Febbraio 25th, 2017 Riccardo Fucile
SONDAGGIO SCENARI POLITICI, PRIMO RILEVAMENTO DOPO L’UFFICIALIZZAZIONE DELLE CANDIDATURE
Matteo Renzi è abbondantemente avanti nella sfida per la segreteria del Pd. 
Secondo il sondaggio di ScenariPolitici per HuffPost il segretario uscente arriverebbe primo alle primarie col 61% delle preferenze.
Secondo Michele Emiliano al 21% e terzo il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, al 18%.
Renzi sorride anche nella rivelazione sulla fiducia tra i protagonisti del centrosinistra. In questo caso è primo col 30,6%, tallonato dall’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, al 28,4%.
Al terzo posto Orlando col 26,2%.
E’ evidente che in questo caso Renzi, superando quota 50%, non dovrebbe quindi sottoporsi al voto dell’assemblea Pd, con il rischio di rimanere vittima di un’alleanza tra i suoi competitor, circostanza ventilata in questi giorni.
Emerge invece come novità , ma non certo per gli addetti ai lavori, la “credibilità ” dell’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, destinato ad assumere un ruolo non secondario nei futuri scenari politici.
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2017 Riccardo Fucile
NASCE IL NUOVO PARTITO DEGLI SCISSIONISTI, ALLEATI CON I TRANSFUGHI DI SINISTRA ITALIANA
È nato ufficialmente a Roma “Democratici e progressisti”, il nuovo soggetto politico formato dai fuoriusciti dal Pd e che si colloca a sinistra del partito guidato da Renzi.
A tenerlo a battesimo è stato Roberto Speranza, con Enrico Rossi, Arturo Scotto e Massimiliano Smeriglio.
Speranza ha ricordato l’art.1 della Costituzione (“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”) definendolo «il nostro simbolo, il nostro progetto per l’Italia».
E Rossi ha rimarcato: «Abbiamo un avversario, che è la destra e la deriva populista, e la battiamo solo costruendo una sinistra».
«Dobbiamo costruire un nuovo centrosinistra con una radicalità della proposta politica, dobbiamo avere il coraggio di essere forza di Governo. In questi anni abbiamo vissuto una frattura tra il popolo e la sua rappresentanza sul lavoro, la scuola e l’ambiente» ha detto Speranza che ha poi indicato nel Jobs Act, nella Buona Scuola e nel referendum sulle trivelle i passaggi che «hanno creato una rottura tremenda». «Basta – ha esclamato – è il momento di ricucire quella frattura», dando vita a «un Movimento largo che vuole connettere e unire anzichè dividere».
«Oggi è il primo passo di un percorso che richiederà un confronto largo. È il primo passo di una storia bella che ha come obiettivo quello di riconnettere il popolo del centrosinistra – ha aggiunto -. È un nuovo inizio, un primo passo ma siamo ottimisti. Faremo una cosa informale, senza effetti speciali e fuochi d’artificio che ne abbiamo avuto abbastanza».
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2017 Riccardo Fucile
L’ANALISI REGIONE PER REGIONE
Situazione di fluidità nel Pd in versione “local”, dove l’attendismo e il dubbio regnano sovrani, anche se
la scissione nazionale non sembra determinare, almeno al momento, grandi scossoni nei governi delle Regioni e dei Comuni.
Se però la fuoriuscita di bersaniani e dalemiani dal partito non sembra avere grandi conseguenze, più frastagliata sembra la situazione nei democratici dopo gli annunci delle candidature anti-Renzi.
E questo appare più marcato nelle regioni meridionali, soprattutto in Puglia, lacerata tra gli aspiranti segretari, e in Abruzzo.
Analizzando le situazioni regionali da nord a sud, in Valle d’Aosta non sono previste fuoriuscite tra i dirigenti dem; il Pd resta quindi in maggioranza sia in Regione che nel Comune di Aosta.
Pochissime defezioni in Piemonte, dove la maggioranza di Sergio Chiamparino in Regione non corre pericoli: al momento lascerebbero il partito solo quattro esponenti, nessuno dei quali è consigliere regionale.
Abbastanza nutrito è il drappello di coloro che sostengono la candidatura a segretario di Andrea Orlando, tra cui parlamentari come Anna Rossomando, Umberto D’Ottavio, Antonio Boccuzzi e alcuni consiglieri regionali.
