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“CARO PAOLO, QUANTO SONO LUNGHI 57 GIORNI?”: LA LETTERA DI GRASSO A PAOLO BORSELLINO

Luglio 19th, 2017 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DEL SENATO RACCONTA “L’UOMO PIU’ SEMPLICE E COMPLICATO CHE ABBIA MAI CONOSCIUTO”….”IL POOL ANTIMAFIA DEVE MORIRE DAVANTI A TUTTI, NON DEVE MORIRE IN SILENZIO”

“Caro Paolo, quando penso a te, mi chiedo spesso: quanto sono lunghi cinquantasette giorni? Quanta vita riesce a starci dentro?”.
Inizia così la lettera di Pietro Grasso a Paolo Borsellino, in chiusura del suo libro “Storie di sangue, amici e fantasmi”, edito da Feltrinelli e uscito a 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Un’altra lettera, rivolta a Giovani Falcone, è invece in apertura del libro, dopo la prefazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, fratello di Piersanti, anche lui ucciso per mano della mafia.
In questa lettera al giudice Borsellino, Grasso ricorda i momenti successivi alla sua morte, tanto improvvisa quanto attesa. E racconta l’uomo, prima del giudice, già  consapevole del destino a cui andava incontro subito dopo il tritolo di Capaci.
Pubblichiamo qui la lettera.

