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LECCE, CENTRODESTRA SPACCATO: DOPO 20 ANNI PD E M5S TENTANO L’ASSALTO

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO LA POLI BORTONE E PERRONE, IL CENTRODESTRA PUNTA SUL GIORNALISTA GILIBERTI, MA PERDE UN PEZZO DELLA COALIZIONE…IL CENTROSINISTRA SCHIERA SALVEMINI… E SULLO SFONDO LE INDAGINI SULLE CASE POPOLARI

Gli occhi sono puntati sull’ago della bilancia. E l’ago della bilancia potrebbe essere un’ex costola del centrodestra e dell’amministrazione uscente.
A Lecce, fortino azzurro per eccellenza, tutto sta nel capire chi drenerà  il malcontento, se il M5s, come un po’ ovunque in Italia, o se, invece, chi fino al 9 dicembre scorso ha fatto parte della giunta attuale, ricandidata in maniera compatta a sostegno di un altro nome, quello dell’inviato di Porta a Porta Mauro Giliberti.
Le amministrative salentine, quest’anno, potrebbero riservare la sorpresa ballottaggio. Passaggio scontato, altrove. Non qui. Non dove per due decenni di fila non c’è stata storia per nessuno, per nessun altro che non fosse la guida dell’armata destra. *
E dove, tranne una breve parentesi di due anni, non c’è stata storia neanche prima, ma solo un vasto impero della Dc.
Nel frattempo, qualcosa di fatto è cambiata, dentro e fuori Lecce, città  aristocratica, solitamente più restia agli scossoni, anche quelli che arrivano dalla Procura, come l’ultimo sulla gestione dei fondi per le vittime del racket, con la richiesta di arresto avanzata dai pm e respinta dal gip per l’assessore alla Casa e al Bilancio Attilio Monosi, interdetto dai pubblici uffici eppure ancora in pista con la lista Direzione Italia di Raffaele Fitto.
Niente, almeno in apparenza, sembra scalfire la politica di Lecce, dove molto, tanto, contano i salotti. Eppure, qualcosa di nuovo sembra esserci per davvero
Certo, il Movimento 5 Stelle è una variabile: cinque anni fa, quando era ancora ai margini, incassò appena il 2,68 per cento e fu l’allora candidato sindaco Maurizio Buccarella, attuale senatore, con le preferenze a lui dirette a far lievitare il consenso fino al 4,3 per cento.
Intanto, però, i pentastellati hanno iniziato a strutturarsi sul territorio e puntano sul grande fascino di cui sono dotati a livello nazionale: non a caso, è stata questa la forza che in campagna elettorale ha fatto arrivare a Lecce più esponenti noti al grande pubblico. Quanto il loro Fabio Valente, 49enne a capo di un ente di formazione, riuscirà  davvero a calamitare consenso è, al momento, un’incognita: alle ultime regionali ha sfoderato un bagaglio di 700 voti personali in città  e la formazione che fa capo a Beppe Grillo ha avuto un exploit alle ultime europee e regionali.
Ma le amministrative, si sa, sono un’altra cosa, rispondono a dinamiche altre.
E finora a Lecce hanno confermato un dato: il centrodestra unito ha vinto sempre.
Ha perso l’unica volta in cui si è lacerato, arrivando al ballottaggio e consegnando il governo, seppure per appena un biennio, al padre dell’attuale candidato del centrosinistra Carlo Salvemini.
Un dèjà  vu? Chissà .
Di certo c’è che quello di Stefano Salvemini continua ad essere un nome importante: “il preside” è l’unico ad aver alzato bandiera rossa nella storia della città  e, a distanza di 21 anni, è rimasto il solo riferimento vincente per un centrosinistra che da allora è andato sempre peggio.
Il suo 43,78 per cento contro Adriana Poli Bortone, nel 1998, è diventato il 31,40 del senatore Alberto Maritati nel 2002; il 36,68 del deputato Antonio Rotundo nel 2007; appena il 25,84 dell’assessore regionale Loredana Capone nel 2012.
Carlo Salvemini, 47 anni, presidente di una cooperativa che si occupa di editoria, è consigliere comunale di opposizione da lungo tempo e conosce così bene la macchina amministrativa da aver fatto scoppiare scandali giudiziari pesanti.
Ma ha un vulnus: non ha con sè in campo molti veri portatori di voti, macchine del consenso da mille e oltre preferenze ciascuno, come quelle che l’ultima volta ha schierato il centrodestra, che le ha riproposte nuovamente a sostegno di Giliberti.
Non è detto che questo, comunque, possa bastare al giornalista, che ha dalla sua il valore di una lunga gavetta nell’emittente locale Telerama e una carriera brillante in Rai, volto pulito e stimato dai cittadini.
Lui ha più di una grana. La prima è il normale calo fisiologico di una coalizione, dopo due governi consecutivi: nel ’98, Adriana Poli Bortone partì con il 54 per cento, per arrivare al 68,60 cinque anni dopo; Paolo Perrone, suo vice, ricominciò dal 56,21 nel 2007 per incassare il 64,30 nella scorsa tornata.
Giliberti, che si affaccia alla politica per la prima volta, ha, però, un problema in più, quello, come detto, di un outsider, assessore fino a ieri: un 35enne che trascina con sè un pezzo, ad oggi non quantificabile, di centrodestra, ma che suscita simpatie anche nel centrosinistra che ruota attorno alla figura del governatore pugliese Michele Emiliano.
È Alessandro Delli Noci, ingegnere che ha scelto la via complicata della costituzione di un movimento civico a cui si è affiancato l’Udc.
Per diversi mesi, non è stato considerato una vera spina nel fianco dagli azzurri. Ora, invece, dopo aver visto che è capace di riempire le piazze, ci si comincia a chiedere quanto sia in grado di moltiplicare quelle 705 preferenze personali avute nella scorsa tornata: se dovesse raggiungere tra l’8 e il 10 per cento — questo è il ragionamento — potrebbe spianare la strada al ballottaggio Giliberti-Salvemini. E poi dopo sarà  un’altra la partita da giocare.
Non ci sono solo loro nell’arena, comunque.
Ci sono anche gli antipodi: Luca Ruberti e Matteo Centonze. Il primo, progettista cinquantenne, è il candidato di Lecce Bene Comune, l’ex gruppo di Salvemini. Ha una lunga storia di militanza politica tra i movimenti cattolici e di sinistra, al fianco di poveri, di migranti, degli ultimi.
Il secondo, Matteo Centonze, 29 anni, consulente aziendale, è, invece, espressione di CasaPound, i “fascisti del terzo millennio” che si riaffacciano platealmente alla vita cittadina, dopo aver lavorato in silenzio in molti quartieri lontani dal centro.
Sono proprio le periferie la grande trincea, i rioni distanti socialmente, culturalmente ed economicamente dal cuore barocco e turistico di Lecce.
Lì dove ci sono sacche di povertà  estrema, bacini di criminalità  organizzata e l’emergenza abitativa è la priorità  più scottante, tanto da trasformarsi in una eterna inchiesta della magistratura sull’assegnazione degli alloggi, un’inchiesta che vede indagati diversi amministratori uscenti, sindaco compreso, e che si trascina dalle scorse amministrative. Portando con sè un dubbio schiacciante: chi “possiede” le chiavi delle case popolari ha in tasca anche quelle del Comune?

