secondo tempo”: innovare e riappacificare la Chiesa al proprio interno.
Ci sono tre passaggi che vengono considerati in questo senso cruciali.
Il primo prenderà  corpo con la sostituzione di Bagnasco alla presidenza della Cei. Giuseppe Betori (arcivescovo di Firenze ed ex segretario generale Cei), Franco Giulio Brambilla (vescovo di Novara) e l’ormai anziano Gualtiero Bassetti (arcivescovo di Perugia) sono i nomi circolati fino ad ora.
Sta crescendo però anche la candidatura di Nunzio Galantino, attuale segretario generale della Conferenza e stretto collaboratore di Francesco.
In alternativa (ma l’ipotesi sta già  provocando qualche malumore) potrebbe essere presa in considerazione una presidenza “debole” come quella del vescovo di Modena, Erio Castellucci, che garantirebbe la coabitazione con Galantino.
Ma c’è di più. Il Papa dovrà  nominare il nuovo arcivescovo di Milano e il vicario di Roma. Scola e Vallini hanno raggiunto l’età  pensionabile. Entrambi sono in prorogatio.
L’occasione potrebbe essere proprio la visita del Pontefice a marzo nel capoluogo lombardo. I nomi che si fanno per le due posizioni si concentrano su Pierbattista Pizzaballa (amministratore apostolico del patriarcato di Gerusalemme), Francesco Beschi (vescovo di Bergamo) e Mario Delpini (ausiliare del capoluogo lombardo) per Milano; Giovanni Angelo Becciu (sostituto per gli affari generali della segreteria di Stato), Domenico Pompili (vescovo di Rieti) o un outsider per Roma.
Anche se non è esclusa una soluzione di mediazione “alta e inedita” come fu Carlo Maria Martini nominato da Giovanni Paolo II arcivescovo di Milano.
Nei giorni scorsi era pure circolata l’ipotesi della clamorosa sostituzione del Segretario di Stato Pietro Parolin, da mandare a Milano.
Al suo posto sarebbe pronto il cardinale Luis Antonio Tagle (o in alternativa Becciu o Fernando Filoni) del quale la tv dei vescovi italiani il 29 dicembre scorso ha trasmesso in prima serata una lunga intervista.
L’attacco a Parolin (e a Francesco) parte dall’interno della curia. Ma il Papa non sembra affatto intenzionato a rinunciare al suo principale collaboratore.
E forse non è un caso che Francesco abbia deciso di marginalizzare chi si accredita come suo assistente senza aiutare l’opera di “sintesi”.
Perchè il vero obiettivo del Pontefice resta il rinnovamento e l’unità  interna alla Chiesa.

(da “La Repubblica”)

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PAZIENTI CURATI SUL PAVIMENTO: TERZO MONDO? NO OSPEDALE DI NOLA, CAMPANIA, ITALY

Gennaio 9th, 2017 Riccardo Fucile

COME IN UN CAMPO DI PRIMA EMERGENZA…. LA RIVOLTA DEI CITTADINI DOPO LA DENUNCIA SU FB

La foto sembra quella di un ospedale da campo e invece è il “Santa Maria della Pietà “, il presidio sanitario di Nola (1200 pazienti solo questa settimana) nel Napoletano: i pazienti vengono curati a terra.
L’ospedale viene preso d’assalto e il pronto soccorso va in tilt.
Non ci sono letti, nè barelle e uomini e donne sono adagiati su coperte e lenzuola stese sul pavimento.
Medici e paramedici fanno il loro lavoro inginocchiati, con le giacche avento addosso, perchè fa freddo, fa freddo fuori e fa freddo nei corridoi (che non sono corsie).
Oggi nell’ospedale mancava anche l’acqua. Sono dovuti intervenire i vigili del fuoco con le autobotti. E all’ospedale di Nola l’emergenza sembra la quotidianità .
La denuncia dei pazienti curati per terra arriva   su Facebook: “Ecco come vengono curati e dove vengono messi i pazienti all’ospedale di Nola….”. Decine i commenti.
E il governatore Vincenzo De Luca dispone l’apertura immediata di una indagine interna “per una puntuale verifica dei fatti e per accertare tutte le responsabilità “, si legge in una nota.
“A settembre sono stata ricoverata dieci giorni a Nola- scrive Marzia B. – e lo provato sulla mia pelle sette giorni su dieci su una barella e un medico mi disse.. Signora pregate… Allora ebbi il dubbio di essere in chiesa e non in ospedale”.
“Che vergogna…ho una bruttissima esperienza di quell’ospedale ma perchè non lo chiudono”, scrive Maria Assunta F. E Loredana M. B.: “È una cosa indecente…togliere la dignità  a chi sta male….vergogna!!!
“Io ho visto delle cose e Nola spero di non arrivare mai …skifoooo”, posta Pamela E. N.
“Ragazzi che vergogna — scrive Carmine A. – È bruttissimo vedere persone per terra al pronto soccorso”.
E il “caso Nola” diventa subito politico con attacchi espliciti alla gestione De Luca.
Come al solito nessuno si era accorto di nulla, opposizione compresa che poi sa solo fare polemiche a posteriori.