Caro Paolo,
quando penso a te, mi chiedo spesso: quanto sono lunghi cinquantasette giorni? Quanta vita riesce a starci dentro? Quante cose sei riuscito a capire, a fare, a preparare e a disporre in quelle poche settimane che separano il 23 maggio dal 19 luglio 1992?
Abbiamo approfondito il nostro rapporto a partire dal Maxiprocesso, ma il nostro primo contatto risale a molto tempo prima: nel 1958 frequentavamo entrambi il liceo Meli, tu all’ultimo anno e io al ginnasio, e molte volte, dopo averlo scoperto, ti ho preso in giro sulla tua precoce carriera da direttore ed editorialista del giornale della scuola, “Agorà “, da dove lanciavi critiche al sistema scolastico.
Gli anni del Maxi sono stati, per usare le tue parole, una “meravigliosa avventura”, il periodo in cui siamo riusciti a ottenere i primi grandi successi nel contrasto a Cosa nostra, quando sembrava che, davvero, le cose stessero per cambiare.
Allora i cittadini facevano il tifo per il pool antimafia, erano pronti a rialzare la testa e riconquistare quei pezzi di libertà  che il giogo mafioso toglieva allora, e in parte toglie ancora.
Sono stati gli anni migliori, quelli in cui ho conosciuto il Paolo che più mi piace ricordare, dedito al lavoro e allo stesso tempo pieno di allegria, consapevole dei rischi ma pronto a godere dei piccoli piaceri di una vita normale, solitamente preclusi a chi vive scortato.
Ricordo quando ti incontrai mentre guidavi da solo la tua auto blindata: eri fuggito dalla scorta per comprare le sigarette. Provai a rimproverarti, ma con il solito sorriso che usavi per sdrammatizzare mi rispondesti: “Devo pur lasciare uno spiraglio nel sistema di protezione. Se mi devono ammazzare, voglio che abbiano la possibilità  di colpire solo me”.
Mi chiedesti di accompagnarti ai grandi magazzini lì vicino, e osservai il piacere che provavi in quei minuti di libertà  indugiando tra i banconi, comprando cose futili e rifiutando la cortesia di chi, avendoti riconosciuto, voleva cederti il posto in coda alle casse.
Sei stata la persona più semplice e più complicata che abbia mai conosciuto.
Semplice per mille piccoli gesti di vita quotidiana, non sempre aderenti all’etichetta, che rivelavano il tuo spirito scherzoso e goliardico: le adorate polo al posto delle camicie, il fumo dell’eterna sigaretta e i mozziconi sparsi ovunque in ufficio, gli scherzi continui, il tirare la mollica del pane contro i più seriosi durante le cene.
Eri sempre disponibile per i colleghi, soprattutto per i più giovani, ai quali non mancava mai il tuo consiglio.
Anche dopo anni, mi colpiva il tuo modo di parlare pacato ma deciso, accompagnato da una mimica altamente espressiva che coinvolgeva gli occhi, di colore indefinibile, dal castano al verde, i baffi, la bocca, il modo tutto tuo di arricciare il naso e il sorriso che sempre illuminava il tuo volto prima di una battuta sarcastica.
Immagini di te che non sono registrate in interviste o eventi pubblici ma che restano indelebili per chi le ha potute vivere: mi piacerebbe far sapere ai molti che conoscono solo le tue espressioni serie, determinate e livide di quei cinquantasette giorni di rabbia e dolore, che non eri solo il magistrato inflessibile e il giudice coraggioso, ma anche un uomo caldo, generoso, estroverso, circondato dall’amore di tua moglie Agnese e dei tuoi figli Manfredi, Lucia e Fiammetta.
Eri anche complicato, perchè in te si combatteva un’eterna lotta tra i duri doveri del magistrato, ai quali non ti saresti mai sottratto, e la profonda empatia con le dolorose vicende umane che questa professione porta a conoscere e affrontare.
Il tuo rapporto con il lavoro era frenetico ma non ossessivo, ai miei occhi apparivi come un cingolato che avanza con andatura costante nel macinare processi, indagini, rapporti di polizia, documenti.
Nulla ti avrebbe potuto fermare: la passione ti faceva sopportare ogni fatica.
Dopo quel periodo di sostegno generale ci fu una sorta di riflusso, anni di delusioni, delegittimazioni, critiche ingiuste e polemiche feroci.
Avemmo il sospetto che si volesse chiudere in fretta una stagione che avrebbe potuto dare ancora grandi frutti. Per questo, più volte, hai denunciato pubblicamente quanto stava avvenendo: l’isolamento di Giovanni; lo smantellamento del metodo che aveva portato a risultati prima impensabili perchè, come dicevi, “il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio”; l’uso distorto fatto allora delle parole di Sciascia sul “Corriere della Sera” e che continua ancora oggi; gli attacchi che venivano sia da alcuni colleghi sia da alcuni politici e giornalisti.
Hai sopportato prove che avrebbero fiaccato chiunque, persino le polemiche per quel maledetto incidente in cui restò coinvolta l’auto della scorta che viaggiava dietro la tua, che ferì studentesse e studenti davanti al nostro vecchio liceo e costò la vita a Biagio Siciliano, appena quattordicenne, e a Giuditta Milella, figlia di un questore in pensione.
Ti ricordo aggirarti sconvolto per gli ospedali, affrontando coraggiosamente i familiari e parlando con i ragazzi feriti come fossero figli tuoi.
Ci confessasti pieno di amarezza: “Provo un senso di colpa enorme. Quello che è successo è conseguenza delle condizioni in cui si vive in questa maledetta città , quelle condizioni create dall’organizzazione mafiosa. Bisognerebbe spiegare ai ragazzi, e ai loro genitori, che tutto questo è cominciato dall’assassinio di magistrati come Chinnici, Costa e altri. Se non è possibile assicurare condizioni di sicurezza adeguate senza rischiare tragedie, io per primo sono pronto a rinunciare alla scorta”.
Rischiavi la vita per i cittadini di Palermo, eppure ricevesti attacchi anche in quel frangente. Non sapevano quale intenso e profondo rapporto ti legava “ai tuoi ragazzi”, quelli che ti seguivano giorno e notte per proteggerti; non sapevano che temevi più per la loro vita che per la tua e quanti stratagemmi usavi per liberarli ogni tanto dai rischi. Uno degli agenti della tua scorta è poi stato per quindici anni nella mia: parlava moltissimo di te e dalle sue parole trasparivano insieme l’affetto e l’orgoglio di esserti stato accanto.
Non credo sia un caso che i nostri figli, cresciuti circondati da uomini così coraggiosi e che in qualche modo erano ormai parte della nostra famiglia allargata, abbiano scelto di indossare la divisa della polizia di Stato.
Eppure, caro Paolo, andavi avanti. Sempre. Poi ci fu il 23 maggio e tutto cambiò in un attimo. Fu il tuo viso affranto a darmi la consapevolezza che non c’era più niente da fare per Giovanni e che, per usare le tue parole, con la sua “era finita una parte della mia e della nostra vita”.
Iniziarono i giorni peggiori: si stava avverando la profezia che Ninni Cassarà  ti aveva fatto sul luogo dell’omicidio di Beppe Montana: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”.
Accettasti con piena consapevolezza, ancora di più che negli anni precedenti, ogni rischio, ogni conseguenza del lavoro che avevamo scelto e della testarda convinzione di farlo fino in fondo.
Sentivi che il tempo stringeva. In meno di due mesi hai fatto ogni sforzo possibile per arrivare alla verità  su Capaci e per difendere l’eredità  di Giovanni, rifiutando con una dura lettera al ministro Scotti la proposta, imprudentemente fatta in pubblico, di riaprire per te il concorso per la Procura antimafia, quel concorso che aveva visto Falcone perdente.
Hai cercato in ogni occasione possibile di risvegliare la coscienza del Paese. Ci sei riuscito, caro Paolo: la registrazione dei tuoi interventi di quelle settimane — il ricordo di Giovanni fatto agli scout nella chiesa di San Domenico a un mese dalla sua morte e meno di un mese prima della tua, in cui sottolineavi tre volte la “perfetta coscienza” con cui lui, Francesca e tutti gli uomini della scorta affrontavano il rischio di morire, l’intervento presso la biblioteca comunale del 25 giugno, le numerose interviste rilasciate, mai così tante come in quei giorni — sono tra i documenti più limpidi per capire chi eri tu, chi era Giovanni, quale straordinario impegno — “per rendere migliore Palermo e la patria cui essa appartiene” — la mafia ha cercato di spezzare con la vostra morte, senza riuscirci.
Ripeto spesso anche io quelle parole, le diffondo come una sorta di testamento che hai voluto lanciare ai giovani riuniti in chiesa per il trigesimo, parlando del tuo amico ma in fondo, ne sono sicuro, anche di te:
“Sono morti per tutti noi e abbiamo un grande debito verso di loro: dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera:
— facendo il nostro dovere;
— rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici;
— rifiutando del sistema mafioso anche i benefìci che potremmo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro);
— collaborando con la giustizia;
— testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia;
— troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano più innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli
— accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità  di spirito;
— dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo.”
Cinquantasette giorni: pochi per fare tutto quello che avresti voluto, ma forse sufficienti per prepararti a morire in “perfetta coscienza”.
Avevi sempre saputo che la mafia ti avrebbe ucciso, eri riuscito persino ad abbracciare Vincenzo Calcara, il killer che era stato incaricato di farlo a Marsala, dove vivevi ancora più blindato, e a scherzarci proprio con lui durante un interrogatorio: “Hai sbagliato, a Marsala era difficile, dovevi provarci a Palermo”.
Non accettavi il consiglio di chi, forse non conoscendoti abbastanza, ti invitava a mollare la città , tu che alla camera ardente dei caduti a Capaci, avevi avvisato tutti: “Chi vuole andare via da questa Procura se ne vada, ma chi vuole restare sappia quale destino ci attende: il nostro futuro è quello lì”, puntando il dito verso le cinque bare. Ma in quei caldi giorni di luglio la consapevolezza che il tempo ti stesse sfuggendo dalle mani ti portò a prepararti anche spiritualmente, da fervente cattolico quale eri. Alla camera ardente del palazzo di giustizia allestita per le vittime del 23 maggio stringesti i rapporti con un giovane prete, il cugino di Vito Schifani, quello che sosteneva la moglie Rosaria mentre tuonava in chiesa contro i mafiosi, e fu proprio a lui che, pochi giorni prima di morire, chiedesti di confessarti, perchè non eri sicuro di arrivare alla domenica successiva.
La tua vita finì proprio quella domenica, il 19 luglio.
Ti sei alzato presto, alle 5, per “fregare” due ore alla giornata, parlare al telefono con Fiammetta che era in vacanza in Thailandia e rispondere a una professoressa del liceo Cornaro di Padova: le tue ultime parole sulla mafia, qualche ora del tuo poco tempo libero dedicata a ragazzi mai visti, nel primo giorno in cui ti eri imposto di non lavorare.
Poi una mattinata di mare, a Villagrazia di Carini, per un ultimo bagno e un pranzo con gli amici e la famiglia. Un piccolo spazio di tempo dedicato a loro, che con dolore avevi trascurato negli ultimi giorni: un po’ per l’impegno infaticabile nel lavoro, un po’ per abituarli a quel tragico distacco che sapevi avrebbero vissuto a breve.
Il lunedì successivo saresti dovuto andare dal procuratore di Caltanissetta per rivelare ciò che sapevi sulla fine di Falcone, su ventilate ipotesi di dissociazione dei boss all’ergastolo, sulle ultime indagini di Giovanni nel settore degli appalti pubblici che volevi riprendere personalmente, riesumate nel corso di un incontro riservato, fuori dalla Procura di Palermo, con i vertici operativi del Ros dei carabinieri