Tiene il Pd in Lombardia, dove esprime tutti gli 11 sindaci di capoluogo, nessuno dei quali sulla via della scissione; solo il consigliere regionale Massimo D’Avolio, bersaniano, dovrebbe uscire dal gruppo, nessun abbandono da parte di dirigenti o esponenti di rilievo in Liguria.
Qualche ripercussione ci sarà invece in Veneto: tra i nomi di spicco viene dato per scontato l’addio dell’europarlamentare Flavio Zanonato – ex ministro, area bersaniana – così come è probabile lasci Davide Zoggia, stessa area, oggi in linea con la minoranza.
Di area renziana sono il segretario uscente Roger De Menech, la senatrice Laura Puppato, il sottosegretario all’economia Pier Paolo Baretta.
Clima di attesa in Friuli, dove il gruppo bersaniano dei parlamentari si mostra diviso sulle scelte da compiere. I vertici locali del partito rimarranno invece tutti al loro posto, così come il capogruppo alla Camera Ettore Rosato e la presidente della Regione, Debora Serracchiani.
Poche ma pesanti le uscite in Emilia Romagna.
Insieme all’ex segretario Bersani, quasi certamente uscirà Vasco Errani: l’annuncio è atteso per domani.
Tra i parlamentari fuori Maria Cecilia Guerra e Maurizio Migliavacca. Tra gli incerti il più giovane deputato della storia repubblicana, Enzo Lattuca.
Già fuori, invece, la consigliera regionale Silvia Prodi, nipote dell’ex premier.
Le defezioni non mettono comunque a rischio gli equilibri politici sui territori e in regione.
Nessun grande cambiamento in Toscana dopo l’uscita dal partito del governatore Enrico Rossi: in giunta anche gli assessori considerati più vicini al presidente hanno reso noto di voler restare nel Pd, e così anche in Consiglio regionale.
Nel Lazio, nessun annuncio di abbandono mentre all’interno del partito il governatore Zingaretti sostiene la candidatura di Orlando, seguito da un drappello di 8 consiglieri sui 22 dem.
La maggior parte dei parlamentari romani appoggia Renzi.
Nessuno scossone nel quadro politico-amministrativo delle Marche, mentre in Umbria ci sarebbe un solo consigliere regionale intenzionato a seguire Roberto Speranza.
In Abruzzo il partito è diviso tra renziani (come il governatore D’Alfonso o la senatrice Pezzopane), sostenitori di Orlando (come il sindaco dell’Aquila Cialente) e di Emiliano; qualche big va con D’Alema o con Orfini. Potrebbe uscire dal Pd il deputato del Molise Danilo Leva.
Situazione fluida in Puglia, dove comunque al momento nessun parlamentare sembra intenzionato a seguire la strada della scissione.
Nella maggioranza che sostiene Emiliano in consiglio regionale ci sarebbero due pronti a confluire nel nuovo gruppo bersaniano-dalemiano.
Molto confuso il quadro in Campania: gli unici che sembrano pronti a lasciare sono quelli di stretta osservanza dalemiana come l’europarlamentare Massimo Paolucci e la parlamentare Luisa Bossa.
In Basilicata, due big sono in uscita: Roberto Speranza e Filippo Bubbico, altri scioglieranno la riserva nei prossimi giorni.
Nessuno scossone in Calabria.
L’attendismo regna anche in Sicilia, dove se si esclude il parlamentare Pippo Zappulla, bersaniano, che lascerà di sicuro gli altri devono decidere. Infine, la Sardegna, alle prese con una stagione congressuale già avviata: nessuno si è ancora schierato con gli scissionisti, ma sono più di uno a interrogarsi.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 25th, 2017 Riccardo Fucile
SI SPACCA IL GRUPPO DEL M5S, DURO FACCIA A FACCIA TRA LA RAGGI E PENTASTELLATI CONTRARI AL PROGETTO…SU 27 SONO TRA 8 E 10 I CONTRARI, IN AULA SERVONO 25 SI’
Non sono bastate due ore di discussione accesa in Campidoglio e un taglio “monstre” sulle cubature per oltre il 50% del progetto.
Il Movimento 5 stelle si è spaccato sul nuovo stadio della Roma, con tanto di conta interna sommaria, accuse e recriminazioni.