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“IL FATTO” MOLLA IL CAPITANO SCAFARTO: IN UNA CHAT CON UN COLLEGA CI SAREBBE LA PROVA DEL DOLO

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO DI TRAVAGLIO FA AUTOCRITICA: “LA PROCURA DI ROMA AVEVA RAGIONE”

Marco Lillo sul Fatto di oggi torna a parlare del capitano Giampaolo Scafarto. E lo fa raccontando di una chat che proverebbe il dolo del graduato del NOE nell’attribuire la frase “Renzi, l’ultima volta che l’ho incontrato” ad Alfredo Romeo che parla di Tiziano invece che a Italo Bocchino che parla di Matteo come si capisce dal contesto e dalla registrazione.
La prova sarebbe in unaa chat scambiata da Scafarto il 3 gennaio del 2017 con il vicebrigadiere Remo Reale. Quello che si racconta è particolarmente grave:
Dopo avere ascoltato l’audio della conversazione tra Alfredo Romeo e Italo Bocchino, Reale scrisse al capitano che l’attribuzione della frase su un tal ‘Renzi’ a Romeo e la lettura in chiave accusatoria contro Tiziano Renzi, erano sbagliate. Reale, dopo avere scritto a dicembre, nel suo sunto, che a parlare non era Romeo (di Tiziano) ma Bocchino (di Matteo) lo riscrisse anche via whatsapp a Scafarto a gennaio.
Reale scrive che la frase “Renzi, l’ultima volta che l’ho incontrato” non è di Romeo ma di Bocchino pochi giorni prima che Scafarto scriva il contrario nell’informativa. Come se non bastasse, Reale invia a Scafarto l’audio perchè senta con le sue orecchie. Il capitano però non ci sta e invita Reale a riascoltare l’audio con altri colleghi perchè quella conversazione — nella sua lettura — poteva essere utile per l’arresto di Tiziano Renzi.
Quindi a Scafarto era stato spiegato quello che era evidente, ovvero che la voce che pronunciava la frase era quella di Bocchino e il senso era diverso. Ma Scafarto ha continuato imperterrito a sostenere un’accusa insostenibile:
Inutile girarci attorno, la chat cambia la posizione di Scafarto. Il mero errore diventa difficile da sostenere. Nell’i potesi migliore si è comportato come un accusatore ottuso e pervicace vittima di un pregiudizio. Il fatto che Scafarto nella chat citi l’arresto di Tiziano Renzi per chiedere a Reale di riascoltare l’audio insieme ai colleghi, per il suo avvocato sarebbe un elemento a discarico dal punto di vista penale. Sarà . Di certo quella frase fa venire i brividi.
Bisogna dirlo chiaramente: se in giudizio fosse provato il suo dolo, il capitano Scafarto dovrà  pagare come la legge prevede.
E Tiziano Renzi, come qualsiasi cittadino sottoposto a un’indagine, ha tutto il diritto di protestare per come un funzionario dello Stato ha disatteso — su questo punto — il suo dovere di cercare la verità  e non “la sua verità ”.
La procura di Roma aveva ragione, conclude Lillo.
Un’autocritica giusta e necessaria.