In via D’Amelio, sotto casa di tua madre, c’erano troppe auto parcheggiate: nonostante le numerose segnalazioni per evidenti ragioni di sicurezza, non era ancora stato imposto l’obbligo di rimozione. Una gravissima omissione.
Da giorni avevano già  occupato il posto più vicino al citofono, per poi sostituire l’auto posteggiata con la Fiat 126 imbottita di esplosivo in attesa del tuo arrivo.
Un attimo, un boato, l’inferno. Perdeste la vita tu, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi.
Il tuo affezionato autista, Antonio Vullo, che stava facendo manovra con la tua auto blindata, provò disperatamente a soccorrervi, venendo investito da un’ondata di fumo, fiamme e calore. I dettagli di quel che avvenne sono così carichi di orrore che preferisco non ripeterli.
Ero a Roma in quel momento — continuavo a lavorare, dopo la morte di Giovanni, al ministero di Grazia e giustizia— e mi precipitai a Palermo con un volo di Stato insieme al ministro Martelli.
Il dolore e la rabbia si rinnovarono, insieme all’angoscia e allo smarrimento.
Tante domande iniziarono ad affollarsi nella mia mente: perchè un’ulteriore strage a distanza così ravvicinata dopo Capaci?
Era la paura che Borsellino diventasse procuratore nazionale antimafia, non essendo stata ancora resa nota la sua lettera di rifiuto?
O il timore che avrebbe portato avanti le indagini su mafia e appalti?
Serviva ad alzare il prezzo della tregua nella guerra contro lo Stato?
O ancora, un coacervo di interessi, quel connubio tra imprenditoria, massoneria e servizi deviati che vedevano in pericolo i loro lucrosi affari e gli illeciti profitti?
Era il paventato pericolo dello sconvolgimento politico dopo Tangentopoli? Probabilmente ciascuna e tutte queste motivazioni insieme: di certo non basta l’ipotesi della vendetta contro un nemico giurato, sapevano che la reazione dello Stato sarebbe dovuta essere implacabile: quella seconda strage comportava più rischi che vantaggi per Cosa nostra.
Da Palermo tornai a Roma, per aspettare il rientro di Fiammetta da Bangkok e accompagnarla al tuo funerale.
Nel frattempo, alle esequie degli agenti, assistemmo a un nuovo momento di vicinanza tra i cittadini di Palermo e l’Italia intera, un momento di rabbia cieca contro la mafia, di indignazione verso le istituzioni che non avevano fatto abbastanza, ancora una volta, per difendere i propri cittadini migliori, un momento di dolore per le vittime e di profonda solidarietà  con i loro familiari.
C’è un’altra vittima di quell’attentato, anche se non per effetto della spaventosa esplosione di via D’Amelio.
Una ragazza di soli diciassette anni, Rita, la tua “picciridda”. A quell’età  si dovrebbero inseguire i sogni, progettare il futuro, vivere la bellezza di un’età  spensierata.
Invece Rita Atria patì il dolore per la morte del padre e del fratello, affiliati a Cosa nostra; con coraggio denunciò quanto sapeva, subendo il ripudio della sua famiglia; soffrì per la solitudine a cui la relegarono. Eri tu il suo sostegno.
La ascoltavi, la incoraggiavi, le davi la forza per affrontare gli ostacoli. Avevi un rapporto protettivo con le donne che decidevano di collaborare con la giustizia e che per questo venivano isolate dalle loro stesse famiglie.
Grazie alle parole di Pietra Lo Verso, Giacoma Filippello, Piera Aiello, Rosalba Triolo imparasti a decifrare, come nessun altro prima, il rapporto che lega le donne ai mariti o ai parenti mafiosi, ad analizzare il loro ruolo in seno a Cosa nostra.
Una settimana dopo la tua morte, Rita non ce la fece più e si suicidò. Al conto delle vittime di via D’Amelio andrebbe aggiunto anche il nome di questa giovanissima donna, che ha saputo dare dignità  al poco tempo che il destino le ha concesso.
Niente è stato più lo stesso: dopo il 19 luglio sono stati in tanti a portare avanti il tuo ricordo, a partire dai tuoi fratelli Rita e Salvatore.
La tensione morale intorno a te e a Giovanni non è mai diminuita: siete tra le poche figure non controverse, icone trasversali di un Paese che ha disperatamente bisogno di credere in qualcuno e che nelle vostre vite ha trovato un punto di riferimento, una sorgente dalla quale attingere forza e voglia di impegnarsi nel proprio quotidiano.
Per scriverti questa lettera, caro Paolo, ho ripreso gli appunti che avevo usato nel 2002 per commemorare i dieci anni dal tuo assassinio.
C’era già  una sentenza, ma dalle parole che usai emergono i tanti dubbi che avevo, e non solo io, sulla ricostruzione di Vincenzo Scarantino.
Dissi che era emersa solo una parte di verità , ma non tutta: “Dopo dieci anni di indagini ancora non si è trovato il bandolo della matassa sotto il profilo giudiziario. Ma di sicuro c’è l’aspirazione di tutti i giudici inquirenti, a qualsiasi ufficio appartengano, di consegnare al popolo italiano il quadro di una situazione, che al di là  della rigida e ardua ricostruzione di un valido contesto probatorio, va chiarita in tutti i suoi aspetti, rispondendo a domande fondamentali, che ancora oggi rimangono senza risposta”.
Ne ero così convinto che non ho mai smesso di indagare sulle stragi, qualsiasi ruolo abbia ricoperto.
Da procuratore nazionale ho avuto nel 2008 la conferma di quel che avevo intuito. Dopo aver insistito per anni, finalmente Gaspare Spatuzza iniziò a parlare, e grazie alle sue inedite confessioni il quadrò cambiò del tutto.
Persone innocenti vennero scarcerate, sentenze passate in giudicato vennero messe in discussione. Iniziò una nuova stagione processuale, con nuovi colpevoli noti e altri ancora ignoti; a tanti improvvisamente tornò la memoria di fatti di cui non avevano mai parlato.
Proprio per trovare quei colpevoli ancora nascosti ho usato ogni strumento in mio possesso al fine di arrivare alla verità .
Ho lasciato la Procura orgoglioso di aver continuato a ricercare informazioni per dare nuovi spunti alle indagini sulle stragi e sugli omicidi “eccellenti”.
Quelle informazioni, raccolte grazie ai colloqui investigativi, sono diventate atti d’impulso alle Procure, tracce e suggerimenti da approfondire per trovare, se ve ne sono, conferme e riscontri.
La mia speranza, caro Paolo, è che, com’è successo con Spatuzza, possano esserci nuovi collaboratori, interni o esterni alla mafia, che aiutino i magistrati impegnati su questo fronte a far piena luce sui tanti punti oscuri che ancora rimangono nella nostra storia.
Alle forze dell’ordine e ai magistrati che si impegnano ogni giorno, con dedizione, sacrifici e talvolta anche a rischio della vita, non devono mancare solidarietà , risorse, tecnologie e strumenti adatti per soddisfare questa ansia di verità .
Quella mafia infame e violenta che ha deciso il tuo assassinio non c’è più: alcuni sono morti in carcere, altri sono ancora oggi detenuti.
Dal 1993 non abbiamo assistito a omicidi così eclatanti: la strategia della sommersione prosegue.
Sotto il profilo che definiamo militare la repressione investigativa ha funzionato. Questo non significa che la mafia sia stata sconfitta. Ha imparato a mimetizzarsi ancora meglio, lascia silenziose le armi ma continua a lucrare sui fondi pubblici e sul malessere della popolazione.
Molte indagini, non solo in Sicilia ma in tutto il Paese, hanno svelato complesse reti di relazioni fra mafiosi, politici, imprenditori, professionisti e amministratori pubblici, inizialmente caratterizzate da intimidazione e violenza, alle quali poi si aggiungono collusione e corruzione, fino a diventare coincidenze di interessi.
Sappi che nell’unico giorno in cui sono stato senatore prima di essere eletto presidente del Senato, ho presentato un disegno di legge per affinare gli strumenti utili a colpire il fenomeno dell’economia criminale sotto i diversi aspetti della corruzione, del riciclaggio, dell’evasione fiscale, del falso in bilancio e del voto di scambio.
Dopo qualche anno, seppur con modifiche ne hanno annacquato la portata, le mie proposte, quelle che tante volte da magistrati avevamo discusso e proposto ma non avevano visto la luce, sono diventate legge.
Avevo anche chiesto che fosse istituita una commissione d’inchiesta su tutte le stragi irrisolte, mafiose e terroristiche, per cercare, con altri strumenti, i pezzi mancanti di verità , ma la proposta non è passata.
Siamo sempre stati consapevoli, d’altronde, che la lotta alla mafia non può essere solo una battaglia giudiziaria o di ideali: è necessario intervenire sulla prevenzione, e quindi sulle condizioni di sviluppo, sulla capacità  dei territori di attrarre investimenti e risorse, per sottrarre quella larga parte di ragazzi che non studiano e non lavorano alle lusinghe del crimine
Nulla potrà  fermarci dal continuare. Ci sono tantissime persone che, guardando al vostro esempio, difendono lo Stato, la Costituzione e i suoi valori.
Politici che vivono seriamente il loro impegno, come il presidente della Repubblica: un uomo che è parte di questa dolorosa storia e che rappresenta un sostegno affidabile e coerente per tutti i familiari delle vittime e per i cittadini che non si arrendono. Sindaci che guidano il cambiamento nel loro territorio, e per questo vengono minacciati. Magistrati che vanno avanti con coraggio. Giornalisti che fanno emergere, talvolta prima degli investigatori, gli intrecci criminali, spesso costretti anche loro a una vita blindata.
Professori che a scuola, ogni mattina, trasmettono alle giovani generazioni i valori per cui avete vissuto e per cui siete morti, raccontano la vostra storia, educano a una cittadinanza consapevole.
Cittadini che scelgono per i loro acquisti i negozi che non pagano il pizzo, che fanno i volontari nelle tante associazioni antimafia, che lavorano gratuitamente sulle terre confiscate, che denunciano, che protestano, che non stanno più zitti. È un numero che cresce costantemente, che mi dà  speranza, perchè sono frutto del vostro sacrificio.
Ora ti immagino insieme ad Agnese. L’ultima volta che l’ho sentita, poco prima che morisse, ero insieme a tua figlia. Ho incontrato Lucia a Palermo qualche giorno dopo la mia elezione a presidente del Senato, mi ha detto che la sua salute era peggiorata e me l’ha passata al telefono.
La voce era affaticata, ma non l’animo coraggioso in quel corpo minuto. Mi sono tornati in mente ricordi lontani di quando, da ragazzi, prima che vi conosceste, venivo invitato il sabato sera alle feste a casa sua, lei le chiamava “serate danzanti”.
Per vent’anni, dopo la tua morte, ha condotto una battaglia discreta per arrivare alla verità . Quella battaglia continua ancora oggi.
La mattina del 24 luglio, il giorno dei tuoi funerali, atterrammo con Fiammetta all’aeroporto di Punta Raisi, che oggi è l’aeroporto “Falcone e Borsellino”.
Era l’alba, e la bellezza del sole che sorgeva dal mare e di Monte Pellegrino strideva terribilmente con gli orrori compiuti dagli uomini.
Mi vennero in mente le tue parole sulla nostra “terra bellissima e disgraziata”: non le ho mai sentite così vere come in quel momento.
Quel contrasto ancora mi ferisce ma la Sicilia non è più la terra degli infedeli: saresti orgoglioso dei successi ottenuti in questi venticinque anni, anche se non è ancora l’isola libera che sognavamo.
Continueremo a credere in quel sogno. Continueremo a fare tutto il possibile perchè si avveri. Potremo dirci soddisfatti solo quando, e succederà , la mafia avrà  una fine.
Tuo, Piero