La grande opera (ora un po’ meno grande) di Tor di Valle a questo punto si farà . Come volevano Virginia Raggi, Beppe Grillo e un po’ tutti i vertici nazionali.
Ma rischia di costare caro al Movimento, che per approvare la delibera necessaria a completare l’iter della Conferenza dei servizi potrebbe essere costretto addirittura a chiedere l’aiuto del Partito Democratico.
Un patto col diavolo, o quasi, nell’ottica M5s.
Doveva essere il giorno decisivo per lo stadio della Roma. E a suo modo lo è stato: alla fine Comune e società giallorossa hanno trovato l’accordo che dovrebbe portare ad una conclusione positiva della Conferenza dei servizi, per cui però resta comunque probabile una proroga: c’è da superare l’ostacolo del vincolo della Soprintendenza sull’Ippodromo e produrre gli atti consiliari necessari.
La soluzione prescelta è una nuova delibera dell’Assemblea, che andrà a sostituire quella precedente di Ignazio Marino, con i nuovi numeri e dimensioni del progetto. Non è stato facile però arrivarci. Ci sono volute ore e ore di confronto.
Interno, però, visto che i nodi da sciogliere erano quasi tutti dentro alla maggioranza pentastellata: Raggi e Grillo, una volta avuta la certezza dell’ulteriore sforbiciata alle cubature, si ritenevano più che soddisfatti.
Così la Roma in mattinata ha formalizzato la nuova proposta al Comune.
Dopo una giornata trascorsa in ospedale per accertamenti resi necessari per un malore avuto in mattinata, la sindaca ha riunito la sua squadra per spiegare il nuovo dossier insieme al suo staff, ai parlamentari-tutor Bonafede e Fraccaro e all’avvocato Lanzalone (nel mirino degli oppositori) e ottenere il sospirato via libera.
Con risultati alterni: alcuni, una decina almeno, si sono convinti, altri lo erano già . Non tutti, però, hanno ceduto.
A far precipitare la situazione è stato proprio uno dei tanti pareri che la Raggi aveva richiesto all’avvocatura capitolina negli scorsi giorni: in particolare quello anticipato da IlFattoQuotidiano.it sulla possibile illegittimità della delibera 132 di pubblica utilità approvata dall’amministrazione Marino. §
L’origine di tutto, su cui i giuristi capitolini avrebbero effettivamente avanzato delle obiezioni.
Alcuni consiglieri — i più contrari — hanno chiesto di poter visionare il parere, prima di esprimersi: “Perchè dobbiamo votare qualcosa che è irregolare? Abbiamo sempre detto che il Movimento fa le cose nella legalità ”.
Ma le carte restano secretate: ai consiglieri ne viene spiegato solo il contenuto generale.
Le ore passano, la Roma aspetta col fiato sospeso negli uffici dello studio legale Tonucci (e comincia a spazientirsi). Non se ne viene a capo: “È dura, va per le lunghe”, filtra da Palazzo Senatorio.
Allora si decide di votare: una conta interna, quasi una resa dei conti. In cui ciascuno resta sulle proprie posizioni: un paio di membri se ve vanno in polemica prima del voto, 3-4 si pronunciano contro o si astengono.
Il vertice si conclude: lo stadio si farà . Ma la maggioranza era entrata ed esce spaccata dalla riunione. “Questa se la votano loro, noi non ci presentiamo”.
Ed è quello che potrebbe accadere: il M5s ha 29 consiglieri, se qualcuno non cambierà idea Virginia Raggi non potrà contare sulla sua maggioranza nel voto decisivo in aula, dove servono 25 sì.
Certo, lo stadio non è a rischio: tutti i partiti d’opposizione si sono sempre detti a favore del progetto di Tor di Valle e ora difficilmente potrebbero tirarsi indietro per un mero calcolo politico.
Ma per fare lo stadio il Movimento potrebbe essere costretto a chiedere aiuto al Partito Democratico.
Raggi e Grillo proveranno di sicuro a ricucire lo strappo, ma nemmeno la presenza nella Capitale per una settimana del garante è servita a richiamare all’ordine i pentastellati più recalcitranti.
Anche perchè contro lo stadio potrebbe scendere in campo anche Ferdinando Imposimato: il presidente emerito della Cassazione ha già fornito un parere negativo sul progetto ai consiglieri regionali M5s, nei prossimi giorni potrebbe tornare a parlare.