(da “NextQuotidiano”)

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“I PROFUGHI DEVONO POTER TRANSITARE DAL PAESE DI APPRODO AD ALTRI STATI EUROPEI”

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

IL PARERE DELL’AVVOCATO GENERALE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UE

Sorpresa: il regolamento di Dublino alla base del sistema di asilo europeo non vale in tempi di crisi.
Di fronte a migrazioni di massa i Paesi di primo ingresso possono permettere il transito verso quegli altri Stati Ue in cui si vuole presentare domanda d’asilo.
E’ questa l’interpretazione delle regole comunitarie offerte dall’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Ue, Eleanor Sharpston.
Si tratta di conclusioni, che non fanno diritto nè producono effetti. Ma se la Corte a livello collegiale dovesse condividere il parere dell’avvocato generale, allora tutto cambierebbe.
Verrebbe smontato il sistema con cui l’Unione europea e i suoi Stati membri hanno fin qui gestito la crisi migratoria.
Cambierebbe tutto per l’Italia, in particolare. A quel punto sarebbe libera di lasciare far passare i migranti invece di fermarli, come richiesto finora dalle altre capitali. L’Italia non sarebbe più responsabile per la valutazione delle richieste di asilo, che diverrebbero competenza di chi le riceve.
Piccolo caso, grande cambiamento  
La rivoluzione potrebbe nascere da un caso sollevato alla Corte di giustizia europea. Un cittadino siriano è scappato dalla guerra civile per chiedere asilo in Slovenia.
E’ arrivato attraverso la rotta dei Balcani occidentali, adesso chiusa. E’ riuscito a raggiungere la meta di destinazione, via Croazia.
Ne è nato un contenzioso tra le autorità  dei due Paesi. Il regolamento di Dublino, attualmente in vigore, sostiene che la domanda di asilo va presentata nel Paese di primo arrivo.
La richiesta di protezione internazionale può prevedere la tutela in uno Stato diverso da quello in cui la si presenta. Questa è la procedura standard, che salta però nel momento in cui si verificano situazioni eccezionali come quella che ha interessato e ancora interessa l’Europa. In sostanza i Paesi in prima linea, di fronte a immigrazioni di massa, si trasformano in Paese di transito. Questa interpretazione rischia di cambiare tutto, ora sarà  la Corte a fare da arbitro in questa delicata partita.
Italia, fine dell’emergenza e basta hospot  
Le implicazioni pratiche di un’eventuale sentenza in senso «anti-Dublino» sarebbero evidenti e immediate. Italia e Grecia, Paesi dove si ammassano i desiderosi di protezione internazionali, sarebbero autorizzati al traffico di migranti, a questo punto regolare.
Dal punto di vista giuridico non si verifica la condizione di «attraversamento irregolare» del suolo nazionale, poichè le autorità  sono a conoscenza della presenza dei richiedenti asilo e di dove vogliono andare. Non c’è più clandestinità , in sostanza. E neppure violazione delle regole.
Dal punto di vista pratico per l’Italia spariscono gli obblighi di trattenimento dei migranti negli hotspot, i centri di identificazione. Una volta completate le procedure di registrazione per tracciare il passaggio, i migranti potranno andar via.
Si riapre la rotta dei Balcani?  
Verrebbero meno anche gli obblighi per la Grecia di trattenere tutti i richiedenti asilo sul proprio territorio. Così facendo, anche la Grecia potrebbe allentare la presa. Può in sostanza, riprendere il traffico lungo la rotta dei Balcani occidentali, che tanto l’Ue aveva fatto per chiudere. Il caso è certamente diverso, poichè la repubblica ellenica non confina con Paesi Ue nè con Paesi dell’area Schengen per la libertà  di circolazione. Ma a questo punto non si è più obbligati a fermare tutti.
Dublino va riformato
Lo sostengono in molti, Italia in particolare. Il regolamento di Dublino va rivisto perchè inadatto a gestire la mutata situazione.
L’avvocato generale conferma. Le sue conclusioni si spiegano col fatto che l’attuale versione del regolamento di Dublino non è stato concepito per disciplinare circostanze eccezionali quali una crisi migratoria. Di conseguenza non si può usare il regolamento per gestire il fenomeno. C’è in sostanza un vuoto normativo, da colmare. Si rende necessaria una riforma del sistema d’asilo europeo.