(da “Huffingtonpost”)

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PAOLO BORSELLINO, L’ULTIMA INTERVISTA DUE MESI PRIMA DI MORIRE

Luglio 19th, 2017 Riccardo Fucile

A 25 ANNI DALL’ATTENTATO DI VIA D’AMELIO LA TRASCRIZIONE DEL COLLOQUIO CON DUE GIORNALISTI DI CANAL+… I RAPPORTI TRA L’ENTOURAGE DI BERLUSCONI E COSA NOSTRA

«Gli imputati del maxiprocesso erano circa 800: furono rinviati a giudizio 475». Scelta l’inquadratura — Paolo Borsellino è seduto dietro la sua scrivania – Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi cominciano l’intervista domandado al giudice i dati sul maxiprocesso di Palermo del febbraio ’86.
Il giudice ricorda con orgoglio di aver redatto, nell’estate dell’85, la monumentale sentenza del rinvio a giudizio.
Subito dopo, i due giomalisti chiedono notizie su uno di quei 475, Vittorio Mangano. E’ solo la prima delle tante domande sul mafioso che lavorava ad Arcore: passo dopo passo, Borsellino – che con Giovanni Falcone rappresentava un monumentale archivio di dati sulle cosche mafiose- ricostruisce il profilo del mafioso.
Racconta dei suoi legami, delle commissioni e delle sue telefonate intercettate dagli inquirenti in cui si parla di “cavalli”.
Come la telefonata di Mangano a Marcello Dell’Utri [dal rapporto Criminalpol n. 0500/C.A.S del 13 aprile 1981 che portò al blitz di San Valentino contro Cosa Nostra, ndr].
E ancora: domande sui finanzieri Filippo Alberto Rapisarda e Francesco Paolo Alamia, uomini a Milano di Vito Ciancimino. Infine sullo strano triangolo Mangano, Berlusconi, Dell’Utri.
Mentre di Mangano il giudice parla per conoscenza diretta, in questi casi prima di rispondere avverte sempre: «Come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose cli cui non sono certo… qualsiasi cosa che dicessi sarebbe azzardata o non corrispondente a verità ».
Ma poi aggiunge particolari sconosciuti: «…Ci sono addirittura delle indagini ancora in corso… Non sono io il magistrato che se ne occupa…».
A quali indagini si riferisce Borsellino? E se dopo quasi due anni non se n’è saputo nulla è perchè i magistrati non hanno trovato prove sufficienti?
Paolo Borsellino non nasconde la sua amarezza per come certi giudici e certe sentenze della Corte di Cassazione hanno trottato le dichiarazioni di pentiti come Antonino Calderone ( «…a Catania poi li hanno prosciolti tutti… quella della Cassazione è una sentenza dirompente che ha disconosciuto l’unitarietà  dell’organizzazione criminale di Cosa Nostra…» ), ma soprattutto, grazie alle sue esperienze di magistrato e come profondo conoscitore delle strategie di Cosa Nostra, l’unico al quale Falcone confidava tutto, Borsellino offre una chiave di lettura preziosa della Mangano connection che sembra coincidere con le più le più recenti dichiarazioni dei pentiti.Quella che segue è la trascrizione letterale (comprese tutte le ripetizioni e le eventuali incertezze lessicali tipiche del discorso diretto) di alcuni capitoli della lunga intervista filmata, quasi cinquanta minuti di registrazione.
ALLA CORTE DI ARCORE
Tra queste centinaia di imputati ce n’è uno che ci interessa: tale Vittorio Mangano, lei l’ha conosciuto?
«Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, e precisamente negli anni fra il ’75 e 1’80. Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica particolare. Ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con una testa di cane mozzata. L’indagine fu particolarmente fortunata perchè — attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice – si riuscì rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perchè venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere – ora i miei ricordi si sono un po’ affievoliti – di questa famiglia, che era stata l’autrice dell’estorsione. Fu processato, non mi ricordo quale sia stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi l’ho ritrovato nel maxiprocesso perchè Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente a Cosa Nostra».
Uomo d’onore di che famiglia?
«L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accerta che Vittorio Mangano – ma questo già  risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì dal cosiddetto “procedimento Spatola” [il boss Rosario Spatola, potente imprenditore edile, ndr] che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso – che Mangano risiedeva abitualmente a Milano città  da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane».
E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a Milano?
«Il Mangano, di droga … [Borsellino comincia a rispondere, poi si corregge, ndr], Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta 1’arrivo di una partita d’eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come “magliette” o “cavalli”. Il Mangano è stato poi sottomesso al processo dibattimentale ed è stato condannato per questo traffico cli droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa – beh, sì per associazione semplice — riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione più 700 milioni di multa… La sentenza di Corte d’Appello confermò questa decisione di primo grado… ».
Quando ha visto per la prima volta Mangano?
«La prima volta che l’ho visto anche fisicamente? Fra il ’70 e il ’75».
Per interrogarlo?
«Sì, per interrogarlo».
E dopo è stato arrestato?
«Fu arrestato fra il ’70 e il ’75. Fisicamente non ricordo il momento in cui l’ho visto nel corso del maxiprocesso, non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente. Si tratta di ricordi che cominciano a essere un po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati quasi 10 anni».
Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?
«A Palermo la prima volta [è la risposta di Borsellino; ai giornalisti interessa capire in quale periodo il mafioso vivesse ad Arcore, ndr]».
Quando, in che epoca?
«Fra il ’75 e 1’80, probabilmente fra il’75 e l’80».
Ma lui viveva già  a Milano?
«Sicuramente era dimorante a Milano anche se risulta che lui stesso afferma di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo».
E si sa cosa faceva a Milano?
«A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. Comunque che avesse questa passione dei cavalli risulta effettivamente la verità  perchè anche nel processo, quello delle estorsioni cli cui ho parlato, non ricordo a che proposito venivano fuori i cavalli. Effettivamente dei cavalli, non “cavalli” per mascherare il traffico cli stupefacenti».
Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla sua vita, su cosa faceva?
«Guardi: se avessi la possibilità  di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero… ».
Ma lui comunque era già  uomo d’onore negli anni Settanta?
«…Buscetta lo conobbe già  come uomo d’onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo antecedente gli anni Ottanta, ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa cli quell’estorsione nel processo dei cani con la testa mozzata… Mangano negò in un primo momento che ci fosse stata questa possibilità  d’incontro… ma tutti e due erano detenuti all’Ucciardone qualche anno prima o dopo il ’77».
Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova…
«Posso dire che sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore. Contorno tuttavia – dopo aver affermato in un primo tempo, di non conoscerlo – precisò successivamente di essersi ricordato, avendo visto una fotografia di questa persona, una presentazione avvenuta in un fondo di proprietà  di Stefano Bontade [uno dei capi dei corleonesi, ndr]».
Mangano conosceva Bontade?
«Questo ritengo che risulti anche nella dichiarnzione di Antonino Calderone [Borsellino poi indica un altro pentito ora morto, Stefano Calzetta, che avrebbe paranto a lungo dei rapporti tra Mangano e una delle   famiglie di corso dei Mille, gli Zanca, ndr]… ».
Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava a casa di Berlusconi c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però di un invitato [Luigi D’Angerlo, ndr] che usciva dalla casa di Berlusconi.
«Non sono a conoscenza di questo episodio».
Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia?
«Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti,   le “teste di ponte” dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono, [altri mafiosi coinvolti nell’inchiesta cli San Valentino, ndr] credo Alfredo Bono che nonostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà  Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c’è dubbio comunque che… è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone [nel ’76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, ndr] lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa».
Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?
«Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone».
AL TELEFONO CON MARCELLO
Dunque quando Mangano parla di “cavalli” intendeva droga?
«Diceva “cavalli” e diceva “magliette”, talvolta».
Perchè se ricordo bene c’è nella San Valentino un’intcrcettazione tra lui e Marcello Dell’Utri, in cui si parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: “Mangano parla con tale dott. Dell’Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino. L’interlocutore risponde affermativamente… il Mangano riferisce allora a Dell’Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche “Il cavallo” che fa per lui. Dell’Utri risponde che per il cavallo occorrono “piccioli” e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico “Silvio”. Dell’Utri risponde che quello li non “surra”[non c’entra, ndr]”).
«Sì, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se mi consente di consultare [Borsellino guarda le sue carte, ndr]. No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia degli Inzerillo… Tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato».
E Dell’Utri non c’entra in questa storia?
«Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano».
A Palermo?
«Sì. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari».
Dell’Utri. Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri? [Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in carcere per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due sono dirigenti Fininvest, ndr].
«Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto [Borsellino guarda le carte, ndr.], cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi».
I fratelli?
«Sì».
Quelli della Publitalia, insomma?
«Sì».
E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?
«Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare nulla».
Sì, ma quella conversazione con Dell’Utri poteva trattarsi di cavalli?
«La conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo [Borsellino sorride, ndr.]. Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo».
In un albergo. Dove
«Oddio i ricordi! Probabilmente si tratta del Pinza [l’albergo di Antonio Virgilio, ndr] di Milano».
Ah, oltretutto.
«Sì».
SICILIANI A MILANO
C’è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come si sono conosciuti Mangano e Dell’Utri?
«Non mi dovete fare queste domande su Dell’Utri perchè siccome non mi sono interessato io personalmente, so appena… dal punto di vista, diciamo, della mia professione, ne so pochissimo, conseguentemente quello che so io è quello che può risultare dai giornali, non è comunque una conoscenza professionale e sul punto non ho altri ricordi».
Sono di Palermo tutti e due…
«Non è una considerazione che induce alcuna conclusione… a Palermo gli uomini d’onore sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta Calderone, quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero».
C’è un socio di Dell’Utri tale Filippo Rapisarda [i due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di Dell’Utri e Mangano partiva da un’utenza di via Chlaravalle 7, a Milano, palazzo di Rapisarda, ndr] che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade [i giornalisti si riferiscono a Gaetano Cinà  che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver conosciuto con Il boss del corleonesi, Bontade, ndr].
«Beh, considerando che Mangano apparteneva alla famiglia cli Pippo Calò… Palermo è la città  della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose — almeno 2000 uomini d’onore con famiglie numerosissime – la famiglia cli Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200. E si trattava comunque di famiglie appartenenti a un’unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera… So dell’esistenza di Rapisarda ma non me ne sono mai occupato personalmente…».
A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato
«Credo che attualmente se ne occupi…, ci sarebbe un’inchiesta aperta anche nei suoi confronti…».
A quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia [Francesco Paolo Alamia, presidente dell’immobilare Inim e della Sofim, sede di Milano, ancora in via Chiaravalle 7, ndr].
«Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già  celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente».
I SOLDI DI COSA NOSTRA
Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi.
«Non le saprei dire in proposito. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poichè ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda – che la ricordi o non la ricordi -, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla».
Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?
«So che c’è un’inchiesta ancora aperta».
Su Mangano e Berlusconi? A Palermo
«Su Mangano credo proprio di sì, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia. concernenti anche Mangano».
Concernenti cosa?
«Questa parte dovrebbe essere richiesta… quindi non so se sono cose che si possono dire in questo momento».
Come uomo, non più come giudice, come giudica la fusione che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi e Dell’Utri e uomini d’onore di Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s’interessa all’industria, o com’è?
«A prescindere da ogni riferimento personale, perchè ripeto dei riferimenti a questi nominativi che lei fa io non ho personalmente elementi da poter esprimere, ma considerando la faccenda nelle sue posizioni generali: allorchè l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli inizi degli anni Settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili. All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perchè questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità , quelle capacità  imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso».
Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra s’interessi a Berlusconi?
«E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità  di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità  per la quale l’organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali».
E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi mondi?
«Ma guardi, Mangano era una persona che già  in epoca ormai diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già  operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività  commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti».
Però lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto anche In sequestri di persona…
«Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni – siamo probabilmente alla fine degli anni ’60 e agli inizi degli anni ’70 – appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona».
A questo punto Paolo Borsellino consegna dopo qualche esitazione ai giornalisti 12 fogli, le carte che ha consultato durante l’intervista: «Alcuni sono sicuramente ostensibili perchè fanno parte del maxiprocesso, ormai è conosciuto, è pubblico, altri non lo so …» . Non sono documenti processuali segreti ma la stampa dei rapporti contenuti nella memoria del computer del pool antimafia di Palermo, in cui compaiono i nomi delle persone citate nell’intervista: Mangano, Dell’Utri, Rapisarda Berlusconi, Alamia.
E questa inchiesta quando finirà ?
«Entro ottobre di quest’anno…».
Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?
«Certamente …».
Perchè cl servono per un’inchiesta che stiamo cominciando sui rapporti tra la grossa industria…
«Passerà  del tempo prima che … », sono le ultime parole di Paolo Borsellino.
Palermo, 21 maggio, 1992.

(da “L’Espresso”)

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ROBERTO FICO E LO SCANDALO DI RENZI IN BRAGHE CORTE A POMPEI MENTRE IL VESUVIO BRUCIA

Luglio 18th, 2017 Riccardo Fucile

PERCHE’ FICO NON PUBBLICA ANCHE LA FOTO DI DI BATTISTA IN PIZZERIA A NAPOLI MENTRE IL VESUVIO BRUCIAVA?

Roberto Fico, onorevole M5S e presidente della Commissione di Vigilanza RAI, su Facebook pubblica una fotografia di Matteo Renzi a Pompei e si scandalizza perchè il segretario del Partito Democratico «va in vacanza in pantaloncini mentre il Vesuvio brucia alle sue spalle».
“Il segretario del Pd è oggi in visita a sorpresa a Pompei. Va in vacanza in pantaloncini, mentre il Vesuvio brucia alle sue spalle. E questo invece di dare una mano e premere per un provvedimento che aiuti a fronteggiare l’emergenza incendi che sta devastando la Campania come altre regioni nel nostro Paese. E dopo la visita Renzi andrà  a Napoli per continuare il tour di presentazione del suo libro. Ecco le sue priorità .”
Certo, magari si potrebbe obiettare che non c’è bisogno di allarmarsi troppo per il Vesuvio visto che i Canadair ormai li ha rimediati Di Maio.
Oppure si potrebbe far notare che l’ultima fotografia pubblicata su Instagram da Alessandro Di Battista domenica scorsa ritraeva l’eroico onorevole proprio a Napoli mentre eroicamente combatteva contro le fiamme (del forno che ha cotto la sua pizza Margherita).
Oppure si potrebbe immaginare cosa avrebbero detto quelli come Fico se Renzi si fosse presentato sui luoghi dell’incendio “per intralciare i soccorsi e fare propaganda”. Ma quando il grado di infantilismo raggiunto dalla politica è così basso, forse è meglio solo stendere un velo pietoso.