E il suo è un nome che continua a riscuotere grande credito fra base e vertici del Movimento. L’accordo è fatto, la partita — almeno quella politica — non è ancora chiusa. Tra pareri nascosti, imposizioni dall’alto e possibili accordi forzati all’orizzonte, alla fine vola persino qualche insulto.
“È diventato questo il Movimento 5 stelle a Roma?”, chiede un consigliere lasciando il Campidoglio, quando nella Capitale è ormai notte fonda e Virginia Raggi nel suo ufficio stringe la mano a Parnasi e Baldissoni.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 25th, 2017 Riccardo Fucile
PERCHE’ NON DICE CHE L’ACCORDO PREVEDE LA RINUNCIA AL PROLUNGAMENTO DELLA METRO B, AL PONTE AGGIUNTIVO SUL TEVERE E ALLA BRETELLA SULLA ROMA-FIUMICINO, INFRASTRUTTURE CHE SAREBBERO STATE A CARICO DEI COSTRUTTORI?… PERCHE’ NON DICE CHE LA PROPOSTA DELLA ROMA PREVEDEVA GIA’ UN TAGLIO DEL 35% DEI VOLUMI?… CHE FINE HA FATTO IL PERICOLO IDROGEOLOGICO?… LO STADIO E’ SOLO IL 25% DEI VOLUMI PREVISTI
Le parti esultano per l’accordo raggiunto. Ma basta entrare nei dettagli della trattativa per
comprendere che su molti punti del capitolato bisognerà ancora discutere.
E la partita politica appare tutt’altro che conclusa.
Ora si entra nella fase più difficile, quella della realizzazione, come scrive Sarzanini su Il Corriere della Sera.
Oltre al taglio della cubatura, sono state inserite una serie di clausole legate alla realizzazione delle opere pubbliche che cambiano in maniera pesante il progetto allegato alla delibera 132 firmata nel 2014 dall’allora sindaco Ignazio Marino.
E dunque bisognerà preparare una nuova delibera, ottenerne l’approvazione e soprattutto riconvocare la Conferenza dei Servizi per le autorizzazioni.
Alcune cose sono chiare:
1) I volumi sono stati abbattuti del 50%, ma ci si dimentica di dire che l’ultima proposta dei costruttori già prevedeva una riduzione del 35% rispetto al progetto inizaile. Quindi in realtà si è ottenuto solo un 15% di tagli.
2) Se prima lo stadio rappresentava solo il 15% dei volumi delle opere previste, ora rappresenta pur sempre il 25-30% del nuovo progetto. Tutto il resto è un regalo ai costruttori.
3) Dal ridimensionamento del progetto deriva, come era prevedibile, un ridimensionamento anche delle opere pubbliche che il proponente si era impegnato a realizzare: quindi a perderci sono i cittadini romani.
A cadere sono il prolungamento della metro B, il ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino: tutte infrastrutture di cui la città aveva bisogno a prescindere dallo stadio e che però il Comune di Roma non può realizzare per la penuria di liquidità . Le infrastrutture sarebbero state ovviamente utilizzabili per tutta la settimana e non soltanto il giorno della partita.
Quindi il ritorno per la città è pari a zero.
4) Il gruppo comunale del M5S si è spaccato e sono tra 8 e 10 i consiglieri che hanno votato contro il nuovo compromesso. Che faranno quando dovranno votarlo in consiglio? Ma di questo parliamo in altro articolo.
Qualcuno obietterà : ma il privato se costruisce uno stadio deve anche poterci guadagnare.
Non è in questi termini la questione: in altri casi la società calcistica si limita a costruire lo stadio mantenendo i diritti solo per le attività di marketing e dei servizi ristoro inglobati nello stadio, che c’entrano i centri commerciali, le abitazioni, gli alberghi e i negozi di una vasta area come quella di Tor di Valle?
E in ogni caso lo stadio rappresenta i due terzi dell’intera volumetria prevista, non certo il 25%.
Questa è semplicemente un affare commmerciale con cui si permette a privati di speculare su un’area comprata a prezzi stracciati da un fallimento.
E se il privato ha diritto a provarci a fare un affare, dove sta scritto che un ente pubblico deve fare beneficienza?