(da “La Stampa”)

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“FLUSSI DI MIGRANTI, LE ONG NON C’ENTRANO: AUMENTO DIPENDE DA ACUIRSI DELLA CRISI”

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

UNO STUDIO DELLA GOLDSMITHS UNIVERSITY CONTRADDICE LA TESI DI FRONTEX SUI “VIAGGI DELLA SPERANZA”

Gli sforzi delle organizzazioni non governative nel salvataggio dei migranti che attraversano il Mediterraneo non rendono questi viaggi più numerosi nè più pericolosi. Al contrario le Ong hanno svolto un ruolo fondamentale dopo che l’Europa si e’ sostanzialmente disimpegnata con la conclusione dell’operazione Mare nostrum.
E’ questo il risultato della ricerca effettuata dalla Goldsmiths University di Londra che ha analizzato i rilievi mossi da Frontex, dalla Guardia costiera e da alcune parti politiche secondo cui le attivita’ di ricerca e salvataggio delle navi umanitarie costituirebbero un fattore di attrazione e che le Ong incoraggerebbero i trafficanti a utilizzare modalità  di viaggio più pericolose, provocando un più alto numero di vittime.
Lo studio ritiene provato che non sia così. Infatti, come ha rilevato anche Frontex, l’aumento degli arrivi nel 2016 è stato in linea con le previsioni fatte l’anno precedente quando le Ong non svolgevano questa attività  e in linea, ad esempio, con l’aumento del 46 per cento dei viaggi tra il 2015 e il 2016 dal Marocco in un’area in cui le navi umanitarie non svolgono attività  di ricerca.
Dice Lorenzo Pezzani, autore del report presentato questa mattina nella sede della Stampa estera a Roma alla presenza di esponenti di diverse Ong: “Semplicemente l’evidenza non supporta l’idea che i soccorsi delle Ong aumentino il numero dei viaggi. Gli argomenti contro le Ong ignorano deliberatamente l’acuirsi della crisi economica e politica in molte regioni dell’Africa che è alla base dell’aumento dei viaggi nel 2016. Le violenze contro i migranti in Libia sono così pesanti che i migranti tentano la fuga in mare con o senza la presenza di navi umanitarie pronte a salvarli”.
L’analisi esclude poi che i soccorsi delle Ong così ravvicinati alle coste libiche siano la causa delle pessime condizioni delle barche che vengono utilizzate per i viaggi.
Le modalità  dei viaggi sono sempre peggiorate da quando in Libia è esplosa la guerra civile.
Nel frattempo l’operazione Eunavformed ha avuto un impatto importante sulle tattiche dei trafficanti perchè ha intercettato e distrutto moltissimi barconi di legno obbligando i trafficanti ad utilizzare piccoli gommoni fatiscenti.
Anche l’uso della violenza da parte della Guardia costiera libica quando intercetta i natanti costituisce un alto fattore di rischio. Spiega il ricercatore della Goldsmiths Charles Heller: “La nostra analisi dimostra che il tasso di mortalità  dei migranti è costantemente diminuito nei periodi in cui operano le navi delle Ong ed è invece aumentato in loro assenza”.
I ricercatori concludono affermando che quelli che accusano le Ong hanno scelto di ignorare il ruolo che gli altri che operano nel Mediterraneo, a cominciare da Frontex, hanno avuto nel rendere più pericolosi i viaggi dei migranti. Dice Heller: “Se questa
campagna di discredito contro le Ong riuscisse a diminuire o a bloccare le loro attività , ci sarebbe un rischio reale che moltissimi migranti che attraversano il Mediterraneo possano perdere la vita, esattamente come accadde nel 2014 alla fine dell’operazione Mare nostrum”.