(da “NextQuotidiano”)

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IL SOCCORSO GRILLINO ALLA APPENDINO: IL G7 DELL’INDUSTRIA SPOSTATO DA TORINO A VENARIA

Luglio 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL TIMORE DI UNA NUOVA PIAZZA SAN CARLO: “SINDACO TERRORIZZATA DAGLI EVENTI IN CITTA'”

Per Chiara Appendino il vantaggio è duplice. Primo, scongiurare il rischio di altri incidenti, dopo quelli di Piazza Santa Giulia e di Piazza San Carlo.
Secondo, evitare la “resa dei conti” con il centro sociale Askatasuna, con cui i rapporti, ammiccanti durante la campagna elettorale, si sono raffreddati dopo la ferma condanna delle violenze e le ordinanze su alcool e ordine pubblico.
Il G7 dell’Industria, del Lavoro e della Scienza si terrà  a Venaria Reale e non più al Lingotto, dove era stato programmato inizialmente.
Il grande evento in calendario dal 26 al 30 settembre, era stato presentato dalla sindaca a novembre dell’anno scorso come un “riconoscimento al territorio e alle sue capacità  industriali”. Ma i tempi sono cambiati, e il clima in città  pure.
Al Viminale si è tenuta una riunione tecnica tra i capi di Gabinetto di diversi ministeri (Mise, Interno, Lavoro, Miur), del Comune di Torino e della Regione Piemonte per “valutare” l’opportunità  di concentrare i lavori del G7 alla Reggia di Venaria Reale. Un’ipotesi che in ambienti torinesi si dà  ormai per certa.
Non a caso il sindaco di Venaria, Comune a una manciata di chilometri da Torino, si è già  detto soddisfatto per la scelta della residenza sabauda come luogo dei lavori.
Un vero “soccorso” a 5 Stelle, visto che anche Venaria è guidata dai grillini: “Registriamo con piacere la volontà  da parte del Ministero di fare il G7 presso la Reggia di Venaria”, ha detto il primo cittadino Roberto Falcone. “Come Città  siamo in attesa di attivare tutte le collaborazioni necessarie per valutare i dettagli dell’evento con l’attenzione principale alla garanzia della sicurezza per i cittadini”.
Il Comune di Torino, contattato dall’HuffPost, non ha voluto commentare lo spostamento del G7 a Venaria: “Quello che c’è da sapere è nella nota concordata tra i capi di Gabinetto al Viminale”.
D’altra parte la città  della Mole, cuore pulsante della produzione industriale, era la scelta più congeniale per un evento come il G7 dell’Industria.
Ma nel frattempo l’amministrazione Appendino ha dovuto fare i conti con diversi problemi di ordine pubblico che hanno incrinato il suo rapporto con i cittadini. In primis, ovviamente, il caos e la psicosi terrorismo di Piazza San Carlo durante la proiezione della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid che hanno provocato una vittima e più di 1500 feriti.
Le misure di sicurezza adottate dal Comune sono finite al centro di un’indagine della magistratura e la sindaca è finita nel registro degli indagati. Di certo, quella notte segna uno spartiacque nel percorso di Chiara Appendino a Palazzo Civico.
La tensione in città  è salita e, com’è ovvio, aleggia la paura di nuovi incidenti.
Ma le difficoltà  dell’amministrazione nella gestione dell’ordine pubblico si sono ripresentate successivamente. Con le cariche tra i dehors di piazza Santa Giulia, zona di movida, dove il mese scorso ci sono stati scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti dei centri sociali che protestavano contro l’ordinanza della sindaca Appendino che vieta la vendita di alcolici da asporto a partire dalle ore 20.
Un clima per nulla sereno, come dimostrato anche dal flop dei festeggiamenti di San Giovanni in una Piazza Vittorio mai così vuota in occasioni simili.
Alle spalle di Piazza Santa Giulia, in Corso Regina Margherita, c’è peraltro la sede del centro sociale di Askatasuna.
Un collettivo che ha appoggiato l’ascesa di Appendino a Palazzo Civico ma, dopo i recenti problemi di ordine pubblico e l’ordinanza anti-alcool, l’idillio si è rotto. E qui c’è il secondo “vantaggio” per la sindaca.
Perchè il collettivo antagonista ha già  annunciato la sua mobilitazione in vista del G7 e, con l’aria che si respira in città , i timori a Palazzo Civico sono tangibili. Non è il momento per un altro danno all’immagine dell’amministrazione sul fronte della sicurezza.
Lo spostamento del G7 a Venaria Reale toglie quindi le castagne dal fuoco all’amministrazione Appendino, da tempo accusata di avere rapporti ambigui con i centri sociali: “La sindaca ha evitato di toccare i tasti dolenti nel suo rapporto con gli antagonisti. Dopo i fatti di Piazza San Carlo la sindaca non voleva più ospitare il G7, ma grazie alla mediazione con il Viminale si è deciso lo spostamento a Venaria”, dice Stefano Lorusso, capogruppo Pd in Consiglio Comunale. “Di cui siamo contenti, perchè un evento così importante è giusto che rimanga sul nostro territorio. Ma d’altro canto mostra quanto la Appendino sia terrorizzata dall’organizzare grandi eventi in città  che possano comportare un rischio per la cittadinanza”, conclude Lorusso.

(da “Huffingtonpost”)

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I SEI PAESI AFRICANI DA “AIUTARE A CASA LORO”

Luglio 18th, 2017 Riccardo Fucile

TUNISIA, UGANDA, KENYA, CIAD, NIGER SONO I PAESI IN CUI L’EUROPA DOVREBBE INVESTIRE

Orizzonte Africa. Obiettivo: sicurezza. La sfida: reinsediare senza deportare. Riguarda sia i Paesi di origine che quelli di transito dei rifugiati-migranti.
L’asse Macron-Merkel si è definita anche rispetto a quella che Parigi e Berlino individuano come una delle priorità  dell’agire internazionale; una priorità  che tiene assieme gli interessi europei e quelli nazionali.
Qui scatta la sfida. Perchè non è affatto semplice, nè pacifico, trovare una quadra che tenga dentro esigenze spesso in conflitto tra loro.
In Nord Africa, il Paese che più risponde ai vari criteri sopra elencati è la Tunisia, l’unica realtà  nella quale sono sopravvissuti quei principi di democratizzazione che furono a fondamento delle cosiddette “Primavere arabe”.
Per la prima volta, nel febbraio scorso, Tunisi ha accettato di ricevere migranti di qualunque nazionalità  partiti dalla Libia e intercettati in acque extraterritoriali dalle squadre italiane ed europee di salvataggio.
In contropartita l’unico governo democratico del Maghreb ottiene dall’Italia e dall’Unione Europea sostegno su alcuni fronti che lo interessano: non solo un nuovo, forte sostegno finanziario, ma anche ulteriore cooperazione degli apparati di intelligence e di polizia contro il terrorismo islamico e il rischio di destabilizzazione del Paese. Avrebbero poi diritto a ripartire verso l’Italia o il resto d’Europa, attraverso «corridoi umanitari», solo i rifugiati di cui viene accolta la domanda di asilo.
La visione che sottende questa politica di intervento a “casa loro”, è quella “di una “ownership” africana: altri due Paesi che potrebbero far parte del primo gruppo di “ownership”: l’Uganda, anzitutto.
Nel 2016 quasi 490mila profughi si sono rifugiati in Uganda a causa dei violentissimi scontri ricominciati a luglio dello scorso anno in Sud Sudan.
È un numero altissimo, se si considera che l’Uganda è destinazione anche di profughi provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dal Burundi.
Per avere un’idea: nel 2016 tutte le persone arrivate sulle coste europee dopo avere attraversato il mar Mediterraneo sono state 362mila, di cui una parte ha poi lasciato i paesi costieri per andare verso nord.
L’Uganda — che è grande quanto mezza Spagna — è considerato da anni uno dei Paesi più accoglienti del mondo con i migranti. Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council, un’organizzazione non governativa che promuove i diritti dei migranti, ha rimarcato: “A differenza di quello che si crede normalmente, la maggior parte dei profughi non si sposta verso l’Europa. La verità  è che nel 2016 ci sono stati più profughi che hanno cercato rifugio in Uganda ogni giorno di quanti si siano diretti in alcuni dei ricchi paesi europei nel corso dell’intero anno”.
Altri Paesi del potenziale “primo gruppo” sono il Kenya e l’Etiopia, che ospitano i rifugiati somali. Con i suoi 850mila rifugiati, l’Etiopia si conferma Paese leader, in Africa, per quanto riguarda l’accoglienza di profughi.
Nel mese di aprile si è svolta ad Addis Abeba, in Etiopia, una missione operativa congiunta di Caritas Italiana e Comunità  di Sant’Egidio per aprire il primo corridoio umanitario dall’Africa.
Il Kenya ospita oltre mezzo milione di rifugiati, almeno 330.000 dei quali sono somali. Di questi, circa 260.000 si trovano nel campo di Dadaab, il più grande del mondo. La Somalia è sconvolta da oltre 20 anni di conflitto.
Gli scontri tra le forze governative, sostenute dalle truppe dell’Unione africana, e i combattenti di al-Shabaab hanno causato gravissime violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione civile e la devastazione dei servizi e delle infrastrutture di base. Questo Paese, che oltretutto deve fare i conti con oltre 1.100.000 profughi interni, non ha le risorse necessarie per affrontare un rientro su larga scala di rifugiati da Dadaab. La mancanza del sostegno internazionale al Kenya, che si manifesta con l’insufficiente finanziamento dei programmi umanitari e le scarse opportunità  di reinsediamento per i rifugiati più vulnerabili, ha contribuito alla tremenda situazione in cui si trovano gli abitanti di Dadaab. Il Kenya è uno dei 10 Paesi che ospitano più della metà  dei 21 milioni di rifugiati del mondo.
Qualche numero rende bene l’idea. Al 31 ottobre 2016, l’appello dell’Unhcr per un finanziamento di 272 milioni di dollari era stato coperto appena per il 38 per cento. In tutto, soltanto 5001 rifugiati sono stati reinsediati dal Kenya, oltre 3500 dei quali negli Usa. Solo 671 rifugiati vulnerabili sono stati reinsediati nei Paesi dell’Unione Europea. Ora qualcosa sembra muoversi. Lo scorso febbraio, la Corte Suprema di Nairobi ha bloccato giovedì la decisione del governo del Kenya di chiudere il campo profughi di Dadaab.
Secondo, John Mativo il giudice che ha emesso la sentenza, si tratta di un provvedimento incostituzionale e che equivale alla persecuzione dei rifugiati. “È un passo molto positivo per centinaia di migliaia di rifugiati bloccati in un limbo da quando, a maggio scorso, era stato dato l’annuncio ufficiale della chiusura del campo”, ha affermato Medici senza Frontiere esortando il governo del Paese africano a “sostenere questa decisione. Qualunque ritorno dei rifugiati in Somalia deve avvenire su base volontaria”.
Msf si è opposta con forza alla chiusura di Dadaab fin dall’inizio, esortando a considerare immediatamente soluzioni alternative alla permanenza prolungata in un campo a così ampia scala, tra cui un più alto numero di reinsediamenti in paesi terzi, campi più piccoli in Kenya o l’integrazione dei rifugiati nelle comunità  del Paese.
Altra area nevralgica è quella dell’Africa occidentale.
Qui i Paesi prescelti sarebbero il Niger e il Ciad.
A fine 2016, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Office for Coordination of Humanitarian Affairs — Ocha), nella regione di Diffa, Nel Niger, almeno 300.000 sfollati necessitavano di assistenza umanitaria. Questi comprendevano oltre 184.000 sfollati interni del Niger, 29.000 cittadini nigerini rientrati nel Paese e 88.000 rifugiati nigeriani. Molti vivevano in condizioni deplorevoli all’interno di accampamenti improvvisati.
La situazione d’insicurezza ha bloccato l’accesso a beni di prima necessità  e a servizi essenziali come cibo, acqua e istruzione, mentre il perdurare dello stato d’emergenza ha ostacolato le attività  economiche.
Il Niger accoglieva nelle regioni di Tillabèri e Tahoua almeno 60.000 rifugiati del Mali, anch’essi bisognosi di assistenza. Il numero delle persone che transitavano attraverso il Niger, nel tentativo di raggiungere l’Europa, è continuato a crescere e Agadez è divenuta il principale nodo di transito per i migranti provenienti dai Paesi dell’Africa Occidentale. A ottobre 2016, uno studio condotto dall’Iom ha rilevato che il 70 per cento delle persone arrivate in Italia via mare, molte delle quali erano transitate in Niger, era stato vittima della tratta di esseri umani o di sfruttamento, comprese migliaia di donne e ragazze costrette a prostituirsi in Libia o Europa. Nonostante l’approvazione nel 2015 di una legge contro la tratta, poco è stato fatto per prevenire questa pratica in Niger.
Altro Paese cruciale è il Ciad. “La sofferenza e la disperazione nella regione del lago Ciad sono tra le più drammatiche che abbia mai visto. I rifugiati, le persone che sono tornate nei villaggi e le comunità  ospitanti sopravvissute alla violenza e ai traumi dovuti agli attacchi di Boko Haram hanno bisogno urgentemente di aiuti”, ha rimarcato di recente l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi.
La situazione umanitaria è gravissima, con livelli estremamente alti di malnutrizione specialmente tra i bambini. E non solo tra quelli sfollati.
Secondo l’Unicef, circa 2 milioni 200 mila bambini ciadiani sono affetti da malnutrizione. Problemi di accesso al cibo, all’acqua e alle medicine sono stati segnalati anche nel campo di Goz Amer, nel Ciad orientale, che ospita circa 35 mila profughi sudanesi. Mentre verso sud ci sono almeno 90 mila profughi provenienti dal Centrafrica.
Più le migliaia di nigeriani in fuga da Boko Haram. Solo una parte dei circa 475 mila profughi e sfollati presenti in tutto il Ciad è attualmente assistita dall’Unhcr. Tunisia, Uganda, Kenya, Etiopia, Niger, Ciad (a cui si dovrebbe aggiungere in seconda battuta il Burkina Faso).