(da agenzie)
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Febbraio 24th, 2017 Riccardo Fucile
COME FOTTERE GLI ELETTORI: PRENDI I VOTI PER UN PROGRAMMA E POI FAI L’OPPOSTO… IL RISCHIO IDROGEOLOGICO SI E’ DISSOLTO IN UNA SERA, LE CUBATURE RESTANO SPROPORZIONATE RISPETTO ALLO STADIO, INFATTI ESULTA LA ROMA
Accordo raggiunto per la realizzazione dello stadio della Roma a Tor di Valle: è quanto è emerso dall’incontro tra la sindaca Raggi – in Campidoglio dopo le 9 ore trascorse al San Filippo Neri – il costruttore Luca Parnasi e il ds della Roma Mauro Baldissoni, in rappresentanza del presidente James Pallotta.
Prima del vertice la prima cittadina era stata lungamente a colloquio con i consiglieri M5s della maggioranza per confrontarsi su un progetto non visto di buon occhio da tutti i pentastellati, anche per una serie di problemi riguardanti il rischio di esondazione nell’area dell’ex Ippodromo.
Un incontro tumultuoso tra la sindaca e i consiglieri: alcuni sono andati via, altri si sono astenuti e c’è chi ha votato contro..
L’accordo che è emerso pare prevede il taglio del 50 per cento delle cubature previste dal progetto originario, ma lo stadio occuperebbe pur sempre appena il 25% delle strutture previste.
Intorno alle 18 Virginia Raggi aveva lasciato l’ospedale dove era stata sottoposta a una serie di accertamenti, e l’incontro decisivo con i proponenti dello stadio della Roma, era slittato di un paio d’ore rispetto alla tabella di marcia.
La sindaca era andata al San Filippo Neri in mattinata a causa di un lieve malore avvertito nella propria abitazione.
La prima cittadina, che aveva annullato una conferenza stampa prevista per le 11, aveva in un primo momento messo in dubbio la sua presenza al vertice con il dg giallorosso Baldissoni e il costruttore Parnasi, ma dopo avere ricevuto rassicurazioni dai medici circa il suo stato di salute, ha voluto confermare l’appuntamento.
Ora la svolta verso il sì, nonostante la rivolta dei consiglieri ostili all’impianto e i vari ondeggiamenti registrati dal Movimento negli cinque giorni.
(da agenzie)
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Febbraio 24th, 2017 Riccardo Fucile
“A TE TI PRENDO, VAI PURE A DENUNCIARMI AI CARABINIERI, PEZZO DI MERDA, TU E TUO FIGLIO. DOMANI VENGO A CASA TUA, SEI UN INFAME. CHI FINISCE ALL’OSPEDALE NON FA PIU’ DENUNCE”…DUE CONDANNE, UNA PER TRAFFICO DI DROGA, E UNA FOTO CON DI MAIO
Il Fatto Quotidiano in un articolo a firma di Ferruccio Sansa racconta oggi delle nuove mirabolanti
gesta di Daniele Tizzanini, “«simpatizzante» del MoVimento 5 Stelle e non un’attivista”, come dice Alice Salvatore, che si è messo a minacciare gli eletti liguri che hanno lasciato il partito di Beppe Grillo.
Tizzanini, alias Daniele Genoa Marassi, è una delle “guardie del corpo” che scortarono Beppe Grillo nella passerella in giro per Genova alluvionata ma è stato anche il protagonista di un’aggressione ai giornalisti del Secolo XIX e ha due condanne, una a dieci mesi per aggressioni ai tifosi del Verona, e l’altra per possesso e traffico di droga (300 grammi di cocaina), costata cinque anni di carcere all’ultrà genoano, uscito nel 2006 grazie all’indulto che Grillo contestava.
Recentemente è animatore di un gruppo Facebook che lancia boicottaggi alle trasmissioni che parlano (male, secondo lui) del M5S.
Fabio Vistori, consigliere comunale M5S di La Spezia, ti fa sentire la registrazione delle minacce ricevute: da quando sostiene Pizzarotti sono all’ordine del giorno: “A te ti prendo,vai pure a denunciarmi dai carabinieri…pezzi di merda, tu e tuo figlio. Domani vengo a casa tua, ti vengo a prendere. Tu sei un infame e ce la ragioniamo noi. Chi finisce all’ospedale non fa più denunce”. […]
Riecco Tizzanini nel 2016 fotografato a bordo di un’auto diretta a un incontro del Movimento in Basilicata. Insieme con Salvatore e De Ferrari. Fino alla faida M5S di queste settimane.