(da “La Stampa”)

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“BERLUSCONI HA TRADITO”: IL BOSS GRAVIANO INTERCETTATO IN CARCERE PARLA DEI RAPPORTI CON IL CAV

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

“BERLUSCA MI CHIESE UNA CORTESIA”…. “LE STRAGI DEL ’93 NON SONO DI COSA NOSTRA”

“Berlusconi quando ha iniziato negli anni ’70 ha iniziato con i piedi giusti, mettiamoci la fortuna che si è ritrovato ad essere quello che è. Quando lui si è ritrovato un partito così nel ’94 si è ubriacato e ha detto ‘Non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato’. Pigliò le distanze e ha fatto il traditore”.
Sono stralci di una conversazione tra il boss Giuseppe Graviano e un co-detenuto con cui il capomafia trascorreva l’ora d’aria nel carcere di Ascoli Piceno.
L’intercettazione è depositata agli atti del processo trattativa Stato-mafia.
“Berlusca mi ha chiesto questa cortesia – dice -… per questo c’è stata l’urgenza. Lui voleva scendere… però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa”.
Graviano è stato intercettato in carcere per quasi un anno. Sono 32 le conversazioni con Umberto Adinolfi registrate dalle microspie, ritenute rilevanti dalla procura che le ha depositate agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia.
Le intercettazioni sono state contestate a Graviano nel corso di un interrogatorio che si è svolto il 28 marzo scorso.
Sempre parlando dei suoi presunti rapporti con Berlusconi, Graviano aggiunge, alludendo all’intenzione dell’imprenditore di entrare in politica già  nel ’92: “Lui voleva scendere però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa”. Frase che i pm interpretano come la necessità  di un gesto forte in grado di sovvertire l’ordine del Paese.

(da “Huffingtonpost”)

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L’ABUSIVO AMICO DEI CINQUESTELLE NELLA SPIAGGIA DELLA LEGALITA’ DI OSTIA

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

UN ABUSIVO GESTISCE L’AFFITTO   DI LETTINI E OMBRELLONI AL FABER, LA PORZIONE DI LITORALE CHE AD APRILE LA RAGGI ANDO’ A IINAUGURARE ANNUNCIANDO IL RIPRISTINO DELLA LEGALITA’

Qualche tempo fa Virginia Raggi ha inaugurato in pompa magna la nuova gestione del Faber Beach. “Il mare di Ostia torna ai romani dopo Mafia Capitale”, sosteneva la sindaca.
Enrico Bellavia su Repubblica di oggi ci racconta una storia leggermente diversa:
«Sono abusivo», confessa candidamente Roberto Bocchini a un utente che munito di videocamera nascosta (il video è sul sito di roma.repubblica.it), poco più di una settimana fa, si informava su affitto di lettini e ombrelloni proprio nella spiaggia che la sindaca aveva restituito alla legalità .
Personaggio interessante questo Bocchini. Stava all’ex Amanusa, la spiaggia che i 5S con una campagna martellante hanno preso a bersaglio presentando contro il lido l’unico atto formale di decadenza.
E questo non appena Libera vi aveva inaugurato un progetto sulla legalità . Proprio così: l’unica mafia sul litorale che i grillini hanno visto a Ostia era quella dell’associazione antimafia di don Ciotti. Che ha contrattaccato alle fake news di un dossier confezionato ad arte ma poi ha preferito sfilarsi dalla partecipazione con proprie iniziative alle attività  della spiaggia, gestita nella realtà  dalla Uisp.
Da quel che dice, gestisce l’affitto di lettini e ombrelloni al Faber, la porzione di litorale di Ostia che ad aprile Virginia Raggi andò a inaugurare annunciando il ripristino della legalità .
La storia, ampiamente documentata, della curiosa guerra del M5S all’associazione antimafia, si intreccia con quella del rapporto tra Bocchini e Paolo Ferrara, capogruppo M5S in Campidoglio.
Bocchini stava all’ex Amanusa con una società  nella quale c’era anche Fausto Busato, ex Nar. E all’Amanusa era di casa anche un cinquestelle doc come il capogruppo 5S al Comune, Paolo Ferrara, già  compagno di scuola di Bocchini e celebrante delle sue nozze.
Lì si sono tenute anche cene elettorali a cui ha partecipato la parlamentare Roberta Lombardi. Sliding doors singolari, tanto più quando Bocchini ricompare proprio nella spiaggia che nelle intenzioni dei 5S doveva essere il fiore all’occhiello della ritrovata legalità  ad Ostia.
Ora su quel video e su questa storia l’associazione Mare Libero chiede che faccia luce la commissione Antimafia, davanti alla quale Virginia Raggi indicò proprio Ferrara e l’assessore Andrea Mazzillo come sue antenne sul territorio.
All’epoca infatti Ferrara parlò di Bocchini come di un conoscente.