(da “Huffingtonpost”)

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COSI’ IL PD DA’ IL VIA LIBERA A ECOMOSTRI E CEMENTO IN SARDEGNA

Luglio 18th, 2017 Riccardo Fucile

MAXI AUMENTI DI VOLUME PER HOTEL E LOTTIZZAZIONI SUL MARE… COPIATO IL PIANO CASA DI BERLUSCONI…SORU INSORGE: “IL PD HA TRADITO”

Il Pd di Berlusconi, pardon, il Pdl ha varato nel 2009 il famoso piano casa: più cemento per tutti, senza regole e senza piani urbanistici, sfruttando un sistema di aumenti automatici di volume per la massa dei fabbricati esistenti.
Ora la giunta del Pd che governa la Sardegna progetta un inatteso bis, sotto forma di piano alberghi: via libera con un’apposita legge a nuove costruzioni turistiche, ecomostri compresi, perfino nella fascia costiera finora considerata inviolabile, cioè spiagge, pinete, scogliere e oasi verdi a meno di trecento metri dal mare.
Il programma di questo presunto centrosinistra sardo è di applicare proprio il sistema berlusconiano degli aumenti di volume in percentuale fissa (che premia con maggiori quantità  di cemento i fabbricati più ingombranti) a tutte le strutture ricettive, belle o brutte, piccole o enormi, presenti o future, compresi ipotetici hotel non ancora esistenti.
Una deregulation edilizia in aperto contrasto con la legge salva-coste approvata dieci anni fa dall’allora governatore Renato Soru e dal suo assessore all’urbanistica Gianvalerio Sanna, cioè con una riforma targata Pd che nel frattempo è stata presa a modello da una generazione di studiosi, architetti, urbanisti e amministratori pubblici non solo italiani.
La contro-riforma odierna è nascosta tra i cavilli del disegno di legge approvato il 14 marzo scorso dalla giunta regionale presieduta da Francesco Pigliaru, il professore di economia eletto nel 2014 alla testa del Pd. La normativa ora è all’esame finale della commissione per il territorio: l’obiettivo della maggioranza è di portare in consiglio regionale un testo blindato, da approvare in tempi stretti, senza modifiche, subito dopo l’estate.
Sulla carta avrebbe dovuto trattarsi della nuova legge urbanistica che la Sardegna attendeva da un decennio per completare la riforma di Soru, con impegni precisi: stop all’edilizia speculativa, obbligo per tutti i comuni di rispettare limiti chiari anche fuori dalla fascia costiera, per difendere tutto il territorio, fermare il consumo di suolo e favorire il recupero o la ristrutturazione dei fabbricati già  esistenti.
All’articolo 31, però, spunta il colpo di spugna: «al fine di migliorare qualitativamente l’offerta ricettiva», si auto-giustifica il testo di legge, «sono consentiti interventi di ristrutturazione, anche con incremento volumetrico, delle strutture destinate all’esercizio di attività  turistico-ricettive».
Il concetto chiave è l’incremento volumetrico: la norma approvata dall’attuale giunta di centrosinistra, proprio come il piano-casa del governo Berlusconi, autorizza aumenti di cubatura del 25 cento «anche in deroga agli strumenti urbanistici» in vigore, compresa la legge salvacoste. Insomma, se siete in vacanza in una spiaggia immacolata della Sardegna, fatevi un bel bagno: potrebbe essere l’ultimo.
Hotel, alberghi, pensioni, residence, multiproprietà  e lottizzazioni turistiche di ogni tipo vengono infatti autorizzati non solo a gonfiarsi di un quarto, cementificando nuovi pezzi di costa, ma anche a sdoppiarsi, spostando gli aumenti di volume in «corpi di fabbrica separati».
«In pratica si può costruire un secondo hotel o residence in aggiunta al primo anche nella fascia costiera in teoria totalmente inedificabile», denuncia l’avvocato Stefano Deliperi, presidente del Gruppo d’intervento giuridico (Grig), che per primo ha lanciato l’allarme.
«Ma non basta: i nuovi aumenti di volume si possono anche sommare agli incrementi autorizzati in passato, ad esempio con il piano casa o con le famigerate 235 deroghe urbanistiche che furono approvate tra il 1990 e il 1992 dall’allora giunta sarda», sottolinea il legale, che esemplifica: «Un hotel di 30 mila metri cubi che deturpa una spiaggia, per effetto dei due aumenti cumulativi del 25 per cento ciascuno, sale quasi a quota 50 mila: per l’esattezza, si arriva a 46.875 metri cubi di cemento».
L’ex presidente della Regione, Renato Soru, spiega all’Espresso di essere «molto preoccupato per la cecità  di una classe dirigente che sta mettendo in pericolo il futuro della Sardegna».
«Con l’assessore Sanna eravamo partiti da una constatazione pratica», ricorda Soru: «Grazie ad anni di studi e ricerche abbiamo potuto far vedere e dimostrare che più di metà  delle coste della Sardegna, parlo di circa 1.100 chilometri di spiagge, erano già  state urbanizzate e cementificate. Di fronte a una situazione del genere, in una regione come la nostra, qualsiasi persona di buonsenso dovrebbe capire che i disastri edilizi del passato non devono più ripetersi. Oggi tutti noi abbiamo il dovere morale e civile di difendere un territorio straordinario che è la nostra più grande risorsa e la prima attrattiva turistica: le bellissime spiagge della Sardegna sono la nostra vera ricchezza, che va conservata e protetta per le generazioni future. Per questo la nostra legge prevede una cosa molto semplice e logica: nella fascia costiera non si costruisce più niente. Zero cemento, senza deroghe e senza eccezioni per nessuno. E in tutta la Sardegna bisogna invece favorire la riqualificazione dell’edilizia esistente, il rifacimento con nuovi criteri di troppe costruzioni orrende o malfatte. Quindi via libera alle ristrutturazioni, alle demolizioni e ricostruzioni, al risparmio energetico. Con regole certe e uguali per tutti, perchè l’edilizia in Italia può uscire veramente dalla crisi solo se viene tolta dalle mani della burocrazia e della politica».
A questo punto Soru confessa di essere uscito dai palazzi della regione, alla fine della sua presidenza, proprio «a causa dei continui scontri sull’urbanistica».
E dall’altra parte della barricata, a tifare per il cemento, non c’era solo il centrodestra, ma anche «quella parte del Pd che ora è al potere».
Da notare che Soru, per eleganza o per imbarazzo, evita di fare il nome dell’attuale presidente, anche se sarebbe legittimato ad accusarlo di tradimento politico, visto che Pigliaru era stato suo assessore ai tempi della legge salva-coste.
Oggi però lo stop al cemento sulle spiagge più belle d’Italia rischia di trasformarsi in un bel ricordo. Gli avvocati del Grig hanno già  catalogato «ben 495 strutture turistico-ricettive della fascia costiera che potrebbero approfittare dell’articolo 31.
Stiamo parlando di milioni di metri cubi di cemento in arrivo», rimarca Deliperi, evidenziando che il disegno di legge ha una portata generale, per cui si applica anche, anzi soprattutto alle strutture più contestate, quelle che si sono meritate l’epiteto di ecomostri.
Come il residence-alveare “Marmorata” di Santa Teresa di Gallura, l’albergone “Rocce Rosse” a picco sugli scogli di Teulada, la fallimentare maxi-lottizzazione turistica “Bagaglino” a ridosso delle spiagge di Stintino, i turbo-hotel “Capo Caccia” e “Baia di Conte” ad Alghero e troppi altri. Il premio percentuale infatti non dipende dalla qualità  del fabbricato, ma dalla cubatura: più l’ecomostro è grande, più è autorizzato a occupare terreno vergine con nuove colate di cemento.
Il progetto di legge, per giunta, equipara agli alberghi da allargare, e quindi trasforma in volumi gonfiabili di cemento, addirittura le «residenze per vacanze», sia «esistenti» che ancora «da realizzare», cioè quelle montagne di seconde case che restano vuote quasi tutto l’anno, arricchiscono solo gli speculatori edilizi, ma deturpano per sempre il paesaggio.
Con la nuova dirigenza del Pd, insomma, il vecchio piano casa è diventato un piano seconde case, secondi alberghi e seconde lottizzazioni.
E tutto questo in Sardegna, la regione-gioiello che tra il 2004 e il 2006 aveva saputo cambiare il clima politico e culturale sull’urbanistica, spingendo decine di amministrazioni locali di mezza Italia a imitare la legge Soru, fermare il consumo di suolo e limitare finalmente uno sviluppo edilizio nocivo e insensato.