E dalla bacheca di Tizzanini partono messaggi verso i dissidenti: “I topi infami come voi amici di Putti e Pizzarotti devono sparire. Infame di merda”, scrive a un collaboratore di Putti.
Poi a Vistori: “Tua madre è una t…, me la inc…tutte le notti”.
Altri messaggi in cui manda “affan culo ”Putti e compagnia ottengono commenti favorevoli su Facebook.
Il Fatto riporta anche una imbarazzata replica di Alice Salvatore sul tema:
“Abbiamo viaggiato con Tizzanini una sola volta. Ai nostri incontri si è sempre comportato bene”.
Ci sono immagini di voi insieme, dopo che era già noto alle cronache:
“Condanno ogni intimidazione. È solo un simpatizzante, non un attivista”.
La sua bacheca Facebook riporta decine di foto alle vostre manifestazioni, anche con Di Maio e Grillo:
“Non li conosce, non c’entra niente con Grillo. Tizzanini è stato in carcere, ma bisogna riabilitare la gente”.
Ma qui si parla di minacce…
“Perchè non parlate così anche delle teste calde degli altri partiti?”.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 24th, 2017 Riccardo Fucile
GIUSTO CONTESTARE IL SEQUESTRO DI PERSONA, LA LEGGE E’ FATTA PER ESSERE APPLICATA, ANCHE PER CHI ISTIGA ALL’ODIO RAZZIALE, PRIMA CHE QUALCUNO SI FACCIA GIUSTIZIA DA SOLO
Partiamo dai fatti, come da risultanze ufficiali delle autorità di sicurezza (al netto delle balle razziste, per capirci
Due dipendenti della LIDL di Follonica di 23 e 27 anni (uno iscritto alla Cgil che lo iimmediatamente cacciato) hanno rinchiuso in un gabbiotto due donne nomadi che vi erano entrare per rovistare tra i rifiuti e tra la merce difettata che l’azienda deve restituire ai fornitori per provvedere alla sostituzione (gabbiotto posto in un piazzale esterno)
Non contenti — prima di liberare le due donne — gli addetti hanno filmato la scena per dare modo di apprezzare le urla delle due persone rinchiuse nella gabbia.
I due addetti sono stati denunciati ai Carabinieri giustamente per sequestro di persona e si sarebbero difesi spiegando che in realtà la loro era una “soluzione temporanea” in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine.
Peccato le le forze dell’ordine non le avessero mai chiamate.
Anzi, uno dei due dipendenti ha pubblicato sui social il un video girato.
Immagini forti, in cui si sente una donna urlare e i due uomini deriderle dall’esterno.
Su Facebook già nella tarda serata di ieri Lidl Italia si era dissociata condannando “fermamente” il comportamento dei due addetti del supermercato di Follonica. “Siamo venuti a conoscenza del video diffuso in rete. Prendiamo le distanze senza riserva alcuna dal contenuto del filmato che va contro ogni nostro principio aziendale. L’Azienda sta verificando le circostanze legate al video e si avvarrà di tutti gli strumenti a disposizione, al fine di adottare i provvedimenti necessari nelle sedi più opportune”.
Inutile dire che se a rovistare tra i rifiuti fossero stati due poveracci italiani, nessuno avrebbe avuto nulla da dire o da filmare.
Questa mattina Matteo Salvini ha scritto su Fb: “Io sto con i lavoratori (li contatterò già oggi per offrire loro tutto il nostro sostegno, anche legale) e non con le “rom frugatrici”. Ma quanto urla questa disgraziata??? #ruspa”.
Parole che hanno acceso ancora di più la polemica. Civati, ad esempio, ha offerto la tutela legale alle due donne nomadi mentre Andrea Marcucci ha detto: “Io sto dalla parte della legge”.
Il post più duro contro Salvini arriva però da Roberto Saviano
“È evidente che Salvini ha perso la testa- si legge – e nel tentativo di intercettare il voto delle persone peggiori del nostro sventurato Paese, non esita ad incitare a realizzare reati gravissimi. Diffondere, senza stigmatizzare, un video in cui due folli sequestrano (e ridono mentre lo fanno) una donna solo perchè non italiana è inaccettabile da chiunque, da un comune cittadino e da un parlamentare a maggior ragione”.