(da “NextQuotidiano”)

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CORBYN SALDO AL TIMONE, ADESSO POTRA’ SPINGERE LA SUA AGENDA

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

PER IL “VECCHIO” SOCIALISTA IL 75% DEI GIOVANI BRITANNICI

Jeremy Corbyn aveva salutato davanti al seggio di Pakeman, «è un gran giorno per la democrazia». E per lui lo è stato, perchè si può vincere anche senza prevalere nel braccio di ferro. Theresa May paga l’azzardo, Jeremy Corbyn va meglio di Ed Miliband e tiene le mani forti sul partito.
Qualcuno aveva parlato di illusione, i comizi gremiti sulle spiagge e nei parchi, la corsa a registrarsi dei giovani o quella che pareva effimera della rimonta nei sondaggi. Non è stata illusione ma realtà .
Il campione della sinistra massimalista del nuovo secolo che viene però dal secolo scorso ha frenato la corsa di Theresa.
Pensionati, la classe media, moltissimi operai, quel vecchio blocco laburista che arpionava le miniere, faceva picchetti, scioperava e votava Labour per fede e convenienza, non c’è più.
Restano i giovani e l’entusiasmo dei londinesi e degli elettori delle grandi città . Abbastanza per spingere il signore di Islington Nord a quote così alte che il Labour non ricordava da almeno un decennio.
Corbyn si ferma a 34 seggi più di Miliband del 2015. I maligni – o i più smaliziati – dicono che in fondo l’obiettivo di Jez era quello di arrivare a quota 232 seggi, pareggiare il giovane Ed e tenersi stretto il posto di capo del Labour per continuare a spingere la sua agenda massimalista.
Missione compiuta alla grande se era quello l’obiettivo intimo del socialista che vuole dialogare con tutti, amici e nemici. Il partito fino all’ultimo ieri si è mosso all’unisono, tutti impegnati a fare porta a porta.
Come Chuka Umunna, eterna stella nascente centrista, o l’ideologo della Terza Via blairiana Peter Mandelson, o l’ex ministro Denis MacShane. Qualcuno convinto in fondo che sarebbe stato un tracollo.
David Muir che fu capo della strategia di Gordon Brown era convinto che Jeremy Corbyn sarebbe andato persino meglio di Miliband, altrimenti la sua leadership sarebbe stata da mettere da parte.
Invece oggi Corbyn e la sua ricetta di riforme sociali si sveglieranno con il sorriso. Resta lui, con il marxista, sua definizione, John McDonnell l’architetto della politiche dei laburisti. Restano i sindacati con il loro peso a condizionare.
In molti negli ultimi mesi hanno provato a far saltare il banco, Tony Blair aveva evocato la scissione, Peter Mandelson il suo grande stratega, parlava di un movimento neocentrista perchè «con Corbyn e la sua agenda non si può vincere nè governare bene».
Nei mesi scorsi era spuntato un manifesto con cui 29 personalità  e deputati laburisti avevano apertamente sfidato il credo di Corbyn ribadendo la centralità  del mercato e i rapporti con l’Europa.
Altri esponenti aveva ridicolizzato, anche ieri dalle colonne dell’Evening Standard, la sua visione monolitica e granitica dell’economia e le titubanze sulla sicurezza. Agli inglesi (più del previsto) va bene anche questa ricetta, se almeno 3 giovani su 4 sono d’accordo con Jez sulla sua politica estera.
Dennis MacShane, ex ministro nei primi anni Duemila per l’Europa, d’altronde spiega che se non sarà  Corbyn il leader, ad oggi quale alternativa? «Non abbiamo un Blair, un Renzi, un Macron o un Trudeau».
Il vecchio socialista è quanto di più nuovo evidentemente che la sinistra inglese può mettere in campo.

(da “La Stampa”)

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AGGRAPPATA ALLA POLTRONA: LA MAY NON INTENDE DIMETTERSI, VERSO UN GOVERNO CON 10 DEPUTATI IRLANDESI DEL DUP