(da agenzie)

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RITORNA A SALIRE LA DISOCCUPAZIONE: TRA I GIOVANI E’ AL 39,4%

Gennaio 9th, 2017 Riccardo Fucile

AI MASSIMI DAL GIUGNO 2015… GLI OCCUPATI SALGONO GRAZIE SOLO A DONNE OVER 50

Sale la disoccupazione in Italia, anche a causa della crescita di italiani che si mettono attivamente in cerca di lavoro (non riuscendo nel loro intento).
Secondo i dati dell’Istat riferiti al mese di novembre, il tasso di senza lavoro è salito all’11,9% registrando dunque un aumento di 0,2 punti percentuali su base mensile e raggiungendo il livello più alto da un anno e mezzo (era il giugno del 2015).
La stima dei disoccupati è in aumento (+1,9%, 57 mila senza lavoro in più), dopo il calo dello 0,6% registrato nel mese precedente.
“L’aumento è attribuibile a entrambe le componenti di genere e si distribuisce tra le diverse classi di età , ad eccezione degli ultracinquantenni”, annotano gli statistici.
Se si guarda agli occupati, a novembre si registra una lieve espansione (+0,1%, +19 mila persone) mensile. “L’aumento riguarda le donne e le persone ultracinquantenni”, specificano i ricercatori.
Dal punto di vista della natura dei rapporti di lavoro, aumentano gli indipendenti e i dipendenti permanenti, mentre calano i lavoratori a termine.
Il tasso di occupazione è pari al 57,3%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre.
Se si allarga l’osservazione al trimestre settembre-novembre, emergono chari i tratti caratteristici di questa fase del mercato del lavoro: una sostanziale stazionarietà  degli occupati, esaurita la spinta che si era vista nei mesi scorsi grazie agli sgravi fiscali. Nel trimestre, infatti, “si registra un lieve calo degli occupati rispetto al trimestre precedente (-0,1%, pari a -21 mila). Il calo interessa gli uomini, le persone tra 15 e 49 anni e i lavoratori dipendenti, mentre si rilevano segnali di crescita per le donne e gli over 50”.
Numeri che fanno dire a Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, che “nessuna riforma del lavoro può funzionare fino a che i consumi restano al palo e questo per la semplice ragione che fino a che le famiglie non acquistano, le imprese non vendono e non necessitano, quindi, di lavoratori aggiuntivi”.
Da notare, come accennato, il miglioramento dell’atteggiamento dei cittadini verso la ricerca di occupazione: la maggiore partecipazione al mercato del lavoro da parte degli italiani (con riflessi sul peggioramento complessivo del tasso di senza lavoro) si vede nel calo della stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni: -0,7%, pari a 93 mila persone che non lavorano – nè cercano – in meno.
“Il calo”, dice l’Istituto, “interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età . Il tasso di inattività  scende al 34,8%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali”.
Per i giovani si registra un balzo del tasso di disoccupazione: si porta al 39,4%, in aumento di 1,8 punti percentuali rispetto al mese precedente, e tocca così il livello più alto da ottobre 2015.

(da agenzie)

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