Poi lo scrittore aggiunge: “Non ho mai scritto una cosa del genere, ma provo pena e disprezzo per i 30mila utenti di Facebook che hanno mostrato apprezzamento per questo abominio. Condivido questo post di Salvini, pur provando ribrezzo, perchè è l’unico modo per mostrare quello che ha scritto e avere prova di quanto in basso possa arrivare un politico, di quanto in basso possa arrivare un uomo”.
Per l’ennesima volta la Lega sta con chi commette un reato, a patto che sia italiano. Da sempre la la Lega Nord ha incanalato l’odio per Rom e nomadi convogliandolo per la creazione del suo bacino elettorale.
Tutto mentre finanziava a suon di milioni di soldi pubblici la costruzione di campi Rom oppure semplicemente li rilocalizzava in zone più lontane dallo sguardo dei cittadini delle città che amministrava.
Da quando Salvini è il Capitano della nuova Lega Nord gli attacchi verbali contro i Rom sono all’ordine del giorno e si sono fatti sempre più minacciosi e violenti
Non è possibile non notare che solo pochi giorni fa Salvini a Recco ha dichiarato che “ci vuole una pulizia di massa anche in Italia, via per via, quartiere per quartiere e con le maniere forti se serve”.
Saviano solleva un problema reale: o la magistratura inizia a contestare i reati di istigazione a delinquere, apologia di reato e istigazione all’odio razziale a qualcuno o la situazione finisce fuori controllo.
E qualcuno comincerà a farsi giustizia da solo.
(da agenzie)
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Febbraio 24th, 2017 Riccardo Fucile
L’AVVERSARIO PIU’ TEMUTO E’ ORLANDO
Le primarie per l’elezione del segretario del Pd si terranno il 30 aprile. Una data, un nuovo patto tra
Matteo Renzi e i suoi principali sponsor nel Partito Democratico: Dario Franceschini e Piero Fassino.
Il segretario uscente ha perso la partita sui tempi e si prepara al congresso senza lo schema di gioco che ha avuto finora: quello del controllo totale del partito.
Voleva tenere le primarie il 9 aprile, per non dare tempo agli avversari di organizzarsi: al pugliese Michele Emiliano, la torinese Carlotta Salerno, il ligure Andrea Orlando, di fatto il più temuto da Renzi.
Ma ha dovuto cedere alla pressione di Fassino e di Franceschini di tenere l’assise un po’ più in là , il 23 aprile: per mettere in sicurezza la legislatura, chiudere definitivamente la finestra elettorale per il voto a giugno.
La protesta di Emiliano e poi di Orlando ha spinto la data al 30 aprile, definitiva, approvata all’unanimità nella riunione fiume della commissione congresso, discussioni infinite e litigi. “Ora si può dire che il 30 aprile chiude definitivamente il dibattito sul voto a giugno…”, sigla Fassino nella direzione che ratifica le scelte della commissione.
Sergio Mattarella da Shangai benedice lanciando un nuovo appello alla stabilità rivolto anche all’Italia: “E’ di stabilità che le relazioni internazionali, e non soltanto a livello bilaterale, hanno maggiore bisogno”.
Il 7 maggio sarà un’assemblea nazionale a proclamare il segretario votato dalle primarie, come da regolamento. Il 9 aprile si terrà la convenzione programmatica che ratificherà il voto dei circoli ed escluderà dalle primarie il candidato che non ha raggiunto il 15 per cento dei voti.
Entro il 6 marzo vanno presentate le candidature ufficiali, entro il 10 aprile vanno presentate liste a sostegno di ogni candidato.
“Dario e Piero hanno vinto. Cos’altro vogliono?”, nota una fonte renziana per esorcizzare l’ipotesi che Franceschini e Fassino possano avanzare ulteriori richieste a Renzi, magari fino al punto di minacciare di spostarsi su Orlando.
“Possono anche presentare la loro lista per l’elezione dei delegati in assemblea”, sottolinea la stessa fonte facendo notare che si va a primarie con lo stesso regolamento del 2013.
E cioè ogni candidato può essere sostenuto da una o più liste. Insomma, Dario e Piero ‘non hanno più nulla a pretendere’, questo il senso di un ragionamento che tende a legare a triplo filo i due esponenti di Areadem a Renzi.