Gianvalerio Sanna, l’ex assessore regionale oggi relegato a fare politica nel suo comune d’origine, ama parlar chiaro: «Questo disegno di legge è una vera porcata. La giunta del Pd sta facendo quello che non era riuscito a fare il governo di centrodestra. Le nostre norme, ancora in vigore, favoriscono con incentivi e aumenti di volume solo la demolizione e lo spostamento dei fabbricati fuori dalla fascia costiera dei 300 metri. Questo vale già  adesso anche per gli alberghi e i campeggi. Per allargarli e rimodernarli con criterio non c’è nessun bisogno di cementificare le spiagge».
I dati sono allarmanti già  oggi. «Le coste della Sardegna sono invase da oltre 210 mila seconde case: appartamenti sfitti, che mediamente restano disabitati per 350 giorni all’anno», enumera Sanna: «Il nostro obiettivo, condiviso da migliaia di cittadini che proprio per questo hanno votato Pd alle elezioni regionali, era di liberare dal cemento, gradualmente e armonicamente, tutta la zona a mare, che è la più preziosa. La nuova giunta sta facendo il contrario. L’edilizia è tornata merce di scambio: il piano casa, che fu giustificato da Berlusconi come rimedio eccezionale contro la crisi dell’edilizia, diventa la norma. La deroga diventa la regola. Così la politica si mette al servizio delle grandi lobby, degli interessi di pochi, a danno della cittadinanza e di tutte le persone che amano la Sardegna».
Quando allude a scambi, Sanna non usa parole a caso.
Nella minoranza del Pd rimasta fedele a Soru sono in molti a evidenziare una singolare coincidenza: la controriforma urbanistica sta nascendo proprio mentre gli sceicchi del Qatar, i nuovi padroni miliardari della Costa Smeralda, annunciano l’ennesima ondata di progetti edilizi per super ricchi, per ora bloccati proprio dalla legge Soru.
Per ingraziarsi la classe politica sarda, lo stesso gruppo arabo ha comprato dal crac del San Raffaele anche il cantiere fallimentare del nuovo ospedale di Olbia. E ora gli sceicchi sembrano aspettarsi che i politici, in cambio, aboliscano proprio i vincoli ambientali sulla costa.
«Con questa legge vergognosa il presidente Pigliaru sta contraddicendo anche se stesso», commenta amaramente Maria Paola Morittu, la combattiva avvocata di Cagliari che oggi è vicepresidente nazionale di Italia Nostra: «Per smentire la sua giunta, al professor Pigliaru basterebbe rileggere le proprie pubblicazioni accademiche, in cui scriveva e dimostrava che il consumo di suolo è disastroso non solo per l’ambiente, per il paesaggio, ma anche per lo sviluppo economico».
Carte alla mano, l’avvocata di Italia Nostra e il suo collega Deliperi passano in rassegna la successione di leggi edilizie della Sardegna, per concludere che oggi il Pd sardo sta facendo indietro tutta.
La buona urbanistica insegna come e dove costruire case sicure in luoghi vivibili senza distruggere il territorio. In Italia se ne parla solo quando si contano le vittime evitabili di alluvioni, frane, valanghe, terremoti e altri disastri che di naturale hanno solo le cause immediate.
In Sardegna, dopo decenni di edilizia selvaggia, la legge Soru e il conseguente piano paesaggistico regionale — studiato da un comitato tecnico-scientifico presieduto da Edoardo Salzano, un gigante dell’urbanistica — hanno fissato per la prima volta due principi fondamentali: basta cemento a meno di 300 metri dal mare; solo edilizia regolata e limitata in tutta la restante fascia geografica costiera, che di norma si estende fino a tre chilometri dalle spiagge.
«In campagna elettorale il Pd guidato da Pigliaru aveva promesso di estendere la legge Soru a tutta la Sardegna, obbligando anche i comuni interni ad applicare i piani paesaggistici», osservano desolati i due avvocati. Passate le elezioni, il vento è cambiato.
In Italia, prima della recessione, venivano cementificati a norma di legge oltre 45 milioni di metri quadrati di terra all’anno.
Nel 2015, nonostante la crisi, si è continuato a costruire nuovi appartamenti e capannoni per oltre 12 milioni di metri quadrati (dati Istat). «Con la legge salvacoste la Sardegna ha saputo lanciare un nuovo modello di sviluppo sostenibile», rivendica Soru. Ora la grande retromarcia della giunta seduce le lobby dei grandi albergatori, che organizzano convegni esultanti contro «l’ambientalismo che danneggia il turismo». Resta però da capire se, alle prossime elezioni, la maggioranza dei cittadini sardi si fiderà  ancora di un Pd che imita il berlusconismo, col rischio di riabilitarlo.

(da “L’Espresso”)

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IL SENSO DI CAZZULLO PER LO IUS SOLI

Luglio 18th, 2017 Riccardo Fucile

E’ TUTTA COLPA DI BALOTTELLI

Torniamo oggi ad occuparci di una delle rubriche più interessanti dell’anno. Le lettere al Corriere della Sera a cui risponde Aldo Cazzullo.
Il giornalista del Corsera è uno che già  in passato ci ha riservato parecchie soddisfazioni. E non è servito molto ai lettori per stanarlo sullo Ius Soli.
Una questione che a quanto pare per Cazzullo è parecchio spinosa. Anzi, per Cazzullo lo Ius Soli è inopportuno. A fare le spese dell’irritazione del nostro è Mario Balotelli. Secondo Cazzullo infatti è colpa di Balotelli se non abbiamo ancora una legge sullo Ius Soli.
“Se il Balotelli uomo fosse stato all’altezza del Balotelli calciatore, cioè si fosse comportato diversamente, forse lo ius soli sarebbe già  legge dello Stato”
Ora anche il lettore meno appassionato di calcio sa bene che Balotelli non c’entra nulla con la legge che il Parlamento ha deciso di non approvare.
Perchè Balotelli è diventato cittadino italiano con la legge attualmente in vigore (Legge numero 91 del 5 febbraio 1992), quella che prevede che una persona nata in Italia possa ottenere la cittadinanza italiana al compimento del diciottesimo anno d’età .
Ma Balotelli, che è un calciatore e non un attivista politico per Cazzullo avrebbe potuto fare di più. Ad esempio avrebbe potuto convincere gli italiani che lo Ius Soli temperato era ormai necessario.
A questo punto possiamo anche dire che se Cazzullo si fosse comportato diversamente forse lo Ius Soli sarebbe già  legge dello Stato.
Nel senso che a volte un personaggio simbolo può dare la spinta necessaria a un provvedimento considerato ormai maturo.
Si evince quindi che un qualsiasi calciatore italiano può comportarsi in modo bizzarro o sopra le righe (e ce ne sono stati molti, di italianissimi) senza che il suo comportamento metta in discussione alcunchè.
Al contrario se sei di origine ghanese non puoi, perchè qualsiasi cosa tu faccia avrà  effetti disastrosi sulla percezione degli stranieri da parte degli italiani.
Vale la pena di ricordare che Balotelli non ha commesso alcun reato e che in ogni caso la responsabilità  penale (e non solo) è individuale e non “etnica”.
Chissà  se Cazzullo si ricorda dei cori razzisti contro Balotelli e di quelli contro gli altri calciatori di colore.
Ma non è solo per quello, spiega Cazzullo, che lo Ius Soli non è “opportuno”.
Il motivo? «sarebbe a torto o a ragione considerato un segnale di apertura, di accoglienza; in un momento in cui i sentimenti dell’opinione pubblica, come verifico ogni giorno leggendo la posta dei lettori, sono di segno opposto».
Il che è un’argomentazione che ha la stessa forza di quella “il popolo è contro le tasse, allora il governo deve smettere di far pagare le tasse”. Ovvero vale zero.
Perchè Cazzullo ritiene che lo Ius Soli sia legato al problema degli sbarchi mentre non è così. Perchè la legge in discussione in Parlamento riguarda solo chi risiede regolarmente nel nostro Paese.
E va da sè che chi sbarca dalle navi delle Ong o di Frontex non ha un permesso di soggiorno. Potrebbe avere invece diritto all’asilo politico, ma questo è un problema che Cazzullo non si pone.
In ogni caso gli sbarchi di questi mesi non c’entrano nulla con i nuovi cittadini italiani dello Ius Soli. Perchè è evidente che un conto è nascere e studiare in Italia un conto è arrivarci. Ma questa è una distinzione che non tutti riescono a fare.
“Se poi ci danno qualche medaglia nell’atletica che i nostri figli non riescono più a vincere, tanto meglio.”
Cazzullo invita a ritornare sull’argomento tra qualche mese (come se qualche mese potesse servire a risolvere una situazione come quella delle migrazioni).
Ma non rinuncia nel finale a tenere accesa la fiamma (olimpica) della speranza: i nuovi italiani potrebbero farci conquistare qualche medaglia.
Insomma, lo Ius Soli serve come servivano gli oriundi, ovvero a dare lustro al Paese. Poco importa di tutti gli altri, cittadini “normali” che non hanno nulla a che vedere con Balotelli o con i campioni di atletica.