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

MA C’E’ CHI PREME PERCHE’ LASCI IL POSTO A BORIS JOHNSON

Un ironico tweet riassume bene la situazione: “Gli italiani dicono che la Gran Bretagna è ingovernabile. Siamo messi male. Mammia mia!”
Eppure è proprio così: le urne producono un Regno Unito italianizzato secondo le nostre peggiori tradizioni.
Con la differenza che qui non sono abituati alle soluzioni fantasiose, ciniche o azzardate. Ma probabilmente dovranno adattarcisi, almeno per un po’.
Theresa May fa sapere che non intende dimettersi — almeno non subito. Ma Jeremy Corbyn la invita ad andarsene e anche tra i conservatori c’è già  chi la esorta ad ammettere di avere “fallito”, come titola la stessa stampa filo-Tories, a cominciare dal Times: ha indetto elezioni anticipate con l’obiettivo dichiarato di allargare la propria maggioranza per avere mano libera nel negoziare la Brexit, si ritrova senza maggioranza.
Ecco allora gli scenari che si profilano per formare un governo e le date che incombono per farlo in fretta.
Governo Tories-Dup. Sommando i voti dei conservatori e del partito unionista protestante nord-irlandese (10), il quorum di 326 voti che fornisce la maggioranza assoluta, necessaria a governare, sarebbe raggiunto.
Ma se era difficile, secondo la stessa May, trattare l’uscita dell’Unione Europea con la maggioranza uscente di una ventina di seggi, sembrerebbe quasi impossibile farlo con un maggioranza di un paio di deputati.
Un’ipotesi è che la premier nei prossimi giorni ammetta di avere comunque “perso la sua scommessa” (titolo del Telegraph) e si faccia da parte, lasciando che sia un altro conservatore a guidare una coalizione così fragile: il favorito, secondo i bookmaker, è l’attuale ministro degli Esteri Boris Johnson, che già  aspirava a Downing Street dopo avere guidato alla vittoria il fronte euroscettico nel referendum sulla Brexit e dovette rinunciarvi per le accuse ricevute a tradimento da un suo stretto alleato, l’ex-ministro degli Interni Michael Gove.
Grande coalizione.
In teoria la Gran Bretagna potrebbe fare quello che è stato fatto in Germania e altrove: un accordo tra i due maggiori partiti, in nome della stabilità  nazionale almeno fino alla conclusione dei negoziati sulla Brexit.
In fondo le posizioni di Tories e Labour su questo punto non sono così distanti: entrambi favorevoli, entrambi determinati a ottenere “il migliore accordo possibile” con Bruxelles, con qualche divergenza su atteggiamento da tenere e punti minori. Anche in questo caso è quasi certo che il prezzo dell’intesa sarebbe un nuovo premier al posto di Theresa May. Il vantaggio sarebbe una larghissima maggioranza che rappresenti gli interessi di tutti.
Ma le differenze, su tutto il resto a parte Brexit, sarebbero enormi. E dire alla sinistra che deve governare con la destra (in Italia ne sappiamo qualcosa) potrebbe provocare una rivolta nei ranghi dei sostenitori di Corbyn.
Governo di minoranza laburista.
E’ un’ipotesi ventilata nella notte da qualche collaboratore di Corbyn. Il Labour potrebbe formulare un programma di governo e sottoporlo ai voti della camera dei Comuni, contando sull’appoggio di tutti i partiti più piccoli e di qualche franco tiratore o astenuto nelle file dei conservatori.
Ma sarebbe una navigazione a vista che difficilmente andrebbe molto lontano. E il Labour non pare in grado di formare un’alleanza che arrivi al quorum di 326 seggi.
Nuove elezioni.
E’ già  successo: anche nei primi anni ’70 ci fu un “hung parliament”, un parlamento senza una possibile maggioranza assoluta, e si tornò a votare dopo tre mesi. Ma gli elettori britannici hanno votato alle europee nel 2014, alle politiche nel 2015, nel referendum sulla Brexit nel 2016, a queste elezioni anticipate del giugno 2017 e per il momento la prospettiva di tornare alle urne in settembre non piace a nessuno.
Scadenze.
Il 19 giugno si deve riunire il nuovo parlamento ed è previsto il Queen’s Speech, l’annuale “discorso della regina” che presenta il programma del governo: ma quale programma e di quale governo?
Come se non bastasse, lo stesso giorno è in programma a Bruxelles l’inizio ufficiale del negoziato sulla Brexit fra Unione Europea e Gran Bretagna: forse sarà  necessario rinviarlo, ma il conto alla rovescia innescato il 29 marzo scorso dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che regola il procedimento di secessione di uno stato membro dalla Ue, è già  iniziato, dura due anni e a questo punto resta già  soltanto un anno e nove mesi per concluderlo. Il tempo stringe.
Sarà  una lunga estate calda per la politica britannica. A chi ha fatto l’ironico tweet sul Regno Unito ingovernabile come l’Italia potremmo suggerire un termine che a Londra certamente non conoscono, ma di cui noi italiani abbiamo esperienza: “governo balneare”.