Perchè quest’ansia?
I sondaggi del Nazareno danno Renzi in netto vantaggio su Orlando ed Emiliano, i principali avversari.
Eppure da quando il Guardasigilli è sceso in campo, l’ex premier tende a misurarsi con lui, in qualche modo ne teme la forza nel partito. Perchè Orlando è un ex Ds, ‘figlio’ ed erede di quella storia, uno che riesce a interrogare gli ex Pci che finora hanno appoggiato Renzi, da Anna Finocchiaro a Marco Minniti, uno che va a solleticare lo stesso patto fondatore del Partito Democratico e che stuzzica la voglia che c’è nel Pd di contare di più rispetto al segretario.
“Non farei il segretario-premier”, butta lì Orlando. E in più ecumenico: “Può piacere alla comunità gay e pure ai cattolici”, ammette un renziano.
E c’è chi nota anche che Orlando è riuscito in poco tempo a prendere il controllo dei Giovani Turchi del Senato, sfilandone ben 15 (su 17) a Matteo Orfini, rimasto alleato di Renzi.
Insomma, pur sentendosi in vantaggio, Renzi è costretto a misurarsi con uno schema di gioco che non gli assegna il dominio assoluto del partito.
Lo dimostra la mediazione subìta sulla data delle primarie. Ora il segretario non vorrebbe mediare oltre. Ma certo, se alle primarie sarà eletto con meno del 50 per cento dei voti, saranno i delegati dell’assemblea nazionale ad eleggere il segretario e a quel punto è tutto da vedere: tutto aperto, troppo presto per qualsiasi palla di vetro della politica.
Ma queste sono le riflessioni della vigilia, mentre Renzi si prepara a tornare dalla California già nel weekend per immergersi in una serie di appuntamenti a Milano.
Da premier, ogni anno non ha mai mancato la settimana della moda, quest’anno ci arriva alla fine.
In ogni caso, la sua campagna elettorale inizia dal capoluogo lombardo: domenica sera in studio da Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa’ su Raitre e poi iniziative nella Milano del sindaco Beppe Sala e dell’ex sindaco Giuliano Pisapia per tutta la giornata di lunedì.
Dal 10 al 12 marzo appuntamento invece al Lingotto a Torino, per il lancio ufficiale della campagna: lì saranno chiare anche le parole d’ordine.
Si parte, dunque. Orlando a caccia di nuovi sostenitori: “Darò delle sorprese: alla mia candidatura stanno aderendo personalità che provengono da altre storie”.
Emiliano che punta a pescare fuori dal Pd. Un po’ come Renzi che sa di contare su alleati poco entusiasti di lui e spera nelle primarie aperte, pur interrogandosi sull’appoggio esterno degli scissionisti che potrebbe andare a favorire Orlando.
“Con lui si potrebbe riaprire il dialogo”, dice persino Massimo D’Alema.
Orlando chiarisce il suo pensiero sui ruoli: “è sempre più difficile che il segretario del partito di maggioranza relativa sia anche il presidente del Consiglio. Personalmente, per i limiti che mi riconosco, non sarei in grado di fare le due cose contemporaneamente”-
Certezze non ce ne sono per nessuno. E c’è anche chi come il costituzionalista Stefano Ceccanti mette in dubbio che la finestra elettorale di giugno sia chiusa.
“E’ un’illusione ottica ritenere che avendo il Pd fissato le primarie il 30 aprile ciò escluda di per sè elezioni, così come esse non vi sarebbero state automaticamente se si fosse scelto il 9 aprile. Sono le logiche istituzionali che trascinano quelle dei partiti, non viceversa”, dice Ceccanti.
Anche perchè: “Il Governo Gentiloni nel momento in cui si costituiranno i gruppi scissionisti, e che si noterà che al Senato quel gruppo sarà decisivo per la maggioranza, avrà almeno in parte cambiato natura. Da Governo basato su una maggioranza diventerà Governo di minoranza”.
Cosa che potrebbe mettere a rischio l’approvazione della legge di stabilità in autunno: “Qualora non vi fosse prima uno scioglimento anticipato, il Governo aprirebbe la sessione di bilancio in autunno niente affatto sicuro di portare a casa il risultato…”.
L’unica certezza è che al massimo entro il 7 maggio il Pd avrà eletto il segretario.
(da “Huffingtonpost”)
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