(da “NextQuotidiano”)

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MA CHI GUADAGNA CON I CANADAIR? SONO DEI V.D.F. MA DATI IN GESTIONE A SOCIETA’ PRIVATE

Luglio 18th, 2017 Riccardo Fucile

LA STORIA DEL NORD CHE GUADAGNA CON GLI INCENDI DEL SUD

Il Sud brucia, il Nord incassa. Così su Facebook i Briganti, nota pagina di nostalgici del Regno delle Due Sicilie che dà  la colpa alle società  del Nord per gli incendi che stanno devastando — come ogni anno — il Sud Italia.
I Briganti riprendono un post di qualche giorno fa di Gherardo Chirici (Professore associato di inventari forestali e telerilevamento perso l’Università  degli Studi di Firenze) che denunciava come la flotta dei 19 Canadair deputati allo spegnimento degli incendi boschivi sia in realtà  una flotta privata.
Segue la denuncia delle società  accusate di “guadagnare dagli incendi” il tutto soprattutto a danno degli italiani del Sud Italia.
Se non ci fossero gli incendi probabilmente nessuno pagherebbe milioni di euro a queste società  del Nord per il servizio antincendio.
Il primo errore però è che la flotta di Canadair non è privata. Gli aerei del soccorso antincendio sono infatti di proprietà  dello Stato e fanno parte della Flotta di Stato. Fino a qualche anno fa erano in capo alla Protezione Civile ma attualmente sono nelle disponibilità  del Corpo dei Vigili del Fuoco.
È sbagliato dire che la flotta aerea per la lotta agli incendi sia privata. Anche gli elicotteri (che sono di diverso tipo) sono di proprietà  dei vari corpi dello Stato.
I Vigili del Fuoco operano per la funzione specifica di antincendio gli Erikson S64, ma i VV.FF. hanno in dotazione anche altri velivoli ad ala rotante come i Drago (che sono AB206 o AB412) che sono elicotteri multiruolo che non svolgono esclusivamente servizio antincendio ma anche operazioni di soccorso.
Alcuni di questi elicotteri sono operati direttamente da personale dei Vigili del Fuoco, altri no.
Ed è qui che entrano in gioco le società  private. Che in realtà  per quanto riguarda i Canadair è solo una sola: la Babcock MCS Italia che ha vinto la gara d’appalto indetta dalla Protezione Civile per la gestione la manutenzione della flotta dei Canadair.
Si tratta di aerei le cui specifiche operative richiedono che a manovrarli sia personale esperto e appositamente addestrato che nè la Protezione Civile (in passato) nè i Vigili del Fuoco (oggi) hanno a disposizione.
Per la manutenzione e la gestione dei Canadair la Protezione Civile ha indetto una gara d’appalto che è stata vinta dalla Babcock (società  che fa servizio AIB anche per onto di altri paesi europei).
L’anno prossimo verrà  indetta una nuova gara dal Corpo dei Vigili del Fuoco. Il contratto, ha spiegato a neXtquotidiano un dirigente dei Vigili del Fuoco in forza alla gestione tecnico-operativa della flotta aerea antincendio, prevede alcuni costi fissi di gestione (gli aerei vanno revisionati e controllati periodicamente) ed altri relativi alle ore di servizio (ad esempio il costo per il carburante, l’usura meccanica delle parti, etc). I costi di esercizio che — c’è da dire — ci sarebbero anche se il servizio fosse gestito direttamente dallo Stato.
Si tratta ad ogni modo di capitoli di spesa che sono stati definiti in sede di gara.
La lotta agli incendi boschivi è di competenza regionale in base alla Legge quadro in materia di incendi boschivi del 21 novembre 2000 (legge 353/200).
Ogni anno le regioni approvano il piano di prevenzione contro gli incendi. Le regioni sono altresì tenute a dotarsi di una flotta aerea di mezzi antincendio, questa flotta può essere “di proprietà ” oppure affidata in convenzione a società  che se ne occupano.
Va tenuto presente che il ricorso ai Canadair è una misura eccezionale che viene effettuata nei casi di maggiore criticità . Ovvero quelli dove l’intervento da terra (o con gli elicotteri operati direttamente da VV.FF. e Carabinieri Forestali) non è sufficiente. Oppure dove l’incendio minaccia l’incolumità  di persone o abitazioni ed è necessario un intervento tempestivo che non può essere garantito dal dispiegamento a terra a causa delle asperità  del terreno.
A coordinare gli interventi aerei c’è il Centro operativo aereo unificato (Coau) della Protezione Civile che — in base alle esigenze e alle disponibilità  — fa richiesta dell’invio dei mezzi aerei della flotta di Stato.
La flotta aerea anti incendi boschivi (AIB) opera in concorso (ovvero a supporto) delle strutture regionali e territoriali secondo una procedura codificata e ben precisa. Il Coau non è una novità  di quest’anno ed esiste da parecchio tempo. È quella che ha consentito l’intervento dei Vigili del Fuoco e della Forestale in tutti i principali incendi boschivi sul territorio nazionale.
Le altre società  citate non operano con i Canadair e sono semplicemente delle società  di soccorso che fanno servizio di elisoccorso (ad esempio forniscono gli elicotteri e il personale del 118) e all’occorrenza di antincendio.
In quanto società  private ovviamente non lavorano gratuitamente. Ma nessuno si sognerebbe di dire che le società  di elisoccorso favoriscono un certo tipo di incidenti stradali per poter essere chiamate e quindi poter stipulare appalti con le Regioni. Come sarebbe assurdo sostenere che le società  che fanno servizio di ambulanza causano ferimenti per poter intervenire e farsi pagare.
Allo stesso modo c’è probabilmente chi crede che quando l’Esercito interviene in operazioni di protezione civile lo faccia gratis, ma non è così.
E fino ad ora nessuno ha mostrato le prove di un’eventuale responsabilità  di queste società  nella diffusione degli incendi.
Il fatto che un servizio si paghi non è una ragione sufficiente per dimostrare l’interesse a “far bruciare il Sud”.

(da “NextQuotidiano”)

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IL SUN: “NAPOLI TRA I DIECI POSTI PIU’ PERICOLOSI AL MONDO”

Luglio 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL GIORNALE INGLESE INSERISCE LA CITTA’ PARTENOPEA NELLA MAPPA DELLE CITTA’ BORDERLINE TRA RAQQA, CARACAS, MOGADISCIO, GROZNY E SAN PEDRO SULA

Napoli inserita tra i «most dangerous corners of Earth», i posti più pericolosi del pianeta.
È l’inglese The Sun – con tanto di infografica – a piazzare la città  del Golfo sulla poco felice mappa mondiale del crimine con tanto di simbolino rosso degli omicidi e verde della droga.
Le altre città , tutte non europee, incluse sulla «cartina» sono Raqqa, Caracas, Groszny, Mogadiscio, St. Louis, Kiev, Perth, Karachi, e San Pedro Sula.
Per il tabloid il capoluogo campano primeggia in negativo sul continente europeo.
È possibile che l’estensore dell’articolo, dimenticando tutto il resto, abbia occhieggiato solo il dato locale sui morti ammazzati. In Italia, e in Europa, in effetti è il più alto. Da qui l’impietosa maglia nera.
«A Napoli è di casa la camorra», ormai indicata dai giornalisti internazionali col suo nome proprio e non più neapolitan mafia, come accadeva fino ad alcuni anni fa (e il boom mondiale di Gomorra c’entra qualcosa).
I clan partenopei – scrive il Sun -si uniscono nel Sistema («known as ‘O Sistema, The System») e si distinguono da altri consessi mafiosi italiani per l’assenza di gerarchie nell’organizzazione, «hierarchical organisation», quindi di veri boss al vertice.
Le gang, spesso baby, «crews of kids as young as 12», composte da dodicenni, compiono ogni giorno atti di microcriminalità .
Il finale non è dei più allegri, e certamente travisato: «La città  gode di una reputazione talmente brutta in Italia che la frase ‘go to Naples’ si accosta a “go to the hell’, andare all’inferno’».

(da “il Corriere della Sera”)

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