(da “La Repubblica”)

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UN DISASTRO PER LA MAY: TORY SENZA MAGGIORANZA

Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile

CORBYN AVANZA E CHIEDE UN PASSO INDIETRO DELLA PREMIER CONSERVATRICE

Un autogoal, un disastro, una scommessa persa. Cambiano le parole, ma il giudizio dei principali media britannici sul risultato ottenuto da Theresa May alle elezioni da lei stessa indette nella convinzione di stravincere sono impietosi.
I risultati dei vari collegi non smentiscono lo “shock” dell’exit poll, che fin da subito aveva prefigurato lo scenario di un Hung Parliament (un Parlamento appeso), con i Tory incapaci di conquistare la maggioranza assoluta.
Una batosta tale da mettere in dubbio il futuro stesso della prime minister, che ora dovrà  fare i conti con le critiche dentro e fuori il suo stesso partito.
I seggi assegnati finora sono 649 su 650. Di questi 318 vanno ai Tory, 261 al Labour, 35 allo Scottish Nattional Party, 12 ai Liberaldemocratici, 10 al Democratic Unionist party, 7 al Sinn Fein, Plaid Cymru se ne aggiudica 3 e il Green Party 1.
Per la prima volta dal 1974, un Parlamento appeso, uno scenario che equivale a un disastro per la premier, che appena un mese fa era data in vantaggio di 20 punti nei sondaggi e aveva deciso di indire le elezioni nella convinzione di rafforzare la sua maggioranza in vista dei negoziati sulla Brexit.
Cominciano a passare di mano alcuni collegi di spicco. Una giovane candidata di origine latino-americana, Maria De Cordova, sconfigge a Londra la deputata uscente Jane Ellison, viceministra del governo Tory di Theresa May.
Scalzata dal suo collegio anche Anna Soubry, già  componente del governo di David Cameron ed esponente di primo piano del drappello pro-Ue e anti-Brexit nel partito conservatore.
Successo a sorpresa laburista pure nel collegio detenuto dall’ex leader LibDem ed ex vicepremier, Nick Clegg.
Al di là  dei numeri, il vento soffia a favore del Labour.
Il primo a rompere il silenzio è il leader laburista Jeremy Corbyn, che a prescindere dai numeri esulta: “Abbiamo cambiato il volto della politica britannica, grazie per aver creduto in un cambiamento reale per il nostro Paese”. Quando l’esito inizia a delinearsi con chiarezza, Corbyn rincara la dose e chiede un passo indietro alla leader conservatrice.
“Se c’è un messaggio da questi risultati, è che la premier ha indetto questa elezione perchè voleva un mandato. Bene, il mandato è che ha perso seggi, perso voti, perso sostegno e perso fiducia”, dichiara Corbyn. Penserei che sia abbastanza per andarsene e per aprire la via a un governo che sia davvero rappresentativo di tutto il popolo di questo Paese”, afferma ancora il laburista.
Gli occhi sono puntati sullo “swing” in collegi dove l’Ukip aveva avuto in passato buoni risultati. Per ora sembra che i voti dell’Ukip si stiano dividendo equamente tra conservatori e laburisti.
I Tory hanno puntato molto sulla Brexit durante la campagna elettorale e in molti si aspettavano che chi aveva votato per Brexit e Ukip in passato avrebbe sostenuto candidati conservatori. Ma le cose non sembrano essere andate così.
“No ad accordi o coalizioni”: è quanto affermano fonti dei Libdem citate da Sky News dopo che sono usciti gli exit poll che danno il partito di Tim Farron a 14 seggi, con la possibilità  che possa diventare determinante nel formare una coalizione di governo. Ma al momento i Libdem si rifiutano di ripetere l’esperienza fallimentare del 2010, quando si allearono coi Conservatori di David Cameron.
Dalle file del partito conservatore della premier May si alzano richieste, seppure non esplicite, di sue dimissioni, dopo che il partito secondo le proiezioni perde la maggioranza in Parlamento.
La deputata Anna Soubry, parlando a Bbc, è stata la prima a esprimere l’invito a May affermando che “debba considerare la propria posizione”. “È stata una campagna spaventosa”, ha aggiunto, e quando le è stato domandato che cosa intendesse ha detto di credere che “è stata su di lei e su che cosa voleva fare, e di certo lei ha messo il suo marchio sul questa campagna”.
May, tuttavia, non sembra intenzionata a lasciare. Citando fonti del partito conservatore, SkyNews riferisce che la premier non starebbe pensando a un passo indietro.
Jeremy Corbyn, viceversa, ha motivo di esultare, per essere stato capace di condurre a 68 anni una campagna frizzante, con una versione rinnovata del suo programma da vecchio socialista, tornando a far guadagnare seggi al suo partito per la prima volta dal 1997, anno della prima vittoria elettorale di Tony Blair. Un vero miracolo, per un uomo spesso sottovalutato, talora irriso e in genere osteggiato dall’establishment, non esclusa una parte della nomenklatura laburista. Ma capace, a dispetto di tutto, di risvegliare entusiasmi sopiti, fra i giovani e i meno fortunati. Entusiasmi che dalle piazze questa volta paiono essersi riversati anche nelle urne.

(da agenzie)

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